Usi e abusi dei social media come «fonti» del giornalismo

Fonti senza garante. Per una fruizione consapevole dei contenuti dei social e i loro rapporti con il giornalismo. Saggio di scienza politica e sociologia dell’informazione.

Attraversare gli specchi - effe
Attraversare gli specchi (effe)

di Fabrizio Pinna. Quando una testata scrive (o fa intendere) di avere appreso una notizia «dai social», compie un’operazione linguistica che vale la pena esaminare prima di ogni altra cosa, perché in essa è contenuto per intero il problema di cui questo lavoro si occupa.

Sommario

Apertura. La domanda e il suo spostamento

Una formula che copre un vuoto

Quando una testata scrive di avere appreso una notizia «dai social», compie un’operazione linguistica che vale la pena esaminare prima di ogni altra cosa, perché in essa è contenuto per intero il problema di cui questo lavoro si occupa.

La parola fonte, nel lessico giornalistico, designa due cose distinte, ed entrambe appartengono alla tradizione del mestiere. Designa il soggetto che sa e comunica — la persona, l’ufficio, l’informatore — e designa l’origine, cioè il punto determinato da cui un materiale proviene: l’atto, il registro, l’archivio, la banca dati, la seduta. I due sensi non sono in concorrenza e non c’è gerarchia fra loro: alcune delle prove migliori del giornalismo sono origini e non soggetti, e alcune delle sue informazioni migliori vengono da soggetti e non da origini.

Ciò che li accomuna, e che rende entrambi utilizzabili, è che consentono un ritorno. Il soggetto può essere interrogato di nuovo, messo a confronto con ciò che ha detto in precedenza, chiamato a giustificarsi; e può subire una conseguenza se ha mentito. L’origine può essere consultata di nuovo, da chi scrive e — questa è la circostanza decisiva — anche da chi legge: indicarla significa trasferire al lettore la possibilità di controllare per proprio conto. È su questa possibilità di ritorno, nell’una o nell’altra forma, che poggia l’intero edificio della verificabilità giornalistica, molto più che su qualunque tecnica.

Ora: «dai social» non nomina né l’uno né l’altra. Non indica un soggetto, perché una piattaforma non è qualcuno che sa; e non indica un’origine, perché una piattaforma non è un punto determinato ma un ambiente che ne contiene miliardi. Dire di avere appreso qualcosa «dai social» equivale, sul piano logico, a dire di averlo appreso «per strada»: informa su dove ci si trovava, non su che cosa si sia consultato né da chi lo si sia avuto.

L’osservazione sembra pedante e non lo è, perché la formula non è imprecisa per distrazione: è imprecisa in modo produttivo. Nel caso della piattaforma l’origine è, a differenza di quasi ogni altro caso, perfettamente localizzabile: un contenuto in rete ha un titolare, un indirizzo, una data e un’ora, e indicarli costa una riga. La formula generica non supplisce dunque a un’informazione mancante — la sopprime. E sopprimendola fa scomparire dal discorso due domande che sarebbero scomode: chi abbia prodotto quel materiale e con quale interesse, e chi lo abbia messo davanti agli occhi di chi lo ha raccolto — perché nulla, su una piattaforma, viene incontrato per caso, e ciò che una redazione «trova» è l’esito di una selezione operata da qualcun altro secondo criteri che essa non conosce e non discute.

La tesi

L’argomento di questo lavoro può essere enunciato in una proposizione.

Il problema dei social media come fonti del giornalismo non è un problema di verifica, ma di autorità: riguarda chi abbia il potere di costituire un fatto come pubblico, e a quali condizioni quel potere sia esercitato in modo responsabile.

Nel modello che si è consolidato tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, quel potere era esercitato da organizzazioni identificabili, che lo detenevano in condizioni di concorrenza limitata e che ne rispondevano davanti a più istanze: il lettore, l’ordinamento professionale, il giudice, il mercato. Non era un assetto virtuoso — era anzi criticabile su molti fronti, dalla concentrazione proprietaria alla contiguità con il potere politico — ma era un assetto imputabile: esisteva sempre qualcuno a cui chiedere conto di una scelta.

