
di Fabrizio Pinna. Questi tre testi non costituiscono una serie di una collana editoriale. Sono pubblicazioni autonome, uscite a pochi mesi l’una dall’altra, diverse per genere, per lunghezza, per autori e per funzione, e altre se ne potrebbero affiancare. Leggerle insieme è una scelta di lettura, non un dato editoriale formale. Ed è proprio dalla loro relativa autonomia, sebbene radicata in un evidente contesto culturale comune, che il confronto ricava il suo interesse.
UNESCO, Journalism: Shaping a World at Peace. World Trends in Freedom of Expression and Media Development, Global Report 2022/2025, Parigi, 2025. (https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000396638)
Mel Bunce e Beth Pearson, The Value of Journalism. Global evidence on why media matters to economies, national security and crises, commissionato da DW Akademie, IFPIM e UNESCO, 2026. (https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000398492.locale=en)
UNESCO, The UNESCO Courier — Is journalism old news?, luglio-settembre 2026. (https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000398668_eng)
Tutte ad accesso aperto (disponibili in varie lingue, tra le quali francese, spagnolo e arabo, ma non in italiano). Le citazioni sono tradotte dall’inglese.
Sommario
1. Tre testi, tre generi, tre criteri di giudizio
Questi tre testi non costituiscono una serie di una collana editoriale. Sono pubblicazioni autonome, uscite a pochi mesi l’una dall’altra, diverse per genere, per lunghezza, per autori e per funzione, e altre se ne potrebbero affiancare. Leggerle insieme è una scelta di lettura, non un dato editoriale formale. Ed è proprio dalla loro relativa autonomia, sebbene radicata in un evidente contesto culturale comune, che il confronto ricava il suo interesse: ciò che i tre testi condividono non è stato concordato, e dove divergono nessuno ha dovuto mediare. Il confronto però regge solo se si tiene fermo che appartengono a generi diversi e vanno dunque giudicati con criteri diversi. Confonderli è il modo più rapido per prenderli troppo alla lettera o per liquidarli troppo in fretta.
Il World Trends Report è un rapporto di monitoraggio: esce dal 2014, risponde a un mandato conferito all’UNESCO dai suoi Stati membri nel 2011, e il suo compito è misurare. Va valutato come si valuta una statistica ufficiale: qualità delle fonti, trasparenza del metodo, distanza fra ciò che i dati mostrano e ciò che il testo ne conclude.
The Value of Journalism è una rassegna di letteratura scientifica, e va giudicata come tale: selezione degli studi, gerarchia delle prove, gestione del problema causale. Ma è anche — e il dato non è secondario — un testo commissionato. Il colophon lo dichiara: è stato «commissionato da DW Akademie, IFPIM e UNESCO in quanto membri del Gruppo di lavoro sulla ricerca dell’iniziativa Media Viability Manifesto» (p. 18). Una rassegna di prove commissionata da una coalizione che ha già un manifesto non è per ciò stesso screditata — gli autori, Mel Bunce e Beth Pearson della City St George’s di Londra, sono ricercatori accademici e il lavoro lo dimostra — ma è un documento in cui la domanda di ricerca arriva dopo la conclusione politica. Il lettore ha diritto di saperlo, e la recensione ha il dovere di dirlo.
Il Courier è una rivista di divulgazione. Non produce dati propri, ospita opinioni e testimonianze, e il suo valore sta nella qualità delle voci che raccoglie, non nel rigore probatorio. Applicargli i criteri di una rassegna scientifica sarebbe ingeneroso; ma è legittimo chiedersi se le voci selezionate compongano un quadro plurale o confermativo.
2. La diagnosi: che cosa i dati mostrano davvero
Il dato su cui il World Trends Report costruisce la propria diagnosi — e che il Courier riprenderà in sintesi — è il calo del 10% dell’indice di libertà d’espressione fra il 2012 e il 2024, ricavato dai dati del progetto V-Dem (World Trends, p. 28). È un dato serio, prodotto da un’infrastruttura di ricerca indipendente e riconosciuta, e il rapporto lo tratta con una certa cura: distingue tre sotto-periodi, mostra che il declino accelera (dallo 0,96% annuo del 2012-2017 all’1,30% del 2022-2024) e riporta il grafico della serie storica.
Va però letto per quello che è. L’indice V-Dem è un indice composito costruito su codifiche di esperti, che si muove su una scala 0-1; il «meno 10%» è una variazione relativa su un aggregato che passa da circa 0,68 a circa 0,61. Non significa che al mondo ci sia «il 10% di libertà in meno» in un senso intuitivo o misurabile in unità naturali: significa che un panel di esperti colloca oggi il mondo più in basso di allora su una scala ordinale sintetica. È una misura di percezione esperta aggregata — la migliore disponibile, probabilmente, ma non una grandezza fisica. Analogamente, l’affermazione che il 2012 segnasse «il punteggio più alto dal 1789» (p. 28) è suggestiva ma epistemicamente eterogenea: la codifica retrospettiva della libertà di stampa nel Settecento non è lo stesso tipo di oggetto della codifica del 2024, e accostarle in una sola frase produce un effetto di precisione che i dati non sostengono.
Molto più solide, perché sono conteggi e non indici, sono le cifre sulla sicurezza dei giornalisti: 186 uccisi in zone di conflitto fra il 2022 e il 2025, con un aumento del 67% rispetto al quadriennio precedente; oltre 900 costretti all’esilio in America Latina e Caraibi dal 2018; 361 in carcere alla fine del 2024; 160 Stati che mantengono la diffamazione come reato penale (Courier, p. 7; World Trends, pp. 37-38). Qui il rapporto è nel suo terreno migliore: documenta ciò che l’UNESCO osserva sistematicamente da anni, con un osservatorio dedicato e una metodologia dichiarata.
