Idee e letture. Attenti alle previsioni. Sul presente e sul futuro del giornalismo digitale (e non)

Sul presente e sul futuro del giornalismo digitale (e non). Recensione a Bruce Mutsvairo, Kristin Skare Orgeret (a cura di), The Palgrave Handbook of Global Digital Journalism, Palgrave Macmillan, Cham, 2025

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di Fabrizio Pinna. Gli scienziati sociali contemporanei evitano previsioni generali, «presumibilmente per la convinzione che la conoscenza sia limitata e la realtà troppo complessa»; e Waisbord aggiunge una domanda retorica che sarebbe bene tenere presente: «se a stento riusciamo a comprendere il presente e rivediamo di continuo il passato, chi può costruire un argomento ragionevolmente convincente sul futuro?».

Recensione a Bruce Mutsvairo, Kristin Skare Orgeret (a cura di), The Palgrave Handbook of Global Digital Journalism, Palgrave Macmillan, Cham, 2025, 447 pagine. Ventisei capitoli. In particolare: Silvio Waisbord, «The “Future of Journalism” Is Uncertain and Plural (but Beware of Predictions)», capitolo 7, pp. 103-118.

PARTE PRIMA. L’ARCHITETTURA DEL VOLUME

1. Il problema di fare un altro manuale

I curatori aprono con una confessione che vale come dichiarazione di metodo. Quando Palgrave propose loro di curare un nuovo manuale sul giornalismo digitale, la prima domanda che si posero fu «se ci fosse spazio sufficiente per un altro manuale in un campo inondato da diversi compendi di questo tipo» (p. 1). Bruce Mutsvairo insegna a Utrecht, Kristin Skare Orgeret alla OsloMet di Oslo; entrambi conoscono bene i volumi esistenti, e alcuni dei loro curatori sono colleghi o maestri — il libro li elenca con scrupolo, da Wahl-Jorgensen e Hanitzsch a Franklin ed Eldridge, da Steensen e Westlund a Witschge e colleghi.

La risposta che si sono dati è che valeva la pena farlo soltanto producendo qualcosa di «nettamente diverso da ciò che si trova già nei manuali esistenti»: non un’altra rassegna dello stato dell’arte, ma un volume «dominato da prospettive diverse sostenute empiricamente, attraverso molteplici nazioni e contesti» (p. 1). È un criterio che consente di giudicare il libro sui suoi stessi termini, ed è per questo che conviene enunciarlo subito.

2. L’aneddoto di Giacarta

L’origine del progetto è raccontata attraverso un episodio che è una delle cose migliori del capitolo introduttivo. Mutsvairo, invitato a insegnare giornalismo in Indonesia, cita davanti agli studenti della Binus University uno dei manuali canonici, presentandolo come il testo di riferimento della disciplina. Durante la pausa pranzo una docente di studi sui media che aveva ascoltato gli si avvicina e gli dice:

«Quello che dice il libro a cui ha fatto riferimento è totalmente opposto a come ci si aspetta che i giornalisti si comportino qui. Il giornalismo è radicato nella nostra cultura conservatrice. Inoltre, non tutti i giornalisti dispongono degli strumenti digitali di cui parla il manuale» (p. 3).

Da lì, scrivono i curatori, «divenne chiaro a entrambi che l’inquadramento teorico del giornalismo digitale richiedeva una concettualizzazione geografica e culturale più ampia, oltre il tentativo di universalizzare norme e standard» (p. 3). L’aneddoto è efficace perché individua due problemi distinti che di solito vengono confusi: uno normativo — il manuale descrive un giornalismo che altrove non è quello atteso — e uno materiale — gli strumenti digitali di cui il manuale discute molti giornalisti semplicemente non li hanno. Il secondo è il più trascurato, e ritornerà con forza nel capitolo di Waisbord.

Il programma editoriale che ne discende è dichiarato senza perifrasi: contrastare la condizione in cui «le società economicamente più ricche sono inquietantemente poste come specchi perfetti del modo in cui il resto del mondo dovrebbe praticare il giornalismo» (p. 3). E il bersaglio non è soltanto geografico: «la prospettiva centrata sul Nord globale ha avuto poca autoriflessione o consapevolezza di sé riguardo alla politica e ai valori che ne informano il fuoco» (p. 5).

