Attualità | di Fabrizio Pinna. Ad Albenga la sicurezza non è mai stata soltanto sicurezza. È stata, a seconda delle stagioni, promessa elettorale, accusa all’amministrazione in carica, rivendicazione di presidio, denuncia di degrado, richiesta di telecamere, invocazione di più forze dell’ordine, scontro sul confine tra dati reali e percezione collettiva. Negli ultimi vent’anni, da Antonello Tabbò a Riccardo Tomatis, il tema ha accompagnato quasi ogni passaggio politico rilevante della città, cambiando linguaggio ma non uscendo mai davvero dalla scena.
La sequenza amministrativa aiuta a leggere questa continuità. Nel 2005 viene eletto sindaco Antonello Tabbò; nel 2010 arriva Rosy Guarnieri, la cui amministrazione si interrompe con il commissariamento del Comune; nel 2014 viene eletto Giorgio Cangiano; nel 2019 Riccardo Tomatis conquista il Comune al ballottaggio e nel 2024 viene riconfermato al primo turno. È dentro questa linea, più che dentro singoli episodi di cronaca, che va collocato il dibattito sulla sicurezza urbana ingauna.
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I luoghi che ritornano
Il primo elemento che colpisce è la ricorrenza dei luoghi. Viale Pontelungo, il centro storico, la stazione, le zone dei locali, le aree di margine tra residenza, commercio e passaggio: la geografia della sicurezza ad Albenga è rimasta sorprendentemente stabile. Già nell’autunno 2009, durante l’amministrazione Tabbò, Pontelungo era al centro di polemiche da parte di residenti e commercianti; la risposta del Comune passava per sopralluoghi, incontri pubblici, telecamere, illuminazione e vigili di quartiere. La cronaca di allora parlava di quindici telecamere distribuite tra Porta Mulino, viale 8 Marzo, via del Roggetto, piazza Nenni e zona del liceo, insieme al potenziamento dell’illuminazione pubblica. Erano parte del nuovo sistema di videosorveglianza che nel 2009 collegò per la prima volta una rete di 78 telecamere, dando seguito al “Patto territoriale per la sicurezza” stipulato l’anno precedente. Il sindaco cercava di tenere insieme due esigenze: ascoltare le denunce e impedire che diventassero “esasperato allarmismo”.
Qui nasce uno schema che Albenga non ha più abbandonato. Da una parte il cittadino che chiede presenza visibile, controllo, ordine quotidiano. Dall’altra l’amministratore che deve riconoscere il disagio senza consegnare la città a una rappresentazione di emergenza permanente. È una tensione difficile, perché nella sicurezza urbana i fatti contano, ma la percezione pesa quasi quanto i fatti. Non solo lo spaccio o la microcriminalità, ma una strada buia, un gruppo che bivacca, una rissa notturna, un portone sporco o una panchina occupata possono diventare, per chi vive quel luogo ogni giorno, il segno di una rinuncia dello Stato. Per l’amministrazione, invece, il rischio è che ogni episodio diventi prova generale di un fallimento complessivo.
La stagione Guarnieri: sicurezza e identità politica
Con l’amministrazione Guarnieri, eletta nel 2010, il tema assume una torsione più esplicitamente politica. La sicurezza diventa terreno identitario del centrodestra, intrecciata a ordine pubblico, immigrazione, ordinanze, decoro e controllo degli spazi. Nel 2014, quando Guarnieri si ricandida dopo la caduta dell’amministrazione, proprio la sicurezza viene indicata come uno dei fronti più delicati: era stata cavallo di battaglia nel 2010, ma veniva rimessa in discussione dagli avversari per i risultati ritenuti insufficienti. In quella campagna elettorale, Giorgio Cangiano attacca l’idea che l’ordine pubblico si possa garantire con “demagogia e promesse sensazionalistiche”, mentre Guarnieri replica contestando la lettura di un aumento dei reati e spostando il discorso sul terreno della percezione, della presenza sul territorio e delle politiche nazionali sull’immigrazione. (AlbengaCorsara News)
Quel passaggio è importante perché mostra il salto dalla “sicurezza come intervento locale” alla “sicurezza come racconto politico”. Non si discute più soltanto di illuminazione, pattuglie o telecamere. Si discute di quale idea di città si voglia affermare. Per una parte politica, Albenga appare come luogo da proteggere da degrado, illegalità e presenza irregolare. Per l’altra, il rischio è che il problema venga drammatizzato e trasformato in propaganda. Nel mezzo restano i cittadini, spesso poco interessati alle distinzioni teoriche: vogliono poter rincasare, aprire un negozio, abitare un quartiere, frequentare una piazza senza sentirsi soli.
Il passaggio alla programmazione
La campagna del 2014 introduce però anche un’altra parola chiave: programmazione. L’incontro con il criminologo Stefano Padovano, richiamato in quei giorni dal centrosinistra, contiene un passaggio che ancora oggi conserva una certa attualità: Albenga non veniva descritta come una città fuori controllo, ma come una città che doveva “invertire la tendenza”, evitando il clima allarmistico e lavorando su investimenti, dati, formazione e coordinamento.
