(effe) – David Hume, filosofo scozzese del XVIII secolo, è considerato uno dei più influenti pensatori dell’Illuminismo e uno dei padri dell’empirismo moderno. Tra i suoi molteplici contributi alla filosofia, si distingue quella che possiamo chiamare, senza forzature, la sua “antropologia naturalistica”, un approccio che cerca di comprendere la natura umana attraverso l’osservazione empirica e l’analisi delle capacità cognitive, passioni, credenze e comportamenti umani. Hume non intende costruire un sistema speculativo di filosofia astratta; al contrario, egli si propone di fondare lo studio della natura umana su basi scientifiche, rifiutando i dogmi religiosi e metafisici che avevano dominato il pensiero occidentale fino a quel momento.
Il cuore dell’antropologia naturalistica di Hume si trova nella sua opera principale, il “Trattato sulla natura umana”, dove dichiara il suo intento di costruire una “scienza dell’uomo”. Già il titolo completo originale dell’opera è più che indicativo (1739–1740): A Treatise of Human Nature: Being an Attempt to Introduce the Experimental Method of Reasoning into Moral Subjects. Per Hume, ogni forma di conoscenza – dalle scienze naturali alla morale, dalla politica all’estetica – dipende dalla comprensione della mente umana. Pertanto, è necessario studiare sistematicamente come gli esseri umani percepiscono, pensano, agiscono e provano emozioni, passioni. Questo studio deve essere condotto attraverso un metodo empirico, simile a quello adottato dalle scienze naturali, basandosi sull’osservazione diretta e sull’esperienza.
La critica alla ragione e il primato delle passioni
Uno degli aspetti fondamentali dell’antropologia di Hume è la sua critica alla ragione come guida principale delle azioni umane. Contrariamente alla tradizione razionalista (che spesso maschera presupposti teologici non espressi), egli sostiene che la ragione è subordinata alle passioni. Secondo Hume, “la ragione è, e deve essere, schiava delle passioni”: “Reason is, and ought only to be the slave of the passions, and can never pretend to any other office than to serve and obey them” scrive nel Trattato (T 2.3.3.4), consapevole che “this opinion may appear somewhat extraordinary” ai lettori della sua epoca. Questo significa che la ragione non può da sola motivare l’azione; essa si limita a calcolare i mezzi per raggiungere fini che sono determinati dalle passioni, ossia dai desideri e dalle emozioni. Tale visione rappresenta una rottura radicale con il pensiero cartesiano e con l’idea che l’essere umano sia essenzialmente un animale razionale (sebbene a rigore anche il pensiero cartesiano è in realtà su questo punto più sfumato e complesso).
Le passioni, nella prospettiva humeana, non sono viste come elementi irrazionali o distruttivi, ma come componenti fondamentali della natura umana. Esse sono ciò che muove l’individuo, ciò che lo spinge a interagire con il mondo e con gli altri. Le emozioni giocano un ruolo centrale nella formazione delle credenze, delle scelte morali e delle relazioni sociali, contribuendo così a definire l’identità e il comportamento umano.
La conoscenza come abitudine
Insieme alla critica alla ragione, un altro punto importante dell’antropologia naturalistica di Hume è la sua teoria della conoscenza, approfondita nel Trattato e in An Enquiry concerning Human Understanding (1748). Hume rifiuta la concezione cartesiana delle idee innate e sostiene che tutte le nostre idee derivano dall’esperienza. Egli distingue tra “impressioni” e “idee”: le impressioni sono le percezioni vivide e immediate che derivano dai sensi, mentre le idee sono le copie meno vivide delle impressioni, che si formano attraverso il ricordo e l’immaginazione.
Tuttavia, Hume non si limita a descrivere l’origine delle idee; egli analizza anche come gli esseri umani giungono a credere in certi fenomeni, come la causalità, il sé e il mondo esterno. La sua analisi mostra che tali credenze non sono il risultato della ragione, ma derivano da abitudini mentali. Ad esempio, la nostra convinzione che un evento causi un altro è basata sull’abitudine di vedere due eventi accadere insieme ripetutamente nel tempo, non su una comprensione razionale del nesso causale. Questo porta Hume a una forma di scetticismo mitigato: sebbene non possiamo giustificare razionalmente molte delle nostre credenze fondamentali, esse sono tuttavia necessarie per vivere e agire nel mondo.