Un caso istruttivo di come lo stesso numero possa essere inquadrato in due modi opposti riguarda l’impunità. Il rapporto principale scrive che «8,5 casi su 10 restano irrisolti» e ne trae un atto d’accusa (p. 33). Il Courier, riassumendo lo stesso rapporto, osserva che «il tasso di impunità è sceso dal 95% del 2012 all’85% del 2024», e lo qualifica come «modesto progresso» (p. 7). Il dato è identico; la cornice no. Il fatto che sia la rivista divulgativa, e non il rapporto scientifico, a fornire il termine di paragone temporale dice qualcosa su dove si collochi, in questa produzione, la pressione retorica.
3. L’argomento economico: prove forti e aritmetica d’occasione
The Value of Journalism è il testo più interessante dei tre, e anche quello che più richiede di essere letto con la matita in mano. Il suo scopo è ribaltare la prospettiva: non che cosa perdiamo se il giornalismo muore, ma quanto vale mentre è vivo. L’operazione è legittima e necessaria, perché i beni che non hanno prezzo tendono a non essere finanziati. Il problema è che la qualità delle prove al suo interno è molto disomogenea, e la sintesi iniziale appiattisce questa disomogeneità.
Cominciamo da ciò che regge, perché è parecchio. Le prove più forti vengono da esperimenti naturali e disegni quasi-sperimentali con identificazione credibile:
- Brasile. Quando il governo federale iniziò ad estrarre a sorte i comuni da sottoporre ad audit e a pubblicarne i risultati, la probabilità di rielezione di un sindaco con audit negativo calò di sette punti percentuali — e l’effetto era «quasi il 50% maggiore» dove esisteva una radio locale che diffondeva l’esito (p. 6). La randomizzazione degli audit rende questo disegno particolarmente robusto.
- Uganda. La pubblicazione sui giornali locali degli stanziamenti destinati alle scuole fece salire la quota di fondi effettivamente giunta a destinazione «dal 13% all’80%» (p. 5). È uno degli studi più citati dell’economia dello sviluppo, e la variazione è troppo ampia per essere spiegata da fattori concomitanti.
- Deserti informativi. La chiusura di un quotidiano locale è associata a un aumento del disavanzo comunale di circa 53 dollari pro capite, a un aumento delle violazioni finanziarie delle imprese e persino dei livelli di inquinamento (p. 3). Sono studi su grandi dataset con controlli per fattori confondenti, e convergono.
Questa parte dell’argomento è genuinamente persuasiva, e ha una virtù logica che il testo non sottolinea abbastanza: il meccanismo non è la denuncia clamorosa, ma la deterrenza. «Le testate possono avere un impatto positivo sul mondo semplicemente esistendo, perché le élite si comportano meglio quando pensano di essere osservate» (p. 1). È l’argomento più forte del brief, perché non dipende dal successo di singole inchieste e resiste all’obiezione della selezione sui casi vincenti.
Molto più fragile è ciò che sta in copertina. La cifra-manifesto — «ogni dollaro speso in giornalismo può tradursi in oltre 100 dollari di risparmio per la collettività» — è ricondotta, nella nota 5, a due fonti: gli studi di Hamilton sugli Stati Uniti e la stima che «OCCRP calcola di recuperare 100 dollari per ogni dollaro speso nelle proprie inchieste» (p. 15). Il numero-bandiera dell’intera pubblicazione è dunque, per metà, l’autovalutazione di un’organizzazione sul proprio operato. Non è una frode: è una stima d’advocacy, calcolata su un’organizzazione d’eccellenza, e per giunta esposta a un classico problema di selezione — nel denominatore non entrano le inchieste che non hanno prodotto nulla, né le redazioni che hanno fallito. Generalizzarla a «il giornalismo» è un salto che i dati non autorizzano.
Analogamente, il «calo dell’1-2% della crescita reale del PIL» associato alla perdita di libertà di stampa (p. 5, da Nguyen et al. 2021) è presentato come nesso quasi causale, ma la libertà di stampa non declina mai da sola: declina insieme a colpi di Stato, crisi finanziarie, conflitti e repressione, tutti fattori che deprimono il PIL per conto proprio. Il testo scrive «associated», correttamente; la sintesi in copertina scrive «la libertà dei media sostiene la crescita economica», che è un’altra affermazione.
4. L’argomento della sicurezza e il suo punto cieco
La sezione sulla sicurezza del brief contiene la sua trovata retorica più efficace e insieme più discutibile: «lo 0,1% del PIL globale — l’equivalente di soli 15 giorni di spesa militare mondiale — potrebbe finanziare media pubblici sani e ambienti informativi sicuri per i cittadini di tutto il mondo» (p. 7).
La nota 138 rimanda al Forum on Information and Democracy, 2021: un’organizzazione di advocacy, e una stima di cinque anni precedente alla pubblicazione che la rilancia al presente. Il confronto con la spesa militare, poi, è un artificio: accosta un budget ipotetico a una spesa reale per suggerire un’evidenza morale (costa così poco) che nulla ci dice su come quei fondi verrebbero raccolti, allocati o spesi senza catturare i media che dovrebbero renderli indipendenti — un problema, quello della cattura, che il rapporto principale documenta con precisione altrove. È esattamente il tipo di cifra che circola bene sui social e regge male alla lettura ravvicinata.