3. L’architettura in quattro parti

Il volume raccoglie ventisei capitoli, distribuiti in un’introduzione dei curatori e quattro sezioni.

  • Parte I — Storicizzare il passato e teorizzare il futuro (capitoli 2-7): l’evoluzione della pubblicazione multipiattaforma; la storia dei primi giornali online, con un capitolo dedicato al Diari de Barcelona; la storicizzazione del giornalismo digitale in Africa; il ruolo della televisione locale negli Stati Uniti; un capitolo su tatto e giornalismo; e infine il contributo di Waisbord sul futuro.
  • Parte II — Opportunità e minacce (capitoli 8-14): imparzialità e prossimità nel servizio pubblico britannico; il bullismo online contro le giornaliste africane; il potere degli algoritmi nella copertura delle crisi; le agenzie di stampa davanti all’IA con il caso Xinhua; blockchain; IA generativa e ChatGPT; la sicurezza digitale nella formazione giornalistica in Bangladesh.
  • Parte III — Strategie di reportage (capitoli 15-18): l’inchiesta collaborativa nell’Africa australe attraverso il caso #GuptaLeaks; il giornalismo investigativo nel Sud globale; il giornalismo investigativo non profit; la visualizzazione narrativa dei dati.
  • Parte IV — Fact-checking, giornalismo dei cittadini e dei dati (capitoli 19-26): cittadinanza e giornalismo digitale; il giornalismo dei dati in America latina; il giornalismo dei cittadini; dati e trasparenza nello Zimbabwe; il reportage sanitario in Sudafrica; l’origine della nozione di trasparenza nel data journalism; l’agenzia turca Dokuz8; e l’economia politica del fact-checking in Indonesia e Malaysia.

La geografia effettiva è dunque ampia e non decorativa: Grecia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Cina, Bangladesh, Sudafrica, Zimbabwe, Botswana, America latina, Turchia, Indonesia, Malaysia. Barbie Zelizer, in quarta di copertina, la definisce «una delle prime raccolte di saggi davvero globali sul giornalismo digitale», che «attraversa democrazie e autocrazie, Nord e Sud globale». È una descrizione che il sommario conferma.

4. Il potere come chiave di lettura

Ciò che tiene insieme materiali tanto eterogenei non è un metodo comune — non c’è — ma una tesi. I curatori la formulano così: «mentre gran parte della letteratura nel campo degli studi sul giornalismo digitale si occupa oggi di aspetti e traiettorie tecnologiche, la dimensione fondamentale del potere è spesso ignorata» (p. 5).

Ne discendono alcune conseguenze operative che il libro persegue con una certa coerenza. La prima è che i manuali «che si concentrano sul giornalismo digitale in relazione a contesti democratici potrebbero aver bisogno di dedicare non uno ma diversi capitoli ai contesti autoritari o meno democratici» (p. 4): il volume ne dedica infatti parecchi, e non come casi esotici ma come varianti ordinarie. La seconda è il rifiuto della postura che considera gli attori del Sud globale destinatari passivi: i curatori richiamano Noha Mellor, secondo cui le tecnologie digitali rafforzano «l’egemonia occidentale dell’ordine informativo mondiale», e la sua rivendicazione dei protagonisti arabi del giornalismo digitale «come produttori anziché come riceventi passivi di informazione» (p. 4).

È una posizione che il lettore italiano farebbe bene a considerare, perché il dibattito europeo sull’informazione tende a discutere di piattaforme, algoritmi e intelligenza artificiale come se le condizioni materiali del giornalismo fossero ovunque quelle di una redazione europea attrezzata.

5. Che cosa il volume riesce a fare

Alcuni capitoli mantengono la promessa dell’impianto e meritano di essere segnalati.

Il capitolo di Glenda Daniels e Omega Douglas sulle molestie online alle giornaliste africane lavora su interviste raccolte nel continente e colloca il fenomeno nel contesto in cui si verifica: le aggressioni avvengono «sullo sfondo di regimi statali autoritari che pongono sotto attacco la stampa libera» (p. 144), e riguardano in modo particolare le giornaliste che si occupano di politica e di inchiesta, spazi tradizionalmente maschili. È un modo di trattare la questione diverso dalle rilevazioni globali per questionario: meno generalizzabile, più situato.