Ciò che le piattaforme hanno prodotto non è la scomparsa di quel potere, come sostiene la retorica della disintermediazione, e nemmeno la sua democratizzazione. È il suo trasferimento parziale a infrastrutture private che lo esercitano su scala incomparabilmente maggiore, con criteri non pubblici, senza alcuna delle istanze di responsabilità che gravavano sul titolare precedente, e senza rivendicarlo — anzi negandolo, poiché la premessa giuridica su cui esse operano è di non rispondere dei contenuti che ospitano; e la questione se l’attività di ordinamento ricada o no sotto quella esenzione è, non a caso, il punto su cui la disciplina europea ha dovuto intervenire con obblighi autonomi.

Il giornalismo si trova così in una posizione singolare: ha perso il monopolio sulla costituzione del fatto pubblico, ma continua a portarne l’intera responsabilità, deontologica e giuridica. E ogni volta che chiama «fonte» ciò che è un ambiente, ratifica la selezione compiuta da un altro attore facendola passare per un dato del mondo.

Tre proposizioni derivate

Dalla tesi discendono tre proposizioni che le cinque parti argomentano separatamente.

La prima riguarda l’oggetto. Ciò che si preleva da una piattaforma non è mai già una fonte: è un documento, una traccia o una dichiarazione, e diventa una fonte — nel senso dell’origine o in quello del soggetto — soltanto se qualcuno compie il lavoro di costituirla come tale. Quel lavoro è quasi sempre possibile: l’origine si localizza, e il titolare del canale si raggiunge, in pubblico o in privato, con una frequenza molto maggiore di quanto la pratica corrente lasci supporre. Ma non è compreso nel materiale, e nulla nell’assetto in cui la redazione opera spinge a compierlo. L’assenza di garante non è una proprietà dell’oggetto: è il suo stato predefinito.

La seconda riguarda il pubblico. Ciò che si osserva su una piattaforma non è un campione di alcuna popolazione, e il soggetto collettivo che il giornalismo evoca quando scrive che «la rete si è divisa» non è una descrizione imperfetta di qualcosa di reale: è un artefatto costruito dall’atto stesso di descriverlo. La sociologia dell’opinione pubblica aveva già smontato questa costruzione mezzo secolo fa, a proposito dei sondaggi; la versione che circola oggi è più debole di quella allora criticata, perché non ha nemmeno un metodo da difendere.

La terza riguarda la responsabilità. La funzione di selezione è stata trasferita a un attore che non ne risponde, mentre l’onere della verifica è rimasto interamente su chi ne rispondeva già. Questa asimmetria non è correggibile con maggiore diligenza individuale, perché non deriva dalla negligenza: deriva da una struttura di costi in cui verificare è oneroso, certo e non remunerato, mentre non verificare è gratuito, immediato e — nel breve periodo — premiato.

Che cosa questo lavoro non è

Tre delimitazioni, per evitare fraintendimenti sul genere.

Non è un manuale di verifica. Non contiene tecniche per riconoscere un’immagine manipolata né procedure di controllo dei contenuti, e non perché la materia sia irrilevante — è al contrario decisiva nella pratica — ma perché appartiene a un altro ordine di discorso. Esistono manuali operativi, aggiornati con la frequenza che quella materia richiede; un buon riferimento di partenza facilmente accessibile resta la raccolta curata da Craig Silverman.1 Qui interessa il livello a monte: quale statuto conoscitivo abbia il materiale, quale trasformazione dell’assetto istituzionale ne renda l’uso problematico, e quali conseguenze politiche discendano dall’una e dall’altra cosa.

Non è un commentario normativo. Le norme e le regole deontologiche compaiono, ma come oggetto di analisi: interessa che cosa un regime di regolazione possa fare, che cosa scelga deliberatamente di non fare, e perché — non l’esposizione ordinata degli obblighi che ne discendono.

Non nomina attori politici reali. Gli esempi sono di due specie: fatti istituzionali documentati, citati in nota, e situazioni costruite, composte assemblando tratti ricorrenti. Dove la materia è politica gli esempi sono costruiti in coppia, non per cautela ma perché i meccanismi descritti non appartengono a una parte: appartengono alla posizione, e chiunque la occupi tende a servirsene.

Il luogo italiano di questa discussione

Una precisazione sulle fonti di questo lavoro, che riguarda il suo rapporto con un corpus italiano recente.

