Idee e letture. Un rapporto di International Media Support, tra futuro e presente del giornalismo

Un rapporto di International Media Support sul programma europeo Pluralistic Media for Democracy. Cosa ci dicono studi recenti sul giornalismo attraverso quattro pubblicazioni.

Anni di luce di ombre e di specchi - effe
Anni di luce di ombre e di specchi (effe)

di Fabrizio Pinna. Problemi aperti e prospettive: proseguiamo la piccola rassegna critica iniziata con alcune pubblicazioni dell’Unesco e vediamo cosa ci dicono studi recenti sul giornalismo, media, pluralismo e democrazia attraverso altre quattro pubblicazioni, tutte online in formato digitale a libero accesso. Sono disponibili in varie lingue, ma non in italiano; qui prendo come riferimento le edizioni in inglese.

Sommario

1. Un rapporto che è anche una domanda di bilancio (IMS, 2026)

David Kardos e Clare Cook (con Ibrahim Ahmaid, Emma Lygnerud Boberg, Iryna Vidanava), Defending democracy with pluralistic local journalism, Copenhagen, IMS (International Media Support), agosto 2026, 22 pagine. Cofinanziato dall’Unione europea (EACEA). Licenza CC BY-SA 4.0. Le citazioni sono tradotte dall’inglese. (https://www.mediasupport.org/publication/defending-democracy-with-pluralistic-local-journalism/ ; è disponibile in varie lingue, ma non in italiano)

Chi ha letto la recensione delle tre pubblicazioni UNESCO uscita su queste pagine il 28 agosto — con l’appendice dedicata al Media Viability Manifesto — ritroverà qui un terreno familiare, e non per caso. Il rapporto pubblicato da International Media Support il 26 agosto 2026 proviene dallo stesso ambiente professionale: IMS è una delle tredici organizzazioni promotrici del Manifesto e ne ospita il sito; la prima firma del rapporto, Clare Cook, responsabile «Journalism and Media Viability» di IMS, è coautrice del Manifesto stesso. E nel capitolo sul valore economico del giornalismo locale il rapporto cita, come fonte principale, proprio The Value of Journalism di Bunce e Pearson, la rassegna commissionata dal gruppo di lavoro sulla ricerca del Manifesto. Il documento che segue è dunque, in senso stretto, un anello successivo della stessa catena: quello in cui il quadro concettuale, dopo essersi procurato le prove, arriva alla cassa.

Questo non lo squalifica. Lo colloca. Si tratta di un rapporto di programma: IMS ha attuato l’iniziativa Pluralistic Media for Democracy e ne riferisce gli esiti. È al tempo stesso — e lo dichiara — un intervento nel dibattito sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, il quadro finanziario 2028-2034. La prefazione lo dice senza giri di parole: il prossimo ciclo di politiche e finanziamenti «metterà alla prova il crescente riconoscimento europeo del valore democratico del giornalismo: se questo riconoscimento potrà tradursi in sistemi operativi di sostegno» (p. 3). Va quindi letto per quello che è: un documento che assolve due funzioni insieme, rendicontare e chiedere, e che va giudicato separatamente su ciascuna.

2. Il programma: le proporzioni reali

Prima di valutare le conclusioni conviene fissare le dimensioni dell’oggetto, che il rapporto fornisce con lodevole precisione. PM4D ha erogato 1,4 milioni di euro a 46 testate in 16 Paesi (14 dell’Unione, più Serbia e Bosnia-Erzegovina); il programma pilota che l’ha preceduto, Local Media for Democracy, aveva erogato 1,2 milioni a 42 progetti in 17 Paesi (p. 4). I fondi provengono dalla Commissione europea e dalla King Baudouin Foundation, l’erogazione è gestita da Journalismfund Europe, l’accompagnamento da IMS.

Ne segue una media di circa 30.400 euro per testata, per progetti durati «fra cinque e sei mesi, la maggior parte fino a nove» (p. 8). I beneficiari ammissibili avevano un fatturato annuo inferiore a 1,5 milioni di euro e redazioni fra i cinque e i quindici addetti. Il confronto più istruttivo è interno al documento stesso: l’intero fondo PM4D equivale grosso modo al fatturato annuo di una sola delle organizzazioni ammissibili al suo limite superiore. È una cifra che, distribuita su 46 redazioni europee, produce interventi utili e circoscritti — un ciclo di formazione, un’applicazione mobile, una serie di video, un’infrastruttura di raccolta dati.

Tenere a mente questa proporzione è necessario perché il rapporto, nelle conclusioni, attribuisce all’operazione effetti di sistema: sostiene di aver «contribuito a un panorama mediatico più resiliente e pluralistico in tutta Europa» (p. 13). Fra trentamila euro per nove mesi e la resilienza del panorama mediatico europeo corre una distanza che il testo non colma e nemmeno segnala.

3. Il problema come viene definito, e chi riesce a chiedere aiuto

Il rapporto poggia su una diagnosi che enuncia come acquisita: l’emergere in Europa dei «deserti informativi», comunità «prive di reportage locale affidabile» o dotate di canali che mancano di «giornalismo pluralistico, indipendente e responsabile» (p. 6). La fonte è la mappatura realizzata dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom nell’ambito del programma pilota LM4D. È una nozione utile e ormai corrente, ma il rapporto la adotta senza alcuna delle cautele che accompagnano il concetto nella letteratura — comprese quelle formulate dalla stessa rete che lo utilizza.

Vale la pena segnalarlo perché la cautela più pertinente si trova proprio in The Value of Journalism, cioè nel documento che questo rapporto cita come autorità: «Alcuni studiosi hanno messo in guardia contro un’attenzione eccessiva ai deserti informativi, perché rischia di idealizzare l’offerta storica di giornalismo locale, in parte di qualità scadente» (p. 3 di quel documento). L’osservazione conta, perché da essa dipende la natura del rimedio: se il problema è la scomparsa di un’offerta che era buona, la risposta è ricostituirla; se in parte non lo era, la questione diventa quale giornalismo locale valga la pena di finanziare, ed è una domanda che il rapporto non formula mai. Le quarantasei testate sostenute vengono descritte per ciò che hanno fatto — formati, pubblici, tecnologie — mai per la qualità di ciò che pubblicano.

Da questa impostazione discende un paradosso che il documento non affronta. Il programma dichiara di rivolgersi alle aree «dove il pluralismo mediatico è indebolito», cioè per definizione ai luoghi con meno capacità organizzativa; ma l’accesso passa per un bando europeo. Il rapporto stesso elenca con precisione gli ostacoli che ha dovuto rimuovere: webinar informativi in nove lingue, «sessioni individuali per migliorare la qualità delle candidature» con sviluppo dell’idea progettuale e consulenza sui bilanci, sessioni di riscontro dopo la selezione per spiegare i protocolli di punteggio e «sostenere candidature più forti al secondo turno» (p. 8).

Sono misure sensate, e la loro esistenza depone a favore dei progettisti. Ma segnalano anche che, senza quell’impalcatura, la domanda sarebbe stata inaccessibile ai destinatari dichiarati. E l’impalcatura non elimina la selezione: la sposta. Chi ottiene il finanziamento è comunque chi è riuscito a completare una procedura europea — cioè un’organizzazione dotata di qualcuno che possa dedicarvi giorni di lavoro. Un programma concepito per i deserti informativi seleziona, per costruzione, fra le oasi: le redazioni che stanno peggio, o che non esistono più, non compaiono nel campione né nelle percentuali. Il rapporto non discute questo effetto di selezione, che pure è il primo limite di generalizzabilità dei suoi risultati.

4. Dove sono andati i fondi

A pagina 5 il rapporto pubblica l’elenco nominativo delle quarantasei testate beneficiarie con il Paese di appartenenza: un atto di trasparenza non scontato, che consente una verifica indipendente della distribuzione. La ripartizione geografica riserva qualche sorpresa.

I due Paesi più rappresentati sono il Portogallo con sette progetti e la Polonia con sei; seguono Francia (cinque), Ungheria, Romania e Italia (quattro ciascuno), Slovenia (tre), poi Lettonia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Spagna (due), infine Finlandia, Belgio, Grecia, Serbia e Bosnia-Erzegovina con un progetto ciascuno. La presenza consistente in Ungheria, Polonia e Romania è coerente con gli obiettivi dichiarati, poiché sono contesti in cui la concentrazione proprietaria e la pressione politica sull’informazione locale sono documentate: su questo il programma ha centrato il bersaglio.

Meno commentabile, perché il rapporto non lo commenta affatto, è l’insieme dei Paesi assenti. Sedici Stati coinvolti significa che tredici Paesi dell’Unione non hanno ricevuto alcun sostegno, fra cui Germania, Svezia, Danimarca, Austria, Irlanda, Slovacchia, Croazia, Bulgaria, Estonia e Lituania. Può trattarsi di un esito delle candidature più che di una scelta di progettazione — il rapporto non fornisce dati sulle domande presentate e respinte, informazione che sarebbe stata preziosa e la cui assenza è una lacuna vera: senza il tasso di successo per Paese non è possibile distinguere fra una domanda che non è arrivata e una domanda che non è stata accolta.