Il capitolo di Xin Xin su Xinhua è forse il più istruttivo per un lettore europeo, perché descrive una traiettoria che le categorie occidentali faticano a cogliere: un’agenzia di Stato che, non essendo più interamente finanziata dallo Stato dopo la mercatizzazione dei media cinesi, ha risposto alla concorrenza «imitando i social media e le piattaforme di video brevi», trasformandosi «da grossista di notizie in una multinazionale dell’informazione, seppure di proprietà statale» (p. 186). L’autrice ne trae una conclusione teorica: la concettualizzazione delle agenzie come grossisti di notizie «ha urgente bisogno di essere aggiornata».

Il capitolo di Carolyne M. Lunga sul caso #GuptaLeaks — l’inchiesta collaborativa sudafricana — coglie un mutamento sottile nella pratica investigativa. Un giornalista intervistato lo formula così: nel giornalismo tradizionale «il giornalista ha una domanda a cui vorrebbe rispondere», mentre con le grandi basi di dati «si tratta essenzialmente di trovare le domande usando i database, perché non sai necessariamente che cosa chiedere» (p. 249). L’inversione fra domanda e materiale è un fatto epistemologico prima che tecnico.

Il capitolo di Indra Prawira e Shafezah Binti Abdul Wahab sull’economia politica del fact-checking in Indonesia e Malaysia mostra infine quanto il contesto conti: in Malaysia i giornalisti devono ottenere una licenza dall’autorità delle comunicazioni, e in entrambi i Paesi «gli sforzi dei governi… per controllare i giornalisti sono un modo per mantenere lo status quo» (p. 438). Le redazioni verificano dunque i fatti dentro un sistema in cui è il governo stesso a rivendicare l’autorità di stabilire che cosa sia vero — e i canali di fact-checking sopravvivono perché finanziati da sovvenzioni internazionali, dall’IFCN o da iniziative di Google.

Il capitolo di Allen Munoriyarwa, Dumisani Moyo e Wallace Chuma sulla storicizzazione del giornalismo digitale in Africa colma una lacuna reale: ricostruisce la periodizzazione a partire dal 1994, quando il Mail & Guardian sudafricano — nato nel 1985 come Weekly Mail — fu il primo quotidiano generalista del continente a mettersi in rete, ospitato da fornitori di accesso che «fecero un salto nel buio, perché non c’era alcun modello di business da cui imparare» (p. 68). Ma il rilievo che conta è quello conclusivo, e va nella stessa direzione della tesi dei curatori: «dobbiamo andare oltre l’approccio del determinismo tecnologico… Le tecnologie del giornalismo digitale hanno guidato un processo che era già plasmato da altri fattori economici, politici e sociali» (p. 69). Gli autori mostrano, per esempio, quanto abbia contato la stampa nigeriana in esilio negli anni della dittatura di Abacha, che trovò nel digitale non un’innovazione ma una via di sopravvivenza.

Il capitolo di George Ogola sull’IA generativa evita sia l’entusiasmo sia l’allarme, e individua un problema di economia politica che nel dibattito europeo compare di rado. L’utilità di ChatGPT nelle redazioni del Sud globale dipende da quanto i corpora di addestramento rappresentino le esperienze di quelle regioni; ma investire in quei dati rischia di «posizionare semplicemente il Sud globale come sito di dati grezzi da estrarre e monetizzare da parte delle imprese tecnologiche» (p. 219). Ogola ricorda che gran parte di quei dati proviene già da iniziative come Free Basics di Facebook, attiva dal 2013 in decine di Paesi, che concede accesso gratuito in cambio della raccolta dei dati — un meccanismo che alcuni studiosi hanno paragonato a una colonizzazione. Il capitolo segnala inoltre l’assenza del Sud globale dai tavoli in cui si scrivono le regole sull’IA (p. 221), e il rischio, esemplificato dal caso della testata statunitense CNET, che l’IA generativa venga adottata non per fare meglio giornalismo ma perché è più efficiente nel produrre contenuti ottimizzati per i motori di ricerca (p. 220).

