(effe) – Secondo i dati riportati da Thomas Denk e Sarah Lehtinen nel loro studio State-Formation and Democratization: A New Classification (2019), negli ultimi due secoli il numero di stati nel sistema internazionale è cresciuto grandemente, passando da 25 stati nel 1816, a una cinquantina a inizio Novecento, fino a quasi 200 ai giorni nostri, repubbliche, monarchie o altro che siano. Nel Novecento la crescita accelerata – riassumono Denk e Lehtinen (pp. 1-2) – è avvenuta in quattro fasi principali: la prima dopo la Prima Guerra Mondiale, con la dissoluzione degli imperi Asburgico, Ottomano e Russo; la seconda subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il reintegro di stati occupati e l’inizio della decolonizzazione; la terza, più graduale dal 1940 al 1980, con l’attenuazione dell’imperialismo europeo e l’indipendenza di molte colonie britanniche, francesi, olandesi, belghe e portoghesi; e la quarta, negli anni ’90, con la nascita di oltre 20 stati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. “La creazione di nuovi stati ha plasmato la vita di generazioni e ristrutturato le società in modi che influenzano la politica contemporanea” notano gli autori (p. 2), e non potrebbe essere altrimenti.
Sono sempre più lontani i tempi in cui sulle orme di Samuel P. Huntington si favoleggiava su una “terza ondata di democratizzazione” (The third wave: Democratization in the late twentieth century. University of Oklahoma Press, 1991) e con scetticismo crescente negli studi di scienza politica è ripreso – negli ultimi anni sempre più – l’interesse per affinare i metodi di ricerca e le strategie d’indagine sul fenomeno speculare e parallelo dell’autocratizzazione, anche se l”incertezza su come definire l’opposto di democratizzazione”, spiegano Andrea Cassani e Luca Tomini in Autocratization in Post-Cold War Political Regimes (2019), ha portato a una grande frammentazione degli studi: “In fact, ‘autocratization’ is just one label from a longer list that includes democratic breakdown, collapse, overthrow, backsliding, regression, recession, erosion, de-consolidation, de-democratization, hybridization, authoritarian reconsolidation, re-entrenchment, deepening and several others.”, a volte usati come sinonimi, altre per circoscrivere distinzioni, sicché “non è chiaro se i casi a cui questi termini si riferiscono siano diverse manifestazioni dello stesso fenomeno più ampio o fenomeni differenti che dovremmo mantenere analiticamente separati.” (p. 5). Se poi la proliferazione incontrollata delle etichette sia anche in qualche modo collegata alla coltivazione di orticelli disciplinari e in parte a una delle disfunzioni del mondo accademico (il cosiddetto “publish or perish”, pubblica o muori), sarebbe una questione a sua volta interessante da indagare, ma porterebbe lontano verso altri problemi attuali.
Ad ogni modo, in merito ai processi in corso di democratizzazione e autocratizzazione, uno studio recente pubblicato qualche settimana fa sulla rivista «Democratization» dà un quadro piuttosto fosco per i giorni nostri, rilevando tra l’altro che “A partire dal 2024, 45 paesi con il 38% della popolazione mondiale si stanno autocratizzando, mentre solo 19 paesi che ospitano il 6% della popolazione si stanno democratizzando.” e che in questo contesto “dato l’attuale andamento, gli Stati Uniti potrebbero diventare il paese che si autocratizza più rapidamente nella storia contemporanea senza che vi sia stato un colpo di stato, e che il secondo mandato di Trump ha già avvicinato la democrazia americana a un collasso democratico (democratic breakdown).” (Marina Nord, Fabio Angiolillo, Ana Good God, e Staffan I. Lindberg, “State of the World 2024: 25 Years of Autocratization – Democracy Trumped?”, 2025, p. 858 e p. 859). Non meno cupa per gli USA è l’analisi tracciata a febbraio sulla storica rivista statunitense «Foreign Affairs» da Daniel Ziblatt e Lucan A. Way, con un titolo che già dice tutto: “The Path to American Authoritarianism: What Comes After Democratic Breakdown”. Giunta l’America al punto di rottura, come ha argomentato Ziblatt in un precedente libro scritto con Steven Levitsky (2023), il rischio reale – sostengono – è che di fatto si arrivi a un regime ibrido che ricalca il modello del “competitive authoritarianism”, dell’autoritarismo competitivo elettorale, simile a quello, per esempio, di Turchia, Ungheria, India, El Salvador, Tunisia.
