Come leggere i fatti di cronaca e come riconoscere lo sciacallaggio politico

La cronaca e il suo doppio. Come leggere i fatti di cronaca e come riconoscere lo sciacallaggio politico. Saggio critico di scienza politica. (di Fabrizio Pinna)

Politica media e giornalismo - effe
(effe) Imago politica media e giornalismo

di Fabrizio Pinna. Ogni democrazia contemporanea convive con una tensione strutturale che nessun assetto istituzionale ha finora risolto: i fatti che più intensamente mobilitano l’opinione pubblica sono, quasi sempre, i meno rappresentativi della realtà che pretendono di illuminare. Un omicidio, un’aggressione in stazione, un incidente sul lavoro, il crollo di un ponte, la morte di un minore: sono eventi singolari, spesso statisticamente rari, sempre carichi di un potenziale emotivo che nessun dato aggregato possiede. Proprio per questo diventano risorse politiche di primo ordine. Chi riesce a fissare il significato di un fatto di cronaca — a stabilire di che cosa quel fatto sia un esempio — acquisisce un vantaggio competitivo che nessuna argomentazione statistica può eguagliare nel breve periodo.

Questa asimmetria non è una patologia del sistema informativo contemporaneo: ne è una proprietà costitutiva. Nasce dall’incontro fra tre elementi indipendenti — la struttura narrativa del genere «cronaca», il funzionamento del sistema cognitivo umano nella valutazione del rischio, e la struttura degli incentivi che governa la competizione politica e mediale. Nessuno dei tre è modificabile per via di appello morale, e questa è la ragione per cui gli inviti alla «responsabilità» che seguono ogni ciclo di allarme non producono alcun effetto duraturo. Nel saggio / studio analizziamo questa rete di relazioni, proponendo strumenti utili al loro approfondimento.

Sommario

Premessa. L’oggetto, la tesi, il metodo

L’oggetto

Ogni democrazia contemporanea convive con una tensione strutturale che nessun assetto istituzionale ha finora risolto: i fatti che più intensamente mobilitano l’opinione pubblica sono, quasi sempre, i meno rappresentativi della realtà che pretendono di illuminare. Un omicidio, un’aggressione in stazione, un incidente sul lavoro, il crollo di un ponte, la morte di un minore: sono eventi singolari, spesso statisticamente rari, sempre carichi di un potenziale emotivo che nessun dato aggregato possiede. Proprio per questo diventano risorse politiche di primo ordine. Chi riesce a fissare il significato di un fatto di cronaca — a stabilire di che cosa quel fatto sia un esempio — acquisisce un vantaggio competitivo che nessuna argomentazione statistica può eguagliare nel breve periodo.

Questa asimmetria non è una patologia del sistema informativo contemporaneo: ne è una proprietà costitutiva. Nasce dall’incontro fra tre elementi indipendenti — la struttura narrativa del genere «cronaca», il funzionamento del sistema cognitivo umano nella valutazione del rischio, e la struttura degli incentivi che governa la competizione politica e mediale. Nessuno dei tre è modificabile per via di appello morale, e questa è la ragione per cui gli inviti alla «responsabilità» che seguono ogni ciclo di allarme non producono alcun effetto duraturo.

La tesi

Il saggio sostiene tre proposizioni collegate.

Prima. Il fatto di cronaca è un costrutto, non un dato. È selezionato secondo criteri di notiziabilità stabili e ricostruibili, è organizzato secondo una forma narrativa — quella che Barthes chiamò fait divers — che è semanticamente autosufficiente ma causalmente vuota, ed è offerto al pubblico in una condizione di sottodeterminazione esplicativa. Questa condizione, e non una particolare malizia degli attori, è ciò che rende il fatto di cronaca il materiale politicamente più duttile disponibile nel sistema informativo: massima intensità emotiva, minima determinazione causale.

Seconda. Esiste un protocollo di lettura — un insieme ordinato di operazioni analitiche — che consente a un lettore competente di stabilire, con ragionevole precisione, che cosa un testo di cronaca autorizzi legittimamente a concludere e dove invece la conclusione ecceda le premesse. Il protocollo non richiede accesso a fonti riservate né competenze specialistiche: richiede metodo, e la disponibilità a sospendere il giudizio nell’intervallo in cui l’informazione non è ancora sufficiente.

Terza. Lo sciacallaggio politico è definibile in modo non partigiano come la co-occorrenza di quattro condizioni, ed è riconoscibile attraverso indicatori verificabili, a condizione che questi siano applicati simmetricamente a tutti gli schieramenti. Non è il vizio morale di una parte politica: è una strategia disponibile a qualunque attore e strutturalmente premiata dall’ambiente informativo contemporaneo. Ne segue che la sua riduzione non dipende da un mutamento di costumi, ma da un mutamento nei costi — e il principale fattore che determina quel costo è la probabilità che qualcuno, a distanza di tempo, torni a verificare.

L’avvertenza preliminare

Una cautela va enunciata subito, perché condiziona l’intero impianto del testo. Sciacallaggio non è un concetto neutro: è un’accusa. E come ogni accusa, può essere strumentalizzata a sua volta.

Nel dibattito pubblico italiano l’imputazione di sciacallaggio viene rivolta con frequenza crescente a chiunque colleghi un evento tragico a una responsabilità politica, indipendentemente dalla fondatezza del collegamento. In questo uso, l’accusa funziona come dispositivo di immunizzazione: serve a sottrarre un ambito di decisione pubblica — la sicurezza, la sanità, le infrastrutture, le politiche del lavoro, la protezione civile — al normale scrutinio democratico, riqualificando la critica come profanazione del lutto. Una teoria dello sciacallaggio che non incorpori questo rovescio è, di per sé, uno strumento di sciacallaggio.

Il criterio che orienta l’intero saggio è dunque il seguente: in democrazia la politicizzazione di un fatto pubblico non è un’anomalia da correggere, ma la funzione stessa della politica. Chiedere se una morte sul lavoro fosse evitabile, se un femminicidio fosse stato preceduto da denunce inevase, se un dissesto idrogeologico fosse stato segnalato e ignorato, se un reparto ospedaliero fosse sotto organico, non è sciacallaggio: è l’esercizio elementare del controllo democratico, ed è precisamente ciò che distingue una democrazia da un regime in cui le disfunzioni pubbliche restano prive di conseguenze politiche.

Lo sciacallaggio comincia altrove, e precisamente là dove il fatto cessa di essere oggetto di indagine e diventa unicamente veicolo: dove la conclusione precede l’accertamento, dove la vittima è usata come mezzo, dove la tesi proposta è costruita in modo da non poter essere smentita da alcun esito dell’inchiesta. Il confine è sottile, ma non è indeterminato: è tracciabile, e il presente lavoro tenta di tracciarlo con criteri espliciti e applicabili in modo simmetrico.

Il metodo e i suoi limiti

Gli esempi utilizzati nel saggio sono di due tipi. Il primo è costituito da fatti istituzionali verificabili: testi normativi, rapporti di ricerca, dati ufficiali, documenti deontologici, tutti citati in nota. Il secondo è costituito da tipologie astratte e da scenari costruiti, composti per aggregazione di tratti ricorrenti e non riferiti a persone determinate.

La scelta di non attribuire nominativamente comportamenti di sciacallaggio a soggetti politici individuati non deriva da prudenza redazionale, ma dalla natura stessa dell’argomento. La tesi qui sostenuta è che lo sciacallaggio sia un meccanismo strutturale del sistema politico-mediale contemporaneo, disponibile a ogni attore e regolarmente usato da tutti gli schieramenti secondo le occasioni offerte dal ciclo della cronaca. Trattarlo come vizio morale di una parte significherebbe riprodurre esattamente la logica che si intende analizzare: selezionare i casi favorevoli alla propria tesi e ignorare quelli sfavorevoli, cioè commettere l’errore che l’indicatore 4 della griglia diagnostica identifica come selettività della casistica.

Tre limiti vanno dichiarati.

Il primo è che gli indicatori proposti nella Parte quarta hanno natura indiziaria e non probatoria. Individuano configurazioni che rendono probabile una qualificazione, non la dimostrano. Nessuno di essi, isolatamente, è decisivo; il loro valore sta nella co-occorrenza e nella verificabilità documentale.

Il secondo è che il saggio non affronta il problema dell’intenzione. Stabilire se un attore abbia agito in mala fede è, nella generalità dei casi, impossibile e irrilevante: le conseguenze sulle persone coinvolte sono identiche che l’operazione sia deliberata o sia il prodotto di un adattamento non riflessivo a una struttura di incentivi. Il capitolo 23 discute esplicitamente le implicazioni di questa scelta.

Il terzo è che il quadro empirico è italiano. I meccanismi descritti hanno portata generale e sono documentati in gran parte della letteratura internazionale, ma la loro intensità e la loro forma specifica dipendono da variabili di sistema — l’assetto del servizio pubblico radiotelevisivo, la struttura del mercato editoriale, il grado di parallelismo politico dei media, la disciplina deontologica — che variano considerevolmente tra paesi.

La struttura

Il saggio si articola in cinque parti.

La Parte prima ricostruisce la costruzione sociale del fatto di cronaca: i criteri di notiziabilità, la struttura del genere, il potere di definizione delle fonti, l’anomalia italiana nel rapporto tra criminalità reale e rappresentazione mediale, il ciclo del panico morale, i meccanismi cognitivi e affettivi che governano la percezione del rischio, e la struttura di incentivi dell’ambiente informativo.

La Parte seconda propone un protocollo analitico di lettura articolato in otto operazioni, dalla stratificazione epistemica dell’enunciato alla verifica del comportamento dell’attore nel tempo lungo.

La Parte terza definisce lo sciacallaggio politico, ne ricostruisce le radici teoriche nella letteratura su cultura del controllo, populismo penale e comunicazione della paura, ne propone una tipologia in otto forme e un repertorio delle tecniche retoriche ricorrenti.

La Parte quarta presenta una griglia diagnostica di dodici indicatori, una regola di chiusura, un test di reversibilità, tre scenari applicativi e una discussione esplicita dei limiti dello strumento.

La Parte quinta affronta il rischio speculare — l’uso dell’accusa di sciacallaggio come tecnica di delegittimazione del dissenso — il ruolo specifico del giornalismo di prossimità, i limiti dell’autoregolazione deontologica, e le condizioni alle quali la struttura di incentivi può essere modificata.

Chiudono il lavoro due appendici — un protocollo sintetico di lettura e un glossario dei concetti impiegati — e una bibliografia ragionata.

PARTE PRIMA. LA COSTRUZIONE DEL FATTO

1. Il fatto non è un dato

1.1 La notiziabilità come filtro

L’espressione «fatto di cronaca» contiene un’ambiguità produttiva. Suggerisce che esista un fatto, esterno e compiuto, e che la cronaca si limiti a registrarlo. In realtà l’universo degli eventi quotidianamente accaduti è incommensurabilmente più vasto di quello degli eventi riportati, e il passaggio dal primo al secondo non è casuale: è governato da criteri stabili, professionalmente interiorizzati, che la sociologia del giornalismo ha ricostruito con precisione fin dagli anni Sessanta.

L’analisi classica di Johan Galtung e Mari Holmboe Ruge individuava un insieme di condizioni che aumentano la probabilità che un evento diventi notizia: la frequenza, cioè l’adeguamento del tempo dell’evento al ciclo produttivo del medium; l’ampiezza della soglia, per cui un evento deve superare una certa dimensione per essere registrato, e più è distante più deve essere grande; la non ambiguità; la significatività culturale e la prossimità; la consonanza con le aspettative del pubblico; l’inattesità entro il quadro dell’atteso; la continuità, per cui un evento già entrato nell’agenda vi resta con soglie di accesso ridotte; la composizione, cioè l’equilibrio interno al notiziario; e infine tre criteri che riguardano direttamente il nostro tema: il riferimento a persone d’élite, la personalizzazione e la negatività.1

Il lavoro successivo di Mauro Wolf sulla ricerca italiana ha mostrato come questi criteri operino non come regole esplicite ma come sapere pratico incorporato nella routine redazionale: il giornalista non «applica» i valori-notizia, li usa come categorie percettive.2 La revisione condotta da Tony Harcup e Deirdre O’Neill su materiale britannico contemporaneo ha confermato la struttura di fondo aggiungendo criteri legati all’ambiente digitale — la condivisibilità, l’audiovisività, la rilevanza per l’agenda dell’editore — che accentuano ulteriormente il peso della drammaticità e della personalizzazione.3

Ne discende una prima conseguenza analitica, che vale la pena enunciare nella forma più netta possibile: la selezione non è un accidente della cronaca, è la cronaca. Ciò che il lettore riceve non è il campione casuale di una popolazione di eventi, ma un campione fortemente distorto in direzione della rarità, dell’intensità, della personalizzazione e della negatività. Ogni inferenza che dal contenuto della cronaca risalga alla struttura della realtà sociale è, per costruzione, viziata da un errore di selezione.

L’analogia più precisa è quella con il survivorship bias: la cronaca è la coda della distribuzione, non la distribuzione. Un lettore che formasse la propria immagine della mobilità stradale osservando esclusivamente i servizi sugli incidenti mortali avrebbe una rappresentazione del traffico non semplicemente esagerata, ma qualitativamente sbagliata — perché ciò che manca non è una quantità, è un’intera categoria di eventi, quelli in cui non accade nulla, che costituiscono la quasi totalità del fenomeno e che sono per definizione non notiziabili.

1.2 Le routine produttive e la burocratizzazione dell’imprevisto

Un secondo livello di analisi riguarda l’organizzazione del lavoro redazionale. Gaye Tuchman ha mostrato come le redazioni affrontino un problema strutturale: devono produrre una quantità prevedibile di notizie a partire da un flusso di eventi imprevedibile.4 La soluzione organizzativa consiste nel costruire una rete di rilevazione ancorata a luoghi che producono eventi con regolarità — questure, comandi, tribunali, ospedali, uffici stampa istituzionali — e nel classificare in anticipo gli eventi in tipologie (hard news, soft news, spot news, developing story) che ne determinano il trattamento.

Le conseguenze sono due, entrambe rilevanti. La prima è che la cronaca privilegia strutturalmente gli eventi che passano attraverso i canali istituzionali di rilevazione: un reato denunciato è notiziabile, un reato non denunciato non esiste per il sistema informativo. La seconda è che la classificazione anticipata di un evento in una tipologia ne determina in larga misura il trattamento successivo: una volta che un fatto è stato classificato come «caso di cronaca nera», il repertorio narrativo, le fonti da attivare, il formato del servizio e persino la durata dell’attenzione sono in gran parte predeterminati.

Pierre Bourdieu ha descritto un terzo meccanismo, quello della circolazione circolare dell’informazione: i giornalisti leggono prevalentemente altri giornalisti, e la valutazione di ciò che è importante si forma in un circuito chiuso, con l’effetto di produrre un’omogeneità dell’agenda molto superiore a quella che la competizione tra testate lascerebbe prevedere.5 L’effetto pratico è che un fatto che entra nel circuito vi si amplifica per riflessione reciproca, mentre un fatto che non vi entra resta invisibile anche quando la sua rilevanza oggettiva è superiore.

1.3 Il fait divers come struttura chiusa

Roland Barthes ha proposto la caratterizzazione strutturale più penetrante del genere. Il fait divers, scriveva, è un’informazione «totale», o più esattamente «immanente»: contiene in sé tutto il proprio sapere. A differenza della notizia politica o economica, che rinvia a un contesto esterno senza il quale è incomprensibile, il fatto di cronaca è autosufficiente: «non rinvia formalmente a nulla che stia al di fuori di se stesso».6

La sua struttura, mostrava Barthes, è quella di una relazione a due termini, e le relazioni possibili sono sostanzialmente due. La prima è la causalità deviata: c’è una causa, ma è sproporzionata, inattesa o assente rispetto all’effetto — l’uomo che uccide per una banalità, il bambino che sopravvive a una caduta impossibile. La seconda è la coincidenza: due termini che non hanno rapporto causale ma la cui associazione produce un effetto di senso — l’incendio nella caserma dei pompieri, il ladro derubato. In entrambi i casi la struttura è chiusa: il senso è tutto interno alla relazione tra i due termini.

La conseguenza politica di questa chiusura è decisiva e va enunciata con chiarezza. Proprio perché il fait divers è semanticamente autosufficiente, esso è causalmente sottodeterminato: il testo non contiene, e non può contenere, la spiegazione dell’evento. La domanda «perché è successo?» resta senza risposta all’interno del genere, perché una risposta richiederebbe l’apertura del racconto verso un contesto — sociale, economico, biografico, istituzionale — che la forma del fait divers esclude.

Lo spazio esplicativo resta dunque vuoto, e questo vuoto è ciò che l’intervento politico riempie. Il fatto di cronaca è, strutturalmente, un contenitore in attesa di causa. Chi arriva per primo con una causa plausibile, semplice e già disponibile nel repertorio culturale del pubblico si aggiudica il fatto — e con esso l’intera carica emotiva che il fatto ha accumulato.

Va aggiunto che questa struttura ha una conseguenza ulteriore, meno evidente e non meno importante: il fait divers produce un effetto di comprensione senza spiegazione. Il lettore che ha seguito la ricostruzione di un delitto — la dinamica, i luoghi, i tempi, le parole scambiate — ha la sensazione soggettiva di avere capito, e questa sensazione è indipendente dal fatto che nessuna spiegazione gli sia stata fornita. È precisamente questa sensazione che rende il pubblico ricettivo alla causa offerta dall’esterno: non colma un vuoto avvertito come tale, ma conferma una comprensione già sentita come acquisita.

1.4 Gatekeeping, agenda setting, priming

Tre concetti della ricerca sugli effetti mediali permettono di formalizzare il passaggio dalla selezione all’effetto politico.

Il primo è il gatekeeping, introdotto da David Manning White per descrivere il ruolo del redattore che decide quali notizie di agenzia passino e quali no.7 La ricerca successiva ha mostrato che le decisioni individuali del gatekeeper sono molto meno determinanti dei vincoli organizzativi e delle routine descritte al § 1.2, ma il concetto resta utile per designare il punto in cui la selezione si materializza.

Il secondo è l’agenda setting. Nella formulazione classica di Maxwell McCombs e Donald Shaw, i media non determinano ciò che il pubblico pensa, ma influenzano in misura rilevante ciò a cui il pubblico pensa, cioè la gerarchia dei temi percepiti come importanti.8 Nella sua seconda versione — l’attribute agenda setting — la teoria riguarda anche la salienza degli attributi con cui un oggetto viene presentato: non solo quali temi sono importanti, ma quali aspetti di ciascun tema.

Il terzo è il priming. La sovraesposizione di un tema modifica i criteri con cui il pubblico valuta gli attori politici: se il tema saliente è la sicurezza, gli elettori valuteranno il governo prevalentemente sulla base della sua performance percepita in materia di sicurezza, e non su altre dimensioni. Il priming spiega perché il controllo dell’agenda sia una posta politica così alta: non serve solo a occupare spazio, serve a cambiare i criteri del giudizio. Un attore politico che sia percepito come credibile sulla sicurezza e debole sull’economia ha un interesse strutturale a che l’agenda sia occupata dalla sicurezza, indipendentemente da qualsiasi convinzione sostantiva sulla materia.

Questa osservazione consente di formulare una prima proposizione predittiva, verificabile: la propensione di un attore politico a sfruttare un fatto di cronaca è funzione della distanza tra la sua credibilità percepita sul tema attivato dal fatto e la sua credibilità percepita sui temi attualmente salienti. Non è, se non in misura secondaria, funzione della sua collocazione ideologica.

1.5 Il framing e le sue quattro funzioni

Il concetto più importante ai nostri fini è quello di framing. Nella definizione di Robert Entman, incorniciare significa «selezionare alcuni aspetti di una realtà percepita e renderli più salienti in un testo comunicativo, in modo da promuovere una particolare definizione del problema, un’interpretazione causale, una valutazione morale e/o una raccomandazione di trattamento».9

Le quattro funzioni — definizione del problema, interpretazione causale, valutazione morale, raccomandazione di trattamento — sono in relazione gerarchica: chi fissa la definizione del problema ha già in larga parte determinato la soluzione ammissibile. Un’aggressione in una stazione ferroviaria può essere incorniciata almeno in quattro modi:

  • come problema di ordine pubblico, e la soluzione ammissibile diventa il presidio, l’arresto, l’allontanamento;
  • come problema di salute mentale territoriale, e la soluzione diventa il potenziamento dei servizi di presa in carico;
  • come problema di degrado urbano, e la soluzione diventa la riqualificazione dello spazio e la sua rifunzionalizzazione;
  • come problema di politiche migratorie, e la soluzione diventa il controllo dei flussi o la revisione dei criteri di accoglienza.

I quattro frame non sono descrizioni alternative di ciò che è accaduto: sono programmi politici travestiti da descrizioni. Ciascuno seleziona un sottoinsieme di fatti veri e ne omette altri altrettanto veri; ciascuno rende invisibile la classe di rimedi che appartiene agli altri tre. La competizione politica intorno a un fatto di cronaca è, quasi sempre, una competizione di framing, e la posta in gioco non è la verità del fatto ma la determinazione del suo genere.

Un elemento che va sottolineato, perché frequentemente frainteso: il framing non richiede falsità. Un frame può essere costruito interamente con affermazioni vere e verificabili, e proprio per questo è così difficile da contrastare con la sola verifica dei fatti. Il fact-checking è uno strumento potente contro l’affermazione falsa e sostanzialmente impotente contro il frame selettivo, che è la forma dominante nella comunicazione politica sofisticata.

1.6 Framing episodico e framing tematico

La distinzione introdotta da Shanto Iyengar è, sul piano politico, la più consequenziale dell’intera letteratura. Iyengar distingue tra episodic framing — la presentazione di un tema attraverso il caso concreto, l’individuo, l’evento singolo — e thematic framing — la presentazione attraverso il contesto, la serie storica, la condizione strutturale. La ricerca sperimentale mostra che l’esposizione al framing episodico sposta l’attribuzione di responsabilità dal livello sistemico al livello individuale, mentre il framing tematico produce l’effetto opposto.10

Il risultato è stato replicato su temi diversi — povertà, disoccupazione, criminalità, terrorismo — con notevole robustezza. Nel caso della povertà, gli spettatori esposti alla storia di un singolo individuo povero tendono ad attribuirne la condizione a caratteristiche personali; quelli esposti a dati aggregati sulla disoccupazione tendono ad attribuirla a fattori economici e politici. La differenza non riguarda l’informazione fornita — entrambi i formati contengono informazioni vere — ma la struttura del racconto.

Il fatto di cronaca è la forma pura del framing episodico. La sua egemonia nell’informazione italiana — documentata al capitolo 3 — non è dunque una questione di gusto o di qualità professionale: è una scelta, per lo più non deliberata, che ridistribuisce sistematicamente la responsabilità dai sistemi agli individui.

Da questa constatazione discende però un corollario paradossale, che qualsiasi analisi dello sciacallaggio deve tenere presente. Il framing episodico favorisce l’attribuzione individuale della colpa, ma proprio per questo lascia scoperto il fianco sistemico, che diventa il terreno privilegiato dell’attacco politico. Il politico che dice «la colpa è di chi ha aperto le frontiere» e il politico che dice «la colpa è di chi ha tagliato i fondi ai consultori» stanno compiendo la stessa operazione formale: reintrodurre un livello tematico in un racconto episodico.

Che l’operazione sia legittima o meno non dipende dalla forma, ma dalla fondatezza del nesso. Ed è esattamente questo che le Parti seconda e quarta si propongono di rendere valutabile. Un lettore che condanni la reintroduzione del livello tematico in quanto tale finirebbe per sostenere che nessun evento singolo possa mai essere collegato a una causa strutturale — posizione che, se applicata coerentemente, renderebbe impossibile qualsiasi politica pubblica basata sull’evidenza.

2. Le fonti e il potere di definizione

2.1 I definitori primari

Stuart Hall e i suoi collaboratori, nel classico studio sul panico britannico intorno al mugging degli anni Settanta, hanno introdotto il concetto di primary definers.11 L’argomento è il seguente: i media, per ragioni al tempo stesso organizzative (le routine descritte al § 1.2) e deontologiche (l’obbligo di ancorare le affermazioni a fonti autorevoli), sono strutturalmente dipendenti da un insieme ristretto di fonti istituzionali accreditate — polizia, magistratura, governo, esperti riconosciuti. Queste fonti godono di un accesso privilegiato e sistematico alla definizione iniziale degli eventi.

