Trump, Milei e Meloni: più visibili non vuol dire più credibili. Una ricerca su 343 mila articoli

Forza, rottura, moderazione: la tesi discussa alla Sapienza da Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte misura la presenza dei tre leader nell’informazione dei rispettivi Paesi fra gennaio e giugno. Sulla Meloni 25.817 articoli da 78 testate, metà dei quali prodotti da dieci sole fonti

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di Fabrizio Pinna. Più un leader occupa lo spazio dell’informazione, più diventa riconoscibile: fin qui nessuna sorpresa. Ma diventa anche più credibile? Una ricerca che ha passato al setaccio oltre trecentomila articoli su Donald Trump, Javier Milei e Giorgia Meloni risponde di no, e spiega perché: ogni dichiarazione, promessa e decisione lascia una traccia, e più la presenza pubblica cresce, più aumenta il materiale con cui confrontare quel che è stato promesso con quel che è stato fatto. La visibilità rafforza una leadership e insieme ne aumenta l’esposizione alla verifica. È il tema dell’incontro che si tiene oggi al Circolo della Pipa, a Roma, dal titolo «Il potere della visibilità — Trump, Milei e Meloni: leadership, informazione e credibilità politica».

La base di partenza sono 343.216 articoli raccolti con Media Cloud fra il 1° gennaio e il 30 giugno di quest’anno – centottantuno giorni – interrogando le raccolte nazionali statunitense, argentina e italiana con i nomi esatti dei tre leader.

LeaderArticoliFontiQuota sulla produzione della raccolta nazionale
Donald Trump181.7661899,04%
Javier Milei135.6336356,07%
Giorgia Meloni25.817782,62%
Periodo 1° gennaio-30 giugno 2026. Le quote sono calcolate sulla produzione complessiva di ciascuna raccolta nazionale: 2.010.086 articoli per gli Stati Uniti, 2.235.604 per l’Argentina, 984.959 per l’Italia.

Le percentuali vanno lette per quello che sono: dicono quanto ciascun leader pesa dentro il proprio spazio informativo, non quanto pesi rispetto agli altri due. Poco più di nove contenuti ogni cento indicizzati nella raccolta statunitense rispondono alla query su Trump, poco più di sei ogni cento in quella argentina su Milei, circa 2,6 in quella italiana su Meloni.

Più del quanto conta però il come. Trump ha una presenza elevata e piuttosto costante: in media 1.004 articoli al giorno, con la variabilità relativa più bassa dei tre e un picco massimo pari a 1,6 volte la media. Milei ha una copertura sostenuta – 749 articoli al giorno – ma segnata da impennate episodiche, fino a 3 volte la media. Meloni, con 143 articoli quotidiani, mostra le oscillazioni proporzionalmente più marcate, con punte di 3,2 volte la media: la sua visibilità dipende più delle altre dalle congiunture. Essere molto presenti ed esserlo con continuità, osserva la ricerca, non sono la stessa cosa.

C’è poi un dato che riguarda da vicino chi legge i giornali in Italia: la concentrazione delle fonti. Gli articoli su Meloni arrivano da 78 testate, ma il 50,69 per cento è prodotto dalle prime dieci e il 75 per cento dalle prime venti. Nel corpus argentino, con 635 fonti, le prime dieci coprono il 25,20 per cento; in quello statunitense, con 189 fonti, il 33,38. In testa alla classifica italiana ci sono l’Ansa con 2.290 articoli, Il Tempo con 1.761, Il Giornale con 1.607, Il Messaggero con 1.370 e Libero con 1.368; seguono Adnkronos, Il Fatto Quotidiano, Askanews, la Repubblica e La Verità.

Forza, rottura, moderazione

Sulla parte qualitativa – trentasei articoli, dodici per leader, due per ciascun mese – la ricerca costruisce tre configurazioni della leadership. Per Trump è la forza: la figura presidenziale tiene insieme ambiti diversi dell’agenda, l’accento cade sulle decisioni e sul recupero del controllo condensato nel Make America Great Again, e la credibilità si gioca sul confronto fra la forza dichiarata e la capacità effettiva di azione. Per Milei è la rottura: l’antagonismo distingue il progetto di governo dall’ordine da superare, ma governare significa tradurre la rottura in norme, maggioranze e risultati. Per Meloni è la moderazione, intesa come posizionamento e mediazione: la leadership emerge nelle relazioni con alleati, opposizioni e istituzioni, e la verifica sta nel ridefinire la propria posizione quando cambiano eventi e interlocutori senza perdere coerenza e riconoscibilità.

Tre promesse diverse, dunque, e tre banchi di prova diversi: restaurare, per Trump; trasformare, per Milei; mediare, per Meloni. L’autore avverte che si tratta di configurazioni prevalenti nei materiali osservati, circoscritte ai tre casi e al periodo considerato. Resta il meccanismo di fondo, che vale per tutti e tre: più visibilità significa più tracce, più memoria disponibile, più occasioni di mettere a confronto promesse, azioni e risultati.

La ricerca, intitolata «Dall’eccesso alla credibilità: Trump, Milei e Meloni. Analisi della leadership populista nell’era delle piattaforme», è la tesi magistrale di Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, giornalista professionista e sociologo, discussa il 16 ottobre alla Sapienza – dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale, relatore Christian Ruggiero, correlatore Michele Sorice – e pubblicata il 23 ottobre, in 176 pagine, sulla rivista «L’Idealista». La rivista è edita dall’International Center for Social Research, istituto di ricerca con sede a Roma di cui l’autore è presidente e che promuove l’incontro di oggi; Jantus Lordi de Sobremonte è anche direttore responsabile dell’agenzia di stampa Sharing Media. A discutere con lui, nella capitale, l’analista e divulgatore scientifico Giorgio Mottironi, l’imprenditore Enrico Scozzari e il presidente dell’Associazione nazionale sociologi Pietro Zocconali.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

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