
di Fabrizio Pinna. Conviene stabilire subito il genere, perché da esso dipende il criterio di giudizio. Non si tratta di uno studio accademico né di un rapporto di monitoraggio, ma di un position paper — la definizione è degli autori — presentato al Forum di Cernobbio, cioè in una delle sedi di maggiore visibilità politica ed economica del Paese.
Sommario
1. Che cos’è, e a che punto di un percorso
Conviene stabilire subito il genere, perché da esso dipende il criterio di giudizio. Non si tratta di uno studio accademico né di un rapporto di monitoraggio, ma di un position paper — la definizione è degli autori — presentato al Forum di Cernobbio, cioè in una delle sedi di maggiore visibilità politica ed economica del Paese. È realizzato da TEHA Group «in collaborazione con QN Media», l’editore di Quotidiano Nazionale, e nel gruppo di lavoro figurano l’amministratore delegato di QN Media e il presidente di LMDV Capital. Fra i principali operatori per ricavi il paper elenca «RCS Mediagroup, GEDI News Network, Il Sole 24 Ore ed Editoriale Nazionale» (p. 31): Editoriale Nazionale è la società che pubblica le testate di QN, sicché il partner dell’iniziativa figura fra i soggetti misurati.
Il documento precisa però la propria attribuzione in modo netto. Il colophon stabilisce che «i contenuti del presente Position Paper sono riferibili esclusivamente al lavoro di analisi e di ricerca di TEHA Group e rappresentano l’opinione di TEHA Group»: la responsabilità analitica è rivendicata per intero dalla società di consulenza e non condivisa con il partner editoriale. È una precisazione che va riportata, perché delimita ciò che si può legittimamente inferire dalla collaborazione.
Accanto a essa, l’introduzione descrive la governance del progetto con altrettanta chiarezza: un ruolo centrale è svolto da una Cabina di Regia «chiamata a fornire linee di indirizzo per lo sviluppo dei contenuti», e le evidenze saranno «progressivamente validate, integrate e approfondite» attraverso momenti di stakeholder engagement (p. 1). Le due affermazioni convivono nello stesso documento e il lettore ha diritto di tenerle insieme senza sceglierne arbitrariamente una: la responsabilità dell’analisi è dichiarata di TEHA, l’indirizzo sullo sviluppo dei contenuti è dichiarato di un organo in cui siede anche il partner. Non è una contraddizione — un committente può indicare i temi lasciando all’analista le conclusioni — ma è una configurazione che va conosciuta, e che il documento non nasconde affatto.
Soprattutto, il paper dichiara di non essere un punto di arrivo: «ne è il punto di partenza» (p. 39). Non contiene alcuna richiesta specifica di policy, e questo non è un’omissione ma una tappa dichiarata. La scheda di presentazione dell’iniziativa lo mette per iscritto: il documento di Cernobbio «è però solo la prima tappa di un percorso che proseguirà nei prossimi mesi con analisi, benchmark e confronto con gli stakeholder, fino alla presentazione del Rapporto Finale del 3 dicembre 2026, che conterrà anche raccomandazioni di policy». Il modo corretto di leggerlo discende da qui: è la prima parte di un lavoro in due tempi, in cui questo documento inquadra e misura e il successivo proporrà. Va dunque giudicato per ciò che dichiara di fare — definire il perimetro — e non rimproverato per ciò che rinvia esplicitamente.
2. Il capitolo delle funzioni: prove vere, quasi tutte straniere
Il primo capitolo sostiene che quattro forze — competizione geopolitica, frammentazione dei consumi, intelligenza artificiale e contenuti sintetici, riduzione degli spazi di attenzione — rendono più prezioso il «presidio professionale» dell’informazione, e che la filiera quotidiana svolge cinque funzioni strategiche: sicurezza e resilienza informativa, pluralismo e qualità democratica, qualità delle decisioni, presidio dei territori, controllo della relazione con il pubblico.
