La sanzione del pubblico: Anatomia di 1285 commenti al «caso Bonaccini»

Anatomia di 1.285 commenti al «caso Bonaccini» sulla pagina Facebook di un giornale locale. Analisi del contenuto di un corpus rilevato il 30 agosto 2026 sulla pagina di IVG.it, in relazione al post con l’intervista integrale a Stefano Bonaccini registrata ad Albenga il 24 agosto 2026. Saggio di scienza politica.

Stefano Bonaccini

di Fabrizio Pinna. Il 24 agosto 2026, nel corso di un’intervista rilasciata alla testata online IVG.it durante un’iniziativa del circolo albenganese del Partito Democratico, il presidente del PD Stefano Bonaccini ha descritto il consenso alle destre europee come «il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente». Un frammento del video è stato estratto, diffuso senza attribuzione della fonte e rilanciato dalla pagina Facebook della presidente del Consiglio, generando una controversia nazionale.

Oggetto di questo saggio è una cosa sola: i 1.285 commenti materialmente leggibili sotto il post originario della pagina Facebook di IVG.it alla data del 30 agosto 2026. Non vi si analizza la controversia nazionale — né le dichiarazioni dei leader di partito, né quelle degli esponenti politici locali, provinciali e regionali che vi sono successivamente intervenuti — e non vi si prende in esame, se non come premessa necessaria a interpretare la ricezione, la fondatezza empirica della proposizione contestata. Il confronto fra l’intervista integrale e la clip di ventisette secondi effettivamente circolata consente di misurare l’operazione che ha generato il caso.

Sommario

Abstract

Il 24 agosto 2026, nel corso di un’intervista rilasciata alla testata online IVG.it durante un’iniziativa del circolo albenganese del Partito Democratico, il presidente del PD Stefano Bonaccini ha descritto il consenso alle destre europee come «il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente». Un frammento del video è stato estratto, diffuso senza attribuzione della fonte e rilanciato dalla pagina Facebook della presidente del Consiglio, generando una controversia nazionale.

Oggetto di questo saggio è una cosa sola: i 1.285 commenti materialmente leggibili sotto il post originario della pagina Facebook di IVG.it alla data del 30 agosto 2026. Non vi si analizza la controversia nazionale — né le dichiarazioni dei leader di partito, né quelle degli esponenti politici locali, provinciali e regionali che vi sono successivamente intervenuti — e non vi si prende in esame, se non come premessa necessaria a interpretare la ricezione, la fondatezza empirica della proposizione contestata.

Il confronto fra l’intervista integrale e la clip di ventisette secondi effettivamente circolata consente di misurare l’operazione che ha generato il caso: il montaggio ha soppresso la domanda dell’intervistatore, la frase con cui la risposta si apriva — quella che inquadrava il fenomeno come processo di scala occidentale — e i ventuno secondi conclusivi, nei quali l’intervistato assumeva la responsabilità del problema e indicava una proposta su lavoro, scuola e sanità pubbliche. La clip conserva poco più della metà della risposta, tagliata a entrambe le estremità, e ne inverte la funzione retorica: da autocritica con proposta ad accusa all’elettorato. Nel corpus, cinquanta commenti reagiscono al segmento conservato e due al segmento soppresso — benché il video integrale fosse pubblicato sullo stesso post.

Il corpus viene inoltre sottoposto a codifica quantitativa (frequenze lessicali, tassonomia argomentativa, dieci categorie di delegittimazione, campione sistematico per la valenza) e a lettura qualitativa. Ne emergono quattro risultati. Primo: la sezione commenti non è un luogo di deliberazione ma di sanzione — l’89% dei testi non contiene alcuna forma di argomentazione e il 78,4% non menziona né la persona del politico né alcun contenuto di policy, riducendosi a puro segnale di appartenenza. Secondo: la reazione alla frase riproduce esattamente la struttura che la frase denuncia, poiché il contrattacco più frequente consiste nel contestare il titolo di studio dell’enunciatore, cioè nell’accettarne la premessa. Terzo: la voce minoritaria non è assente ma è strutturalmente reattiva — è favorevole a Bonaccini il 36,4% delle risposte in thread contro l’1,9% dei commenti di primo livello. Quarto: nello spazio di commento di quel post l’area di riferimento della testata — i comuni della provincia di Savona — pesa il 2,0%, e il luogo dell’evento l’1,7%, contro il 9,0% dedicato al bilancio amministrativo dell’Emilia-Romagna: la redazione ha prodotto il fatto, ne ha perso il controllo e ha ricevuto in cambio, su quel singolo post, un pubblico privo di qualunque prossimità con il proprio territorio.

Parole chiave: polarizzazione affettiva; inciviltà politica online; frattura educativa; tirannia del merito; sfera pubblica digitale; giornalismo locale; nazionalizzazione della politica.

1. Introduzione: perimetro di un caso

Il 24 agosto 2026, in piazza Trincheri ad Albenga, nel corso dell’iniziativa «Costruiamo l’alternativa» promossa dal circolo albenganese del Partito Democratico, il presidente nazionale del PD Stefano Bonaccini rilascia un’intervista al giornalista Nicola Seppone di IVG.it, quotidiano online con sede a Pietra Ligure che copre i comuni della provincia di Savona. Spiegando la difficoltà del centrosinistra a intercettare il consenso popolare, Bonaccini inserisce in un ragionamento sulle trasformazioni elettorali occidentali — con riferimento a Trump, alla Brexit, a Le Pen, a Meloni — una proposizione destinata a staccarsi dal proprio contesto: «È il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente».1

Nei giorni successivi il frammento viene estratto dal video pubblicato dalla testata, ricaricato su altre pagine senza attribuzione della fonte e infine rilanciato dalla pagina Facebook della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che replica sostenendo che gli italiani «votano a destra perché noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano». Nel giro di poche ore la frase diventa oggetto di dichiarazioni di leader nazionali e di una copertura giornalistica diffusa; Bonaccini precisa in televisione che l’affermazione era «estrapolata da un ragionamento più complessivo» e aveva natura statistica e non valutativa.2

Il perimetro di questo saggio va fissato con precisione, perché la vicenda ne consentirebbe almeno tre diversi e questo ne percorre uno solo. Non ci si occupa della polemica nazionale: né dello scambio fra i leader di partito, né delle prese di posizione degli esponenti politici locali, provinciali e regionali che vi sono intervenuti nei giorni seguenti, né della copertura giornalistica che ne è derivata. Non ci si occupa, come oggetto, della fondatezza empirica della proposizione: essa sarà discussa al § 7.1 nella misura in cui serve a capire perché la ricezione sia stata quella che è stata, e non un grammo di più — stabilire se e in che senso il titolo di studio predica il voto in Italia richiederebbe dati individuali e un disegno di ricerca del tutto diverso da quello qui adottato.

Ci si occupa invece di ciò che è accaduto a valle, e più precisamente di ciò che è tornato indietro: i commenti apparsi sotto il post originario della pagina Facebook di IVG.it, cioè sul canale della redazione che aveva prodotto il contenuto. Alla rilevazione del 30 agosto 2026 quel post — la pagina conta 160.585 follower — registrava 45.714 visualizzazioni, 1.027 reazioni e 1.442 commenti.3

La scelta dell’oggetto non è di comodo. Una sezione di commenti sotto il post di una testata è un artefatto sociale opaco: non è un campione della popolazione, non è un sondaggio, non è nemmeno — come si vedrà — una conversazione. È però un documento primario di ciò che accade quando un enunciato politico entra nell’infrastruttura comunicativa contemporanea e vi si dissolve. Bourdieu avvertiva già mezzo secolo fa che «l’opinione pubblica non esiste» nella forma in cui i sondaggi la costruiscono, perché essi presuppongono che tutti abbiano un’opinione, che tutte le opinioni si equivalgano e che vi sia consenso sulle domande da porre.4 Un corpus di commenti spontanei viola tutte e tre le assunzioni in modo diverso e istruttivo: nessuno ha chiesto nulla a nessuno, le prese di posizione hanno peso comunicativo radicalmente diverso, e la «domanda» a cui si risponde è stata riscritta lungo il percorso.

La domanda di ricerca è dunque triplice. Che cosa fa un pubblico digitale quando gli si offre lo spazio per rispondere a un enunciato politico? Quali risorse argomentative mette in campo, e quali no? Che rapporto ha, quel pubblico, con il territorio a cui il medium ospitante si rivolge? Le tre domande convergono su una quarta, che è propriamente di scienza politica: se la sezione commenti sia in qualche misura assimilabile a una sfera pubblica, sia pure degradata, o se non sia piuttosto un dispositivo di natura diversa, che va descritto con altre categorie.

L’ipotesi che qui si argomenta è la seconda. Il corpus non documenta una discussione: documenta l’esercizio collettivo di una funzione sanzionatoria. Rosanvallon ha proposto di leggere una parte crescente dell’attività politica contemporanea non come partecipazione al governo ma come controdemocrazia, cioè come organizzazione permanente della sfiducia attraverso poteri di sorveglianza, di interdizione e di giudizio.5 I 1.285 commenti qui esaminati sono, nella quasi totalità, esercizio di un potere di giudizio: non chiedono, non propongono, non negoziano. Emettono un verdetto e lo ripetono.

2. Nota metodologica

Il corpus è costituito dai commenti materialmente visibili e trascrivibili sotto il post video pubblicato dalla pagina Facebook di IVG.it, rilevati il 30 agosto 2026, cinque giorni dopo la pubblicazione. La trascrizione è stata sottoposta a parsing automatico secondo la struttura ricorrente autore, testo, marcatore temporale, con eliminazione delle etichette di interfaccia («Fan più attivo», «Fan emergente», «Altro…», «Vedi meno») e delle ripetizioni di intestazione del post.

L’operazione ha restituito 1.285 commenti attribuibili a 1.136 autori distinti. La pagina dichiarava 1.442 commenti: il tasso di copertura è dunque dell’89,1%. Lo scarto è imputabile al caricamento progressivo dell’interfaccia, alla moderazione, alla cancellazione da parte degli autori e alla soppressione automatica di contenuti segnalati. Nessuna delle inferenze proposte in questo saggio dipende dai 157 commenti mancanti, ma è opportuno tenere presente che la selezione operata dalla moderazione agisce plausibilmente proprio sui contenuti più estremi: le stime di inciviltà qui presentate vanno perciò lette come limiti inferiori.

Ogni commento è stato caratterizzato lungo cinque dimensioni. Prima: dimensioni formali (lunghezza in caratteri, uso del maiuscolo integrale, punteggiatura espressiva, assenza di testo alfabetico). Seconda: posizione conversazionale — un commento è classificato come «risposta» quando il testo si apre con il nome di un altro autore presente nel corpus, secondo la convenzione di marcatura dei thread di Facebook. Terza: appartenenza a diciassette campi semantici, definiti da espressioni regolari costruite su famiglie lessicali e applicate al testo normalizzato. Quarta: appartenenza a dieci categorie di delegittimazione (§ 6). Quinta: classe argomentativa, secondo una tassonomia a sette voci basata congiuntamente sulla lunghezza, sulla presenza di connettivi logici o di riferimenti fattuali e sulla presenza di marcatori di invettiva.

La valenza — cioè l’orientamento del commento rispetto all’enunciatore — non è stimabile in modo affidabile per via lessicale, data la densità di ironia, antifrasi e sarcasmo. È stata perciò codificata manualmente su un campione sistematico di 129 commenti (uno ogni dieci, con partenza fissa), sufficiente a produrre stime con intervalli di confidenza al 95% di ampiezza accettabile. Le classi adottate sono quattro: ostile all’enunciatore o allo schieramento di sinistra; favorevole all’enunciatore o allo schieramento di sinistra; ambiguo; non classificabile per assenza di contenuto proposizionale.

Tre avvertenze delimitano la portata dei risultati. La prima è ovvia ma va detta: il corpus non è un campione dell’elettorato, né italiano né ligure né albenganese. Chi commenta un post politico è una minoranza fortemente autoselezionata; la letteratura sulla partecipazione digitale mostra con costanza che gli utenti politicamente attivi sui social sono più polarizzati, più maschili, più anziani e più ideologicamente estremi della popolazione generale.6 Nessuna proiezione dal corpus alla popolazione è legittima.

La seconda avvertenza riguarda l’identità degli autori. I nomi profilo non sono verificati; alcuni sono manifestamente pseudonimi. Non è possibile stabilire né la residenza né l’unicità degli account, e non è dunque possibile distinguere in modo rigoroso il pubblico locale da quello importato dalla circolazione nazionale del frammento. Gli indizi disponibili (§ 8) sono tuttavia convergenti e robusti.