Un ultimo dato emerge incrociando l’elenco con gli studi di caso. Quattro dei sette progetti portoghesi — Médio Tejo, Altominho, Postal do Algarve e Sul Informação — fanno capo alla collaborazione con un’unica società tecnologica di Faro, Dengun, che il rapporto presenta come caso esemplare (p. 16). L’esperienza è descritta in modo persuasivo e il modello — un fornitore tecnologico che conosce le redazioni invece di vendere soluzioni generiche — è probabilmente replicabile. Ma significa anche che circa il nove per cento dei progetti finanziati converge su un solo intermediario tecnico. È precisamente la dinamica contro cui il rapporto mette in guardia venti pagine dopo, quando chiede «solide garanzie per evitare qualunque concentrazione dell’assistenza fra attori già ben collegati» (p. 17). Il rilievo non toglie nulla al merito dei progetti; segnala che la concentrazione non è un rischio teorico ma una tendenza già osservabile all’interno del programma stesso.

5. Le percentuali e il loro denominatore

La sintesi iniziale è costruita su una serie di percentuali che costituiscono il principale contenuto probatorio del rapporto. Vale la pena riportarle come compaiono, perché l’effetto cumulativo è deliberato: «Oltre il 70 per cento delle organizzazioni partecipanti ha riferito una crescita di pubblico. A guardare più da vicino, altre statistiche sono altrettanto notevoli: il 63 per cento ha dimostrato un impatto misurabile sulla comunità, il 68 per cento ha introdotto nuovi formati, il 79 per cento ha rafforzato i canali diretti di coinvolgimento del pubblico e l’84 per cento ha sottolineato il valore dello sviluppo di competenze e dell’apprendimento fra pari» (p. 4).

Poche righe sopra, la stessa pagina ha dichiarato che il rapporto «raccoglie prove da 46 organizzazioni mediatiche in 16 Paesi europei». Il lettore associa naturalmente le percentuali a quel numero. A pagina 12, però, una nota a piè di pagina precisa:

«Questa analisi si basa sui 19 progetti realizzati nella prima coorte di PM4D, sulla base delle relazioni narrative finali e delle valutazioni d’impatto successive al progetto. Poiché la rendicontazione e la valutazione della seconda coorte (27 progetti) sono in corso al momento della stesura, i risultati qui presentati riflettono soltanto la prima coorte» (nota 21, p. 12).

Il denominatore, dunque, non è 46 ma 19. Tradotte in valori assoluti, le cifre della sintesi assumono un aspetto diverso: l’«84 per cento» corrisponde a circa sedici redazioni, il «79 per cento» a quindici, il «63 per cento» a dodici, il «più di un terzo» che ha diversificato i ricavi a sette. Sono numeri che possono benissimo indicare un programma ben condotto, ma non sostengono il registro statistico in cui vengono presentati: con diciannove casi si raccontano storie, non si producono percentuali a due cifre significative.

Il punto non è la correttezza formale — la nota c’è, ed è chiara — ma la collocazione. Chi legge la sola sintesi, cioè la quasi totalità dei destinatari istituzionali di un documento simile, ricava un’impressione di robustezza che il corpo del testo poi ridimensiona. È esattamente il meccanismo già osservato nel Value of Journalism, dove le cifre più deboli stavano in copertina e le cautele nelle note, e nel Manifesto, dove i «152 individui da 55 Paesi» si rivelavano un aggregato di eventi con sessantaquattro rispondenti effettivi. Tre documenti diversi, la stessa abitudine editoriale: promuovere in sintesi ciò che il testo qualifica.

6. Chi misura chi

La nota 21 rivela anche la natura della fonte: «relazioni narrative finali e valutazioni d’impatto successive al progetto». Sono cioè documenti prodotti dai beneficiari e destinati a chi li ha finanziati e accompagnati. La struttura è quella, ordinaria nella cooperazione, in cui l’attuatore valuta sé stesso attraverso i propri beneficiari: IMS ha selezionato le testate, le ha seguite con mentoring e formazione, ha fornito loro la metodologia di misurazione — il «IMS Impact Framework», usato dai partner «durante le riunioni di valutazione d’impatto di fine progetto» (p. 9) — e infine redige il rapporto sull’impatto.

Nessun passaggio è scorretto, e non c’è ragione di dubitare della buona fede di alcuno. Ma gli incentivi sono orientati in una sola direzione: una redazione di dieci persone che ha ricevuto trentamila euro e spera in una seconda tranche, e che compila una relazione finale destinata all’ente erogatore, non è un osservatore neutrale della propria trasformazione. Non esiste gruppo di controllo, non esiste valutatore indipendente, e le domande sono formulate da chi ha progettato l’intervento. In queste condizioni, che l’84 per cento dei partecipanti «sottolinei il valore» della formazione ricevuta è un dato la cui capacità informativa è modesta: sarebbe notevole il contrario.

Va detto che il rapporto, in un altro punto, riconosce il problema con una franchezza che alla sintesi manca. La nota 22, a pagina 13, avverte che i dati di audience provengono dalle testate stesse, che «il numero di testate varia dunque per ciascun indicatore» e — soprattutto — che «i risultati non possono essere attribuiti unicamente al sostegno di PM4D, poiché anche fattori esterni possono aver influenzato gli esiti». È la cautela metodologicamente corretta. Ed è in contraddizione aperta con il registro causale che il documento adotta altrove, dove «PM4D dimostra», «il programma ha contribuito», «i risultati mostrano».

7. Il conteggio e la grandezza

C’è poi una distinzione che il rapporto non evidenzia e che cambia sensibilmente la lettura. La sintesi comunica che «oltre il 70 per cento delle organizzazioni ha riferito una crescita di pubblico»: è un conteggio di organizzazioni, e dice quante testate hanno registrato un miglioramento qualsiasi. A pagina 13 compare invece la grandezza dell’effetto aggregato: «I dati combinati di audience sono cresciuti del 9,1 per cento».

Nove virgola uno per cento su cinque-nove mesi, misurato su metriche di sito e di piattaforma, senza gruppo di controllo e — per esplicita ammissione della nota 22 — senza poter escludere fattori esterni, è un risultato che rientra agevolmente nella normale oscillazione degli algoritmi di distribuzione. Può darsi che il programma abbia funzionato; il dato, da solo, non lo dimostra. La scelta di collocare in sintesi il conteggio («oltre il 70 per cento») e nel corpo la grandezza («9,1 per cento») non è neutra: la prima cifra suona come un successo diffuso, la seconda come un miglioramento marginale, e descrivono lo stesso fenomeno.

Anche qui, per equità, va registrato che il rapporto sa deflazionare sé stesso quando vuole: «la crescita del pubblico non genera automaticamente ricavi. Deve essere convertita attraverso prodotti e relazioni» (p. 13). È un’osservazione esatta e per nulla scontata in un documento che deve dimostrare risultati.

8. Le cifre che ritornano

Il capitolo sul valore economico del giornalismo locale (pp. 10-11) non presenta ricerche originali: riprende due fonti. La prima è The Value of Journalism di Bunce e Pearson, da cui il rapporto trae le due affermazioni più vistose: che «un dollaro speso in giornalismo può tradursi in oltre 100 dollari di risparmio per le casse pubbliche» e che «la disinformazione costa alle società fra i 350 e i 500 miliardi di dollari l’anno» (p. 11). La seconda è il Forum on Information and Democracy, da cui proviene il riquadro che elenca i benefici economici dei media di interesse pubblico (p. 11, nota 20).

Sono precisamente le due fonti la cui provenienza era stata ricostruita nella recensione precedente. Vale la pena richiamarne l’esito, perché qui quelle cifre vengono presentate come «ricerca globale» che stabilisce il valore economico del giornalismo:

Cifra ripresa dal rapportoFonte dichiarataProvenienza effettiva
1 dollaro rende oltre 100 dollariBunce e Pearson 2026Nota 5 di quel documento: autostima di OCCRP sul proprio operato, più studi di Hamilton sugli Stati Uniti. Caso d’eccellenza, selezione sui successi.
La disinformazione costa 350-500 miliardi l’annoBunce e Pearson 2026Nota 69 di quel documento: Sopra Steria 2026, società di consulenza. Stima non sottoposta a revisione tra pari.
Benefici economici dei media di interesse pubblicoForum on Information and Democracy 2025Organizzazione di advocacy, già fonte della stima dello 0,1% del PIL globale ripresa nel Value of Journalism.

Nessuna di queste riprese è illecita, e il rapporto cita correttamente. L’effetto complessivo, però, è che stime prodotte in sede di advocacy compiono un ulteriore passaggio verso lo statuto di fatto acquisito: nate in un documento di posizione, raccolte in una rassegna commissionata, sono ora argomento economico in un rapporto cofinanziato dall’Unione europea e indirizzato al negoziato sul prossimo bilancio. A ogni passaggio la fonte originaria si allontana di una nota.