Contrariamente a quanto la formula «funzioni strategiche» potrebbe far temere, il capitolo non procede per sola asserzione: porta prove, e di buona qualità. Documenta la contrazione dell’attenzione con un dato netto — il tempo medio trascorso su uno schermo prima di spostare lo sguardo sarebbe sceso a 47 secondi contro i 150 del 2004 — e quantifica la proliferazione dei contenuti sintetici osservando che i siti di notizie generati con intelligenza artificiale, con scarsa o nulla supervisione umana, sono passati da 49 nel 2023 a 3.749 nel 2026, moltiplicandosi di circa settantasette volte in tre anni. Quest’ultima è forse la cifra più efficace dell’intero documento a sostegno del valore distintivo di una redazione identificabile.
Cita inoltre il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle interferenze informative straniere, che nel 2025 ha rilevato 589 episodi, per il 29% attribuiti alla Russia e per il 6% alla Cina, con operazioni contro processi elettorali in sei Paesi attraverso «circa 10.500 canali social e siti web» (pp. 13-14). Riprende dal rapporto mondiale dell’UNESCO il deterioramento degli indicatori di libertà d’espressione fra il 2012 e il 2024, segnalando correttamente che la componente peggiorata di più è l’autocensura (p. 22). Usa il Media Pluralism Monitor dell’Istituto universitario europeo per collocare all’84% il rischio nella pluralità dei mercati digitali dell’UE-27 e all’88% quello nella pluralità dei fornitori di contenuti (p. 22). E a sostegno del presidio territoriale cita uno studio statunitense secondo cui, nelle contee che fra il 2009 e il 2012 hanno perso almeno una testata locale, il voto disgiunto fra presidenziali e Senato si è ridotto di 1,9 punti percentuali rispetto a contee comparabili (p. 24).
È un apparato serio. Presenta però una caratteristica che il documento non commenta: le prove sono quasi tutte straniere. Lo studio sul voto disgiunto è americano; i circa 50 milioni di cittadini che vivono in deserti informativi e i quasi 3.500 giornali locali scomparsi sono americani; gli indici di pluralismo sono aggregati europei a ventisette; la serie sull’autocensura è globale. Il paper le impiega per fondare affermazioni sul sistema italiano senza discutere se e quanto siano trasferibili.
La cautela sarebbe opportuna almeno per il caso americano, su cui poggia l’argomento del presidio territoriale. Come osserva Richard Fletcher nel Digital News Report 2025 del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford — fonte che il paper stesso cita altrove — «una delle ragioni per cui il declino negli Stati Uniti è così ampio è che i media locali vi occupavano una posizione di dimensione e forza inusuali»: la desertificazione americana è la caduta da un picco eccezionale, non un destino comune. E la mappatura europea Uncovering news deserts in Europe, condotta nel 2024 dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto universitario europeo su tutti e ventisette gli Stati membri, rilevava per l’Italia che il problema «non risiede nel numero puro e semplice delle testate» ma nella loro sostenibilità, e che per i quotidiani online «esiste una sovrabbondanza di testate concentrate nelle aree urbane».
Il dato italiano più preciso offerto dal capitolo va del resto in direzione opposta all’allarme. Nella rilevazione europea sulle interferenze informative l’Italia figura con 11 episodi su 589, contro i 112 dell’Ucraina, i 107 della Francia, i 94 della Moldova e i 71 della Germania (p. 13). Il paper riporta la cifra con correttezza e non la commenta; ma è la sola misura diretta dell’esposizione italiana alla prima delle quattro forze, e colloca il Paese fra i meno interessati di quelli censiti. Ciò non rende la minaccia irrilevante — undici episodi accertati non sono zero, e l’attribuzione è notoriamente difficile — ma rende il passaggio dalla premessa geopolitica alla conclusione sulla filiera italiana meno immediato di quanto il documento suggerisca.
3. Il merito di misurare
Il contributo più solido è il capitolo 2, e va riconosciuto senza riserve perché colma una lacuna reale. Le statistiche ufficiali non osservano l’editoria quotidiana come sistema unitario: le attività sono disperse fra codici che aggregano quotidiani, periodici e libri, sicché il perimetro economico del settore non è direttamente leggibile. TEHA lo ricostruisce lungo quattro direttrici — editoria, stampa, distribuzione e commercio all’ingrosso, vendita al dettaglio — associando a ciascuna i comparti e i codici ATECO pertinenti e attingendo ai bilanci d’impresa della banca dati AIDA (pp. 28-29).