D’altronde, come mostravano e mostrano abbondantemente regimi politici passati e presenti, non è mai stato un mistero che prassi, strumenti e procedure democratiche possono essere utilizzate per demolire la democrazia stessa e che i meccanismi istituzionali saggiamente adottati per evitarlo, per quanto sofisticati siano, restano pur sempre, come ogni cosa umana, precari e non infallibili. Senza contare che – lasciando da parte la questione della sua antica origine storica greca o ancora prima nell’area mesopotamica (stando a Keane), quando le mappe territoriali demografiche, sociali, culturali e politiche erano abissalmente diverse dalle nostre – restano comunque oggi molti i modelli teorici astratti, ideali e normativi avanzati su come dovrebbe configurarsi la “migliore” (o, addirittura, più “vera”) democrazia. Ma de facto «Nel mondo reale della politica, democrazia al singolare non esiste»: «There is only a large (recently growing) number of regimes that describe themselves as democracies and share a common core of principles – political equality, participation and accountability being the most important. They embody these principles through a wide variety of distinctive rules and practices. None of these configurations conforms strictly to the etymological meaning of the original Greek term: demos + kratos, or ‘rule of or by the people’.» (Schmitter 2020: p. 730).
Svanito a fine secolo il demo-ottimismo post caduta Muro di Berlino, nei paesi democratici è così proseguito a inizio millennio anche il mai concluso dibattito sulla “crisi” della democrazia moderna esistente, soprattutto liberale e rappresentativa (ma non solo), e le possibili alternative realistiche o i correttivi per evitare derive autoritarie. Questione sentita come attuale in Italia, Francia, Spagna, Regno Unito, così come ora anche negli Stati Uniti e altrove nei quattro continenti. Sfida sempre aperta – se si vogliono conservare e ampliare conquiste di civiltà, creare condizioni di vita decente e diritti a misura di essere umano (e non) – e dunque giusta preoccupazione di oggi, come di ieri e come lo sarà domani in tutti i periodi di “transizione”, detto con tutta l’ironia che usava Leopardi nel suo tragico Dialogo di Tristano e di un amico (1832). La globalizzazione e i persistenti rapporti di contiguità e conflittualità fra democrazia e capitalismo, vecchio e nuovo, fanno il resto nel modo in cui se ne discute, teorizza e polemizza nella ricerca delle cause e possibili soluzioni.
“La democrazia è in crisi?”: la domanda e i problemi si pongono in termini sempre uguali e sempre diversi con il mutare dei contesti storici territoriali e globali, anche perché, come ricordava Robert Dahl in On Democracy [1998], “‘Democrazia’ ha significato cose diverse per persone diverse in tempi e luoghi diversi” (p. 3; cfr. Kurunmäki et alii: 2018). Senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio, cinquant’anni fa il report commissionato dalla Commissione Trilaterale (che, diretta da Zbigniew Brzezinski, era nata nel 1973 su iniziativa privata di studiosi e cittadini dell’Europa Occidentale, del Giappone e del Nord America) fotografava così il clima di quell’epoca: «Is democracy in crisis? This question is being posed with increasing urgency by some of the leading statesmen of the West, by columnists and scholars, and— if public opinion polls are to be trusted— even by the publics. In some respects, the mood of today is reminiscent of that of the early twenties, when the views of Oswald Spengler regarding “The Decline of the West” were highly popular. This pessimism is echoed, with obvious Schadenfreude, by various communist observers, who speak with growing confidence of “the general crisis of capitalism” and who see in it the confirmation of their own theories.» (Michel Crozier, Samuel P. Huntington and Joji Watanuk, The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies, New York University Press, 1975, parole con cui Brzezinski inizia la sua Nota introduttiva al volume, che fu tradotto anche in italiano: Milano, F. Angeli, 1977).