La terza avvertenza è concettuale. Un commento non è un’opinione. È un atto comunicativo situato, prodotto in un ambiente che ne premia alcune forme e ne penalizza altre, spesso destinato più ai propri pari che al destinatario nominale. Trattarlo come misura dello stato d’animo di un elettorato sarebbe un errore categoriale; trattarlo come traccia del funzionamento di un dispositivo è invece legittimo, ed è quanto si fa qui.

3. L’ecologia mediale del caso: chi produce il fatto, chi ne cattura il valore

La catena di eventi che porta dalla piazza Trincheri di Albenga ai 1.285 commenti ha una struttura precisa, e la sua descrizione è il presupposto di ogni interpretazione del corpus.

3.1. La catena di trasmissione

Fase uno: produzione. Un giornalista di una redazione di provincia è fisicamente presente a un’iniziativa di partito in una città di circa ventiquattromila abitanti, pone domande e registra le risposte. È lavoro giornalistico ordinario, a costo marginale non nullo e a valore di mercato apparentemente basso: la copertura di un’assemblea politica di provincia.

Fase due: pubblicazione. La testata pubblica l’intervista integrale, in video, sul proprio sito e sulla propria pagina Facebook. L’integralità è la sua garanzia professionale: il contesto è disponibile a chiunque voglia verificarlo.

Fase tre: estrazione. Un terzo scarica il video, ne isola un frammento di pochi secondi e lo ricarica altrove senza citare la fonte. È qui che avviene la trasformazione decisiva: l’enunciato cessa di essere un passaggio di un ragionamento e diventa un oggetto autonomo, ottimizzato per la circolazione. Ciò che la letteratura chiama context collapse — la compresenza, di fronte a un medesimo contenuto, di pubblici diversi con quadri interpretativi incompatibili — non è qui un effetto collaterale ma il prodotto di un’operazione deliberata.7

Fase quattro: amplificazione asimmetrica. Il frammento viene rilanciato da una pagina con 6,8 milioni di follower. Il rapporto di scala fra le due pagine è di 42 a 1 in termini di follower, di circa 22 a 1 in termini di visualizzazioni del rispettivo post e di 19,5 a 1 in termini di commenti. Il contenuto prodotto dalla redazione più piccola raggiunge il proprio pubblico massimo attraverso il canale dell’attore politico che ne è il bersaglio critico.

Fase cinque: riflusso. Una parte del pubblico nazionale attivato dal rilancio risale la catena e raggiunge il post originario. È questo riflusso che il corpus documenta, ed è la ragione per cui l’analisi del § 9 trova un pubblico strutturalmente estraneo al territorio.

3.2. L’anatomia del taglio: che cosa è stato rimosso

La fase tre è quella su cui è possibile essere precisi, perché la disponibilità dell’intervista integrale — poco meno di sei minuti, con più domande — consente il confronto puntuale con la clip circolata, della durata di ventisette secondi. Il confronto rivela tre operazioni distinte, che agiscono su piani diversi.

Prima operazione: la rimozione della domanda. La clip si apre direttamente sulla risposta. La domanda posta dall’intervistatore era: «lei all’inizio dell’incontro ha detto che i voti dei lavoratori e del ceto medio si stanno spostando gradualmente verso destra; qual è secondo lei la ragione più importante del perché sta accadendo questo?». La rimozione muta lo statuto illocutorio dell’enunciato: ciò che era la risposta a una domanda sulle ragioni di una sconfitta diventa una caratterizzazione non sollecitata dell’elettorato altrui. Ed è una domanda che riguardava, si noti, i voti perduti dal centrosinistra — cioè un problema del partito dell’intervistato, non degli elettori.

Questa prima operazione lascia nella clip una traccia forense. Nel passaggio conservato Bonaccini dice: «di chi, come dice lei, sta peggio economicamente». L’inciso è un deittico che rinvia alla domanda dell’intervistatore; una volta soppressa la domanda, esso resta nel filmato privo di referente. È un fossile linguistico dell’escissione: il montaggio conserva il rinvio e cancella ciò a cui rinvia, e nessuno spettatore della clip è in condizione di decodificarlo. Nel corpus non compare un solo commento che si interroghi su quel «come dice lei».

Seconda operazione: la troncatura ai due estremi. La clip non è un ritaglio continuo che si limita a interrompersi: è chiusa da entrambi i lati. In coda sopprime i ventuno secondi conclusivi della risposta, che precedono la domanda successiva e contengono lo snodo del ragionamento:

«Però io credo che se c’è una ragione per cui dobbiamo provare a rimontare questo problema sia quella di occuparci un po’ di più del tema dei diritti sociali, e cioè in particolare una proposta molto chiara su lavoro, difesa e rilancio di scuole e sanità pubbliche, perché è la condizione materiale delle persone che può fare e farà la differenza.»

In apertura sopprime la frase con cui la risposta cominciava — «È stato un processo che in realtà ha riguardato e riguarda tutto l’Occidente e l’Europa» — e attacca direttamente sull’elenco «Il voto al primo e al secondo Trump…».8 L’omissione è breve ma non innocua: quella frase è la premessa che qualifica il fenomeno come processo storico di scala occidentale, e senza di essa l’enumerazione dei paesi perde il proprio predicato e resta sospesa, come una rassegna di vittorie avversarie che precipita immediatamente nella proposizione sull’istruzione. Il taglio in testa toglie la cornice; il taglio in coda toglie la conclusione. Ciò che resta è la parte centrale, cioè la sola in cui l’enunciato assume, isolato, un aspetto classificatorio.

Sommando i ventisette secondi conservati ai ventuno soppressi in coda, e tenendo conto della frase iniziale rimossa, la clip restituisce poco più della metà della risposta. Ma la misura quantitativa è la meno importante: ciò che viene rimosso in coda è la parte introdotta dall’avversativa «Però», cioè lo snodo argomentativo, e l’unico segmento in cui compare un obbligo in prima persona plurale — «dobbiamo provare a rimontare questo problema», «occuparci un po’ di più». La sequenza completa ha la struttura diagnosi → autoattribuzione di responsabilità → proposta: le destre vincono presso i più deboli perché la loro condizione materiale è peggiorata, e la conseguenza che ne traggo è che noi dobbiamo occuparci di lavoro, scuola e sanità pubbliche. La clip conserva la diagnosi e sopprime le due mosse successive. L’operazione non altera nessuna parola: inverte la funzione retorica dell’intero enunciato, trasformando un’autocritica con proposta in un’accusa all’elettorato.

Terza operazione: la rimozione della fonte. È quella su cui si è concentrata la reazione professionale ed è, delle tre, la meno consequenziale sul piano del significato e la più consequenziale sul piano economico e deontologico. Se ne discute al § 3.4.

Tabella 1 — Anatomia dell’escissione

ElementoPresente nell’originalePresente nella clip
Domanda dell’intervistatoresìno
Frase d’apertura («un processo che ha riguardato tutto l’Occidente»)sìno
Deittico «come dice lei»sì (con referente)sì (senza referente)
Diagnosi socio-elettoralesìsì
Spiegazione economica (lavoro, demografia, PIL)sìsì
«parlare alla pancia»sìsì
Autoattribuzione di responsabilità («dobbiamo»)sìno
Proposta (diritti sociali, scuola e sanità pubbliche)sìno
Attribuzione della fontesìno
Durata> 48 secondi27 secondi (poco più di metà)

Fonte: confronto fra la trascrizione dell’intervista integrale e quella della clip circolata.

Il corpus consente di verificare sperimentalmente l’effetto dell’escissione, perché registra che cosa il pubblico ha effettivamente commentato. Il risultato è netto: cinquanta commenti (3,9%) reagiscono al segmento conservato — la proposizione sull’istruzione — mentre due soli commenti, lo 0,16%, reagiscono al segmento soppresso, cioè alla proposta sui diritti sociali. Il rapporto è di venticinque a uno. Reagiscono inoltre ai soli elementi presenti nella clip anche i riferimenti alle aree interne e alle periferie (7 commenti), alla condizione economica (6), all’espressione «parlare alla pancia» (3) e all’elenco Trump-Brexit-Le Pen (5).

Il dato decisivo, però, è un altro, e va enunciato con chiarezza perché ribalta la spiegazione più immediata. Il contesto non era inaccessibile: era sullo stesso post. I 1.285 commenti sono stati scritti sotto il video integrale dell’intervista, con il link all’articolo completo nel primo commento della redazione. Chiunque volesse verificare che cosa Bonaccini avesse detto prima e dopo poteva farlo senza uscire dalla pagina in cui stava scrivendo. Due persone su 1.285 lo hanno fatto in modo riconoscibile. La decontestualizzazione non è stata prodotta dall’indisponibilità del contesto, ma dall’assenza di qualunque domanda di contesto.

Un commento illustra il meccanismo meglio di qualsiasi commento analitico. Un utente scrive: «Non rispondere alla domanda è classico, la risposta è non ascoltate la gente NORMALE». Accusa cioè l’intervistato di eludere una domanda che era stata posta, alla quale aveva risposto, e che è precisamente ciò che il montaggio aveva rimosso. La lacuna prodotta dall’escissione viene riempita con l’ipotesi peggiore disponibile — che è, in condizioni di polarizzazione affettiva, il comportamento inferenziale prevedibile.

Va aggiunto, per simmetria, ciò che l’escissione non giustifica. Il segmento conservato contiene di per sé due elementi contestabili che nessun montaggio ha introdotto: la classificazione dell’elettorato avversario secondo il titolo di studio, e l’espressione «le persone che stanno peggio rischiano di ascoltare chi gli parla alla pancia», che attribuisce alla scelta elettorale altrui una natura non deliberativa. Un commentatore del corpus lo rileva esattamente: «anche prendendo la frase nella sua formulazione originale e nel contesto completo, resta una dichiarazione infelice». Il taglio ha amplificato e invertito; non ha inventato.

3.3. Due pubblici, due regimi affettivi

Il medesimo contenuto è circolato simultaneamente su due pagine con pubblici diversi, e le reazioni che vi ha raccolto consentono un confronto insolitamente pulito, perché la variabile «contenuto» è tenuta costante.

Tabella 2 — Composizione delle reazioni sulle due pagine

IndicatoreIVG.itquotaPagina Meloniquota
Follower della pagina160.585—6.800.000—
Visualizzazioni del post45.714—1.000.000—
Reazioni totali1.027100%33.658100%
— «mi piace»32431,5%25.47375,7%
— faccine «ahah»70368,5%4.58113,6%
— faccine «grr»——3.60410,7%
Commenti1.442—28.139—
Condivisionin.d.—39.119—
Rapporto commenti / reazioni1,40—0,84—

Fonte: rilevazione dell’autore, 30 agosto 2026.

La differenza è qualitativa, non di scala. Sulla pagina della premier la reazione dominante è l’approvazione: tre reazioni su quattro sono «mi piace», e la faccina della rabbia — che ci si attenderebbe prevalente di fronte a un contenuto presentato come offensivo — si ferma al 10,7%. Il pubblico non reagisce all’offesa: ratifica la denuncia dell’offesa fatta dalla propria leader. Sulla pagina della testata, dove non esiste un enunciatore da approvare, la reazione dominante è la derisione: più di due reazioni su tre sono faccine «ahah», e i «mi piace» si fermano a meno di un terzo.

Il rapporto fra commenti e reazioni completa il quadro. Sulla pagina Meloni vale 0,84: il pubblico reagisce più di quanto scriva, il che è il comportamento tipico di un pubblico che aderisce a una posizione già formulata per lui. Sulla pagina di IVG.it vale 1,40: si scrive più di quanto si reagisca, perché non c’è alcuna posizione preconfezionata a cui aderire e ciascuno deve formularne una propria. La pagina della testata, priva di un enunciatore da sostenere, funziona come lo spazio in cui il giudizio va prodotto anziché ratificato — ed è per questo che vi si accumula, nella stessa vicenda, il materiale linguisticamente più aggressivo.

La derisione, del resto, è una modalità di sanzione con proprietà specifiche. Non richiede di prendere posizione su alcun contenuto, non è confutabile e nega all’avversario non la ragione ma la serietà; a differenza della rabbia, che riconosce nell’altro un antagonista, essa lo declassa a oggetto comico. È coerente con quanto si osserverà al § 6 sulla squalifica del pubblico presente all’iniziativa, che è a sua volta derisoria e non polemica.