Per i comparti «misti», che comprendono anche libri e periodici, il paper applica due coefficienti dichiarati: il 13,4% per distribuzione e ingrosso, «calcolato rapportando il valore delle vendite di copie di quotidiani al valore complessivo del mercato di libri, quotidiani e periodici», e il 42,3% per la vendita al dettaglio, che comprende soltanto quotidiani e periodici (p. 29). Editoria e stampa sono attribuite al 100%.
Il risultato è una filiera «core» da 2,2 miliardi di euro di ricavi, 805 milioni di valore aggiunto, 8.600 occupati e 664 imprese equivalenti pro-quota (p. 29), con una produttività di 93,7 mila euro di valore aggiunto per addetto contro una media nazionale di 74,2 mila — superiore del 26,3%, come sottolinea TEHA nella presentazione.
Due cose meritano credito esplicito. La prima è che il metodo è dichiarato e replicabile: chi voglia contestare i coefficienti sa dove intervenire. È una trasparenza non frequente nel genere. Per limitarsi al confronto più prossimo, la rassegna internazionale The Value of Journalism — commissionata nel 2026 da UNESCO, DW Akademie e International Fund for Public Interest Media — poggia la propria cifra-manifesto, secondo cui un dollaro speso in giornalismo ne renderebbe oltre cento alla collettività, su una stima che l’organizzazione interessata fornisce del proprio operato. La seconda è ciò che il paper non fa: non calcola alcun impatto «attivato», «indiretto» o «indotto». La mossa consueta del genere consiste nel moltiplicare il dato diretto per un coefficiente di attivazione, ottenendo cifre di svariati miliardi. TEHA vi rinuncia e presenta il solo perimetro core: una sobrietà che rende il numero verificabile invece che suggestivo.
4. Le tre scelte che condizionano il numero
Tre assunzioni incidono sull’esito e nessuna è quantificata nei suoi effetti.
La prima, di gran lunga la più rilevante, è dichiarata in una nota a piè di figura: «Il perimetro dell’editoria di quotidiani include Rizzoli Corriere della Sera Mediagroup S.p.A. quale operatore integrato attivo nella pubblicazione di quotidiani, pur classificato con un codice ATECO più ampio rispetto alla sola edizione di quotidiani» (p. 30). RCS è un gruppo diversificato, la cui attività si estende oltre i quotidiani italiani: periodici, sport ed eventi, raccolta pubblicitaria, operazioni in Spagna. Includerlo per intero è una scelta difendibile — è un operatore integrato, scorporarlo sarebbe arbitrario in altro modo — ma poiché quella direttrice da sola vale 1,5 miliardi dei 2,2 complessivi, la decisione condiziona in misura sostanziale il titolo del capitolo. La nota informa il lettore attento; non gli dice di quanto.
La seconda riguarda la natura dei coefficienti. Il 13,4% e il 42,3% sono proxy costruite su valori di vendita e poi applicate a valore aggiunto, occupazione e numero di imprese. L’operazione presuppone che, nella distribuzione e nel commercio, il quotidiano assorba lavoro e generi margine nella stessa proporzione in cui genera fatturato rispetto a libri e periodici. È un’assunzione discutibile: il quotidiano ha una logistica giornaliera, urgente e ad alta percentuale di rese — il paper stesso ricorda che la distribuzione «gestisce rese e invenduto» (p. 28) — e dunque plausibilmente più intensiva di lavoro per euro di ricavo rispetto al libro. Il verso della distorsione non è determinabile senza dati ulteriori; la sua esistenza sì.
La terza è minore ma va registrata: i coefficienti sono «costruiti su dati di mercato 2023» e applicati a indicatori «riferiti al 2024» (p. 30). In un settore che il paper stesso descrive in contrazione rapida, un anno di sfasamento fra denominatore e numeratore non è irrilevante.