Più interessante, e più problematico, è il punto cieco teorico. The Value of Journalism sostiene che i media liberi riducono la probabilità di conflitto e di violazioni dei diritti umani, citando studi longitudinali seri (Nord et al. 2024 per l’OSCE; uno studio su 152 Paesi, p. 7). Ma il World Trends Report, cinque mesi prima, documenta il contrario con altrettanta forza: Facebook «usato in Myanmar per diffondere discorsi d’odio disumanizzanti contro la minoranza Rohingya», con una missione ONU che indica i social come «fattore determinante» nell’atrocità; e in Sudan campagne di disinformazione «come precursori organizzati della violenza fisica» (World Trends, p. 46; Value, p. 7).
I due enunciati non sono incompatibili — uno riguarda il giornalismo professionale, l’altro le piattaforme e la propaganda — ma la distinzione fa tutto il lavoro e non viene mai tematizzata. Storicamente i media sono stati tanto uno strumento di pacificazione quanto un moltiplicatore di massacri, da Radio Mille Collines in poi. La variabile che decide in quale dei due modi funzionino non è «la libertà dei media» in astratto: è la struttura professionale, la responsabilità editoriale, l’assetto proprietario. Nessuno dei tre testi, ciascuno per la sua parte, prova a costruire questa teoria, e in sua assenza l’equazione «più media liberi = più pace» resta un’associazione statistica in cerca di un meccanismo.
5. Le cifre-manifesto e la loro reale solidità
Il divario più significativo di The Value of Journalism non è fra ciò che afferma e la realtà, ma fra le sue prime due pagine e le sue ultime due. Le cifre che compaiono nella sintesi iniziale sono le più deboli del documento; le prove migliori stanno sepolte nel corpo del testo. Il seguente prospetto rende esplicita questa gerarchia.
| Affermazione in evidenza | Fonte effettiva | Solidità |
| 1 dollaro speso rende oltre 100 dollari alla collettività | Autostima di OCCRP sul proprio operato + studi di Hamilton sugli USA (nota 5) | Debole. Advocacy, caso d’eccellenza, selezione sui successi. |
| La disinformazione costa 350-516 miliardi di dollari l’anno | Sopra Steria 2026, società di consulenza (nota 69) | Debole. Stima non sottoposta a revisione tra pari. |
| Lo 0,1% del PIL globale = 15 giorni di spesa militare | Forum on Information and Democracy, 2021 (nota 138) | Debole. Advocacy, dato del 2021, confronto retorico. |
| Il calo della libertà di stampa si associa a -1/-2% di PIL | Nguyen et al. 2021, 97 Paesi (nota 37) | Media. Correlazione robusta, causalità non identificata. |
| Un articolo sul New York Times vale 500.000 dollari di aiuti | Drury et al. 2005; Eisensee e Strömberg 2007 (note 125-126) | Media. Studio solido ma di vent’anni fa, su aiuti USA. |
| La radio in Burkina Faso ha ridotto del 7,1% la mortalità infantile | Murray et al. 2018, trial randomizzato a cluster (nota 109) | Forte. Disegno sperimentale, esito misurato. |
| Gli audit pubblicati riducono la rielezione dei sindaci corrotti | Ferraz e Finan 2008, audit estratti a sorte (nota 51) | Forte. Randomizzazione, effetto amplificato dalla radio. |
La conclusione che se ne ricava non è che il documento sia inaffidabile, ma quasi l’opposto: gli autori sono più prudenti del proprio riassunto. Nel corpo del testo scrivono «associated», «suggests», «may»; nella sintesi che apre la pubblicazione quelle cautele evaporano. È la firma tipica di un testo scientifico confezionato per un uso politico, e spiega perché la responsabilità vada attribuita al dispositivo editoriale più che alle autrici.
6. Le prove migliori: crisi sanitarie e catastrofi
Paradossalmente, la parte meno enfatizzata è quella meglio dimostrata. Il trial randomizzato a cluster condotto in Burkina Faso — trasmissioni radiofoniche sui rischi di malaria, polmonite e diarrea infantili, con conseguente aumento del ricorso ai centri sanitari e riduzione della mortalità sotto i cinque anni del 7,1% annuo, per circa 2.967 vite salvate (p. 12) — è esattamente il tipo di prova che manca altrove: intervento definito, gruppo di controllo, esito misurato in unità non negoziabili.
Altrettanto solide sono le evidenze sull’informazione sanitaria durante la pandemia, dove la variazione nel consumo di notizie è correlata a comportamenti misurabili — dalle ricerche sui sintomi alla mobilità effettiva rilevata in Svezia (p. 12). Anche qui, tuttavia, va notato uno scivolamento: la stima secondo cui la disinformazione avrebbe causato negli Stati Uniti «45.000 morti evitabili» nel 2021 (p. 12) appartiene a una classe di modelli controfattuali molto sensibili alle assunzioni, e viene presentata con la stessa piattezza assertiva del dato sperimentale del Burkina Faso. Sono due oggetti epistemici diversi, e il testo non li distingue.
Il brief, va detto, si autolimita con onestà nelle conclusioni. Riconosce che l’impatto del giornalismo «è spesso molto contingente alla presenza di altre istituzioni democratiche funzionanti» — un’inchiesta può rivelare una corruzione enorme senza che ne segua alcunché — che parte delle conoscenze poggia su singoli studi di caso o su valutazioni di programma anziché su ricerca indipendente, e che la letteratura è schiacciata su Stati Uniti ed Europa, con il Sud globale «trascurato» (p. 14). Sono ammissioni serie, che un lettore incontrerà però solo se arriva alla penultima pagina.