9. La contraddizione centrale

Il problema logico più serio del rapporto non riguarda i dati ma l’architettura dell’argomento, e il documento non sembra accorgersene.

Da un lato, la sezione sull’impatto sostiene che PM4D ha funzionato: ha prodotto crescita di pubblico, nuovi formati, capacità organizzativa, diversificazione dei ricavi, cambiamenti che «proseguono oltre la durata delle singole sovvenzioni» (p. 13). Dall’altro, le raccomandazioni sostengono che il sostegno per progetti a breve termine non funziona: «Il sostegno progettuale di breve periodo resta utile per la sperimentazione ma non può essere il modello dominante per sostenere le funzioni di interesse pubblico. Il sostegno pluriennale al funzionamento ordinario dovrebbe diventare una componente normale dell’architettura di finanziamento» (p. 17).

Ma PM4D è sostegno progettuale di breve periodo: trentamila euro per cinque-nove mesi, erogati su bando, con rendicontazione a progetto. Il rapporto si trova così a dover sostenere due proposizioni difficilmente compatibili: che il proprio modello ha prodotto risultati notevoli, e che quel tipo di modello è strutturalmente inadeguato. Le due tesi servono a due funzioni diverse del documento — rendicontare e chiedere — e la loro convivenza è la traccia più chiara della doppia natura del testo.

Una via d’uscita esisterebbe, ed è quasi affiorante: sostenere che il valore di PM4D non sta nei risultati ottenuti ma in ciò che ha dimostrato essere possibile se accompagnato da mentoring, apprendimento fra pari e assistenza tecnica — cioè che la variabile decisiva non è la durata ma l’integrazione fra denaro e competenze. Il rapporto lo dice in più punti («il sostegno finanziario funziona meglio se combinato con conoscenza, mentoring, scambio fra pari», p. 6), ma non ne trae la conseguenza logica, che sarebbe una richiesta diversa: non più fondi dello stesso tipo, ma la stessa integrazione su scala e durata maggiori. La differenza non è retorica, perché implica strumenti amministrativi diversi.

10. I casi, e perché valgono più delle percentuali

La parte migliore del rapporto è quella che rinuncia alle statistiche. I cinque studi di caso (pp. 14-16) sono concreti, circostanziati e verificabili, e restituiscono ciò che un programma di questa scala può realisticamente produrre.

  • Naše Broumovsko, regione di confine ceco-polacca: ventimila abitanti divisi fra tre cittadine e quattordici villaggi. La redazione ha accoppiato giornalisti professionisti ad ex allievi di un corso per cronisti civici, producendo storie su operai, anziani, giovani e comunità rom, con letture superiori alla media.
  • Made in Perpignan: ventidue giovani fra i 18 e i 25 anni di quartieri svantaggiati e aree rurali formati alla produzione video; quattordici video hanno inaugurato il canale TikTok della testata, cresciuto di dieci volte dal settembre 2025. Il rapporto annota che il beneficio principale è stato per la redazione — cinque professionisti — che ha capito come i giovani consumano informazione.
  • Copwatch GR, Grecia: oltre cento persone formate e una piattaforma sicura per raccogliere, verificare, anonimizzare e archiviare materiale audiovisivo prodotto dai cittadini sulla condotta della polizia. La motivazione tecnica è la più interessante: finché i video «restano sparsi fra telefoni e social, gli episodi possono essere liquidati come casi isolati» (p. 15).
  • JAW.pl, Jaworzno (Polonia): moduli di intelligenza artificiale che scandagliano centinaia di fonti al giorno e isolano circa duecento potenziali spunti, liberando tempo per verifica e lavoro sul campo.

Il caso polacco merita una segnalazione particolare per una ragione che ha poco a che vedere con l’IA. Il rapporto racconta che «quando i primi contenuti generati dall’IA hanno danneggiato la visibilità nei motori di ricerca, JAW.pl ha introdotto supervisione editoriale, protocolli di umanizzazione e formazione basata sullo stile di scrittura dei propri giornalisti» (p. 16). È un fallimento parziale, raccontato come tale, in un documento che non aveva alcun obbligo di raccontarlo. Vale più di molte percentuali, perché è il tipo di informazione che un rapporto puramente promozionale ometterebbe.

Nello stesso registro si colloca l’osservazione, apparentemente minore, che «l’innovazione non finisce quando lo strumento è consegnato»: le nuove tecnologie comportano «nuove responsabilità interne per manutenzione, aggiornamenti, costi» (p. 16). Chiunque abbia visto morire un’applicazione sei mesi dopo il collaudo riconoscerà un sapere pratico che le sezioni strategiche del documento non contengono.

11. Le raccomandazioni: dove il rapporto sa davvero qualcosa

Le raccomandazioni occupano cinque pagine e si rivolgono a cinque destinatari distinti: istituzioni europee, progettisti di programmi e intermediari, finanziatori e investitori, media locali, ricercatori. Sono la parte del documento in cui l’esperienza dell’attuatore produce valore aggiunto reale, e vanno distinte in due categorie di qualità molto diversa.

Le raccomandazioni amministrative sono eccellenti, perché nascono da un sapere che nessun altro possiede allo stesso grado: chi ha gestito quarantasei micro-sovvenzioni verso redazioni di dieci persone sa esattamente dove il sistema si inceppa. «Procedure più leggere, candidature a due stadi come standard, regole di ammissibilità più chiare, rendicontazione proporzionata, prefinanziamento più alto e più rapido, ritardi di pagamento più brevi, requisiti di cofinanziamento differenziati» (p. 18). Sono indicazioni concrete, verificabili e a costo quasi nullo, e chiunque abbia visto una piccola testata rinunciare a un bando europeo per l’onere burocratico ne riconoscerà la fondatezza. Lo stesso vale per l’idea di servizi condivisi — cliniche legali, consulenza aziendale, cybersicurezza, strumenti di traduzione — che una singola redazione locale non può permettersi e un’infrastruttura settoriale sì.

Le raccomandazioni strategiche sono più fragili, perché consistono in larga misura nel chiedere più risorse attraverso i meccanismi che l’ente proponente contribuisce a gestire. Il rapporto raccomanda in particolare di espandere «i modelli di finanziamento intermediario e a cascata» (p. 17), cioè il dispositivo per cui un’organizzazione capofila redistribuisce piccole sovvenzioni ai beneficiari finali: esattamente il ruolo che IMS e Journalismfund Europe hanno svolto in PM4D. La raccomandazione può essere giusta — anzi, l’esperienza del programma è un argomento a suo favore — ma proviene da una parte interessata, e il testo non lo segnala.

Va però riconosciuto che il rapporto aggiunge, subito dopo, una clausola che pochi documenti di advocacy si impongono: l’espansione dei modelli a cascata va accompagnata da «solide garanzie per evitare qualunque concentrazione dell’assistenza fra attori già ben collegati» (p. 17). È l’autocritica precisa del rischio che il settore corre, formulata da chi quel rischio lo incarna. Non risolve il conflitto di interessi, ma dimostra che è visto.

12. Giudizio

Come rendiconto il rapporto è onesto nei dettagli e sovradimensionato nelle conclusioni. Pubblica l’elenco completo delle quarantasei testate beneficiarie, dichiara in nota il perimetro dei dati e i limiti di attribuzione, racconta un insuccesso tecnico, deflaziona da sé l’equazione fra pubblico e ricavi. Poi però confeziona una sintesi in cui diciannove casi diventano cinque percentuali, un incremento aggregato del 9,1 per cento diventa «oltre il 70 per cento delle organizzazioni», e trentamila euro per nove mesi diventano un contributo «a un panorama mediatico più resiliente e pluralistico in tutta Europa». La distanza fra il corpo e la vetrina è la stessa già misurata negli altri documenti di questo ambiente, e comincia ad apparire meno come una scelta editoriale che come una convenzione di settore.

Come documento di posizione è più efficace, e nelle sue parti amministrative è genuinamente competente: le raccomandazioni sulle procedure di accesso ai fondi europei sono il contributo più utile e più difendibile dell’intero testo, perché poggiano su un’esperienza diretta che i destinatari istituzionali non hanno. Se il negoziato sul bilancio 2028-2034 dovesse recepire soltanto il paragrafo 1.4, il rapporto avrebbe reso un servizio maggiore di quello che le sue statistiche riescono a giustificare.

Resta la domanda che il documento pone senza volerlo. Un programma da 1,4 milioni distribuiti in nove mesi a redazioni di dieci persone può produrre applicazioni, formazione, archivi civici e canali TikTok; non può produrre la sostenibilità economica del giornalismo locale europeo, e infatti il rapporto ammette che «la diversificazione dei ricavi può non essersi ancora tradotta in una crescita finanziaria significativa per tutte le organizzazioni» (p. 12). Se la diagnosi è corretta — se cioè molte funzioni democratiche del giornalismo non sono monetizzabili per definizione, come il rapporto sostiene fin dalla prefazione — allora nessun perfezionamento degli strumenti di sovvenzione le renderà sostenibili sul mercato, e la questione da porre è di natura diversa: quale forma di finanziamento pubblico stabile sia compatibile con l’indipendenza editoriale che si vuole proteggere. È il problema che l’intera letteratura di questo settore continua a costeggiare, e che questo rapporto, come i precedenti, lascia intatto.

