
di Fabrizio Pinna. Proviamo a uscire dalle polemiche contingenti e vediamo se possono offrire qualche elemento interessante di riflessione in un contesto meno effimero. Un’Appendice a questo saggio si può leggere qui: L’ideologia di Futuro Nazionale di Vannacci. Un’analisi testuale del Bip, “Base Ideologica e Programmatica” del partito
Sommario
Avvertenza terminologica e metodologica
Il titolo di questo saggio contiene una parola ingiuriosa (tra le molte equivalenti, in tutto o in parte, che ugualmente circolano). La scelta non è né un vezzo provocatorio né un richiamo alla locuzione “utile idiota” che nell’uso ha ormai consolidato da decenni un suo significato politico particolare che qui interessa marginalmente. Nel linguaggio quotidiano «idiota» è uno dei termini ingiuriosi con cui il discorso pubblico italiano designa di frequente, in modo brutale e reciproco, l’avversario che non capisce: lo usano i critici di Roberto Vannacci per descrivere lui e i suoi elettori e lo usano i sostenitori di Vannacci per descrivere chi legge i quotidiani, i detrattori dell’ex militare, e così via. È una parola-specchio, e proprio per questo è un buon punto di partenza: costringe chi la pronuncia a chiarire se stia formulando un insulto o una diagnosi.
Questo saggio, chiaramente, prova a trasformarla in una diagnosi, e nel farlo in un certo modo la rovescia. La tesi che segue non è che gli italiani, o gli elettori di Vannacci, siano stupidi. Una tesi del genere sarebbe empiricamente indifendibile, politicamente sterile e moralmente sgradevole; è inoltre il modo più efficace per rendersi funzionali al fenomeno che si intende criticare. La tesi è invece che si sia costituito negli ultimi decenni un assetto istituzionale-mediatico — che ora si sta ulteriormente rafforzando con la combinazione fra intelligenza artificiale generativa a costo marginale nullo, distribuzione algoritmica dei contenuti e disintermediazione della rappresentanza — nel quale il costo cognitivo del giudizio politico è stato sistematicamente innalzato e il suo rendimento sistematicamente abbassato. L’idiotismo, in questa accezione, non è una proprietà dei cervelli ma una proprietà del canale: non descrive gli elettori, descrive la relazione di rappresentanza.
Sul piano metodologico, il saggio procede in cinque mosse. (1) Ricostruisce un caso empirico circoscritto e datato — la serie di video generati con l’IA pubblicati dal profilo «Robertus Vannaccius» tra il 10 e il 31 luglio 2026 e rilanciati dai canali ufficiali del leader di Futuro Nazionale. (2) Ne isola il meccanismo, servendosi della letteratura sulla slopaganda. (3) Colloca il meccanismo entro il quadro classico della teoria della sfera pubblica e degli studi sui media. (4) Ne verifica la portata contro dati empirici disponibili: sondaggi di intenzione di voto, analisi dei flussi elettorali, indagini sulle competenze alfabetiche degli adulti, ricerca sperimentale sugli effetti cognitivi degli assistenti generativi. (5) Sottopone la tesi a sei obiezioni serie, di cui almeno due sono a mio giudizio parzialmente vincenti, e la riformula di conseguenza.
Una precisazione ulteriore. Roberto Vannacci è una figura politica controversa, oggi europarlamentare e leader di un partito accreditato da diversi istituti sopra il 7%. Tutte le affermazioni fattuali che lo riguardano in questo saggio sono riportate come ricostruite da fonti giornalistiche e demoscopiche pubbliche, elencate in coda al testo; nessuna dichiarazione gli è attribuita se non nella forma in cui è stata pubblicamente riferita. Il caso è trattato qui non come oggetto di polemica, di critica o di analisi ideologica ma come caso emblematico: il primo esperimento italiano di propaganda generativa strutturata, e dunque un osservatorio interessante sul consolidarsi di un mutamento di regime della comunicazione politica che riguarda l’intero sistema, governo e opposizione compresi, ma che comunque ha avuto inizio, giova ripeterlo, decenni fa.
Delimitazione dell’oggetto. Da questa scelta discende un vincolo che va enunciato subito, perché la sua violazione è l’errore più probabile di un lavoro costruito su un caso singolo. Gli otto video di «Robertus Vannaccius» non sono – come è ovvio – la propaganda di Futuro Nazionale: ne sono un campione sui generis, circoscritto a tre settimane, dello strato più recente e più economico di un repertorio comunicativo ampio e per larga parte tradizionale — libri, televisione, interviste, comizi, assemblee, comitati territoriali, oltre a una presenza social che quei video non esauriscono nemmeno lontanamente (§6.1). Trattare la parte come il tutto produrrebbe una sineddoche argomentativa e, con essa, due errori simmetrici: sopravvalutare l’effetto dei contenuti generativi attribuendo loro risultati prodotti dall’intero apparato, oppure — l’errore speculare, non meno grave — dichiararli irrilevanti perché il consenso è spiegabile senza di essi. La domanda corretta, e l’unica che questo saggio si propone di trattare, non è «i video producono consenso?», ma: che cosa aggiunge lo strato generativo a un repertorio comunicativo che funzionava già senza di esso? Il §6 è dedicato per intero a stabilire questa proporzione prima di trarne conseguenze.
1. Il fatto
1.1. Cronologia essenziale
Il 3 febbraio 2026 Roberto Vannacci annuncia l’uscita dalla Lega, di cui era vicesegretario; il 6 febbraio nasce Futuro Nazionale, di cui assume la guida restando europarlamentare. Nei mesi successivi il nuovo soggetto cresce con una rapidità inconsueta per il sistema partitico italiano: a fine giugno Ipsos lo stima al 6%, sopra la Lega al 5,6%; il 9 luglio la Supermedia YouTrend/Agi lo colloca al 6,2% contro il 5,8% del Carroccio; all’inizio di agosto diverse rilevazioni lo attestano intorno al 7,1%, quinta forza nazionale a poche decine di centesimi da Forza Italia.
Il 10 luglio 2026 compaiono su Instagram e TikTok i profili «Robertus Vannaccius». In meno di due settimane vengono pubblicati otto video verticali generati con Grok, il sistema di IA di xAI: Vannacci vi appare come condottiero della Roma imperiale, in un’estetica da peplum hollywoodiano, con colonne sonore che citano Il Gladiatore. I contenuti recano la firma «VANESSAI»; il link in biografia rimanda al modulo di tesseramento di Futuro Nazionale.
Il video che innesca la polemica nazionale mostra il protagonista che, in un Colosseo gremito, abbassa il pollice ordinando l’esecuzione di quattro esponenti dell’opposizione legati nell’arena — Romano Prodi, Laura Boldrini, Elly Schlein, Giuseppe Conte — mentre siedono in silenzio al suo fianco la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente del Senato Ignazio La Russa. L’esecuzione è affidata a una figura riconoscibile come un militante del movimento. Il video viene rilanciato dal profilo ufficiale di Vannacci, che ha superato il milione di follower. Interpellato, il leader parla di «satira irreale e fatta dall’AI».
Il 20 luglio il caso è sui principali quotidiani. Giuseppe Conte chiede a Meloni di chiarire se intenda stringere accordi con Futuro Nazionale; la presidente del Consiglio prende le distanze dal contenuto. Il 23 luglio Il Fatto Quotidiano documenta la serie e Jacopo Di Miceli in Facta fa luce su Chi c’è dietro la slopaganda di Roberto Vannacci?; il 31 luglio Valigia Blu pubblica l’analisi divulgativa che – riprendendo Facta – amplia la questione sulla diffusione a destra dell’uso crescente di slopaganda (termine in circolazione anche in Italia dal 2025 e incluso quest’anno dalla Treccani fra i neologismi); il 1° agosto compaiono ulteriori letture strutturate del fenomeno. Il 2 agosto 2026 — due giorni dopo — entrano in applicazione gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, sui contenuti sintetici e i deepfake.
La coincidenza di date non è un dettaglio pittoresco. È un elemento della tesi.
1.2. Anatomia della serie: due registri e un terzo
I contenuti dei vari video si distribuiscono su due registri classici di ogni propaganda, e su un terzo che è quello analiticamente decisivo.
Il primo registro è la delegittimazione dell’avversario: il Colosseo con i leader dell’opposizione condannati, Matteo Salvini malmenato, Romano Prodi punito dalla Bocca della Verità, un calcio a Giuseppe Conte che ricostruisce una scena celebre di 300. Su suggerimento editoriale — stando alla ricostruzione di Facta — vengono inseriti anche Mario Draghi, Roberto Speranza e Beatrice Lorenzin, indicati come responsabili della «dittatura sanitaria»: un innesto che salda il nuovo immaginario alla precedente mobilitazione no-vax.
Il secondo registro è la costruzione dell’eroe: il generale che sfama gli affamati, dona giocattoli ai bambini, restaura statue, ottiene dal presidente della Repubblica la grazia per un gioielliere condannato per omicidio, riceve simboli di comando da una Meloni in vesti imperiali. È l’iconografia del capo carismatico nella sua versione più antica — il dux che nutre, protegge, perdona — resa con strumenti che nel 2026 costano il prezzo di un abbonamento mensile.