La morale come fenomeno naturale
Un’altra dimensione dell’antropologia naturalistica di Hume è la sua concezione della morale, discussa, oltre che nel Trattato, in An Enquiry Concerning the Principles of Morals (1751) e in A Dissertation on the Passions (1757). Per Hume, i giudizi morali non derivano dalla ragione, ma dalle emozioni e passioni. La morale è radicata nei sentimenti di approvazione e disapprovazione che proviamo nei confronti di certi comportamenti. Questi sentimenti sono comuni a tutti gli esseri umani e si sviluppano in risposta alle interazioni sociali. La simpatia, o empatia, gioca un ruolo centrale nella morale: essa ci permette di condividere le emozioni degli altri e di valutare le loro azioni dal punto di vista dell’utilità e del bene comune.
Hume respinge quindi l’idea di una morale fondata su principi assoluti o divini. Per lui, la moralità è un fenomeno naturale, che scaturisce dalle relazioni sociali e dall’interazione tra individui. Questo approccio naturalistico alla morale ha avuto un impatto duraturo sulla filosofia successiva, influenzando autori come Adam Smith e Charles Darwin.
La religione e il naturalismo scettico
L’antropologia naturalistica di Hume include anche una critica radicale alla religione. Nel suo saggio The Natural History of Religion (1757), nei suoi “Dialoghi sulla religione naturale” (ed. postuma 1779) e in altri scritti, Hume sostiene che le credenze religiose non sono il risultato della ragione, ma nascono dalla paura, dall’ignoranza e dal desiderio umano di spiegare l’inspiegabile. Egli analizza la religione come un fenomeno naturale, radicato nelle passioni e nell’immaginazione, piuttosto che come una rivelazione divina. Questa posizione scettica lo porta a rifiutare le pretese metafisiche della religione e a sottolineare l’importanza di una comprensione scientifica e naturalistica del mondo.
Nel suo complesso, l’antropologia naturalistica di David Hume – che emerge a volte più indirettamente anche in molti dei suoi saggi di argomenti vari – rappresenta un tentativo, nella sua epoca per molti aspetti rivoluzionario, di studiare la natura umana attraverso i metodi dell’osservazione empirica e dell’analisi critica. Riducendo la centralità della ragione e sottolineando il ruolo delle passioni, delle abitudini e dell’esperienza, Hume offre una visione disincantata ma profondamente umana degli esseri umani, passando l’apparente tautologia. Il suo approccio ha influenzato non solo la filosofia moderna, ma anche le scienze sociali, la psicologia e la teoria morale contemporanee. Lontano da dogmatismi e fedele a un cauto scetticismo metodologico (e non), Hume invita a comprendere e accettare la nostra natura come esseri finiti, guidati da emozioni e abitudini, ma capaci di costruire una conoscenza pratica e una convivenza morale basate sull’esperienza e sull’empatia.
Bibliografia e letture
Opere: in inglese l’edizione contemporanea di riferimento è The Clarendon Edition of the Works of David Hume, con pubblicazioni iniziate nel 1998; in traduzione italiana l’edizione più completa delle sole Opere filosofiche di David Hume è quella curata da Eugenio Lecaldano in 4 volumi (Laterza, Roma-Bari, 1982-1987 e successive ristampe). Letture: Flavio Baroncelli, Un inquietante filosofo perbene. Saggio su David Hume, La Nuova Italia, Firenze 1975; Eugenio Lecaldano, Hume e la nascita dell’etica contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1991; Chiara Giuntini, La chimica della mente. Associazione di idee e scienza della natura umana da Locke a Spencer, Firenze, Le Lettere, 1995; Alan Bailey e Dan O’Brien (a cura di), The Bloomsbury Companion to Hume, London-New York, Bloomsbury Academic, 2015 (I ed. 2012); Federico Laudisa, Naturalismo. Filosofia, scienza, mitologia, Roma-Bari, Laterza, 2014; David Landy, Hume’s science of human nature : scientific realism, reason, and substantial explanation, London – New York, Routledge, 2018; Amyas Merivale, Hume on Art, Emotion, and Superstition: A Critical Study of the Four Dissertations, London – New York, Routledge, 2019; Roberto Gilardi (a cura di), La riflessione sul sé nella filosofia del Novecento: variazioni humeane, Milano – Udine, Mimesis, 2023; William Edward and Charlotte R. Brown, “David Hume”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2023 Edition), Edward N. Zalta & Uri Nodelman (eds.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/win2023/entries/hume/>. Nel 1974 è stata fondata la “Hume Society”, nel cui sito è consultabile anche la rivista “Hume Studies” pubblicata dall’associazione a partire dall’aprile 1975 fino ad oggi: http://www.humesociety.org. Per alcune altre considerazioni, Fabrizio Pinna (2015), “David Hume, Amor proprio e dignità umana”: https://www.rivistascomposizioni.eu/david-hume-amor-proprio-e-dignita-umana/.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