Dal 2023 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti pubblica, attraverso la propria Commissione cultura, un rapporto annuale dell’Osservatorio sul giornalismo digitale, con il patrocinio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, del Garante per la protezione dei dati personali e della Fondazione Murialdi. Sono quattro volumi, distribuiti con licenza aperta, che raccolgono contributi di giuristi, sociologi, informatici e giornalisti sull’ecosistema informativo digitale.2 Chi voglia discutere la materia in Italia deve passare di lì, e questo lavoro vi si appoggia in più punti: ne adotta il vocabolario dove è più preciso del corrente — in particolare le nozioni di verosimiglianza e di epistemia, di cui si dirà — e ne impiega analisi e dati.

Vi si discosta su due questioni, che è opportuno anticipare perché ritornano nella parte quinta. La prima riguarda lo statuto della deontologia: i rapporti sostengono che essa vada intesa come il principale vantaggio distintivo della professione, mentre qui si sostiene che nel breve periodo si comporti come un costo unilaterale, e che il vantaggio si realizzi soltanto a una condizione — la riconoscibilità della differenza da parte del lettore — che gli stessi rapporti documentano non essere soddisfatta. La seconda riguarda che cosa resti come titolo del giornalismo: dove il corpus indica ora la regia narrativa, ora la reputazione personale, ora l’imputabilità della firma, qui si argomenta per il metodo, e si discutono al capitolo 11 le tre alternative.

Va aggiunto un rilievo che pesa sull’intera argomentazione: nessuno dei quattro rapporti contiene una rilevazione originale su quanto e come i giornalisti italiani impieghino il materiale di piattaforma come fonte. Non esistono, allo stato, dati primari italiani su quale quota di contenuti pubblicati provenga da piattaforme, su quante redazioni dispongano di procedure di verifica, su quante ne documentino l’applicazione. È una lacuna che questo lavoro non può colmare e di cui deve tenere conto: le proposizioni che seguono sull’assetto sono argomentate, non misurate.

Percorso

La prima parte stabilisce che cosa si ha davanti: i due sensi della parola «fonte» e che cosa ciascuno richieda, quali oggetti si prelevino effettivamente da una piattaforma, e quale asimmetria di potere si produca quando il ritorno alla fonte — possibile — non viene esercitato.

La seconda smonta il soggetto collettivo che il giornalismo evoca quando riferisce ciò che «circola»: il pubblico che si osserva su una piattaforma, chi vi compare e chi no, che cosa misurino le metriche, e che cosa dicano i dati italiani sul rapporto tra fiducia e mediazione algoritmica.

La terza ricostruisce il trasferimento della funzione di selezione: dal custode editoriale ai sistemi di ordinamento algoritmico, il sistema ibrido, la sfera pubblica priva di filtro e la questione, oggi aperta, di che cosa fondi l’autorità di chi informa.

La quarta esamina gli usi politici che quella configurazione rende possibili: la dichiarazione sottratta al contraddittorio, l’ambiguità coltivata del canale, il conflitto come materia prima condivisa, la manipolazione costruita per essere ripresa, e il dilemma dell’amplificazione.

La quinta affronta la questione della responsabilità: perché la verifica sia sotto-prodotta, che cosa possa e non possa un ordinamento professionale, perché il diritto europeo regoli le piattaforme e non l’atto giornalistico, e che cosa comporti, per l’immagine, il passaggio da un regime di prova pubblica a un regime di certificazione privata. Un capitolo a sé è dedicato alla scala di prossimità, dove le questioni discusse mutano non di grado ma di natura, e dove per la stessa ragione si trova l’unica posizione da cui il metodo resti materialmente eseguibile.

Chiudono una conclusione e una nota bibliografica ragionata.

PARTE PRIMA. L’OGGETTO E IL SUO STATUTO

1. I due sensi di «fonte» e ciò che ciascuno richiede

1.1 Il soggetto e l’origine

La distinzione enunciata in apertura merita di essere svolta, perché è il fondamento di tutto ciò che segue e perché la sua trascuratezza produce, in un senso e nell’altro, gli equivoci più costosi.

La fonte-soggetto è chi sa e comunica. La sua caratteristica non è di avere parlato, ma di poter essere interrogato ancora: si può chiedergli come faccia a sapere, distinguere ciò che ha visto da ciò che gli è stato riferito, tornare il giorno dopo. La sociologia del giornalismo ha da tempo osservato che il rapporto con le fonti-soggetto ha la struttura di uno scambio — la fonte concede accesso e informazione, il giornalista concede visibilità e, entro certi limiti, controllo sulla rappresentazione — e che la reciprocità delle sanzioni disponibili alle due parti produce, senza che nessuno se lo proponga, un effetto di disciplina.