Il terzo registro compare in uno dei video che ha fatto molto meno scandalo e che è, per un’analisi politologica, è invece rilevante. La scena è una scuola dell’antica Roma: un maestro insegna agli allievi la parola oblivio, l’oblio. Il generale entra, raccoglie un crocifisso, pronuncia una sola parola, identitas. Un bambino cancella oblivio dalla tavoletta e vi scrive identitas.
Trenta secondi. Nessun avversario da irridere, nessuna esecuzione. Una scuola, una parola, una sostituzione. Il lessico latino della serie — identitas, patria, virtus, excellentia — funziona come un sistema di parole-bandiera che non argomenta: evoca. E il tema evocato è quello su cui si combatte la battaglia culturale vera: la trasmissione, la memoria, il controllo del canone, etc.. Il video del Colosseo è costruito per indignare gli avversari; il video della scuola è costruito per parlare ai propri. Il primo produce circolazione, il secondo produce identità. Sono le due funzioni di un unico dispositivo.
1.3. La questione dell’attribuzione, ovvero la negabilità come architettura
Sull’identità dell’autore circolano versioni divergenti. Futuro Nazionale parla di un iscritto del Friuli Venezia Giulia che avrebbe agito di propria iniziativa. La ricostruzione giornalistica indipendente di Facta indica invece un’iscritta al movimento residente a Londra, con esperienze pregresse nel cinema e nella produzione di contenuti generativi, entrata in contatto tramite TikTok con un consigliere comunale del partito a Trieste; il consigliere ha dichiarato di aver visionato i video in anteprima e di aver suggerito all’autrice alcuni spunti editoriali, pur sostenendo che si trattasse di «un’azione spontanea».
Questa ambiguità non è un incidente di percorso: è un elemento funzionale dell’architettura. Nel primo scenario si tratta di militanza spontanea, e il partito non ne risponde. Nel secondo di professionalità messa al servizio del partito, e il partito ne risponde. Poiché entrambe le versioni restano disponibili, il partito occupa simultaneamente due posizioni: beneficia dell’amplificazione (i video sono rilanciati dai canali ufficiali) e ne declina la responsabilità (i video non sono dei canali ufficiali). Il collegamento in biografia al modulo di tesseramento rende però la questione, sul piano funzionale, già decisa: qualunque sia la mano che ha premuto il tasto, la pagina è uno strumento di reclutamento.
È utile nominare con precisione questo dispositivo, perché ricorrerà: chiamiamolo negabilità strutturata. Consiste nel produrre un enunciato politico attraverso una catena di attori sufficientemente lunga e sufficientemente informale perché nessun anello sia imputabile dell’intero, mentre il beneficio politico si concentra su un solo punto della catena. È l’equivalente comunicativo di una scatola societaria.
1.4. Il dato nuovo: il costo
Uno schema propagandistico vecchio di due millenni; un’estetica derivata dal cinema di consumo; una retorica esplicitamente arcaica. In buona sostanza, una micro-variante aggiornata degli antiquati film di propaganda, se guardiamo alla forma, e nulla, nel contenuto, è nuovo.
La novità riguarda un solo termine, e sta nel denominatore: il costo di produzione è azzerato. Nessuna troupe, nessuna agenzia, nessun investimento pubblicitario, nessuna competenza tecnica specialistica di rilievo, nessun tempo di lavorazione. Una singola persona con un abbonamento a un generatore di video ha prodotto contenuti politici tra i più discussi dell’estate italiana. Chi legge questo fatto come una curiosità tecnologica non ne coglie la portata: quando il costo marginale di un bene tende a zero, non cambia il bene — cambia il mercato. E il mercato, qui, è la sfera pubblica.
Va però fissata subito la proporzione, per non ricavarne più di quanto contenga. Un contenuto molto discusso non è un contenuto molto efficace, e otto video non sono l’apparato comunicativo di un partito. Ciò che questo caso dimostra è una proposizione sul costo; le proposizioni sull’effetto richiedono un altro tipo di prova, ed è il compito del §6.
2. Il concetto: che cosa è la slopaganda e perché non è disinformazione
2.1. La definizione
Il termine slopaganda — crasi di AI slop, «sbobba» dell’intelligenza artificiale, e propaganda — è stato introdotto in letteratura da Michał Klincewicz, Mark Alfano e Amir Ebrahimi Fard in un lavoro del 2025, e definisce la produzione di «una massa di contenuti indesiderati realizzati con l’intelligenza artificiale e diffusi per manipolare l’opinione pubblica a fini politici». “Parola dell’anno 2025 per «The Economist»”, come rileva il Vocabolario dell’Istituto Treccani che lo ha accolto tra i neologismi, l’uso del termine slopaganda si sta diffondendo anche in Italia.
Per definirla concettualmente gli autori individuano tre discontinuità rispetto alla propaganda tradizionale.
La prima è la scala: la slopaganda «viene generata più rapidamente di quanto potrebbe fare qualsiasi content farm esistente o realisticamente immaginabile». Le fabbriche di troll più celebri della scorsa decade — l’Internet Research Agency, l’operazione Cambridge Analytica — richiedevano capitale, personale, coordinamento e quindi lasciavano tracce contabili e organizzative. La produzione generativa non ne richiede.
La seconda è la personalizzazione: la possibilità di raggiungere segmenti sempre più specifici di pubblico modulando il messaggio, sfruttando la raccomandazione algoritmica come vettore di distribuzione gratuito.
La terza è la velocità di propagazione, che rafforza l’illusory truth effect, la tendenza documentata a giudicare più credibile un’informazione ripetuta, indipendentemente dal suo contenuto.
Sul piano psicologico, gli autori indicano due leve principali: il bias di negatività — i contenuti a carica emotiva negativa risultano più memorabili e inducono a respingere le informazioni incoerenti con le convinzioni pregresse — e il bias di conferma, per cui contenuti che confermano credenze preesistenti vengono accettati senza controllo, evitando l’esposizione a punti di vista alternativi.
2.2. La distinzione decisiva: a-informazione, non disinformazione
Qui occorre una precisazione concettuale che gran parte dei commenti italiani hanno mancato, con conseguenze pratiche rilevanti.
La disinformazione è un’operazione veritativa: produce enunciati falsi presentandoli come veri, e mira a far credere qualcosa di falso. È combattibile, almeno in linea di principio, con gli strumenti della verifica: si stabilisce che l’enunciato è falso e lo si rettifica.
I video di «Robertus Vannaccius» non sono disinformazione. Nessuno crede che Roberto Vannacci sia un imperatore romano o altre simili amenità. L’assurdità del contenuto è dichiarata, ostentata, costitutiva. Non c’è nulla da smentire, e infatti il fact-checking non ha alcuna presa: non esiste una versione «corretta» del video del Colosseo.
Ciò che questi contenuti producono non è una credenza falsa ma uno stato affettivo con un indirizzo politico. Non dicono «Vannacci è un imperatore»; dicono «l’ordine giusto è quello in cui un capo decide, i traditori sono puniti e la scuola insegna l’identità». È una proposizione normativa, veicolata per via iconica, che non passa attraverso il canale in cui la verifica è possibile.
Chiamerò questo regime a-informazione: non la sostituzione del vero col falso, ma la sospensione della rilevanza stessa della distinzione. È un regime più difficile da contrastare della disinformazione, perché disattiva preventivamente lo strumento con cui si contrasta la disinformazione.
2.3. Lo scudo dell’ironia
La cornice ironica svolge in questo dispositivo una funzione precisa e ben identificabile: consente di veicolare messaggi che in forma seria sarebbero indifendibili, e di squalificare la critica come incapacità di stare allo scherzo.
Il meccanismo ha una struttura a due tempi. Primo tempo: il contenuto è emesso e circola, producendo il suo effetto affettivo e identitario. Secondo tempo: se il contenuto viene contestato, si invoca la cornice — «è satira», «è fatta dall’IA», «non è mia» — e il contestatore risulta ridicolo, perché ha preso sul serio ciò che era dichiarato non serio. Il messaggio ha però già agito. È la struttura che la letteratura sull’estrema destra digitale ha descritto come irony poisoning o ironic deniability: l’ironia non annulla il contenuto, ne annulla l’imputabilità.
Si noti la simmetria con la negabilità strutturata dell’autorialità (§1.3). Il dispositivo è ridondante: se cade la negabilità sull’autore, resta quella sull’intenzione; se cade quella sull’intenzione, resta quella sul mezzo. Tre livelli di scudo per un unico messaggio.
2.4. Il circuito dell’indignazione
Il tratto più controintuitivo della slopaganda è che si nutre della propria critica.
Il meccanismo ha una doppia resa. Presso il pubblico ostile produce indignazione: e l’indignazione, sulle piattaforme contemporanee, è la valuta con cui si compra distribuzione. Ogni condivisione indignata, ogni articolo di denuncia, ogni interrogazione parlamentare aumenta il volume di circolazione senza costo per l’emittente. Presso il pubblico favorevole, la stessa indignazione funziona da conferma: gli avversari che gridano allo scandalo diventano la prova vivente della loro estraneità, del loro moralismo, della loro incapacità di ironia.