Nota. I riferimenti di pagina rimandano all’edizione pubblicata del rapporto. Le verifiche sulla provenienza delle cifre economiche riprese al capitolo 8 sono state condotte sulle note di The Value of Journalism (note 5, 69 e 138) e sono esposte per esteso nella recensione «Idee e letture. Pubblicazioni UNESCO sul giornalismo e la libertà d’espressione», AlbengaCorsara News, 28 agosto 2026.

APPENDICE. Cosa ci dicono studi recenti sul giornalismo

Il rapporto recensito nelle pagine precedenti poggia su una letteratura che cita in nota e dà per acquisita. Questa appendice mette a fuoco tre studi recenti fra quelli richiamati, per verificare che cosa dicano davvero — e quanto ne sopravviva nel passaggio dalla ricerca all’argomento. Si comincia da quello che fornisce al rapporto PM4D la propria diagnosi di partenza.

A.1. «Uncovering news deserts in Europe» (CMPF, 2024)

Sofia Verza, Tijana Blagojev, Danielle Borges, Jan Kermer, Matteo Trevisan e Urbano Reviglio (a cura di), Uncovering news deserts in Europe. Risks and opportunities for local and community media in the EU, Centre for Media Pluralism and Media Freedom, Istituto universitario europeo, febbraio 2024, 229 pagine. Cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del progetto Local Media for Democracy. Licenza CC BY 4.0. (https://cadmus.eui.eu/entities/publication/35b0b836-0f98-5600-9ae9-a909a68acc0c ; https://doi.org/10.2870/741398)

È lo studio che il rapporto di IMS cita per stabilire l’esistenza dei «deserti informativi» in Europa. Conviene dire subito che si tratta di un lavoro di qualità e ambizione molto superiori all’uso sintetico che se ne fa a valle: ventisette capitoli nazionali affidati a ricercatori universitari nominati, quattro revisori dichiarati, una metodologia esposta per esteso e un apparato di limitazioni che l’autore di un documento di advocacy non scriverebbe mai. Il confronto fra questo studio e le due righe che lo riassumono altrove è, di per sé, istruttivo.

A.2. Una definizione deliberatamente ampia

Il concetto di news desert nasce negli Stati Uniti alla fine degli anni Duemila e ha, all’origine, un significato ristretto e numerabile: una comunità rimasta senza quotidiano locale. Lo studio del CMPF adotta invece una definizione sensibilmente più larga:

«Un deserto informativo è un’area geografica o amministrativa, o una comunità sociale, in cui è difficile o impossibile accedere a informazione sufficiente, affidabile e diversificata da media locali, regionali e comunitari indipendenti» (p. 5).

Lo spostamento è notevole e va compreso con precisione. Si passa da un criterio di assenza di offerta — verificabile contando le testate — a un criterio di inadeguatezza dell’offerta, che richiede di giudicare se l’informazione disponibile sia sufficiente, affidabile, diversificata e indipendente. Ne discende che un deserto informativo può esistere in un luogo saturo di media: è il caso, spiega lo studio, di aree in cui le testate esistono e raggiungono anche i centri più remoti ma sono «di proprietà dei comuni o di conglomerati concentrati e catturati», sicché «in pratica manca un’adeguata pluralità di contenuti e punti di vista» (p. 200).

Lo studio è consapevole della scelta e la difende esplicitamente: la metodologia «evita di considerare un deserto informativo semplicemente come un’area in cui non esistono media o ne esistono pochi, bilanciando questo criterio con altri elementi che incidono sulla qualità della copertura locale» (p. 200). L’argomento è solido, e in contesti come quello ungherese o polacco è addirittura necessario: contare le testate darebbe un’immagine falsamente rassicurante del pluralismo. Ma la scelta ha un prezzo, che lo studio non nasconde e che i suoi utilizzatori successivi tendono a ignorare: il deserto informativo cessa di essere un oggetto misurabile e diventa una valutazione esperta. Entrambe sono operazioni legittime; non sono la stessa operazione, e non sopportano lo stesso tipo di citazione.

A.3. Il metodo, e il problema che lo determina

La rilevazione non è un censimento ma un questionario strutturato: 55 variabili di natura giuridica, economica e socio-politica, raggruppate in sei indicatori — granularità dell’infrastruttura locale, mercato e diffusione, sicurezza dei giornalisti, indipendenza editoriale, inclusività sociale, buone pratiche — compilato dai ricercatori nazionali e rivisto dal CMPF (p. 6). L’impianto deriva dal Media Pluralism Monitor, che il centro conduce da un decennio.

La ragione di questa scelta è dichiarata con una franchezza che merita di essere citata testualmente, perché è il dato più importante dell’intero volume:

«Il risultato più significativo di questa ricerca è la mancanza di dati in diversi Paesi, in particolare per quanto riguarda i ricavi dei media locali e comunitari e i dati di raggiungimento del pubblico. Per questo gli esperti nazionali hanno valutato la situazione basandosi su altre fonti, come interviste con esperti e portatori di interesse, nonché rapporti di varie ONG e organizzazioni di ricerca» (p. 204).

Lo studio, in altri termini, dichiara che i dati necessari a misurare il fenomeno che ha il compito di mappare non esistono, e che il risultato è una stima esperta fondata su interviste e letteratura secondaria. La conclusione generale ne trae la conseguenza operativa: «per valutare adeguatamente la questione dei deserti informativi in Europa, occorrerebbe che questi dati fossero resi pubblici e accessibili» (p. 1). Il capitolo italiano offre un esempio concreto di che cosa questo significhi: due delle affermazioni più rilevanti — la variazione del numero di giornalisti e la situazione comparata di Calabria e Trentino Alto Adige — sono sostenute da «fonti anonime, interviste online fra maggio e settembre 2023» (p. 105).

Non è un rimprovero allo studio, che fa il possibile con ciò che esiste e lo dichiara. È però un avvertimento decisivo per chi lo cita: un lavoro che fonda le proprie valutazioni su interviste, in assenza di dati di mercato, non può essere invocato a valle come prova quantitativa dell’esistenza e dell’estensione dei deserti informativi. E questo è esattamente l’uso che ne viene fatto.

A.4. Un termine che in Europa quasi nessuno usa

La scoperta più controintuitiva del volume riguarda il suo stesso oggetto. Interrogati sul dibattito nazionale, i ricercatori riferiscono che l’espressione «deserti informativi» è in Europa sostanzialmente assente:

«Il dibattito sui deserti informativi non è realmente diffuso. Nella maggior parte dei casi tende a essere inesistente (per esempio in Bulgaria) oppure limitato occasionalmente a decisori politici, giornalisti, ONG o ricercatori (Portogallo, Spagna, Austria, Danimarca). […] È il termine deserti informativia non essere impiegato, mentre questioni simili o connesse relative ai media locali sono effettivamente dibattute in molti Paesi, se non nella maggioranza» (pp. 197-198).

Solo nei Paesi Bassi, in Irlanda e in Svezia esisterebbe un dibattito specifico. Altrove si discute di declino dell’informazione locale (Cechia), perdita di posti di lavoro (Finlandia), concentrazione proprietaria (Francia), riconoscimento dei media comunitari (Cipro), sostenibilità (Grecia, Belgio, Italia). Il capitolo italiano è netto: «In Italia non esiste un dibattito esplicito specificamente incentrato sui deserti informativi locali. Esiste una discussione più ampia sullo stato e sulla sostenibilità delle testate locali, ma termini come desertificazione o simili non sono comunemente usati in questo contesto» (p. 104).

Il rilievo non è pedanteria lessicale. Significa che lo studio importa una categoria americana in un dibattito europeo che ne usa altre, e che l’operazione — legittima e forse utile — produce un effetto retorico non neutro: parlare di «deserti» evoca l’immagine di un vuoto, mentre i problemi che i ricercatori nazionali descrivono sono in prevalenza di natura diversa, e cioè cattura politica, concentrazione proprietaria e insostenibilità economica di un’offerta che spesso è abbondante. Lo studio lo dice; la letteratura che lo cita conserva l’immagine e perde la distinzione.

A.5. Che cosa lo studio trova davvero

Chi si aspetti un catalogo di aree europee prive di informazione resterà sorpreso. I risultati sono differenziati e, in più punti, contrari all’aspettativa allarmistica.

