effe — La Liguria è un mosaico di pietre scavate dal vento, ogni lastra un segreto sospeso tra mare e monte, dove l’incertezza si annida come il basilico tra le crepe di un muro antico: non si può sapere se domani il mare inghiottirà la scogliera o il sole svelerà un nuovo sentiero tra gli ulivi. Come le onde che non si ripetono mai uguali sulle spiagge di Varigotti, così l’esistenza si dissolve e ricompone, un gioco di riflessi incerti che sfuggono alla presa del tempo.
Nelle creuze strette di Genova, dove l’ombra gioca a nascondino con la luce, si cela la quieta vertigine dell’attesa, quel luogo sospeso dove il cammino sembra piegarsi su se stesso, eppure sussurra sempre un invito a procedere. È l’eco di una terra che conosce la fragilità del confine tra il sicuro e l’incerto, tra la terra ferma e l’abisso del mare, un eterno gioco di equilibrio che parla di ogni cuore umano che si avventura nell’ignoto.
Nel respiro del vento che scuote i pini di Portofino, si riflette l’anima di chi sa che ogni decisione è un passo sul filo sottile del possibile, dove la forza sta nell’abbracciare il mutamento senza timore di perderne il senso. La Liguria, così, diventa metafora vivente dell’incertezza: un intreccio di radici e onde, di pietre e interminati spazi, dove il futuro si disegna come una mappa invisibile, tratteggiata dal coraggio di chi sa camminare senza sapere dove o come andrà a finire.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