Ne segue una conseguenza sgradevole per chi scrive e per chi legge un saggio come questo: la critica dell’operazione è parte dell’operazione. Non esiste una posizione esterna innocente. Si può solo scegliere consapevolmente il punto in cui intervenire, e un possibile punto giusto, come argomenterò più avanti, non è il video del Colosseo ma quello della scuola.
2.5. Un fenomeno internazionale, non un’anomalia italiana
Il caso italiano non è isolato né originale. Il modello è quello sperimentato dalla destra statunitense, dove i contenuti generativi surreali — il presidente rappresentato come Superman, come papa, come cavaliere Jedi — sono strumento ordinario di comunicazione istituzionale. In Germania, Alternative für Deutschland impiega l’IA per costruire l’immagine di una nazione idealizzata e per la «mostrificazione» degli avversari, in particolare migranti e musulmani. La sociologa Alice Marwick ha proposto una lettura bipartita: una ragione estetica — la sbobba artificiale visualizza «una lotta manichea fra bene e male, dando forma visiva ai punti chiave della propaganda politica» — e una ragione politico-economica, che lega l’adozione della slopaganda al sostegno reciproco fra destra radicale e industria tecnologica.
Il caso italiano ha però una peculiarità: qui la slopaganda non è arrivata attraverso un partito di governo consolidato e dotato di apparato, ma attraverso una formazione nata sei mesi prima, priva di quotidiani, di reti televisive e di finanziamento pubblico consolidato, e già in grado, con quei soli mezzi, di dettare l’agenda nazionale per settimane. Non si tratta ovviamente, come si dirà più avanti, di tecnologia che sostituisce l’organizzazione territoriale (secondo una tesi semplicistica e inconsistente molto di moda anni fa agli albori dell’espansione digitale, IT e ICT): quel movimento l’organizzazione la sta costruendo (§6.1). Si tratta di tecnologia che consente di occupare lo spazio pubblico prima e indipendentemente da essa, invertendo la sequenza che per oltre un secolo ha legato la costruzione di un partito alla sua visibilità. Questo è il punto in cui il fenomeno cessa di essere una questione di comunicazione e diventa una questione di scienza e teoria politica.
3. Il quadro teorico: dalla sfera pubblica alla sfera dell’attenzione
3.1. Habermas e la rifeudalizzazione
Nella ricostruzione di Jürgen Habermas, la sfera pubblica borghese moderna nasce come spazio in cui privati riuniti in pubblico sottopongono a discussione critica l’esercizio del potere. Il suo principio normativo è l’argomentazione: la forza non coattiva dell’argomento migliore. Già in Storia e critica dell’opinione pubblica (1962) Habermas descriveva però un movimento di rifeudalizzazione: la sfera pubblica cessa di essere spazio di discussione e torna a essere spazio di rappresentazione, in cui il potere non si giustifica ma si mostra. Il pubblico non giudica: assiste.
Nel suo intervento del 2022 sulla nuova trasformazione strutturale, Habermas ha esteso la diagnosi all’ambiente digitale, individuando il problema non nella pluralizzazione delle voci ma nella scomparsa della funzione di filtro: le piattaforme hanno abolito la distinzione fra autore e pubblico senza sostituire i criteri professionali di selezione con criteri equivalenti, sicché manca l’operazione che trasformava le opinioni private in opinione pubblica.
I video di «Vannaccius» sono un caso da manuale di rifeudalizzazione: il potere vi si presenta letteralmente in veste imperiale, circondato da folla acclamante, e la sua legittimazione non passa per alcun argomento ma per la sola ostensione. Il pubblico è convocato nella posizione degli spettatori del Colosseo — che, si noti, nel video sono raffigurati.
3.2. Mair: il vuoto della rappresentanza
Se la questione è la relazione di rappresentanza, e non lo stile di leadership, il riferimento più pertinente è l’analisi di Peter Mair sulla fine della democrazia dei partiti. In Ruling the Void (2013; ed. it. Governare il vuoto, Rubbettino 2016) Mair descrive un doppio ritiro simultaneo. Da un lato quello dei cittadini, che abbandonano progressivamente l’iscrizione, la militanza, l’identificazione stabile e in misura crescente il voto stesso. Dall’altro quello delle élite politiche, che si spostano dalla società verso lo Stato e le sedi sovranazionali, trasformando i partiti — è la tesi elaborata con Richard Katz sul «partito cartello» (1995) — da organizzazioni radicate in agenzie semi-pubbliche, professionalizzate e finanziate dall’istituzione anziché dagli iscritti. Fra i due poli che si allontanano resta un vuoto: uno spazio di rappresentanza formalmente disponibile e sostanzialmente disabitato.
A questa diagnosi Mair aggiunge una distinzione che qui risulta decisiva: i partiti di governo non riescono più a essere insieme responsive, cioè reattivi alle domande del proprio elettorato, e responsible, cioè affidabili rispetto ai vincoli esterni — europei, finanziari, di bilancio. Chi governa tende, dovendo scegliere, a privilegiare la seconda qualità; chi non governa può offrire la prima senza doverne rispondere. È una divaricazione strutturale, non un difetto di volontà o di onestà dei singoli, e produce una domanda di rappresentanza cronicamente inevasa.
È la cornice entro cui vanno letti i dati del §6. Un elettorato che per oltre un terzo proviene dall’astensione, con massima penetrazione fra disoccupati e operai e con movente prevalente nella protezione sociale mancata, non descrive un pubblico conquistato da un’immagine: descrive l’occupazione di un vuoto preesistente, che nessuna quantità di contenuti — generativi o no — avrebbe potuto creare e che nessuna quantità di contenuti può colmare.
Vale la pena notare, per inciso, che il ritiro dei cittadini nella sfera privata di cui parla Mair coincide alla lettera con ciò che designava la parola greca da cui deriva il termine del titolo: idiótēs è chi si occupa dei propri affari e non della polis. Non è un’ingiuria: è la descrizione di una condizione, e in questo caso di una condizione prodotta.
3.3. Postman: l’epistemologia del medium
Amusing Ourselves to Death (1985) resta un testo utile per questo caso, e per una ragione precisa: Neil Postman non sostiene che la televisione trasmetta contenuti stupidi, ma che ogni medium porta con sé una definizione implicita di che cosa conti come conoscenza. La stampa privilegia l’esposizione lineare, la sequenza, la contraddizione rilevabile; l’immagine privilegia la simultaneità, l’impatto, l’associazione. Non si tratta di qualità dei contenuti ma di forma delle epistemologie.
Postman contrapponeva Orwell e Huxley: il primo temeva chi ci avrebbe proibito i libri, il secondo temeva che non ci fosse più nessuno che volesse leggerne. La slopaganda è huxleyana in modo quasi caricaturale: non censura nulla, non vieta nulla, non nasconde nulla. Aggiunge. Aggiunge fino a rendere l’attenzione la risorsa scarsa e dunque la vera moneta del potere.
Il video verticale di trenta secondi non è un contenuto televisivo accelerato: è un medium con una propria epistemologia, in cui la nozione di «prova» non esiste, la nozione di «fonte» è irrilevante e la nozione di «conseguenza» — ciò che accade dopo il taglio — è strutturalmente assente. Un’epistemologia senza tempo, senza inferenza e senza contraddittorio è precisamente ciò che la deliberazione democratica non può usare.
3.4. Sartori, Debord, Arendt
Giovanni Sartori, in Homo videns (1997), formulò la tesi che la centralità dell’immagine atrofizza la capacità di astrazione, e con essa la capacità di trattare gli oggetti politici, che sono per definizione astratti: «stato», «rappresentanza», «bilancio», «diritto». La tesi è stata giustamente criticata per il suo determinismo tecnologico e per il suo tono apocalittico; ne resta però un nucleo difendibile e verificabile, che riformulerei così: l’immagine non elimina la capacità di astrazione, ne aumenta il costo relativo. Chi ha altre risorse — istruzione, tempo, capitale culturale — continua a pagarlo. Chi non le ha, no. La conseguenza non è una società uniformemente “idiota”, ma una società cognitivamente stratificata, in cui la stratificazione segue le linee della disuguaglianza sociale. Torneremo su questo punto con i dati.
Guy Debord aveva formulato prima di tutti la struttura generale: nella società dello spettacolo il rapporto sociale fra persone è mediato da immagini, e lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale. Il video del Colosseo non rappresenta una relazione politica: è una relazione politica.
Hannah Arendt, infine, offre lo strumento più tagliente per interpretare il ruolo dell’ironia. Nell’analisi della propaganda totalitaria contenuta in Le origini del totalitarismo, Arendt osserva che il suo risultato non è indurre a credere il falso, ma produrre una popolazione per cui «tutto è possibile e nulla è vero»: un pubblico che non crede a nulla e insieme è disposto a credere a tutto, perché ha perso il criterio. La cornice ironica della slopaganda produce esattamente questa condizione, per via allegra anziché per via terroristica. Non si chiede al pubblico di credere; si chiede al pubblico di godere. La credenza è un residuo facoltativo.
3.5. L’economia dell’attenzione
Herbert Simon formulò nel 1971 la proposizione fondativa: «una ricchezza di informazione produce una povertà di attenzione». È un’affermazione economica, non moralistica, e ha una conseguenza diretta che vale la pena esplicitare.