3.4. Il costo per la redazione che ha prodotto il fatto

L’Associazione Nazionale Stampa Online ha posto la questione in termini espliciti. Il presidente Michele Pinto ha osservato che «quando un contenuto prodotto da una piccola redazione diventa protagonista del dibattito nazionale, dovrebbe automaticamente crescere anche il riconoscimento dovuto», e ha segnalato il paradosso per cui le grandi testate rivendicano il rispetto del diritto d’autore nei confronti delle piattaforme senza applicare lo stesso principio agli editori locali.9

Il punto merita una precisazione analitica. Non si tratta soltanto di un problema di attribuzione o di remunerazione, benché anche di quello si tratti. Si tratta del fatto che la redazione che ha prodotto il contesto perde il controllo sul contesto, mentre resta l’unico soggetto della catena a cui il contesto sia professionalmente imputabile. La testata che pubblica l’intervista integrale è responsabile della correttezza dell’intervista integrale; l’account anonimo che ne estrae ventisette secondi non è responsabile di nulla. L’asimmetria non è economica ma deontologica, ed è il motivo per cui la questione sollevata da ANSO è meno corporativa di quanto possa sembrare.

Un dato del corpus misura con precisione l’esito di questa catena. Soltanto 60 commenti su 1.285 — il 4,7% — citano o parafrasano la frase contestata, e soltanto 7 — lo 0,5% — mostrano un registro epistemico, cioè chiedono dati, invocano fonti, sollevano il problema del contesto o della verificabilità. Fra questi ultimi va segnalato un intervento che ricostruisce l’intera questione con precisione, riconosce che la frase resta politicamente infelice anche nella formulazione originale e ricorda che lo stesso Bonaccini, nel 2022, aveva sostenuto che «chi non ha studiato vale, quando va a votare, come chi ha tre lauree».10 È il commento più lungo del corpus, ed è isolato.

In altri termini: l’intero dispositivo ha funzionato per cinque giorni intorno a una frase che il 95,3% di chi ha commentato non ha ritenuto necessario né citare né riformulare. La frase non era il contenuto della discussione; era il suo pretesto.

4. Morfologia del corpus: che cos’è, materialmente, un «dibattito» di 1.285 voci

Prima di chiedersi che cosa dicono i commenti conviene stabilire che tipo di oggetto essi formino nel loro insieme. Quattro misure strutturali bastano a caratterizzarlo.

4.1. Dispersione autoriale

I 1.285 commenti provengono da 1.136 autori distinti: il 93,5% degli autori interviene una sola volta. Il 5% più attivo produce il 14,6% dei commenti; il record individuale è di tredici interventi, e appartiene a un utente che ripete tredici volte, con variazioni minime, la medesima formula. La struttura non è quella di un gruppo di discussione con partecipanti ricorrenti, ma quella di un flusso a passaggio unico. Chi scrive non torna, non legge le repliche, non ha alcun costo reputazionale.

Il dato è coerente con quanto rilevato da Bentivegna e Rega su 1,87 milioni di tweet relativi alla campagna elettorale italiana del 2022, dove il 73,3% degli utenti autori di contenuti incivili aveva prodotto un solo messaggio: gli autori conclusero che si tratta di normalizzazione diffusa e non di campagne coordinate.11 Il corpus qui esaminato conferma il quadro in forma ancora più accentuata.

4.2. Brevità

La lunghezza mediana di un commento è di 60 caratteri — meno di una riga di stampa. Il 17,0% dei commenti non supera i venti caratteri; il 42,7% non supera i cinquanta; il 70,8% non supera i cento. Solo il 10,9% supera i duecento caratteri. La lunghezza media (96,1 caratteri) è quasi il doppio della mediana, segno di una distribuzione fortemente asimmetrica: pochissimi testi lunghi in un mare di frammenti.

La brevità non è di per sé un difetto — un aforisma è breve — ma in un contesto in cui l’oggetto della discussione è un’affermazione empirica controversa, sessanta caratteri sono materialmente insufficienti a formulare un’obiezione. Sono sufficienti a formulare un giudizio.

4.3. Assenza di struttura conversazionale

L’85,2% dei commenti è di primo livello: si rivolge al post, non a un altro commentatore. Le 190 risposte in thread (14,8%) sono concentrate in modo estremo: 183 su 190 — il 96,3% — si trovano nel primo quarto del corpus, e soltanto 58 utenti su 1.136 ricevono almeno una risposta. Esiste cioè un nucleo conversazionale iniziale, in cui una ventina di persone discutono effettivamente fra loro, seguito da milleduecento monologhi paralleli.

Questa morfologia ha una conseguenza teorica precisa. Il modello habermasiano della sfera pubblica presuppone che gli argomenti circolino, si incontrino e si modifichino reciprocamente.12 Qui non circolano: si depositano. La metafora appropriata non è quella della piazza né quella dell’assemblea, ma quella del registro delle firme: ciascuno appone la propria e se ne va. Manin distingueva la democrazia dei partiti dalla «democrazia del pubblico», in cui il legame rappresentativo passa dall’organizzazione all’immagine e il cittadino agisce come spettatore che reagisce;13 la sezione commenti ne è la forma tecnica compiuta.

4.4. Concentrazione temporale

Il 91,8% dei commenti risale alle prime ventiquattro ore successive alla pubblicazione. Il residuo 8,2% si distribuisce sui quattro giorni seguenti, con un piccolo risveglio in corrispondenza del rilancio nazionale. La dinamica è quella di un’esplosione, non di una discussione: la sezione commenti si riempie quasi interamente prima che chiunque possa avere letto l’intervista integrale, verificato il contesto o formato un giudizio informato.

Tabella 3 — Struttura del corpus (N = 1.285)

IndicatoreValoreQuota
Commenti rilevati / dichiarati dalla pagina1.285 / 1.44289,1%
Autori distinti1.136—
Autori con un solo commento1.06293,5%
Commenti prodotti dal 5% di autori più attivi (56)18714,6%
Commenti di primo livello1.09585,2%
Risposte in thread19014,8%
— di cui nel primo quarto del corpus18396,3%
Lunghezza mediana (caratteri)60—
Commenti ≤ 50 caratteri54942,7%
Commenti ≤ 100 caratteri91070,8%
Commenti pubblicati entro 24 ore1.17991,8%
Commenti privi di testo alfabetico (emoji, GIF)393,0%
Maiuscolo integrale403,1%
Punteggiatura espressiva (≥ 3 «!» o «?»)19515,2%

Fonte: elaborazione dell’autore sul corpus rilevato il 30 agosto 2026.

5. La qualità deliberativa: misura di un’assenza

La tassonomia argomentativa applicata al corpus distingue sette classi, ordinate secondo un criterio crescente di elaborazione: segnale non verbale; insulto puro; esclamazione breve; asserzione non argomentata; invettiva estesa; argomentazione minima; argomentazione estesa. La distribuzione è riportata nella Tabella 4.

Tabella 4 — Tassonomia argomentativa (N = 1.285)

ClasseNQuota
Asserzione non argomentata68253,1%
Esclamazione breve (≤ 25 car., senza invettiva)18514,4%
Invettiva estesa17213,4%
Argomentazione estesa (≥ 120 car. con connettivo o dato)816,3%
Insulto puro (≤ 25 car. con marcatore di invettiva)665,1%
Argomentazione minima604,7%
Segnale non verbale (emoji, GIF)393,0%

Fonte: elaborazione dell’autore. Le classi sono mutuamente esclusive.

Il risultato aggregato è netto: l’89,0% del corpus non contiene alcuna forma riconoscibile di argomentazione. Le due classi argomentative sommate valgono l’11,0%, e la sola argomentazione estesa il 6,3% — ottantuno testi, di lunghezza media 342 caratteri e mediana 235.

Una seconda misura conferma la prima da un angolo diverso. Incrociando la menzione della persona dell’intervistato con la menzione di un qualsiasi contenuto di policy (salari, sanità, casa, pensioni, immigrazione, sicurezza, scuola, fisco, programma, proposta, riforma) si ottiene la Tabella 5.

Tabella 5 — Oggetto del commento (N = 1.285)

OggettoNQuota
Né la persona né un contenuto (puro segnale di posizione)1.00878,4%
Solo la persona, nessun contenuto17513,6%
Un contenuto, senza attacco personale715,5%
Persona e contenuto insieme312,4%
— totale commenti con almeno un contenuto di policy1027,9%

Fonte: elaborazione dell’autore. Le categorie delle prime quattro righe sono mutuamente esclusive.

Il dato più rilevante è il primo: oltre tre commenti su quattro non nominano né l’uomo né le cose. Non sono attacchi personali e non sono contributi di merito: sono affermazioni di appartenenza. «Siete la rovina del paese», «Che schifo», «Vergognatevi», «Basta PD», «Ma vaffanculo», «Forza Giorgia» sono atti linguistici che non trasmettono informazione proposizionale, ma segnalano una collocazione. Nella terminologia di Iyengar e colleghi, sono manifestazioni di polarizzazione affettiva allo stato puro: ostilità verso un gruppo esterno che non passa per il disaccordo su alcuna questione specifica.14

Va segnalato che una parte dei commenti tocca temi di policy in modo sostitutivo e non additivo: l’immigrazione compare nel 5,4% dei commenti, quasi sempre non come questione di governo ma come marcatore identitario («Imam Bonaccini», «MussulmanPD», «3’ mondo bolognallah»). Se si isolano i commenti in cui un tema di policy è effettivamente trattato come tale — cioè con un’affermazione verificabile, una proposta o una critica circostanziata — la quota scende ulteriormente.

5.1. Il nucleo argomentativo minoritario

Sarebbe però un errore di lettura — e un errore politicamente significativo — concludere che il corpus sia soltanto rumore. Gli 81 testi della classe «argomentazione estesa» costituiscono un insieme coerente, e alcuni di essi formulano l’obiezione politica in modo più preciso di quanto abbiano fatto molti commenti giornalistici. Se ne riportano quattro, senza correzioni ortografiche.

«Non vi voto più e non ho studiato molto, è vero, ero solo uno dei tanti operai che speravano che sudore e fatica con voi sarebbero stati riconosciuti e giustamente rispettati. Ora siamo figli di nessuno, voi nei salotti, noi nelle fabbriche.»

«Che arroganza!!! Invece di chiedersi perché la sinistra viene abbandonata dal popolo, accusa il popolo di essere ignorante. Non è che, quando avete governato, forse avete abbandonato il proletariato? E la lotta operaia? Che avete privatizzato la sanità e altre porcate degne della peggiore destra?»

«Con questo ragionamento si ammette una negligenza. Se gli analfabeti crescono, se le popolazioni si impoveriscono, vuol dire che si è amministrato male… e non può bastare dire che gli altri fanno peggio.»

«La sinistra e i sindacati sono anni che si sono persi il ceto medio… non rinnovando contratti pubblici e privati per decenni, abolendo i diritti lavorativi conquistati dal dopoguerra (job act, art. 18)…»

Sono quattro obiezioni distinte e tutte pertinenti: la prima è un argomento di riconoscimento, la seconda un argomento di responsabilità, la terza un argomento logico — se la scarsa istruzione spiega il voto, chi ha governato l’istruzione ha una responsabilità — e la quarta un argomento di record legislativo. Il fatto che rappresentino il 6% del corpus e siano circondate da milleduecento interiezioni non le rende meno serie. Rende però evidente che il dispositivo non le distingue: nella sezione commenti l’obiezione dell’operaio di sessantasei anni e l’emoji di una faccina che vomita hanno esattamente lo stesso peso, la stessa visibilità e la stessa durata. La democratizzazione dell’accesso alla parola pubblica ha coinciso con l’azzeramento di ogni gerarchia fra le parole. Non è un guadagno neutro: è una redistribuzione di attenzione che penalizza sistematicamente i testi che richiedono tempo di lettura.

5.2. Un termine di paragone

Per valutare se questi valori siano anomali occorre un riferimento. Lo studio di Rega, Marchetti e Stanziano su un ampio corpus di commenti alle pagine Facebook dei leader politici italiani classifica il 14,6% dei commenti come impolite (insulti, volgarità, derisione) e il 2,6% come intolerant (discriminazione, incitamento all’odio o alla violenza verso gruppi), lasciando l’82,9% nella categoria «civile».15

Nel corpus qui esaminato, il 20,5% dei commenti contiene almeno un marcatore lessicale di invettiva — una misura più permissiva di quella di Rega e colleghi, ma applicata a un corpus notevolmente più piccolo e monotematico. Considerando che la moderazione ha già rimosso circa l’11% dei contenuti e che le misure lessicali non catturano l’ironia aggressiva né la derisione implicita, il livello di inciviltà appare sensibilmente superiore alla media nazionale delle pagine dei leader. Il che è coerente con la natura dell’evento: non un post di routine, ma un enunciato percepito come offesa collettiva.