7. Le premesse non esaminate
Al di là della qualità delle singole prove, i tre testi convergono su alcune assunzioni che nessuno di essi sottopone a verifica. La convergenza non è concordata — sono lavori indipendenti, di autori diversi — e proprio per questo è istruttiva: indica ciò che nell’ambiente professionale da cui provengono si dà ormai per acquisito. Non sono errori: sono scelte di cornice, e riconoscerle è la condizione per usare questi testi come strumenti anziché come conferme.
7.1. Il committente è anche il fornitore del rimedio
Ciascuno dei tre testi, per conto proprio, descrive un problema per il quale l’editore dispone della soluzione. Gli strumenti proposti — la Dichiarazione di Windhoek+30, le Linee guida per la governance delle piattaforme, l’educazione ai media, il Fondo multi-donatori — sono strumenti UNESCO. Il Media Viability Manifesto che ha commissionato l’evidence brief chiede finanziamenti per la sostenibilità dei media; il brief conclude che finanziare i media rende cento a uno. Anche la rete degli attori si ripete: DW Akademie contribuisce alla conclusione del rapporto principale e cocommissiona il brief; Guy Berger, già direttore della divisione UNESCO competente, firma l’articolo teorico del Courier e figura tra i consulenti del rapporto. Nulla di irregolare, e le tre pubblicazioni restano formalmente autonome; ma la loro convergenza non è quella di osservatori distanti che arrivano per vie separate alla stessa conclusione, bensì quella di un ambiente professionale ristretto, con persone e organizzazioni ricorrenti. È una differenza che conta quando si valuta il peso di tre conferme.
7.2. «Informazione come bene pubblico» è una tesi, non una descrizione
La formula è il perno normativo dell’intera costruzione, e viene usata come se descrivesse una proprietà oggettiva dell’informazione. In economia un bene pubblico è non rivale e non escludibile. Il giornalismo è certamente non rivale, ma è perfettamente escludibile: i paywall funzionano, e il Courier celebra proprio l’abbonamento come modello di salvezza (Zetland). Tecnicamente si tratta di un bene di club che produce forti esternalità positive. La differenza non è pedanteria: l’argomento delle esternalità — è la deterrenza a beneficiare anche chi non legge — è più forte e più difendibile di quello del «bene pubblico», che prende in prestito l’autorità di un termine tecnico per sostenere una rivendicazione politica. Curiosamente, il brief argomenta di fatto per esternalità, mentre lo slogan che lo sovrasta dice altro.
7.3. La sfiducia del pubblico è sempre indotta, mai meritata
Il dato secondo cui «7 persone su 10 ritengono che i giornalisti ingannino deliberatamente il pubblico» (World Trends, p. 31) viene invariabilmente spiegato con fattori esterni: retorica ostile, disinformazione, polarizzazione. L’ipotesi che una parte della sfiducia possa essere una risposta ragionevole a prestazioni giornalistiche mediocri non viene mai formulata. È un’omissione notevole in documenti che chiedono investimenti pubblici: se il prodotto ha un problema di qualità, il finanziamento non lo risolve automaticamente.
L’eccezione arriva, significativamente, dal Courier, dove Nic Newman riporta che chi evita le notizie lo fa perché le trova «ripetitive, eccessivamente negative o scollegate dalla propria vita quotidiana» (p. 5). È una spiegazione centrata sul prodotto, non sul pubblico — e stride con la cornice prevalente, che tratta l’evitamento delle notizie come un deficit di alfabetizzazione da correggere con l’educazione ai media. Le due letture implicano politiche opposte: nell’una si riforma il giornalismo, nell’altra si educa il lettore. Le pubblicazioni scelgono la seconda senza mai discutere la prima.
7.4. Numeri di campione presentati come prevalenze
Le cifre sulla violenza contro le giornaliste sono fra le più citate e fra le più maltrattate. Il rapporto principale riferisce che «il 73% di 901 intervistate» ha subito attacchi online (p. 36) — con base campionaria dichiarata, correttamente. Il Courier scrive invece che «il 75% delle giornaliste e delle operatrici dei media è stato vittima di violenza online nel 2025» (p. 7), senza alcuna base. Si tratta in entrambi i casi di indagini su campioni auto-selezionati, in cui chi ha subito violenza ha più motivo di rispondere. La sostanza del fenomeno non è in discussione ed è documentata anche per altre vie; ma trasformare una percentuale di rispondenti in una prevalenza di categoria è un errore che indebolisce una causa fondata.
7.5. La catena giornalismo-democrazia-pace è assunta, non testata
Il nesso viene enunciato in apertura e le prove sono poi reclutate per illustrarlo, mai per metterlo alla prova. Dove la direzione della causalità è ambigua, viene risolta nella direzione conveniente. E l’ipotesi alternativa più ovvia — che libertà di stampa, qualità istituzionale e sviluppo siano tutti effetti congiunti di cause anteriori — è nominata una volta nel brief (p. 2) e poi accantonata sulla base di «un crescente corpo di ricerche» che dimostrerebbe la causalità «in alcune di queste relazioni». Quali, non è detto.
8. Dove i tre testi divergono
Trattandosi di lavori indipendenti, non c’è ragione di attendersi che concordino, né si può rimproverare ad alcuno di non aver risposto agli altri. È proprio per questo che le loro divergenze sono istruttive: non rivelano l’incoerenza di un discorso unico, ma i punti su cui il campo — non un singolo autore — non ha una posizione stabile. Ne emergono almeno due, entrambi sostanziali.