Ne consegue che i media, pur non essendo il luogo in cui il potere di definizione risiede, ne diventano il luogo di riproduzione: la definizione primaria fissa i termini entro cui la discussione successiva si svolge, e le definizioni alternative devono affrontare l’onere di contraddire una versione già stabilita. Hall chiamava questo effetto la strutturazione dell’accesso: non censura, ma gerarchia sistematica delle voci ammesse.

La tesi è stata criticata per eccesso di determinismo — le fonti istituzionali competono tra loro, i giornalisti dispongono di margini di autonomia, e le fonti non istituzionali hanno oggi canali di accesso che negli anni Settanta non esistevano.12 Resta però solido il nucleo empirico: nella fase iniziale della copertura di un fatto di cronaca, l’informazione disponibile proviene quasi esclusivamente da fonti investigative, e la ricostruzione che ne deriva porta l’impronta della loro prospettiva professionale, che è per definizione una prospettiva orientata all’individuazione di un responsabile e non alla comprensione di un contesto.

2.2 La fonte politica come fonte di cronaca

Un fenomeno relativamente recente merita attenzione specifica. Nella copertura contemporanea dei fatti di cronaca, la dichiarazione politica non interviene soltanto come commento successivo alla notizia: è essa stessa notizia, e frequentemente arriva prima delle informazioni sul fatto.

Il meccanismo è il seguente. Un evento viene segnalato attraverso i canali informali (social network, gruppi di messaggistica, testimonianze dirette) prima che le agenzie ne diano conto. Un attore politico interviene pubblicamente. L’intervento è, per i criteri di notiziabilità, altamente notiziabile: proviene da una fonte d’élite, è conflittuale, è immediatamente disponibile in forma testuale citabile. La testata lo riporta. A quel punto il fatto entra nell’agenda già incorniciato, e la successiva verifica dei suoi contenuti — che potrà smentire elementi rilevanti della ricostruzione iniziale — dovrà competere con un frame già insediato.

Questa inversione dell’ordine — prima la definizione politica, poi l’accertamento del fatto — è la condizione tecnica che rende possibile la prima delle quattro condizioni della definizione di sciacallaggio proposta al capitolo 15. Non è un abuso individuale: è una proprietà emergente del sistema, e opera anche in assenza di qualsiasi intenzione di sfruttamento.

2.3 L’asimmetria di voce: una misura

L’asimmetria nell’accesso alla parola è quantificabile. Il XIII Rapporto dell’Associazione Carta di Roma, realizzato con l’Osservatorio di Pavia e riferito al periodo gennaio–ottobre 2025, rileva che solo il 7% dei servizi televisivi dedicati all’immigrazione contiene una dichiarazione diretta di una persona migrante, mentre i soggetti politici sono presenti nel 24% dei servizi; la copertura resta prevalentemente ancorata al frame sicuritario e a quello dei flussi, e la presenza del tema sulle prime pagine dei sei principali quotidiani è cresciuta del 10% rispetto all’anno precedente.13

Il dato è metodologicamente prezioso perché misura una condizione strutturale: nel racconto di un fenomeno sociale, la parola è attribuita in misura più che tripla a chi lo commenta politicamente rispetto a chi lo vive. Questa asimmetria è la precondizione tecnica dello sciacallaggio: se il soggetto di cui si parla non parla, la sua rappresentazione è interamente delegata a chi ha interesse a definirla, e non esiste alcun contrappeso interno al testo.

L’osservazione ha portata generale e non riguarda soltanto la migrazione. La stessa struttura si riscontra nella rappresentazione dei detenuti, dei minori in condizione di disagio, dei lavoratori in settori ad alto rischio infortunistico, dei residenti di quartieri stigmatizzati: categorie di cui si parla molto e che parlano pochissimo. La verifica della distribuzione della parola in un testo di cronaca è, per questa ragione, una delle operazioni analitiche più informative disponibili al lettore, ed è trattata come tale al capitolo 12.

3. L’anomalia italiana: la forbice tra criminalità e rappresentazione

Qualunque discorso metodologico sulla lettura della cronaca deve poggiare su un accertamento fattuale: quale sia l’andamento reale dei fenomeni di cui la cronaca si occupa, e in che rapporto stia con la loro rappresentazione e con la loro percezione. La ricostruzione che segue non ha valore ornamentale: è essa stessa un esercizio del protocollo di lettura proposto nella Parte seconda, ed è costruita in modo da mostrare quanto radicalmente il significato di un dato dipenda dalle scelte di aggregazione, di intervallo e di fonte.

3.1 Gli omicidi: una serie in calo strutturale

I dati del Servizio analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza indicano per gli omicidi volontari consumati in Italia una diminuzione di circa un terzo nel decennio 2015–2024: da 475 a 319 casi. La riduzione è asimmetrica per genere della vittima — circa il 38% per le vittime di sesso maschile, circa il 22% per quelle di sesso femminile — ed è particolarmente marcata per gli omicidi riconducibili alla criminalità organizzata di stampo mafioso, in calo di circa il 72%.14 Gli omicidi con vittime di sesso femminile passano da 145 a 113 nello stesso periodo.

Il dato assume tutta la sua portata se collocato su una serie lunga. L’Istat, in una ricostruzione storica pubblicata nel 2026, documenta che tra il 1891 e il 1895 in Italia si registravano in media quasi 2.000 omicidi l’anno, con un tasso di 5,9 ogni 100.000 abitanti, mentre tra il 2020 e il 2024 la media è stata di poco superiore ai 300 casi, con un tasso inferiore a 0,6.15 Il picco più recente si colloca nel 1991, con 1.916 omicidi, in larghissima parte riconducibili alla criminalità organizzata.16 Il confronto internazionale colloca oggi l’Italia tra i paesi europei con il tasso di omicidio più basso: 0,55 per 100.000 abitanti nel 2022, contro una media dell’Unione europea di 0,86.17

Si tratta, in termini quantitativi, di una delle trasformazioni sociali più rilevanti della storia recente del paese, e di una che il sistema informativo non ha in alcun modo restituito. Nessuna copertura mediale ha accompagnato la riduzione di oltre l’80% del tasso di omicidio in un trentennio, per la ragione elementare che la diminuzione di un fenomeno non è un evento, e dunque non è notiziabile secondo alcuno dei criteri esaminati al § 1.1.

3.2 Le tre precisazioni metodologiche

I dati appena riportati richiedono tre precisazioni che costituiscono, di per sé, un esercizio di lettura critica e che verranno riprese in forma sistematica al capitolo 9.

Prima precisazione: la scelta della serie. Un decennio è un intervallo arbitrario. Esteso agli anni Novanta, il calo appare drastico; ristretto a un triennio, può risultare irregolare o addirittura crescente in singoli segmenti. Nessuna di queste letture è falsa; ciascuna risponde a una domanda diversa. La manipolazione statistica raramente consiste nell’inventare numeri: quasi sempre consiste nello scegliere l’intervallo che produce la pendenza desiderata. Il criterio di controllo è verificare se la scelta dell’intervallo sia giustificata da una discontinuità reale — una riforma normativa, un cambiamento del metodo di rilevazione, un evento esogeno come la pandemia — o soltanto dall’esito che produce.

Seconda precisazione: la disaggregazione. Il calo complessivo è trainato in misura preponderante dal crollo degli omicidi di criminalità organizzata. Ne segue che l’aggregato «omicidi» maschera dinamiche divergenti: mentre l’omicidio di mafia si riduce drasticamente, l’omicidio in ambito familiare e affettivo mostra una rigidità marcata, tanto che la sua quota relativa sul totale è aumentata proprio in conseguenza della diminuzione delle altre componenti. Un dato aggregato in calo e un fenomeno specifico stabile sono perfettamente compatibili, e l’uso polemico dell’uno contro l’altro è una delle scorrettezze argomentative più diffuse nel dibattito pubblico italiano. Chi afferma «gli omicidi calano» e chi afferma «i femminicidi non calano» possono avere entrambi ragione, e la contrapposizione tra le due affermazioni è un artefatto retorico.

Terza precisazione: la fattispecie. Il termine «femminicidio» ha designato a lungo una categoria criminologica priva di corrispondenza in una fattispecie del codice penale italiano; le statistiche costruite su di esso dipendevano quindi da criteri di classificazione adottati dai rilevatori, con conseguente variabilità dei conteggi tra fonti diverse. La situazione è mutata con la legge 2 dicembre 2025, n. 181 — approvata all’unanimità da entrambe le Camere nel novembre 2025 ed entrata in vigore il 17 dicembre successivo — che ha introdotto l’articolo 577-bis del codice penale, configurando come reato autonomo l’uccisione di una donna quando il fatto sia commesso «come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna», ovvero «in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo» o «come atto di limitazione delle sue libertà individuali», con pena dell’ergastolo.18

Sul piano che qui interessa, l’introduzione della fattispecie ha un effetto tecnico non secondario: modifica il criterio di rilevazione statistica, e quindi rende non immediatamente comparabili le serie ante e post riforma. Ogni confronto che ignori la discontinuità normativa è metodologicamente viziato, e nei prossimi anni sarà prevedibilmente utilizzato in entrambe le direzioni — per sostenere che il fenomeno è aumentato, se il nuovo criterio produrrà conteggi superiori, o che è diminuito, se il vaglio della fattispecie ne restringerà l’ambito.

3.3 L’aggregato «delitti»: una serie che racconta il contrario

Se dagli omicidi si passa all’aggregato dei delitti denunciati, il quadro cambia radicalmente, e questa divergenza è analiticamente più istruttiva di qualunque singolo dato.

Nel 2024 i delitti denunciati in Italia sono stati circa 2,4 milioni, pari a circa 40 ogni 1.000 residenti: un valore che riporta il totale ai livelli del 2018, interrompendo la tendenza alla riduzione che aveva caratterizzato il periodo 2013-2019. La composizione interna è però eterogenea: crescono in modo marcato le truffe e le frodi informatiche, arrivate a rappresentare circa il 12% di tutti i delitti denunciati; crescono le denunce per violenza sessuale; diminuiscono in modo strutturale gli omicidi dolosi e, dopo il 2014, i furti.19

Da questo singolo insieme di dati è possibile costruire, senza dire una sola falsità, due narrazioni opposte:

Narrazione A. «La criminalità in Italia è tornata ai livelli di sei anni fa, dopo un decennio di riduzione. Il numero di reati denunciati sfiora i 2,4 milioni: quaranta reati ogni mille abitanti.»

Narrazione B. «L’Italia ha oggi uno dei tassi di omicidio più bassi d’Europa e i furti sono ai minimi storici. L’aumento dei delitti denunciati è quasi interamente spiegato dalla crescita delle truffe informatiche, una categoria che quindici anni fa era statisticamente marginale.»

Entrambe le narrazioni sono vere. La differenza sta nell’aggregato scelto e nell’attribuzione o meno della composizione. Un lettore che disponga soltanto della prima non ha ricevuto un’informazione falsa: ha ricevuto un’informazione incompleta in un modo che ne inverte il significato. È questa la ragione per cui il fact-checking dell’affermazione singola è uno strumento insufficiente, e per cui il protocollo proposto nella Parte seconda insiste sulla ricostruzione della base statistica anziché sulla verifica del dato citato.

3.4 Il problema delle denunce: emersione e propensione

Un’ulteriore avvertenza riguarda la natura stessa del dato. Le statistiche della delittuosità misurano le denunce, non i reati. Un aumento delle denunce può segnalare un aumento dei reati, un aumento della propensione a denunciare, un miglioramento della capacità di rilevazione, o una modifica normativa che amplia la fattispecie. L’Istat documenta esplicitamente che la propensione a denunciare è aumentata in Italia tra il 1997 e il 2023.20

Il caso della violenza contro le donne è il più istruttivo, ed è documentato con un dettaglio che non ha eguali in altri ambiti. L’indagine Istat 2025 sulla violenza contro le donne — di cui sono disponibili i primi risultati, riferiti alle sole donne di cittadinanza italiana, su circa 17.500 interviste condotte tra marzo e agosto 2025 e armonizzate secondo standard europei — stima che il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni abbia subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita: il 18,8% violenza fisica, il 23,4% violenza sessuale, di cui il 5,7% stupri o tentati stupri.21

Il dato decisivo, ai nostri fini, è però un altro: solo il 13,3% delle vittime ha denunciato, con valori che scendono al 3,8% per la violenza subita dal partner attuale e salgono al 27,4% per gli stupri. Considerando i cinque anni precedenti l’intervista sulla fascia 16-70 anni, la prevalenza risulta sostanzialmente stabile rispetto alla rilevazione del 2014 (11,0% contro 11,2%), con una diminuzione della violenza fisica e un aumento di quella sessuale, e con un incremento significativo tra le più giovani, dove la quota passa dal 28,4% al 37,6%.

Le implicazioni per la lettura della cronaca e del dibattito politico sono tre, e vanno enunciate distintamente.

Primo: quando la prevalenza reale è stabile e il tasso di denuncia è dell’ordine del 13%, un aumento delle denunce è compatibile con una diminuzione del fenomeno, e può anzi costituirne un indicatore positivo, poiché segnala un miglioramento della fiducia nelle istituzioni o dell’efficacia delle campagne di emersione. Interpretare l’emersione come crescita è un errore tecnico; ma è anche una delle operazioni politiche più praticate, e viene praticata da entrambi i versanti — da chi vuole dimostrare l’aggravarsi del fenomeno e da chi vuole rivendicare l’efficacia delle proprie politiche di emersione.

Secondo: la disponibilità di dati di vittimizzazione — cioè di indagini campionarie che rilevano il fenomeno indipendentemente dalla denuncia — è ciò che consente di distinguere le due ipotesi. Dove tali dati non esistono, la distinzione è indecidibile, e qualsiasi affermazione sull’andamento del fenomeno è una congettura.

Terzo: l’aumento tra le più giovani, che l’indagine documenta con nettezza, è un dato che nessuna delle due narrazioni polemiche prevalenti aveva anticipato, e la sua interpretazione — maggiore esposizione, maggiore consapevolezza e quindi maggiore riconoscimento delle condotte come violenza, mutamento reale dei comportamenti — resta aperta. Un dato che non conferma nessuna delle tesi in campo è precisamente il tipo di dato che il dibattito politico tende a non riprendere.

3.5 La percezione: due misure che sembrano contraddirsi

Alla riduzione dei reati violenti non corrisponde una riduzione proporzionale della percezione di insicurezza. Ma anche qui il quadro è più articolato di quanto la formula corrente suggerisca, e la sua articolazione è teoricamente rivelatrice.

Il XV Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza — promosso da Fondazione Unipolis con Demos&Pi e Osservatorio di Pavia, presentato nel dicembre 2023, con rilevazioni condotte in Italia e, parallelamente, in Germania, Francia e Finlandia — rilevava che il 72% degli intervistati italiani riteneva che la criminalità in Italia fosse cresciuta rispetto a cinque anni prima, mentre solo il 36% riteneva che fosse cresciuta nella propria zona di residenza.22

L’indagine Istat sulla percezione della sicurezza riferita al periodo 2022-2023, condotta su 29.317 individui di 14 anni e più, offre una misura complementare: il 76% delle persone dichiara di sentirsi molto o abbastanza sicuro camminando da solo al buio nella zona in cui vive, con un miglioramento di oltre 15 punti percentuali rispetto alla rilevazione 2015-2016 (60,6%) e rispetto al minimo storico del 2008-2009 (59,6%). La quota di chi ritiene la propria zona molto o abbastanza a rischio di criminalità scende dal 33,9% al 20,3%. Gli indicatori di degrado urbano percepito diminuiscono tutti in modo marcato. Permane una forte differenza di genere: si sente insicuro per strada il 16,4% delle donne contro il 7,4% degli uomini, ed evita di uscire per paura il 19,5% delle donne contro il 5,3% degli uomini.23

I due dati non si contraddicono: misurano oggetti diversi. Il primo misura la rappresentazione del paese, il secondo l’esperienza del proprio ambiente. E il divario tra le due misure — un cittadino che si sente sicuro dove vive e ritiene insicuro il paese in cui vive — è, in prima approssimazione, una misura dell’effetto della rappresentazione mediale sulla costruzione della realtà sociale percepita.

Questa è forse la constatazione empirica più importante dell’intero capitolo, e merita di essere isolata: l’insicurezza percepita non è, in Italia, prevalentemente un’insicurezza esperita; è un’insicurezza rappresentata. La distinzione ha conseguenze politiche dirette. Un’insicurezza esperita richiede interventi sul territorio in cui è esperita; un’insicurezza rappresentata è, per definizione, insensibile a tali interventi, perché il suo oggetto non è il territorio del soggetto ma un’immagine del paese. Ne discende che le politiche di sicurezza urbana possono avere successo pieno sul piano dell’esperienza — come i dati Istat sul degrado percepito suggeriscono — e nessun effetto sulla domanda politica di sicurezza, che continua ad alimentarsi altrove.

3.6 La sovraesposizione televisiva

Il terzo elemento della forbice è quantitativo e riguarda l’offerta informativa. Le rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia sui principali telegiornali europei documentano da anni una posizione anomala dell’informazione televisiva italiana: nel periodo considerato dal X Rapporto Unipolis, il principale notiziario della televisione pubblica italiana presentava in alcune annualità un numero di notizie criminali circa tre volte superiore a quello del corrispondente notiziario britannico e — secondo la formulazione letterale del rapporto — quarantaquattro volte superiore a quello del principale notiziario pubblico tedesco.24 Non si tratta di un’anomalia congiunturale: è un tratto strutturale del sistema informativo italiano, consolidato a partire dalla metà degli anni Novanta e sostanzialmente indipendente dall’andamento reale della criminalità.

Va sottolineato che la variabile decisiva non è l’esistenza della cronaca nera — presente in tutti i sistemi informativi — ma la sua collocazione. Nei notiziari europei di riferimento la cronaca criminale occupa in prevalenza spazi interni e formati brevi; nel modello italiano essa occupa regolarmente l’apertura, il formato lungo, la diretta e il commento in studio, cioè le posizioni che il linguaggio televisivo riserva agli eventi di rilevanza nazionale. La differenza non è di quantità ma di statuto attribuito: il singolo delitto viene trattato come se fosse un fatto politico, e a quel punto lo diventa.

3.7 Il paradosso della sicurezza

La divaricazione tra dati e percezione è stata analizzata a lungo dalla criminologia italiana ed è oggi un risultato consolidato. La formula del «paradosso della sicurezza» — la percezione cresce mentre i reati diminuiscono — è però imprecisa, e conviene sostituirla con una formulazione più esatta.

L’insicurezza contemporanea, mostrano i rapporti dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, non è un’unica grandezza ma un aggregato di almeno tre componenti: una criminale, legata al timore di essere vittima di reato; una economica, legata al timore di perdere il lavoro, il reddito, la posizione sociale; e una globale, legata a guerre, instabilità internazionale, ambiente, alimentazione. Queste componenti sono parzialmente sostitutive: quando cresce la salienza di una, tende a ridursi quella delle altre.25

La sostituibilità è politicamente rilevante perché implica che la domanda di sicurezza sia un aggregato a somma parzialmente costante: chi riesce a incanalare l’ansia diffusa verso la dimensione criminale sottrae attenzione politica alla dimensione economica, e viceversa. La competizione sull’agenda non è solo competizione per lo spazio: è competizione per la conversione dell’ansia. Robert Castel ha descritto, in termini convergenti, la traduzione di un’insicurezza sociale — l’incertezza sulle condizioni materiali di esistenza prodotta dall’indebolimento delle protezioni collettive — nel linguaggio di un’insicurezza civile focalizzata sul crimine e sull’estraneo, sostenendo che la seconda funziona in larga misura come espressione simbolica e politicamente gestibile della prima.26

Questa lettura consente di riformulare il paradosso in termini non paradossali: la percezione di insicurezza non è una stima erronea del rischio criminale, è l’espressione in linguaggio criminale di un’insicurezza che ha altre origini. Se questo è vero, l’attesa che la diffusione dei dati corretti sulla criminalità riduca la domanda di sicurezza è mal riposta, perché fraintende l’oggetto della domanda. È una conclusione scomoda, perché priva il giornalismo dei dati della sua funzione consolatoria; ma è coerente con l’evidenza disponibile.

4. Il ciclo del panico morale

4.1 La sequenza classica

Il concetto di panico morale è stato elaborato da Stanley Cohen nel 1972 per descrivere la reazione sociale agli scontri tra bande giovanili nell’Inghilterra dei primi anni Sessanta. Cohen definiva panico morale una condizione in cui «una condizione, un episodio, una persona o un gruppo di persone emerge e viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società», con una rappresentazione mediale stilizzata e stereotipata, la mobilitazione di moral entrepreneurs e di esperti che pronunciano diagnosi e soluzioni, e infine una risposta istituzionale.27

La sequenza è ricostruibile in sei stadi:

  1. L’evento innescante, dotato di alta carica emotiva e di caratteristiche che lo rendono narrativamente utilizzabile.
  2. L’amplificazione mediale, che seleziona e serializza eventi analoghi precedentemente ignorati, producendo l’impressione di una crescita del fenomeno anche a fronte di una sua stabilità o diminuzione.
  3. La costruzione del folk devil, cioè di una figura di nemico dotata di tratti riconoscibili, socialmente identificabile e priva di accesso alla parola pubblica.
  4. L’intervento dei moral entrepreneurs, che formulano la domanda di intervento e ne assumono la rappresentanza.
  5. La risposta istituzionale, in genere di natura normativa e di carattere prevalentemente simbolico.
  6. Il riassorbimento del ciclo, con il ritorno dell’attenzione a livelli ordinari.

Il punto teoricamente decisivo è l’ultimo, ed è quello che più frequentemente sfugge. Il panico morale è transitorio; il suo residuo normativo non lo è. Le norme adottate sotto la pressione del ciclo restano in vigore quando l’allarme è cessato, e ridefiniscono in modo duraturo l’equilibrio tra libertà e controllo. È questa la ragione per cui l’analisi dello sciacallaggio non è un esercizio di igiene retorica ma un problema di teoria delle istituzioni: ciò che si sedimenta non è l’emozione, è la legge.

4.2 La versione forte: Hall e la gestione dell’egemonia

Hall e i suoi collaboratori hanno proposto una versione più radicale del modello. Nel loro studio sul mugging britannico, la costruzione dell’allarme intorno a un reato — la rapina di strada — la cui incidenza reale non era cresciuta in misura corrispondente all’allarme viene letta come parte di un processo più ampio: la costruzione del consenso intorno a una svolta autoritaria dello Stato in una fase di crisi economica e di erosione dell’egemonia. Il panico non è un errore collettivo, ma un dispositivo attraverso cui una crisi di legittimazione viene ridefinita come crisi dell’ordine pubblico, e quindi resa governabile con strumenti disponibili.28

La versione forte è stata criticata per il suo funzionalismo — presuppone una convergenza di interessi che raramente è documentabile, e attribuisce agli attori una capacità di coordinamento che non hanno. Ma il suo contributo analitico resta: mostra che la trasformazione di un problema sociale in problema criminale non è neutra rispetto alla distribuzione delle responsabilità politiche, perché sposta la competenza dal terreno delle politiche economiche e sociali a quello dell’ordine pubblico, e con essa sposta l’identità degli attori legittimati a intervenire.

4.3 La rilettura italiana: il panico come dispositivo ordinario

Marcello Maneri ha proposto per il caso italiano una rilettura che, ai nostri fini, è la più utile. Il panico morale, nella sua formulazione, non è un episodio patologico ed eccezionale, ma un dispositivo ordinario di trasformazione dell’insicurezza sociale diffusa in domanda di ordine.29 Non richiede né una crisi eccezionale né un coordinamento tra attori: emerge dall’interazione routinaria tra le pratiche giornalistiche descritte al capitolo 1, le strategie di visibilità degli attori politici e la disponibilità di un repertorio culturale di figure minacciose.

Questa rilettura ha tre implicazioni che orientano l’intero saggio.

