di Fabrizio Pinna. La Camera ha approvato in via definitiva la riforma elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, a scrutinio segreto. Nelle dichiarazioni di voto la maggioranza l’ha presentata come la fine dei governi nati in Parlamento anziché nelle urne; le opposizioni come una legge incostituzionale scritta per paura di perdere. Fra i due schieramenti, due voci fuori linea: i sudtirolesi hanno votato sì, il gruppo che si richiama al generale Vannacci no.
Sommario
I numeri
La seduta si è aperta alle 10.35 sotto la presidenza del vicepresidente Giorgio Mulè, passata poi al presidente Lorenzo Fontana poco dopo mezzogiorno. I deputati in missione erano 74.
Al voto finale, svolto a scrutinio segreto, hanno partecipato 391 deputati. La maggioranza richiesta era 196: i favorevoli sono stati 227, i contrari 164, nessun astenuto. I sì hanno dunque superato di trentuno voti la soglia necessaria. Essendo il voto segreto, non è possibile attribuire i singoli voti ai gruppi.
Il precedente che ha pesato su tutta la giornata risale al 14 luglio, quando in prima lettura la maggioranza fu battuta in quest’Aula proprio su una norma della legge elettorale, anche quella volta a voto segreto. Le opposizioni hanno contestato le tre questioni di fiducia poste dal Governo nei giorni precedenti sugli articoli del testo — la fiducia non può essere posta sul voto finale segreto — e il fatto che alcuni capigruppo si fossero spostati nelle ultime file dell’emiciclo.
La maggioranza: “chi vince governa, chi perde va all’opposizione”
I tre interventi della maggioranza hanno battuto sullo stesso chiodo, con accenti diversi. Alessandro Colucci, per Noi Moderati e relatore del provvedimento, ha rivendicato la stabilità come risultato già acquisito — “il Governo Meloni è stato il più stabile della storia repubblicana e il più stabile d’Europa” — e ha respinto l’accusa dell’abito cucito su misura con un argomento di aritmetica: nel 2022, ha sostenuto, il centrodestra ottenne la maggioranza soltanto perché il campo largo era diviso, tanto che “35 collegi uninominali sono stati vinti dal centrodestra con meno del 40 per cento”, situazione da lui definita “irripetibile e straordinaria”. La nuova legge, nella sua lettura, garantisce governabilità “indipendentemente da chi vincerà”.
Stefano Benigni, per Forza Italia, ha inquadrato il voto come “un sano ritorno al bipolarismo in cui chi vince governa e chi perde va all’opposizione”, rivendicandolo all’eredità di Silvio Berlusconi e portando a sostegno un conteggio: dal 1994 a oggi, ha detto, il centrodestra ha governato 4.786 giorni con due soli Presidenti del Consiglio, il centrosinistra 4.958 giorni con sette. Ha inoltre ricordato ai banchi dell’opposizione la paternità dell’Italicum, che prevedeva premio al 40 per cento, capilista bloccati e ballottaggio, e ha rivendicato al centrodestra due misure: le preferenze “rimesse” dopo trent’anni e il voto dei fuori sede, “per la prima volta nella storia”.
Andrea Barabotti, per la Lega, ha affrontato di petto la domanda più scomoda per il suo partito — perché un partito radicato nei territori accetti la soppressione dei collegi uninominali — riportando la risposta data da Matteo Salvini ai parlamentari del gruppo: “questa non è una legge che scriviamo per la Lega, non è una legge che scriviamo per il centrodestra, questa è una legge che vogliamo per l’Italia”. Il suo argomento è stato comparativo: le istituzioni che raccolgono più fiducia — Presidenza della Repubblica, comuni, regioni — hanno in comune una guida che resta in carica per tutto il mandato e, nel caso di sindaci e presidenti di regione, una coalizione e un candidato presentati prima del voto. La riforma, secondo lui, porta il livello nazionale su quella stessa logica. Il passaggio ha prodotto il primo scambio diretto della giornata: alla frase “gli italiani potranno scegliere il primo cittadino d’Italia” la deputata Boldrini ha replicato dai banchi “Viva il Presidente della Repubblica”.