Il dato sulle reazioni discusso al § 3.3 va nella stessa direzione: la risposta affettiva dominante su questa pagina non è l’adesione né la rabbia ma la derisione, che è precisamente la modalità di sanzione che non richiede alcun contenuto proposizionale.

6. La grammatica della delegittimazione

L’analisi lessicale del corpus consente di isolare dieci strategie discorsive ricorrenti, non mutuamente esclusive, che vanno oltre l’insulto generico e realizzano forme distinte di delegittimazione dell’avversario. La Tabella 6 ne riporta la frequenza.

Tabella 6 — Categorie di delegittimazione (N = 1.285; categorie non esclusive)

CategoriaNQuota
H. Ingiunzione al silenzio («taci», «vergognati», «inascoltabile»)715,5%
A. Disumanizzazione (animale, parassita, rifiuto, malattia)685,3%
I. Squalifica del pubblico presente (età, numero)544,2%
C. Frame del «non ha mai lavorato» / mantenuto dallo Stato423,3%
E. Analogia totalitaria (fascista, nazista, duce, Hitler, Stalin)352,7%
J. Inversione speculare dell’accusa («da che pulpito»)282,2%
B. Degradazione corporea e dell’aspetto fisico241,9%
D. Delegittimazione come «anti-italiano» / traditore231,8%
F. Minaccia, augurio di male, evocazione di violenza211,6%
G. Patologizzazione (malato, drogato, demente)181,4%
Almeno una delle dieci categorie33626,1%

Fonte: elaborazione dell’autore. Un commento può ricadere in più categorie.

6.1. Dalla scortesia all’inciviltà

La distinzione di Papacharissi fra impoliteness e incivility — fra ciò che viola le norme della buona educazione e ciò che viola i presupposti della convivenza democratica — permette di leggere questa tabella in modo non moralistico.16 Le categorie B, G e in larga parte H appartengono al primo ordine: sono villanie. Chiamare un politico «cicciobello» o «crapa pelata» è sgradevole e irrilevante. Le categorie A, D ed F appartengono al secondo: negano all’avversario, rispettivamente, la qualità di essere umano, l’appartenenza alla comunità politica e il diritto all’incolumità.

La disumanizzazione è la strategia più diffusa fra queste (5,3%) e presenta un repertorio lessicale stabile e antico: l’avversario è animale («zecche», «capre», «caproni», «asini», «pecore», «locuste», «macaco», «vipera», «gabbiano rosso»), parassita («sanguisughe», «parassita rosso», «mangiapane a tradimento», «nullafacente»), rifiuto («munnezza», «immondizia», «feccia», «letame», «fogna», «cloaca», «rumentaio») o malattia («cancro dell’Italia», «cancro sociale», «piaga»). Ciascuna di queste famiglie ha una storia lunga e documentata come precondizione linguistica della violenza politica; il fatto che oggi ricorra in forma banalizzata, sotto un post di cronaca locale, non la rende meno significativa — la rende, semmai, più preoccupante, perché ne segnala l’avvenuta normalizzazione.

La categoria F (1,6%, ventuno commenti) contiene il materiale più grave. Si va dall’augurio esplicito («MUORI assassino»), all’evocazione di una resa dei conti («SEI UN FASCISTA ROSSO NOI NON DIMENTICHIAMO TI STIAMO ANCORA ASPETTANDO… PASSEREMO CASA PER CASA… NON VEDIAMO L’ORA»), all’invito alla soppressione fisica di una categoria di persone («La sinistra ci vuole sommergere di clandestini criminali e di assassini islamici. Vanno eliminati fisicamente»), fino a formulazioni che invocano la messa fuori legge dell’avversario politico («Comunisti anti italiani, bisogna metterli fuori legge»; «La sinistra va eliminata come in Ungheria»). Sono ventuno commenti su milleduecentottantacinque: l’1,6%. È una quota piccola. Su un post con 45.714 visualizzazioni è una quota che, in valore assoluto, descrive un fenomeno.

6.2. La reversibilità integrale delle accuse

Il tratto più caratteristico del corpus non è però l’intensità dell’ostilità, ma la sua struttura specchiata. Ogni accusa disponibile è impiegata simultaneamente dalle due parti, senza che nessuna delle due mostri di percepirne la simmetria.

L’accusa di fascismo è rivolta alla destra («i fascisti non studiano e non si vergognano») e alla sinistra («il duce rosso», «Benito il rosso», «fascista rosso», «Nasconditi ducetto», «mussolini de noiartri», «la mafia antifascista»). L’accusa di ignoranza è rivolta all’enunciatore («l’ignorante sei tu», «asino insolente», «Studia tu che ne hai bisogno») esattamente nei termini in cui si lamenta che sia stata rivolta agli elettori. L’accusa di superiorità morale è formulata da entrambi i lati con lo stesso lessico. L’accusa di parassitismo — «non ha mai lavorato in vita sua» — è rivolta all’intervistato e, in altri commenti, agli spettatori dell’altro campo.

Un commento in particolare condensa il meccanismo in modo involontariamente perfetto. Un utente scrive che l’attribuire agli avversari una minore istruzione è una teoria di cui «c’è già stato chi prima di loro seguiva queste teorie e metodologie e che costui si chiamava Adolf», per poi domandare: «Ma allora mi chiedo, chi è adesso il fascista e/o nazista?!». L’argomento è formalmente la denuncia di una gerarchizzazione degli esseri umani; la sua forma è l’assimilazione dell’avversario a Hitler. La condanna della delegittimazione è enunciata nella forma della delegittimazione.

Questa reversibilità ha un significato preciso in teoria politica. Müller ha identificato nell’antipluralismo — la pretesa di rappresentare in esclusiva il popolo autentico, e dunque la negazione della legittimità dell’avversario — il tratto distintivo del populismo, distinguendolo dalla semplice critica alle élite.17 Ciò che il corpus mostra è un antipluralismo bidirezionale e senza centro: non un popolo contro un’élite, ma due popoli ciascuno dei quali considera l’altro non un avversario ma un’anomalia da rimuovere. Non è una polarizzazione fra programmi: è una polarizzazione fra legittimità.

6.3. Il collasso della distanza e l’aggressione al pubblico

Due dati minori illuminano il quadro. Il primo: il 25,9% dei commenti si rivolge all’intervistato con la seconda persona singolare, contro il 3,4% che usa esclusivamente la forma di cortesia. Il rapporto è di quasi otto a uno. Il «tu» non è qui un segno di familiarità democratica ma di annullamento della distanza istituzionale: si dà del tu a chi non si riconosce come titolare di un ruolo. È il correlato linguistico di quella che la letteratura sulle relazioni parasociali descrive come intimità unilaterale verso figure pubbliche, qui rovesciata in aggressione.

Il secondo dato è più inquietante e meno commentato. Cinquantaquattro commenti (4,2%) non attaccano il politico ma il pubblico presente all’iniziativa: la sua età («Età media 120 anni», «Tutti pensionati usciti dall’ospizio», «Il più giovane ha 90 anni», «una corriera proveniente dal centro anziani in cambio di un panino con la salamella»), il suo numero («Quattro gatti», «Non spingete», «27, 28, 29… ma gli altri dov’erano?»), la sua qualità («Va che bel gruppo di ritardati che applaude», «Quanti fessi», «il raduno degli imbecilli», «Accoglione con pecore al seguito»).

Il bersaglio non è più l’esponente politico ma il cittadino che si reca in piazza ad ascoltare un discorso. La sanzione non colpisce l’opinione espressa, colpisce l’atto stesso della partecipazione. Se si assume, con la tradizione che va da Tocqueville a Putnam, che la disponibilità dei cittadini a riunirsi fisicamente per discutere di politica sia un indicatore di capitale sociale e una precondizione della democrazia rappresentativa, allora la derisione sistematica di quell’atto ne è un attacco diretto — e, a differenza dell’insulto al leader, un attacco che colpisce persone prive di qualunque potere e di qualunque possibilità di risposta.

7. La frattura del merito: che cosa la frase dice e che cosa il pubblico sente

Il campo semantico più esteso del corpus è quello dell’istruzione e del merito: 203 commenti, il 15,8%. È tre volte il campo dell’immigrazione, quattro volte quello del lavoro e dei salari, quindici volte quello della guerra. È necessario chiedersi perché quella specifica proposizione abbia prodotto quella specifica ferita.

7.1. Lo statuto empirico dell’enunciato

La proposizione di Bonaccini è, nella sua forma descrittiva, sostanzialmente allineata alla letteratura. La ricerca comparata europea documenta da almeno un ventennio l’emergere di una frattura educativa che ha progressivamente sostituito la frattura di classe come principale linea di divisione elettorale: i partiti della destra radicale e populista ottengono consensi proporzionalmente maggiori fra gli elettori a bassa scolarità, mentre i partiti progressisti si radicano fra i laureati e nelle professioni socioculturali.18 Gethin, Martínez-Toledano e Piketty hanno descritto su cinquant’anni e ventuno democrazie il processo che chiamano passaggio dalla sinistra dei lavoratori alla «sinistra brahmanica»: fino agli anni Settanta i partiti di sinistra erano sostenuti dagli elettori meno istruiti e meno abbienti; oggi sono sostenuti dai più istruiti, mentre il vantaggio della destra fra i più abbienti permane.19 Per l’Italia, le analisi del CISE-LUISS sul voto del 2022 indicano che Fratelli d’Italia e Lega ottengono consensi significativamente maggiori fra gli elettori meno istruiti, mentre il PD trae il proprio sostegno principale dalle fasce più scolarizzate.20

Due precisazioni sono però necessarie, e la loro assenza dal dibattito è essa stessa un dato.

La prima riguarda l’astensione. La bassa scolarità non si distribuisce simmetricamente fra i due schieramenti: si concentra soprattutto fra chi non vota affatto. In Italia la correlazione fra reddito pro capite territoriale e astensione è negativa e di intensità elevata, e il disinteresse per la politica cresce fra i disoccupati e fra chi ha titoli di studio più bassi.21 Il primo “partito” dei meno istruiti, in Italia, non è la destra: è l’astensione. Un’affermazione che riconduca la vittoria della destra all’ignoranza dei suoi elettori omette il fatto più rilevante, cioè che una parte maggioritaria di quel segmento sociale ha smesso di partecipare del tutto — il che è un problema per l’intero sistema politico e, storicamente, in modo particolare per la sinistra.

La seconda riguarda la logica dell’inferenza. Una correlazione media fra caratteristiche di gruppo non autorizza alcuna proposizione sul singolo elettore. Il fatto che il livello medio di istruzione degli elettori di un partito sia inferiore non implica che un dato elettore di quel partito sia poco istruito, né — e qui sta il salto decisivo — che il suo voto sia meno consapevole. Sono due passaggi distinti, e il secondo non discende dal primo nemmeno se il primo è vero: la competenza politica non è una funzione del titolo di studio, e l’assunto contrario è una posizione filosofica controversa, non un dato.

7.2. Perché l’enunciato è stato sentito come un insulto

Il problema politico della frase non sta dunque nella sua falsità — non è falsa — ma nel fatto che una proposizione descrittiva, formulata da chi occupa una posizione di potere e riferita a chi non ne occupa alcuna, viene inevitabilmente ricevuta come una valutazione. È il meccanismo che Michael Sandel ha descritto come tirannia del merito: nelle società che legittimano le disuguaglianze attraverso la retorica meritocratica, chi resta indietro non riceve soltanto meno risorse, ma anche il messaggio che la propria condizione sia un giudizio sul proprio valore.22 Sandel osserva che il credenzialismo è diventato «l’ultimo pregiudizio accettabile» presso le classi istruite, e che la reazione elettorale populista è in misura consistente una risposta a un’umiliazione percepita, non a una privazione materiale.

Il corpus offre una conferma quasi sperimentale di questa tesi. Se la ferita fosse di natura materiale, ci si aspetterebbe che la reazione si concentrasse su salari, sanità, pensioni. Non è così: il campo lavoro-salari-ceto compare nel 3,8% dei commenti, quello dell’istruzione e del merito nel 15,8%. Ciò che è stato contestato non è una politica ma un rango. La domanda espressa dal corpus non è redistributiva: è di riconoscimento, nel senso preciso in cui Honneth ha ricostruito la grammatica dei conflitti sociali intorno alla lotta per il riconoscimento, e in cui Fraser ha insistito sulla necessità di non ridurre l’una all’altra le due dimensioni.23

7.3. La struttura del contrattacco: tre mosse

Il modo in cui il corpus reagisce è analiticamente più interessante del fatto che reagisca. Si distinguono tre mosse, di frequenza molto diversa.