La fonte-origine è il punto determinato da cui un materiale proviene: la delibera, il bilancio, il verbale, la banca dati, la registrazione di una seduta. Non è un soggetto, non risponde, non si contraddice. Ma è localizzabile, e la sua localizzazione fa due cose che nessun soggetto può fare: consente di tornarci quante volte si vuole ottenendo sempre la stessa risposta, e consente a chiunque altro di fare altrettanto. È la forma di verificabilità più forte di cui il giornalismo disponga, ed è la ragione per cui l’inchiesta fondata su documenti regge meglio, nel tempo, di quella fondata su testimonianze.

Nessuno dei due sensi è derivato dall’altro, e il dovere professionale di citare le fonti li comprende entrambi. Ciò che entrambi richiedono, e che li rende utilizzabili, è la possibilità di un ritorno: che si possa tornare a chiedere, o tornare a guardare.

1.2 Perché la formula generica conviene

Se la distinzione è elementare, occorre chiedersi perché il lessico corrente la dissolva con tanta costanza nella formula unica «lo abbiamo appreso dai social». La risposta non è l’ignoranza: è che la formula produce tre vantaggi immediati per chi scrive.

Sposta l’onere della responsabilità: se il materiale proviene da una fonte, e la fonte ha sbagliato, l’errore appare non essere del giornale.

Dispensa dall’indicare l’origine — il canale, la data, l’ora — senza che l’omissione appaia come una lacuna, e dispensa perciò dal lavoro che l’indicazione presuppone, cioè dall’averla accertata.

E soprattutto naturalizza la selezione: presentare un contenuto come «trovato sui social» lo fa apparire come un dato dell’ambiente, alla stregua di una notizia d’agenzia o di un fenomeno meteorologico, occultando che qualcuno lo ha immesso perché venisse trovato e che un sistema di ordinamento lo ha portato in superficie a preferenza di milioni di altri.

È nel terzo effetto che la formula rivela la propria funzione politica. Il giornalismo dedica considerevole attenzione a dichiarare le proprie fonti, e giustamente. Quando però la dichiarazione nomina un ambiente anziché un soggetto o un’origine, essa non informa di nulla e produce al tempo stesso l’impressione di avere adempiuto a un obbligo di trasparenza: è una trasparenza formale che copre un’opacità sostanziale, ed è tanto più efficace quanto più chi la pratica è in buona fede.

1.3 Il garante non manca: non è stato costituito

Qui va evitato un errore di ragionamento in cui è facile cadere, e che rovinerebbe l’intera analisi: concludere che il materiale di piattaforma sia, per sua natura, privo di garante. Non lo è, e sostenerlo significherebbe assolutizzare un caso particolare.

Un profilo ha quasi sempre un titolare, e quel titolare è raggiungibile: si può scrivergli sotto il contenuto, in pubblico e davanti a tutti; si può scrivergli in privato; si può cercarlo per altra via. In un contesto di prossimità è frequente che la redazione lo conosca di persona, che ne conosca la storia, le posizioni, gli interessi — cioè esattamente ciò che si conosce di una fonte-soggetto di lungo corso. Molte inchieste locali nascono così, e non c’è nulla di improprio nel loro procedimento. Simmetricamente, l’origine di un contenuto è localizzabile con precisione superiore a quella di quasi ogni altro materiale giornalistico: canale, indirizzo, data, ora.

Il punto è un altro, ed è più preciso. Ciò che il materiale di piattaforma non contiene è la relazione: non è stato concesso, è stato reperito; chi lo ha prodotto non ha negoziato nulla, non riceve nulla e non perde nulla; nessuno scambio è avvenuto. La relazione non è impossibile — è semplicemente non compresa nell’oggetto, e deve essere costituita da chi vuole servirsene. Costituirla costa tempo, e nulla, nel sistema di incentivi in cui una redazione opera, spinge a sostenere quel costo.

Ne discendono tre configurazioni, che vanno tenute distinte perché hanno statuti radicalmente diversi e vengono abitualmente confuse.