Il capitolo di Eddy Borges-Rey sul giornalismo dei dati in America latina pone infine una domanda che il volume nel suo insieme non affronta mai così direttamente. Ricostruendo il peso degli aiuti internazionali — Internews, Hivos, Thomson Foundation, Google, USAID, il Knight Center, l’ICIJ — nel finanziare formazione e progetti di data journalism nella regione, l’autore chiede: «stiamo inavvertitamente permettendo agli aiuti stranieri di trapiantare ideologie coloniali, soffocando la crescita di un’identità giornalistica latinoamericana peculiare?» (p. 324). È la stessa domanda che si potrebbe rivolgere a molte iniziative internazionali di sostegno all’informazione, e il fatto che venga posta da chi studia la regione dall’interno le dà un peso diverso.

6. Un filo che attraversa i capitoli migliori

Messi in fila, i contributi più solidi convergono su una conclusione che nessuno di essi enuncia in forma generale, e che vale la pena estrarre perché è il risultato conoscitivo più consistente del volume: la tecnologia non è la variabile che spiega. Lo dicono gli autori del capitolo africano quando avvertono che occorre andare oltre il determinismo tecnologico; lo dice il capitolo su Xinhua, dove a spingere la trasformazione digitale non è stata l’innovazione ma la fine del finanziamento statale integrale; lo dice il capitolo su Indonesia e Malaysia, dove il fact-checking esiste o non esiste a seconda dei regimi di licenza e dei finanziamenti internazionali; lo dice il capitolo latinoamericano, dove le pratiche del giornalismo dei dati sono state modellate da chi le ha finanziate.

È una convergenza che ha un effetto retroattivo sulla lettura del volume. I capitoli che descrivono strumenti — la pubblicazione multipiattaforma, la blockchain, i formati di visualizzazione — sono i più datati e i meno capaci di reggere il confronto con quelli che descrivono condizioni. Non perché siano scritti peggio, ma perché catalogano ciò che cambia più in fretta, mentre gli altri osservano ciò che resta. Ed è esattamente la tesi che il capitolo di Waisbord argomenta in via teorica: la ragione per cui vale la pena leggerlo per primo, e non per ultimo.

7. I limiti dell’impianto

Il volume paga il prezzo del proprio genere, e in qualche punto anche quello della propria ambizione.

Il primo limite è la disomogeneità, che in un’opera collettiva di ventisei capitoli è inevitabile ma qui è accentuata dall’ampiezza dei temi: si passa da capitoli fondati su interviste e ricerca sul campo a rassegne compilative, da studi di caso circostanziati a contributi di taglio speculativo. La promessa iniziale di un manuale «dominato da prospettive sostenute empiricamente» è mantenuta da una parte consistente dei capitoli, non da tutti.

La disomogeneità è anche di registro. Il capitolo sulla pubblicazione multipiattaforma è in larga parte un inventario descrittivo di canali — email, SMS, RSS, PDF, notifiche push, app — di cui l’autore stesso osserva che alcuni hanno ormai «pochissimo (RSS) o nessun uso (SMS)» (p. 21): utile come cronologia, poco come analisi. All’estremo opposto, il capitolo sull’Africa adotta a tratti una metafora mitologica — gli imprenditori pionieri come «profeti», i fornitori di accesso come «dèi» dell’evoluzione digitale — che indebolisce una ricostruzione storica per il resto accurata; e il capitolo latinoamericano alterna analisi puntuali a passaggi di prosa fiorita. Sono differenze che un lavoro di curatela più stretto avrebbe potuto ridurre.

Il secondo riguarda la coerenza dell’insieme. Il criterio organizzatore delle quattro parti è debole: la collocazione del capitolo su tatto e giornalismo fra quelli che «storicizzano il passato e teorizzano il futuro», o quella del capitolo sulla blockchain fra «opportunità e minacce», risponde più a esigenze di sistemazione che a un disegno concettuale. Chi cerchi un manuale nel senso proprio — una trattazione ordinata e cumulativa di un campo — troverà piuttosto una raccolta di sondaggi paralleli.

Il terzo è il più interessante, perché riguarda il rapporto fra il programma e la sua esecuzione. Il volume denuncia con forza l’egemonia epistemica del Nord globale, ma resta pubblicato in inglese, da un editore europeo, in una collana costosa, e curato da due studiosi che insegnano in Olanda e Norvegia. I curatori ne sono consapevoli e vi accennano — osservano che la curatela di manuali «non sarà più monopolio di pochi» grazie a ricambi generazionali e al riconoscimento di case editrici locali (p. 5) — ma la contraddizione fra la tesi e le condizioni materiali della sua enunciazione resta, e nel libro non viene affrontata più a fondo di così.