5. Un numero piccolo e un aggettivo grande
Il capitolo 2 si intitola «La filiera core dell’editoria quotidiana rappresenta un’infrastruttura economica da oltre 2 miliardi di euro», e il primo messaggio chiave definisce la filiera «una vera e propria infrastruttura strategica basilare». Conviene collocare la grandezza misurata nel suo ordine reale.
| Grandezza | Filiera core (TEHA, 2024) | Ordine di grandezza nazionale |
| Valore aggiunto | 805 milioni di euro | Circa lo 0,04% del valore aggiunto italiano |
| Occupati | 8.600 | Circa lo 0,035% degli occupati in Italia |
| Ricavi | 2,2 miliardi di euro | Poco più del fatturato di una media impresa quotata |
I rapporti sono calcolati da chi scrive su aggregati nazionali correnti e vanno intesi come ordini di grandezza. Il quadro non cambia con qualche decimale: la filiera qualificata come infrastruttura strategica del Paese vale, in termini industriali diretti, meno di mezzo millesimo dell’economia italiana.
Questo non confuta la tesi: si può sostenere che un settore piccolo svolga una funzione sistemica sproporzionata alla propria dimensione — è vero delle agenzie di rating, delle controparti centrali, di certi anelli logistici. Ma allora l’argomento è funzionale e non dimensionale, e la quantificazione non lo sostiene: lo accompagna. Il paper presenta invece la misura come se fosse essa stessa prova della strategicità, e costruisce il titolo del capitolo sul valore dei ricavi — la grandezza meno significativa delle tre, perché include partite che non misurano contributo netto. Fra il numero e l’aggettivo resta un salto che il documento compie senza segnalarlo.
6. La piramide, e il lavoro che le si fa fare
Il paper è consapevole del problema e vi risponde con un dispositivo concettuale: la «piramide del valore». TEHA distingue quattro dimensioni progressive — valore industriale diretto, indiretto e cognitivo, territoriale e sociale, strategico e democratico — associandovi una scala inversa di misurabilità: alta alla base, bassa al vertice (p. 27). L’impianto è onesto: dichiara che ciò che si misura è solo la base e che il contributo vero starebbe sopra.
Il problema è che, costruita la piramide, il documento quantifica soltanto il gradino inferiore e asserisce i tre superiori. Non tenta alcuna stima, nemmeno per ordini di grandezza, del «valore indiretto e cognitivo» o di quello «territoriale e sociale»; non indica quali metodi consentirebbero di approssimarli, né cita letteratura che lo abbia fatto. La piramide funziona così anche come dispositivo retorico: legittima il passaggio da una misura modesta a una rivendicazione ampia, esonerando il testo dall’onere dei gradini intermedi. Dichiarare che qualcosa è «poco misurabile» è un’affermazione metodologica; usarla per non misurarlo e insieme per fondarvi la conclusione è un’altra cosa.
Va aggiunto, per equità, che il compito non è facile e che nemmeno i principali documenti internazionali sul tema vi sono riusciti in modo persuasivo. Alcuni però ci hanno provato: The Value of Journalism di Mel Bunce e Beth Pearson (2026) raccoglie studi sperimentali su corruzione evitata, su spesa pubblica effettivamente giunta a destinazione e perfino su mortalità infantile ridotta da programmi radiofonici. Con tutti i loro limiti, quei tentativi indicano che una quantificazione parziale del secondo gradino è possibile. Qui non se ne trova traccia, e la bibliografia, pur ampia, non include quella letteratura.
7. Ciò che il paper dice di scomodo
Un documento promozionale ometterebbe alcune cose che qui invece si trovano, ed è giusto riconoscerlo.
- Il crollo delle copie. La vendita media giornaliera dei quotidiani cartacei passa da 5,9 milioni nel 2005 a 1,2 milioni nel 2025: meno 79,7% in vent’anni (p. 34, su dati AGCOM). Il dato è esposto in figura, senza attenuazioni.
- La divergenza dal resto dei media. Fra il 2021 e il 2025 i ricavi complessivi del settore media crescono del 3,5%, mentre l’editoria di quotidiani e periodici si contrae del 18,3% (p. 34). Non è il mercato dell’informazione a ridursi, ma la quota che ne trattengono gli editori tradizionali: è la dimostrazione più pulita della tesi sulla redistribuzione del valore.
- La disponibilità a pagare. «In Italia solo l’8% degli utenti dichiara di aver pagato per accedere a contenuti informativi digitali, rispetto al 14% della media dei Paesi europei considerati» (p. 34), con i Paesi nordici molto più in alto — la Norvegia sfiora il 40%. La fonte è il Digital News Report del Reuters Institute, usata correttamente.