Prima: se il panico è un dispositivo ordinario, la sua analisi non richiede l’ipotesi della malafede. Gli attori possono agire ciascuno secondo la propria razionalità locale — il cronista che segue un caso che interessa, il politico che risponde a una domanda che gli viene posta, il lettore che condivide ciò che lo indigna — e produrre collettivamente un esito che nessuno ha progettato.

Seconda: se il dispositivo è ordinario, non esiste un momento in cui «la situazione torna normale». Il ciclo si conclude, ma la soglia di attivazione del ciclo successivo si abbassa, perché il repertorio si è arricchito e la figura minacciosa si è consolidata.

Terza: se il dispositivo opera per serializzazione — cioè costruendo una serie a partire da eventi che prima erano trattati come isolati — allora la serializzazione retroattiva è la tecnica retorica centrale del fenomeno, ed è riconoscibile. Il capitolo 18 la tratta come tale.

5. I meccanismi cognitivi e affettivi

L’efficacia politica della cronaca non si spiega interamente con la struttura dell’offerta informativa: richiede di considerare anche il modo in cui le informazioni sul rischio vengono elaborate da chi le riceve. La letteratura in materia è vasta e converge su un punto: gli errori non sono casuali, sono sistematici e prevedibili, e proprio per questo sfruttabili.

5.1 L’euristica della disponibilità

L’euristica della disponibilità, descritta da Amos Tversky e Daniel Kahneman, consiste nel valutare la frequenza o la probabilità di un evento in base alla facilità con cui esempi di quell’evento vengono alla mente.30 È un’euristica normalmente efficiente: nella maggior parte dei contesti naturali, gli eventi più frequenti sono anche quelli di cui si ricordano più esempi.

L’euristica fallisce sistematicamente quando la facilità di richiamo è determinata da fattori diversi dalla frequenza — la vividezza, la recenza, l’intensità emotiva, la ripetizione. Poiché queste sono esattamente le proprietà che rendono un evento notiziabile, l’esposizione alla cronaca produce una distorsione sistematica e prevedibile della stima soggettiva del rischio, nella direzione della sovrastima degli eventi rari e drammatici e della sottostima di quelli frequenti e ordinari.

L’ordine di grandezza della distorsione è documentato: nelle ricerche sulla percezione delle cause di morte, i rischi ampiamente coperti dai media (omicidi, incidenti aerei, disastri) risultano sovrastimati di un fattore che può superare l’ordine di grandezza, mentre i rischi diffusi e non notiziabili (malattie croniche, incidenti domestici) risultano corrispondentemente sottostimati.31

5.2 La negligenza della probabilità e l’euristica dell’affetto

A questo si aggiunge il fenomeno che Cass Sunstein ha chiamato probability neglect: in condizioni di forte attivazione emotiva, la valutazione del rischio tende a concentrarsi sulla gravità dell’esito peggiore ignorando la sua probabilità.32 Il meccanismo spiega perché le politiche adottate sotto pressione emotiva tendano sistematicamente alla sovra-reazione rispetto a rischi rari e alla sotto-reazione rispetto a rischi diffusi: non è irrazionalità degli attori, è una proprietà nota del sistema cognitivo umano quando opera sotto attivazione affettiva.

Paul Slovic ha descritto un meccanismo connesso, l’affect heuristic: la valutazione di rischi e benefici è mediata da una risposta affettiva globale all’oggetto, con la conseguenza che ciò che suscita reazione negativa viene percepito come più rischioso e come meno benefico, mentre nella realtà rischi e benefici sono spesso correlati positivamente.33 Ne discende una previsione verificabile: l’attivazione affettiva negativa intorno a un oggetto ne aumenta il rischio percepito indipendentemente da qualsiasi informazione sul rischio effettivo. È il fondamento cognitivo della stigmatizzazione di gruppo.

5.3 La vittima identificabile e l’insensibilità psicofisica

Un terzo meccanismo, il più direttamente pertinente al tema dello sciacallaggio, riguarda l’asimmetria tra il singolo e il numero. L’identifiable victim effect designa la tendenza a mobilitarsi con intensità molto maggiore per una vittima individuata — con un nome, un volto, una storia — che per un numero anche molto grande di vittime statistiche. Slovic ha documentato il fenomeno complementare della psychophysical numbing: la risposta affettiva non cresce proporzionalmente al numero delle vittime, e può addirittura decrescere all’aumentare della scala.34

Le implicazioni sono radicali e vale la pena esplicitarle.

Primo: la sproporzione tra la reazione al caso singolo e la reazione al dato aggregato non è un difetto di informazione che una migliore comunicazione dei dati potrebbe correggere. È una proprietà del sistema affettivo, e resiste alla conoscenza esplicita del suo funzionamento.

Secondo: ne consegue che il caso singolo è, in senso stretto, una risorsa persuasiva incommensurabile con la serie statistica. Nessuna quantità di dati corretti può competere con una storia. Questa è la ragione strutturale per cui la comunicazione politica converge verso la narrazione del caso, indipendentemente dall’orientamento e dalle intenzioni dell’attore.

Terzo: ne consegue anche che l’uso del caso individuale nella comunicazione politica non è di per sé illegittimo — è, anzi, il modo in cui un problema astratto diventa politicamente afferrabile. La legittimità dipende dal rapporto tra il caso e la classe che esso è chiamato a rappresentare, cioè dalla condizione (b) della definizione proposta al capitolo 15.

5.4 La coltivazione

La teoria della coltivazione di George Gerbner descrive un effetto di lungo periodo e cumulativo: l’esposizione prolungata a una rappresentazione televisiva del mondo satura di violenza produce nei consumatori intensivi una visione del mondo sistematicamente più minacciosa di quella dei consumatori occasionali — la cosiddetta mean world syndrome.35 L’effetto non dipende dal singolo programma ma dalla ripetizione, e per questo è particolarmente rilevante in un sistema informativo, come quello italiano, caratterizzato da un’elevata e stabile densità di cronaca criminale nei notiziari generalisti (§ 3.6).

La teoria è stata oggetto di un lungo dibattito metodologico, e la dimensione dell’effetto misurata nelle repliche è generalmente modesta. Ma la questione della dimensione è meno rilevante di quanto sembri: un effetto piccolo, distribuito su una popolazione molto ampia e cumulato per decenni, produce spostamenti aggregati politicamente significativi anche quando è statisticamente contenuto a livello individuale.

5.5 Asimmetria negativa e indignazione morale

Un quinto meccanismo riguarda l’asimmetria tra positivo e negativo. La ricerca psicologica documenta con notevole robustezza che gli stimoli negativi ricevono più attenzione, sono elaborati più a fondo, sono ricordati più a lungo e pesano di più nella formazione dei giudizi rispetto a stimoli positivi di intensità equivalente.36 La conseguenza, nel contesto informativo, è che la copertura negativa gode di un vantaggio strutturale nell’attenzione, indipendentemente da qualsiasi scelta editoriale.

A questo si aggiunge la dinamica specifica dell’indignazione morale. Le emozioni ad alta attivazione — rabbia, indignazione, ansia — aumentano la propensione alla condivisione dei contenuti, mentre le emozioni a bassa attivazione la riducono. La ricerca sulla diffusione dei contenuti nelle reti digitali documenta inoltre un premio specifico al linguaggio morale-emotivo, in particolare quando è diretto contro un gruppo esterno.37

Ne discende una conseguenza che è al cuore del nostro tema: lo sciacallaggio non è soltanto una scelta morale individuale, è una strategia premiata dall’architettura del sistema informativo contemporaneo. Un attore politico che vi rinunci sostiene un costo competitivo reale, misurabile in termini di visibilità. Qualunque proposta di rimedio che si limiti all’appello etico ignora questa struttura di incentivi, e per questa ragione è destinata all’inefficacia.

5.6 Il ragionamento motivato

Un ultimo meccanismo riguarda la resistenza alla correzione. La letteratura sul motivated reasoning documenta che l’elaborazione di informazioni politicamente rilevanti è sistematicamente influenzata dalle conclusioni preferite: le informazioni congruenti con la propria posizione vengono accettate con scrutinio minore, quelle incongruenti vengono sottoposte a scrutinio maggiore e generano controargomentazione.38 39

Questo spiega perché la smentita di un elemento fattuale non produca, di norma, la revisione della conclusione che quell’elemento sosteneva. Se un lettore ha accolto la tesi «questo evento dimostra X» e successivamente apprende che l’elemento su cui la tesi si fondava era inesatto, l’esito prevalente non è l’abbandono di X ma la ricerca di un fondamento alternativo per X. La condizione (d) della definizione di sciacallaggio — l’immunizzazione dalla falsificazione — non descrive quindi solo una strategia dell’emittente: descrive anche una disponibilità del ricevente, senza la quale la strategia non funzionerebbe.

6. L’ambiente: economia dell’attenzione e struttura degli incentivi

6.1 L’azzeramento della latenza

La disintermediazione prodotta dalle piattaforme digitali ha eliminato il filtro redazionale tra l’evento e la dichiarazione politica. Nel sistema precedente, tra il fatto e il commento politico si interponeva un intervallo — l’edizione del giorno successivo, l’edizione serale del notiziario — che svolgeva anche, incidentalmente, la funzione di tempo di verifica. La dichiarazione arrivava dopo che una prima ricostruzione era stata compiuta, e doveva confrontarsi con essa.

Oggi quell’intervallo è nullo. La dichiarazione può precedere non solo l’accertamento, ma la notizia stessa: l’attore politico può commentare un fatto sulla base di una segnalazione informale, e il suo commento diventa a sua volta la fonte da cui il sistema informativo apprende l’esistenza del fatto. Questa inversione è la condizione tecnica di possibilità della prima condizione della definizione di sciacallaggio, e non richiede alcuna intenzione specifica per prodursi.

Va aggiunto un secondo effetto, meno evidente. L’azzeramento della latenza modifica la struttura del rischio per l’attore politico. Nel sistema precedente, una dichiarazione infondata veniva pubblicata insieme alla ricostruzione che la smentiva, e il costo reputazionale era immediato. Oggi la dichiarazione circola per un periodo — ore o giorni — in cui nessuna smentita è disponibile, accumula visibilità, e la smentita successiva la raggiunge in una frazione dell’audience originaria. Il rapporto tra beneficio atteso e costo atteso si è quindi modificato in modo strutturale a favore della dichiarazione precoce.

6.2 Metriche, selezione e adattamento

I sistemi di distribuzione algoritmica ottimizzano su misure di interazione. Poiché l’interazione è, come si è visto al § 5.5, sistematicamente maggiore per i contenuti ad alta attivazione emotiva negativa, l’ottimizzazione produce un premio strutturale a tali contenuti.

Il punto che interessa qui non è l’effetto sul singolo contenuto, ma l’effetto di selezione sugli attori. Anche in un ambiente popolato interamente da attori privi di intenzione manipolativa, la variazione casuale nel tono e nell’intensità delle dichiarazioni produrrebbe, per selezione, una crescita nella visibilità relativa degli attori che si esprimono in modo più intenso. Nel medio periodo, l’ambiente seleziona i comportamenti che premia, indipendentemente dalle disposizioni iniziali di chi li adotta.

Questa osservazione ha una conseguenza importante per la valutazione morale, che il capitolo 23 riprende: lo sciacallaggio non richiede malafede individuale. Può essere l’esito di un adattamento non riflessivo a una struttura di incentivi. Ciò non ne riduce la gravità — le conseguenze sulle persone coinvolte sono identiche — ma sposta il problema dal piano dell’esortazione morale a quello della regolazione e del disegno istituzionale.

6.3 La frammentazione dei pubblici

Un terzo elemento riguarda la struttura dell’audience. La segmentazione dei pubblici comporta che una dichiarazione non debba più risultare accettabile a un pubblico generalista, ma soltanto al segmento cui è destinata. Il vincolo di plausibilità pubblica — che nel sistema dei media generalisti operava come freno, perché una dichiarazione eccessiva veniva giudicata dall’intera audience — si è considerevolmente allentato.

Va evitata l’esagerazione: la letteratura sulle echo chambers ha prodotto risultati più sfumati di quanto il senso comune suggerisca, e l’esposizione incrociata resta considerevole nella maggior parte dei contesti. Ma il punto rilevante non richiede la tesi forte: è sufficiente che il costo atteso di una dichiarazione eccessiva sia diminuito perché la sua frequenza aumenti, e questo è compatibile con un’esposizione incrociata anche elevata, purché il pubblico ostile sia meno rilevante, per l’attore, del pubblico proprio.

6.4 Conseguenza: lo sciacallaggio come equilibrio

Le tre osservazioni convergono in una conclusione che orienta l’intera Parte quinta. In un ambiente caratterizzato da latenza nulla, premio all’attivazione emotiva e segmentazione dei pubblici, lo sfruttamento politico dei fatti di cronaca non è una devianza rispetto a un equilibrio virtuoso: è l’equilibrio. L’attore che vi rinuncia unilateralmente subisce uno svantaggio competitivo che non è compensato da alcun vantaggio reputazionale, perché il pubblico non dispone degli strumenti per riconoscere e premiare l’astensione.

Ne discende che le proposte di rimedio devono essere valutate rispetto alla loro capacità di modificare i termini di questo calcolo, e non rispetto alla loro capacità di suscitare consenso morale. Il capitolo 27 esamina quali proposte superino questo test e quali no.

PARTE SECONDA. UN PROTOCOLLO DI LETTURA

Le operazioni che seguono non costituiscono una tecnica di verifica delle fonti — compito che appartiene al mestiere giornalistico e richiede accesso a materiali non disponibili al lettore comune — ma un protocollo di valutazione dell’inferenza: servono a stabilire che cosa un testo di cronaca autorizzi legittimamente a concludere, e dove invece la conclusione ecceda le premesse.

Il protocollo ha tre caratteristiche che conviene dichiarare. È ordinato: le operazioni seguono una sequenza logica, dal fatto al suo uso, e il risultato di ciascuna condiziona la successiva. È incrementale: non richiede di essere eseguito integralmente, e già le prime due operazioni eliminano la maggior parte degli errori di lettura più comuni. È agnostico: non presuppone alcuna posizione sul merito dei temi trattati, ed è applicabile con identico rigore a testi che confermano e a testi che contraddicono le convinzioni del lettore. Quest’ultima caratteristica è, in pratica, la più difficile da rispettare, per le ragioni esposte al § 5.6.

7. Prima operazione: stratificare l’enunciato

7.1 I quattro strati epistemici

Ogni testo di cronaca contiene, quasi sempre indistinti sul piano tipografico e sintattico, almeno quattro strati epistemici di valore radicalmente diverso:

  1. Il fatto materiale accertato. Che una persona sia morta, in un luogo, a un’ora determinata; che un edificio sia crollato; che un veicolo sia uscito di strada. È il livello a più alta affidabilità e a più basso contenuto informativo, ed è di norma l’unico che nelle prime ore possa considerarsi stabile.
  2. La ricostruzione degli inquirenti allo stato degli atti. Dinamica, ruoli, moventi ipotizzati, qualificazione giuridica provvisoria. È materiale di lavoro investigativo, per definizione rivedibile, e nella fase iniziale è quasi sempre una tra più ipotesi in campo. Va aggiunto che ciò che di essa filtra all’esterno non è mai l’insieme delle ipotesi, ma quella che in un dato momento appare più promettente — con la conseguenza che il lettore riceve come «la ricostruzione» ciò che è, tecnicamente, una tra molte.
  3. Le dichiarazioni di parte. Familiari, legali, testimoni, vicini di casa, colleghi, rappresentanti sindacali, amministratori. Hanno valore documentale sul fatto che siano state rese, non sul loro contenuto. È una distinzione elementare e sistematicamente ignorata: la pubblicazione di una dichiarazione non ne implica la verifica, e il lettore che la tratta come informazione anziché come evento comunicativo commette un errore di categoria.
  4. L’inferenza del redattore. Connettivi causali, aggettivi valutativi, ricostruzioni psicologiche, contestualizzazioni ambientali, scelte lessicali che qualificano. È lo strato meno visibile perché non si presenta come affermazione ma come tessuto del racconto.

7.2 Il livellamento degli strati

L’operazione consiste nel riassegnare mentalmente a ciascuna affermazione il suo strato. È un esercizio meno banale di quanto sembri, perché la lingua giornalistica tende sistematicamente a livellare gli strati, e lo fa attraverso alcuni dispositivi ricorrenti.

Il condizionale di attribuzione implicita. La formula «sarebbe stato ucciso al termine di una lite» collassa in un’unica proposizione un fatto accertato (la morte), un’ipotesi investigativa (l’omicidio) e una ricostruzione contestuale non verificata (la lite). Il condizionale, che formalmente segnala l’incertezza, in pratica la neutralizza: consente di affermare senza assumersi la responsabilità dell’affermazione, e il lettore lo elabora come marcatore stilistico anziché come qualificatore epistemico.

La giustapposizione senza connettivo. Due affermazioni collocate in sequenza producono nel lettore un’inferenza causale anche in assenza di qualsiasi connettivo esplicito. «L’uomo era stato denunciato tre volte. La donna è stata trovata senza vita nell’appartamento.» Nessuna delle due proposizioni afferma un nesso; il testo però lo produce, e lo produce in modo non contestabile perché non è stato asserito.

L’attribuzione generica. «Secondo quanto si apprende», «da fonti vicine agli inquirenti», «pare che»: formule che simulano l’attribuzione senza fornirla. Sono ammissibili quando proteggono una fonte reale; sono un problema quando coprono l’assenza di fonte.

L’anticipazione della qualificazione giuridica. L’uso di termini tecnici — omicidio volontario, premeditazione, stalking, maltrattamenti — prima che l’autorità giudiziaria li abbia formulati. Il termine tecnico ha, nel testo giornalistico, l’effetto di una constatazione.

7.3 Un indicatore operativo

Un indicatore affidabile e immediatamente applicabile è il rapporto tra fonti attribuite e affermazioni presenti. In un testo di cronaca professionalmente solido, ogni affermazione che non sia direttamente osservabile dal cronista è riconducibile a una fonte identificata almeno per genere: «fonti investigative», «il procuratore», «il legale della famiglia», «l’ispettorato del lavoro».

Un testo in cui le affermazioni eccedono largamente le attribuzioni non è necessariamente falso: è però, in senso tecnico, non verificabile, e come tale inutilizzabile per qualsiasi inferenza ulteriore. La distinzione tra «falso» e «non verificabile» è essenziale e frequentemente confusa: un lettore che chieda la prova della falsità di un’affermazione non attribuita ha già accettato un’inversione dell’onere della prova che nessuna disciplina epistemica consente.

8. Seconda operazione: collocare il fatto nel procedimento

8.1 Il quadro deontologico

La cronaca giudiziaria italiana è disciplinata da un corpo di regole deontologiche vincolanti, oggi raccolte nel Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, adottato dal Consiglio nazionale dell’Ordine l’11 dicembre 2024 ed entrato in vigore il 1° giugno 2025 in sostituzione del precedente Testo unico dei doveri del giornalista. In particolare:

  • l’articolo 24, dedicato alla cronaca giudiziaria, impone il rispetto del diritto alla presunzione di non colpevolezza, la distinzione tra indagato, imputato e condannato con l’indicazione della fase procedimentale e del grado di giudizio, e l’obbligo di dare notizia dell’assoluzione con appropriato rilievo e adeguata tempestività;
  • l’articolo 25 assicura l’anonimato di chi ha subito violenze fisiche e psicologiche e vieta la diffusione di particolari che ne consentano l’identificazione;
  • l’articolo 12 vieta la diffusione di dati e di ogni elemento che possa, anche indirettamente, consentire l’identificazione delle persone minorenni, recependo i principi enunciati dalla Carta di Treviso;
  • l’articolo 13 impone di evitare gli stereotipi di genere, di non rendere identificabili neppure indirettamente le vittime di atti di violenza e di adottare un linguaggio rispettoso;
  • l’articolo 9 disciplina il trattamento dei dati personali, che deve attenersi al principio dell’interesse pubblico nel rispetto dell’essenzialità dell’informazione.

Va segnalato che il vincolo non riguarda soltanto il giornalismo. La direttiva (UE) 2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza, recepita in Italia con il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188, ha introdotto limiti espliciti alla comunicazione pubblica delle autorità sui procedimenti penali, disciplinando le conferenze stampa e imponendo che i riferimenti pubblici non presentino l’indagato come colpevole.41 Il dato è rilevante perché sposta parte del problema dal versante giornalistico a quello istituzionale: la costruzione mediale della colpevolezza è stata storicamente alimentata anche dalla comunicazione degli uffici inquirenti, e la disciplina interviene su quel versante.

8.2 La mappa degli stadi

Per il lettore, la conseguenza pratica è la necessità di una mappa minima degli stadi processuali, perché ciascuno autorizza inferenze diverse.

StadioChe cosa significaChe cosa autorizza a concludere
Iscrizione nel registro degli indagatiAtto dovuto in presenza di una notitia criminisNulla sulla colpevolezza; è spesso atto di garanzia, poiché consente l’esercizio dei diritti difensivi
Fermo o arresto in flagranzaPresenza di indizi qualificati e di esigenze cautelariChe l’autorità ritenga sussistenti gravi indizi; non che il fatto sia accertato
Misura cautelare confermata dal tribunale del riesameVaglio di un collegio diverso sui gravi indiziChe la valutazione indiziaria abbia superato un controllo; nulla sul merito della responsabilità
Richiesta di rinvio a giudizioIl pubblico ministero ritiene sostenibile l’accusa in giudizioChe esista un’ipotesi accusatoria formalizzata
Decreto che dispone il giudizioIl giudice ritiene non manifestamente infondata l’accusaChe il caso vada dibattuto, non che sia deciso
Sentenza di primo gradoAccertamento non definitivoChe un giudice abbia ritenuto provati i fatti, con motivazione impugnabile
Sentenza d’appelloSecondo accertamento di meritoChe due gradi abbiano deciso, ancora non definitivamente
Sentenza definitivaAccertamento irrevocabileL’accertamento processuale del fatto
ArchiviazioneAssenza di elementi per sostenere l’accusaChe il procedimento non prosegue; non una dichiarazione di innocenza né una sua smentita
AssoluzioneEsito di merito, con formule diverseCiò che la formula dice: il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato, prove insufficienti

8.3 L’uso politico della confusione tra stadi

L’ignoranza — o l’uso strategico dell’ignoranza — di questa gradazione è la base tecnica di un’intera famiglia di operazioni politiche. Le principali sono quattro:

L’iscrizione come condanna. L’annuncio dell’iscrizione nel registro degli indagati presentato come accertamento di responsabilità. È l’operazione più semplice e la più diffusa, e trae forza dal fatto che il pubblico non distingue tra l’atto dovuto e la valutazione di merito.

L’archiviazione come conferma. L’archiviazione o l’assoluzione presentate come prova dell’esistenza di un’influenza indebita, e quindi come conferma della tesi che l’accertamento ha smentito. È l’esempio più puro di immunizzazione dalla falsificazione: la tesi si conferma sia se l’accertamento la sostiene sia se la contraddice.

L’asimmetria di grado. L’uso della sentenza di primo grado come definitiva quando conviene e come «non definitiva» quando non conviene. È l’operazione più facilmente verificabile su serie storiche, perché richiede soltanto di confrontare il trattamento riservato dal medesimo attore a esiti processuali simmetrici in casi diversi.

Il silenzio sull’esito. La copertura intensa della fase iniziale e l’assenza totale di copertura dell’esito. Non è una manipolazione attiva, ma produce lo stesso effetto: nella memoria del pubblico resta l’accusa, non la sua sorte.

La coerenza nel trattamento degli stadi processuali attraverso casi diversi è, come si vedrà al capitolo 19, uno degli indicatori diagnostici più affidabili, perché non richiede alcun giudizio sul merito e si fonda su documenti pubblici.

9. Terza operazione: ricostruire la base statistica

È l’operazione che più frequentemente viene omessa, ed è quella che più radicalmente cambia il significato di un fatto. Consiste nel passare dal caso alla classe, cioè nel domandarsi: di quale insieme questo caso è un elemento, e come si comporta quell’insieme?

Sette errori ricorrenti meritano di essere isolati e trattati distintamente.