Come manuale, il volume di Mutsvairo e Orgeret riesce nella parte più difficile del proprio programma — allargare davvero la geografia e trattare i contesti non occidentali come casi ordinari anziché come eccezioni — e riesce meno nella parte più facile, cioè dare all’insieme un ordine concettuale riconoscibile. Chi lo usi come repertorio di studi di caso su aree poco frequentate dalla letteratura corrente ne trarrà molto; chi cerchi una trattazione sistematica del giornalismo digitale troverà una raccolta, non un sistema.

PARTE SECONDA. IL CAPITOLO DI SILVIO WAISBORD

8. Un capitolo che merita attenzione a sé

«Opinione di molti è che le scienze vanno in perfezione quando possono non solo descrivere i fenomeni passati ma anche prevedere i futuri. Le scienze naturali stanno avanti in questa via, non così le sociali» (V. Pareto, Previsione dei fenomeni sociali, «Rivista d’Italia», 15 aprile 1922, pp. 370-389).

Da quando oltre un secolo fa Vilfredo Pareto constatava questo limite evidente, non molto è cambiato.

Il settimo capitolo, di Silvio Waisbord della School of Media and Public Affairs della George Washington University, chiude la prima parte del volume e ne è il contributo teoricamente più solido. Si intitola «Il “futuro del giornalismo” è incerto e plurale (ma attenti alle previsioni)», e l’apparente modestia del titolo nasconde un attacco frontale a un intero genere di discorso.

L’epigrafe è di Stephen Hawking: «Il passato, come il futuro, è indefinito ed esiste soltanto come uno spettro di possibilità». La tesi è annunciata nella prima pagina: non si può parlare del futuro del giornalismo al singolare, perché «il giornalismo» non è un’entità coesa che si muova verso un destino comune (pp. 104-105).

9. Il catalogo delle profezie

Waisbord apre con un inventario che vale la pena riportare per intero, perché è insieme divertente e implacabile. Chi conosce il dibattito, scrive, ne conosce «gli argomenti, le previsioni, le speranze e le paure. Le speculazioni si contano a dozzine»:

«Il futuro è collaborativo! I social media! Il crowdfunding! Il clickbait! Il mobile! Il networked! Il tabloid! La condivisione dei ricavi con le piattaforme digitali! Il pubblico! L’intelligenza artificiale! Le notizie automatizzate!» (p. 103).

L’osservazione che segue è la più tagliente, e vale come criterio di lettura per qualunque documento sul futuro dell’informazione: queste previsioni «sono in genere concentrate su aspetti specifici che riflettono interessi ed esperienze particolari, anziché essere rigorose e onnicomprensive» (p. 103). Chi prevede, cioè, prevede il futuro del proprio ramo: il tecnologo annuncia un futuro tecnologico, l’editore un futuro editoriale, il regolatore un futuro regolatorio. «È difficile trovare resoconti complessivi della Tomorrowland del giornalismo, o argomenti teorici che spieghino perché il giornalismo e le notizie si stiano dirigendo in certe direzioni».

Waisbord non risparmia la propria disciplina: la futurologia «cade spesso nel feticismo e nel frisson», nel «brivido delle innovazioni», e si accompagna a una «ricorrente ossessione per le tecnologie luccicanti» e a un «evangelismo d’impresa che loda (e gonfia) gli ultimi congegni». Senza una prospettiva storica e attenta al potere, conclude, «prevedere può essere come stare su una sedia a dondolo: divertente, ma non ci porta lontano» (p. 105).

10. Perché il giornalismo non è il pianeta Terra

Il cuore argomentativo del capitolo è una distinzione che merita di essere isolata perché è utilizzabile ben oltre il caso in esame.

«Immaginare il futuro del giornalismo non è come prevedere il futuro del pianeta Terra. Il futuro del pianeta Terra si riferisce a una singola entità il cui stato attuale e futuro può essere valutato abbastanza bene sulla base di una mole di dati scientifici. Il giornalismo, invece, si riferisce a una varietà di pratiche, istituzioni e condizioni, plasmate da molte variabili che non possono essere ordinatamente riassunte» (p. 104).