Nella prima, la relazione è stata costituita: il giornalista ha raggiunto il titolare del canale, ne ha accertato l’identità, gli ha chiesto conto di ciò che ha scritto, e ne ha ottenuto conferma, smentita o rifiuto di rispondere. Il materiale ha allora acquistato lo statuto di dichiarazione di una fonte-soggetto, e vale né più né meno di qualunque altra dichiarazione raccolta: la piattaforma è stata il luogo dell’incontro, non la fonte. È il caso normale del lavoro fatto bene, e non pone alcun problema nuovo.

Nella seconda, è stata accertata l’origine ma non costituita la relazione: si è stabilito a chi il canale appartenga, quando e dove il contenuto sia comparso, ma il titolare non è stato raggiunto o non ha risposto. Si dispone allora di una fonte-origine, che consente di riferire il fatto della pubblicazione con la sua collocazione esatta, e obbliga a dichiarare che il titolare non ha risposto — informazione a sua volta rilevante.

Nella terza, non è stata fatta né l’una né l’altra cosa: si è pubblicato ciò che si è trovato. Qui, e soltanto qui, chi cita non conosce l’autore meglio di quanto lo conosca il lettore, non ha valutato nulla oltre al contenuto stesso, e non ha assunto alcuna responsabilità di giudizio, perché nessun giudizio è stato esercitato.

Di questa terza configurazione si occupa il presente lavoro. Non perché sia l’unica possibile — le prime due sono possibili quasi sempre — ma perché è quella che l’assetto rende conveniente, e perché è l’unica che il lettore non è in grado di distinguere dalle altre, dato che tutte e tre approdano alla medesima formula stampata.

1.4 L’obiezione delle fonti riservate

Un’obiezione ragionevole si presenta a questo punto. Anche il giornalismo tradizionale lavora con materiali il cui garante non è dichiarabile: il documento anonimo recapitato in redazione, il verbale ottenuto per vie che non si possono esporre, la voce che nessuno confermerà per iscritto. Perché la terza configurazione dovrebbe essere trattata diversamente?

Perché nei casi tradizionali il garante è ignoto al lettore, non a chi scrive. Il giornalista che protegge una fonte riservata la conosce, ne ha valutato l’attendibilità sulla base di rapporti precedenti, sa quale interesse persegua, e assume su di sé — davanti al direttore, all’editore e se occorre a un giudice — la responsabilità di quella valutazione. Il segreto professionale, che gli ordinamenti democratici proteggono, presuppone esattamente questo: che vi sia un rapporto da proteggere.3

Nella terza configurazione non c’è un rapporto protetto: non c’è alcun rapporto. La differenza tra tacere il nome di una fonte e non aver stabilito con essa alcuna relazione è la differenza tra un segreto e un vuoto — e mentre il primo è coperto da una tradizione professionale robusta, il secondo non lo è da nessuna. L’errore non consiste nell’usare materiale di piattaforma, ma nel presentare come riservatezza ciò che è omissione di lavoro.

2. Che cosa si preleva davvero

2.1 Tre oggetti

Se non si tratta di fonti, occorre stabilire di che cosa si tratti. Gli oggetti prelevabili da una piattaforma sono tre, e la distinzione non è tassonomica per gusto di classificare: ciascuno autorizza inferenze diverse, e i tre non sono intercambiabili.

Il documento è un artefatto che esiste indipendentemente da chi lo osserva e la cui esistenza è accertabile: un provvedimento pubblicato, una registrazione, una fotografia, un bilancio. Il documento non risponde alle domande — sopporta di essere esaminato, e ciò che se ne ricava dipende dalle domande che l’esaminatore sa rivolgergli. Ha inoltre la proprietà, che si tende a dimenticare, di poter essere autentico e irrilevante oppure rilevante e falso: le due qualità sono indipendenti e si accertano separatamente.

La traccia è il residuo di un comportamento: il numero di condivisioni, l’orario di pubblicazione, la coordinata di uno scatto, la sequenza dei contatti di un profilo. La traccia possiede un pregio e un difetto entrambi radicali. Il pregio è di non essere stata prodotta per essere letta, e dunque di essere meno esposta alla costruzione strategica di ciò che qualcuno dichiara. Il difetto è di non significare nulla per conto proprio: una traccia acquista senso solo entro un modello di ciò che l’ha generata, e chi la interpreta senza esplicitare quel modello non sta leggendo un dato, sta congetturando.