9.1 Il numero senza denominatore

«Dieci aggressioni in un mese» è un’espressione priva di significato finché non si specifica su quale popolazione, in quale territorio, con quale definizione di aggressione, e con quale valore nei mesi e negli anni precedenti. Il numero assoluto, presentato isolatamente, è retoricamente potentissimo e informativamente nullo.

L’assenza di denominatore è particolarmente insidiosa nei confronti territoriali. Un comune di 20.000 abitanti e uno di 200.000 con lo stesso numero assoluto di reati hanno tassi che differiscono di un ordine di grandezza; e poiché i numeri assoluti nei piccoli comuni sono piccoli, un aumento di due o tre casi produce variazioni percentuali spettacolari che riflettono soltanto la variabilità campionaria dei piccoli numeri. Nelle serie a bassa numerosità, la variazione percentuale è un indicatore inaffidabile per costruzione.

9.2 La serie troncata

La scelta dell’anno di partenza determina la pendenza. Il criterio di controllo è chiedersi se la scelta dell’intervallo sia giustificata da una discontinuità reale — una riforma normativa, un cambio di metodo di rilevazione, un evento esogeno — o soltanto dall’esito che produce.

Il periodo pandemico offre un caso di scuola: il 2020 registra il minimo storico di quasi tutti i reati per effetto delle restrizioni alla mobilità. Ne segue che qualsiasi serie che assuma il 2020 come base di confronto mostrerà una crescita spettacolare, indipendentemente da qualsiasi dinamica reale. È un artefatto noto, prevedibile e regolarmente sfruttato.

9.3 La confusione tra denunciato e commesso

Come si è visto al § 3.4, le statistiche ufficiali misurano la denuncia, non il fatto. La distinzione è decisiva in tutti gli ambiti in cui il sommerso è ampio: violenza sessuale, violenza domestica, corruzione, sfruttamento lavorativo, reati ambientali.

La regola operativa è la seguente: in presenza di un sommerso ampio, la serie delle denunce misura congiuntamente il fenomeno e la propensione a denunciare, e le due componenti non sono separabili senza dati di vittimizzazione. Chi afferma che il fenomeno è cresciuto sulla base delle sole denunce sta compiendo un’inferenza non autorizzata; e lo stesso vale, con esatta simmetria, per chi afferma che è diminuito quando le denunce diminuiscono in un contesto di sfiducia crescente nelle istituzioni.

9.4 Il tasso non standardizzato

Il confronto tra gruppi di popolazione richiede la standardizzazione per le variabili che sono note determinanti del comportamento rilevato — età, sesso, condizione occupazionale, condizione abitativa, status giuridico, contesto urbano. Un confronto grezzo tra popolazioni con strutture demografiche profondamente diverse produce differenze che riflettono la composizione dei gruppi prima ancora di qualsiasi altra variabile.

La popolazione straniera residente in Italia ha una struttura per età e per genere radicalmente diversa da quella autoctona, essendo concentrata nelle fasce di età e nel genere che in ogni popolazione del mondo e in ogni epoca presentano i tassi di devianza più elevati. La ricerca criminologica italiana ha documentato da tempo che gran parte del differenziale grezzo si riduce quando si controlla per queste variabili, e in particolare per la condizione di regolarità del soggiorno.42 Il che non elimina il problema, ma lo riformula: sposta la domanda dalla nazionalità alle condizioni giuridiche e materiali in cui una popolazione è collocata — che è una domanda politica, e non una fatalità antropologica.

L’osservazione ha una portata più ampia del caso specifico. Ogni confronto tra gruppi non standardizzato è, sul piano tecnico, privo di valore inferenziale; e ogni argomento che si fondi su di esso è, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo propone, un argomento inconsistente.

9.5 La composizione dell’aggregato

Come si è mostrato al § 3.3, un aggregato in crescita può nascondere componenti in calo, e viceversa. La regola operativa è: prima di accettare un’affermazione su un aggregato, chiedersi quali categorie lo compongano e quale sia il loro peso relativo.

Il caso delle truffe informatiche è esemplare: la loro crescita, che riflette la digitalizzazione dei pagamenti e non un mutamento della sicurezza urbana, è sufficiente a invertire il segno della serie complessiva dei delitti denunciati. Un’affermazione sull’aumento della criminalità che si fondi su quell’aggregato è formalmente vera e sostanzialmente fuorviante, perché il lettore la interpreterà — inevitabilmente — come un’affermazione sulla sicurezza della propria strada.

9.6 Il rischio relativo e il rischio assoluto

Un errore tecnico frequente riguarda la presentazione delle variazioni di rischio. Un raddoppio del rischio relativo su un evento raro produce un incremento del rischio assoluto trascurabile: se un evento ha una probabilità dello 0,001% e questa raddoppia, il rischio resta dello 0,002%. La formulazione «il rischio raddoppia» è vera e produce un’impressione radicalmente sproporzionata rispetto alla formulazione «il rischio passa da un caso su centomila a due».

La regola di controllo è: ogni volta che si incontra una variazione percentuale di rischio, chiedere il valore assoluto di partenza. In assenza di quel valore, la variazione non è interpretabile.

9.7 L’assenza di controfattuale

La domanda decisiva davanti a qualunque proposta di rimedio è: quel rimedio avrebbe impedito questo fatto? È una domanda che si può porre a chiunque, in modo perfettamente simmetrico, e che non richiede alcuna competenza specialistica.

Molte delle misure invocate dopo un evento tragico non sarebbero state applicabili al caso che le ha ispirate: perché riguardano una categoria di soggetti diversa da quella dell’autore, perché intervengono in una fase temporale successiva a quella in cui il fatto si è prodotto, perché presuppongono un’informazione che al momento del fatto non era disponibile, o perché duplicano strumenti già esistenti e non applicati.

Quest’ultima ipotesi merita attenzione particolare, perché è la più frequente e la meno discussa. Una parte rilevante delle misure invocate dopo eventi tragici esiste già nell’ordinamento, e il problema è di risorse, di organici, di formazione o di organizzazione — cioè un problema che l’annuncio normativo non affronta e che l’attenzione dedicata all’annuncio contribuisce a occultare. La verifica del controfattuale è l’unico antidoto realmente efficace alla legislazione simbolica, ed è alla portata di qualunque lettore che disponga del testo della norma invocata.

10. Quarta operazione: analizzare la lingua

Il linguaggio della cronaca non è un involucro neutro attorno a un contenuto indipendente. Quattro livelli di analisi sono particolarmente produttivi.

10.1 L’agentività

La linguistica critica ha mostrato come le scelte sintattiche redistribuiscano la responsabilità.43 I dispositivi principali sono tre:

La passivizzazione con cancellazione dell’agente. «La donna è stata uccisa» invece di «l’uomo ha ucciso la donna». La costruzione è grammaticalmente ineccepibile e informativamente identica soltanto in apparenza: elimina il soggetto dell’azione dalla posizione sintattica prominente e, nella versione senza complemento d’agente, lo elimina del tutto.

La nominalizzazione. «L’omicidio della donna», «l’aggressione ai danni del passeggero». L’azione diventa un oggetto, e gli oggetti non hanno agenti: hanno, al più, cause.

La costruzione impersonale o meteorologica. «È scoppiata la violenza», «si è consumata la tragedia», «è esplosa la rabbia». L’azione volontaria è trasformata in evento naturale, e gli eventi naturali non chiamano in causa responsabilità ma fatalità.

Nella cronaca dei femminicidi questa cancellazione è stata documentata come sistematica, e ha una conseguenza politica precisa: sottrae il fatto alla categoria dell’azione volontaria — di cui qualcuno risponde — per collocarlo in quella dell’accidente, di cui nessuno risponde. Il rilievo non è stilistico: una società che descrive sistematicamente una classe di omicidi come eventi senza agente avrà difficoltà a concepirne la prevenzione come compito, perché non si previene ciò che non ha causa.

10.2 Il lessico esplicativo implicito

Espressioni come «raptus», «gelosia», «amore malato», «gesto folle», «dramma della gelosia», «follia omicida» non descrivono: spiegano, e spiegano attribuendo la causa a uno stato psichico eccezionale, improvviso e individuale.

Ogni categorizzazione lessicale dell’evento contiene già una teoria causale, e ogni teoria causale seleziona una classe di rimedi. Se la causa è un raptus, il rimedio appartiene alla psichiatria e all’imprevedibilità; se la causa è una relazione di controllo protratta nel tempo, il rimedio appartiene alla prevenzione, alla protezione delle vittime e alla formazione degli operatori. La scelta lessicale non segue l’analisi: la precede e la determina.

Il Manifesto di Venezia, sottoscritto nel 2017 da giornaliste e giornalisti e successivamente promosso in sede professionale, impegna a evitare precisamente questo repertorio, richiedendo che la violenza contro le donne sia raccontata come fenomeno strutturale e non come episodio passionale, e che sia evitata ogni formula che attribuisca alla vittima una corresponsabilità.44 La rilevanza analitica del documento eccede la deontologia: è la formalizzazione professionale di un’osservazione linguistica.

10.3 La qualificazione irrilevante dell’autore

Nel racconto di un reato, l’indicazione della nazionalità, dell’origine, della condizione giuridica o della fede religiosa dell’autore è rilevante solo se costituisce elemento della fattispecie o della dinamica. In caso contrario, la sua menzione non aggiunge informazione ma costruisce una classe: suggerisce che il fatto sia un esempio di un comportamento di gruppo, e attiva l’inferenza dal particolare all’universale con premessa implicita non dichiarata.

È il meccanismo che il protocollo deontologico noto come Carta di Roma — sottoscritto nel 2008 da Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa italiana, i cui principi sono oggi recepiti nell’articolo 14 del Codice deontologico — mira a contrastare, imponendo l’adozione di una terminologia giuridicamente corretta, il divieto di diffusione di informazioni imprecise o distorte, la tutela dell’identità di richiedenti asilo e vittime di tratta, e il ricorso a esperti per fornire il contesto dei fenomeni.45

Un test di simmetria consente al lettore di applicare il criterio senza dipendere da giudizi di valore:

La stessa qualificazione sarebbe stata menzionata se l’autore avesse avuto altra nazionalità, altra fede, altro genere, altra residenza?

Se la risposta è no, la menzione non ha funzione informativa ma classificatoria. Il test è applicabile in entrambe le direzioni ed è, per questa ragione, uno strumento di verifica e non di polemica: è possibile che in un dato testo la nazionalità sia menzionata perché rilevante, e il test lo rileva.

10.4 Gli avverbi di serie e i quantificatori impliciti

Un quarto livello riguarda le espressioni che presuppongono una serie senza documentarla: «l’ennesimo», «ancora una volta», «continuano», «l’ondata», «l’emergenza», «non si arresta».

Ciascuna di queste espressioni contiene una presupposizione quantitativa non asserita e quindi non contestabile senza uscire dal registro del testo. Affermare «l’ennesimo episodio» equivale ad asserire l’esistenza di una serie e la sua crescita, ma lo fa in una forma che non richiede né consente verifica. È la forma linguistica elementare della serializzazione retroattiva descritta al § 4.3, e la sua individuazione è una delle operazioni di lettura più rapide e più produttive.

11. Quinta operazione: leggere l’immagine e la messa in scena

L’immagine ha uno statuto epistemico ambiguo: certifica l’esistenza di ciò che mostra, ma non ciò che la didascalia le attribuisce. Cinque elementi meritano attenzione.

Le immagini di repertorio, che rappresentano un contesto generico presentato — o percepito — come quello del fatto. La distinzione è formalmente segnalata dalle testate professionali, ma la segnalazione ha una visibilità di gran lunga inferiore a quella dell’immagine.

Le ricostruzioni grafiche, che conferiscono a un’ipotesi investigativa l’apparenza visiva di un accertamento. Una ricostruzione tridimensionale della dinamica di un delitto mostra una sequenza determinata dove gli atti contengono un’ipotesi tra più possibili, e la rende visivamente incontestabile.

Le dirette dal luogo, che producono un effetto di presenza sproporzionato al contenuto informativo. Il cronista davanti alla palazzina non sa più di quanto sapeva in redazione, ma la sua presenza fisica funziona come garanzia di verità: la telecamera testimonia che il luogo esiste, e il pubblico ne inferisce che ciò che vi si dice sia verificato.

Il ritratto della vittima, quasi sempre tratto dai profili social e quindi sorridente, in contesti conviviali, spesso più giovane dell’età al momento del fatto. Costruisce un’identificazione affettiva che, per quanto umanamente comprensibile, riduce la distanza critica necessaria alla valutazione — e che, nei termini del § 5.3, attiva l’identifiable victim effect nella sua forma più efficace.

L’immagine dell’indagato, con la sua asimmetria speculare: fotografia segnaletica, immagine di scarsa qualità, inquadratura che ne isola il volto. La differenza sistematica di trattamento iconografico tra vittima e indagato precede e struttura ogni valutazione di merito.

Il set del luogo del delitto — con il nastro, i mezzi di soccorso, i vicini intervistati, il fascio di microfoni — costituisce un dispositivo scenico stabile, ripetuto con minime variazioni. Come ogni forma ritualizzata, produce un effetto di riconoscimento che precede e condiziona la comprensione: prima di sapere che cosa sia successo, lo spettatore sa già che genere di storia gli verrà raccontata, e con essa il repertorio di reazioni appropriate.

12. Sesta operazione: mappare le voci

Chi parla in un testo di cronaca, e chi non parla, è un dato strutturale con precise conseguenze interpretative. L’esercizio consiste nel censire le fonti citate e classificarle: autorità inquirenti, autorità politiche, esperti, testimoni diretti, familiari, rappresentanti di categoria, soggetti coinvolti.

Il dato del XIII Rapporto Carta di Roma citato al § 2.3 — voce diretta a persone migranti nel 7% dei servizi, presenza di attori politici nel 24% — fornisce una misura quantitativa di un fenomeno generale: nella cronaca italiana la parola è distribuita in modo fortemente asimmetrico a favore dei soggetti che commentano e a sfavore dei soggetti coinvolti.

Tre domande di controllo sono particolarmente produttive.

La prima riguarda la presenza dell’esperto e la sua qualificazione. La cronaca giudiziaria italiana ha sviluppato una figura professionale specifica — il commentatore ricorrente, spesso criminologo o ex investigatore — la cui funzione non è fornire competenza tecnica su un caso di cui non ha gli atti, ma produrre plausibilità narrativa in tempo reale. La distinzione tra l’esperto che dichiara i limiti di ciò che può dire e l’esperto che ricostruisce psicologie a partire da un servizio televisivo è, per il lettore, un criterio di valutazione immediato e affidabile.

La seconda riguarda l’assenza sistematica. Quale voce, che sarebbe pertinente, manca? In un servizio sulle condizioni di un quartiere, i residenti; in un servizio su un infortunio sul lavoro, i lavoratori dello stesso cantiere e l’organo di vigilanza; in un servizio su un istituto penitenziario, i detenuti e gli operatori. L’assenza non è mai neutra: determina quali domande possono essere poste.

La terza riguarda la posizione del contraddittorio. Quando una voce alternativa è presente, dove è collocata, quanto spazio occupa, ed è preceduta o seguita da una replica? La collocazione finale con replica successiva — struttura frequentissima — attribuisce all’ultima voce il vantaggio della chiusura.

13. Settima operazione: identificare la trasformazione politica

L’operazione riguarda il passaggio dal fatto al suo uso. Consiste nel domandarsi, davanti a ogni dichiarazione politica riferita a un fatto di cronaca, cinque cose.

1. Qual è la proposizione generale che il fatto viene chiamato a sostenere? Va formulata esplicitamente, nella forma più semplice possibile, anche quando l’enunciato originale non la contiene in forma diretta. L’operazione di esplicitazione è già, di per sé, una parte rilevante dell’analisi: molte tesi politiche perdono gran parte della loro forza quando vengono formulate come proposizioni.

2. Quale relazione logica lega il fatto alla proposizione? Le possibilità sono tre e vanno distinte con cura: il fatto può essere un’istanza che conferma la proposizione, e allora ne è evidenza — debole, perché singola, ma evidenza; può essere un’illustrazione che la rende vivida, e allora non ne è evidenza ma svolge una funzione comunicativa legittima; può essere un’occasione meramente temporale, e allora non ha alcun rapporto logico con essa.

3. La proposizione preesisteva al fatto? Se sì — ed è quasi sempre così — il fatto non è la ragione della tesi ma il suo veicolo. Questo non la rende illegittima: una posizione politica preesistente può essere corretta, e l’evento può illustrarla efficacemente. Rende però illegittima la presentazione del fatto come prova, poiché nessuno ha adottato la tesi in conseguenza del fatto.

4. Quale prova sarebbe stata necessaria per falsificare la proposizione, e il fatto in questione sarebbe stato in grado di fornirla? È il punto più discriminante. Una tesi politica genuinamente empirica è quella per cui è possibile indicare in anticipo quali accertamenti la smentirebbero. Se un attore sostiene che un dato reato è conseguenza di una determinata politica migratoria, e la successiva emersione del fatto che l’autore era cittadino italiano residente da sempre nel territorio non produce alcuna revisione della tesi, allora la tesi non era una proposizione empirica: era un’identità enunciata in forma proposizionale. Lo stesso vale, con esatta simmetria, per chi attribuisca automaticamente ogni evento negativo ai tagli della spesa pubblica senza che alcuna configurazione dei fatti possa contraddirlo.

5. Che cosa comporterebbe, se fosse vera, e chi ne sopporterebbe il costo? L’ultima domanda riguarda le conseguenze pratiche. Una tesi che, se accolta, comporta l’imposizione di costi a soggetti estranei al fatto — un gruppo, un quartiere, una categoria professionale, una comunità — deve essere valutata anche per questo, indipendentemente dalla sua plausibilità.

La falsificabilità della tesi è il criterio di demarcazione tra uso politico e sfruttamento politico di un fatto di cronaca. Non l’unico, come si vedrà, ma il più solido, e il solo che possa essere applicato senza alcuna informazione sulle intenzioni dell’attore.

14. Ottava operazione: il tempo lungo

Le sette operazioni precedenti riguardano il testo e il suo uso immediato. L’ottava riguarda una dimensione che nessuna lettura sincronica può cogliere: il comportamento dell’attore nel tempo.

Tre verifiche sono possibili, e tutte richiedono soltanto un archivio.

La verifica dell’esito. A distanza di mesi, che cosa hanno accertato le indagini? La ricostruzione iniziale è stata confermata? Gli elementi su cui si fondavano le dichiarazioni politiche si sono rivelati esatti? Questa verifica è alla portata di chiunque conservi memoria dei casi, ed è precisamente ciò che il ciclo dell’attenzione rende improbabile.

La verifica della revisione. Chi aveva formulato una tesi poi smentita l’ha rivista, corretta, o anche solo menzionata di nuovo? L’asimmetria tra l’intensità dell’affermazione iniziale e il silenzio successivo è il marcatore più affidabile della condizione (d) della definizione, e non richiede alcun giudizio interpretativo: richiede una ricerca.

La verifica della continuità. Nei sei-dodici mesi successivi, l’attore ha compiuto atti verificabili sulla materia? Interrogazioni, mozioni, emendamenti, stanziamenti, iniziative amministrative, richieste di audizione? I resoconti delle assemblee elettive sono pubblici e consultabili, e la loro consultazione trasforma un’impressione in un dato.

Questa ottava operazione è la sola che non possa essere compiuta nel momento in cui la notizia arriva, ed è per questo la più trascurata. È anche, come si sosterrà al capitolo 27, quella che più direttamente determina il costo dello sciacallaggio, e quindi la sua frequenza.

PARTE TERZA. LO SCIACALLAGGIO POLITICO

15. Il termine, il concetto, la definizione

15.1 Il lessico

Il Vocabolario Treccani definisce lo sciacallaggio come «azione, comportamento da sciacallo», e ne registra un’estensione figurata nel linguaggio giornalistico, dove l’espressione «sciacallaggio politico» indica la ricerca di episodi compromettenti o scandalosi allo scopo di ricattare o di danneggiare la reputazione e la carriera di personaggi pubblici.46

Il senso proprio rinvia alla depredazione dei luoghi colpiti da catastrofe, e il tratto semantico costante è l’appropriazione di un vantaggio in una situazione di sofferenza altrui, resa possibile dalla condizione di vulnerabilità delle vittime. La metafora zoologica aggiunge una connotazione ulteriore, che vale la pena rendere esplicita perché opera anche quando non è avvertita: lo sciacallo non uccide, si nutre di ciò che altri hanno ucciso. L’accusa, dunque, non imputa la produzione del danno ma il profitto tratto da un danno prodotto da altri — e questo spiega perché sia un’accusa così efficace: non richiede di dimostrare alcun nesso causale tra l’accusato e l’evento.

15.2 Perché la definizione corrente è inservibile

L’uso corrente nel dibattito politico italiano si è ampiamente allontanato dalla definizione lessicografica. Nell’uso ordinario odierno, «sciacallaggio» designa genericamente qualsiasi utilizzo politico di un evento tragico ritenuto illegittimo da chi pronuncia l’accusa.

Un uso così esteso è analiticamente inservibile, per tre ragioni convergenti.

Non discrimina. Poiché ogni evento tragico di rilevanza pubblica è per definizione politicamente rilevante, ogni sua menzione in un contesto politico diventa accusabile. Un concetto che si applica a tutti i casi della sua classe non individua nulla.

Non è simmetrico. Nell’uso osservabile, l’accusa è rivolta pressoché esclusivamente agli avversari. Un concetto la cui applicazione dipende sistematicamente dalla collocazione di chi lo applica non è un concetto analitico ma una mossa retorica.

Confonde due dimensioni distinte. L’uso corrente sovrappone un giudizio sulla tempestività (è troppo presto per parlarne) e un giudizio sul merito (l’argomento è infondato). Le due dimensioni sono indipendenti: una tesi fondata può essere formulata prematuramente, e una tesi infondata può essere formulata a distanza di anni. Trattarle come un’unica accusa impedisce di valutarle separatamente, ed è precisamente questa confusione a rendere l’accusa così maneggevole.

15.3 Requisiti di una definizione operativa

Occorre dunque costruire una definizione che soddisfi tre requisiti.

Applicabilità indipendente dall’orientamento. I criteri devono essere formulati in termini che non presuppongano alcuna posizione sostantiva sui temi in discussione, e devono poter essere applicati da osservatori con orientamenti opposti giungendo allo stesso esito.

Congiunzione delle condizioni. Le condizioni devono essere congiunte e non alternative, in modo da restringere l’estensione del concetto. Una definizione disgiuntiva — «si ha sciacallaggio quando ricorre almeno una tra le seguenti» — riprodurrebbe l’iperestensione dell’uso corrente.

Delimitazione esplicita del complemento. La definizione deve essere accompagnata dall’enumerazione esplicita dei comportamenti che restano fuori dal suo campo, e che in democrazia non solo sono legittimi ma sono doverosi. Senza questa delimitazione, ogni teoria dello sciacallaggio tende naturalmente a espandersi fino a coprire l’intera attività di controllo sul potere.

15.4 La definizione

Definizione. Si ha sciacallaggio politico quando un attore politico utilizza un evento tragico specifico per promuovere una propria posizione, e ricorrono congiuntamente le quattro condizioni seguenti:

(a) Anticipazione dell’accertamento. La tesi è enunciata in una fase in cui gli elementi necessari a sostenerla non sono ancora disponibili, e non è successivamente rivista quando gli accertamenti li rendono disponibili in senso contrario.

(b) Sproporzione inferenziale. Dal caso singolo si inferisce una proprietà di una classe — un gruppo sociale, una politica pubblica, un’amministrazione, una categoria professionale — senza che il caso costituisca evidenza sufficiente né rappresentativa di quella proprietà.

(c) Strumentalizzazione della vittima. La vittima o i suoi congiunti sono impiegati come mezzo argomentativo — mediante nome, immagine, storia — al di fuori di un loro consenso attuale e informato, e in modo indipendente dal loro interesse.

(d) Immunizzazione dalla falsificazione. La tesi è costruita in modo che nessun esito dell’accertamento possa smentirla: ogni configurazione dei fatti viene riassorbita come conferma.