Il primo riguarda i creator. Il rapporto principale li tratta come parte del problema: contenuti «performativi», assenza di fact-checking sistematico, ragazzi che si informano dove circolano «poche informazioni verificate» (p. 48). Il Courier fa l’opposto: dà quattro pagine alla creatrice nigeriana Charity Ekezie, che rivendica di applicare ai propri video la formazione giornalistica ricevuta — «mi assicuro sempre che l’informazione che condivido sia accurata» — e rovescia l’accusa sulle testate, invitandole a «trovare modi più creativi e coinvolgenti» di parlare ai giovani (pp. 24-25). Lo stesso Newman ammette che alcuni creator «producono giornalismo esplicativo di valore e raggiungono pubblici che i media tradizionali faticano a intercettare» (p. 5). Non è una sfumatura: è la differenza fra considerare la creator economy un vettore di degrado o un concorrente che ha capito qualcosa. Da quale delle due letture si parta dipende l’intera politica pubblica che ne segue.
Il secondo riguarda la diagnosi economica. Il rapporto principale attribuisce la crisi dei media a fattori esterni — la pubblicità catturata dalle piattaforme, l’IA che scrapa i contenuti, i tagli agli aiuti. Il Courier documenta però casi di testate che prosperano cambiando prodotto: Zetland che pubblica «meno ma meglio» finanziata dai lettori, il Guardian e il Financial Times che «hanno ridotto sensibilmente il numero di articoli senza danneggiare l’engagement» (p. 7). Se la scarsità paga e l’abbondanza no, allora una parte della crisi è endogena al modello editoriale, non solo imposta dall’esterno. È una conclusione che il rapporto principale non trae mai.
9. Che cosa regge
Un bilancio esclusivamente critico sarebbe altrettanto pigro dell’adesione acritica. Diverse cose, in queste pubblicazioni, sono solide e utili.
- Il monitoraggio. I conteggi UNESCO su omicidi, esilio, carcerazioni e molestie legali sono un’infrastruttura informativa che nessun altro produce con questa continuità dal 2014. È il contributo meno appariscente e più prezioso.
- L’argomento della deterrenza. L’idea che il valore del giornalismo stia soprattutto nei comportamenti che scoraggia — e non nelle inchieste che pubblica — è teoricamente elegante e ben supportata dagli studi sui deserti informativi. Sposta l’onere della prova sui critici.
- Il nucleo sperimentale. Burkina Faso, Brasile, Uganda: pochi studi, ma con disegni credibili e effetti grandi. Valgono più di tutte le cifre di copertina messe insieme.
- L’autocritica del brief. Le limitazioni dichiarate a p. 14 — contingenza istituzionale, distorsione verso il Nord globale, ricorso a valutazioni di programma — sono precise e non di maniera.
- La pluralità di voci del Courier. Il deserto mediatico brasiliano, il fact-checking del New Yorker, il giornalismo scientifico indiano alle prese con la disinformazione che «prende in prestito il linguaggio e l’estetica della credibilità» (p. 30): sono testimonianze concrete che sfuggono alla logica del documento istituzionale.
Vale la pena isolare una definizione che, sola, giustifica la lettura del Courier. Fergus McIntosh, responsabile dell’ufficio verifiche del New Yorker — ventinove persone che controllano tutto, «persino la narrativa» — descrive così il proprio mestiere:
«Vedo il fact-checking editoriale come una pratica in cui smontiamo le storie, come un’auto in officina, esaminando ogni singolo componente, lucidandolo, assicurandoci che funzioni, e poi rimontando il tutto» (p. 8).
Ed è lo stesso McIntosh a osservare, con un understatement che vale più di molte pagine allarmate, che «il fact-checking rigoroso resta uno dei modi migliori per capire se un contenuto è generato dall’IA» (p. 10). La risposta alla tecnologia, suggerisce, non è tecnologica: è artigianale e costosa. Il che riporta il problema dove sta davvero — chi paga quelle ventinove persone.
10. Giudizio
Le tre pubblicazioni vanno giudicate separatamente, perché riescono in misura diversa.
Il World Trends Report è il più riuscito nella funzione per cui esiste: misurare e documentare. È meno convincente quando passa dalla misurazione all’interpretazione, dove il tono diplomatico gli impedisce di attribuire responsabilità precise — governi e aziende compaiono in forma anonima — e dove la cornice «tutto peggiora» lo porta a non valorizzare i propri stessi dati in controtendenza.
The Value of Journalism è il testo intellettualmente più ambizioso e quello con il divario più ampio fra corpo e confezione. Come rassegna ragionata della letteratura è un lavoro utile e per lo più corretto, che un lettore attento può usare come mappa bibliografica; come documento di advocacy sovraccarica le proprie cifre più deboli mettendole in copertina. Chi lo cita dovrebbe citarne le note, non la sintesi.
Il Courier è il meno pretenzioso e, per questo, il più onesto: non avendo tesi da dimostrare, ospita le voci che complicano il quadro — la creator che rivendica il rigore, l’editore che pubblica meno, il verificatore che smonta le storie come automobili. Il suo titolo interrogativo — «Il giornalismo è una notizia vecchia?» — è l’unico dei tre in cui la domanda resta davvero aperta.
Resta un’osservazione che, pur nella loro autonomia, li accomuna. Tutti e tre cercano di dimostrare il valore del giornalismo con gli strumenti dell’analisi costi-benefici, perché è il linguaggio che i finanziatori comprendono. La scelta è comprensibile e in parte inevitabile, ma ha un costo: mette il giornalismo nella posizione di dover giustificare la propria esistenza in termini di rendimento, terreno sul quale una notizia locale poco letta perderà sempre contro un’infrastruttura. L’argomento più solido raccolto in queste pagine — la deterrenza, il fatto che i potenti si comportino meglio quando qualcuno guarda — è per sua natura un argomento su ciò che non accade, e dunque il meno quantificabile di tutti. Che il caso più forte sia anche il meno misurabile è la vera difficoltà di queste pubblicazioni, e nessuna delle tre la affronta.