Se l’attenzione è la risorsa scarsa, allora ogni sistema che alloca attenzione è un sistema di allocazione del potere. Le piattaforme non sono infrastrutture neutre su cui la politica accade: sono istituzioni che determinano la distribuzione della risorsa politica primaria, secondo criteri privati, non sindacabili e ottimizzati per un obiettivo — il tempo di permanenza — che non ha alcuna relazione con la qualità del giudizio pubblico.
La slopaganda è ciò che accade quando l’offerta di contenuti diventa infinita mentre la domanda di attenzione resta biologicamente fissa. In quel regime, l’unico criterio di selezione che scala è l’intensità affettiva. Non la verità (costosa da verificare), non la rilevanza (costosa da stabilire), non la coerenza (costosa da controllare): l’intensità, che è gratuita e immediata.
4. L’“idiotismo” come processo sociale: definizione operativa e indicatori
4.1. Definizione
Chiamo de-cognizione politica (traduco così, per poterla misurare, la parola del titolo) l’erosione progressiva di quattro capacità che costituiscono la competenza civica minima:
- discriminazione della fonte: saper distinguere chi parla, con quale interesse e con quale accountability;
- inferenza a più passaggi: saper tenere insieme una catena di due o tre implicazioni («se questa misura, allora questo costo, che ricade su questi soggetti»);
- tolleranza della complessità: saper sospendere il giudizio in assenza di elementi sufficienti;
- memoria del contesto: saper collegare un enunciato di oggi a uno di sei mesi fa dello stesso attore.
Sono quattro capacità costose. Ciascuna richiede tempo, e il tempo è precisamente ciò che l’ambiente informativo contemporaneo sottrae. La tesi non è che gli italiani abbiano perso queste capacità, ma che l’ambiente in cui le esercitano ne abbia moltiplicato il costo e azzerato il rendimento percepito.
4.2. Indicatore 1: le competenze alfabetiche degli adulti
Il secondo ciclo dell’indagine OCSE-PIAAC, pubblicato alla fine del 2024, colloca il 35% degli adulti italiani fra i 16 e i 65 anni al livello 1 o inferiore in competenza alfabetica, contro una media OCSE del 26%. Il livello 1 identifica chi è in grado di comprendere testi brevi e liste organizzate, individuando informazioni specifiche solo quando siano chiaramente segnalate. Il dato è peggiorato rispetto al ciclo precedente, passando dal 28% al 35%.
Il significato politico di questo numero va enunciato con precisione, perché è facile abusarne. Non dice che un terzo degli italiani sia incapace di intendere e volere. Dice che per un terzo della popolazione adulta il testo argomentativo — la forma in cui si esprimono più compiutamente le politiche pubbliche, le leggi, i bilanci, i programmi elettorali — non è un mezzo accessibile di formazione del giudizio. Non è una condanna morale: è la descrizione di un vincolo strutturale sul canale della deliberazione democratica. E un vincolo di questa portata deve essere occupato da qualcosa. La domanda politologicamente interessante ed aperta non è perché i video funzionino, ma perché non funzionino più i partiti, associazioni, sindacati, etc. che mediavano il gap fin dai tempi in cui la popolazione era in gran parte (anzi, quasi tutta) letteralmente analfabeta e non scolarizzata.
4.3. Indicatore 2: le abitudini informative
I rapporti Censis dell’ultimo biennio forniscono il complemento comportamentale: l’83,7% degli italiani si informa attraverso smartphone e social network, mentre solo il 25,4% legge effettivamente articoli dei media. Oltre il 40% degli studenti delle superiori non raggiunge livelli sufficienti in italiano e matematica. Il Censis ha coniato per gli italiani l’immagine dei «sonnambuli», ciechi di fronte ai presagi: processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti risultano rimossi dall’agenda collettiva.
Anche qui, cautela interpretativa. Il dato sulla lettura di articoli non misura ignoranza: misura un riorientamento del canale. Chi non legge articoli non è privo di informazione politica; anche oltre e fuori da giornali radio e tv ne riceve moltissima, ma in una forma — frammento, clip, commento, meme, infotainment, etc. — sempre più priva delle proprietà (fonte, contesto, contraddittorio) che rendono l’informazione utilizzabile per il giudizio.
4.4. Indicatore 3: il debito cognitivo
Un terzo elemento, il più recente e il più discusso, viene dalla ricerca sperimentale sugli effetti cognitivi degli assistenti generativi. Uno studio del MIT Media Lab del 2025 — Your Brain on ChatGPT — ha seguito 54 studenti attraverso quattro sessioni di scrittura con EEG ad alta densità, confrontando tre condizioni: scrittura senza ausili, con motore di ricerca, con assistente generativo. Il risultato principale è che la connettività cerebrale decresce sistematicamente al crescere del supporto esterno: il gruppo senza ausili mostra le reti più ampie, il gruppo con LLM l’accoppiamento più debole. I testi prodotti con l’assistente risultano più omogenei per lessico e struttura — al punto che i valutatori hanno ipotizzato una collaborazione fra gli autori — con una riduzione stimata del carico cognitivo germano, quello necessario a trasformare informazione in conoscenza. Gli autori chiamano l’effetto debito cognitivo: l’esternalizzazione progressiva di compiti mentali che indebolisce nel tempo la capacità di svolgerli.
I limiti di questo studio vanno dichiarati con onestà. Il campione è piccolo (54 soggetti), il compito è artificiale (scrittura di saggi in laboratorio), la validità ecologica è limitata, il lavoro ha circolato come preprint prima della revisione tra pari e gli stessi autori hanno chiesto pubblicamente ai giornalisti di non trarne conclusioni causali generalizzate. Non è lecito ricavarne che l’IA «rende stupidi». È lecito ricavarne un’ipotesi di lavoro plausibile e falsificabile: che l’esternalizzazione di operazioni cognitive abbia costi, e che tali costi ricadano proprio sulle capacità elencate in §4.1.
4.5. La stratificazione, non l’omogeneità
Mettendo insieme i tre indicatori si ottiene un quadro che smentisce la versione volgare della tesi. Non esiste una «società degli “idioti”» al singolare. Esiste una società in cui:
- una minoranza dotata di risorse cognitive, tempo e capitale culturale continua a pagare il costo del giudizio e ne trae vantaggio, anche competitivo;
- una maggioranza per cui quel costo è cresciuto oltre il rendimento atteso, e che razionalmente vi rinuncia, delegando il giudizio a segnali affettivi e identitari a bassissimo costo di elaborazione.
Consapevole o inconsapevole che sia, la seconda scelta non è irrazionale. È perfettamente razionale nel senso di Anthony Downs: se acquisire informazione politica ha un costo positivo e la probabilità che il proprio voto sia decisivo è prossima a zero, l’ignoranza è razionale e la delega a scorciatoie euristiche è efficiente. La slopaganda non è un attacco alla razionalità dell’elettore: è l’offerta perfettamente calibrata su un elettore che si comporta razionalmente in un ambiente informativo degradato.
Da qui discende la riformulazione che regge tutto il resto del saggio: l’“idiotismo” non è nel cervello dell’elettore, è nell’architettura del canale.
5. Il meccanismo causale
Riassumo qui la catena che lega i tre termini del titolo — IA, video, società — in una sequenza esplicita e, per quanto possibile, falsificabile. Ogni passaggio è formulato in modo che si possa indicare quale evidenza lo smentirebbe.
Passo 1 — Collasso del costo di produzione simbolica. L’IA generativa porta a zero il costo marginale di produrre un artefatto audiovisivo dotato di qualità produttiva sufficiente a competere con la produzione professionale. Evidenza contraria: se i contenuti generativi restassero riconoscibilmente inferiori e per questo ignorati.
Passo 2 — Dall’abbondanza alla scarsità. L’abbondanza illimitata di offerta trasforma l’attenzione nella risorsa vincolante. Il collo di bottiglia si sposta dalla produzione alla distribuzione, e la distribuzione è governata da sistemi di raccomandazione privati che ottimizzano l’engagement. Evidenza contraria: piattaforme che ordinassero i contenuti per criteri non affettivi senza perdita di traffico.
Passo 3 — Selezione per intensità. Fra i criteri di selezione disponibili, l’unico che scala a costo zero è l’intensità affettiva. Ne consegue un premio sistematico all’iperbole, alla figura archetipica, alla polarizzazione manichea, e una penalizzazione sistematica del contenuto condizionale, quantificato o incerto. Evidenza contraria: successo comparabile di contenuti politici argomentativi a parità di investimento.
Passo 4 — Il circuito dell’indignazione. L’ostilità dell’avversario si converte in distribuzione gratuita. Ne consegue che il contenuto ottimale non è quello persuasivo verso il centro, ma quello massimamente offensivo per l’avversario e massimamente gratificante per i propri: la funzione obiettivo della comunicazione politica cessa di essere la persuasione e diventa la polarizzazione. Evidenza contraria: casi in cui la critica mediatica abbia ridotto la circolazione anziché aumentarla.
Passo 5 — Immunità retorica. La doppia negabilità (sull’autore, sull’intenzione) sottrae l’enunciato al contraddittorio: non essendo imputabile, non è confutabile. Evidenza contraria: sanzioni reputazionali o giuridiche effettivamente applicate all’emittente politico.