Quest’ultimo è il dato più importante del documento, e il paper ha il merito di non nasconderlo: l’Italia paga per l’informazione online meno della metà della media europea e circa un quinto della Norvegia.
8. Il vincolo nominato e non seguito
Nominato il vincolo, però, il paper non lo lascia governare la conclusione. Il periodo che segue il dato dell’8% recita: «La sfida per la filiera non consiste quindi soltanto nel raggiungere nuove audience, ma nel costruire modelli capaci di trasformare fiducia, qualità editoriale e relazione con il pubblico in valore economico sostenibile» (p. 34). Il resto del documento procede su questa linea: nuovi formati, relazione diretta, intelligenza artificiale come leva di efficienza.
È la risposta imprenditoriale a un problema che i dati stessi del paper descrivono come strutturale. Fra l’8% italiano e il 40% norvegese non corre una differenza di qualità editoriale o di innovazione di prodotto: corrono decenni di abitudini di consumo, struttura del mercato, offerta gratuita abbondante, redditi e scolarità. Nessuna delle tre direttrici proposte — riconoscibilità della fonte, evoluzione dei formati, relazione diretta col pubblico — agisce su quelle variabili. Il paper afferma che il valore dell’informazione professionale «continua a esistere, ma richiede modelli economici in grado di riconoscerlo e sostenerlo»: proposizione ineccepibile, che lascia però impregiudicato il punto decisivo, se quei modelli debbano essere di mercato o pubblici.
È la conclusione a cui convergono, per vie indipendenti, le due rilevazioni più ampie disponibili. La mappatura Uncovering news deserts in Europe del Centre for Media Pluralism and Media Freedom rileva che in nessuno dei ventisette Stati membri la disponibilità a pagare per l’informazione locale raggiunge un livello soddisfacente; e il Digital News Report 2025 del Reuters Institute misura una quota di paganti ferma al 18% in un paniere di venti Paesi ricchi, con la maggioranza «ancora soddisfatta delle offerte gratuite». Se il dato è questo, il problema non è di modello di business: è di finanziamento. Il paper si ferma sulla soglia.
9. Tre assenze, e la direzione che disegnano
La lettura integrale del testo rivela tre assenze, verificate su tutte le cinquanta pagine.
La prima: il paper non menziona mai il sistema pubblico di sostegno all’editoria. Non compaiono i contributi diretti, il credito d’imposta, il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio — che è, fra l’altro, l’organismo italiano censito dall’OCSE nel proprio inventario delle architetture nazionali per l’informazione.
La seconda: non compaiono mai le parole diritto d’autore, diritto connesso, equo compenso. Il paper dedica un capitolo a sostenere che piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale intercettano valore prodotto dagli editori, e lo strumento giuridico europeo pensato per quel problema — il diritto connesso introdotto dalla direttiva sul copyright, recepito in Italia con un meccanismo di arbitrato affidato all’AGCOM — non viene nominato.
La terza: la parola pubblicità ricorre una sola volta in tutto il documento, benché la migrazione della raccolta pubblicitaria verso le piattaforme sia la causa prima della contrazione dei ricavi che il paper misura. Il fenomeno è descritto in termini generali — «intermediazione», «redistribuzione del valore» — ma il meccanismo economico concreto resta innominato.
Poiché le raccomandazioni sono esplicitamente rinviate a dicembre, sarebbe improprio leggere queste assenze come reticenze: un documento che dichiara di voler definire il perimetro, e non gli strumenti, ha ragione di non pronunciarsi su di essi. Vale però la pena osservare che le tre omissioni disegnano, insieme, una direzione. La dichiarazione dell’amministratore delegato di QN Media che accompagna la presentazione è in questo più esplicita del paper: «Negli ultimi anni gli editori sono rimasti in difesa […] Oggi dobbiamo cambiare passo, andare all’attacco e costruire un nuovo modello di business», e la sfida è «non lasciare che siano gli algoritmi delle grandi piattaforme estere a decidere cosa è rilevante». La risposta prefigurata è dunque industriale e tecnologica — riconquistare la relazione con il lettore — più che regolatoria o di sostegno pubblico.