La parte finale dell’intervento leghista, costruita come un governo immaginario di “salvezza nazionale” con Fedez alla presidenza, Giuseppe Conte agli Esteri, Elly Schlein alla Cultura e Angelo Bonelli all’Ambiente, ha provocato le proteste dei banchi del Partito Democratico e di Alleanza Verdi e Sinistra e un richiamo della presidenza.
L’accusa: una legge incostituzionale
Sul fronte opposto, l’argomento ricorrente è stato l’illegittimità costituzionale, declinata su capi d’accusa diversi.
Riccardo Magi, di Più Europa, ha aperto le dichiarazioni con il discorso più duro della giornata, elencando gli articoli della Costituzione che a suo giudizio la legge calpesta — il 3, il 48, il 49, il 51, il 56, il 57 e il 58, il 92 e il 94 — e definendo il premio “una torsione antidemocratica” che “lo sarà anche se andrà a premiare le opposizioni”. Ha chiamato la legge “il Melonellum” e “la madre di tutte le menzogne”, definendo le tre fiducie “palesemente un ricatto” e sostenendo che senza di esse “questa riforma non avrebbe i voti per essere approvata”. La conclusione è stata un appello diretto ai banchi della maggioranza: “questa riforma elettorale porta l’Italia nel vicolo cieco delle democrazie illiberali, segna l’avvio di un cambio di regime”.
Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha concentrato l’obiezione tecnica sull’articolo 57 della Costituzione, che prevede l’elezione del Senato su base regionale: il premio, ha argomentato, al Senato è stato reso nazionale. Al secondo posto ha messo l’estensione delle liste bloccate — settanta deputati e trentacinque senatori eletti nelle liste per il premio, più i capilista, che ha quantificato in “49 alla Camera e la metà al Senato”. Ha poi ricordato che in trent’anni l’Italia ha cambiato cinque leggi elettorali, “un problema inaccettabile che attiene alla qualità della nostra democrazia”, e ha ironizzato sulla riduzione delle ripartizioni estere con l’immagine del senatore eletto nella “circoscrizione Mondo”, costretto a muoversi “da Melbourne a New York, a Buenos Aires, a Pechino”.
Elly Schlein, per il Partito Democratico, ha definito il premio “abnorme”, con l’argomento che “rischia di far raggiungere il quorum di garanzia a chi vince quasi da solo” — il riferimento è alle maggioranze qualificate necessarie per la revisione costituzionale — richiamando il principio, che ha attribuito alla giurisprudenza costituzionale, per cui la governabilità “va tenuta sempre in equilibrio con la rappresentanza”. Il suo secondo affondo ha riguardato l’indicazione del premier: “questa legge è un antipasto di premierato, fatto però con una legge ordinaria, senza rischiare un altro referendum costituzionale”; e ha aggiunto che “non è che potete ottenere con una legge ordinaria quello che non avete fatto cambiando la Costituzione: noi siamo e rimarremo una Repubblica parlamentare”. Ha infine accusato la maggioranza di aver ridisegnato i collegi dell’estero “per favorire i vostri candidati”.
Matteo Richetti, per Azione, ha scelto una strada diversa, dichiarando esplicitamente di non volere entrare nel giudizio di costituzionalità — “non è il nostro mestiere” — e di volersi fermare sulla qualità tecnica del testo. Ha però avvertito la maggioranza su un punto: il 4 settembre, a Bari, la Presidente del Consiglio avrebbe affermato che i cittadini sceglieranno le coalizioni e il premier, e “se lo dite voi che il Premier lo scelgono i cittadini, dovevate fare il premierato”.
Le preferenze: quante sono davvero
Se c’è un punto su cui le due versioni sono inconciliabili, è questo. La maggioranza rivendica il ritorno della preferenza dopo trent’anni; le opposizioni la definiscono finta. Le cifre messe sul tavolo divergono in modo che vale la pena registrare, perché riguardano la stessa legge.
Secondo Colucci, “almeno il 50 per cento dei parlamentari verrà eletto con le preferenze”, e anche i partiti piccoli potranno riuscirci “replicando le candidature e i capilista”. Secondo Giuseppe Conte (M5S), al contrario, “più dell’80 per cento dei componenti del prossimo Parlamento sarà deciso dalle segreterie di partito”. Secondo Schlein, “meno di un parlamentare su cinque sarà eletto con delle preferenze”, e alcune forze politiche “probabilmente non ne eleggeranno nemmeno uno”.