  • Non tutti i Paesi hanno deserti. Austria e Danimarca «non hanno riferito alcun deserto informativo», pur essendo attesi in prospettiva se le difficoltà non verranno affrontate (p. 199). Il capitolo austriaco è esplicito: «secondo questa definizione, l’Austria non deve (ancora) confrontarsi con il fenomeno» (p. 8).
  • Il caso più grave è rurale e orientale. La Romania è l’unico Paese a registrare rischio molto alto nelle aree rurali, dove «non esistono quasi più testate locali»; cinque Paesi — Bulgaria, Cipro, Cechia, Slovacchia, Slovenia — segnano rischio alto (p. 200).
  • Le correlazioni attese non reggono. Il legame fra aree economicamente depresse e deserti informativi «ha dato risultati contrastanti»: presente in Spagna, Germania e Francia, assente in Portogallo, Danimarca, Bulgaria e a Riga. E gli autori aggiungono la cautela che manca ovunque a valle: «sostenere l’esistenza di una relazione causale richiederebbe ulteriore ricerca» (p. 198). Anche per la penetrazione di internet «è stata trovata al massimo una correlazione debole», e «perfino aree più ricche e con alta penetrazione di internet possono essere considerate, o rischiare di diventare, deserti informativi» (pp. 198-199).

Un’ultima osservazione, che gli autori formulano quasi di sfuggita, è metodologicamente acuta: «i Paesi in cui il dibattito è più sviluppato sembrano essere quelli che hanno ottenuto i punteggi migliori nel nostro esercizio di valutazione del rischio», e viceversa dove i media locali sono già deboli la ricerca è meno sviluppata (p. 198). È l’ipotesi che la misura possa dipendere in parte dalla capacità di osservare — cioè un possibile artefatto — e gli autori la segnalano invece di nasconderla.

A.6. Due risultati che il dibattito a valle non raccoglie

Fra le conclusioni dello studio ve ne sono due che meriterebbero, nella discussione europea sul finanziamento dell’informazione locale, molto più spazio di quanto ne ricevano.

Il primo riguarda i media municipali. In diversi Paesi dell’Europa centro-orientale il problema non è l’assenza di testate locali ma la loro proprietà: outlet posseduti dai comuni, distribuiti gratuitamente, che occupano il mercato e rendono insostenibile la concorrenza privata. In Slovacchia «il mercato dei giornali locali è distorto a causa del numero considerevole di media di proprietà municipale e di giornali commerciali distribuiti gratuitamente, che creano concorrenza sleale» (p. 207). Lo studio raccomanda perciò di «affrontare apertamente, anche sul piano legislativo, l’esistenza dei media municipali e il loro statuto», distinguendoli chiaramente dai media indipendenti nelle mappature (p. 203), e di considerare la loro «posizione economicamente privilegiata» come fattore di distorsione (p. 208). È una diagnosi che implica un rimedio opposto a quello abituale: dove il problema è un’offerta pubblica che soffoca quella indipendente, aggiungere sussidi può aggravarlo anziché risolverlo.

Il secondo riguarda la disponibilità del pubblico a pagare, ed è il dato che più direttamente investe l’intero dibattito sulla sostenibilità. La conclusione è categorica: «non vi è alcun Paese che registri rischio basso o molto basso per la variabile 29, relativa alla disponibilità a pagare per l’informazione locale» (p. 207). In tutti e ventisette gli Stati membri, cioè, la disponibilità a pagare va da problematica a gravemente insufficiente; in Romania solo il 16% degli intervistati è disposto a pagare per notizie online, e in Danimarca il pubblico «si aspetta che i media si finanzino con la pubblicità».

Se questo dato è corretto — ed è raccolto in ventisette Paesi da ricercatori indipendenti — ne discende una conseguenza che nessuno dei documenti di advocacy esaminati finora affronta: per il giornalismo locale di interesse pubblico non esiste, allo stato, un mercato. Non si tratta di un problema di modelli di business da perfezionare, di competenze da trasferire o di formati da innovare; è l’assenza strutturale di una domanda solvibile. La questione che ne deriva è di natura politica e riguarda quale forma di finanziamento pubblico stabile sia compatibile con l’indipendenza editoriale — e va notato che lo studio, a differenza dei documenti settoriali, una proposta concreta la formula: «l’introduzione di imposte dirette sulla pubblicità digitale, il cui gettito sia destinato agli stipendi o ai compensi dei giornalisti locali» (p. 208).

A.7. Il caso italiano

Il capitolo italiano, curato da Andrea Mangani dell’Università di Pisa, merita attenzione perché smentisce l’immagine del deserto proprio mentre ne documenta le premesse. La preoccupazione principale, scrive, «non risiede nel numero puro e semplice delle testate, ma piuttosto nella loro sostenibilità finanziaria» (p. 104). Anzi, per i quotidiani online «esiste una sovrabbondanza di testate informative, concentrate soprattutto nelle aree urbane», il che «comporta il rischio di lasciare le aree rurali senza copertura adeguata» (p. 105). Il problema italiano, in altre parole, è di distribuzione e di qualità, non di vuoto: molta offerta dove il mercato pubblicitario esiste, poca dove non esiste.

Il dato più impressionante è però occupazionale: «il numero dei giornalisti dei media locali è diminuito di circa il 50% dal 2008-2009», con una riduzione particolarmente marcata nelle aree rurali e nei piccoli centri urbani, e un probabile aumento dei freelance e dei non registrati (p. 105). Le differenze territoriali sono nette — il Trentino Alto Adige è adeguatamente servito, la Calabria è in «situazione critica» — e la RAI, pur obbligata alla copertura nazionale con ventuno sedi regionali, non compensa il divario. L’indicatore di granularità colloca l’Italia a rischio medio, 46%.

A.8. Giudizio sul primo studio

È il documento più solido fra quelli esaminati in questa e nella precedente recensione, e per una ragione strutturale: non deve dimostrare nulla a un finanziatore. Nasce da un centro universitario, impiega ricercatori nazionali con nome e affiliazione, dichiara il proprio metodo, espone le proprie incertezze, riporta risultati che contraddicono l’ipotesi di partenza e si astiene dal proclamare nessi causali che i dati non reggono. Che sia anch’esso cofinanziato dall’Unione europea, e nell’ambito dello stesso programma da cui discende PM4D, rende il contrasto più interessante: la committenza comune non ha prodotto la stessa disinvoltura, il che suggerisce che la variabile decisiva non sia chi paga ma il genere del documento e le regole professionali di chi lo scrive.

I suoi limiti sono quelli che dichiara: assenza di dati primari, dipendenza da valutazioni esperte, impossibilità di stabilire relazioni causali, fotografia non aggiornabile senza monitoraggio continuo. Chi lo cita dovrebbe citarne anche questi. Il rapporto PM4D lo richiama due volte, correttamente, per la definizione in due parti — comunità senza informazione affidabile, e comunità apparentemente ricche di informazione ma prive di giornalismo indipendente — che riproduce con fedeltà. Ciò che non riporta è tutto il resto: che il termine in Europa non si usa, che i dati per misurarlo mancano, che le correlazioni con povertà e connettività non reggono, che in vari Paesi il problema è la presenza di media pubblici locali e non la loro assenza, e che in nessuno dei ventisette Stati il pubblico è disposto a pagare per l’informazione locale.

È la stessa asimmetria osservata in tutta questa letteratura, ma qui si vede meglio che altrove, perché la fonte è a portata di mano e dice cose precise. Il passaggio dalla ricerca all’argomento non falsifica nulla: seleziona. E ciò che viene selezionato è invariabilmente la premessa che giustifica l’intervento, mentre ciò che viene lasciato indietro è l’insieme delle avvertenze che ne renderebbero più incerta la progettazione.

A.9. «Facts not Fakes» (OCSE, 2024)

OCSE, Facts not Fakes: Tackling Disinformation, Strengthening Information Integrity, OECD Publishing, Parigi, marzo 2024, 141 pagine. Redatto da Craig Matasick, Nuria Villanova e Liudas Zdanavicius per la Divisione Anticorruzione e integrità nel governo della Direzione della governance pubblica; approvato e declassificato dal Comitato per la governance pubblica il 29 febbraio 2024. (https://www.oecd.org/en/publications/facts-not-fakes-tackling-disinformation-strengthening-information-integrity_d909ff7a-en/full-report.html)

Il rapporto di IMS lo cita in nota come riferimento «per il più ampio quadro dell’integrità dell’informazione». È la terza fonte concettuale della catena esaminata finora — dopo il Media Viability Manifesto per la sostenibilità e lo studio del CMPF per i deserti informativi — e ha di nuovo un genere diverso dai precedenti: non è né una rassegna scientifica né un documento di settore, ma un inventario di politiche pubbliche prodotto da governi per governi. Il dato non è formale, perché determina sia i pregi sia i rischi del documento: nessuno conosce meglio degli Stati quali dispositivi abbiano istituito, e nessuno è meno indipendente nel valutarne l’opportunità.