Passo 6 — Asimmetria di Brandolini. La quantità di energia necessaria a confutare un contenuto è di un ordine di grandezza superiore a quella necessaria a produrlo. Con il Passo 1, il rapporto diventa astronomico: un singolo militante con un abbonamento produce in un pomeriggio più materiale di quanto un’intera redazione di verifica possa trattare in un mese. Evidenza contraria: strumenti di verifica automatizzati che riportino il rapporto vicino all’unità.
Esito. Un’arena in cui l’affermazione è strutturalmente più veloce, più economica e più remunerata della verifica. In un’arena così, il giudizio politico non viene vietato: viene reso antieconomico. Ed è questa, esattamente, la definizione di «società degli “idioti”» che il presente saggio difende — una società in cui pensare politicamente è diventato un lusso, non un dovere disatteso.
6. La prova del nove: proporzioni, elettorato, funzione
È necessario non semplificare all’eccesso e prestare attenzione alla proporzione del fenomeno, evitando di assumere implicitamente che i contenuti generativi siano la propaganda di Futuro Nazionale, mentre ne sono una frazione. Prima di misurare gli effetti occorre dunque misurare l’oggetto.
6.1. Il repertorio comunicativo di Futuro Nazionale: che cosa entra nel quadro
L’apparato di comunicazione e mobilitazione del movimento comprende almeno sette componenti, di cui sei sono interamente tradizionali e precedono l’uso di strumenti generativi.
Un capitale di notorietà pre-digitale. Il mondo al contrario, autopubblicato nel 2023, è stato un caso editoriale di rilievo — oltre 230.000 copie secondo la dichiarazione dell’autore, cifra da prendere cum grano salis ma comunque indicativa — accompagnato da una copertura giornalistica e televisiva continuativa e dal procedimento disciplinare che ne seguì. È un oggetto di carta, distribuito attraverso il commercio librario, che ha costruito una notorietà nazionale due anni prima di qualunque contenuto generativo. Qui con “pre-digitale” facciamo una distinzione per utilità analitica, ma naturalmente il relativo successo editoriale non è (né può essere) separato dalla rete promozionale libraria territoriale, dal contesto mediatico e dall’ecosistema social in cui è cresciuto, e che gli ha consentito di essere cooptato dalla Lega, inserendosi così più direttamente nei circuiti della politica e del potere.
Un capitale elettorale personale già capitalizzato. Alle elezioni europee del giugno 2024, candidato dalla Lega in tutte e cinque le circoscrizioni, Vannacci ha raccolto 532.368 preferenze — 186.637 nel Nord-Ovest (oltre il doppio della capolista), 140.004 nel Nord-Est, 95.367 al Centro, 71.984 al Sud, 35.137 nelle Isole. Mezzo milione di elettori aveva già scritto il suo nome su una scheda due anni prima che «Robertus Vannaccius» esistesse.
Presenza televisiva e giornalistica ordinaria. Interviste, talk show, dibattiti, dichiarazioni d’agenzia: il canale broadcast classico, che nel sistema italiano resta il più penetrante nelle fasce d’età più anziane e meno connesse.
Piazze, comizi e un percorso costituente. Da marzo 2026 il movimento apre comitati costituenti locali in tutta Italia; il 13 e 14 giugno tiene a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, la propria assemblea costituente, con oltre 1.500 delegati designati dalle assemblee territoriali e un processo di elaborazione programmatica dichiaratamente partecipato; il partito rivendica 100.000 iscritti. Le cronache dei mesi precedenti registrano un ciclo di manifestazioni pubbliche partecipate. Il primo nucleo programmatico organico viene presentato pubblicamente l’11 agosto 2026, nelle circa settanta pagine della Base ideologica e programmatica di Futuro Nazionale per l’Italia del futuro (2027-2037): un dato che va registrato per quel che è, cioè la chiusura — a sei mesi dalla fondazione — della fase in cui il movimento poteva essere descritto come privo di elaborazione documentata.
Radicamento istituzionale incipiente (principalmente per cooptazione e auto-cooptazione). Consiglieri comunali, regionali e deputati in transito da altre formazioni, responsabili regionali nominati, candidature locali annunciate — fra cui quella per il Comune di Milano. Sono i primi elementi di una struttura di quadri.
Collocazione europea. Il seggio a Bruxelles, l’appartenenza al gruppo delle destre radicali e la relazione dichiarata con esperienze estere come AfD, che forniscono modelli organizzativi e legittimazione.
Un ecosistema social ampio, di cui i video generativi sono una frazione minima. Il profilo ufficiale del leader supera il milione di follower; le pagine Facebook del movimento sono ai vertici del centrodestra; le rilevazioni dell’estate 2026 contano oltre 152.000 contenuti online e circa 86,4 milioni di visualizzazioni su TikTok, dove peraltro Vannacci dichiara di non operare direttamente e la gran parte del materiale è prodotta da terzi — una galassia decentrata di sostenitori, piccoli influencer e autori di meme. La presenza è consistente anche in altre piattaforme come X, o altre meno note. Qui manteniamo una descrizione generale tendenziale della quantificazione (che vale come un grossolano sono tanti, sono pochi), perché resta aperta la questione delle sovrastime dei dati, condizionati dalla contemporanea presenza nelle piattaforme social di utenti umani reali e utenti fittizi (bot, profili costruiti artificialmente ma inesistenti, etc.). Sono fenomeni complessi che rientrano in strategie di propaganda, spesso con finalità manipolatorie. Il dato generale valido è comunque la presenza di una rete virtuale di contatti significativamente estesa (ma non quantificabile con precisione).
Dentro questo quadro, gli otto video di «Robertus Vannaccius» sono otto contenuti in tre settimane, su oltre centocinquantamila. Stando così le cose e in mancanza del “senno di poi” che solo in futuro fornirà dati comparativi sui quali si potrà ragionare meglio sul prima e il dopo la loro introduzione, la domanda sull’efficacia propagandistica, per non sovrastimarne l’impatto (positivo o negativo) in maniera inverosimile, va formulata bene: che cosa aggiunge lo strato generativo a un repertorio che, senza di esso, aveva già prodotto mezzo milione di preferenze personali, un caso editoriale, un partito e centomila iscritti? È a questa domanda che il resto del capitolo risponde.
6.2. I dati sull’elettorato
L’analisi Ipsos curata da Nando Pagnoncelli, basata su circa 20.000 interviste cumulate fra febbraio e giugno 2026, restituisce il quadro seguente.
Collocazione. Il 56% dell’elettorato di Futuro Nazionale si colloca a destra, il 22% a centrodestra, il 15% non si riconosce in alcuna collocazione, il 4% al centro, meno del 3% a centrosinistra o sinistra.
Flussi. Oltre il 20% di chi aveva votato Lega alle europee sceglierebbe oggi Futuro Nazionale; circa l’8% dell’elettorato di Fratelli d’Italia; il 9% di chi alle europee si era astenuto. Marginali i flussi da Noi Moderati, Movimento 5 Stelle, Azione/Italia Viva.
Composizione. Oltre un terzo dell’elettorato attuale proviene dall’astensione alle europee; il 31% da Fratelli d’Italia; il 25% dalla Lega. L’erosione della Lega è stata immediata e sta rallentando (da 372.000 a 407.000 elettori); quella di Fratelli d’Italia è stata più lenta ma è in accelerazione (da meno di 200.000 a 506.000 in tre mesi).
Profilo sociodemografico. Marcata prevalenza maschile (62% contro 38%); sostanziale trasversalità per età, con una capacità attrattiva sulle generazioni più giovani leggermente superiore alla media; oltre il 50% dell’elettorato in condizione economica bassa o medio-bassa, 34% in condizione media; massimo appeal fra disoccupati e operai; maggiore presenza nei piccoli e medi comuni del Centro-Nord, più contenuta al Sud.
Potenziale. Il bacino ulteriore stimato è di circa 1.518.000 elettori, di poco inferiore all’elettorato attuale stimato in 1.628.000 — con la cautela, esplicitata dall’istituto, che una parte dei sostenitori dichiarati sia attratta «più dalla novità e dal clamore mediatico che dalla proposta politica», in un elettorato volatile soggetto a ripensamenti.
6.3. La conclusione che rovescia il senso comune
La conclusione dell’analisi merita di essere citata per intero, perché contraddice una delle letture più correnti del fenomeno: Futuro Nazionale ha «il profilo classico della formazione ancorata a destra che raccoglie prevalentemente un elettorato di protesta», e il suo terreno di coltura «sembra essere più il tema della (mancata) protezione sociale rispetto a quello, pur non trascurabile, della narrazione identitaria».
Tradotto in termini politologici, e con la proporzione stabilita in §6.1: il movente del voto non è di ordine comunicativo ma di ordine materiale. L’intero repertorio — libro, televisione, piazze, comitati, rete di sostenitori, contenuti generativi — raccoglie una domanda che nessuna di quelle componenti ha creato: la domanda di protezione sociale di un elettorato che non l’ha ottenuta da chi gliela aveva promessa. Un terzo di questi elettori veniva dall’astensione, cioè da un’uscita dal circuito della rappresentanza già consumata prima dell’esistenza stessa di Futuro Nazionale. E le aree di massima penetrazione — disoccupati, operai, condizione economica bassa, comuni minori — sono precisamente quelle in cui la promessa di protezione è stata formulata e non mantenuta da più di un attore politico, a destra come a sinistra. È, in termini di §3.2, l’occupazione del vuoto descritto da Mair, non la sua creazione.