Padovano ricordava anche che le telecamere, da sole, non bastano se non sono inserite in una politica di sicurezza ragionata; citava il caso di impianti poco utili in alcune frazioni e criticava le ordinanze “fantasiose” più adatte alla propaganda che alla soluzione dei problemi.
Cangiano: luce, tecnologia e spazio pubblico
La stagione di Cangiano prova a spostare il baricentro dalla risposta simbolica alla risposta infrastrutturale. Il contratto del 2019 con Engie per la pubblica illuminazione è emblematico: non viene presentato solo come intervento energetico, ma come operazione con impatto sulla sicurezza. L’accordo prevede più di 5 milioni di euro di investimento, nuovi corpi illuminanti a LED, aree prima poco illuminate e un’estensione della videosorveglianza con nuove telecamere e pali intelligenti. La sicurezza, qui, non è più soltanto pattuglia o ordinanza: diventa luce, tecnologia, manutenzione urbana, qualità dello spazio pubblico. (AlbengaCorsara News)
Questo non elimina le polemiche, ma cambia il lessico. Si comincia a parlare di sicurezza integrata, di polizia locale, di videosorveglianza, di riqualificazione, di collaborazione istituzionale. Non è un caso che il quadro nazionale, dopo il decreto-legge 14/2017 convertito nella legge 48/2017, definisca la sicurezza urbana come bene pubblico legato alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche con recupero delle aree degradate, prevenzione della criminalità, coesione sociale e patti sottoscritti tra prefetto e sindaco. È la cornice che negli anni successivi diventerà centrale anche per Albenga. Sono anche anni di nuove cooperazioni tra le forze dell’ordine e di riorganizzazione per le polizie locali che intensificano i rapporti intercomunali.
Tomatis: sicurezza coordinata e difesa dell’immagine della città
Con Riccardo Tomatis il tema assume una forma ancora diversa. Nel 2020, all’inizio del suo primo mandato, dopo atti vandalici nella notte di Capodanno, l’amministrazione respinge la rappresentazione di una città in crisi permanente. Il presidente del CIV e l’assessore Mauro Vannucci parlano di miglioramento del centro storico, di sinergia tra Comune e commercianti, di attività congiunte dell’Ufficio unico di polizia giudiziaria e sicurezza urbana. Tomatis ringrazia forze dell’ordine e polizia locale e sostiene che Albenga sia cambiata in meglio, pur senza minimizzare gli episodi. (AlbengaCorsara News: Sicurezza ad Albenga? “Basta boicottare la nostra città”)
È una posizione tipica di chi governa: riconoscere il problema, ma non lasciare che il problema diventi identità della città. L’opposizione, al contrario, tende a rovesciare l’argomento: se il problema esiste, allora l’amministrazione non ha fatto abbastanza; se l’amministrazione parla di percezione, allora starebbe minimizzando; se chiede aiuto a Prefettura e Governo, allora scaricherebbe responsabilità.
La sicurezza diventa così il tema perfetto per la polemica locale, perché consente a ciascuno di parlare a un sentimento reale senza dover sempre dimostrare, con dati comunali solidi e comparabili, la reale evoluzione dei fenomeni.
Il nodo dei dati: provincia, città, percezione
Gli indicatori disponibili, infatti, sono spesso provinciali o nazionali, e vanno usati con cautela. La classifica 2024 del Sole 24 Ore collocava la provincia di Savona al quattordicesimo posto per indice di criminalità, con 4.313,4 denunce ogni 100 mila abitanti, segnalando posizioni alte per lesioni dolose, danneggiamenti, furti con scasso, furti con destrezza, reati informatici, rapine in pubblica via, truffe e stupefacenti. Ma questi dati fotografano la provincia, non la singola città, e lo stesso Sole 24 Ore ricorda che le classifiche si basano sui delitti denunciati all’autorità giudiziaria dalle forze di polizia, rapportati alla popolazione residente.
Il punto politico, però, non sta solo nei numeri. Sta nella distanza tra dato e vissuto. Una provincia può avere un certo tasso di denunce; un quartiere può vivere una concentrazione di disturbo, spaccio, bivacco, risse o degrado; un cittadino può percepire quella concentrazione come prova che la città sia peggiorata. La sicurezza urbana è proprio questo campo intermedio: non coincide con la grande criminalità, ma nemmeno con il semplice fastidio. È fatta di soglie, ripetizioni, orari, luoghi sensibili, convivenze difficili.
I tavoli in Prefettura e la nuova fase istituzionale
Negli ultimi anni Tomatis ha scelto sempre più la via del coordinamento istituzionale. Nel novembre 2024 il Tavolo per l’ordine pubblico e la sicurezza si tiene in Prefettura su richiesta del sindaco, a quasi un anno dalla firma del Patto per la sicurezza. Al centro ci sono disagio, disturbo della quiete pubblica, presidio costante, cooperazione tra forze dell’ordine e polizia locale, interventi mirati sui soggetti ritenuti più pericolosi.