Prima mossa: il rovesciamento del predicato sull’enunciatore. Cinquantasette commenti — il 4,4%, la mossa più frequente del contrattacco — contestano il titolo di studio di Bonaccini: «Ma questo parla senza nemmeno una laurea??», «Bonaccini che titoli di studio ha?… ha fatto lo scientifico allora tutto apposto», «Chiediamo ai suoi professori del Liceo Tassoni che bravo studente era lui», «Quante lauree hai», «disse quello con la sola maturità scientifica».

Questa mossa è la più rivelatrice dell’intero corpus, perché è autocontraddittoria. Chi replica «e tu che titolo hai?» non sta respingendo il criterio secondo cui il titolo di studio qualifica la legittimità della parola politica: lo sta accettando, e limitandosi a contestare l’applicazione. L’obiezione di principio — che il titolo di studio sia irrilevante rispetto al diritto di parola e al valore del voto — richiederebbe di rifiutare la domanda, non di rivolgerla al mittente. Il corpus mostra che l’ordine meritocratico non è respinto dai suoi contestatori: è interiorizzato al punto che l’unica forma di risposta immaginabile è la rivendicazione di un titolo migliore.

Seconda mossa: la rivendicazione del proprio capitale culturale. Quattordici commenti (1,1%) parlano in prima persona del proprio percorso di studi. La composizione di questo piccolo insieme è istruttiva perché contiene entrambi gli estremi. Da un lato i laureati che votano a destra: «Ho due master di cui uno negli USA, ma mai e poi mai voterei uno come Bonaccini»; «Da laureata vi dico che il vostro tempo è scaduto»; «Io ho studiato ma questo non lo voto, proprio perché ho studiato». Dall’altro chi rivendica la propria bassa scolarità come titolo di dignità: «Cafone maleducato, e pure ignorante, non ho la terza media, perché non potevamo permetterci tutti di studiare, ma mi ritengo molto, ma molto più intelligente di te»; «Io ho 66 anni, ho fatto operaio, non sono laureato, ho terza media: se non condivido alcune idee di sinistra sarei un ignorante?»; «Io ho solo il diploma!!! Dove mi posizioni?».

La seconda variante è quella politicamente più significativa. Vi si riconosce con precisione ciò che Michèle Lamont ha descritto studiando i confini morali tracciati dagli operai americani e francesi: di fronte a un ordine sociale che li declassa sulla scala delle competenze, i lavoratori costruiscono una scala alternativa fondata sulla fatica, l’onestà, l’autosufficienza e la responsabilità familiare, e su quella scala rivendicano una superiorità.24 Il corpus è pieno di questa scala alternativa: «L’Italia costruita da uomini con la 5 elementare e distrutta da Laureati»; «Gli analfabeti hanno fatto grande l’Italia, gli acculturati l’hanno distrutta»; «quelli che hanno studiato poco hanno fatto grande l’Italia».

Terza mossa: l’opposizione fra studio e lavoro. Quarantadue commenti (3,3%) attivano il frame del «non ha mai lavorato»: «Parla uno che non ha mai lavorato! Praticamente il classico parassita rosso»; «Un parassita cresciuto a chiacchiere e sagre di partito che pretende di impartire lezioni a chi si guadagna da vivere con fatica e sudore»; «a 18 anni era già assessore». La mossa costruisce un’opposizione binaria fra due forme di legittimazione — il titolo e la fatica — e assegna alla seconda un primato morale. È lo stesso schema della seconda mossa, formulato in negativo.

Il punto rilevante è che tutte e tre le mosse confermano l’esistenza della frattura che negano. Un elettorato che non si sentisse classificato secondo l’asse dell’istruzione non impiegherebbe il 15,8% dei propri interventi per discutere di titoli di studio. La reazione dimostra empiricamente la salienza politica della variabile su cui verte la contestazione — che è precisamente ciò che l’enunciato originario affermava. È un paradosso perfetto: la smentita è la prova.

7.4. Dove cade la responsabilità: l’enunciato e il suo montaggio

A questo punto dell’analisi occorre tornare su ciò che il § 3.2 ha stabilito, perché modifica in modo sostanziale l’attribuzione delle responsabilità — inclusa quella che questo saggio avrebbe formulato se si fosse fermato alla clip.

L’obiezione più diffusa nel corpus, e la più solida, è che l’enunciato inverta l’onere della spiegazione: «Invece di chiedersi perché la sinistra viene abbandonata dal popolo, accusa il popolo di essere ignorante». Formulata così, l’obiezione è precisa e sarebbe decisiva. Ma è vera della clip e falsa dell’intervista. Nella risposta integrale la spiegazione dell’abbandono è esplicitamente cercata — ed è economica e strutturale: perdita di posti di lavoro, crisi demografica, contrazione del peso europeo nell’economia mondiale — e la conclusione è un’assunzione di responsabilità in prima persona plurale, con una proposta nominata per esteso: diritti sociali, lavoro, difesa e rilancio della scuola e della sanità pubbliche. La sequenza diagnosi → responsabilità nostra → proposta è esattamente ciò che l’obiezione lamenta come mancante. È stata soppressa dal montaggio, non dall’enunciatore — insieme alla premessa iniziale che qualificava il fenomeno come processo occidentale e non come tratto dell’elettorato italiano.

Ciò non produce un’assoluzione, ma sposta il rilievo. Due cose restano imputabili a chi ha parlato. La prima: aver scelto, per descrivere l’elettorato che non lo vota più, una variabile — l’istruzione — che quell’elettorato percepisce come stigma, quando la spiegazione che egli stesso propone poche righe dopo è di natura materiale e non cognitiva. È un’incoerenza interna al ragionamento, non un’assenza di ragionamento: il titolo di studio compare come descrittore dove la stessa argomentazione indica come causa la condizione economica. La seconda: la formula «le persone che stanno peggio rischiano di ascoltare chi gli parla alla pancia», che è nella clip perché è nell’originale, e che attribuisce al voto altrui una natura non deliberativa. Su questi due punti l’obiezione del pubblico coglie qualcosa di reale, come riconosce il commentatore più analitico del corpus quando scrive che la dichiarazione «resta infelice anche nel contesto completo».

Il resto — l’accusa di disprezzo di classe, l’idea che il PD non abbia nulla da proporre sul lavoro e sulla sanità, l’inversione dell’onere della spiegazione — è un effetto del taglio. La conseguenza analitica è netta e vale oltre questo caso: in un ecosistema in cui la circolazione avviene per frammenti, la responsabilità di un enunciato politico si distribuisce fra chi lo pronuncia e chi lo ritaglia, e la seconda quota è la maggiore. Chi parla può controllare le proprie parole; non può controllare quali sopravvivranno, e in questo caso le parole sopravvissute sono state selezionate da un terzo con l’obiettivo esplicito di renderle offensive.

Vi è infine una considerazione che riguarda chi ha scritto i 1.285 commenti, e che sarebbe scorretto omettere. Nella quasi totalità dei casi non si tratta di malafede: si tratta di persone che hanno reagito a ciò che è stato mostrato loro, senza sapere che fosse poco più della metà di una risposta, tagliata a entrambe le estremità, e senza avere motivo di sospettarlo. La responsabilità di un pubblico che non verifica esiste, ed è la ragione per cui il § 5 misura il registro epistemico del corpus; ma è di ordine diverso e di grado minore rispetto a quella di chi ha costruito deliberatamente le condizioni dell’errore.

8. L’asimmetria della voce: chi parla, chi risponde, chi tace

La codifica manuale del campione sistematico (n = 129) restituisce la distribuzione di valenza riportata nella Tabella 7.

Tabella 7 — Valenza dei commenti (campione sistematico, n = 129)

ValenzaNQuotaIC 95%
Ostile a Bonaccini o alla sinistra11085,3%79,2 – 91,4%
Favorevole a Bonaccini o alla sinistra107,8%3,1 – 12,4%
Ambiguo o non classificabile97,0%2,6 – 11,4%

Fonte: codifica manuale dell’autore. Intervalli di confidenza normali approssimati.

Il primo dato è banale e va comunque enunciato: la sezione commenti di un post che riporta una dichiarazione percepita come offensiva verso l’elettorato di centrodestra è occupata per circa cinque sesti da voci ostili. Questa proporzione non descrive l’elettorato: nella circoscrizione in cui il fatto è avvenuto, come nel paese, i rapporti di forza elettorali sono lontanissimi da cinque a uno. Descrive invece la struttura di incentivi alla presa di parola: chi è indignato scrive, chi è d’accordo mette una reazione, chi è in disaccordo con la maggioranza dei commenti tace.

Il secondo dato è meno ovvio e più interessante. Distinguendo i commenti di primo livello dalle risposte in thread si ottiene una differenza netta:

Tabella 8 — Valenza favorevole per posizione conversazionale (n = 129)

PosizioneFavorevoli / totaleQuota
Risposte in thread8 / 2236,4%
Commenti di primo livello2 / 1071,9%

Test esatto di Fisher: p < 0,0001. Fonte: codifica manuale dell’autore.

La differenza è di quasi venti volte ed è statisticamente robusta nonostante la dimensione ridotta del campione. La sua interpretazione è la seguente: la voce minoritaria non si presenta autonomamente, ma esiste solo come reazione. Nessuno, o quasi, apre un commento per difendere l’intervistato; molti replicano a chi lo attacca. La minoranza non è muta, è reattiva: non prende l’iniziativa della parola pubblica, la esercita solo in risposta a una provocazione individuata.

La teoria della spirale del silenzio di Noelle-Neumann prevedeva che gli individui che percepiscono la propria opinione come minoritaria riducano progressivamente la disponibilità a esprimerla, per timore dell’isolamento sociale.25 Il corpus ne suggerisce una variante specifica dell’ambiente digitale: la spirale non produce silenzio assoluto ma subordinazione posizionale. La minoranza rinuncia allo spazio pubblico principale — il primo livello, quello che tutti vedono — e si ritira negli spazi annidati, dove il pubblico è ristretto e la replica ha un interlocutore identificato e quindi un rischio percepito minore. È un fenomeno che ha un corrispettivo fisico immediato: si tace in piazza e si parla nel capannello.

Questo spiega anche la concentrazione delle risposte nel primo quarto del corpus. I thread nascono dove c’è un’interazione precoce e si esauriscono; nella parte successiva, quando il flusso diventa massivo e le prime posizioni scorrono via, la struttura dialogica scompare e con essa scompare lo spazio in cui la minoranza poteva parlare. La crescita del volume non aumenta la pluralità: la riduce.

Un ultimo elemento riguarda i commentatori seriali. Il 5% degli autori più attivi produce il 14,6% dei commenti, e alcuni di essi ricorrono a testi identici. L’utente più prolifico ripete tredici volte, sotto commenti diversi, una formula fissa: «i fascisti non studiano e non si vergognano, vanno con i voli di stato e scortati se vengono fischiati… il gasolio a 2,49 € al litro». Non è un argomento: è un’occupazione di spazio. La persistenza sostituisce la persuasione, e la ripetizione produce, nella percezione del lettore, l’effetto di una prevalenza che non corrisponde al numero di persone che la sostengono.

9. Un pubblico senza prossimità: lo spazio di commento e il territorio della testata

Il quarto risultato riguarda la distanza fra il radicamento territoriale del contenuto e quello di chi lo ha commentato. Va delimitato con cura, perché è il punto in cui è più facile scivolare da un’osservazione circoscritta a una diagnosi che i dati non sostengono.

L’oggetto è un singolo post sulla pagina Facebook di una testata, non la testata e tantomeno il sistema informativo del suo territorio. IVG.it — Il Vostro Giornale — è un quotidiano online con sede a Pietra Ligure che copre i comuni della provincia di Savona: non è una testata albenganese, e Albenga è uno fra i molti comuni della sua area di riferimento. L’evento si è svolto in una piazza di Albenga, l’intervista è stata realizzata da un giornalista della redazione, l’iniziativa era di un circolo di partito locale. Il termine di paragone corretto per misurare la presenza del territorio nel corpus è dunque duplice: l’area di copertura della testata, e il luogo dell’evento.

— 26 commenti su 1.285 (2,0%) contengono un toponimo dell’area di copertura (Savona, Albenga, Pietra Ligure, Andora, Pontelungo e simili); allargando il criterio all’intera Liguria, capoluogo regionale compreso, si arriva a 34 (2,6%);

— 22 (1,7%) nominano Albenga, cioè il luogo in cui il fatto è materialmente avvenuto;

— 116 (9,0%) discutono il bilancio amministrativo dell’Emilia-Romagna — sanità, alluvioni, liste d’attesa, disavanzo, Bologna, Modena;

— il rapporto fra i due insiemi è di 4,5 a 1 a favore di una regione distante ottocento chilometri.