La frase solleva peraltro una questione che eccede il perimetro di un position paper industriale — chi eserciti oggi il potere di stabilire che cosa sia rilevante, e a quali condizioni ne risponda — e che su queste pagine è stata affrontata in un saggio recente, richiamato in calce.
La posizione è legittima e per certi versi più ambiziosa della richiesta di aiuti. Ma rende l’assenza del diritto connesso più notevole, non meno: se il problema è che piattaforme e sistemi di IA riutilizzano contenuti prodotti dagli editori, lo strumento che l’ordinamento europeo ha predisposto per farseli pagare è precisamente quello, e preferirgli una via di mercato e di prodotto è una scelta editoriale che meriterebbe di essere argomentata anziché lasciata implicita.
10. La categoria, e ciò che comporta
Il documento non chiede risorse: chiede il riconoscimento di una categoria, e lo dichiara apertamente. L’espressione «infrastruttura strategica» ricorre in apertura, nei messaggi chiave, nel titolo del capitolo 2 e nella conclusione, dove l’obiettivo è «una visione di sistema che […] riconosca nell’editoria professionale un’infrastruttura strategica del Paese» (p. 40); e la presentazione dell’iniziativa indica come ambizione quella di «valorizzarne il ruolo strategico per il Paese». Non c’è nulla da decifrare: la qualificazione è l’obiettivo esplicito. Ciò che vale la pena esaminare non è l’intenzione, che è dichiarata, ma le conseguenze della categoria richiesta.
La posta è sostanziale, perché la qualificazione non è descrittiva ma performativa. Un comparto industriale in contrazione chiede sostegno e ottiene, nel migliore dei casi, ammortizzatori; un’infrastruttura strategica accede a un repertorio di strumenti diverso — regime speciale, protezione da acquisizioni estere, obblighi di servizio, finanziamento stabile in nome della sicurezza nazionale. È il lessico che negli ultimi anni ha ridisegnato le politiche su energia, semiconduttori, telecomunicazioni e catene di approvvigionamento, e non stupisce che vi si ricorra: nel paper le quattro forze si aprono con la «competizione geopolitica», e la prima delle cinque funzioni è «sicurezza e resilienza informativa».
La quantificazione serve dunque la qualificazione, e non viceversa. È la ragione per cui il numero può essere modesto senza che l’operazione ne risulti indebolita: gli 805 milioni non devono impressionare, devono esistere — devono cioè dimostrare che si è in presenza di una filiera industriale identificabile e non di un aggregato culturale indistinto. Stabilito il perimetro, l’argomento si sposta sui tre gradini superiori della piramide, che non sono misurati.
11. Il dato migliore del paper
Vi è un’evidenza, nel capitolo 1, che regge meglio di tutte le altre e che il documento sottoutilizza: «In Italia, soltanto il 36% degli intervistati dichiara di fidarsi della maggior parte delle notizie per la maggior parte del tempo, mentre la quota sale al 60% per i giornali regionali e locali» (p. 20).
Il divario è notevole: la fiducia nell’informazione locale è quasi doppia rispetto a quella nell’informazione in generale. È il miglior argomento disponibile a sostegno della tesi del paper, e converge con le altre fonti esaminate — il Digital News Report rileva che i marchi giornalistici affidabili restano il primo luogo a cui i cittadini dicono di rivolgersi per verificare una notizia; e il paper stesso documenta per l’Italia un tessuto fitto, con 57 quotidiani di cui 42 a vocazione locale o regionale, pari al 73,7% del totale (p. 31).
Curiosamente, il documento non ne trae la conseguenza più ovvia. Se la fiducia si concentra nel locale, e se il locale rappresenta i tre quarti delle testate italiane, allora l’«agenda industriale» dovrebbe avere un baricentro territoriale esplicito. Il paper tratta invece la filiera come aggregato unico, con qualche cenno al «presidio dei territori» fra le funzioni, e concentra la misurazione su un perimetro in cui il peso dei grandi gruppi nazionali è preponderante. Il dato più forte resta così un argomento accessorio anziché diventare il principio organizzatore dell’analisi.