La congiunzione delle quattro condizioni è il punto essenziale. La presenza isolata di una di esse individua comportamenti diversi e assai meno gravi:

  • la sola (a) descrive l’imprudenza, endemica in un sistema informativo a ciclo continuo e compatibile con la piena buona fede;
  • la sola (b) descrive una fallacia argomentativa, diffusissima, spesso non avvertita, e commessa quotidianamente da chiunque partecipi al dibattito pubblico;
  • la sola (c) descrive una violazione deontologica o di riservatezza, che può verificarsi anche in assenza di qualsiasi intento politico;
  • la sola (d) descrive il dogmatismo, che è un vizio intellettuale ma non un abuso.

È la loro co-occorrenza a definire una condotta qualitativamente distinta, che si caratterizza per il fatto di trasformare un evento la cui verità è ancora indeterminata in una conferma automatica di ciò che già si sosteneva, a spese di persone che non possono difendersi.

15.5 Il complemento: che cosa non è sciacallaggio

Conviene enunciare esplicitamente ciò che resta fuori dalla definizione. Non costituisce sciacallaggio:

  • Chiedere se un evento fosse prevedibile o evitabile alla luce di segnali documentati.
  • Attribuire una responsabilità politica su base documentale: atti, delibere, bilanci, denunce inevase, relazioni tecniche ignorate, verbali di sopralluogo, richieste respinte.
  • Sostenere che un evento sia sintomo di un problema strutturale, quando l’affermazione sia supportata da dati aggregati e non dal solo evento.
  • Criticare la risposta istituzionale all’evento: i tempi, l’adeguatezza dei soccorsi, la comunicazione pubblica, le misure adottate.
  • Ricordare pubblicamente una vittima quando i congiunti lo abbiano richiesto o consentito, o quando l’iniziativa provenga da loro.
  • Sostenere una posizione politica preesistente citando un evento come illustrazione, purché la posizione sia argomentata autonomamente e purché l’evento non sia presentato come prova.
  • Formulare l’accusa in termini duri e in tempi rapidi, quando il nesso sia documentato: né il tono né la tempestività sono, di per sé, criteri.

Questa lista non è un’appendice: è la parte politicamente più importante della definizione, perché delimita l’area protetta del conflitto democratico. Il rischio di una teoria dello sciacallaggio è di estendersi fino a coprire l’intera attività di opposizione — ed è precisamente questo l’uso che ne viene fatto più di frequente, come si vedrà al capitolo 24.

15.6 Casi di confine

Tre configurazioni meritano una discussione specifica perché non sono risolte in modo automatico dalla definizione.

Primo caso: la tesi fondata enunciata prematuramente. Un attore sostiene, poche ore dopo un crollo, che l’opera era stata segnalata come a rischio. L’affermazione risulta poi esatta. Ricorre la condizione (a)? La risposta è no, e la ragione è contenuta nella formulazione stessa della condizione: (a) richiede non solo che la tesi anticipi l’accertamento, ma che non sia rivista quando l’accertamento la contraddice. Una tesi che l’accertamento conferma non integra la condizione. Ne segue che l’anticipazione è un rischio assunto da chi la formula, non un illecito: chi anticipa correttamente ha esercitato un giudizio; chi anticipa scorrettamente e non rettifica ha commesso qualcosa di diverso.

Secondo caso: l’iniziativa dei congiunti. Una famiglia colpita da un lutto chiede pubblicamente un intervento politico, e un attore ne raccoglie la richiesta. Ricorre la condizione (c)? No, perché (c) richiede l’uso al di fuori di un consenso attuale e informato. Va però osservato che il consenso dei congiunti non sana le altre condizioni: una tesi non falsificabile resta tale anche se sostenuta con l’appoggio della famiglia, e la sproporzione inferenziale non è sanata dal dolore di chi la avanza. Il consenso elimina una condizione delle quattro, non le altre tre.

Terzo caso: l’evento che effettivamente costituisce evidenza. Vi sono casi in cui un singolo evento è, tecnicamente, evidenza rilevante di un problema sistemico: quando rivela l’esistenza di una condizione che si sapeva possibile ma non documentata, quando la sua stessa possibilità era stata negata, o quando esso rende accessibile una documentazione preesistente. Il crollo di un’opera che era stata dichiarata sicura è evidenza sul processo di certificazione, non soltanto un evento. In questi casi la condizione (b) non ricorre, perché l’inferenza dal caso alla classe è metodologicamente fondata. La distinzione richiede un giudizio, e il giudizio va motivato: è precisamente ciò che la griglia del capitolo 19 impone a chi qualifica.

16. Perché la politica ha bisogno della cronaca

La disponibilità strutturale del fatto di cronaca all’uso politico non è un accidente dell’epoca contemporanea, ma il punto di convergenza di trasformazioni documentate da filoni di ricerca distinti. Ricostruirle è necessario perché consente di formulare previsioni: se le cause sono quelle qui indicate, allora l’intensità del fenomeno dovrebbe variare con esse, e questo è verificabile.

16.1 La crisi della rappresentanza fondata sui cleavages

Con l’indebolimento dei partiti di massa e delle appartenenze sociali stabili — il processo che la letteratura ha descritto come dealignment — la costruzione del consenso si è spostata dall’identità sociale duratura all’aggregazione episodica attorno a temi. Un elettorato non più strutturato da appartenenze permanenti è un elettorato che va riconquistato a ogni ciclo, e con strumenti che producano effetto nel breve periodo.

In assenza di una struttura di appartenenza permanente, l’attore politico ha bisogno di occasioni ricorrenti di attivazione affettiva. Il fatto di cronaca ne è la fornitura più regolare, più economica e meno rischiosa: non richiede elaborazione programmatica, non impegna su politiche verificabili, non produce fratture nella propria coalizione.

Questa lettura genera una previsione: la propensione allo sfruttamento dei fatti di cronaca dovrebbe essere maggiore laddove il legame di appartenenza è più debole, cioè in contesti di alta volatilità elettorale, e minore laddove le organizzazioni politiche mantengono radicamento sociale. È una previsione, per quanto grossolana, empiricamente controllabile.

16.2 La cultura del controllo

David Garland ha descritto la trasformazione della politica penale nelle società tardo-moderne come una riconfigurazione complessiva del campo, caratterizzata da alcuni tratti: il declino dell’ideale riabilitativo; il ritorno del carattere espressivo ed emotivo della pena; la centralità della vittima; la politicizzazione permanente del tema criminale; la percezione del crimine come rischio ordinario da gestire piuttosto che come patologia da eliminare; e la diffusione di forme di controllo che coinvolgono attori non statali.47

Il tratto che qui più interessa è la trasformazione della vittima in figura rappresentativa. Nella configurazione precedente, la vittima era una parte processuale con interessi propri, e la sua posizione nel dibattito pubblico era limitata. Nella configurazione descritta da Garland, la vittima diventa una figura simbolica il cui dolore autorizza chi lo invoca a parlare in nome di tutti, e in nome della quale è possibile respingere qualsiasi obiezione tecnica. È la premessa strutturale della condizione (c) della definizione, ed è la ragione per cui quella condizione è così frequentemente integrata senza che nessuno lo avverta come un abuso.

16.3 Populismo penale e governo attraverso il crimine

John Pratt ha descritto il penal populism come il fenomeno per cui le politiche penali si formano non in base a valutazioni tecniche di efficacia ma in risposta a stati emotivi dell’opinione pubblica, mediati da attori che si autoproclamano portavoce del «sentire comune» contro le élite tecniche — magistratura, accademia, servizi sociali, criminologia.48 Il tratto distintivo non è la severità delle politiche adottate, ma il criterio con cui vengono selezionate: il consenso atteso anziché l’efficacia attesa.

Jonathan Simon ha mostrato, per il caso statunitense, come il crimine sia diventato una modalità generale di governo: non un settore di politica pubblica tra gli altri, ma la lente attraverso cui vengono riorganizzati ambiti eterogenei, dalla scuola all’urbanistica al lavoro alla famiglia.49 Il governing through crime non è una politica criminale espansiva: è l’estensione della logica criminale a domini che non le appartengono.

Loïc Wacquant ha proposto una lettura complementare, secondo cui l’espansione del controllo penale nelle società neoliberali svolge una funzione di gestione delle conseguenze sociali della deregolamentazione economica: alla ritirata dello Stato sociale corrisponde l’avanzata dello Stato penale, e la povertà viene amministrata come questione criminale anziché come questione sociale.50 La tesi è discussa e non priva di forzature comparative, ma il nucleo — l’esistenza di una relazione inversa tra intensità della protezione sociale e intensità del controllo penale — trova riscontri nella letteratura comparata.

16.4 Insicurezza sociale e insicurezza civile

Il contributo di Robert Castel, già richiamato al § 3.7, fornisce l’anello che collega queste analisi al piano della domanda. Castel distingue tra insicurezza civile — la minaccia alla persona e ai beni, che le società moderne hanno storicamente ridotto in misura senza precedenti — e insicurezza sociale, cioè l’incertezza sulle condizioni materiali di esistenza prodotta dall’indebolimento delle protezioni collettive.51

La sua tesi è che nelle società contemporanee la seconda sia enormemente cresciuta mentre la prima diminuiva, e che il discorso pubblico sulla sicurezza operi in larga misura come traduzione della seconda nel linguaggio della prima. La traduzione ha un vantaggio politico decisivo: l’insicurezza sociale richiama responsabilità di politica economica difficili da esercitare e impopolari da nominare, mentre l’insicurezza civile richiama responsabilità di ordine pubblico immediatamente esercitabili e simbolicamente gratificanti.

Se questa lettura è corretta, allora il fatto di cronaca è lo strumento tecnico della traduzione: è ciò che consente di dare all’ansia sociale diffusa un oggetto determinato, un volto, un luogo e un rimedio. Il che spiega perché la domanda di sicurezza sia tanto più intensa quanto meno corrisponde all’esperienza diretta, come i dati del § 3.5 documentano.

16.5 La performance della crisi e la politica della paura

Benjamin Moffitt ha descritto il populismo come uno stile politico piuttosto che come un’ideologia, e ne ha individuato un tratto costitutivo nella performance permanente della crisi: il leader populista non risponde a una crisi preesistente, la mette in scena, perché lo stato di crisi è la condizione in cui la sua offerta politica risulta pertinente e in cui le procedure ordinarie appaiono inadeguate.52 La crisi non è il contesto dell’azione populista: ne è il prodotto.

Ruth Wodak, analizzando i discorsi populisti di destra in Europa, ha individuato una struttura ricorrente della «politica della paura»: costruzione di un pericolo, identificazione di un responsabile esterno, presentazione di sé come unica difesa, e uso sistematico della provocazione calcolata seguita dalla rettifica parziale — dispositivo che consente di occupare l’agenda e simultaneamente di negare l’intenzione.53 Va precisato che l’oggetto dichiarato di quell’analisi è uno schieramento determinato; la struttura discorsiva descritta non è però esclusiva di esso, ed è in questa accezione più generale che viene qui assunta.

David Altheide ha documentato, sul versante mediale, la costruzione di un discourse of fear come cornice permanente dell’informazione, in cui il pericolo non è più l’oggetto di singole notizie ma la premessa implicita di tutte.54

16.6 Lo spettacolo politico

Vi si aggiunge un contributo più antico, che precede di decenni la letteratura appena richiamata e che ne costituisce in larga misura il presupposto. Murray Edelman ha sostenuto che la politica è in larghissima parte produzione di spettacolo simbolico, e che i «problemi politici» non sono dati oggettivi che attendono soluzione, ma costruzioni che servono a giustificare corsi d’azione già preferiti e a legittimare gli attori che se ne fanno carico.55

Nella formulazione di Edelman, la funzione principale dell’azione politica visibile non è risolvere problemi ma rassicurare: produrre nel pubblico la percezione che qualcuno se ne stia occupando. Questa funzione è pienamente compatibile con l’inefficacia sostanziale della misura adottata, e anzi non richiede in alcun modo la sua efficacia.

Il fatto di cronaca è la materia prima ideale di questa costruzione, perché possiede tre proprietà che nessun dato statistico ha: è concreto, è narrabile, ed è emotivamente non neutralizzabile.

16.7 Sintesi: la funzione politica del fatto di cronaca

Le analisi richiamate consentono di formulare in modo compatto la funzione che il fatto di cronaca svolge nel sistema politico contemporaneo. Esso fornisce simultaneamente:

  • un oggetto all’ansia diffusa, che altrimenti resterebbe priva di bersaglio;
  • una causa semplice a un fenomeno complesso;
  • un responsabile identificabile e, di norma, privo di voce;
  • un rimedio annunciabile in tempi compatibili con il ciclo dell’attenzione;
  • una legittimazione per chi lo propone, indipendente dall’esito;
  • un criterio di valutazione favorevole a chi controlla il tema.

Nessuno di questi elementi è disponibile attraverso l’argomentazione statistica. È questa asimmetria, e non un difetto morale degli attori, a determinare la struttura del fenomeno.

17. Una tipologia dello sciacallaggio politico

La definizione proposta individua una classe di condotte che si realizzano in forme ricorrenti e riconoscibili. Se ne propongono otto, costruite per astrazione da tratti ricorrenti e non riferite a soggetti determinati. Per ciascuna si indicano la struttura logica, i marcatori riconoscibili, e il criterio che la distingue dalla condotta legittima più prossima.

17.1 Tipo I — Sciacallaggio identitario

Struttura. Consiste nel selezionare, tra le innumerevoli proprietà dell’autore di un reato, quella che consente di ricondurlo a un gruppo socialmente identificabile, e nel trattare il reato come manifestazione di una proprietà del gruppo. La forma logica è l’inferenza dal particolare all’universale con premessa implicita non dichiarata: si asserisce il caso, si lascia al lettore il compito di fornire la generalizzazione.

Marcatori. – La qualificazione di gruppo compare nelle prime parole dell’enunciato, prima ancora del fatto. – La stessa qualificazione non compare in fatti simmetrici il cui autore appartenga al gruppo di maggioranza. – Compare un plurale generalizzante o un avverbio di serie che presuppone una casistica mai documentata. – La proposta di rimedio riguarda il gruppo e non la condotta.

Distinzione dalla condotta legittima. È legittimo — e talora necessario — discutere se determinate condizioni giuridiche o materiali in cui un gruppo è collocato producano tassi differenziali di devianza registrata, e quali politiche possano modificarle. La differenza sta nel livello dell’attribuzione: una tesi sulle condizioni è empirica e falsificabile; una tesi sulla natura del gruppo non lo è.

Osservazione. Il tipo è formalmente indipendente dal gruppo bersaglio. La stessa struttura può essere applicata agli stranieri, ai giovani, agli anziani, ai residenti di un quartiere, ai membri di una professione, ai magistrati, alle forze dell’ordine, agli insegnanti, ai destinatari di una misura di sostegno al reddito. La sua diffusione trasversale è la ragione principale per cui una trattazione non partigiana è possibile.

17.2 Tipo II — Sciacallaggio securitario-legislativo

Struttura. Consiste nell’annunciare, nelle ore immediatamente successive a un fatto, una misura normativa presentata come risposta a quel fatto. La caratteristica distintiva non è l’annuncio in sé — che può essere pienamente legittimo — ma l’assenza di verifica del controfattuale: la misura proposta non avrebbe impedito il fatto che la occasiona, e talvolta non è nemmeno applicabile alla sua fattispecie.

Marcatori. – La misura è annunciata prima che la dinamica sia accertata. – La misura riguarda una fattispecie diversa da quella del fatto. – La misura duplica strumenti già esistenti e non applicati. – L’annuncio non è accompagnato da alcuna indicazione di risorse. – La discussione tecnica della misura viene respinta invocando la vittima.

Contesto dottrinale. La dottrina penalistica italiana ha analizzato a lungo questa dinamica sotto le categorie del diritto penale simbolico e della legislazione dell’emergenza, mostrando come essa produca norme la cui funzione principale è comunicativa e la cui efficacia preventiva è, nella migliore delle ipotesi, non dimostrata.56 57 58

Un caso istituzionale documentato. Il decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, convertito con modificazioni dalla legge 13 novembre 2023, n. 159, adottato a seguito di gravi fatti verificatisi a Caivano, reca misure di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile. Il provvedimento ha esteso ai minori ultraquattordicenni misure di prevenzione, ampliato le ipotesi di ammonimento, introdotto sanzioni amministrative a carico degli esercenti la responsabilità genitoriale, ridotto le soglie per l’applicazione di misure cautelari, e trasformato in delitto la violazione dell’obbligo di istruzione. La dottrina che se ne è occupata ne ha segnalato il carattere prevalentemente punitivo rispetto alla natura sociale ed educativa dei fenomeni oggetto di intervento.59

La simmetria del fenomeno. Il ricorso alla decretazione d’urgenza in materia di sicurezza urbana e di ordine pubblico non appartiene a un solo schieramento, e la sua ricostruzione storica lo documenta: la legge 15 luglio 2009, n. 94, recante disposizioni in materia di sicurezza pubblica, e il decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito con modificazioni dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, in materia di sicurezza delle città, sono stati adottati sotto esecutivi di orientamento opposto e hanno ricevuto, dalla dottrina, obiezioni della stessa natura. Il rilievo non equipara i contenuti dei provvedimenti, che sono diversi e vanno valutati ciascuno nel merito: documenta che la forma della risposta emergenziale a un allarme è una risorsa disponibile a chiunque governi.

Avvertenza. La qualificazione di un provvedimento come simbolico è un giudizio tecnico contestabile e non implica di per sé sciacallaggio. Implica sciacallaggio quando ricorrono le altre condizioni — in particolare quando la misura è presentata come rimedio a un fatto specifico che essa non avrebbe impedito, e quando la sua discussione critica viene delegittimata mediante l’invocazione della vittima.

Sotto-tipo: la legge intitolata alla vittima. Sul piano della tecnica normativa, la pratica presenta un rischio riconosciuto: lega la disciplina generale di una materia alla configurazione particolare di un caso, con esiti sistematici discutibili. Sul piano politico, produce un effetto di immunizzazione del dibattito, poiché la critica tecnica alla norma viene percepita come critica alla vittima. Il giudizio non è automatico: alcune leggi così denominate hanno prodotto avanzamenti sostanziali e sono state elaborate con il coinvolgimento attivo delle famiglie. La domanda da porre è se il nome serva a ricordare o a proteggere il testo dalla discussione.

17.3 Tipo III — Sciacallaggio della colpa istituzionale

Struttura. È la forma speculare del precedente, e appartiene tipicamente all’opposizione. Consiste nell’attribuire un evento singolo a una responsabilità dell’esecutivo o dell’amministrazione in carica, in assenza di un nesso documentato tra la decisione contestata e l’evento.

Marcatori. – Il nesso invocato è temporale e non causale: «è successo sotto questa amministrazione». – Non viene indicato alcun atto specifico. – La stessa attribuzione non è stata formulata per eventi analoghi accaduti sotto amministrazioni di diverso colore. – L’arco temporale considerato è selezionato in modo da escludere i periodi sfavorevoli all’argomento.

Distinzione dalla condotta legittima. Il tipo va distinto con la massima attenzione dalla richiesta legittima di responsabilità politica, che si fonda su un nesso documentale. Il criterio discriminante è la disponibilità di un documento: una segnalazione tecnica ignorata, una delibera, un capitolo di bilancio, una denuncia archiviata, una relazione di collaudo, un verbale di sopralluogo, un atto di indirizzo. Se il nesso è documentato, non si tratta di sciacallaggio anche quando l’accusa è formulata in termini duri e in tempi rapidi. Se il nesso è soltanto temporale, la condizione (b) è integrata.

Sotto-tipo: la responsabilizzazione retroattiva selettiva. L’imputazione all’avversario di conseguenze di decisioni assunte in un arco temporale in cui più soggetti si sono succeduti, con selezione del solo periodo utile all’argomento. È verificabile documentalmente e costituisce uno dei casi in cui l’indicatore 4 (selettività della casistica) opera con maggiore nettezza.

17.4 Tipo IV — Sciacallaggio compassionevole

Struttura. È la forma più difficile da riconoscere, perché si presenta con i segni esteriori del suo contrario. Consiste nell’appropriazione simbolica del lutto: la presenza al funerale, il messaggio pubblico ai familiari, l’intitolazione, la visita al luogo, la proposta che porta il nome della vittima. Nessuno di questi atti è di per sé illegittimo; molti sono doverosi.

Marcatori. – L’uso persiste dopo che i congiunti hanno manifestato dissenso. – L’attenzione cessa esattamente quando cessa la copertura mediatica. – Non segue alcun atto verificabile nei mesi successivi. – L’iniziativa è annunciata prima di essere comunicata alla famiglia. – La presenza è accompagnata da comunicazione fotografica dell’attore.

Distinzione dalla condotta legittima. La condizione discriminante è (c): l’uso della persona come mezzo in assenza di consenso attuale. Un secondo indicatore, indipendente e più facilmente verificabile, è la discontinuità dell’attenzione: l’interesse politico si distingue dall’occasione politica per la sua persistenza, e la persistenza lascia tracce documentali.

17.5 Tipo V — Sciacallaggio dell’anticipazione

Struttura. Consiste nell’utilizzare un fatto per rivendicare la correttezza retrospettiva di una propria posizione precedente: «l’avevamo detto», «lo denunciamo da anni», «era prevedibile». È la forma in cui la condizione (d) opera in modo più visibile: la rivendicazione è formulata a un livello di generalità tale da risultare compatibile con qualunque esito.

Marcatori. – La posizione rivendicata non viene mai richiamata nei periodi in cui i fatti non la confermano. – Non viene indicato alcun documento datato che attesti la posizione precedente. – La previsione rivendicata è, a rigore, non falsificabile («prima o poi succederà qualcosa»). – La rivendicazione è formulata prima che siano noti gli elementi che la renderebbero pertinente.

Distinzione dalla condotta legittima. È perfettamente legittimo, e anzi utile al dibattito pubblico, richiamare una posizione precedentemente sostenuta quando i fatti la confermino: è il modo in cui la responsabilità delle previsioni viene esercitata. La differenza sta nella simmetria temporale: chi richiama le proprie previsioni corrette deve avere richiamato, o essere disposto a richiamare, quelle errate. Un attore che rivendichi la propria previsione a ogni evento confermativo e taccia sugli andamenti aggregati che la smentiscono sta operando una selezione della casistica.

17.6 Tipo VI — Sciacallaggio del rovesciamento

Struttura. È la forma riflessiva, e la più insidiosa. Consiste nell’usare l’accusa di sciacallaggio come tecnica di immunizzazione: si sottrae un ambito di decisione allo scrutinio pubblico riqualificando la critica come profanazione. La struttura dell’argomento è: chi solleva ora la questione della responsabilità politica sta strumentalizzando il dolore; il rispetto per le vittime impone il silenzio.

Marcatori. – L’invito al rispetto è rivolto esclusivamente alle critiche indirizzate a sé. – Il tempo del silenzio richiesto coincide esattamente con il tempo in cui la questione è politicamente saliente. – La disponibilità a discutere ricompare quando l’attenzione è cessata. – Non viene formulata alcuna replica di merito alla critica silenziata. – L’invocazione del rispetto proviene da un soggetto che non ha alcun mandato dai congiunti.

Distinzione dalla condotta legittima. Esiste un uso pienamente legittimo dell’obiezione: quando un’affermazione è realmente infondata, chiederne la sospensione fino all’accertamento è ragionevole. Il criterio discriminante è la coincidenza tra l’oggetto della critica silenziata e l’interesse di chi invoca il silenzio. Se l’invito al rispetto è selettivo, la sua funzione non è deontologica ma difensiva.

L’operazione è particolarmente efficace perché mobilita un sentimento moralmente ineccepibile — il rispetto per il lutto — a fini di protezione politica, e perché colloca l’interlocutore in una posizione in cui ogni replica appare come conferma dell’accusa. Il capitolo 24 vi ritorna in dettaglio.

17.7 Tipo VII — Sciacallaggio di prossimità

Struttura. La scala locale presenta caratteri specifici che ne fanno un caso a sé, e non una versione ridotta del fenomeno nazionale. Quattro condizioni la differenziano.