La divergenza nasce da come si contano i seggi che non passano dalla preferenza: i settanta deputati e i trentacinque senatori delle liste circoscrizionali per il premio, che in caso di vittoria vengono eletti tutti in blocco e sui quali non si possono esprimere preferenze, e il capolista di ciascuna lista di collegio, che resta bloccato ed è il primo proclamato eletto. Il meccanismo è ricostruito per esteso nel nostro approfondimento su che cosa cambia rispetto al 2018 e al 2022.
Il ragionamento più analitico è arrivato da Richetti, che ha costruito un esempio sui propri colleghi di partito nel collegio di Milano. Se lui è capolista, un secondo candidato figura anche nella lista per il premio e un terzo va a preferenze, e alla lista spetta un seggio, vengono eletti il capolista e il candidato della lista per il premio — mentre resta fuori, nel suo esempio, chi avesse raccolto ventimila preferenze. “Il capolista è il primo che scatta, quello dei 70 è il primo che scatta, e chi ha preso le preferenze sta a casa”: questa, ha detto, è la cosa che va spiegata agli elettori.
Il dato di fatto sotto la polemica è che la preferenza esiste e non esisteva, ma si esercita soltanto sui candidati di lista successivi al capolista, nel limite di tre nomi e con l’obbligo che riguardino candidati di sesso diverso.
La parità di genere e l’appello alle deputate
La soppressione del tetto del 60 per cento per il genere sovrarappresentato fra i capilista è stata il secondo grande fronte, e l’unico su cui le opposizioni hanno rivolto un appello diretto alle deputate della maggioranza.
Maria Elena Boschi, per Italia Viva, ha legato la questione alla ricorrenza: “che una Ministra donna e una Presidente del Consiglio donna festeggino gli 80 anni dal primo voto delle donne e dalla prima volta in cui le donne sono state elette eliminando le norme antidiscriminatorie dalla legge elettorale è una cosa gravissima”. Conte ha usato una formula analoga: “Giorgia Meloni, sei riuscita, tu donna, a sbarrare la strada alle altre donne”, perché “i capilista potranno essere tutti uomini”. Schlein ha chiuso con l’appello: “rinnovo l’appello alle deputate della destra: reagite, ribellatevi, perché se non usate adesso la vostra voce e il vostro voto, nel prossimo Parlamento quella voce rischia di non esserci più”.
Richetti ha spiegato il meccanismo che preoccupa le opposizioni partendo dalle pluricandidature. Con la legge vigente, ha argomentato, quando un dirigente di partito è capolista in cinque collegi l’alternanza di genere fa scattare una donna negli altri; con la nuova, ogni volta che il capolista si radica in un collegio, il secondo eletto è il primo delle preferenze. Ha ripreso l’allarme lanciato il giorno precedente dalla collega Bonetti — “rischiamo di avere un Parlamento senza donne” — e ha replicato in anticipo all’obiezione prevedibile: “le donne non nascono con meno preferenze”.
La risposta della maggioranza è arrivata da Colucci, che ha spostato la responsabilità dalla legge ai partiti: “i partiti hanno la piena responsabilità di candidare le percentuali di donne che reputano opportune. Possono arrivare al 50 o al 60 per cento: non c’è bisogno di una norma per avere il Presidente del Consiglio donna”.
Va registrato che sulle quote il testo uscito dal Senato ha anche reintrodotto misure che il passaggio alla Camera aveva tolto: l’obbligo di alternanza di genere resta all’interno di ogni lista di collegio, il limite del 60 per cento si applica al totale nazionale dei candidati nelle liste per il premio, ed è stata ripristinata la quota di genere nelle candidature dei collegi uninominali del Trentino-Alto Adige.
Le firme: il fronte di chi sta fuori
L’innalzamento delle sottoscrizioni necessarie a presentare le liste, da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio plurinominale, è stato attaccato come barriera d’ingresso alle nuove formazioni politiche. Qui le opposizioni hanno fornito cifre complessive diverse fra loro: Bonelli ha parlato della “cifra incredibile di 450.000 firme”, Conte di “oltre 400.000”, Schlein di un passaggio “da 40.000 a 372.000 firme”. Divergenti sono anche i conti su quante firme raccolse Fratelli d’Italia nel 2013, portati entrambi come argomento: per Bonelli 26.000, per Conte circa 40.000.
