Idee e letture. Il nazionalismo economico e il suo dilemma

Il nazionalismo economico, tra isolamento e espansione, segna la storia globale da 250 anni, secondo Marvin Suesse.

effe — Il nazionalismo presenta vari aspetti non sempre facilmente riconducibili l’uno all’altro; la daziomania di Trump, per limitarsi a uno degli esempi più eclatanti dei giorni nostri e se mai ce ne fosse bisogno, evidenzia per esempio la sua dimensione anche economica. Il volume di Marvin Suesse, The Nationalist Dilemma: A Global History of Economic Nationalism, 1776–Present (Cambridge University Press, 2023), offre un’analisi interpretativa approfondita e globale del nazionalismo economico ripercorrendo da vicino le sue vicissitudini negli ultimi duecentocinquanta anni. L’autore sostiene che il nazionalismo economico non è una dottrina economica univoca, ma un insieme di idee e pratiche che riflettono una tensione intrinseca tra due obiettivi fondamentali: l’isolamento economico dalla sfera globale e l’espansione economica interna. Questa tensione, definita come il “dilemma nazionalista”, è al centro delle scelte politiche di movimenti e governi nazionalisti.

Suesse prende le mosse dall’osservazione che, nonostante la globalizzazione e l’ampia diffusione del libero scambio, i nazionalisti continuano a riflettere profondamente sull’economia e a orientare le politiche pubbliche secondo una logica di protezione e valorizzazione del “nazionale”. Contrariamente a opinioni diffuse che liquidano il nazionalismo economico come un concetto vago o privo di fondamento teorico, l’autore mostra come esso si sia sviluppato attraverso un percorso storico caratterizzato da una rete globale di intellettuali e movimenti politici che hanno adattato idee analoghe a contesti diversi, in risposta a condizioni strutturali comuni quali le disuguaglianze economiche interne ed esterne, le crisi finanziarie, i conflitti etnici e l’imperialismo.

Il primo nucleo concettuale del libro riguarda la definizione del nazionalismo economico come la convinzione che economia e nazione debbano essere congruenti, estendendo così la classica definizione di nazionalismo politico di Ernest Gellner. Da ciò derivano due motori principali dell’azione nazionalista: il motivo isolazionista, volto a limitare gli scambi economici con l’estero per proteggere la coesione e l’identità nazionale, e il motivo espansionista, che mira allo sviluppo economico e alla modernizzazione per rafforzare la sovranità e la potenza nazionale. L’isolazionismo si manifesta attraverso barriere commerciali, controlli sui capitali e restrizioni migratorie, al fine di costruire un’economia “chiusa” internamente integrata ed esternamente protetta. Tuttavia, questo isolamento è più complesso in assenza di uno stato-nazione sovrano, dove il nazionalismo economico si esprime spesso tramite forme di attivismo popolare, boicottaggi o reti transnazionali di diaspora, come illustrato dagli esempi di Marcus Garvey o dei movimenti sionisti.

D’altra parte, il motivo espansionista nasce dalla percezione di un divario di sviluppo tra nazioni, spingendo i nazionalisti a promuovere politiche di catch-up economico che coinvolgono investimenti in industria, tecnologia e infrastrutture, spesso con l’intervento attivo dello stato, ma talvolta attraverso strategie liberali. Qui la modernizzazione non è solo un fine economico, ma anche una dimensione identitaria e politica, connessa alla capacità del paese di difendere la propria sovranità in un contesto di competizione internazionale. L’espansionismo nazionale non coincide con la logica liberale del benessere individuale, bensì privilegia la crescita e la potenza collettiva del corpo nazionale.

Il dilemma nasce dalla difficoltà di conciliare isolamento ed espansione: mentre il protezionismo riduce l’esposizione ai mercati esteri, esso può anche limitare l’accesso a capitali, tecnologie e mercati necessari per lo sviluppo. Esempi storici come la Cina di Mao, il Giappone Meiji o il nazionalismo boliviano dimostrano come questa tensione abbia influenzato le scelte politiche e le traiettorie di sviluppo. Per superare il dilemma, i nazionalisti hanno adottato strategie di compromesso, come il protezionismo selettivo o la costruzione di un’economia interna forte, e hanno talvolta privilegiato l’integrazione regionale o l’espansione imperialista per assicurarsi risorse e mercati.