12. Il paper dentro un quadro più ampio
La bibliografia colloca il documento con precisione: vi figurano il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, Facts not Fakes dell’OCSE, il rapporto del Medill Local News Initiative sui deserti informativi americani, i dati AGCOM e FIEG. Sono le fonti di riferimento del dibattito internazionale sulla materia, e collocano il paper in un genere ormai riconoscibile: la dimostrazione economica del valore del giornalismo, prodotta da soggetti interessati e rivolta a chi decide le politiche pubbliche. Di quel genere questa rubrica si è occupata in due letture recenti, richiamate in calce.
Rispetto ai suoi omologhi internazionali il documento italiano si distingue in meglio su due punti e in peggio su uno. In meglio: non gonfia le cifre — niente moltiplicatori, niente rendimenti di cento a uno, niente stime del costo della disinformazione ricavate da società di consulenza; e dichiara il metodo, consentendo la verifica. In peggio: è l’unico del gruppo a non contenere alcuna limitazione metodologica esplicita. La mappatura del CMPF dedica pagine all’assenza di dati; l’OCSE precisa che la propria è «una prima valutazione di riferimento»; il Reuters Institute elenca quattro limiti del campionamento; la rassegna di Bunce e Pearson ammette la distorsione verso il Nord globale. Qui non vi è una sezione di limiti, e le assunzioni più delicate — l’inclusione integrale di RCS, le proxy di fatturato applicate all’occupazione — compaiono in note a piè di figura.
Vale infine la pena accostare il quadro italiano a quello che ne dava, due anni prima, il capitolo italiano di quella stessa mappatura europea, curato da Andrea Mangani dell’Università di Pisa: in Italia la preoccupazione principale «non risiede nel numero puro e semplice delle testate, ma piuttosto nella loro sostenibilità finanziaria»; per i quotidiani online «esiste una sovrabbondanza di testate concentrate nelle aree urbane»; e il numero dei giornalisti dei media locali è calato «di circa il 50% dal 2008-2009». Il paper TEHA misura la filiera come impresa; quello studio ne misurava la tenuta come servizio. Le due letture non si contraddicono, ma la seconda contiene la variabile — l’occupazione giornalistica sul territorio — che nella prima non compare.
13. Giudizio
Come esercizio di misurazione è un lavoro utile e per certi versi meritorio: colma un vuoto statistico reale, dichiara il metodo, resiste alla tentazione dei moltiplicatori e riporta i dati sfavorevoli — il crollo delle copie, l’8% di disponibilità a pagare — senza edulcorarli. Chi voglia discutere di editoria italiana disporrà d’ora in poi di un perimetro quantificato di cui prima non disponeva, e questo è un contributo che sopravvive alle obiezioni.
Come argomento è più fragile di quanto la veste suggerisca, per una ragione precisa: la conclusione non poggia su ciò che il documento misura. Gli 805 milioni di valore aggiunto dimostrano che l’editoria quotidiana è una filiera industriale identificabile; non dimostrano che sia un’infrastruttura strategica, che è una tesi funzionale — plausibile, sostenibile con altri argomenti, ma non stabilita dai numeri esibiti. Fra i due enunciati il paper interpone una piramide del valore che dichiara non misurabile proprio ciò che dovrebbe essere provato, e la distanza è coperta dalla ripetizione dell’aggettivo.
Resta l’interrogativo che il documento solleva senza porlo. Se in Italia paga per l’informazione online l’8% degli utenti contro il 14% europeo e il 40% norvegese; se le copie sono scese dell’ottanta per cento in vent’anni; se il mercato dei media cresce mentre l’editoria arretra di quasi un quinto in quattro anni — allora la sostenibilità di mercato dell’informazione professionale, per una parte rilevante della filiera, non è un obiettivo raggiungibile con formati nuovi e automazione dei processi. La domanda che ne consegue riguarda quale forma di finanziamento sia compatibile con l’indipendenza editoriale, ed è politica prima che industriale. Il paper la sfiora ogni volta che pronuncia «infrastruttura strategica» ma non la formula — coerentemente, del resto, con una divisione dei compiti che rinvia a dicembre le raccomandazioni. Il documento finale sarà giudicabile proprio su questo: se le proposte affronteranno il nodo del finanziamento e della sua compatibilità con l’autonomia editoriale, l’iniziativa avrà prodotto qualcosa di più di una cornice; se si limiteranno alla trasformazione tecnologica e ai modelli di ricavo, avrà lasciato aperto il problema che i suoi stessi dati sollevano.