Nota sulle citazioni. I riferimenti di pagina rimandano all’edizione di ciascuna pubblicazione, indicata dal contesto o dal titolo abbreviato (World Trends; Value; Courier). Le traduzioni dall’inglese sono di chi scrive. Le attribuzioni delle cifre alle fonti originarie sono state verificate sulle note di The Value of Journalism (note 5, 37, 51, 69, 109, 125-126, 138).
APPENDICE – Il Media Viability Manifesto e la sua Theory of Change
Laura Moore, Elena Köhler, Clare Cook, The Media Viability Manifesto. A common framework for joint action, DW Akademie, settembre 2024 (https://mediaviabilitymanifesto.org/#download), con l’allegata Theory of Change (consultabile nello stesso sito, in inglese, francese, spagnolo e arabo).
Nella recensione ho usato un dato come argomento critico: The Value of Journalism è «commissionato da DW Akademie, IFPIM e UNESCO in quanto membri del Gruppo di lavoro sulla ricerca dell’iniziativa Media Viability Manifesto». Ne avevo dedotto che la conclusione politica precedesse la domanda di ricerca. Il Manifesto permette di verificare quell’inferenza; la sua Theory of Change — pubblicata come tavola separata, e che del Manifesto costituisce uno dei tre componenti dichiarati — permette di andare oltre, perché mette per iscritto, in forma di diagramma, la catena causale che il settore attribuisce al proprio lavoro. È il documento più rivelatore dei quattro, e quello che più ripaga una lettura ravvicinata.
A.1. Che cos’è il Manifesto
Pubblicato da DW Akademie nel settembre 2024, è il prodotto di un processo durato dal 2022 al 2024 e coordinato da un gruppo promotore di tredici organizzazioni: oltre a DW Akademie e International Media Support, l’IPDC dell’UNESCO, BBC Media Action, ICFJ, IREX, Free Press Unlimited, CIMA, GFMD, Fondation Hirondelle, SembraMedia e FT Strategies. Dichiara di raccogliere il contributo di 152 individui da 55 Paesi e 86 organizzazioni: cifra che è però un aggregato di più eventi con consultazioni ripetute, mentre i singoli passaggi contano 64 rispondenti al sondaggio globale e 64 partecipanti al workshop di validazione — numeri adeguati a un esercizio di coordinamento, non a una rilevazione rappresentativa.
Il nome è fuorviante: non proclama principi né avanza rivendicazioni, ma è un documento di coordinamento settoriale rivolto alla cooperazione allo sviluppo dei media, un settore che ammette di lavorare in ordine sparso — «gli sforzi della comunità globale dello sviluppo dei media sono stati frammentati», termini come «viability» e «sustainability» usati «in modo intercambiabile senza definizioni precise o condivise» (p. 9). Si articola in tre componenti: un concetto (glossario condiviso), una strategia (la Theory of Change) e un’attuazione (tipologia di strumenti esistenti). Va giudicato per gli standard del suo genere: chiedergli il rigore di una rassegna scientifica sarebbe lo stesso errore di categoria contro cui ho messo in guardia in apertura.
A.2. Il guadagno concettuale: viability non è sustainability
Il contributo più solido è anche il più tecnico. Il Manifesto separa due stati che il settore confondeva: la viability — «uno stato operativo in cui le organizzazioni giornalistiche dimostrano la capacità di produrre giornalismo indipendente al servizio del bene pubblico», restando a galla finanziariamente — e la sustainability, che «va oltre» e implica continuità nel tempo, ricavi diversificati, potenziale di crescita e redditività (p. 16).
La scelta di intitolare il campo alla prima è argomentata con una sobrietà che altrove manca: benché «sustainability» sia il termine più diffuso — il 78% degli intervistati lo usa abitualmente — esso «non riflette la realtà delle opportunità in molti contesti», e adottarlo «rischierebbe di escludere gli ecosistemi mediatici in cui la sostenibilità organizzativa può non essere raggiungibile» (p. 16). Il documento aggiunge, senza consolazioni, che il passaggio dall’una all’altra «non è lineare e non è garantito: alcune testate potrebbero non diventare mai sostenibili» (p. 16). È un’ammissione in tensione produttiva con l’ottimismo dei testi successivi: dice che per una parte del giornalismo di interesse pubblico non esiste, in prospettiva, alcun modello di mercato — argomento a favore del sostegno strutturale ben più onesto della promessa di un ritorno di cento a uno.
A.3. Anatomia della Theory of Change
La tavola dispiega, su un unico foglio orizzontale, una cinquantina di «esiti attesi» raggruppati nei quattro terreni di lavoro e collegati da frecce fino a tre riquadri di «impatto». La sua struttura visiva dice cose che la descrizione narrativa del capitolo 2.2 non dice.

Tre elementi vanno rilevati subito. Primo: «Research and insights» non è un terreno accanto agli altri, ma una barra verticale posta all’estrema sinistra che percorre l’intera altezza dello schema e alimenta tutti gli altri. Architettonicamente, la ricerca è il substrato da cui tutto parte. Secondo: le catene convergono quasi tutte in un unico nodo — «Le organizzazioni giornalistiche hanno le risorse di cui hanno bisogno per realizzare la propria missione» — che funziona da collo di bottiglia verso l’impatto. Terzo: l’impatto non è uno ma tre riquadri in sequenza verticale, collegati da due frecce discendenti:
«Media finanziariamente ed editorialmente indipendenti e diversificati sono economicamente sostenibili» → «Comunità meglio informate e più forti» → «Società pacifiche e democratiche».