Ne discende il paradosso che Waisbord enuncia con precisione: «mentre l’incertezza attuale alimenta comprensibilmente l’ansia e le domande sul futuro, essa rende anche estremamente difficile produrre previsioni sicure e complessive, dato lo stato aperto e mutevole delle notizie, del giornalismo e dell’industria in tutto il mondo» (p. 104). La domanda di previsione cresce esattamente nelle condizioni che rendono la previsione impossibile — ed è questa asimmetria a spiegare perché il mercato dei futuri annunciati sia tanto florido.

Il capitolo non conclude però che si debba tacere. Waisbord dichiara di non voler «restare aggrappato al presentismo» e formula un doppio obiettivo: «interrogare che cosa guadagniamo dallo speculare sul futuro, e proporre modi per farlo diversamente e meglio» (p. 105). Il criterio proposto è l’apprendimento dagli errori passati, e la citazione di James Curran che lo accompagna è memorabile: «il passare del tempo ha un modo tutto suo di tirare torte in faccia a chi prevede il futuro».

11. Da dove viene la smania di prevedere

Alla genealogia della previsione Waisbord dedica alcune dense pagine.

Nelle scienze sociali, osserva, la futurologia occupa oggi un ruolo marginale, in contrasto con l’audacia dei classici: «alcune delle menti moderne più acute, fra cui Immanuel Kant, Auguste Comte, Karl Marx e John Maynard Keynes, cedettero alla tentazione della futurologia, con risultati e rendimenti discutibili» (p. 106). Gli scienziati sociali contemporanei evitano previsioni generali, «presumibilmente per la convinzione che la conoscenza sia limitata e la realtà troppo complessa»; e Waisbord aggiunge una domanda retorica che sarebbe bene tenere presente: «se a stento riusciamo a comprendere il presente e rivediamo di continuo il passato, chi può costruire un argomento ragionevolmente convincente sul futuro?».

La previsione ha però conservato una sede propria, quella che l’autore chiama il «ramo tecnocratico» delle scienze sociali, «convinto che la conoscenza abbia uno scopo centrale: plasmare e controllare il futuro». È il sapere prodotto in prossimità dell’industria, degli affari e della sicurezza nazionale, dove «somme astronomiche vengono spese in valutazione del rischio e in altri modi di misurare e anticipare il futuro» (p. 106).

Da qui la nozione che a mio avviso è la più utile dell’intero capitolo: la mentalità prognostica. Essa «sorregge l’intero processo dell’innovazione digitale, dalla raccolta fondi all’investimento», perché «esporre aspettative e delineare futuri è essenziale per mettere insieme più attori, formare relazioni, alimentare visioni condivise, allineare finanziamenti e ridurre il rischio» (p. 107). Il futuro, cioè, non viene previsto per essere conosciuto: viene enunciato per essere venduto — è la logica di mercato del «vendere il futuro», la promessa di ricchezze agli investitori e di un meglio generalizzato ai consumatori.

Waisbord vi riconosce l’ideologia della Silicon Valley, «un insieme di pratiche, ideologie e credenze» secondo la formula di Alice Marwick, definita da «una visione centrata sulla tecnologia secondo cui il digitalismo è la pallottola d’argento capace di correggere i mali sociali e di altro genere» (p. 107). Va segnalato, per onestà verso l’autore, che egli non attribuisce quell’ideologia all’industria dell’informazione: osserva anzi che i rapporti fra i due settori sono stati «carichi di tensioni» tali da rendere difficile, se non impossibile, immaginare insieme il futuro.

12. Le quattro variabili ingovernabili

Stabilito perché si prevede, Waisbord spiega perché nel caso del giornalismo la previsione fallisce. Le variabili fondamentali «continuano a cambiare in modi imprevedibili e dissimili in tutto il mondo: tecnologia, economia, politica e pubblici» (p. 110).

Sulla tecnologia il rilievo decisivo non è che cambi in fretta, ma che cambi in modo diseguale: «le innovazioni non vengono adottate a ritmi simili all’interno della stessa industria». Le imprese con ampi mezzi possono permettersi laboratori di innovazione e sperimentazione; altrove «in situazioni di precarietà del lavoro e risorse limitate, introdurre forme nuove di produzione e distribuzione dei contenuti su base digitale è tutt’altro che possibile. La produzione a basso costo può restare la priorità», e alcune innovazioni restano «oggetti interessanti, desiderabili e tuttavia fuori portata» (p. 111). È esattamente l’osservazione della docente di Giacarta, tradotta in argomento.