Al confronto internazionale ha fatto ricorso Bonelli, secondo cui in Francia non si raccolgono firme e in Germania per presentarsi alle elezioni federali ne bastano 27.000. Conte ha definito la norma “liberticida e antidemocratica” e l’ha descritta come il recupero di “un vecchio privilegio di casta per i politici che già sono qui”.
Al merito tecnico si è aggiunto un secondo rilievo, sollevato da Magi e da Schlein: la mancata apertura alla raccolta digitale delle sottoscrizioni. Schlein ha osservato che la piattaforma pubblica usata per le firme referendarie esiste già e che il suo impiego è stato precluso; Magi ha parlato del divieto di raccogliere le firme con lo SPID, “lo strumento che milioni di italiani usano ogni giorno”.
Sul punto la maggioranza non ha replicato direttamente nelle dichiarazioni di voto. L’obiezione è arrivata invece da destra: Edoardo Ziello, del gruppo Futuro Nazionale, ha contestato non l’innalzamento in sé ma il regime di esenzione, che a suo giudizio avvantaggia i partiti giunti al gruppo parlamentare “in deroga al Regolamento della Camera” e penalizza la sua formazione.
Il nome del premier
L’obbligo di indicare nel programma elettorale la persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio è il punto su cui le due letture sono più lontane, perché la stessa norma viene descritta da un lato come un atto di trasparenza e dall’altro come una modifica della forma di governo.
Per Colucci, “cosa c’è di più chiaro che dire agli italiani: se vinceremo noi, il Premier sarà questo?”, e “le prerogative del Presidente della Repubblica non vengono assolutamente violate”. Benigni ha parlato di “un elemento che rafforza enormemente la responsabilità politica nei confronti degli elettori”. Barabotti ha collocato la norma “nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Capo dello Stato”.
Magi l’ha definita “una lesione manifesta delle prerogative del Capo dello Stato” e, più in generale, “un tentativo maldestro di fare una riforma costituzionale senza passare da un referendum”. Conte ha letto nella norma il ripiego dopo l’accantonamento del premierato: “avete questo pallino della capocrazia, dell’uomo o della donna sola al comando”. Schlein ha chiesto “la coerenza e la decenza di passare per il percorso di riforma costituzionale necessario”.
Il testo, per quanto riguarda il punto di diritto, contiene una clausola esplicita: l’indicazione va depositata “nel rispetto delle prerogative spettanti al Presidente della Repubblica in merito alla nomina dei membri del Governo e del divieto di vincolo di mandato parlamentare”, e il nome non comparirà sulla scheda. Se questa clausola basti è esattamente ciò su cui le parti non concordano.
Le due eccezioni: i sudtirolesi e Vannacci
Lo schieramento non è stato perfettamente sovrapponibile a maggioranza e opposizione, e le due eccezioni raccontano qualcosa del modo in cui il testo è stato trattato in Senato.
Dieter Steger, per la Südtiroler Volkspartei, ha annunciato il passaggio dall’astensione della prima lettura al voto favorevole, elencando quattro risultati ottenuti. Il mantenimento dei collegi uninominali anche alla Camera, che “conserva il rapporto diretto tra territorio ed eletto”. La riscrittura dei collegi senatoriali di Bolzano: in prima lettura un emendamento approvato alla Camera aveva diviso il comprensorio della Bassa Atesina, e al Senato la SVP ha ottenuto una soluzione che lascia uniti tutti i suoi comuni, inseriti nel collegio di Merano. Steger ha spiegato perché il punto non fosse marginale: durante il fascismo alcuni di quei comuni furono staccati dall’Alto Adige e aggregati alla provincia di Trento, e la riunificazione nel dopoguerra fu una delle battaglie simboliche della minoranza tedesca. Il terzo risultato è la soglia per le liste di minoranza, ammesse al riparto proporzionale regionale con il 20 per cento su base regionale o con la vittoria in almeno un collegio uninominale.