Ne segue una precisazione che vale per tutto il saggio. Sostenere che i contenuti generativi non spieghino il livello del consenso non equivale a dichiararli ininfluenti: equivale a collocarli correttamente. Non stanno nella catena causale che porta un operaio disoccupato di un comune del Centro-Nord a cambiare voto; stanno in una catena diversa, che riguarda che cosa quel voto, una volta raccolto, viene autorizzato a significare. È l’oggetto del paragrafo seguente.
6.4. Il contributo specifico dello strato generativo: tre funzioni e un contrappunto
Se il livello del consenso, com’è ovvio, al momento non dipende direttamente dai video, che cosa aggiungono? Tre funzioni, nessuna delle quali coincide con la persuasione, e la prima delle quali è quella decisiva perché non è surrogabile da nessun altro canale del repertorio che già era utilizzato. A queste va affiancato un contrappunto, che va in direzione opposta e che registro per non forzare la dimostrazione.
Prima funzione: il canale della negabilità. È la funzione che rende lo strato generativo non ridondante. Il contenuto del video del Colosseo — l’esecuzione capitale di quattro leader dell’opposizione, con un militante identificabile nel ruolo del boia — non poteva essere pronunciato in nessuno degli altri canali del repertorio. In un comizio sarebbe stato un fatto politico imputabile; in un’intervista televisiva avrebbe prodotto conseguenze immediate; in un documento di partito sarebbe stato un atto formale. Il registro generativo, protetto dalla doppia negabilità già descritta (§1.3 e §2.3) — “non è mio”, ed “è satira fatta dall’IA” — consente al repertorio di dire ciò che negli altri suoi canali non potrebbe dire, mantenendo apparentemente intatta la rispettabilità istituzionale del leader, che nel frattempo siede al Parlamento europeo e rilascia interviste più misurate, seppure sempre controverse. Non è un canale in più: è il canale in cui si colloca ciò che gli altri non possono contenere. Ed è per questo che l’ampiezza del repertorio, lungi dall’attenuare il rilievo dei video, lo definisce: il loro significato sta esattamente nella differenza fra ciò che il movimento dice in piazza e ciò che gli è consentito far dire da un profilo anonimo.
Seconda funzione: manutenzione dell’identità. Il video della scuola non conquista nessuno: consolida. Fornisce alla base un lessico condiviso (identitas, patria), una cosmologia (chi è dentro, chi è fuori) e un rituale di riconoscimento a costo di partecipazione quasi nullo. È la funzione che già nel Novecento svolgevano feste di partito, inni, simboli e stampa militante — con una differenza: quelle richiedono presenza, tempo e prossimità, e nel richiederli producono legami. Qui il legame è sostituito dalla più volatile condivisione social.
Terza funzione: fissazione dell’agenda. Nell’estate 2026 il dibattito politico italiano ha discusso per settimane di un contenuto prodotto da una singola persona, sottraendo tempo e attenzione ad altre questioni di policy. Questo è un effetto reale, misurabile e integralmente a favore dell’emittente, ottenuto senza acquistare un solo spazio pubblicitario. Va però registrato il suo limite: è un effetto di breve periodo e ad alta deperibilità, che non si accumula.
Un contrappunto: la reputazione. Un dato va registrato in senso opposto, per non forzare la dimostrazione. L’osservatorio reputazionale citato dalla stampa specializzata nell’agosto 2026 rileva, a fronte di oltre 152.000 contenuti online e di circa 86 milioni di visualizzazioni su TikTok, un sentiment complessivo negativo per il 63,2% dei contenuti e neutro per il 21%. Per altre piattaforme si possono fare rilevamenti simili, anche se non identici, ma qui il punto generale che ci interessa fissare è che esposizione altissima e reputazione in erosione possono coesistere.
Questo suggerisce che il pubblico italiano è meno passivo di quanto la tesi apocalittica assuma, e insieme che volume ed esposizione non sono consenso. Ma suggerisce anche qualcosa di più inquietante, che riprenderò nelle obiezioni: in un sistema in cui la funzione obiettivo è la polarizzazione e non la persuasione (Passo 4), un sentiment negativo al 63% non è un fallimento: è il funzionamento nominale del dispositivo. Il 37% restante è la base; il 63% è il carburante.
7. La dimensione istituzionale: perché il diritto arriva tardi e mira altrove
7.1. Che cosa è entrato in vigore il 2 agosto 2026
Dal 2 agosto 2026 si applicano gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 del Regolamento (UE) 2024/1689. La Commissione europea ne ha pubblicato gli orientamenti attuativi il 20 luglio 2026. In sintesi: i fornitori devono integrare la trasparenza nella progettazione dei sistemi interattivi e generativi; i deployer devono informare le persone esposte a determinati contenuti; i deepfake devono essere etichettati come generati o manipolati, «in modo chiaro e distinguibile, non oltre il primo momento di interazione o esposizione del pubblico». Le sanzioni arrivano a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo.
Due specificazioni sono decisive per il nostro caso. Primo: non è previsto alcun obbligo retroattivo per contenuti sintetici e deepfake generati o manipolati prima del 2 agosto 2026. Secondo: per i fornitori di sistemi generativi già immessi sul mercato prima di quella data è previsto un periodo transitorio fino al 2 dicembre 2026 relativamente agli obblighi di marcatura e rilevazione.
I video di «Robertus Vannaccius» sono stati prodotti e diffusi fra il 10 e il 31 luglio 2026. Cadono, per intero, nella finestra precedente all’obbligo, qualsiasi uso di strategie legali se ne volesse fare.
7.2. Cinque ragioni per cui l’etichetta non basta
Sarebbe però un errore leggere questa coincidenza come una semplice sfortuna di calendario, come se il 3 agosto il problema fosse risolto o abbia qualche reale rilevanza su ciò di cui stiamo riflettendo. Le ragioni principali sono cinque, e sono tutte strutturali.
Prima: l’etichetta non neutralizza l’affetto. La letteratura sperimentale sul labeling dei contenuti manipolati mostra effetti di riduzione della credibilità percepita, ma non della risposta emotiva né della memorizzazione. Sapere che l’immagine o il video è artificiale non impedisce all’immagine o video di fare ciò per cui è stato costruito. E poiché — lo abbiamo visto — il contenuto non chiede di essere creduto, l’informazione «questo è generato dall’IA» è politicamente vuota: è già dichiarata dall’emittente, anzi è rivendicata come scudo («è satira, è fatta dall’AI»).
Seconda: l’effetto verità implicita. È documentato che etichettare alcuni contenuti come manipolati aumenta la credibilità attribuita a quelli non etichettati, inclusi i falsi sfuggiti al controllo (implied truth effect). Un regime di etichettatura parziale può quindi produrre un peggioramento netto dell’ecologia informativa.
Terza: il mancato allineamento fra oggetto della norma e oggetto del danno. L’AI Act regola la provenienza tecnica del contenuto: è stato generato da una macchina? Il danno democratico che ci interessa non dipende dalla provenienza. Un video identico realizzato con attori, costumi e una troupe produrrebbe lo stesso effetto politico e sarebbe pienamente lecito. La norma disciplina il “come è stato fatto”, non il “che cosa fa”. È una scelta difendibile in termini di certezza del diritto, ma va riconosciuta per ciò che è: non un rimedio al problema, ma un rimedio a un problema adiacente.
Quarta: l’enforcement transnazionale. Nei casi video-Vannacci l’autrice risiederebbe a Londra, il sistema generativo è statunitense, le piattaforme di distribuzione sono statunitensi e cinesi, l’emittente politico gode di immunità parlamentare europea. Ogni anello della catena è collocato in una giurisdizione diversa e la responsabilità dell’insieme non è collocata in nessuna.
Quinta: il discorso politico è protetto — e deve esserlo. Qualunque tentativo di regolare il contenuto politico di una rappresentazione satirica o iperbolica confligge con la libertà di espressione, che nell’ordinamento europeo gode di tutela rafforzata proprio nel discorso politico. Il paradosso è insanabile e va nominato: il dispositivo che qui si critica opera in uno spazio che anche una democrazia liberale del tipo di quella italiana ha ottime ragioni per non chiudere.
7.3. Dove il diritto potrebbe invece mordere
Se ne ricava, in negativo, l’indicazione di dove l’intervento normativo abbia più senso: non sul singolo contenuto, ma sull’infrastruttura di distribuzione. Gli articoli 34 e 35 del Digital Services Act impongono alle piattaforme di dimensioni molto grandi la valutazione e la mitigazione dei rischi sistemici, esplicitamente inclusi quelli per il discorso civico e i processi elettorali; l’articolo 40 prevede l’accesso ai dati per i ricercatori. È lì che si gioca la partita: non nell’etichetta apposta al video del Colosseo, ma nella possibilità di sapere, verificabilmente, a quale utenza quel video sia stato mostrato, il perché, i criteri selettivi di circolazione, quante volte e in base a quale ottimizzazione. Finché quel dato resta proprietario, ogni analisi su aspetti specifici — inclusa la presente — resta un’inferenza a partire da effetti visibili, priva di accesso al meccanismo.