Nota. I riferimenti di pagina rimandano alla numerazione stampata del position paper. I rapporti fra le grandezze della filiera e gli aggregati nazionali sono calcolati da chi scrive e vanno intesi come ordini di grandezza. Le verifiche sulle assenze lessicali (diritto d’autore, equo compenso, contributi pubblici, pubblicità) sono state condotte sul testo integrale delle cinquanta pagine. Sono state inoltre consultate la scheda di presentazione dell’iniziativa pubblicata da The European House – Ambrosetti il 5 settembre 2026 e le dichiarazioni ivi riportate di Lorenzo Tavazzi (TEHA Group), Gabriele Benedetto (QN Media) e Alec Ross.
RIFERIMENTI
Documenti citati
TEHA Group in collaborazione con QN Media, Valore Sistema Editoria. Una nuova agenda industriale per il sistema italiano dell’informazione, Position Paper per la 52ª edizione del Forum TEHA di Cernobbio, settembre 2026. https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&id=25729&doc_player=1
The European House – Ambrosetti, «Editoria quotidiana, infrastruttura strategica per l’Italia», scheda di presentazione dell’iniziativa, 5 settembre 2026. https://www.ambrosetti.eu/news/editoria-quotidiana-infrastruttura-strategica-per-litalia/
Sofia Verza, Tijana Blagojev, Danielle Borges, Jan Kermer, Matteo Trevisan, Urbano Reviglio (a cura di), Uncovering news deserts in Europe. Risks and opportunities for local and community media in the EU, Centre for Media Pluralism and Media Freedom, Istituto universitario europeo, 2024 (capitolo italiano di Andrea Mangani). https://cmpf.eui.eu/wp-content/uploads/2024/02/CMPF_Uncovering-news-deserts-in-Europe_LM4D-final-report.pdf
OCSE, Facts not Fakes: Tackling Disinformation, Strengthening Information Integrity, OECD Publishing, Parigi, 2024. https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/03/facts-not-fakes-tackling-disinformation-strengthening-information-integrity_ff96d19f/d909ff7a-en.pdf
Nic Newman, Amy Ross Arguedas, Craig T. Robertson, Rasmus Kleis Nielsen, Richard Fletcher, Reuters Institute Digital News Report 2025, Reuters Institute for the Study of Journalism, Università di Oxford, 2025. https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/sites/default/files/2025-06/Digital_News-Report_2025.pdf
Mel Bunce, Beth Pearson, The Value of Journalism. Global evidence on why media matters to economies, national security and crises, commissionato da DW Akademie, IFPIM e UNESCO, 2026. https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000398492
Su queste pagine
Fabrizio Pinna, «Idee e letture. Pubblicazioni UNESCO sul giornalismo e la libertà d’espressione», 28 agosto 2026: esame del rapporto mondiale UNESCO 2022/2025, della rassegna The Value of Journalism e del Courier, con appendice sul Media Viability Manifesto e sulla sua Theory of Change. www.albengacorsara.it/2026/08/28/idee-e-letture-pubblicazioni-unesco-sul-giornalismo-e-la-liberta-despressione/
Fabrizio Pinna, «Idee e letture. Un rapporto di International Media Support tra futuro e presente del giornalismo», 28 agosto 2026: esame del rapporto sul programma europeo Pluralistic Media for Democracy, con appendice dedicata ai tre studi qui richiamati — la mappatura del CMPF sui deserti informativi, Facts not Fakes dell’OCSE e il Digital News Report 2025. www.albengacorsara.it/2026/08/28/idee-e-letture-un-rapporto-di-international-media-support-tra-futuro-e-presente-del-giornalismo/
Fabrizio Pinna, «Usi e abusi dei social media come “fonti” del giornalismo», 5 settembre 2026: saggio sul trasferimento alle piattaforme della funzione di selezione e sulle condizioni in cui un materiale prelevato in rete può essere costituito come fonte. Cfr. anche i riferimenti all’Osservatorio sul giornalismo digitale. www.albengacorsara.it/2026/09/05/usi-e-abusi-dei-social-media-come-fonti-del-giornalismo/