Una notazione preliminare sulla collocazione istituzionale, che è essa stessa una scelta interpretativa: il rapporto nasce nella divisione che all’OCSE si occupa di anticorruzione e integrità nel governo. La disinformazione viene cioè trattata come un problema di integrità delle istituzioni pubbliche, non come un problema di libertà di stampa o di mercato dei media. È una scelta legittima e per certi versi feconda — sposta l’attenzione dai contenuti alle strutture — ma orienta silenziosamente tutto ciò che segue.

A.10. La mossa fondativa: i governi non sono arbitri della verità

Il documento è consapevole di camminare su un crinale, e lo dichiara nella sintesi iniziale con una frase che vale come criterio di lettura dell’intero volume: «È necessario agire per contrastare la minaccia posta dalla disinformazione crescente; al tempo stesso, questa azione non deve condurre a un maggiore controllo dell’informazione nelle nostre democrazie» (p. 9).

Da qui discende la mossa teorica principale, enunciata nel titolo stesso del paragrafo 1.3: il ruolo dei governi è «rafforzare l’integrità dell’informazione anziché concentrarsi sui contenuti». La formulazione è netta: «Poiché non è compito dei governi governare l’informazione o fungere da arbitri della verità, un approccio complessivo per introdurre pesi e contrappesi nell’ecosistema informativo deve andare oltre il contrasto alla sola disinformazione. L’obiettivo è piuttosto che i governi creino le condizioni per un ecosistema informativo che salvaguardi l’integrità dell’informazione» (p. 16).

A sostegno, il rapporto richiama esplicitamente contro sé stesso la giurisprudenza dei diritti umani: «gli organismi delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno sottolineato che criminalizzare la disinformazione è incompatibile con il diritto alla libertà di espressione» (p. 17), e osserva che la regolazione dei contenuti «legali ma dannosi» è «intrinsecamente problematica». Sono affermazioni che un documento intergovernativo non era obbligato a includere, e che delimitano il campo con maggiore rigore di quanto facciano molti testi della società civile.

Vi si aggiunge un realismo raro: «Mantenere le libertà civiche fondamentali e un internet aperto significa che la disinformazione non scomparirà mai del tutto» (p. 16). È l’ammissione che una quota di falsità è il prezzo strutturale della libertà, e non un’anomalia da eliminare — posizione che contrasta con il registro eliminatorio di gran parte della letteratura di advocacy, dove la disinformazione figura come patologia da estirpare a costi quantificabili.

Notevole, infine, l’onestà sul concetto stesso che dà il titolo al quadro. Il rapporto riconosce che «integrità dell’informazione» è un termine mutuato da altri campi — sistemi informativi, gestione dei dati, cybersicurezza — dove designa la protezione contro «modifiche o distruzioni improprie» del contenuto, e ammette che «le definizioni in questi campi non sono interamente applicabili agli ecosistemi informativi nelle democrazie» (p. 16). È la stessa nozione che nel rapporto UNESCO figurava come principio organizzatore senza alcuna genealogia: qui se ne dichiara la natura di prestito metaforico.

A.11. Il metodo, e ciò che può dire

La nota metodologica è collocata alla fine del capitolo IV e va letta prima di tutto il resto (p. 134). Il capitolo sull’architettura istituzionale — il cuore empirico del volume — si basa su un questionario, «Institutional architecture and governance practices to strengthen information integrity», somministrato a ventiquattro Paesi membri (l’elenco nominativo ne riporta ventitré) e compilato «da autorità governative» fra aprile e settembre 2023. Il rapporto avverte che «riflette lo stato delle cose a settembre 2023» — cioè, in un campo che esso stesso descrive come in mutamento accelerato, una fotografia già datata al momento della pubblicazione.

Ne segue una delimitazione precisa di ciò che il documento è in grado di stabilire. Può dire con buona attendibilità quali dispositivi i governi abbiano creato, perché su questo gli Stati sono la fonte migliore. Non può dire se quei dispositivi funzionino, perché nessuno li ha valutati e perché il valutatore coinciderebbe con il valutato. Il rapporto lo riconosce e ne fa una raccomandazione: i governi «devono assicurare che le loro politiche siano coordinate, fondate su prove e regolarmente valutate per misurarne l’efficacia» (p. 10) — formulazione che, letta con attenzione, ammette che oggi in larga misura non lo sono.

Il documento si autodefinisce del resto «una prima valutazione di riferimento» (a first baseline assessment, p. 9), non uno studio di impatto. È una descrizione corretta, e chi lo cita dovrebbe rispettarla: Facts not Fakes è un catalogo ragionato, non una dimostrazione di efficacia.

A.12. Il catalogo delle istituzioni, e il suo lato d’ombra

Buona parte del volume consiste in una rassegna di organismi statali creati per agire sullo spazio informativo: l’Agenzia svedese per la difesa psicologica, il servizio francese di vigilanza contro le interferenze digitali straniere, il Global Engagement Center statunitense, il gruppo lettone di coordinamento sulla sicurezza dello spazio informativo, il centro lituano di gestione delle crisi, la Commissione nazionale cilena contro la disinformazione, i gruppi interministeriali tedeschi, il Dipartimento per l’informazione e l’editoria italiano. Ventuno riquadri, in prevalenza dedicati ad architetture nazionali di questo tipo.

Qui si apre la tensione che il rapporto dichiara ma non risolve. Un documento che avverte contro «un maggiore controllo dell’informazione» è anche, materialmente, il censimento più completo disponibile degli apparati statali per la gestione dell’informazione. I due contenuti non si contraddicono — creare un’agenzia di analisi delle interferenze straniere non equivale a censurare — ma convivono senza che il testo fornisca il criterio per distinguere i casi. E il criterio servirebbe, perché il catalogo è per costruzione esportabile: le stesse architetture, trapiantate dove manchino controllo giurisdizionale e stampa libera, cambiano funzione.

Il punto è illustrato bene da un riquadro particolare. Il rapporto presenta il Foreign Agents Registration Act statunitense del 1938 come strumento «applicato alla lotta contro la disinformazione», e annota con favore che «i procedimenti penali contro soggetti che non si sono registrati sono aumentati» (p. 55); analogamente valorizza lo schema australiano di trasparenza sull’influenza straniera. Nel merito l’argomento è difendibile: obbligare chi agisce per conto di un governo straniero a dichiararlo è una misura di trasparenza, non di censura, e negli Stati Uniti opera sotto controllo giudiziario.

Va però registrato che il World Trends Report dell’UNESCO — recensito nell’articolo precedente e citato dal rapporto PM4D accanto a questo — annovera precisamente l’etichetta di «agente straniero» fra le tecniche con cui Stati e attori non statali colpiscono i giornalisti, «dipingendoli come diffusori di notizie false e in alcuni casi bollandoli come agenti stranieri» (p. 33). Le due affermazioni non sono incompatibili: la differenza non sta nello strumento ma nell’ambiente istituzionale che lo applica. È esattamente questa distinzione, però, che nessuno dei due documenti formula, e che un lettore delle due fonti insieme deve ricostruire da sé.

A.13. Due ammissioni che valgono più di molte raccomandazioni

Sparse nel volume vi sono due riconoscimenti che, per chi abbia letto la letteratura di advocacy sullo stesso tema, hanno un peso considerevole.

Il primo riguarda la misurazione dell’efficacia degli aiuti ai media: «l’impatto è misurato in modo insufficiente, e le opportunità di sviluppare strategie e valutazioni congiunte fra donatori nei Paesi partner restano in larga misura inesplorate» (p. 47). A sostegno il rapporto cita uno studio USAID del 2023 che rileva «un grave squilibrio» nelle prove disponibili: «l’80% degli studi individuati è stato condotto nel Nord globale», il che rende arduo trarre conclusioni su ciò che funziona altrove (p. 47).

È la medesima limitazione che Bunce e Pearson dichiarano a proposito della propria rassegna. Due documenti prodotti da istituzioni diverse, con committenze diverse, convergono dunque sullo stesso punto: la base di prove su cui poggia l’intero settore è ristretta, sbilanciata geograficamente e poco valutata. Quando due fonti indipendenti concordano su un limite, il limite è reale — ed è tanto più significativo che questo rilievo non compaia mai nei documenti che quelle prove utilizzano per chiedere finanziamenti.

Il secondo riguarda la fiducia, ed è un dato che il rapporto ricava dalla propria indagine: secondo l’OECD Trust Survey 2021 solo il 41,4% degli intervistati dichiara fiducia nel proprio governo nazionale, e una quota identica — il 41,4% — dichiara di non fidarsi dei mezzi d’informazione (p. 16). Il rapporto ne trae una conclusione che merita di essere sottolineata perché rovescia l’ordine causale abituale: la domanda di contenuti ingannevoli «spesso riflette minacce più ampie alla democrazia», e occorre perciò «rafforzare la fiducia nelle istituzioni parallelamente alla lotta contro la disinformazione». La disinformazione, in altri termini, è trattata anche come sintomo di una sfiducia preesistente e non solo come sua causa — ipotesi che, come ho osservato recensendo le pubblicazioni UNESCO, altrove non viene mai formulata.