8. Obiezioni
Espongo qui le possibili sei obiezioni più serie alla tesi generale. Di due riconosco la sostanziale fondatezza, e riformulo precisando la tesi di conseguenza.
8.1. L’obiezione della continuità storica
La propaganda per immagini non nasce nel 2026. Le arringhe di Cicerone, le colonne traiane, i manifesti di Nürnberg, i caroselli, la televisione commerciale degli anni Ottanta hanno tutti costruito il capo per via iconica e hanno tutti suscitato allarmi apocalittici, poi ridimensionati. La «società degli “idioti”» è la variante 2026 di un lamento che ha almeno venticinque secoli, e che accompagna ogni innovazione mediale da Platone in poi.
L’obiezione è forte e va concessa in larga parte: la diffidenza verso il nuovo medium è essa stessa un genere letterario, e chi vi si iscrive dovrebbe saperlo. La risposta non è negare la continuità del contenuto, ma insistere sulla discontinuità del regime di produzione. La colonna traiana richiedeva uno Stato; il manifesto di regime richiedeva un apparato; lo spot televisivo richiedeva capitale e accesso a una risorsa scarsa e licenziata dallo Stato. Ognuna di queste barriere era anche un punto di imputazione della responsabilità e un limite quantitativo alla saturazione. Quando la barriera scende a zero, non cambia il tipo di messaggio: cambia il rapporto fra il numero dei messaggi e la capacità di elaborarli. Una differenza di scala sufficientemente grande è una differenza di natura.
8.2. L’obiezione degli effetti minimi
La scienza politica ha una tradizione consolidata — da Lazarsfeld e Berelson a Klapper — che documenta effetti mediali «minimi»: i media rinforzano opinioni preesistenti assai più di quanto le convertano. La ricerca recente sulla disinformazione online converge: il consumo di notizie false è concentrato in una piccola minoranza di utenti già fortemente polarizzati, e gli effetti persuasivi misurati sono modesti. Attribuire ai video di Vannacci un effetto sul giudizio politico degli italiani significa ignorare cinquant’anni di risultati empirici.
Obiezione seria, e la accolgo — ma osservo che colpisce una tesi che non ho sostenuto. Non affermo che i video convertano elettori. Il Passo 4 del meccanismo (§5) sostiene esattamente il contrario: la funzione obiettivo si è spostata dalla persuasione alla polarizzazione e alla mobilitazione. Gli effetti che rivendico sono di tre tipi diversi da quelli misurati dalla letteratura sugli effetti minimi: agenda-setting (di che cosa si è discusso nell’estate 2026), framing (in quali termini), e abbassamento della soglia di accettabilità — il fatto, difficilmente contestabile, che nel luglio 2026 sia divenuto discutibile in termini ordinari un contenuto che rappresenta l’esecuzione capitale di leader dell’opposizione. Questi effetti non richiedono conversione; richiedono soltanto ripetizione e assenza di sanzione.
8.3. L’obiezione dell’elitismo — la più fondata
Chiamare «idioti» gli elettori altrui è la forma classica dell’autoassoluzione del ceto colto. Il termine è sempre riferito a qualcun altro; chi lo pronuncia si colloca automaticamente al di fuori della categoria. Storicamente, questa postura ha una relazione documentata con l’esito che denuncia: la percezione di essere disprezzati dal ceto istruito è uno dei predittori più robusti del voto ai movimenti populisti. Il saggio è, in questa lettura, un contributo attivo al fenomeno.
Questa obiezione la considero in larga misura vincente, e da essa dipende la riformulazione della tesi enunciata nell’avvertenza e argomentata in §4.5. Tre concessioni esplicite.
Prima: l’elettore che rinuncia al costoso lavoro di verifica si comporta razionalmente (Downs), non stupidamente. Chiamare stupidità una risposta razionale a incentivi degradati è un errore di analisi prima che di garbo.
Seconda: i dati Ipsos mostrano che il consenso a Futuro Nazionale è ancorato (per lo meno in gran parte) a una domanda di protezione sociale non adeguatamente soddisfatta. Chi vota per protesta contro un’offerta politica che ritiene abbia mancato le sue promesse esercita una funzione democratica classica, non una patologia cognitiva.
Terza, e più scomoda: l’indignazione del pubblico colto è funzionale al dispositivo (§2.4). Il ceto che si indigna non è spettatore del meccanismo: ne è un componente, e precisamente quello che ne fornisce la distribuzione gratuita. Chi scrive che gli elettori di Vannacci sono “idioti” sta lavorando, senza compenso, per l’ufficio comunicazione di Futuro Nazionale.
La tesi sopravvive solo se sposta il predicato dal soggetto al sistema: non è una quota tot dell’elettorato a essersi “idiotizzato”, è il canale. E il canale è stato costruito, gestito e in parte deliberatamente lasciato degradare per decenni da soggetti che appartengono, in maggioranza, proprio al ceto istruito: piattaforme, editori, dirigenti di partito, autori di analisi, saggi e così via.
8.4. L’obiezione della resilienza
Il 63,2% del sentiment online sui contenuti relativi a Vannacci è negativo. L’elettorato del movimento è dichiarato volatile dallo stesso istituto che ne misura la crescita, con un potenziale di defezione riconosciuto. Meloni ha preso le distanze. La stampa ha smontato il caso in due settimane. Dov’è, esattamente, la società di “idioti”?
L’obiezione ha forza descrittiva e va registrata: il sistema anticorpi ha funzionato, e la tesi apocalittica risulta empiricamente esagerata. Ma il rilievo si presta a un rovesciamento. In un dispositivo la cui funzione obiettivo è la polarizzazione, un sentiment negativo maggioritario non falsifica il modello: lo conferma nel suo funzionamento nominale (§6.4). E il «distanziamento» della presidente del Consiglio, letto politologicamente, è un atto di gestione della coalizione, non una sanzione: non ha comportato alcun costo per l’emittente, che nelle settimane successive ha continuato a crescere nei sondaggi.
8.5. L’obiezione normativa
Chi stabilisce che cosa sia «argomento» e che cosa «spettacolo»? La distinzione che percorre tutto il saggio è, essa stessa, una posizione di parte: privilegia una forma culturale — il testo argomentativo scritto — che è storicamente la forma del ceto istruito, e squalifica come cognitivamente inferiori le forme narrative, iconiche e affettive che sono da sempre quelle della cultura popolare. È un giudizio estetico travestito da diagnosi politica.
Obiezione filosoficamente robusta, che accolgo parzialmente. La distinzione difendibile non è fra «alto» e «basso» né fra testo e immagine: è tra forme che consentono il disaccordo verificabile e forme che non lo consentono. Un romanzo, una canzone popolare, un murale, una vignetta possono essere politicamente potentissimi e restano compatibili con la democrazia, perché convivono con uno spazio in cui le loro premesse possono essere esplicitate e contestate. Il problema non è che esistano video di trenta secondi; è che si stiano sostituendo allo spazio del contraddittorio invece di affiancarvisi, e che la sostituzione sia governata da un’ottimizzazione privata dell’attenzione. La diagnosi non riguarda la dignità delle forme: riguarda l’esistenza di un luogo in cui l’obiezione sia possibile e costosa da ignorare.
8.6. L’obiezione della sineddoche
Il saggio è costruito su un caso singolo — otto video in tre settimane — e ne trae conclusioni su un intero sistema politico-mediatico. Ma quel caso è una frazione minuscola di un apparato che comprende un bestseller da oltre duecentomila copie, mezzo milione di preferenze personali, una presenza televisiva quotidiana, comizi, un’assemblea costituente con millecinquecento delegati e centosessantamila contenuti online prodotti in larga parte da terzi. Attribuire allo strato generativo la responsabilità di un fenomeno che ha sei componenti tradizionali su sette significa scambiare la parte per il tutto — e ogni conclusione che ne discende eredita quella distorsione.
Obiezione fondata, ma il saggio ne dà ampiamente conto; ci sono poi limiti di analisi che è corretto dichiarare invece di dissimulare.
Il primo è un limite di disegno: un caso singolo non consente inferenze causali. Nulla, in queste pagine, dimostra che senza i contenuti generativi il consenso di Futuro Nazionale sarebbe stato diverso; il controfattuale non è disponibile e non lo sarà. Ciò che il caso consente è di isolare una funzione — quella descritta come «canale della negabilità» (§6.4) — e di mostrare che nessun’altra componente del repertorio può svolgerla. È un’affermazione sulla struttura delle possibilità, non sugli effetti.
Il secondo è un limite di selezione: il caso è stato scelto perché ha fatto scandalo, e i casi che fanno scandalo non sono rappresentativi della produzione ordinaria. Con ogni probabilità, l’impiego politicamente più consequenziale dell’IA generativa in Italia non è la saga romana ma la massa abnorme di contenuti banali, non notiziabili e mai discussi che riempie quotidianamente i canali di tutte le forze politiche — comprese quelle che nel luglio 2026 si sono indignate. Di quella produzione non esiste, al momento, alcuna misurazione indipendente, e la sua assenza è essa stessa un dato: si è discusso dell’unico caso visibile perché è l’unico che qualcuno ha reso visibile.