La legenda riconosce solo tre tipi di elemento: terreno di lavoro, esito atteso, impatto atteso. Nient’altro compare sulla tavola.
A.4. Il salto finale
Nella recensione ho osservato (§4) che l’equazione «più media liberi = più pace» resta un’associazione statistica in cerca di un meccanismo. La Theory of Change mostra che non si tratta di una mia estrapolazione: quella catena è il terminale ufficiale della strategia del settore, e i suoi due passaggi decisivi sono affidati a due frecce prive di qualunque annotazione.
Il primo passaggio — da media economicamente sostenibili a comunità meglio informate — presuppone che la sostenibilità economica si traduca in migliore informazione del pubblico. È plausibile ma non automatico: uno degli assunti che lo stesso Courier mette in dubbio quando riporta che quattro persone su dieci evitano le notizie perché le trovano ripetitive e negative. Un’impresa può essere redditizia e informare male; può essere sostenibile e non essere letta.
Il secondo passaggio — da comunità meglio informate a società pacifiche e democratiche — è la proposizione più impegnativa dell’intero dossier, e quella che il World Trends Report smentisce nei suoi stessi esempi: le popolazioni raggiunte dalle campagne che precedettero le violenze contro i Rohingya erano informate, non disinformate, nel senso che ricevevano molta informazione. È la qualità e la struttura professionale a fare la differenza, non il volume né la sostenibilità dell’emittente. Una teoria del cambiamento che collochi la pace all’estremità della propria catena dovrebbe dedicare a questi due anelli almeno quanto dedica alla gestione del flusso di cassa dei manager. Non lo fa: entrambi valgono una freccia.
A.5. Il circuito chiuso, questa volta disegnato
Nel testo del Manifesto avevo già rilevato un passaggio che descrive come esito desiderabile il fatto che «se gli attori pubblici e privati sono regolarmente informati da ricerche […] saranno anche più propensi a finanziare ricerca sulla Media Viability in futuro» (p. 21). La tavola lo conferma in modo più netto di qualunque parafrasi: in basso a destra compare l’esito atteso «Gli attori pubblici e privati finanziano la ricerca sulla Media Viability», e da quel riquadro parte una lunga linea che attraversa l’intero foglio da destra a sinistra e termina, con la punta della freccia, dentro la barra «Research and insights».
Il circuito non è dunque una mia interpretazione della prosa: è un anello chiuso, tracciato graficamente. La ricerca alimenta l’advocacy, l’advocacy persuade i finanziatori, i finanziatori finanziano la ricerca. Nella logica di una teoria del cambiamento questo è un ciclo di rinforzo virtuoso; nella logica della prova è un sistema in cui nessun attore è incaricato di produrre, né ha interesse a produrre, un risultato negativo. Quando due anni dopo lo stesso gruppo di lavoro commissiona una rassegna intitolata The Value of Journalism, non sta compiendo un passo imprevisto: sta percorrendo una freccia già disegnata.
Che il circuito operi anche sulle fonti lo mostra un esempio documentario. Fra i riferimenti del Manifesto figura «A New Deal for Journalism» del Forum on Information and Democracy (2021), la stessa pubblicazione da cui il brief del 2026 ricava la cifra dello 0,1% del PIL globale classificata come debole nel prospetto di §5. Un documento di advocacy del 2021 alimenta un quadro del 2024, che commissiona una rassegna del 2026, che lo cita nuovamente. Nessun passaggio è illecito; il risultato è che una stima mai sottoposta a verifica esterna acquista, per sola ripetizione interna, l’aspetto di un fatto acquisito.
A.6. Le assunzioni che mancano
Il capitolo 2.2 del Manifesto descrive il metodo di costruzione della tavola in sei passaggi: impatto atteso, analisi di contesto, terreni di lavoro, esiti attesi, relazioni causa-effetto e «assunzioni causali» integrate (p. 18). Nella tavola pubblicata, però, le assunzioni non si vedono: la legenda contempla tre soli tipi di elemento, e nessuna freccia reca una condizione, una probabilità o un’avvertenza. Le premesse che reggono ciascun passaggio — le più importanti da esplicitare, perché sono ciò che può risultare falso — restano nella testa di chi ha disegnato lo schema.
A questo si aggiunge l’ammissione già citata: «A questo stadio, la teoria del cambiamento manca di una base di analisi del problema fondata sui dati. Inoltre, le assunzioni causali, le attività e gli output devono essere sviluppati e verificati» (p. 29). E il piano per rimediarvi: «Raccogliere le prove esistenti per verificare le assunzioni […] aiuterà ad argomentare meglio presso i decisori politici e i donatori» (p. 30). Verificare, non mettere alla prova: raccogliere conferme per un quadro già adottato, allo scopo di persuaderne i finanziatori.
Un dettaglio tipografico, in sé trascurabile, riassume involontariamente la questione: nel diagramma che illustra il proprio metodo, il sesto e ultimo passaggio è etichettato «Casual assumptions» (p. 18) — assunzioni casuali anziché causali. In un documento la cui intera autorità poggia su un ragionamento di causa ed effetto, il refuso è passato inosservato a tredici organizzazioni promotrici e a un processo di validazione con sessantaquattro partecipanti.
A.7. Esiti che il settore non controlla
La tavola presenta tutti gli esiti sullo stesso piano grafico, come se fossero omogenei. Non lo sono. Alcuni dipendono da azioni che il settore compie direttamente: «i manager organizzano la gestione finanziaria, il flusso di cassa, il portafoglio di finanziamenti»; «le organizzazioni giornalistiche implementano piani, politiche e procedure»; «i ricercatori migliorano le metodologie». Sono obiettivi di formazione e assistenza tecnica, e il settore ha gli strumenti per perseguirli.