La distanza sociale minima. In un comune di piccole o medie dimensioni, la vittima, l’autore, i familiari, l’amministratore e il cronista appartengono spesso alla stessa rete relazionale. Ciò aumenta la disponibilità di informazione ma riduce drasticamente la possibilità di trattamento anonimo: l’omissione del nome non produce anonimato, perché il contesto lo rende ricostruibile a chiunque. Ne segue che le regole deontologiche costruite per un contesto di anonimato metropolitano hanno, in periferia, un’efficacia protettiva molto inferiore a quella nominale.

La verificabilità immediata, che opera in entrambe le direzioni. Una falsificazione grossolana è più difficile, perché molti lettori dispongono di conoscenza diretta; ma un’insinuazione produce effetti reputazionali più intensi e più duraturi, perché si inserisce in una rete di relazioni preesistenti e non può essere lasciata alle spalle cambiando quartiere.

La sovrapposizione dei ruoli. Il soggetto politico che commenta il fatto è spesso lo stesso che ha competenza amministrativa sulla materia, il che rende la sua dichiarazione al tempo stesso commento e atto. Un sindaco che attribuisce un fatto al degrado di una zona sta simultaneamente esprimendo un’opinione e ammettendo o negando una propria responsabilità.

La rilevanza elettorale del singolo caso. In un collegio comunale, un evento di cronaca può spostare un numero di consensi sufficiente a modificare un esito, cosa che a livello nazionale richiederebbe una serie prolungata. Ne discende una conclusione controintuitiva ma robusta: l’incentivo allo sfruttamento è, a parità di altre condizioni, strutturalmente più alto in periferia che al centro, mentre l’infrastruttura di verifica è più debole.

Forme tipiche. L’attribuzione a un quartiere o a una frazione della responsabilità collettiva di un fatto; l’uso di un evento per rilanciare una richiesta preesistente di dotazione — telecamere, ordinanze, presidi, illuminazione — senza alcuna valutazione di efficacia; la sollecitazione di reazioni immediate in gruppi di discussione territoriali, dove il controllo del contesto è nullo; l’attacco personale ad amministratori con competenze che non includono la materia in questione; la trasformazione di una vicenda privata in questione pubblica in ragione della notorietà locale delle persone coinvolte.

17.8 Tipo VIII — Sciacallaggio d’ambiente

Struttura. L’ultimo tipo non riguarda una condotta individuale ma una condizione sistemica, ed è quello descritto al capitolo 6. La distribuzione algoritmica dei contenuti premia l’attivazione emotiva; la struttura dei mercati dell’attenzione premia la rapidità; la frammentazione delle audience riduce il costo dell’eccesso. In queste condizioni, comportamenti che nel singolo attore sarebbero deliberati possono essere prodotti dal sistema anche in assenza di intenzione.

Osservazione conclusiva. Questo tipo ha uno statuto diverso dagli altri sette: non serve a qualificare una condotta, ma a spiegare perché le altre sette siano frequenti. La sua inclusione nella tipologia risponde a un’esigenza precisa: impedire che l’analisi si esaurisca nell’attribuzione individuale di responsabilità morale, che è precisamente il tipo di operazione — l’attribuzione individuale in luogo di quella sistemica — che il capitolo 1 ha descritto come effetto del framing episodico. Una teoria dello sciacallaggio interamente costruita sui vizi dei singoli sarebbe, essa stessa, un esempio di framing episodico applicato al dibattito pubblico.

18. Il repertorio delle tecniche

I tipi descritti si realizzano attraverso un repertorio limitato di tecniche retoriche, ciascuna riconoscibile e ciascuna dotata di un antidoto analitico specifico. Se ne isolano nove.

1. La serializzazione retroattiva. Costruire una serie a partire da eventi che, presi singolarmente, non erano stati trattati come collegati. Si realizza attraverso gli avverbi di serie («l’ennesimo», «ancora una volta») e attraverso l’accostamento di casi distanti nel tempo e nello spazio. Antidoto: chiedere la serie. Quanti casi, in quale periodo, su quale base. Nella quasi totalità dei casi la serie non esiste come dato, esiste come effetto retorico.

2. Il numero nudo. Presentare un numero assoluto senza denominatore, senza serie storica, senza confronto. Antidoto: § 9.1.

3. L’aneddoto come confutazione della serie. Opporre a un dato aggregato un caso singolo che lo contraddice, e presentare il caso come smentita del dato. È una forma di fallacia elementare, ma è resa efficace dall’asimmetria descritta al § 5.3. Antidoto: osservare che un dato aggregato prevede l’esistenza di eccezioni, e che la loro esibizione non lo confuta ma lo presuppone.

4. La domanda insinuante. Formulare come interrogativo ciò che non si vuole asserire: «Ci si chiede se sia un caso che…», «Qualcuno dovrebbe spiegare perché…». La domanda ha la forza asseverativa dell’affermazione e non ne ha l’onere probatorio. Antidoto: riformulare la domanda come affermazione e valutarla come tale.

5. L’appello al buon senso contro i dati. Contrapporre l’esperienza comune («basta uscire di casa per capire») all’evidenza statistica, presentando la seconda come astrazione tecnocratica. È una tecnica particolarmente efficace perché l’esperienza personale del parlante è, per il pubblico, incontestabile. Antidoto: osservare che l’esperienza personale è un campione di dimensione uno, non standardizzato e selezionato dalla memoria — cioè lo strumento di misura meno affidabile disponibile.

6. Il trasferimento per contiguità. Attribuire a un soggetto le caratteristiche di un altro sulla base di una prossimità qualsiasi: geografica, temporale, categoriale, o di semplice menzione nello stesso enunciato. Antidoto: esplicitare la premessa implicita e verificare se sia sostenibile enunciata.

7. La generalizzazione per aggettivo. Introdurre una qualificazione generalizzante come attributo anziché come predicato, sottraendola alla verifica: non «questi soggetti sono pericolosi» ma «i soggetti pericolosi come questo». La forma attributiva non asserisce e quindi non si contesta. Antidoto: trasformare l’attributo in predicato.

8. La falsa simmetria. Presentare due posizioni come equivalenti quando l’evidenza a sostegno è radicalmente asimmetrica; o, in senso opposto, presentare come opinione una questione di fatto accertato. Antidoto: distinguere la questione di fatto dalla questione di valore, e verificare separatamente il grado di consenso sulle due.

9. L’immunizzazione preventiva. Anticipare l’obiezione qualificandola come conferma: «diranno che sto strumentalizzando, ma è esattamente ciò che dicono sempre per non affrontare il problema». La mossa rende ogni obiezione futura un’istanza della categoria prevista. Antidoto: riconoscerla come tale, e osservare che una tesi che ha già classificato le proprie obiezioni non è una tesi discutibile.

PARTE QUARTA. LA DIAGNOSI

19. Una griglia di dodici indicatori

Gli indicatori che seguono operativizzano la definizione del capitolo 15. Vanno usati secondo quattro regole di impiego che ne condizionano la validità e senza le quali lo strumento si trasforma nel suo contrario.

Regola 1 — Nessun indicatore è di per sé decisivo. Ciascuno, isolatamente, è compatibile con condotte legittime. Solo la co-occorrenza di un gruppo di indicatori che copra almeno tre delle quattro condizioni (a)-(d) sostiene una qualificazione.

Regola 2 — L’applicazione deve essere simmetrica. La griglia è utilizzabile solo se applicata con lo stesso rigore ad attori di orientamento opposto. Un uso selettivo la trasforma in un’istanza del tipo VI.

Regola 3 — Il giudizio è sull’atto, non sulla persona. Il medesimo attore può compiere un’operazione di sciacallaggio su un fatto e un’operazione perfettamente legittima su un altro. La qualificazione riguarda l’enunciato in un contesto, non un’identità politica, e non è trasferibile ad altri enunciati dello stesso soggetto.

Regola 4 — Ogni applicazione va motivata. Il valore della griglia non sta nella precisione del risultato, che è inevitabilmente approssimativa, ma nel fatto che obbliga chi giudica a dichiarare i criteri, rendendo la qualificazione contestabile. Una qualificazione non motivata secondo la griglia non è meno arbitraria di una qualificazione formulata senza griglia.


Indicatore 1 — Latenza

Che cosa misura. L’intervallo tra il fatto e la dichiarazione, rapportato al tempo tecnicamente necessario perché siano disponibili gli elementi che la dichiarazione presuppone.

Come si applica. Non conta la rapidità in sé — l’espressione immediata del cordoglio, la richiesta immediata di chiarimenti, la sollecitazione immediata di soccorsi sono normali e doverose — ma la rapidità di una conclusione causale. Una dichiarazione che attribuisca una causa a due ore dal fatto sta affermando qualcosa che nessuno, in quel momento, può sapere.

Condizione della definizione. (a), congiuntamente all’indicatore 9: la sola anticipazione non integra la condizione, che richiede anche la mancata revisione.

Indicatore 2 — Stato di accertamento presupposto

Che cosa misura. Il divario tra i fatti che la dichiarazione dà per stabiliti e i fatti effettivamente accertati allo stadio processuale in corso.

Come si applica. Si confronta l’elenco delle proposizioni presupposte con la mappa del § 8.2. Il divario è una misura diretta della condizione (a) ed è verificabile senza alcun giudizio interpretativo.

Condizione della definizione. (a).

Indicatore 3 — Ampiezza del salto inferenziale

Che cosa misura. La distanza tra il caso singolo e la classe di cui viene assunto come rappresentativo.

Come si applica. Si esplicita la classe e se ne stima la numerosità. Un caso su una classe di milioni di individui non ha alcun valore probatorio sulla classe, e questo è un fatto logico, non un’opinione. Va inoltre verificato se il caso sia stato selezionato perché rappresentativo o perché disponibile — cioè se la sua notiziabilità non sia essa stessa la ragione della sua selezione, il che lo rende per costruzione non rappresentativo.

Condizione della definizione. (b).

Indicatore 4 — Selettività della casistica

Che cosa misura. La coerenza del trattamento riservato dal medesimo attore a fatti strutturalmente simmetrici.

Come si applica. Si individuano casi con la stessa struttura e diversa appartenenza dell’autore, o lo stesso disservizio sotto diversa amministrazione, e si confronta il trattamento. È l’indicatore più robusto della griglia, perché è interamente documentale e non dipende da alcun giudizio dell’osservatore sul merito. Richiede però un archivio, ed è per questa ragione che la sua applicazione è, di fatto, riservata a chi ne dispone.

Condizione della definizione. (b) e (d).

Indicatore 5 — Proporzione tra rimedio e causa

Che cosa misura. La pertinenza della misura invocata rispetto alla causa accertata o ipotizzata.

Come si applica. Tre domande in sequenza. La misura avrebbe impedito il fatto? È applicabile alla fattispecie del fatto? È già prevista dall’ordinamento e semplicemente non applicata? Quest’ultima è la domanda più fruttuosa e la meno posta.

Condizione della definizione. (b).

Indicatore 6 — Statuto della vittima nel discorso

Che cosa misura. Se la vittima sia trattata come persona con una storia propria o come funzione argomentativa.

Come si applica. Un test operativo: se si sostituisse il nome della vittima con quello di un’altra persona coinvolta in un fatto analogo, l’argomento resterebbe identico? In caso affermativo, la vittima non è oggetto del discorso ma suo strumento. Un secondo test: la vicenda personale della vittima viene richiamata negli elementi pertinenti al fatto o in quelli utili all’argomento?

Condizione della definizione. (c).

Indicatore 7 — Consenso dei congiunti

Che cosa misura. La presenza, l’assenza o la revoca di un consenso attuale e informato all’uso pubblico della vicenda.

Come si applica. È stato richiesto? È stato manifestato un dissenso? L’uso è proseguito nonostante il dissenso? Questo indicatore ha valore quasi dirimente rispetto alla condizione (c), perché è fattuale e verificabile, e perché il dissenso manifestato è normalmente documentato.

Condizione della definizione. (c).

Indicatore 8 — Falsificabilità dichiarata

Che cosa misura. L’esistenza di un accertamento possibile che smentirebbe la tesi.

Come si applica. La domanda può essere posta direttamente all’attore, e la risposta — o il rifiuto di rispondere — è essa stessa un dato. In assenza di interlocuzione diretta, si costruiscono mentalmente gli scenari alternativi di accertamento e si verifica se qualcuno di essi risulterebbe incompatibile con la tesi. Una tesi per cui nessuno scenario è smentente non è una tesi empirica.

Condizione della definizione. (d).

Indicatore 9 — Revisione effettiva

Che cosa misura. La correzione della posizione a fronte di accertamenti che la contraddicono.

Come si applica. A distanza di tempo, quando gli accertamenti hanno modificato il quadro, la posizione è stata rivista, corretta, o anche solo menzionata di nuovo? L’asimmetria tra l’intensità dell’affermazione iniziale e il silenzio successivo è il marcatore più affidabile della condizione (d) e richiede unicamente un archivio.

Condizione della definizione. (a) e (d).

Indicatore 10 — Continuità dell’impegno

Che cosa misura. La persistenza dell’interesse politico oltre il ciclo dell’attenzione.

Come si applica. Nei sei-dodici mesi successivi, l’attore ha compiuto atti verificabili sulla materia: atti di sindacato ispettivo, emendamenti, mozioni, stanziamenti, iniziative amministrative, richieste di audizione? I resoconti delle assemblee elettive sono pubblici. La continuità distingue l’interesse politico dall’occasione politica, ed è documentabile. L’indicatore è applicabile anche quando non vi siano vittime, perché misura l’occasionalità dell’interesse e non il trattamento della persona.

Condizione della definizione. (c) e (d).

Indicatore 11 — Trattamento del contraddittorio

Che cosa misura. Il modo in cui vengono trattate le obiezioni.

Come si applica. Le obiezioni ricevono risposte di merito, o la squalifica morale di chi le solleva («chi difende gli assassini», «chi specula sul dolore», «chi vive nei salotti»)? La sostituzione sistematica dell’argomento con la squalifica dell’interlocutore segnala che la posizione non è sostenuta da ragioni disponibili. Va verificata anche la presenza dell’immunizzazione preventiva descritta al punto 9 del capitolo 18.

Condizione della definizione. (d).

Indicatore 12 — Costi imposti a terzi

Che cosa misura. Le conseguenze verificabili dell’operazione su soggetti non responsabili.

Come si applica. Si verificano: l’esposizione mediatica di familiari, l’identificazione di minori, la stigmatizzazione di un quartiere, di una comunità o di una categoria, la produzione di ritorsioni, l’esposizione di persone poi risultate estranee. È l’indicatore di gravità: misura non la scorrettezza dell’argomento ma il danno che l’argomento produce, ed è quindi indipendente dagli altri.

Condizione della definizione. trasversale; aggrava.


20. La regola di chiusura e l’onere della motivazione

Si propone la seguente regola interpretativa, da intendersi come criterio di prudenza e non come algoritmo.

Livello 0 — nessun indicatore rilevante, o soltanto indicatori riconducibili a scelte di merito. Nessuna qualificazione. È il caso, discusso allo scenario B del capitolo 22, della critica politica ancorata a documenti, per quanto dura e tempestiva.

Livello 1 — fino a tre indicatori, senza il 7 e senza il 12. Condotta politicamente discutibile, riconducibile all’imprudenza o alla fallacia argomentativa. La qualificazione di sciacallaggio non è sostenuta. È il livello in cui si colloca la grande maggioranza degli enunciati del dibattito pubblico, e trattarlo come sciacallaggio significa svuotare il concetto.

Livello 2 — quattro o più indicatori, distribuiti su almeno tre delle condizioni (a)-(d). Condotta qualificabile come sciacallaggio. Chi la qualifica assume l’onere di indicare quali indicatori ricorrono e su quali elementi documentali.

Livello 3 — presenza degli indicatori 7 o 12. Aggravamento indipendente dal numero complessivo, perché in gioco non è la correttezza del dibattito ma il danno a persone determinate. Un enunciato che integri il solo indicatore 12 può essere più grave di uno che ne integri sei senza produrre danni a terzi.

Va sottolineato un punto che la formulazione numerica rischia di oscurare. La griglia non serve a stabilire se qualcuno sia uno sciacallo; serve a rendere discutibile un’affermazione che, senza di essa, sarebbe soltanto un insulto. La sua funzione è la stessa che nel processo svolge la motivazione: non garantisce la correttezza della decisione, ma la rende controllabile.

21. Il test di reversibilità

Esiste una verifica sintetica che, pur non sostituendo la griglia, ne costituisce il controllo esterno.

Test di reversibilità. Sostituire nell’enunciato l’attore politico che lo ha pronunciato con il suo avversario, e il gruppo bersaglio con il gruppo di riferimento di chi lo ha pronunciato. Se l’enunciato risultante appare inaccettabile a chi trovava accettabile l’originale, l’accettabilità dipendeva dall’appartenenza e non dall’argomento.

Il test ha una portata più ampia della sola diagnosi dello sciacallaggio: è una regola generale di igiene argomentativa nel dibattito pubblico, e la sua applicazione sistematica ridurrebbe drasticamente il volume delle controversie sterili.

Va detto che il test ha un costo psicologico elevato. Richiede di accettare che il proprio schieramento pratichi le stesse operazioni che si denunciano nell’avversario, e la letteratura sul ragionamento motivato (§ 5.6) spiega perché questa accettazione sia difficile: non si tratta di una carenza di informazione ma di una resistenza attiva all’informazione incongruente. È probabilmente per questo che il test è così raramente praticato.

Ma senza di esso, ogni teoria dello sciacallaggio è destinata a funzionare come arma di parte, cioè a produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: fornire a ciascuno un vocabolario più raffinato per squalificare l’altro.

22. Tre scenari applicativi

Gli scenari che seguono sono costruiti e non riferiti a fatti determinati. Servono a mostrare il funzionamento della griglia in configurazioni diverse, e in particolare a mostrare che essa produce esiti differenziati e non conferma automaticamente l’intuizione iniziale.

22.1 Scenario A — L’aggressione in stazione

I fatti. In una città media, un uomo aggredisce un passante nei pressi della stazione ferroviaria, ferendolo gravemente. Nelle due ore successive, un esponente politico dichiara che l’episodio è la conseguenza diretta delle politiche di accoglienza, chiede la revoca dei permessi di soggiorno per i richiedenti asilo e l’aumento dei presidi. Il giorno seguente si accerta che l’aggressore è cittadino italiano, residente in città, con precedenti per reati contro la persona e in carico ai servizi di salute mentale. L’esponente non torna sull’argomento; nelle settimane successive rilancia la richiesta di presidi, senza menzionare l’accertamento.

Applicazione della griglia. – Indicatore 1: integrato. Conclusione causale a due ore dal fatto. – Indicatore 2: integrato. La dichiarazione presuppone la condizione giuridica dell’autore, non accertata. – Indicatore 3: integrato. Inferenza da un caso a una classe di centinaia di migliaia di persone. – Indicatore 4: da verificare su archivio; se episodi analoghi con autore italiano non hanno prodotto dichiarazioni, integrato. – Indicatore 5: parzialmente integrato. La richiesta di presidi non è priva di pertinenza; la revoca dei permessi non avrebbe avuto alcun effetto sul caso. – Indicatore 8: integrato. Non viene indicato alcun esito dell’accertamento che smentirebbe la tesi, e la richiesta finale resta identica quale che sia la condizione giuridica dell’autore. – Indicatore 9: integrato. Nessuna revisione. – Indicatore 11: da verificare. – Indicatore 12: integrato se ne è derivata stigmatizzazione di una comunità o di un luogo.

Esito. Livello 2 con aggravante da indicatore 12. Sei-sette indicatori, distribuiti sulle condizioni (a), (b) e (d). Qualificazione sostenuta.

Osservazione. È rilevante notare che la richiesta di presidi in prossimità della stazione resta una proposta politica legittima e discutibile nel merito, indipendentemente dalla qualificazione dell’operazione complessiva. Lo sciacallaggio non contamina tutto ciò che l’attore dice: qualifica un’operazione argomentativa determinata.

22.2 Scenario B — Il crollo

I fatti. Cede una porzione di viadotto su una strada provinciale. Non vi sono vittime. Nel pomeriggio, un consigliere di opposizione dichiara che l’ente aveva ricevuto due segnalazioni tecniche nel biennio precedente e non aveva stanziato risorse per la manutenzione, e pubblica il numero di protocollo delle segnalazioni e l’estratto del bilancio. Chiede le dimissioni dell’assessore competente. L’amministrazione replica che le segnalazioni riguardavano un altro tratto e che i fondi erano vincolati. Nei mesi successivi il consigliere presenta due interrogazioni e chiede l’accesso agli atti.

Applicazione della griglia. – Indicatore 1: non integrato nel senso rilevante. La dichiarazione è tempestiva ma non anticipa un accertamento: si fonda su documenti preesistenti. – Indicatore 2: non integrato. I fatti presupposti sono documentali e verificabili. – Indicatore 3: non integrato. Non vi è inferenza a una classe; l’attribuzione è a un soggetto determinato. – Indicatore 5: non integrato. Il rimedio invocato (dimissioni) è di natura politica e non pretende efficacia preventiva. – Indicatore 6, 7: non applicabili in assenza di vittime. – Indicatore 8: non integrato. La tesi è falsificabile e la replica dell’amministrazione indica come. – Indicatore 10: non integrato; anzi, la continuità è documentata.

Esito. Livello 0. Nessuna qualificazione. La durezza della richiesta e la sua tempestività non sono criteri. Si tratta di esercizio ordinario del controllo democratico, e la sua eventuale infondatezza nel merito — se le segnalazioni riguardavano effettivamente un altro tratto — configurerebbe un errore, non un abuso.

Variante simmetrica. Si supponga che l’assessore replichi producendo il carteggio da cui risulta che le segnalazioni riguardavano effettivamente un tratto diverso, che i fondi erano vincolati da un atto sovraordinato e che una richiesta di svincolo era stata inoltrata e respinta. Anche questa replica si colloca al livello 0: è un’affermazione ancorata a documenti, falsificabile, e non impiega alcuna persona come strumento. La griglia assolve entrambi, e l’esito non è un difetto dello strumento ma il suo funzionamento corretto: due attori possono confliggere legittimamente, e il conflitto si decide sui documenti, non sulla qualificazione morale dell’avversario.

Osservazione. Questo scenario è incluso perché rappresenta il caso in cui l’accusa di sciacallaggio viene più frequentemente formulata e meno frequentemente è fondata. La sua distinzione dallo scenario A non passa per il tono né per la tempestività, ma per l’esistenza di un ancoraggio documentale.

22.3 Scenario C — Il caso ambiguo

I fatti. Una donna viene uccisa dall’ex compagno. Emerge che aveva presentato due denunce nei mesi precedenti e che nessuna misura di protezione era stata adottata. Un’esponente politica dichiara che la responsabilità è del governo, che ha ridotto i finanziamenti ai centri antiviolenza, e propone una legge intitolata alla vittima. La famiglia non è stata contattata. Successivamente si accerta che le denunce erano state trasmesse e che una misura era stata richiesta ma non ancora decisa; i dati sui finanziamenti citati risultano riferiti a un capitolo diverso da quello pertinente.

Applicazione della griglia. – Indicatore 1: parzialmente integrato. L’attribuzione causale precede l’accertamento sulla catena procedurale. – Indicatore 2: integrato. La dichiarazione presuppone un’inerzia che non è accertata. – Indicatore 3: parzialmente integrato. L’inferenza dal caso al sistema è plausibile ma non è sostenuta dal solo caso; sarebbe sostenuta da dati aggregati sui tempi di decisione, che non vengono citati. – Indicatore 5: integrato. La nuova legge non avrebbe modificato l’esito, poiché il problema attiene ai tempi di applicazione di norme esistenti. – Indicatore 6: integrato. Il nome della vittima è sostituibile senza modificare l’argomento. – Indicatore 7: integrato. Nessun consenso richiesto. – Indicatore 9: da verificare a distanza. – Indicatore 10: da verificare a distanza.

Esito. Livello 2 con aggravante da indicatore 7. Qualificazione sostenuta, ma con una precisazione essenziale.

Osservazione. La questione sollevata è reale. Il funzionamento della catena di protezione, i tempi di decisione sulle misure, l’adeguatezza dei finanziamenti sono problemi documentati e legittimamente politici. La qualificazione riguarda il modo in cui la questione è stata sollevata — con dati inesatti, con un rimedio non pertinente, e usando una persona senza il consenso di chi la rappresenta — non la questione in sé. Distinguere il problema dall’uso che se ne fa è l’operazione più difficile e la più necessaria, ed è quella che il rovesciamento descritto al § 17.6 rende impossibile.