Il secondo rilievo sulla tecnologia riguarda chi la guida: «le industrie dell’informazione non stanno guidando il processo di sviluppo tecnologico. Sono industrie periferiche, più chiaramente le grandi imprese tecnologiche, a guidarlo. La maggior parte delle imprese giornalistiche ha svolto, nella migliore delle ipotesi, un ruolo minore» (p. 111).

Sull’economia Waisbord segnala che ciò che è praticabile in un mercato non lo è altrove: le difficoltà delle start-up investigative «in Paesi dove gli Stati continuano a esercitare un significativo potere economico e pubblicitario, la pubblicità privata è concentrata in poche imprese, e non esiste una forte tradizione filantropica, pubblica o di sostegno dei membri» (p. 112). Sulla politica, il punto è che dove i governi dispongono di ampia discrezionalità nell’allocare fondi pubblici ai media, «i cambi di regime e i bruschi mutamenti di orientamento politico hanno effetti rapidi e tangibili sulla situazione finanziaria delle imprese». Sui pubblici, infine, fenomeni come l’evitamento e l’affaticamento da notizie suggeriscono che un numero crescente di persone «non si interessa alle notizie e, probabilmente, nemmeno al futuro delle notizie» (p. 113).

Su questo sfondo Waisbord riprende una tesi di Martin Conboy che vale la pena riportare perché è più radicale di quanto sembri: il giornalismo potrebbe non avere un futuro «non perché non esisterà, ma piuttosto perché non lo ha pianificato» (p. 109). Continuando a essere sospinto da forze esterne — tecnologia e politica — il giornalismo «potrebbe non avere autonomia o mezzi sufficienti per capire e plasmare futuri molteplici. Non è seduto sulla sedia del capitano per orientare la nave in una direzione specifica». E poiché «immaginare il futuro richiede una certa quantità di potere e autonomia per tracciare e attuare piani», l’esercizio diventa implausibile per un settore che passa il tempo a reagire.

13. La proposta: scenari invece di previsioni

Il capitolo non si esaurisce nella pars destruens. Waisbord propone di sostituire alle previsioni gli scenari, intesi in senso tecnico: «categorie interpretative che producono tipi ideali di stampo weberiano, analiticamente utili per esaminare il presente e il futuro» (p. 113).

Gli scenari, argomenta, «offrono modi sistematici di esplorare il futuro fondati su prove e contesto, sulle intuizioni ricavate da previsioni passate — sbagliate e corrette — e sulla particolare posizione intellettuale, geopolitica e sociale di chi prevede». La virtù che l’autore rivendica per essi è però un’altra, ed è di ordine morale prima che metodologico:

«Gli scenari distinguono fra l’analitico e l’aspirazionale: fra ciò che potremmo anticipare sulla base delle conoscenze esistenti e ciò che desideriamo secondo valori personali e collettivi. Gli argomenti analitici tengono i pessimisti e i trionfalisti responsabili di fronte a ciò che sappiamo» (p. 114).

Le categorie che propone a titolo di esempio sono concrete e mostrano come funzionerebbe il metodo: l’informazione di fascia alta nel Nord e nel Sud globale; il giornalismo dei cittadini in democrazia e in autoritarismo; i modelli di finanziamento ibrido a seconda delle storie e delle opportunità particolari; l’informazione urbana e quella rurale (p. 114). Ogni scenario, osserva, sarà plasmato diversamente da innovazioni, coinvolgimento del pubblico, formati e stili; e la loro «disposizione o vulnerabilità al cambiamento o all’inerzia, alla sopravvivenza o al collasso» è dissimile. Il guadagno atteso è di spostare il dibattito «lontano dai discorsi generali — il futuro dell’impresa giornalistica, del reportage di qualità, dell’IA nelle notizie — e più vicino all’analisi di situazioni particolari».

La conclusione del capitolo mette in fila ciò che il ragionamento sul futuro non dovrebbe essere, e la lista è la parte più citabile del testo: non «un esercizio di creatività e immaginazione, sul modello del personal coaching o dei TED Talk visionari»; non «un’occasione per lasciar correre un ottimismo senza fondamento o per commiserarsi sui giorni bui a venire»; e non dovrebbe «attribuire alla tecnologia uno statuto totemico a spese dei fattori politici, economici e istituzionali» (p. 114). Dovrebbe essere invece «un’analisi sobria, fondata sulla comprensione di come il passato e il presente prefigurino il futuro».