A.14. Dove il cerchio si richiude

Il rapporto PM4D cita l’OCSE come autorità terza rispetto alle proprie fonti di settore. La ricognizione dei ringraziamenti mostra un quadro un po’ diverso: fra le organizzazioni che hanno contribuito alla bozza figura il Forum on Information and Democracy (p. 4), cioè la stessa organizzazione di advocacy da cui proviene la stima dello 0,1% del PIL globale ripresa in The Value of Journalism, il riquadro economico del rapporto PM4D e — con tre titoli distinti — la bibliografia del capitolo IV di questo stesso volume. Nel riquadro 4.16 il rapporto dedica inoltre una scheda all’International Partnership for Information and Democracy promosso dal Forum.

Analogamente, fra i progetti di cooperazione citati come buone pratiche compare quello finanziato da GIZ e Unione europea nei Balcani occidentali, i cui partner attuatori sono DW Akademie e Internews Europe (p. 47): DW Akademie è l’editore del Media Viability Manifesto e cocommittente di The Value of Journalism. E il rapporto valorizza il Media Pluralism Monitor del CMPF (p. 42), cioè lo strumento da cui deriva la metodologia del primo studio esaminato in questa appendice.

Nessuno di questi collegamenti è occulto o improprio: sono le organizzazioni che in Europa si occupano professionalmente della materia, ed è normale che ricorrano. Ma la conseguenza va tratta, ed è la stessa già registrata a proposito delle pubblicazioni UNESCO: le tre autorità che il rapporto PM4D allinea come conferme convergenti non sono indipendenti fra loro. Un lettore che veda citati in nota, uno accanto all’altro, l’OCSE, il CMPF e la rassegna commissionata da DW Akademie e UNESCO ha l’impressione di tre verifiche separate; in realtà osserva un ambiente professionale ristretto che, attraverso generi editoriali diversi, elabora e rilancia un medesimo insieme di premesse.

A.15. Giudizio sul secondo studio

È il documento più equilibrato dei quattro esaminati fin qui sul piano dei principi, e il meno utile sul piano delle prove — e le due cose sono connesse. Proprio perché deve essere approvato da ventiquattro governi con sensibilità diverse in materia di libertà d’espressione, il testo è costretto a un’accuratezza dichiarativa che i documenti settoriali possono permettersi di trascurare: da qui la rinuncia esplicita al ruolo di arbitro della verità, il richiamo alla giurisprudenza contro la criminalizzazione della disinformazione, l’ammissione che in una società libera la falsità non sparirà. Sono acquisizioni non banali, e chi teme la deriva censoria delle politiche contro la disinformazione troverà in Facts not Fakes argomenti a proprio favore più che contro.

Lo stesso vincolo, però, produce un catalogo di dispositivi statali privo di un criterio per distinguere quelli compatibili con una democrazia liberale da quelli che non lo sono: elencare accanto, senza gerarchia, un’agenzia di alfabetizzazione mediatica finlandese, un’agenzia di difesa psicologica svedese e l’applicazione penale di una legge sugli agenti stranieri significa consegnare al lettore un repertorio, non una dottrina. E il repertorio, a differenza della dottrina, viaggia.

Resta il contributo più solido, che è di ordine concettuale: aver stabilito che il compito dei governi riguarda le condizioni dell’ecosistema informativo e non i suoi contenuti. È un principio che permette di valutare le politiche concrete — e, applicato retroattivamente, giudica con severità diverse iniziative che pure il volume ospita nei propri riquadri. Anche in questo caso, come per lo studio del CMPF, la fonte è più prudente di chi la cita: PM4D richiama l’OCSE per accreditare il quadro dell’integrità dell’informazione, non per ricordare che secondo quel medesimo quadro l’impatto degli aiuti ai media «è misurato in modo insufficiente».

A.16. «Digital News Report 2025» (Reuters Institute)

Nic Newman con Amy Ross Arguedas, Craig T. Robertson, Rasmus Kleis Nielsen e Richard Fletcher, Reuters Institute Digital News Report 2025, Reuters Institute for the Study of Journalism, Università di Oxford, giugno 2025, 171 pagine. Indagine condotta da YouGov fra metà gennaio e fine febbraio 2025 in 48 mercati su sei continenti. Quattordicesima edizione. (https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/sites/default/files/2025-06/Digital_News-Report_2025.pdf)

È la fonte empirica primaria dell’intera catena esaminata in questa e nella precedente recensione. Il Courier dell’UNESCO vi attinge per l’evitamento delle notizie; The Value of Journalism per l’affermazione che le testate affidabili restano il primo luogo a cui i cittadini si rivolgono per verificare una notizia; lo studio del CMPF per la disponibilità a pagare in Romania; il rapporto PM4D per i comportamenti di consumo. Diversamente da tutti gli altri documenti del corpus, non è né un quadro concettuale né un inventario di politiche né una rassegna di letteratura: è un’indagine campionaria che produce dati propri. Merita perciò il posto conclusivo di questa appendice, perché è il livello a cui tutti gli altri, in ultima istanza, rimandano.

Un dato di provenienza va registrato subito, non perché getti ombra sul lavoro ma perché il criterio applicato agli altri documenti va applicato anche a questo. Lo sponsor principale è la Google News Initiative, e fra i sostenitori figura YouTube, accanto a BBC News, Ofcom, l’autorità irlandese Coimisiún na Meán, l’autorità olandese CvdM, NHK, Edelman UK e altri (p. 5). La letteratura di settore che abbiamo esaminato chiede con insistenza che le piattaforme compensino gli editori per il valore che ne estraggono; la base di dati su cui quella richiesta poggia è finanziata in prima linea da una piattaforma. Il Reuters Institute lo dichiara apertamente in prefazione, pubblica il metodo e rilascia i dati per il riuso: non c’è nulla di opaco. Ma il fatto è rilevante quanto la committenza di The Value of Journalism, e va detto con la stessa franchezza.

A.17. Una metodologia che dichiara i propri limiti

La nota metodologica (p. 6) è il modello che gli altri documenti del corpus non raggiungono. Vi si legge che i campioni sono costruiti con quote nazionalmente rappresentative per età, genere e regione, con quote di istruzione in tutti i mercati tranne cinque e quote politiche in circa un terzo; che i dati sono ponderati su basi censuarie. E poi, senza attenuazioni, i limiti:

  • Copertura. «Poiché usiamo sondaggi online, la nostra attenzione resta sui Paesi ad alta penetrazione di internet» (p. 5). Dove la penetrazione è bassa, «le differenze fra popolazione online e popolazione nazionale saranno ampie», e occorre cautela nei confronti fra mercati.
  • Non rappresentatività dichiarata. «I dati di India, Kenya, Nigeria e Sudafrica sono rappresentativi dei giovani anglofoni e non della popolazione nazionale […] I risultati non devono essere considerati nazionalmente rappresentativi in questi Paesi» (p. 6). In Kenya e Nigeria il campione è limitato ai 18-50 anni.
  • Assenza di margine d’errore. Il campionamento non probabilistico «rende impossibile calcolare un margine d’errore convenzionale»; differenze di due punti percentuali o meno «è molto improbabile che siano statisticamente significative» e non vengono commentate.
  • Natura del dato. «I sondaggi rilevano comportamenti autodichiarati, che non sempre riflettono i comportamenti effettivi, per via di distorsioni e di memoria imperfetta […] gli aggregati riflettono l’opinione pubblica, non la realtà oggettiva» (p. 6).

Quest’ultima avvertenza è decisiva per l’uso a valle. Quando un documento di settore scrive che «il 70% delle organizzazioni ha riferito una crescita di pubblico» o che «i cittadini si rivolgono alle testate affidabili per verificare le notizie», sta riportando ciò che le persone dicono di fare. È un’informazione preziosa sulle percezioni e sulla fiducia dichiarata; non è una misura di comportamento. Il Reuters Institute lo scrive; chi lo cita, di norma, no.

A.18. Fiducia stabile, e nessuna disponibilità a pagare

Due risultati del 2025 meritano di essere isolati perché correggono, ciascuno in una direzione diversa, il quadro che la letteratura di advocacy dà per acquisito.

Il primo riguarda la fiducia: «la fiducia complessiva nelle notizie (40%) è rimasta stabile per il terzo anno consecutivo», pur restando quattro punti sotto il picco della pandemia (p. 11). Stabile, non in caduta. È un dato che va accostato a quello, molto più cupo, che il World Trends Report dell’UNESCO riprendeva dall’Edelman Trust Barometer — sette persone su dieci convinte che i giornalisti inganni­no deliberatamente il pubblico. Le due rilevazioni usano strumenti, campioni e domande diversi e producono immagini incompatibili; la letteratura tende a citare la seconda, che descrive una crisi, e a trascurare la prima, che descrive una stagnazione. Nemmeno il 40% è un dato confortante, ma «stabile da tre anni» e «crollo della fiducia» non sono la stessa diagnosi e non implicano le stesse politiche.