23. I limiti dello strumento

Uno strumento diagnostico che non dichiari i propri limiti è, per definizione, uno strumento non falsificabile — cioè esattamente ciò che la condizione (d) descrive. Quattro limiti vanno riconosciuti.

23.1 Il problema dell’intenzione

La griglia non misura le intenzioni e non pretende di farlo. Un attore può integrare sei indicatori in perfetta buona fede: perché è stato male informato, perché ha applicato un’euristica ordinaria, perché ha reagito con l’urgenza che il suo ruolo gli richiedeva.

Questa scelta è deliberata e ha una motivazione precisa. Le intenzioni non sono accessibili, e ogni tentativo di inferirle produce un’attribuzione arbitraria che aumenta il conflitto senza aumentare la conoscenza. Ma ha anche un costo: la griglia non distingue tra l’errore e l’abuso, e questa indistinzione può risultare ingiusta nei confronti di chi ha errato in buona fede.

Il correttivo disponibile è l’indicatore 9. Chi ha errato in buona fede rettifica quando l’errore emerge; chi non rettifica, indipendentemente dallo stato mentale iniziale, ratifica l’operazione. La revisione è il punto in cui l’intenzione diventa osservabile, ed è per questo che l’indicatore 9 è, nella pratica, il più importante dei dodici.

23.2 I falsi positivi

La griglia produce falsi positivi in almeno tre configurazioni.

La tesi vera formulata male. Un attore può sostenere una tesi corretta con argomenti scadenti e in tempi impropri. La griglia qualifica l’operazione argomentativa e non dice nulla sulla verità della tesi. Ne segue che una qualificazione di sciacallaggio non costituisce in alcun modo una confutazione, e usarla come tale è un errore logico oltre che una scorrettezza.

L’urgenza reale. Vi sono casi in cui la tempestività è imposta dalle circostanze: un pericolo in corso, una misura da adottare immediatamente, un’evacuazione. In questi casi la latenza breve non è indice di nulla.

L’asimmetria informativa. Un attore che dispone di informazioni non pubbliche — un amministratore, un membro di una commissione — può formulare tesi che appaiono premature e sono invece fondate su elementi non ancora divulgabili. La griglia non può distinguere questi casi, e la verifica è possibile solo a posteriori.

23.3 I casi indecidibili

Esiste una classe di casi in cui la questione se un singolo evento costituisca evidenza rilevante di un problema sistemico è genuinamente controversa, e la controversia non è risolvibile con gli strumenti qui proposti perché attiene al merito della materia. Un crollo può essere un evento isolato o il sintomo di un difetto di manutenzione diffuso, e stabilire quale sia richiede competenze ingegneristiche, non analisi del discorso.

In questi casi la griglia svolge una funzione più modesta e comunque utile: circoscrive il disaccordo, individuando il punto preciso su cui le parti divergono. Un disaccordo circoscritto è preferibile a un disaccordo diffuso, anche quando non è risolto.

23.4 Il rischio dell’uso strumentale

Il limite più serio è che la griglia stessa può essere usata selettivamente. Un osservatore può applicarla con rigore agli avversari e con indulgenza ai propri, ottenendo un risultato che ha l’apparenza dell’analisi e la sostanza della polemica.

Non esiste un rimedio tecnico a questo rischio. Esiste soltanto una pratica: applicare la griglia per primo ai propri, e pubblicare il risultato. È una prescrizione impegnativa e verosimilmente poco seguita, ma è l’unica condizione alla quale lo strumento mantiene la sua funzione.

PARTE QUINTA. RESPONSABILITÀ E RIMEDI

24. Il rischio speculare: quando l’accusa diventa censura

Occorre tornare, con maggiore ampiezza, sul problema enunciato in premessa, perché rappresenta il limite interno di tutto l’impianto e la ragione per cui esso può risultare pericoloso.

24.1 La funzione democratica del collegamento

In una democrazia, il collegamento tra un evento e una responsabilità politica è la forma elementare del controllo sul potere. Le morti sul lavoro rinviano al sistema dei controlli ispettivi, alla disciplina degli appalti e dei subappalti, alla formazione; i crolli e i dissesti rinviano alla manutenzione, alla pianificazione, ai vincoli; i femminicidi rinviano al funzionamento degli ordini di protezione, ai tempi delle decisioni cautelari, alla formazione degli operatori, alle risorse dei centri antiviolenza; gli eventi avversi in sanità rinviano agli organici e alla programmazione; i disastri ambientali rinviano ai sistemi di allerta e alle scelte urbanistiche.

Sostenere che il dolore imponga il silenzio significa sottrarre proprio gli ambiti più critici delle politiche pubbliche allo scrutinio democratico, e sottrarli precisamente nel momento in cui il loro fallimento è più visibile. Il momento in cui un sistema fallisce è anche il solo momento in cui il suo funzionamento diventa pubblicamente osservabile: rinviare la discussione a quando l’attenzione sarà cessata equivale a non discutere.

24.2 La struttura del rovesciamento

Il tipo VI descritto al § 17.6 opera secondo una struttura che merita di essere esplicitata nei suoi tre passaggi.

Primo passaggio: la riqualificazione. La critica politica viene riqualificata come atto morale: non è più un’affermazione vera o falsa, è un comportamento rispettoso o irrispettoso. Con questa mossa la questione esce dal terreno in cui potrebbe essere decisa — l’evidenza — ed entra in un terreno in cui non può esserlo.

Secondo passaggio: l’appropriazione del mandato. Chi invoca il silenzio si presenta come portavoce dei sentimenti della vittima o dei suoi congiunti, di norma senza alcun mandato. È un’operazione formalmente identica a quella descritta dalla condizione (c), compiuta però in direzione difensiva anziché offensiva.

Terzo passaggio: la chiusura. Ogni replica viene classificata in anticipo come conferma: chi insiste dimostra di non avere rispetto. È l’immunizzazione preventiva descritta al punto 9 del capitolo 18, applicata a un ambito specifico.

24.3 Il criterio distintivo

Il criterio che consente di distinguere l’obiezione legittima dal rovesciamento non è l’intensità della critica né la sua rapidità, ma il rapporto con la verifica.

Chi formula un’ipotesi di responsabilità indicando i documenti su cui si fonda e dichiarando che cosa la smentirebbe sta esercitando una funzione democratica, anche se la formula in termini durissimi e a poche ore dai fatti.

Chi enuncia una tesi non falsificabile e la sottrae alla discussione invocando il rispetto per la vittima sta compiendo un’operazione di sciacallaggio, anche se la formula con toni pacati e a distanza di settimane.

Il tono non è un criterio. La verificabilità sì.

24.4 Un corollario scomodo

Ne discende un corollario che vale la pena enunciare, perché è la conseguenza più impopolare dell’intero impianto. Se il criterio è la verificabilità, allora una parte considerevole di ciò che il dibattito pubblico italiano qualifica come sciacallaggio non lo è, e una parte considerevole di ciò che non viene qualificato come tale lo è.

Non è sciacallaggio: la critica documentata formulata con asprezza; la richiesta immediata di dimissioni fondata su atti; la contestazione tecnica di una norma intitolata a una vittima; il rifiuto di partecipare a un rito commemorativo che si ritiene strumentale.

È sciacallaggio, e raramente viene riconosciuto come tale: la commemorazione istituzionale accompagnata da comunicazione fotografica dell’attore; l’annuncio normativo privo di controfattuale; la rivendicazione di previsione non documentata; l’invocazione selettiva del rispetto.

L’asimmetria tra le due liste non è casuale. Le condotte della prima sono visibili, conflittuali, facilmente attaccabili; quelle della seconda si presentano nella forma della compostezza istituzionale, che è precisamente ciò che le rende difficili da nominare.

25. Il giornalismo di prossimità

L’informazione locale rappresenta, nel sistema italiano, il principale — e in molti territori l’unico — presidio di verifica sui fatti di rilevanza comunitaria. Il suo ruolo nella dinamica descritta non è marginale: è, per le ragioni esposte al § 17.7, quello in cui la posta in gioco è più alta.

25.1 Il vantaggio epistemico

Il giornalismo di prossimità possiede un vantaggio strutturale che nessun altro attore del sistema informativo possiede: accesso diretto alle fonti amministrative, conoscenza del contesto, capacità di distinguere il fatto anomalo dal fatto ordinario, memoria delle vicende pregresse, e relazione continuativa con i soggetti coinvolti.

È in condizione di sapere se una strada era stata segnalata, se una richiesta era stata respinta, se un’ordinanza era rimasta inapplicata, se un dato citato in una dichiarazione corrisponde a quello dei documenti comunali, se un’affermazione su un quartiere è compatibile con ciò che vi accade. Nessuna redazione nazionale dispone di questa informazione, nessun sistema automatico può ricostruirla, e nessuna piattaforma ha interesse a produrla.

25.2 Il rovescio del vantaggio

Al vantaggio corrisponde una vulnerabilità simmetrica, che va enunciata con altrettanta chiarezza.

La pressione relazionale. Il cronista locale non può cambiare interlocutori. Le persone di cui scrive sono le stesse che incontrerà per anni, e il costo di una notizia sgradita non è astratto.

La dipendenza economica. La struttura del mercato pubblicitario locale rende molte testate dipendenti da un numero ristretto di inserzionisti, spesso coincidenti con i soggetti economici e istituzionali di cui la testata dovrebbe rendere conto.

L’asimmetria di risorse. La verifica documentale richiede tempo, e il tempo è la risorsa più scarsa in redazioni di dimensione minima.

Il costo reputazionale dell’errore. In un contesto di prossimità un errore non è assorbito dal volume: è ricordato, e incide sulla credibilità della testata per anni.

Riconoscere queste vulnerabilità non è un’attenuante: è la condizione per formulare prescrizioni realistiche anziché esortazioni.

25.3 Cinque pratiche

Il differimento selettivo. La competizione sulla rapidità è persa in partenza contro le piattaforme; è vinta invece quella sulla correttezza, che è l’unico vantaggio comparato durevole di una testata locale. La regola operativa consiste nel distinguere ciò che va pubblicato subito — il fatto materiale, l’informazione di servizio, l’avviso alla popolazione — da ciò che va pubblicato quando verificato: la dinamica, le attribuzioni, le responsabilità. Il differimento non è reticenza: è la dichiarazione esplicita che un elemento non è ancora accertato, che è essa stessa un’informazione.

La verifica documentale della dichiarazione politica. Quando un amministratore o un candidato collega un fatto a una causa, la testata locale ha di norma la possibilità materiale di verificare l’affermazione sui documenti: delibere, capitoli di bilancio, atti di segnalazione, verbali, determine. Pubblicare la dichiarazione accompagnata dal riscontro documentale — o dall’esplicita indicazione che il riscontro non è stato possibile — è la forma più efficace di contenimento dello sciacallaggio, perché ne aumenta il costo senza limitare la libertà di parola di nessuno. È anche, va detto, la pratica che espone maggiormente la testata, ed è per questo rara.

Il follow-up. Gli indicatori 9 e 10 sono verificabili solo da chi disponga di un archivio e della volontà di consultarlo. Il ritorno sul caso a distanza di mesi — che cosa hanno accertato le indagini, che fine ha fatto la proposta annunciata, quale atto è stato compiuto, quale stanziamento è stato effettivamente disposto — è la funzione che nessun altro attore del sistema informativo svolge. È anche quella meno remunerata in termini di attenzione, poiché una notizia di follow-up ha per definizione una domanda inferiore a quella dell’evento originario.

La correzione esplicita. In un sistema in cui la smentita ha una diffusione di ordini di grandezza inferiore all’affermazione, la correzione visibile e datata è un atto di manutenzione della credibilità collettiva, non un’ammissione di debolezza. La sua collocazione — nello stesso spazio dell’affermazione corretta, non in coda — è parte della prescrizione.

La misura nell’uso del nome. Nel contesto locale la deidentificazione formale è spesso illusoria. Ne segue che la decisione rilevante non è se pubblicare il nome, ma quanta parte della vita privata delle persone coinvolte entri nel racconto, e con quale necessità informativa. Il Codice deontologico fornisce su questo punto vincoli precisi; il contesto di prossimità ne richiede un’applicazione più rigorosa, non meno.

26. Deontologia, autoregolazione e i loro limiti

Il sistema italiano dispone di un apparato deontologico articolato: il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, che dal giugno 2025 ha riunito in un unico articolato i documenti di settore prima separati — dalla Carta di Treviso alla Carta di Roma, il Manifesto di Venezia, e un ordinamento professionale dotato di potere disciplinare. Sul piano dei contenuti, l’apparato è sostanzialmente adeguato: le regole esistenti, se applicate, intercetterebbero la gran parte delle condotte problematiche descritte nella Parte seconda.

Tre limiti ne riducono però l’efficacia in modo strutturale.

Il primo è l’ambito soggettivo. La disciplina deontologica vincola i giornalisti iscritti. Non vincola gli attori politici, che sono gli emittenti principali delle operazioni descritte nella Parte terza; non vincola i produttori di contenuti non giornalistici, che occupano una quota crescente dello spazio informativo; non vincola le piattaforme che li distribuiscono. Si applica, cioè, all’anello della catena che ha il minore potere di iniziativa.

Il secondo è la sanzione. Il procedimento disciplinare ha tempi incompatibili con il ciclo dell’attenzione, e la sanzione — quando interviene — non ha alcuna visibilità paragonabile a quella della condotta sanzionata. Una sanzione che arriva due anni dopo e che nessuno conosce non modifica alcun calcolo.

Il terzo, e più fondamentale, è la struttura degli incentivi. Come si è argomentato al capitolo 6, il comportamento problematico è premiato dall’ambiente. Un sistema di regole che vieti un comportamento premiato, senza modificare il premio, produce un’applicazione selettiva e una progressiva erosione dell’autorità della regola stessa.

Ne segue che l’autoregolazione professionale, per quanto necessaria, non può essere il fulcro di una strategia di contenimento. Può stabilire uno standard, e questo ha valore; non può renderlo conveniente.

27. Che cosa modifica i costi

Se lo sciacallaggio è un equilibrio prodotto da una struttura di incentivi, i rimedi vanno valutati rispetto alla loro capacità di modificarla. Cinque proposte superano questo test, in misura diversa; due, largamente diffuse, non lo superano.

27.1 Ciò che funziona

La verifica differita e sistematica. È il rimedio più efficace disponibile in un sistema a libertà di espressione, perché non impedisce nulla ma rende costoso ciò che altrimenti sarebbe gratuito. Il costo dello sciacallaggio è determinato quasi interamente dalla probabilità che qualcuno, dopo, verifichi. Se nessuno torna sul caso, la dichiarazione infondata non produce alcuna conseguenza per chi l’ha pronunciata e produce un vantaggio politico netto; se qualcuno vi torna con regolarità, e se la verifica è visibile quanto l’affermazione originaria, il calcolo cambia.

L’archivio pubblico e accessibile. L’indicatore 4 e l’indicatore 9 sono i più robusti della griglia e i meno applicati, per una ragione puramente materiale: richiedono un archivio consultabile. L’esistenza di archivi pubblici, indicizzati e liberamente accessibili delle dichiarazioni politiche e degli atti delle assemblee elettive è, in questa prospettiva, un’infrastruttura democratica di primaria importanza, e la sua assenza o frammentazione è una condizione abilitante dello sciacallaggio.

L’obbligo di valutazione preventiva delle norme. L’analisi di impatto della regolamentazione, quando effettivamente condotta e pubblicata, impone a chi propone una misura di dichiarare quale effetto si attende e su quale base. Non impedisce la legislazione simbolica, ma ne aumenta il costo di elaborazione e ne rende verificabile l’esito.

La formazione all’analisi dei media. L’educazione alla lettura critica dell’informazione non modifica i meccanismi cognitivi descritti al capitolo 5 — che non sono correggibili per via didattica — ma può modificare le pratiche: sapere che una variazione percentuale richiede un valore assoluto di partenza è una conoscenza procedurale trasmissibile.

La regolazione della comunicazione istituzionale sui procedimenti. Il decreto legislativo 188/2021 costituisce, in questa prospettiva, un intervento sulla struttura e non sulle disposizioni: riduce alla fonte la disponibilità di materiale utilizzabile per la costruzione mediale della colpevolezza. È il tipo di rimedio che opera indipendentemente dalle intenzioni degli attori.

27.2 Ciò che non funziona

L’appello alla responsabilità. Non modifica alcun costo. Nella misura in cui è rivolto pubblicamente, produce anzi un beneficio reputazionale per chi lo formula, senza alcun effetto su chi ne è destinatario.

La proposta di divieti generici di strumentalizzazione. Oltre a porre evidenti problemi di compatibilità con la libertà di espressione, una norma di questo tipo sarebbe applicata da qualcuno, e la sua applicazione — data l’indeterminatezza del concetto nell’uso corrente — replicherebbe esattamente il tipo VI su scala istituzionale. Un’autorità che decida che cosa sia strumentalizzazione politica di un fatto di cronaca sarebbe uno strumento di censura molto più efficace di quanto sarebbe uno strumento di correttezza.

28. Conclusioni

28.1 Le tre proposizioni, riprese

Prima. Il fatto di cronaca non è un dato ma un costrutto, selezionato secondo criteri di notiziabilità che privilegiano sistematicamente la rarità, la personalizzazione e la negatività, e strutturato in una forma narrativa semanticamente chiusa e causalmente vuota. Questa combinazione lo rende il materiale politicamente più duttile disponibile nel sistema informativo. Chi riempie il vuoto causale acquisisce il fatto, e con esso l’intera carica emotiva che il fatto ha accumulato.

Seconda. Nel caso italiano, la divaricazione tra andamento reale dei reati violenti e percezione dell’insicurezza non è un’anomalia inspiegabile. È l’esito congiunto di una sovraesposizione strutturale della cronaca criminale nell’informazione televisiva generalista, di meccanismi cognitivi noti e prevedibili nella stima del rischio, e di una struttura di incentivi che premia l’attivazione emotiva. I dati esaminati al capitolo 3 mostrano inoltre un elemento che la formula corrente del «paradosso della sicurezza» non coglie: l’insicurezza percepita in Italia è prevalentemente un’insicurezza rappresentata e non esperita, poiché i cittadini giudicano sicura la propria zona e insicuro il proprio paese. Ne discende che la forbice non si chiuderà mediante la diffusione dei dati corretti: il problema non è la disponibilità dell’informazione, ma l’asimmetria tra la forza persuasiva del caso e quella della serie — asimmetria che, come mostra la ricerca sull’identifiable victim effect, non è correggibile per via informativa.

Terza. Lo sciacallaggio politico è definibile in modo non partigiano come la co-occorrenza di quattro condizioni — anticipazione dell’accertamento, sproporzione inferenziale, strumentalizzazione della vittima, immunizzazione dalla falsificazione — ed è riconoscibile attraverso indicatori verificabili, a condizione che questi siano applicati simmetricamente. Non è il vizio di una parte politica: è una strategia disponibile a chiunque e premiata dall’ambiente.

28.2 Una precisazione sull’oggetto del contendere

Conviene chiudere l’analisi con una precisazione che ne riguarda il senso complessivo, e che rischia di andare perduta nella tecnicità degli strumenti proposti.

L’obiettivo di un protocollo di lettura non è produrre cittadini insensibili ai fatti dolorosi. L’emozione davanti alla morte violenta di una persona non è un errore cognitivo da correggere: è la condizione di possibilità di qualsiasi comunità politica. Una società i cui membri non fossero mossi dal destino di un estraneo non avrebbe alcuna ragione per organizzare protezioni collettive, e le società che hanno prodotto i sistemi di tutela più avanzati sono quelle in cui il destino dell’estraneo è più intensamente avvertito come proprio.

Il problema non è dunque che i cittadini si commuovano. Il problema è che la commozione venga convertita in autorità epistemica: che chi ha suscitato o cavalcato l’emozione più intensa acquisisca, per ciò stesso, il diritto di stabilire di che cosa il fatto sia la prova. È questa conversione — dall’intensità del sentire all’autorità del dire — l’operazione che il presente lavoro ha cercato di rendere visibile e valutabile.

Distinguere il dolore, che va rispettato, dall’inferenza, che va verificata, è l’operazione minima che una democrazia richiede ai suoi cittadini. È anche, verosimilmente, la più difficile: perché richiede di trattenere due atteggiamenti simultanei — la partecipazione e il sospetto — che il sistema cognitivo umano tende a rendere alternativi, e che l’intero apparato dell’informazione contemporanea è organizzato per rendere incompatibili.

28.3 Una nota sulla direzione della responsabilità

Un ultimo rilievo riguarda l’attribuzione. Nel corso di questo saggio si è insistito sul carattere sistemico dei meccanismi descritti, e sulla loro relativa indipendenza dalle intenzioni degli attori. Questa insistenza può essere letta come un’attenuante generalizzata, e non lo è.

Il fatto che un comportamento sia premiato dall’ambiente non lo rende obbligatorio. Gli attori politici e giornalistici dispongono di margini di scelta reali, e l’esistenza di comportamenti diversi — testate che praticano il follow-up, amministratori che si astengono dal commento immediato, forze politiche che rinunciano a un vantaggio disponibile — dimostra che quei margini esistono e vengono talvolta usati. La descrizione delle strutture serve a spiegare la frequenza dei comportamenti, non a giustificarne l’adozione nel singolo caso.

Il punto è più sottile, ed è il seguente: una responsabilità individuale che venga esercitata contro la corrente dell’ambiente non è generalizzabile, e non può quindi costituire una soluzione. Può costituire, per chi la esercita, un merito; e può costituire, per chi osserva, la dimostrazione che l’alternativa è praticabile. Ma la riduzione sistemica del fenomeno richiede che l’alternativa smetta di essere un merito e diventi la condotta razionale — cioè richiede che il costo della verifica differita, per chi la subisce, diventi superiore al beneficio della dichiarazione precoce.

È un obiettivo che non dipende dalle virtù di nessuno. Dipende dall’esistenza di qualcuno che, sistematicamente e senza clamore, torni a leggere ciò che è stato detto sei mesi prima.

29. Appendice A. Protocollo sintetico di lettura

Le domande che seguono riassumono in forma operativa il percorso analitico dei capitoli 7-14 e 19. Non sostituiscono l’analisi, ma ne ordinano la sequenza. Le prime otto sono applicabili alla lettura di qualunque testo di cronaca; le successive richiedono la disponibilità di dati o di un archivio.

29.1 Sul fatto

  1. Che cosa è materialmente accertato, e da chi?
  2. A quale stadio del procedimento si trova la vicenda, e che cosa quello stadio autorizza a concludere?
  3. Quali affermazioni del testo non sono riconducibili ad alcuna fonte identificata?
  4. Quali informazioni essenziali mancano, e la loro assenza è dichiarata?
  5. Quali proposizioni sono presentate al condizionale, e che cosa il condizionale sta coprendo?

29.2 Sulla lingua e sull’immagine

  1. Chi è l’agente delle azioni descritte, e dove è stato cancellato dalla sintassi?
  2. Quali espressioni contengono una spiegazione implicita del fatto?
  3. Le qualificazioni dell’autore menzionate superano il test di simmetria?
  4. Quali espressioni presuppongono una serie senza documentarla?
  5. Le immagini mostrano il fatto o un contesto generico? La ricostruzione grafica è segnalata come ipotesi?

29.3 Sulle voci

  1. Chi parla nel testo, e con quale statuto?
  2. Chi è oggetto del discorso senza esserne soggetto?
  3. Quale voce pertinente manca, e quali domande la sua assenza rende impossibili?
  4. L’esperto dichiara i limiti di ciò che può affermare?

29.4 Sulla classe

  1. Di quale insieme questo caso è un elemento?
  2. Qual è l’andamento di quell’insieme su una serie storica adeguata?
  3. I numeri citati hanno un denominatore? La serie è troncata? L’aggregato è scomposto?
  4. Si tratta di reati commessi o di reati denunciati, e quanto è ampio il sommerso?
  5. I confronti tra gruppi sono standardizzati per età, genere e condizione?
  6. Le variazioni di rischio sono espresse in termini relativi o assoluti?