9. Implicazioni: che cosa segue, e che cosa non segue
9.1. Che cosa non funziona
La censura non è né praticabile né desiderabile: colpisce il discorso politico, che una democrazia liberale del tipo italiano ha ragioni forti per proteggere, e conferisce all’emittente il capitale simbolico del perseguitato — che è, nell’economia del dispositivo, il bene più prezioso.
Il fact-checking come risposta primaria è strutturalmente perdente per l’asimmetria di Brandolini (Passo 6): produce a costo alto una risposta a un contenuto prodotto a costo nullo, e nel farlo lo ridistribuisce. Resta indispensabile per la disinformazione propriamente detta; è inefficace contro l’a-informazione, perché non c’è nulla da smentire.
L’indignazione pubblica è, come si è visto, il canale distributivo dell’avversario. Al limite la derisione, la parodia, lo scherno, l’irrisione, etc. sarebbero per affinità il controcanto coerente di registro appropriato.
La media literacy è necessaria ma non sufficiente, e la letteratura sperimentale sui suoi effetti mostra risultati modesti e a decadimento rapido, oltre a scaricare sull’individuo un problema che è di architettura del sistema. Chiedere al cittadino di difendersi da solo da un’ottimizzazione algoritmica progettata da migliaia di ingegneri è l’equivalente informativo di chiedergli di potabilizzarsi l’acqua in casa.
9.2. Che cosa potrebbe funzionare
Migliorare la formazione civica e politica di tutta la cittadinanza adeguandola ai tempi di oggi; è una necessità di primo livello e in ciò le carenze sono vistose ma molto si potrebbe e si potrà fare a medio e lungo termine. Questo si intreccia alla questione della media literacy e i limiti sono simili (seppure non identici) a quelli ivi accennati.
Migliorare l’etica e la deontologia (formale o informale che sia) di chi fa politica attiva e propaganda. L’intera storia umana empiricamente non conforta molto sull’effettività di queste misure di autoregolazione, che in genere si trasformano in nobili proclami retorici senza reali corrispettivi nelle azioni, ma vale la pena non far mai morire del tutto le speranze nei possibili impossibili, che restano comunque sfida e stimolo all’ingegnosità umana.
Provenienza anziché rilevazione. Rilevare a posteriori se un contenuto sia sintetico è una corsa agli armamenti che il rilevatore perde per costruzione. Certificare all’origine la catena di provenienza di un contenuto — con standard crittografici del tipo C2PA, integrati nei dispositivi di acquisizione e nelle piattaforme — sposta l’onere dal contenuto sospetto al contenuto attendibile.
Trasparenza dell’allocazione, non del contenuto. Come argomentato in §7.3, la leva utile è l’accesso verificabile alla tracciabilità dei dati sulla distribuzione: quale utenza ha visto che cosa, quante volte, in base a quale ottimizzazione, etc. Senza questo, ogni regolazione interviene sull’effetto e nessuna sul meccanismo.
Spostare il punto di attacco politico. L’opposizione italiana ha reagito al video del Colosseo, cioè al contenuto costruito per farla reagire, e ha lasciato passare in silenzio il video della scuola, cioè quello che conteneva la proposta politica. Contestare il registro anziché la tesi si può considerare un errore tattico. Contestare identitas contro oblivio — cioè discutere pubblicamente che cosa la scuola debba trasmettere e a chi — significa riportare l’avversario su un terreno in cui l’argomento è possibile e il video di trenta secondi non basta.
Rispondere alla domanda materiale. È l’implicazione più importante e la meno tecnologica. Se il terreno di coltura è la protezione sociale mancata (§6.3), allora la contromisura decisiva non appartiene alla comunicazione ma alla policy. Nessuna regolazione dell’IA e nessun programma di alfabetizzazione mediatica sposterà un elettorato composto in maggioranza da persone in condizione economica bassa o medio-bassa, disoccupati e operai, che hanno smesso di attendersi qualcosa dalle forze che dichiaravano di rappresentarle.
10. Conclusione
Riepilogo, alla luce del percorso svolto, la tesi enunciata all’inizio. Si può articolare in tre nuclei proposizionali.
Primo. L’intelligenza artificiale generativa non ha introdotto nuovi contenuti nella propaganda politica: ha quasi azzerato il costo per produrne alcune tipologie (una micro-variante aggiornata degli antiquati film di propaganda, in questo caso specifico, ma altri se ne possono e potranno aggiungere in futuro), come del resto già avveniva per altre tipologie fin dagli albori di internet e poi più marcatamente con la diffusione dei vari social media e degli smartphone. Poiché nella sfera pubblica il vincolo non è mai stato il contenuto ma l’accesso, l’azzeramento del costo di produzione è un mutamento di regime, non un miglioramento di efficienza. Il caso «Robertus Vannaccius» — otto video, un abbonamento, settimane di dibattito nazionale, zero euro di investimento pubblicitario — ne è la dimostrazione empirica più netta finora disponibile in Italia. Dimostra il collasso progressivo del costo, non la produzione del consenso: sono due proposizioni distinte, e la seconda non discende dalla prima.
Secondo. L’effetto di questo mutamento nel caso specifico dei video generativi non è la persuasione ma la ristrutturazione dell’arena. In un ambiente di offerta illimitata e attenzione fissa, il criterio di selezione che scala è l’intensità affettiva; la funzione obiettivo della comunicazione e propaganda politica qui (come in altri casi) si sposta dalla persuasione alla polarizzazione; l’indignazione dell’avversario diventa il canale distributivo principale; la doppia negabilità — sull’autore e sull’intenzione — sottrae l’enunciato al contraddittorio. Il risultato è un’arena in cui affermare è rapido e gratuito, verificare è lento e costoso, e il giudizio politico diventa antieconomico. Non è un regime di menzogna: è un regime di a-informazione, in cui la distinzione fra vero e falso non viene violata ma resa irrilevante.
Di questo secondo nucleo va isolata la parte che riguarda propriamente l’ultimo arrivato, per non confonderla con l’insieme di cui è una porzione minima. L’apporto specifico dello strato generativo non sta nella produzione del consenso, che ha cause materiali e precede di gran lunga i video (§6.3). Sta in una funzione che nessun altro canale del repertorio è in grado di svolgere: quella di canale della negabilità (§6.4). Ciò che è stato rappresentato nei filmati di luglio — in particolare l’esecuzione capitale di leader dell’opposizione — non avrebbe potuto essere pronunciato in un comizio, in un’intervista o in un documento di partito senza diventare un atto politico imputabile e sanzionabile. Il registro generativo, protetto dalla duplice negabilità sull’autore e sull’intenzione, permette di collocare fuori dalla responsabilità ciò che altrove la comporterebbe. È un apporto quantitativamente trascurabile e qualitativamente non sostituibile: ed è la ragione per cui otto video su oltre centocinquantamila contenuti meritano comunque di essere osservati da vicino, senza per questo attribuire loro ciò che appartiene all’intero apparato o al processo che lo precede.
Terzo, e decisivo. Riprendendo l’espressione ingiuriosa – figlia dei tempi – da cui siamo partiti, «Società degli “idioti”» è una formula corretta soltanto se il predicato viene riferito al canale e non ai cittadini. Il caso dei video generativi è solo l’ultimo episodio aggiuntivo di un processo in corso già da decenni. Ed è esattamente quanto si è voluto argomentare nel saggio.
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Fonti documentarie e giornalistiche
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- «I video AI di Vannacci», Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2026.
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- Regolamento (UE) 2022/2065 (Digital Services Act), artt. 34, 35, 40.
- Osservatorio politico Reputation Manager, rilevazione riportata da Primaonline, 6 agosto 2026 (oltre 152.000 contenuti online, ca. 86,4 milioni di visualizzazioni su TikTok, sentiment negativo al 63,2%).
- Ministero dell’Interno / ANSA, dati sulle preferenze delle elezioni europee del 9 giugno 2024: 532.368 voti di preferenza a R. Vannacci nelle cinque circoscrizioni.
- Dati di vendita di Il mondo al contrario (2023) riportati dalla stampa e dichiarazioni dell’autore (oltre 230.000 copie).
- Assemblea costituente di Futuro Nazionale, Roma, Auditorium della Conciliazione, 13-14 giugno 2026: oltre 1.500 delegati territoriali; percorso dei comitati costituenti locali avviato da marzo 2026; 100.000 iscritti dichiarati dal movimento (documentazione audio Radio Radicale; Sky TG24, 13 giugno 2026; materiali del partito).
- Base ideologica e programmatica di Futuro Nazionale per l’Italia del futuro (2027-2037), documento del movimento presentato pubblicamente il 12 agosto 2026 (ca. 70 pagine).
- «Tra piazze piene e sondaggi in crescita: Futuro Nazionale di Vannacci sta arrivando», Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2026.
- «Partiti e social: in testa le pagine di Vannacci e Meloni», Affaritaliani, 2026.
I dati demoscopici e le ricostruzioni fattuali riportati nel testo sono aggiornati al 12 agosto 2026 e attribuiti alle fonti sopra elencate. Le valutazioni interpretative sono dell’autore. Un’Appendice a questo saggio si può leggere qui: L’ideologia di Futuro Nazionale di Vannacci. Un’analisi testuale del Bip, “Base Ideologica e Programmatica” del partito