Suesse evidenzia inoltre come le idee nazionaliste economiche si intreccino con interessi materiali e identità culturali, sottolineando che la distinzione tra idee e interessi è spesso artificiale. Le idee nazionaliste possono generare coalizioni e modificare la percezione degli interessi, come nel caso del “consumo patriottico” in Cina negli anni ’20, che ha trasformato le abitudini dei consumatori. L’autore adotta una metodologia ispirata a Max Weber (“I work with stylised typologies of economic nationalism, or ‘ideal types’ in Weber’s terminology”, p. 9), privilegiando l’analisi delle motivazioni espresse dagli attori nazionalisti stessi e utilizzando tipi ideali (isolazionismo vs espansionismo) per comprendere le dinamiche storiche, senza trascurare il contesto politico ed economico.

Attraverso un ampio spettro di casi di studio da tutto il mondo e lungo un arco temporale che va dalla Rivoluzione Americana ai decenni recenti, Suesse mostra come il nazionalismo economico sia stato una risposta ricorrente alle disuguaglianze economiche e politiche, sia interne sia internazionali. L’aumento delle disuguaglianze domestiche favorisce le correnti isolazioniste, spesso legate a movimenti populisti e anti-elitari, mentre il divario tra nazioni alimenta le spinte espansioniste di sviluppo e catch-up. La presenza di conflitti etnici, guerre, crisi economiche e la percezione di subordinazione politica accentuano ulteriormente queste dinamiche.

Suesse nella scansione dei capitoli del suo libro suddivide la storia del nazionalismo economico in sette periodi chiave, ciascuno caratterizzato da specifiche dinamiche e sfide. 1776–1860: La comunità americana dell’uomo comune – Nasce il nazionalismo economico con l’indipendenza americana, focalizzato sull’integrazione interna e la protezione delle industrie nascenti. 1789–1860: La nascita dell’economia nazionale in Europa – In Europa si sviluppano idee nazionali legate all’uguaglianza economica e all’identità culturale, con una reazione romantica e teorie di crescita unificata. 1861–1913: La globalizzazione della nazione – Espansione delle idee nazionaliste in un contesto di imperi e conflitti etnici; si sviluppano tensioni tra cooperazione e conflitto economico. 1914–1945: Il nazionalista come salvatore – Periodo di crisi globale, guerre e regimi totalitari; il nazionalismo economico diventa strumento di statalismo, autarchia e costruzione nazionale. 1946–1978: Politiche nel mondo degli stati-nazione – Dopo la guerra, emergono modelli diversi tra populismo, socialismo nazionalista e strategie di esportazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. 1979–2001: La costruzione incompleta dell’economia globale – Dissoluzione di imperi, transizioni politiche ed economiche, con l’ascesa della Cina e l’integrazione regionale che ridefiniscono il nazionalismo economico. 2002–2021: I malcontenti populisti – Reazioni contro la globalizzazione, con movimenti nazionalisti che enfatizzano risorse nazionali, frammentazione politica e tecnonazionalismo digitale. Questo capitolo (l’ottavo) in fondo chiude idealmente in cerchio la periodizzazione iniziata con il caso americano, perché nella sua ultima sezione analizza la nuova realtà trumpiana che ha trovato terreno fertile sia nel lungo “declino dell’occupazione manifatturiera negli Stati Uniti, iniziato negli anni ’80”, sia nel già esistente nazionalismo etno-culturale americano: “Trump superimposed his protectionist discourse on salient cultural and racial divides within American society” (p. 308).

Nella conclusione del suo studio Suesse riflette sulle prospettive future, sottolineando che le tensioni alla base del nazionalismo economico permangono. L’incremento delle disuguaglianze interne in molte economie avanzate alimenta il nazionalismo isolazionista, mentre la riduzione delle disuguaglianze tra paesi, grazie alla crescita di paesi emergenti come Cina e India, potrebbe attenuare le spinte espansioniste, anche se queste ultime potrebbero persistere a causa di fattori politici e di sovranità. Il ruolo delle risorse naturali e delle multinazionali rimane centrale nel generare sentimenti nazionalisti, così come l’innovazione tecnologica, che non elimina ma spesso incentiva il nazionalismo tecnologico e industriale, come mostrato dall’esempio della Cina contemporanea.

In definitiva, il lavoro di Suesse dimostra che il nazionalismo economico è una componente strutturale e duratura delle relazioni internazionali e delle politiche economiche nazionali, che riflette le tensioni profonde tra identità nazionale, sviluppo economico e integrazione globale. Le strategie adottate dai nazionalisti per navigare il dilemma tra isolamento ed espansione continueranno dunque a lungo ad influenzare il corso della storia economica mondiale.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

IL LIBRO. Suesse, Marvin. The nationalist dilemma : a global history of economic nationalism, 1776-present. Cambridge : Cambridge University Press, 2023.

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