Cosa sia accaduto nei decenni successivi, fino alla caduta del muro di Berlino (1989) e al crollo dell’Unione Sovietica (1991) e dei regimi comunisti, la fine della cosiddetta guerra fredda, i tentativi di portare avanti l’Unione europea, il terrorismo globalizzato e via avanti verso nuove guerre, unioni, sanguinose disunioni, democrazie, democrature e autocrazie, si sa, è storia recente e attuale, richiamata in parte anche più sopra. Tuttavia, che questo sia un libro detestato da Noam Chomsky, che Brzezinski e Huntington contribuirono alla presidenza di Jimmy Carter (1977-1981), che lo stesso Huntington abbia poi scritto The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (1996) e successivamente altri scritti sempre più retoricamente degradati, che Carter sia morto centenario qualche mese fa e che il vocabolario italiano Treccani online registri fra i neologismi riconosciuti nel 2024 – con attestazioni dal 2001 in poi – la parola tedesca “schadenfreude”, gioia o piacere maligno per le sfortune altrui, usata cinquant’anni fa anche da Brzezinski (1928-2017), sono fatti che potrebbero dire e suggerire molte cose. Ma qui mi fermo, per tornare – senza schadenfreude – al “sentiero verso l’autoritarismo americano” e all’ideologia di Trump.
A meno di dimostrare l’indimostrabile, ovvero la possibilità di fissare in tutto il genere umano da un punto tot e per l’eternità un’unica condivisa e incontestata ortodossia, inaugurando così una qualche nuova mitica Età dell’oro o Satya Yuga in un rinnovato Giardino dell’Eden globoterraqueo, la storiella ogni tanto raccontata della fine delle ideologie, come quella di altre fini, resterà sempre quella che è: una sciocchezza priva di qualsiasi serietà. Da qui, dunque, bisogna partire. L’ideologia a grandi linee si può definire come un insieme, a seconda dei casi più o meno coerente e non contraddittorio, di idee, valori e credenze che guida il comportamento politico e sociale di un individuo o di un gruppo. In questo senso generale, l’ideologia di Donald Trump – già, per così dire, colorata essendo lui un imprenditore – rappresenta un fenomeno complesso e articolato che si colloca a sua volta all’incrocio di varie tradizioni ideologiche, perlopiù illiberali, di lunga durata, principalmente populismo (ai limiti della demagogia), nazionalismo, isolazionismo, sovranismo e conservatorismo reazionario a sfondo religioso e razziale. Per provare a comprendere meglio le caratteristiche di questa ideologia “personalizzata” e pragmaticamente variata all’occorrenza, è necessario analizzarne le radici storiche, le componenti principali e le implicazioni politiche e sociali, nonché il modo in cui essa si manifesta nel contesto contemporaneo degli Stati Uniti e nel panorama globale.
Innanzitutto, l’ideologia trumpiana si fonda su un forte nazionalismo (e sovranismo) economico e culturale. Trump ha promosso un’idea di “America First”, che si traduce in una politica estera e commerciale aggressiva volta a proteggere gli interessi nazionali americani contro, a suo dire, la solo maligna globalizzazione e accordi internazionali che penalizzerebbero gli USA. Questo approccio tende a forme di unilateralismo e bilateralismo spinti, e a una critica radicale delle istituzioni multilaterali come l’ONU, la NATO e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, percepite come strumenti di indebolimento della sovranità americana e di impoverimento. La retorica di Trump enfatizza la necessità di difendere le barriere dei confini nazionali, limitare – se non annullare – l’immigrazione, senza escludere forme di espulsioni forzate, e rilanciare l’industria interna, soprattutto nei settori manifatturieri e minerari, che hanno subito un declino a causa della delocalizzazione e della concorrenza globale.