L’asimmetria non riguarda la testata, che ha fatto il proprio lavoro nella propria area di competenza, ma lo spazio di commento di quel post, che è stato occupato quasi interamente da persone senza alcun rapporto con quell’area e portatrici di un’agenda interamente nazionale. È un effetto della catena descritta al § 3: il pubblico che commenta non è arrivato al post perché segue la testata, ma perché il frammento gli è passato davanti altrove. Hopkins ha documentato per gli Stati Uniti la nazionalizzazione del comportamento elettorale — elettori che valutano candidati locali secondo criteri nazionali — e qui se ne osserva una variante di ordine diverso: non la nazionalizzazione dei criteri di giudizio di un pubblico locale, ma la sostituzione del pubblico stesso in un singolo spazio di discussione.26

La qualità dei pochi riferimenti territoriali presenti è a sua volta istruttiva. Alcuni sono di merito e provengono con ogni evidenza da residenti: la citazione dell’ospedale Santa Maria di Misericordia; la sicurezza in viale Pontelungo, richiamata da due utenti diversi; un intervento sul porto di Savona e sulle retribuzioni dei portuali, formulato da un lavoratore del settore, fra i testi più circostanziati del corpus; una precisazione rivolta a un commentatore che collocava Albenga nella provincia sbagliata. Altri sono stereotipi trasferibili: «Ad Albenga si troverà bene, è un rumentaio come il capoluogo della sua regione rossa»; «Già Albenga è una invasione»; «Non sapevo ci fosse il circo ad Albenga». In questi casi il toponimo è una variabile sostituibile dentro un frame nazionale prefabbricato: non veicola alcuna conoscenza del luogo e potrebbe essere rimpiazzato da qualsiasi altro nome senza che l’enunciato cambi.

Per l’editore, la conseguenza è quella che la questione sollevata da ANSO enuncia solo in parte. Il post ha prodotto reach senza prossimità: 45.714 visualizzazioni e 1.442 commenti sono un volume che per una pagina di quelle dimensioni è eccezionale, ma generato da un pubblico che in larghissima parte non appartiene all’area di distribuzione della testata, non vi tornerà e non ne leggerà altro. Il valore economico di quel traffico è modesto; quello reputazionale è ambiguo; il costo — moderazione, clima della pagina, spiazzamento dei lettori abituali — è immediato e certo.

Da qui in avanti conviene però restringere il campo delle affermazioni, perché il caso non autorizza una diagnosi sullo stato dell’informazione locale. La provincia di Savona è coperta da più testate; altre hanno dato notizia dell’iniziativa senza poi seguire l’evento né la polemica successiva, il che rientra nelle scelte editoriali di ciascuna redazione e non è oggetto di questo lavoro. Non si tratta, in nessun senso utile del termine, di un caso di desertificazione informativa, e le categorie costruite per misurare l’assenza di giornalismo locale sono qui inservibili — oltre che, come si è argomentato altrove, di dubbia trasferibilità al contesto europeo e italiano.27

L’osservazione che regge, e che vale al di là del caso, è di natura diversa e più circoscritta: la distribuzione tramite piattaforma può separare il pubblico di un contenuto dal territorio del suo produttore, e può farlo là dove il presidio informativo funziona. Non occorre che una redazione chiuda perché lo spazio in cui essa dialoga con i propri lettori venga occupato da altri; basta che un suo contenuto entri in un circuito nazionale. È una condizione che le metriche di presenza o assenza delle testate non rilevano per costruzione, e che riguarda un singolo post e non la relazione ordinaria fra un giornale e la sua area — relazione su cui questo corpus non dice nulla, perché non è stato costruito per dirlo.

Un’ultima osservazione, di metodo. Nelle rassegne sul valore del giornalismo il pubblico compare quasi sempre come esito — audience, disponibilità a pagare, fiducia dichiarata — e quasi mai come soggetto di cui si esamini che cosa faccia effettivamente con l’informazione che riceve. Un corpus di commenti è, con tutti i limiti elencati al § 2, un’osservazione diretta di quel comportamento; e i risultati dei §§ 4-8 suggeriscono che si tratti di un oggetto meno rassicurante delle metriche di diffusione.

Tabella 9 — Campi semantici principali (N = 1.285; campi non esclusivi)

Campo semanticoNQuota
Invettiva e insulto26320,5%
Istruzione e merito20315,8%
Emilia-Romagna, sanità, alluvioni13610,6%
Riferimenti a Schlein, PD, campo progressista765,9%
Anti-elitismo, «spocchia», radical chic765,9%
Islam e immigrazione695,4%
Antifascismo e anticomunismo685,3%
Riferimenti a Meloni, destra, Vannacci514,0%
Lavoro, salari, ceto medio493,8%
Sicurezza e criminalità342,6%
Riferimenti territoriali (prov. di Savona e Liguria)342,6%
Anzianità del pubblico presente292,3%
Consistenza numerica del pubblico241,9%
Diritti civili, «woke», LGBT211,6%
Nostalgia del PCI, Berlinguer, Gramsci141,1%
Guerra, Ucraina, riarmo, Palestina120,9%

Fonte: elaborazione dell’autore. Un commento può appartenere a più campi.

10. Discussione: che cosa questo caso dice e che cosa non dice

Conviene enunciare per primo ciò che il caso non dimostra, perché è la tentazione più forte e la più fuorviante.

Non dimostra che «gli italiani si sono imbarbariti». Il corpus non è un campione della popolazione e le proporzioni che vi si osservano non sono trasferibili ad alcun universo più ampio; l’inciviltà misurata è quella di un ambiente specifico in un momento specifico, ed è prodotta da poco più di mille persone su una popolazione nazionale di cinquantotto milioni. Non dimostra che il dibattito pubblico italiano sia interamente degradato: mostra che un certo dispositivo produce sistematicamente un certo tipo di parola. Non dimostra, infine, che l’ostilità osservata sia rappresentativa degli orientamenti dell’elettorato di centrodestra, la cui grande maggioranza non ha commentato nulla.

Tre conclusioni sono invece sostenibili.

10.1. Esiste un’infrastruttura di risentimento pronta all’attivazione

La sproporzione fra la causa e l’effetto è il dato macroscopico dell’intero caso. Una frase di quindici parole, pronunciata in una piazza di provincia davanti a poche decine di persone, in un’intervista a una testata da 160.000 follower, ha prodotto in cinque giorni oltre 29.000 commenti fra le due pagine principali, dichiarazioni di leader nazionali, decine di articoli e una controversia deontologica sull’attribuzione delle fonti.

Una tale amplificazione non è spiegabile con le proprietà dell’enunciato. È spiegabile con l’esistenza di una infrastruttura già pronta: un insieme di frame disponibili («la sinistra vi disprezza», «i radical chic», «non hanno mai lavorato»), di comunità già mobilitate, di attori politici capaci di attivarle in tempo reale e di un’architettura algoritmica che premia il contenuto ad alto carico morale-emotivo. La ricerca di Brady e colleghi ha mostrato che ogni parola morale-emotiva aggiuntiva in un messaggio politico ne aumenta la diffusione in misura misurabile, e che tale diffusione avviene prevalentemente dentro i gruppi ideologici e non fra di essi.28 Il frammento estratto dall’intervista era, in questo senso, un contenuto ottimale: breve, moralmente carico, attribuibile, offensivo per un gruppo ampio.

Ne discende un’implicazione poco confortante per chiunque faccia comunicazione politica. In un ambiente così configurato, la qualità dell’enunciato originario incide poco sull’esito: qualsiasi proposizione che possa essere riformulata come «loro vi disprezzano» verrà riformulata così. Il contesto non protegge, la precisazione non recupera, l’integralità del video non serve — e in questo caso il video integrale era pubblicamente disponibile fin dal primo momento sulla stessa pagina in cui si sono accumulati i commenti.

10.2. La domanda politica dominante è di riconoscimento, non di programma

Il secondo risultato è di sostanza. Se si prende sul serio ciò che il corpus chiede — non ciò che urla — la richiesta prevalente non riguarda una politica pubblica ma un rango: essere trattati come interlocutori legittimi. Il 15,8% dei commenti discute di istruzione e merito, il 9,0% tocca un contenuto di policy, l’1,1% racconta il proprio percorso di studi con lo scopo esplicito di rivendicare dignità.

Questa asimmetria è coerente con una linea di ricerca ormai consolidata secondo cui il voto populista in Europa occidentale è spiegato meglio da variabili di status percepito e di riconoscimento che da variabili di reddito.29 Ma comporta anche un problema pratico: le domande di riconoscimento sono, per loro natura, difficilmente soddisfacibili con misure di policy. Nessun provvedimento amministrativo restituisce lo status simbolico che un enunciato ha sottratto; e nessuna precisazione lo restituisce, perché la precisazione arriva a un pubblico che non l’ascolta e attraverso un canale che l’ha già riscritta.

10.3. Il costo per chi ha prodotto il fatto

Il terzo risultato riguarda l’oggetto meno visibile del caso: la redazione. La sequenza mostra un editore che sostiene il costo della produzione informativa, cede il valore alla circolazione non attribuita, subisce sulla propria pagina il riflusso di un conflitto nazionale e resta l’unico soggetto della catena professionalmente responsabile dell’accuratezza. È un modello di allocazione dei costi e dei benefici asimmetrico, in cui chi sostiene il costo non è chi ne trae il beneficio. Quali effetti la sua reiterazione produca sull’offerta di informazione locale è, allo stato, una questione aperta più che un risultato acquisito, per le ragioni di misurazione discusse al § 9; ciò che si può affermare senza inferenze aggiuntive è che l’asimmetria è documentata in questo caso e che nulla, nella struttura descritta, tende a correggerla.

Va inoltre notato che, in questo caso specifico, la redazione ha lavorato bene: ha ottenuto una dichiarazione politicamente rilevante da un dirigente nazionale, l’ha pubblicata integralmente e in forma verificabile, e ne ha poi documentato la deformazione. È esattamente ciò che ci si attende da una testata professionale. Ciò che ne è seguito — una pagina occupata per giorni da un pubblico ostile ed estraneo alla sua area di distribuzione — non è la conseguenza di un errore, ma il costo di un lavoro fatto correttamente dentro un ecosistema che non lo remunera.

11. Conclusioni

Il corpus di 1.285 commenti analizzato in questo saggio documenta un evento minimo — cinque giorni di reazioni sotto il post di un giornale di provincia — e proprio per questo consente osservazioni che i grandi casi nazionali rendono meno leggibili.

La prima è che la sezione commenti non è una sfera pubblica degradata: è un’istituzione diversa. Non ha le funzioni della sfera pubblica — far circolare argomenti, produrre opinione informata, esercitare pressione argomentata sui decisori — e non le svolge male: non le svolge affatto. Ha invece una funzione propria, che è sanzionatoria e identitaria: consente a un numero elevato di individui di registrare una collocazione a costo nullo e senza obbligo di giustificazione. L’89,0% dei testi privo di argomentazione e il 78,4% privo tanto di un bersaglio personale quanto di un contenuto di merito non sono un fallimento del dispositivo: sono il suo prodotto normale.

La seconda è che il conflitto documentato è simmetrico nella forma e asimmetrico nella voce. Le due parti impiegano lo stesso repertorio — l’accusa di fascismo, l’accusa di ignoranza, l’accusa di parassitismo, la disumanizzazione — ma non hanno lo stesso accesso allo spazio: la parte minoritaria in quel contesto non apre commenti, replica soltanto, ed è quasi venti volte più presente nei thread annidati che al primo livello. Ciò significa che la fotografia che un lettore ricava scorrendo la pagina è più unanime della realtà anche all’interno di quel pubblico autoselezionato, e che il volume, crescendo, comprime la pluralità invece di ampliarla.

La terza è che la frattura educativa è reale, è politicamente esplosiva, e non è governabile con il linguaggio della descrizione — tanto meno quando quel linguaggio viene ritagliato da altri. La proposizione di Bonaccini è empiricamente difendibile e politicamente insostenibile, e non perché il pubblico non capisca la differenza fra correlazione e giudizio, ma perché quella differenza — in un ambiente che elimina il contesto, in una società che ha reso il titolo di studio il principale criterio di ordinamento delle persone — non è comunicabile. Il § 3.2 aggiunge che, in questo caso, la parte del ragionamento che avrebbe reso la differenza esplicita è stata materialmente rimossa dal materiale circolato: il costo politico è stato pagato per un enunciato che nessuno dei suoi 1.285 giudici ha ascoltato per intero, pur avendolo a disposizione. Il corpus mostra che il pubblico ha reagito allo status dell’enunciato, non al suo contenuto proposizionale, e ha reagito con una contromossa che ne accetta la premessa: rivendicando titoli di studio propri o negando quelli dell’avversario. La contestazione dell’ordine meritocratico è avvenuta interamente all’interno del suo vocabolario.