Nell’ottobre 2025 un nuovo tavolo in Prefettura rilancia lo stesso schema: collaborazione più stretta tra forze dell’ordine e polizia locale, zone sensibili, presidio notturno dopo l’una, rinnovo del Patto per la sicurezza, educazione alla legalità nelle scuole. (AlbengaCorsara News)
Ma proprio questa scelta alimenta una nuova polemica. Se il sindaco chiede più presenza allo Stato, l’opposizione può accusarlo di arrivare tardi o di scaricare su Roma ciò che avrebbe dovuto affrontare prima.
Il 2026: presidio del territorio e scontro politico
Nell’aprile 2026, dopo un episodio vicino ai locali al confine tra Alassio e Albenga, Tomatis chiede un presidio più serrato, soprattutto nelle ore notturne e nel periodo estivo, quando la polizia locale non è in servizio. Nello stesso intervento cerca di evitare generalizzazioni sui giovani, distinguendo pochi comportamenti violenti dalla maggioranza dei ragazzi che vivono il divertimento in modo rispettoso.
La risposta politica arriva subito. Roberto Crosetto, presidente del circolo di Fratelli d’Italia Albenga e Valli Ingaune, contesta al sindaco una lettura ritenuta tardiva e comoda: risse, furti, spaccio e degrado, sostiene, non sarebbero problemi comparsi all’improvviso né attribuibili al Governo nazionale. La sicurezza, nella sua replica, non si garantirebbe con comunicati o scaricabarile, ma con coerenza, presenza sul territorio e sostegno alle forze dell’ordine.
È l’ultima versione di una disputa antica. Tabbò doveva difendersi dall’accusa di sottovalutare Pontelungo. Guarnieri aveva costruito una parte della propria identità politica sulla promessa di fermezza, salvo poi essere attaccata sui risultati. Cangiano aveva provato a spostare il discorso su programmazione, dati e infrastrutture. Tomatis si muove dentro la cornice dei patti, dei tavoli prefettizi, della collaborazione interforze, ma viene incalzato su tempestività e concretezza.
La continuità del problema
Intanto, gli stessi luoghi tornano. Pontelungo, già al centro delle polemiche nel 2009 (e ancor prima), riemerge periodicamente come quartiere-simbolo della distanza tra intervento pubblico e senso di abbandono percepito dai residenti. È quasi un ritorno circolare: gli strumenti cambiano, gli amministratori cambiano, il linguaggio politico cambia, ma la mappa emotiva della sicurezza resta in larga parte la stessa.
La continuità non significa che nulla sia cambiato. Sono cambiati gli strumenti: più telecamere, più illuminazione, patti per la sicurezza, tavoli prefettizi, coordinamenti operativi. È cambiato il quadro normativo, che oggi lega la sicurezza urbana a decoro, vivibilità, inclusione, prevenzione e videosorveglianza. È cambiato anche il modo in cui le amministrazioni parlano del problema: meno proclami isolati, più riferimento a reti istituzionali.
Tuttavia è rimasto identico il nodo politico: chi governa deve dimostrare di non sottovalutare; chi si oppone deve evitare di trasformare ogni episodio in prova definitiva del disordine.
La domanda vera
Per questo, un breve saggio sulla sicurezza ad Albenga negli ultimi vent’anni non può concludere stabilendo semplicemente chi avesse o abbia ragione. La domanda vera è un’altra: perché la città torna ciclicamente a discutere degli stessi luoghi, degli stessi orari, degli stessi strumenti e delle stesse accuse?
La risposta sta probabilmente nella natura stessa di Albenga: città storica e commerciale, esteso centro agricolo e turistico, luogo di residenza e di passaggio, con frazioni, quartieri sensibili, movida stagionale, centro antico, stazione, piana e periferie urbane. Una città così non può affidare la sicurezza a una sola leva.
Oltre lo slogan
Da Tabbò a Tomatis, il dibattito dice che telecamere e illuminazione servono, ma non bastano; che il presidio delle forze dell’ordine è essenziale, ma non può sostituire manutenzione urbana e lavoro sociale; che i dati sono indispensabili, ma non cancellano il vissuto dei residenti; che la percezione può essere manipolata, ma non per questo va liquidata come fantasia.
La sicurezza ad Albenga, più che un’emergenza intermittente, è una questione strutturale di governo urbano. Chi la riduce a slogan la impoverisce. Chi la minimizza la perde. Chi la affronta solo dopo la polemica arriva tardi.
(In)conclusione: il nome politico della fiducia
Il filo degli ultimi vent’anni è in fondo qui: Albenga non discute soltanto di reati, ma di fiducia. Fiducia nelle istituzioni, nella presenza dello Stato, nella capacità del Comune di tenere insieme centro e quartieri, residenti e commercianti, giovani e famiglie, decoro e libertà, prevenzione e vita pubblica.
La sicurezza, alla fine, è diventata il nome con cui la città parla della propria fragilità più profonda: il bisogno di non sentirsi abbandonata nei luoghi in cui vive ogni giorno.