29.5 Sull’uso politico

  1. Quale tesi generale il fatto viene chiamato a sostenere?
  2. Quella tesi preesisteva al fatto?
  3. Il fatto è istanza, illustrazione o mera occasione della tesi?
  4. Quale accertamento la smentirebbe?
  5. Il rimedio proposto avrebbe impedito questo fatto? È applicabile alla fattispecie? Esiste già?
  6. Fatti simmetrici sono stati trattati allo stesso modo dallo stesso attore?
  7. La vittima è soggetto o strumento del discorso? I congiunti hanno acconsentito?
  8. Le obiezioni ricevono risposte di merito o squalifica dell’interlocutore?
  9. Chi sopporterebbe i costi della tesi, se fosse accolta?

29.6 Sul tempo lungo

  1. A distanza di sei mesi, che cosa hanno accertato le indagini?
  2. Chi aveva formulato una tesi poi smentita l’ha rivista?
  3. Quali atti verificabili sono seguiti all’annuncio?

30. Appendice B. Glossario

Agenda setting. Capacità dei media di influenzare la gerarchia di importanza attribuita dal pubblico ai temi, distinta dalla capacità di influenzare le opinioni sui temi.

Coltivazione. Effetto cumulativo di lungo periodo per cui l’esposizione intensiva a una rappresentazione televisiva satura di violenza produce una visione del mondo sistematicamente più minacciosa.

Controfattuale. Scenario ipotetico che descrive che cosa sarebbe accaduto in assenza di un dato fattore. La sua costruzione è il test essenziale di ogni affermazione sull’efficacia di una misura.

Cultura del controllo. Configurazione della politica penale tardo-moderna caratterizzata dal declino dell’ideale riabilitativo, dalla centralità della vittima e dalla politicizzazione permanente del tema criminale (Garland).

Euristica della disponibilità. Tendenza a stimare la frequenza di un evento in base alla facilità con cui se ne richiamano esempi.

Fait divers. Genere narrativo della cronaca, caratterizzato da autosufficienza semantica e sottodeterminazione causale (Barthes).

Falsificabilità. Proprietà di una proposizione per cui è possibile indicare in anticipo quali accertamenti la smentirebbero. Nel presente lavoro costituisce il principale criterio di demarcazione tra uso e sfruttamento politico di un fatto.

Framing. Selezione di alcuni aspetti di una realtà percepita, resi salienti in modo da promuovere una definizione del problema, un’interpretazione causale, una valutazione morale e una raccomandazione di trattamento (Entman).

Framing episodico / tematico. Presentazione di un tema attraverso il caso singolo, con effetto di individualizzazione della responsabilità, contrapposta alla presentazione attraverso il contesto, con effetto di attribuzione sistemica (Iyengar).

Governo attraverso il crimine. Uso della categoria criminale come lente organizzativa di ambiti di politica pubblica che non le appartengono (Simon).

Identifiable victim effect. Asimmetria per cui la mobilitazione per una vittima individuata eccede sistematicamente quella per un numero anche molto grande di vittime statistiche.

Insicurezza sociale / civile. Distinzione tra l’incertezza sulle condizioni materiali di esistenza e il timore per l’integrità personale e i beni; nel presente lavoro si sostiene che la seconda operi in parte come traduzione della prima (Castel).

Notiziabilità. Insieme dei criteri, professionalmente interiorizzati, che determinano la probabilità che un evento diventi notizia.

Panico morale. Ciclo di reazione sociale amplificata a un fenomeno definito come minaccia ai valori collettivi, con costruzione di una figura di nemico e risposta istituzionale prevalentemente simbolica (Cohen; nella rilettura italiana, dispositivo ordinario e non eccezionale: Maneri).

Populismo penale. Formazione delle politiche penali in base al consenso atteso anziché all’efficacia attesa, con contrapposizione tra «sentire comune» e competenza tecnica (Pratt).

Primary definers. Fonti istituzionali che, per la loro posizione di accesso privilegiato ai media, fissano la definizione iniziale degli eventi entro cui la discussione successiva si svolge (Hall).

Priming. Modificazione dei criteri con cui il pubblico valuta gli attori politici, prodotta dalla salienza di un tema.

Ragionamento motivato. Elaborazione asimmetrica delle informazioni in funzione delle conclusioni preferite, con scrutinio ridotto per le informazioni congruenti e accresciuto per quelle incongruenti.

Serializzazione retroattiva. Costruzione di una serie a partire da eventi precedentemente trattati come isolati, realizzata attraverso avverbi di serie e accostamenti.

Sciacallaggio politico. Nel presente lavoro: uso di un evento tragico specifico per promuovere una posizione politica, in presenza congiunta di anticipazione dell’accertamento, sproporzione inferenziale, strumentalizzazione della vittima e immunizzazione dalla falsificazione.

Test di reversibilità. Verifica dell’accettabilità di un enunciato ottenuta sostituendovi l’attore e il gruppo bersaglio con i rispettivi opposti.


31. Bibliografia ragionata

31.1 Costruzione della notizia, framing, effetti dei media

L’analisi della Parte prima si fonda anzitutto sulla sociologia del newsmaking — Tuchman per le routine produttive, Wolf per la ricezione italiana del dibattito, Galtung e Ruge e la loro revisione contemporanea per i valori-notizia — e sulla tradizione degli studi sugli effetti, dalla formulazione classica dell’agenda setting alla teoria del framing. Il contributo di Iyengar è quello di maggiore portata politica, perché stabilisce sperimentalmente il nesso tra forma narrativa e attribuzione di responsabilità.

Barthes, R., Structure du fait divers (1962), in Essais critiques, Seuil, Paris 1964 (trad. it. in Saggi critici, Einaudi, Torino 1966).

Bourdieu, P., Sur la télévision, Liber-Raisons d’agir, Paris 1996 (trad. it. Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997).

Entman, R. M., Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm, in «Journal of Communication», 43 (4), 1993.

Fowler, R., Language in the News. Discourse and Ideology in the Press, Routledge, London 1991.

Galtung, J., Ruge, M. H., The Structure of Foreign News, in «Journal of Peace Research», 2 (1), 1965.

Gerbner, G., Gross, L., Morgan, M., Signorielli, N., The “Mainstreaming” of America: Violence Profile No. 11, in «Journal of Communication», 30 (3), 1980.

Harcup, T., O’Neill, D., What Is News? News Values Revisited (Again), in «Journalism Studies», 18 (12), 2017.

Iyengar, S., Is Anyone Responsible? How Television Frames Political Issues, University of Chicago Press, Chicago 1991.

McCombs, M. E., Shaw, D. L., The Agenda-Setting Function of Mass Media, in «Public Opinion Quarterly», 36 (2), 1972.

Schlesinger, P., Rethinking the Sociology of Journalism: Source Strategies and the Limits of Media-Centrism, in M. Ferguson (a cura di), Public Communication. The New Imperatives, Sage, London 1990.

Sorrentino, C., Il campo giornalistico. I nuovi orizzonti dell’informazione, Carocci, Roma 2006.

Tuchman, G., Making News. A Study in the Construction of Reality, Free Press, New York 1978.

White, D. M., The “Gate Keeper”: A Case Study in the Selection of News, in «Journalism Quarterly», 27, 1950.

Wolf, M., Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano 1985.

31.2 Panico morale, sicurezza, criminologia critica

Il filone che va da Cohen a Hall costituisce il riferimento classico; la rilettura di Maneri è quella più direttamente utilizzabile per il caso italiano, perché sottrae il concetto alla logica dell’eccezione e lo tratta come dispositivo ordinario. Garland e Pratt forniscono il quadro delle trasformazioni della politica penale; Castel e Wacquant il collegamento con la struttura sociale; Barbagli il riferimento empirico italiano sul rapporto tra immigrazione e devianza registrata.

Barbagli, M., Immigrazione e reati in Italia, il Mulino, Bologna 2002.

Castel, R., L’insécurité sociale. Qu’est-ce qu’être protégé?, Seuil, Paris 2003 (trad. it. Einaudi, Torino 2004).

Cohen, S., Folk Devils and Moral Panics. The Creation of the Mods and Rockers, MacGibbon and Kee, London 1972.

Dal Lago, A., Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999.

Garland, D., The Culture of Control. Crime and Social Order in Contemporary Society, Oxford University Press, Oxford 2001 (trad. it. il Saggiatore, Milano 2004).

Hall, S., Critcher, C., Jefferson, T., Clarke, J., Roberts, B., Policing the Crisis. Mugging, the State, and Law and Order, Macmillan, London 1978.

Maneri, M., Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza, in «Rassegna italiana di sociologia», 1, 2001.

Palidda, S., Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina, Milano 2008.

Pratt, J., Penal Populism, Routledge, London 2007.

Selmini, R., Sicurezza urbana e prevenzione della criminalità in Europa: alcune riflessioni comparate, in «Polis», XIII, 1, 1999, pp. 69-76.

Simon, J., Governing Through Crime, Oxford University Press, New York 2007.

Wacquant, L., Punir les pauvres, Agone, Marseille 2004 (trad. it. Punire i poveri, DeriveApprodi, Roma 2006).

31.3 Populismo, spettacolo politico, comunicazione della paura

Edelman precede di decenni la letteratura sul populismo e ne costituisce il presupposto teorico: la nozione di problema politico come costruzione funzionale alla legittimazione è ciò che rende intelligibile la dinamica descritta nella Parte terza. Moffitt e Wodak forniscono l’analisi delle forme contemporanee; Altheide il versante mediale.

Altheide, D. L., Creating Fear. News and the Construction of Crisis, Aldine de Gruyter, New York 2002.

Edelman, M., The Symbolic Uses of Politics, University of Illinois Press, Urbana 1964.

Edelman, M., Constructing the Political Spectacle, University of Chicago Press, Chicago 1988.

Moffitt, B., The Global Rise of Populism. Performance, Political Style, and Representation, Stanford University Press, Stanford 2016.

Mudde, C., Rovira Kaltwasser, C., Populism. A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford 2017.

Wodak, R., The Politics of Fear. What Right-Wing Populist Discourses Mean, Sage, London 2015.

31.4 Cognizione, rischio, emozione

Il capitolo 5 si fonda sul programma di ricerca su euristiche e distorsioni e sui suoi sviluppi in materia di percezione del rischio. Il contributo di Slovic sull’insensibilità psicofisica è quello di maggiore rilievo per il tema qui trattato, perché stabilisce che l’asimmetria tra caso e serie non è correggibile per via informativa.

Baumeister, R. F., Bratslavsky, E., Finkenauer, C., Vohs, K. D., Bad Is Stronger Than Good, in «Review of General Psychology», 5 (4), 2001.

Brady, W. J., Wills, J. A., Jost, J. T., Tucker, J. A., Van Bavel, J. J., Emotion Shapes the Diffusion of Moralized Content in Social Networks, in «PNAS», 114 (28), 2017.

Kahneman, D., Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus and Giroux, New York 2011.

Kunda, Z., The Case for Motivated Reasoning, in «Psychological Bulletin», 108 (3), 1990.

Slovic, P., The Perception of Risk, Earthscan, London 2000.

Slovic, P., “If I Look at the Mass I Will Never Act”: Psychic Numbing and Genocide, in «Judgment and Decision Making», 2 (2), 2007.

Slovic, P., Finucane, M., Peters, E., MacGregor, D. G., The Affect Heuristic, in T. Gilovich, D. Griffin, D. Kahneman (a cura di), Heuristics and Biases, Cambridge University Press, Cambridge 2002.

Sunstein, C. R., Probability Neglect: Emotions, Worst Cases, and Law, in «Yale Law Journal», 112, 2002.

Taber, C. S., Lodge, M., Motivated Skepticism in the Evaluation of Political Beliefs, in «American Journal of Political Science», 50 (3), 2006.

Tversky, A., Kahneman, D., Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases, in «Science», 185 (4157), 1974.

31.5 Diritto penale simbolico e legislazione dell’emergenza

Il riferimento è alla dottrina penalistica italiana che ha analizzato le dinamiche emergenziali della produzione normativa. Il commento di Bernardi al decreto del 2023 è utilizzato nel testo come riferimento a un caso istituzionale documentato, non come giudizio di valore sul provvedimento.

Bernardi, S., Convertito in legge il d.l. “Caivano” in tema di contrasto al disagio e alla criminalità minorili, in «Sistema penale», 2023.

Donini, M., Il diritto penale di fronte al nemico, in «Cassazione penale», 2006.

Moccia, S., La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, ESI, Napoli 1997.

Pulitanò, D., Populismi e penale. Sulla attuale situazione spirituale della giustizia penale, in «Criminalia», 2013.

31.6 Fonti normative e deontologiche

Carta di Roma. Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, CNOG-FNSI, 2008.

Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, 11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025.

Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188 (adeguamento alla direttiva UE 2016/343 sulla presunzione di innocenza).

Decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, convertito con modificazioni dalla legge 13 novembre 2023, n. 159.

Legge 2 dicembre 2025, n. 181 (introduzione dell’articolo 577-bis del codice penale).

Manifesto di Venezia, 2017.

31.7 Dati e rapporti di ricerca

Associazione Carta di Roma, Osservatorio di Pavia, Notizie senza volto. XIII Rapporto Carta di Roma, 2025.

Fondazione Unipolis, Demos&Pi, Osservatorio di Pavia, Rapporti dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, edizioni varie (in particolare X Rapporto, 2017; XV Rapporto, 2023).

Istat, La percezione della sicurezza. Anni 2022-2023, 2024.

Istat, La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia. Anno 2025, 2025.

Istat, Dei delitti e delle pene: criminalità, giustizia, detenzione, collana «Storie di dati», 2026.

Ministero dell’Interno, Servizio analisi criminale, Omicidi volontari consumati in Italia 2015-2024, 2025.

Osservatorio sui conti pubblici italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Stanno aumentando i delitti in Italia?, 2026.

32 NOTE (cliccare sui numeri per ritornare al testo)

1J. Galtung, M. H. Ruge, The Structure of Foreign News. The Presentation of the Congo, Cuba and Cyprus Crises in Four Norwegian Newspapers, in «Journal of Peace Research», vol. 2, n. 1, 1965, pp. 64-91.

2M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano 1985, in particolare la sezione dedicata al newsmaking.

3T. Harcup, D. O’Neill, What Is News? News Values Revisited (Again), in «Journalism Studies», vol. 18, n. 12, 2017, pp. 1470-1488.

4G. Tuchman, Making News. A Study in the Construction of Reality, Free Press, New York 1978.

5P. Bourdieu, Sur la télévision, Liber-Raisons d’agir, Paris 1996; trad. it. Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997.

6R. Barthes, Structure du fait divers (1962), ora in Essais critiques, Seuil, Paris 1964; trad. it. Struttura del fatto di cronaca, in Saggi critici, Einaudi, Torino 1966.

7D. M. White, The “Gate Keeper”: A Case Study in the Selection of News, in «Journalism Quarterly», vol. 27, 1950, pp. 383-390.

8M. E. McCombs, D. L. Shaw, The Agenda-Setting Function of Mass Media, in «Public Opinion Quarterly», vol. 36, n. 2, 1972, pp. 176-187.

9R. M. Entman, Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm, in «Journal of Communication», vol. 43, n. 4, 1993, pp. 51-58.

10S. Iyengar, Is Anyone Responsible? How Television Frames Political Issues, University of Chicago Press, Chicago 1991.

11S. Hall, C. Critcher, T. Jefferson, J. Clarke, B. Roberts, Policing the Crisis. Mugging, the State, and Law and Order, Macmillan, London 1978.

12P. Schlesinger, Rethinking the Sociology of Journalism: Source Strategies and the Limits of Media-Centrism, in M. Ferguson (a cura di), Public Communication. The New Imperatives, Sage, London 1990.

13Associazione Carta di Roma, Osservatorio di Pavia, Notizie senza volto. XIII Rapporto Carta di Roma, 2025 (periodo di rilevazione: 1° gennaio – 31 ottobre 2025).

14Ministero dell’Interno, Dipartimento della pubblica sicurezza, Direzione centrale della polizia criminale, Servizio analisi criminale, Omicidi volontari consumati in Italia 2015-2024, febbraio 2025.

15Istat, Dei delitti e delle pene: criminalità, giustizia, detenzione, collana «Storie di dati. Le trasformazioni dell’Italia», giugno 2026.

16Il dato relativo al 1991 (1.916 omicidi) è comunemente indicato come massimo storico della serie contemporanea ed è riconducibile in misura preponderante alla criminalità organizzata.

17Dato Eurostat relativo al 2022, richiamato nelle elaborazioni sui dati del Servizio analisi criminale.

18Legge 2 dicembre 2025, n. 181 (in Gazzetta Ufficiale del 2 dicembre 2025, in vigore dal 17 dicembre 2025), recante l’introduzione dell’articolo 577-bis del codice penale e ulteriori disposizioni in materia di violenza contro le donne. Il provvedimento contiene inoltre disposizioni su maltrattamenti in famiglia, circostanze aggravanti, tutela degli orfani di femminicidio, misure cautelari e obblighi di relazione annuale sull’attuazione.

19Osservatorio sui conti pubblici italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Stanno aumentando i delitti in Italia?, marzo 2026, elaborazione su dati Istat e Ministero dell’Interno.

20Osservatorio sui conti pubblici italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Stanno aumentando i delitti in Italia?, marzo 2026, elaborazione su dati Istat e Ministero dell’Interno.

21Istat, La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia. Primi risultati, anno 2025, novembre 2025. Si tratta di risultati provvisori: la rilevazione ha riguardato circa 17.500 interviste a donne di cittadinanza italiana di 16-75 anni, condotte tra marzo e agosto 2025, mentre la componente relativa alle donne di cittadinanza straniera era ancora in corso. I confronti con la rilevazione 2014 sono effettuati sulla fascia 16-70 anni per garantire la comparabilità. Il perimetro della popolazione osservata va tenuto presente in ogni uso comparativo del dato.

22Fondazione Unipolis, Demos&Pi, Osservatorio di Pavia, XV Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, presentato il 6 dicembre 2023. La rilevazione è stata condotta in Italia e, parallelamente, in Germania, Francia e Finlandia.

23Istat, La percezione della sicurezza. Anni 2022-2023, novembre 2024. Rilevazione condotta tra novembre 2022 e luglio 2023 su 29.317 individui di 14 anni e più.

24Fondazione Unipolis, Demos&Pi, Osservatorio di Pavia, L’Europa sospesa tra inquietudine e speranza. X Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa, 2017. Il confronto è condotto sui principali notiziari serali dei servizi pubblici europei.

25Fondazione Unipolis, Demos&Pi, Osservatorio di Pavia, L’Europa sospesa tra inquietudine e speranza. X Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa, 2017.

26R. Castel, L’insécurité sociale. Qu’est-ce qu’être protégé?, Seuil, Paris 2003; trad. it. L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, Torino 2004.

27S. Cohen, Folk Devils and Moral Panics. The Creation of the Mods and Rockers, MacGibbon and Kee, London 1972.

28S. Hall, C. Critcher, T. Jefferson, J. Clarke, B. Roberts, Policing the Crisis. Mugging, the State, and Law and Order, Macmillan, London 1978.

29M. Maneri, Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza, in «Rassegna italiana di sociologia», n. 1, 2001, pp. 5-40.

30A. Tversky, D. Kahneman, Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases, in «Science», vol. 185, n. 4157, 1974, pp. 1124-1131.

31P. Slovic, The Perception of Risk, Earthscan, London 2000, con riferimento agli studi classici sulla stima delle cause di morte.

32C. R. Sunstein, Probability Neglect: Emotions, Worst Cases, and Law, in «Yale Law Journal», vol. 112, 2002, pp. 61-107.

33P. Slovic, M. Finucane, E. Peters, D. G. MacGregor, The Affect Heuristic, in T. Gilovich, D. Griffin, D. Kahneman (a cura di), Heuristics and Biases, Cambridge University Press, Cambridge 2002.

34P. Slovic, “If I Look at the Mass I Will Never Act”: Psychic Numbing and Genocide, in «Judgment and Decision Making», vol. 2, n. 2, 2007, pp. 79-95.

35G. Gerbner, L. Gross, M. Morgan, N. Signorielli, The “Mainstreaming” of America: Violence Profile No. 11, in «Journal of Communication», vol. 30, n. 3, 1980, pp. 10-29.

36R. F. Baumeister, E. Bratslavsky, C. Finkenauer, K. D. Vohs, Bad Is Stronger Than Good, in «Review of General Psychology», vol. 5, n. 4, 2001, pp. 323-370.

37W. J. Brady, J. A. Wills, J. T. Jost, J. A. Tucker, J. J. Van Bavel, Emotion Shapes the Diffusion of Moralized Content in Social Networks, in «Proceedings of the National Academy of Sciences», vol. 114, n. 28, 2017.

38Z. Kunda, The Case for Motivated Reasoning, in «Psychological Bulletin», vol. 108, n. 3, 1990, pp. 480-498.

39C. S. Taber, M. Lodge, Motivated Skepticism in the Evaluation of Political Beliefs, in «American Journal of Political Science», vol. 50, n. 3, 2006, pp. 755-769.

40Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, adottato l’11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025 (art. 39). Il Codice sostituisce il precedente Testo unico dei doveri del giornalista e ne recepisce, integrandoli nell’articolato, i documenti prima allegati — tra cui la Carta di Treviso, la Carta di Roma e le regole deontologiche sul trattamento dei dati personali.

41Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188, recante disposizioni per il compiuto adeguamento della normativa nazionale alla direttiva (UE) 2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.

42Cfr. M. Barbagli, Immigrazione e reati in Italia, il Mulino, Bologna 2002, e la letteratura successiva sul rapporto tra condizione giuridica del soggiorno e tassi di devianza registrata.

43R. Fowler, Language in the News. Discourse and Ideology in the Press, Routledge, London 1991.

44Manifesto di Venezia, sottoscritto nel 2017 e promosso, tra gli altri, dal Sindacato giornalisti del Veneto, dalla Commissione pari opportunità e dall’associazione Giulia Giornaliste; successivamente oggetto di monitoraggio da parte di un apposito osservatorio e richiamato in sede di formazione professionale dall’Ordine dei giornalisti.

45Carta di Roma. Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa italiana, 2008; i suoi principi sono oggi recepiti nell’articolo 14 del Codice deontologico del 2024.

46Vocabolario della lingua italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, voce «sciacallaggio».

47D. Garland, The Culture of Control. Crime and Social Order in Contemporary Society, Oxford University Press, Oxford 2001; trad. it. La cultura del controllo, il Saggiatore, Milano 2004.

48J. Pratt, Penal Populism, Routledge, London 2007.

49J. Simon, Governing Through Crime. How the War on Crime Transformed American Democracy and Created a Culture of Fear, Oxford University Press, New York 2007.

50L. Wacquant, Punir les pauvres. Le nouveau gouvernement de l’insécurité sociale, Agone, Marseille 2004; trad. it. Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale, DeriveApprodi, Roma 2006.

51R. Castel, L’insécurité sociale. Qu’est-ce qu’être protégé?, Seuil, Paris 2003; trad. it. Einaudi, Torino 2004.

52B. Moffitt, The Global Rise of Populism. Performance, Political Style, and Representation, Stanford University Press, Stanford 2016.

53R. Wodak, The Politics of Fear. What Right-Wing Populist Discourses Mean, Sage, London 2015.

54D. L. Altheide, Creating Fear. News and the Construction of Crisis, Aldine de Gruyter, New York 2002.

55M. Edelman, The Symbolic Uses of Politics, University of Illinois Press, Urbana 1964; Id., Constructing the Political Spectacle, University of Chicago Press, Chicago 1988.

56S. Moccia, La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, ESI, Napoli 1997.

57M. Donini, Il diritto penale di fronte al nemico, in «Cassazione penale», 2006.

58D. Pulitanò, Populismi e penale. Sulla attuale situazione spirituale della giustizia penale, in «Criminalia», 2013.

59S. Bernardi, Convertito in legge il d.l. “Caivano” in tema di contrasto al disagio e alla criminalità minorili, in «Sistema penale», 2023, e la letteratura ivi richiamata sui profili penalistici del provvedimento.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

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