La quarta, infine, è la meno commentata e la più concreta. In questa vicenda la redazione ha svolto correttamente il proprio lavoro e ne ha sopportato per intero il costo: ha prodotto il contenuto, ne ha garantito il contesto, ne ha perso il controllo, ne ha subito il riflusso e non ne ha ricavato nulla di appropriabile. Il 2,0% di riferimenti all’area di copertura in una discussione ospitata sul canale di quella testata è la misura sintetica dell’operazione. Se ne ricava un’indicazione circoscritta ma non banale: la distribuzione tramite piattaforma può separare il pubblico di un contenuto dal territorio di chi lo produce, e ciò può accadere — come qui — dove il presidio informativo funziona e non solo dove viene meno.

Bonaccini, nella stessa intervista, sosteneva che la sinistra dovesse tornare a occuparsi dei problemi reali della gente. È possibile riformulare il risultato principale di questo lavoro come un’osservazione su quella frase. Nel dispositivo in cui essa è caduta, i problemi reali della gente compaiono nel 9,0% degli interventi, mentre il 78,4% non contiene né una persona né una cosa. Non è che quel pubblico non abbia problemi reali: ne ha, e i pochi testi lunghi del corpus li enunciano con precisione — salari, liste d’attesa, sicurezza urbana, contratti non rinnovati, un fratello operato in un’altra regione. È che lo spazio in cui gli è stato chiesto di parlare non è costruito per contenerli. La distanza fra le due cose — ciò che le persone hanno da dire e ciò che il dispositivo consente loro di dire — è, molto probabilmente, un problema politico più grande di quello che ha originato il caso.

Appendice metodologica

A.1. Procedura di estrazione

Il documento sorgente è la trascrizione dei commenti visibili sotto il post video pubblicato dalla pagina Facebook di IVG.it, rilevata il 30 agosto 2026. La struttura ricorrente dell’esportazione è: riga con il nome dell’autore; una o più righe di testo; riga con il marcatore temporale relativo («5 g», «4 h», «10 min»). Le etichette di interfaccia sono state rimosse. Nelle risposte in thread, il nome del destinatario è separato dal testo da uno spazio unificatore (U+00A0), il che ha consentito l’identificazione automatica e affidabile della struttura conversazionale.

A.2. Definizione delle classi argomentative

Segnale non verbale: assenza di qualsiasi carattere alfanumerico. Insulto puro: lunghezza ≤ 25 caratteri e presenza di almeno un marcatore lessicale di invettiva. Esclamazione breve: lunghezza ≤ 25 caratteri senza marcatore di invettiva. Argomentazione estesa: lunghezza ≥ 120 caratteri e presenza di almeno un connettivo logico (perché, poiché, quindi, dunque, invece, tuttavia, mentre, in realtà, il problema è, secondo me, penso che, credo che, significa) o di un riferimento quantitativo o cronologico. Argomentazione minima: presenza del medesimo marcatore con lunghezza inferiore. Invettiva estesa: lunghezza > 25 caratteri, presenza di marcatore di invettiva, assenza di marcatori argomentativi. Asserzione non argomentata: categoria residua.

A.3. Limiti della misurazione lessicale

Le misure basate su espressioni regolari sottostimano sistematicamente i fenomeni veicolati per via ironica, allusiva o iconica. Tre esempi dal corpus: «Quanta bella gioventù» è una squalifica del pubblico presente che nessun lessico di età intercetta; «Che platea!» è un commento sulla scarsa affluenza privo di qualunque marcatore numerico; «mi sarei fermato a “la sinistra si tolga”» è un’aggressione costruita interamente sulla troncatura di una citazione. Le quote riportate nelle Tabelle 6 e 9 vanno perciò lette come limiti inferiori. La sola misura non lessicale del saggio — la valenza — è codificata a mano proprio per questa ragione.

A.4. Dati di pagina e loro verifica

I dati di pagina utilizzati nel § 3.3 sono stati sottoposti a controllo di coerenza interna. Per il post di IVG.it: 324 + 703 = 1.027 reazioni. Per il post della pagina Meloni: 25.473 + 4.581 + 3.604 = 33.658 reazioni. Entrambe le scomposizioni tornano. Le visualizzazioni della pagina Meloni sono un valore arrotondato indicato dalla piattaforma; i rapporti che la impiegano al denominatore vanno letti come ordini di grandezza. Le condivisioni non sono disponibili per il post di IVG.it, e il confronto su quella voce non è stato effettuato.

A.5. Confronto fra intervista integrale e clip

L’analisi del § 3.2 si fonda sul confronto fra la trascrizione della risposta integrale e quella della clip circolata. La durata complessiva della risposta eccede i 48 secondi ottenuti sommando la clip (27 secondi) al segmento conclusivo soppresso (circa 21 secondi, rilevati fino all’inizio della domanda successiva), perché a essi va aggiunta la frase d’apertura, anch’essa assente dalla clip e di durata non rilevata. La quota conservata è perciò indicata come «poco più della metà» e il valore del 56% ricavabile dal solo rapporto 27/48 va inteso come limite superiore. La verifica dell’effetto sul corpus è stata condotta cercando separatamente gli elementi lessicali esclusivi del segmento conservato e quelli esclusivi del segmento soppresso; i riscontri sul secondo insieme sono stati ispezionati uno a uno, ed è stato scartato come falso positivo ogni commento in cui i termini «sanità pubblica» o «diritti sociali» ricorrevano in riferimento al bilancio della Regione Emilia-Romagna o alla polemica generica sul PD anziché alla proposta formulata nell’intervista. Sopravvivono al controllo due commenti.

Riferimenti bibliografici

Bail C.A., Breaking the Social Media Prism. How to Make Our Platforms Less Polarizing, Princeton University Press, Princeton 2021.

Bentivegna S., Boccia Artieri G., Le teorie delle comunicazioni di massa e la sfida digitale, Laterza, Roma-Bari 2019.

Bentivegna S., Rega R., «Searching for the Dimensions of Today’s Political Incivility», Social Media + Society, 8, 3, 2022.

Bentivegna S., Rega R., «Politicians Under Fire: Citizens’ Incivility Against Political Leaders on Social Media», Social Media + Society, 2024.

Bornschier S., Häusermann S., Zollinger D., Colombo C., «How “Us” and “Them” Relates to Voting Behavior — Social Structure, Social Identities, and Electoral Choice», Comparative Political Studies, 54, 12, 2021, pp. 2087-2122.

Bourdieu P., «L’opinion publique n’existe pas», Les temps modernes, n. 318, 1973, pp. 1292-1309.

Bourdieu P., La distinction. Critique sociale du jugement, Minuit, Paris 1979; trad. it. La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 2001.

Brady W.J., Wills J.A., Jost J.T., Tucker J.A., Van Bavel J.J., «Emotion shapes the diffusion of moralized content in social networks», Proceedings of the National Academy of Sciences, 114, 28, 2017, pp. 7313-7318.

CISE-LUISS, «L’identikit degli elettori italiani 2022: i principali partiti a confronto», Centro Italiano Studi Elettorali, 26 settembre 2022.

Coe K., Kenski K., Rains S.A., «Online and Uncivil? Patterns and Determinants of Incivility in Newspaper Website Comments», Journal of Communication, 64, 4, 2014, pp. 658-679.

Cramer K.J., The Politics of Resentment. Rural Consciousness in Wisconsin and the Rise of Scott Walker, University of Chicago Press, Chicago 2016.

Entman R.M., «Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm», Journal of Communication, 43, 4, 1993, pp. 51-58.

Fraser N., Honneth A., Umverteilung oder Anerkennung? Eine politisch-philosophische Kontroverse, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2003.

Gethin A., Martínez-Toledano C., Piketty T., «Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948-2020», The Quarterly Journal of Economics, 137, 1, 2022, pp. 1-48.

Gethin A., Martínez-Toledano C., Piketty T. (a cura di), Political Cleavages and Social Inequalities. A Study of Fifty Democracies, 1948-2020, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2021.

Habermas J., Strukturwandel der Öffentlichkeit, Luchterhand, Neuwied 1962; trad. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 2005.

Habermas J., «Reflections and Hypotheses on a Further Structural Transformation of the Political Public Sphere», Theory, Culture & Society, 39, 4, 2022, pp. 145-171.

Hochschild A.R., Strangers in Their Own Land. Anger and Mourning on the American Right, The New Press, New York 2016.

Honneth A., Kampf um Anerkennung, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1992; trad. it. Lotta per il riconoscimento, il Saggiatore, Milano 2002.

Hopkins D.J., The Increasingly United States. How and Why American Political Behavior Nationalized, University of Chicago Press, Chicago 2018.

ITANES, Svolta a destra? Cosa ci dice il voto del 2022, il Mulino, Bologna 2023.

Iyengar S., Sood G., Lelkes Y., «Affect, Not Ideology: A Social Identity Perspective on Polarization», Public Opinion Quarterly, 76, 3, 2012, pp. 405-431.

Iyengar S., Lelkes Y., Levendusky M., Malhotra N., Westwood S.J., «The Origins and Consequences of Affective Polarization in the United States», Annual Review of Political Science, 22, 2019, pp. 129-146.

Lamont M., The Dignity of Working Men. Morality and the Boundaries of Race, Class, and Immigration, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2000.

Manin B., The Principles of Representative Government, Cambridge University Press, Cambridge 1997; trad. it. Principi del governo rappresentativo, il Mulino, Bologna 2010.

Marwick A.E., boyd d., «I tweet honestly, I tweet passionately: Twitter users, context collapse, and the imagined audience», New Media & Society, 13, 1, 2011, pp. 114-133.

Mudde C., «The Populist Zeitgeist», Government and Opposition, 39, 4, 2004, pp. 541-563.

Müller J.-W., What Is Populism?, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2016; trad. it. Cos’è il populismo?, Università Bocconi Editore, Milano 2017.

Nielsen R.K. (a cura di), Local Journalism. The Decline of Newspapers and the Rise of Digital Media, I.B. Tauris, London 2015.

Noelle-Neumann E., «The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion», Journal of Communication, 24, 2, 1974, pp. 43-51.

Norris P., Inglehart R., Cultural Backlash. Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge University Press, Cambridge 2019.

Oesch D., Rennwald L., «Electoral competition in Europe’s new tripolar political space: Class voting for the left, centre-right and radical right», European Journal of Political Research, 57, 4, 2018, pp. 783-807.

Pinna F., «Idee e letture: un rapporto di International Media Support tra futuro e presente del giornalismo», AlbengaCorsara, 28 agosto 2026. (https://www.albengacorsara.it/2026/08/28/idee-e-letture-un-rapporto-di-international-media-support-tra-futuro-e-presente-del-giornalismo/)

Pinna F., «Idee e letture: pubblicazioni UNESCO sul giornalismo e la libertà d’espressione», AlbengaCorsara, 28 agosto 2026. (https://www.albengacorsara.it/2026/08/28/idee-e-letture-pubblicazioni-unesco-sul-giornalismo-e-la-liberta-despressione/)

Papacharissi Z., «Democracy online: civility, politeness, and the democratic potential of online political discussion groups», New Media & Society, 6, 2, 2004, pp. 259-283.

Rega R., Marchetti R., Stanziano A., «Incivility in Online Discussion: An Examination of Impolite and Intolerant Comments», Social Media + Society, 2023.

Rosanvallon P., La contre-démocratie. La politique à l’âge de la défiance, Seuil, Paris 2006; trad. it. Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, Roma 2012.

Sandel M.J., The Tyranny of Merit. What’s Become of the Common Good?, Farrar, Straus and Giroux, New York 2020; trad. it. La tirannia del merito, Feltrinelli, Milano 2021.

Settle J.E., Frenemies. How Social Media Polarizes America, Cambridge University Press, Cambridge 2018.

Sunstein C.R., #Republic. Divided Democracy in the Age of Social Media, Princeton University Press, Princeton 2017.