Altri esiti, collocati con identica evidenza, dipendono invece da attori i cui incentivi vanno nella direzione opposta: «le aziende tecnologiche compensano le organizzazioni giornalistiche per la diffusione dei loro contenuti con ritorni pubblicitari etici»; «le aziende tecnologiche condividono i dati utili alla Media Viability, comprese le prestazioni delle notizie negli algoritmi […] e le API aperte»; «il settore privato investe sempre più in media indipendenti senza comprometterne l’indipendenza». Sono i nodi da cui dipende la parte quantitativamente più rilevante della soluzione — è lì che stanno i ricavi migrati — e sono anche gli unici su cui il settore non ha alcuna leva se non la persuasione. La tavola non distingue fra ciò che si può fare e ciò che si può soltanto chiedere; non gradua le probabilità né segnala i punti di rottura. È una mappa senza scala di rischio, e questo è un limite serio in uno strumento destinato, per esplicita ammissione, a orientare la programmazione e la selezione dei partner.
A.8. Il pubblico come esito, mai come giudice
Nella tavola i lettori compaiono due volte, entrambe nel terreno dell’advocacy: «i pubblici riconoscono e difendono l’importanza del giornalismo indipendente e di qualità» e «i pubblici crescono e sostengono i media indipendenti moralmente e, se possibile, finanziariamente». La riserva è significativa; ma lo è di più la collocazione. Il sostegno del pubblico è concepito come esito di una campagna di sensibilizzazione — persuadere le persone che il giornalismo conta — e non come conseguenza di un prodotto che le persone giudichino degno di essere pagato.
Il terreno del sostegno tecnico contiene, è vero, esiti sulla qualità dei contenuti; ma nessuna freccia porta dalla qualità al sostegno del pubblico: le due catene corrono parallele e si incontrano solo nel nodo delle risorse. È la stessa asimmetria rilevata in §7.3 a proposito della sfiducia, e qui è visibile nella topologia dello schema: il lettore è una variabile da spostare, non un’istanza da cui apprendere.
A.9. Che cosa cambia nel giudizio sugli altri tre testi
La lettura del Manifesto e della sua tavola impone due aggiustamenti, in direzioni opposte.
Il primo lo conferma e lo rafforza. Fra gli esiti attesi della Theory of Change figura, testualmente, che «i decisori pubblici dispongano di prove solide riguardanti le dinamiche dell’ecosistema informativo e il valore di una stampa libera». Due anni dopo esce un documento intitolato The Value of Journalism, commissionato dal gruppo di lavoro sulla ricerca di questa stessa iniziativa e presentato sul sito del Manifesto come suo prodotto. Non si tratta di una ricostruzione ostile: la commessa è un riquadro dello schema. Ne segue che quel brief non va letto come una rassegna che ha cercato che cosa dicono le prove, ma come una rassegna incaricata di procurare le prove utili a un quadro già adottato — e dichiaratamente privo, al momento dell’adozione, di base empirica. Che il risultato sia, nel corpo del testo, prudente e per lo più corretto depone a favore delle autrici, non del dispositivo che lo ha commissionato.
Il secondo aggiustamento va verso la mitigazione. Nella recensione ho scritto che il lettore «ha diritto di saperlo», formula che implica un’informazione sottratta. Non è così: il fine è dichiarato nel Manifesto, ripetuto sul sito, disegnato nella tavola e stampato nel colophon del brief. Non c’è occultamento; c’è un problema di ricezione. Il momento in cui l’advocacy diventa impropria non è la produzione — un settore ha il diritto di argomentare la propria causa — ma la citazione a valle, quando quelle cifre vengono riprese come se provenissero da un osservatorio neutrale. È accaduto anche a me, nella prima stesura di questa recensione, prima di controllare le note.
Resta il dato sulla concentrazione della rete, già rilevato in §7.1 e ora documentabile con precisione: Laura Moore di DW Akademie è prima autrice del Manifesto e della sua Theory of Change, cura il coordinamento editoriale di The Value of Journalism e firma il contributo alla conclusione del World Trends Report; Saorla McCabe dell’IPDC-UNESCO compare nel coordinamento del brief e modera la presentazione del Manifesto a Bruxelles, dove l’intervento di apertura è affidato alla responsabile di «Diritti umani, genere e governance democratica» della DG INTPA, cioè della struttura della Commissione europea che eroga la cooperazione internazionale. La sede e l’interlocutore confermano, senza bisogno di interpretazione, chi sia il destinatario dell’argomento.
A.10. Bilancio
Vanno riconosciuti meriti reali. La distinzione viability/sustainability è un guadagno analitico, e l’ammissione che alcune testate non diventeranno mai sostenibili è più onesta di quanto il settore normalmente conceda. Il capitolo sui limiti (pp. 29-30) è specifico e non di maniera. Il rifiuto delle soluzioni uniformi è coerente e ripetuto. E nella prefazione Zoé Titus del Namibia Media Trust scrive: «Usiamolo strategicamente, sfruttandone le intuizioni dove sono applicabili e accantonandolo dove risulta insufficiente. […] Critichiamolo e sviluppiamolo» (p. 6). Poche pubblicazioni settoriali assumono questa posizione, e questa appendice, in un certo senso, accetta l’invito. Punti che vale la pena riprendere in un’altra recensione: Idee e letture. Un rapporto di International Media Support, tra futuro e presente del giornalismo.