L’ultima avvertenza è la più politica, e chiude il cerchio con il programma dei curatori: «il futuro è guidato dall’agire umano, ma dovremmo ricordare che non tutti hanno pari potere di indirizzare le notizie e il giornalismo verso un certo obiettivo. Immaginare il futuro senza affrontare i differenziali di potere ignora i fondamenti dell’innovazione e dello sviluppo» (pp. 114-115). E dunque: «possibilità sconfinate esistono, ma non sono distribuite né probabili in egual misura» (p. 115).

14. Che cosa il capitolo non fa

Va detto con altrettanta chiarezza che il contributo di Waisbord è più forte nella diagnosi che nella terapia, e che il suo limite è dichiarato ma non superato.

La proposta degli scenari occupa poco più di una pagina, e nessuno scenario viene effettivamente costruito. L’autore elenca categorie possibili e ne indica la logica, ma non mostra il metodo all’opera: non sappiamo, alla fine della lettura, come si costruisca uno scenario, quali evidenze lo sostengano, come lo si sottoponga a controllo.

Vi è inoltre una tensione che il testo non scioglie. Waisbord sostiene che il giornalismo non abbia potere e autonomia sufficienti per immaginare il proprio futuro, e insieme invita a costruire scenari fondati su evidenza e contesto. Ma se l’esito dipende in misura decisiva da attori esterni — piattaforme, governi, mercati pubblicitari — allora anche lo scenario meglio costruito descrive una situazione che il giornalismo subisce anziché determinare. Il capitolo lo riconosce nel merito, ma non ne trae la conseguenza: che l’oggetto di uno scenario utile potrebbe non essere «il futuro del giornalismo», bensì il futuro delle condizioni che lo governano.

15. Un capitolo che aiuta a leggere gli altri libri

La ragione per cui questo capitolo merita attenzione fuori dal proprio volume è che fornisce un criterio applicabile. Alcune delle pubblicazioni sul futuro dell’informazione che ho recensito in questa rubrica — quadri strategici, teorie del cambiamento, agende industriali, rassegne di tendenze e previsioni — appartengono per intero al genere che Waisbord descrive: enunciano un futuro «per mettere insieme più attori, formare relazioni, alimentare visioni condivise, allineare finanziamenti».

Le domande che il capitolo suggerisce di porre a documenti di quel tipo sono tre, e sono verificabili. Primo: la previsione riguarda il futuro del giornalismo o il futuro del ramo di chi la formula? Secondo: distingue l’analitico dall’aspirazionale, cioè dichiara che cosa sia previsione e che cosa sia desiderio? Terzo: tiene conto dei differenziali di potere, o presuppone che i soggetti descritti possano attuare ciò che il documento auspica? Sono tre domande che, applicate, separano rapidamente i testi che ragionano da quelli che si promuovono.

Da questo evidentemente non segue che ogni documento previsionale sia vuoto, né che i quadri strategici siano inutili. Segue che vanno letti per ciò che sono: strumenti di coordinamento e di persuasione, che assolvono una funzione legittima ma che si misurano con scenari che permangono comunque incerti.

Nota

Nota. Recensione. Bruce Mutsvairo, Kristin Skare Orgeret (a cura di), The Palgrave Handbook of Global Digital Journalism, Palgrave Macmillan, Cham, 2025, 447 pagine. Ventisei capitoli. In particolare: Silvio Waisbord, «The “Future of Journalism” Is Uncertain and Plural (but Beware of Predictions)», capitolo 7, pp. 103-118. I riferimenti di pagina rimandano alla numerazione stampata del volume; le citazioni sono tradotte dall’inglese. Il richiamo ad altre pubblicazioni recensite si riferisce alla serie «Idee e letture» del Taccuino blu, www.albengacorsara.it/taccuino-blu/, e non implica alcuna rassegna sistematica della letteratura sull’argomento. L’articolo di Pareto che menziono ha interesse generale e merita ancora di essere letto; è: Vilfredo Pareto, Previsione dei fenomeni sociali, «Rivista d’Italia», 15 aprile 1922, pp. 370-389).

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

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