Fonti giornalistiche e documentarie

«Il presidente del PD Bonaccini ad Albenga: “La sinistra si tolga la puzza sotto il naso. Se non ci uniamo, vincono di nuovo loro”», IVG.it, 24 agosto 2026 (intervista integrale in video, a cura di N. Seppone). (https://www.ivg.it/2026/08/il-presidente-del-pd-bonaccini-ad-albenga-la-sinistra-si-tolga-la-puzza-sotto-il-naso-se-non-ci-uniamo-vincono-di-nuovo-loro/)

«“Vota destra chi ha studiato poco”: Meloni rilancia l’intervista di Bonaccini a IVG. E il caso diventa virale», IVG.it, 28 agosto 2026. (https://www.ivg.it/2026/08/vota-destra-chi-ha-studiato-poco-meloni-rilancia-lintervista-di-bonaccini-a-ivg-e-il-caso-diventa-virale/)

«Intervista di Bonaccini a IVG diventa caso nazionale. ANSO: “Video diffuso senza fonte, rispetto per le redazioni locali”», IVG.it, 30 agosto 2026. (https://www.ivg.it/2026/08/intervista-di-bonaccini-a-ivg-diventa-caso-nazionale-anso-video-diffuso-senza-fonte-rispetto-per-le-redazioni-locali/)

«Meloni a Bonaccini: “Vota a destra chi ha studiato poco? Noi non chiediamo titoli”. Il dem: “Presa frase da ragionamento complessivo”», Adnkronos, 28 agosto 2026.

«Chi ha studiato meno vota più a destra». È vero o no? L’analisi, Sondaggi Bidimedia, agosto 2026 (elaborazione su dati CISE-LUISS, europee 2024).

«L’astensionismo ha radici economiche», lavoce.info.

Trascrizione della risposta integrale di S. Bonaccini alla domanda dell’intervistatore sullo spostamento a destra del voto dei lavoratori e del ceto medio, e trascrizione della clip di 27 secondi circolata sui social (a cura dell’autore del saggio). “In questo saggio per l’analisi uso una mia trascrizione integrale (letterale) della risposta data da Bonaccini sia per quanto riguarda l’intervista sia per quanto riguarda la clip che ne è stata tratta.”

Corpus dei commenti al post video della pagina Facebook IVG.it, rilevazione del 30 agosto 2026 (1.285 commenti trascritti, 1.442 dichiarati dalla piattaforma); dati di reazione delle pagine IVG.it e Giorgia Meloni alla medesima data.

NOTE AL TESTO

1L’intervista video integrale è nell’articolo a firma di Nicola Seppone: «Il presidente del PD Bonaccini ad Albenga: “La sinistra si tolga la puzza sotto il naso. Se non ci uniamo, vincono di nuovo loro”», IVG.it, 24 agosto 2026. La ricostruzione della vicenda successiva è in: «Intervista di Bonaccini a IVG diventa caso nazionale. ANSO: “Video diffuso senza fonte, rispetto per le redazioni locali”», IVG.it, 30 agosto 2026. In questo saggio per l’analisi uso una mia trascrizione integrale (letterale) della risposta data da Bonaccini sia per quanto riguarda l’intervista sia per quanto riguarda la clip che ne è stata tratta.

2Cfr. «“Vota destra chi ha studiato poco”: Meloni rilancia l’intervista di Bonaccini a IVG. E il caso diventa virale», IVG.it, 28 agosto 2026; la precisazione di Bonaccini è resa a Coffee Break, La7. Sull’eco nazionale della vicenda si vedano, fra gli altri, i resoconti di Adnkronos, il Fatto Quotidiano, Quotidiano Nazionale e il Giornale del 28-29 agosto 2026.

3Dati di pagina rilevati dall’autore il 30 agosto 2026. Le 1.027 reazioni al post di IVG.it si scompongono in 324 «mi piace» e 703 faccine «ahah». Per il post pubblicato sulla pagina di Giorgia Meloni (6,8 milioni di follower) i valori rilevati sono: 1 milione di visualizzazioni, 39.119 condivisioni, 28.139 commenti e 33.658 reazioni, così ripartite: 25.473 «mi piace», 4.581 faccine «ahah», 3.604 faccine «grr». Il confronto fra le due composizioni è discusso nel § 3.3.

4P. Bourdieu, «L’opinion publique n’existe pas», Les temps modernes, n. 318, gennaio 1973, pp. 1292-1309.

5P. Rosanvallon, La contre-démocratie. La politique à l’âge de la défiance, Seuil, Paris 2006; trad. it. Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, Roma 2012.

6Cfr. C.A. Bail, Breaking the Social Media Prism. How to Make Our Platforms Less Polarizing, Princeton University Press, Princeton 2021, in particolare il cap. 4 sulla sovrarappresentazione degli utenti estremi nella produzione di contenuto politico.

7A.E. Marwick, d. boyd, «I tweet honestly, I tweet passionately: Twitter users, context collapse, and the imagined audience», New Media & Society, 13, 1, 2011, pp. 114-133.

8Trascrizione della risposta. L’attacco, omesso dalla clip: «È stato un processo che in realtà ha riguardato e riguarda tutto l’Occidente e l’Europa». Il segmento conservato dalla clip: «Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci. È un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi, come dice lei, sta peggio economicamente. Io credo che in Europa sia anche un processo oggettivo dovuto a un’Europa che a differenza di quello che è accaduto alla mia generazione e fino a 10-15 anni fa, quando il lavoro era una certezza e la crescita economica si accompagnava a quella demografica, negli ultimi 10-15 anni abbiamo invece avuto la perdita dei posti di lavoro, il dramma demografico, una Europa che una volta rappresentava 1/3 del PIL mondiale e oggi è meno del 20, e quindi le persone che stanno peggio rischiano di ascoltare chi gli parla alla pancia». La conclusione, anch’essa omessa dalla clip, è riportata nel testo.

9Dichiarazioni riportate in IVG.it, 30 agosto 2026, art. cit. Sulla posizione strutturale del giornalismo locale nell’ecosistema digitale si veda R.K. Nielsen (a cura di), Local Journalism. The Decline of Newspapers and the Rise of Digital Media, I.B. Tauris, London 2015.

10L’affermazione del 2022 è documentata; cfr. «Bonaccini: “Voglio un PD popolare […]. Chi non ha studiato vale quando va a votare come chi ha tre lauree”», Orizzonte Scuola, 2022. Il commento che la richiama è quello dell’utente «Dan Twin Papi», 1.777 caratteri, il più lungo dell’intero corpus.

11S. Bentivegna, R. Rega, «Politicians Under Fire: Citizens’ Incivility Against Political Leaders on Social Media», Social Media + Society, 2024. L’assenza di segnali di coordinamento non esclude, ovviamente, l’attivazione emulativa: essa esclude la pianificazione.

12J. Habermas, Strukturwandel der Öffentlichkeit, Luchterhand, Neuwied 1962; trad. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 2005. Sulla revisione del modello alla luce dei media digitali si veda Id., «Reflections and Hypotheses on a Further Structural Transformation of the Political Public Sphere», Theory, Culture & Society, 39, 4, 2022, pp. 145-171.

13B. Manin, The Principles of Representative Government, Cambridge University Press, Cambridge 1997; trad. it. Principi del governo rappresentativo, il Mulino, Bologna 2010, in particolare il cap. 6.

14S. Iyengar, G. Sood, Y. Lelkes, «Affect, Not Ideology: A Social Identity Perspective on Polarization», Public Opinion Quarterly, 76, 3, 2012, pp. 405-431; S. Iyengar, Y. Lelkes, M. Levendusky, N. Malhotra, S.J. Westwood, «The Origins and Consequences of Affective Polarization in the United States», Annual Review of Political Science, 22, 2019, pp. 129-146.

15R. Rega, R. Marchetti, A. Stanziano, «Incivility in Online Discussion: An Examination of Impolite and Intolerant Comments», Social Media + Society, 2023. La distinzione fra impoliteness — violazione delle norme interpersonali — e incivility propriamente detta — violazione delle norme democratiche — risale a Z. Papacharissi, «Democracy online: civility, politeness, and the democratic potential of online political discussion groups», New Media & Society, 6, 2, 2004, pp. 259-283, ed è concettualmente decisiva: un commento volgare non è necessariamente antidemocratico, mentre un commento urbano può esserlo.

16Z. Papacharissi, art. cit. La distinzione è ripresa e resa operativa in K. Coe, K. Kenski, S.A. Rains, «Online and Uncivil? Patterns and Determinants of Incivility in Newspaper Website Comments», Journal of Communication, 64, 4, 2014, pp. 658-679.

17J.-W. Müller, What Is Populism?, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2016; trad. it. Cos’è il populismo?, Università Bocconi Editore, Milano 2017. Cfr. anche C. Mudde, «The Populist Zeitgeist», Government and Opposition, 39, 4, 2004, pp. 541-563.

18S. Bornschier, S. Häusermann, D. Zollinger, C. Colombo, «How “Us” and “Them” Relates to Voting Behavior — Social Structure, Social Identities, and Electoral Choice», Comparative Political Studies, 54, 12, 2021, pp. 2087-2122; D. Oesch, L. Rennwald, «Electoral competition in Europe’s new tripolar political space: Class voting for the left, centre-right and radical right», European Journal of Political Research, 57, 4, 2018, pp. 783-807; P. Norris, R. Inglehart, Cultural Backlash. Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge University Press, Cambridge 2019.

19A. Gethin, C. Martínez-Toledano, T. Piketty, «Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948-2020», The Quarterly Journal of Economics, 137, 1, 2022, pp. 1-48; Idd. (a cura di), Political Cleavages and Social Inequalities. A Study of Fifty Democracies, 1948-2020, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2021.

20CISE-LUISS, «L’identikit degli elettori italiani 2022: i principali partiti a confronto», 26 settembre 2022. Per un quadro d’insieme sul voto del 2022 si veda ITANES, Svolta a destra? Cosa ci dice il voto del 2022, il Mulino, Bologna 2023.

21Cfr. le elaborazioni pubblicate su lavoce.info, «L’astensionismo ha radici economiche», che riportano per l’Italia un coefficiente di correlazione fra reddito pro capite e astensione pari a circa –0,75, e i dati ISTAT sull’aumento del disinteresse verso la politica fra i disoccupati.

22M.J. Sandel, The Tyranny of Merit. What’s Become of the Common Good?, Farrar, Straus and Giroux, New York 2020; trad. it. La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, Milano 2021. Sandel osserva in particolare che l’ostilità verso i «meno istruiti» è divenuta l’ultimo pregiudizio socialmente accettabile presso le élite progressiste.

23A. Honneth, Kampf um Anerkennung, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1992; trad. it. Lotta per il riconoscimento, il Saggiatore, Milano 2002; N. Fraser, A. Honneth, Umverteilung oder Anerkennung?, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2003. Sulla dimensione etnografica dello stesso fenomeno si vedano A.R. Hochschild, Strangers in Their Own Land, The New Press, New York 2016, e K.J. Cramer, The Politics of Resentment, University of Chicago Press, Chicago 2016.

24M. Lamont, The Dignity of Working Men. Morality and the Boundaries of Race, Class, and Immigration, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2000.

25E. Noelle-Neumann, «The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion», Journal of Communication, 24, 2, 1974, pp. 43-51. Per una discussione degli effetti in ambiente digitale si veda J.E. Settle, Frenemies. How Social Media Polarizes America, Cambridge University Press, Cambridge 2018.

26D.J. Hopkins, The Increasingly United States. How and Why American Political Behavior Nationalized, University of Chicago Press, Chicago 2018.

27Il costrutto di news desert, nato per il contesto statunitense, applicato all’Europa adotta definizioni più larghe e si risolve in una valutazione esperta più che in una grandezza rilevata; in Italia non esiste un dibattito nazionale costruito su quella categoria. Vi si aggiungono la carenza di dati sui ricavi dei media locali in diversi Paesi europei, il fatto che le indagini più citate misurino opinioni dichiarate anziché comportamenti, gli effetti di selezione nei programmi di sostegno e la debolezza dell’identificazione causale nelle sintesi delle organizzazioni internazionali, le cui stime più solide provengono da esperimenti naturali in contesti extraeuropei non generalizzabili senza ulteriori assunzioni. Per una discussione puntuale si vedano F. Pinna, «Idee e letture: un rapporto di International Media Support tra futuro e presente del giornalismo», AlbengaCorsara, 28 agosto 2026, e Id., «Idee e letture: pubblicazioni UNESCO sul giornalismo e la libertà d’espressione», AlbengaCorsara, 28 agosto 2026. Cfr. inoltre R.K. Nielsen (a cura di), op. cit. Sulla copertura dell’iniziativa da parte di altre testate della provincia, e sulle relative scelte redazionali, questo saggio non formula alcun rilievo.

28W.J. Brady, J.A. Wills, J.T. Jost, J.A. Tucker, J.J. Van Bavel, «Emotion shapes the diffusion of moralized content in social networks», Proceedings of the National Academy of Sciences, 114, 28, 2017, pp. 7313-7318.

29Cfr. Norris, Inglehart, op. cit.; Bornschier et al., art. cit., che individuano nella dimensione identitaria («us» e «them») il meccanismo di collegamento fra struttura sociale e scelta elettorale.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

Annuncio affiliato