Il quarto è il meno visibile e, secondo Steger, il più importante: uno scambio di note fra Italia e Austria. Un ordine del giorno approvato in prima lettura impegnava il Governo ad attivare il confronto con Vienna in caso di modifiche alla legislazione elettorale incidenti sulla rappresentanza delle minoranze del Trentino-Alto Adige; la Farnesina ha trasmesso la nota, e il Governo austriaco ha risposto formalmente esprimendo una valutazione positiva. “C’è una differenza fondamentale tra una concessione e una garanzia”, ha detto Steger. “Noi non abbiamo chiesto privilegi, abbiamo chiesto garanzie.” Ha ringraziato i ministri Tajani, Casellati, Lollobrigida e Calderoli.
All’estremo opposto, Ziello ha annunciato il voto contrario del gruppo Futuro Nazionale rivendicando però la paternità della novità principale: le preferenze, ha sostenuto, non erano nel testo originario e sono entrate per l’iniziativa del suo gruppo, che su un proprio emendamento ottenne il sostegno della sola Fratelli d’Italia. La sua lettura dei capilista bloccati rovescia quella delle opposizioni di sinistra: sarebbero stati imposti a Fratelli d’Italia dagli alleati. Ziello ha definito la legge “il Donzellum” anziché “Melonellum” o “Stabilicum”, ha attaccato l’alternanza di genere come “deriva woke” e ha concluso con un’offerta politica esplicita: “noi siamo pronti a un dialogo”, perché secondo lui i sondaggi dicono che “il centrodestra senza Vannacci non può ottenere la soglia” del 42 per cento.
Che cosa arriva adesso
Due passaggi restano aperti, e le dichiarazioni di voto li hanno indicati entrambi.
Il primo è la promulgazione. Magi ha dichiarato in Aula di confidare “nelle valutazioni che farà nelle prossime ore il Presidente della Repubblica”, riferendosi all’appello al Quirinale sottoscritto, secondo quanto ha affermato, da quasi quarantamila persone, e al digiuno a cui ha detto si fossero aggiunte oltre centotrenta persone. Il Capo dello Stato, in sede di promulgazione, può rinviare una legge alle Camere con messaggio motivato.
Il secondo è il giudizio di costituzionalità. Nessuno dei gruppi di opposizione ha annunciato in Aula un percorso formale, ma più di uno ha indicato la Corte come l’approdo previsto: “non mi scomodo sulla costituzionalità”, ha detto Richetti, “ma se per una volta facessimo il nostro mestiere, che è quello di fare buone leggi? Poi ci penserà la Corte costituzionale”. Bonelli ha ipotizzato lo scenario in cui “intervenisse una modifica da parte della Corte costituzionale della legge elettorale, e quindi si dovesse andare col proporzionale”.
Sullo sfondo, un terzo tema che attraversa entrambi gli schieramenti: le alleanze. Barabotti e Benigni hanno fatto della difficoltà del campo largo a indicare un candidato premier il bersaglio principale; Bonelli ha sostenuto l’esistenza di un “piano B” della maggioranza, un accordo con Vannacci in caso di mancata assegnazione del premio; Ziello, dal suo gruppo, ha reso quell’ipotesi un’offerta aperta. La soglia del 42 per cento, da norma tecnica, diventa così il primo dato politico della prossima campagna elettorale.
Fonti
Camera dei deputati, resoconto stenografico dell’Assemblea, seduta n. 723 di giovedì 8 ottobre 2026, comprensivo delle dichiarazioni di voto finale sull’A.C. 2822-B e del risultato della votazione.
Camera dei deputati, scheda dell’iter della proposta di legge C. 2822-B.
Camera dei deputati e Senato della Repubblica, Servizi Studi, dossier sull’A.C. 2822-B, 16 settembre 2026 (Progetti di legge n. 591/4 — Dossier n. 666/4), per il contenuto delle norme richiamate, https://documenti.camera.it/leg19/dossier/Pdf/AC0469f.pdf.
I resoconti integrali, le videoregistrazioni delle sedute e gli atti parlamentari sono liberamente consultabili sul sito della Camera dei deputati: chi volesse leggere o riascoltare per intero i singoli interventi citati in questo articolo può farlo a partire dal resoconto della seduta linkato sopra.