Il secondo riguarda il pagamento, ed è il più importante dell’intera appendice: «la quota di chi paga per qualsiasi notizia online resta stabile al 18% in un paniere di venti Paesi più ricchi — con la maggioranza ancora soddisfatta delle offerte gratuite» (p. 11). La forbice fra mercati è ampia: Norvegia 42%, Svezia 31%, Stati Uniti 20%, Grecia e Serbia 7%, Croazia 6%.

Questo dato converge con quello, ricavato per via del tutto indipendente, dello studio del CMPF: in nessuno dei ventisette Stati membri la disponibilità a pagare per l’informazione locale è valutata a rischio basso. Due metodologie diverse — un’indagine su panel online in venti Paesi ricchi, una valutazione esperta in ventisette — arrivano alla stessa conclusione. Quando due fonti indipendenti che non hanno interesse a concordare concordano, il risultato va preso sul serio: per l’informazione digitale, e a maggior ragione per quella locale, la domanda solvibile è marginale e non sta crescendo.

A.19. Chi il pubblico ritiene responsabile

Un risultato meno citato riguarda l’attribuzione delle colpe. Alla domanda su quali siano le fonti sottostanti di informazione falsa o fuorviante, gli intervistati indicano a pari merito «gli influencer e i personaggi online» (47%) e «i politici nazionali» (47%). E in diversi Paesi il secondo gruppo prevale nettamente: negli Stati Uniti e in Spagna i politici sono considerati la minaccia principale dal 57% degli intervistati, e altrettanto in buona parte dell’Europa orientale (p. 11).

Il rilievo è pertinente perché la letteratura esaminata concentra la propria attenzione sulle piattaforme, sull’intelligenza artificiale e sugli attori stranieri — le tre categorie attorno a cui ruotano il rapporto UNESCO, il quadro OCSE e le raccomandazioni di PM4D. Il pubblico interpellato indica invece, con la stessa frequenza, i politici del proprio Paese. È una diagnosi che implica rimedi diversi da quelli abitualmente proposti, e che nessuno dei documenti di settore raccoglie: la trasparenza degli algoritmi e l’etichettatura dei contenuti sintetici non incidono su una fonte di disinformazione che è interna, legittima e istituzionale.

Va segnalato per completezza che il dato più favorevole al giornalismo professionale è confermato: le testate affidabili, comprese quelle di servizio pubblico, restano «il luogo più frequentemente indicato a cui le persone dicono di rivolgersi per verificare se qualcosa è vero o falso online», accanto alle fonti ufficiali governative (p. 11). Su questo punto la citazione che ne fa The Value of Journalism è fedele.

A.20. Le notizie locali: il capitolo che cambia il quadro

Il capitolo di Richard Fletcher sulle notizie locali (pp. 43-47) è, per chi abbia letto il rapporto PM4D, il testo più istruttivo dell’intero corpus, perché fornisce sulla domanda di informazione locale i dati che a quel rapporto mancano.

Il primo risultato riguarda che cosa il pubblico cerchi davvero. Nella media di 45 mercati, nell’ultima settimana il 49% ha consultato notizie locali generiche (cronaca, incidenti), il 38% attività e cultura locali, il 37% servizi informativi (orari dei mezzi, meteo). E la politica locale? «Solo un terzo (32%) ha dichiarato di aver consultato informazioni su politica e amministrazione locale nell’ultima settimana, nonostante questa sia spesso indicata come la funzione più importante dei media locali» (p. 43). Circa il 20% non consulta con regolarità alcuna informazione sulla propria area.

È il dato che l’argomento del giornalismo locale come «infrastruttura democratica» deve affrontare e che invece nella letteratura di settore non compare mai: la funzione di controllo del potere locale, quella che giustifica il finanziamento pubblico, è la meno consumata fra quelle che i media locali offrono. Il rilievo non demolisce l’argomento — la deterrenza, come si è visto, opera anche con pochi lettori, purché i potenziali sorvegliati sappiano che qualcuno guarda — ma sposta il fondamento: la giustificazione non può poggiare sulla domanda, perché la domanda per quella specifica funzione è minoritaria.

Il secondo risultato spiega l’economia del settore meglio di qualunque documento programmatico. Confrontando quali fonti il pubblico consideri migliori per ciascun tipo di informazione locale, emerge che i media d’informazione restano preferiti per la politica locale (+16), le notizie (+13) e gli annunci (+10), mentre le piattaforme prevalgono per attività e cultura (−6), servizi (−11) e compravendite (−23) — «tutti ambiti un tempo dominati dai media locali» (p. 45). Fletcher ne trae la spiegazione: le piattaforme hanno conquistato l’informazione commoditizzata, quella per cui «è difficile immaginare che si possa avere una qualità migliore o maggiore profondità su una strada chiusa o una deviazione dell’autobus».

Il giornalismo locale ha dunque perduto le rubriche commercialmente redditizie — annunci, servizi, compravendite — che storicamente sussidiavano quelle civicamente preziose e commercialmente deboli, cioè cronaca e politica locale. Non è un problema di qualità del prodotto né di competenze digitali: è la rottura di un sussidio incrociato. Detto altrimenti, nessuna quantità di formazione su podcast, newsletter o video verticali può ricostituire un modello economico che si reggeva su ciò che le piattaforme fanno meglio e gratis. È una conclusione che il rapporto PM4D, che di formazione e formati si occupa, non trae mai.

Il terzo risultato ridimensiona l’importazione del concetto di deserto informativo. Fletcher ricorda i «più di 3.000 quotidiani locali chiusi negli Stati Uniti dal 2005», ma aggiunge subito: «una delle ragioni per cui il declino negli Stati Uniti è così ampio è che i media locali vi occupavano una posizione di dimensione e forza inusuali», mentre «in alcune regioni, come parti dell’Asia, i media locali non hanno mai goduto di questo status» e nei Paesi nordici editori come Amedia «hanno superato la tempesta della transizione digitale e oggi gestiscono attività redditizie fondate in parte sui ricavi digitali dai lettori» (p. 43). La desertificazione americana è cioè la caduta da un picco eccezionale, non un destino universale — il che corrobora, per via indipendente, quanto rilevato dallo studio del CMPF sull’inadeguatezza del termine al contesto europeo.

A.21. Giudizio sul terzo studio, e conclusione dell’appendice

È il documento metodologicamente più solido dei cinque esaminati fra questa recensione e la precedente, e per ragioni opposte a quelle del rapporto OCSE: non deve far approvare nulla a nessun governo, produce dati propri, li pubblica con licenza di riuso e ne dichiara i limiti con una precisione che rende agevole capire che cosa non si possa concludere. I suoi vincoli restano quelli dichiarati — panel online, comparabilità limitata fuori dai Paesi ad alta connettività, comportamenti autodichiarati — ed è per questo tanto più notevole che i documenti che lo citano ne riprendano abitualmente le cifre e mai le avvertenze.

Le tre pubblicazioni messe a fuoco in questa appendice appartengono a tre generi diversi — una mappatura accademica, un inventario intergovernativo, un’indagine campionaria — e hanno in comune una caratteristica: sono tutte più caute, più circoscritte e meno conclusive dell’uso che ne fa la letteratura che le cita. Lo studio del CMPF dichiara che i dati per misurare i deserti informativi non esistono; l’OCSE dichiara che l’impatto degli aiuti ai media non è misurato e che l’80% delle prove viene dal Nord globale; il Reuters Institute dichiara che i propri dati riflettono opinioni e non comportamenti. Nessuna di queste tre avvertenze compare nei documenti che le utilizzano per argomentare richieste di finanziamento.

Su un punto, però, le tre fonti convergono in modo che merita di essere isolato, perché è l’unica conclusione che questa lettura incrociata autorizza a considerare solida. Il CMPF rileva che in nessuno dei ventisette Stati membri la disponibilità a pagare per l’informazione locale è soddisfacente; il Reuters Institute misura una quota di paganti ferma al 18% nei venti Paesi più ricchi, con «la maggioranza ancora soddisfatta delle offerte gratuite»; e Fletcher mostra che il pubblico consulta poco proprio la funzione — il controllo del potere locale — su cui si fonda la rivendicazione democratica del settore. Ne discende che il problema del giornalismo locale di interesse pubblico non è di natura imprenditoriale: non esiste una domanda solvibile sufficiente, e non la si crea con la formazione, i formati o l’innovazione tecnologica.

Questa è, in fondo, la stessa conclusione a cui giungeva il Media Viability Manifesto quando ammetteva che «alcune testate potrebbero non diventare mai sostenibili», e che il rapporto PM4D lascia cadere quando trasforma un programma da trentamila euro a testata in una dimostrazione di sostenibilità raggiungibile. La questione che ne consegue — quale forma di finanziamento pubblico stabile sia compatibile con l’indipendenza editoriale — non è tecnica ma politica, e nessuno dei documenti esaminati la affronta. Le tre pubblicazioni di questa appendice, che non sono state scritte per rispondervi, forniscono però gli elementi per porla nei termini corretti.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

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