Dal punto di vista sociale e culturale, l’ideologia di Trump si caratterizza per un conservatorismo tradizionalista illiberale che si oppone ai cambiamenti sociali legati ai diritti civili, alle minoranze e alle questioni di genere. Trump ha spesso fatto appello a un elettorato prevalentemente bianco, rurale e meno istruito, che si sente minacciato dalla trasformazione demografica, sociale e culturale del paese. La sua retorica utilizza un linguaggio diretto, spavaldo, arrogante, spesso volutamente provocatorio, divisivo e molto polarizzante, che agisce come catalizzatore di un senso di appartenenza e di rivalsa contro l’establishment politico e mediatico, percepito o rappresentato come puramente elitario (in senso deteriore e autoreferenziale), cosmopolita e distante dai problemi della “gente comune” americana.
Nella prassi politica, l’ideologia di Trump si manifesta in una forma di populismo autoritario che radicalizzando l’area estrema del partito repubblicano conservatore (Gop) sfida le norme democratiche e istituzionali tradizionali di antica impronta liberale, un tempo più largamente condivise bipartisan. Trump pone sé stesso come un outsider, un uomo forte capace di sfidare il sistema e di riportare potere al “popolo”, anche a costo di erosioni delle garanzie costituzionali e della separazione dei poteri. Questo modello politico si basa su una leadership carismatica e personalistica, che utilizza i social media per bypassare i canali mediatici tradizionali e costruire un rapporto diretto con i suoi sostenitori. La strategia comunicativa trumpiana è spesso caratterizzata da disinformazione, attacchi violenti agli avversari e delegittimazione delle istituzioni giudiziarie e dell’informazione indipendente o critica. Attraverso pesanti abusi dello spoil system Trump aumenta il controllo politico sulle istituzioni; la burocrazia federale, della giustizia, delle agenzie fiscali e regolatorie diventano strumento per far pressione sugli avversari politici, intimidire media critici e cooptare segmenti della società civile e del settore privato. La strategia di minacce, ricompense e punizioni arriva a toccare persino le università.
Un altro aspetto rilevante della componente economica dell’ideologia di Trump, si riflette in politiche protezionistiche selettive (la barriera oltranzista dei dazi) e in un sostegno a misure fiscali favorevoli alle imprese e ai ceti più ricchi, giustificate come necessarie per stimolare la crescita e l’occupazione. Tuttavia, questa politica ha spesso volutamente trascurato le disuguaglianze sociali e le problematiche ambientali, privilegiando uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali e un indebolimento delle normative di tutela del lavoro e dell’ambiente.
Analizzando criticamente l’ideologia trumpiana in prospettiva, emerge come essa rappresenti una reazione a una serie di trasformazioni economiche, sociali e culturali che hanno segnato l’America negli ultimi decenni. Essa si nutre di insicurezze diffuse e di un sentimento di perdita di controllo da parte di segmenti della popolazione che si sentono esclusi dai (o considerano inesistenti i) benefici della modernizzazione e della globalizzazione. Tuttavia, questa ideologia finisce per alimentare ulteriormente divisioni sociali già profonde, erodendo le istituzioni democratiche e promuovendo politiche di crescente esclusione e discriminazione che inevitabilmente amplificano e amplificheranno le disuguaglianze e la conflittualità sociale.
L’ideologia di Donald Trump si configura insomma come un mix pragmatico e spavaldo di nazionalismo, sovranismo (sovereigntism), populismo autoritario ed (etno) conservatorismo tradizionalista – quando non reazionario – che mina fortemente la tenuta politica e sociale dell’attuale democrazia americana. Comprendere e approfondire questa ideologia è importante per analizzare e capire meglio le dinamiche politiche contemporanee che, volenti o nolenti, coinvolgono tutti e le sfide che esse pongono non solo negli Stati Uniti, ma anche a livello globale.
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[Nota bibliografica aggiornata il 6-1-2026, il 2-2-2026, il 6-8-2026, il 16-8-2026]