La dichiarazione è un enunciato reso pubblico e imputabile a un soggetto determinato. È il caso più frequente e il più semplice, perché la sua autenticità è un fatto in sé: che il contenuto sia vero è un’altra questione, ma che quella persona quella cosa l’abbia detta è, una volta accertato, una notizia completa.

Nessuno dei tre, allo stato in cui si presenta, è una fonte in alcuno dei due sensi del capitolo precedente. Ciascuno può diventarlo: tutti e tre hanno un’origine localizzabile, e la dichiarazione ha in più un autore raggiungibile. Ma finché quel lavoro non è stato compiuto si tratta di materiali, non di fonti — e la distinzione fra i tre serve appunto a stabilire, per ciascuno, che cosa il lavoro debba consistere.

2.2 Il dato che non è stato trovato

Alla nozione di traccia va dedicata un’osservazione ulteriore, perché intorno a essa si è formata una delle credenze più tenaci del periodo: quella secondo cui i dati di piattaforma, non essendo stati prodotti per essere osservati, offrirebbero un accesso più diretto e meno mediato al comportamento reale delle persone.

La critica metodologica di questa credenza è nota e non è recente. Un dato di piattaforma non è un residuo naturale: è il prodotto di un dispositivo che ha stabilito quali azioni siano registrabili, con quali categorie, e con quali soglie.4 Il numero di condivisioni esiste perché qualcuno ha progettato un pulsante di condivisione e ha deciso che cosa esso conti; la geolocalizzazione esiste perché un’impostazione predefinita l’ha attivata; la reazione esiste nelle forme che l’interfaccia rende disponibili e non in altre. Il comportamento che si osserva non precede lo strumento che lo registra: in misura consistente, ne è l’effetto.

Ne segue una conseguenza che vale per il giornalismo quanto per la ricerca sociale. Un dato di piattaforma non documenta un comportamento: documenta un comportamento entro un dispositivo, e trasferirlo fuori da quel dispositivo — presentarlo come misura di ciò che una popolazione pensa o fa — è un’operazione che richiede argomenti, non soltanto la sua trascrizione.

La formulazione più efficace di questo punto, nel dibattito italiano, gioca sull’etimologia: ciò che si raccoglie non è mai un datum, qualcosa di dato, ma un captum, qualcosa di preso — e ogni presa è una selezione, compiuta da qualcuno secondo criteri che restano fuori dall’insieme raccolto. Un archivio di documenti, per quanto vasto, non è per questo uno specchio della realtà: è l’esito di ciò che qualcuno ha estratto, e trattarlo come specchio significa scambiare per completezza ciò che è soltanto abbondanza.5

2.3 Lo scambio delle categorie

Gli usi impropri più diffusi consistono nello scambiare uno dei tre oggetti per un altro, o uno di essi per una fonte. Vale la pena elencare le trasposizioni ricorrenti, perché ciascuna produce un errore riconoscibile.

Trattare una traccia come una dichiarazione significa attribuire a un aggregato di comportamenti un’intenzione comunicativa che nessuno ha avuto: è quanto accade ogni volta che un numero di interazioni viene convertito in una presa di posizione collettiva.

Trattare un documento come una testimonianza significa attribuire a un artefatto la capacità di riferire circostanze che esso non contiene: un’immagine mostra ciò che è inquadrato e nulla di ciò che sta fuori, e la differenza tra le due cose è il luogo in cui si annidano quasi tutti gli errori sulle immagini.

Trattare una dichiarazione come un fatto significa confondere l’autenticità dell’enunciato con la verità del suo contenuto: che un soggetto abbia affermato qualcosa è accertabile e spesso rilevante, ma non stabilisce nulla su ciò che ha affermato.

Va segnalato che a questi tre scambi se ne è aggiunto di recente un quarto, che li comprende tutti. Quando un sistema generativo produce un enunciato con la forma dell’affermazione fattuale, esso non controlla le fonti, non distingue tra asserzioni robuste e congetture, non rileva le contraddizioni se non come anomalie statistiche; e tuttavia il risultato appare convincente perché rispetta le forme del discorso informativo. L’inganno nasce nel momento in cui strumenti che non compiono alcuna distinzione epistemica vengono impiegati come se la compissero.6 È lo scambio più radicale, perché non attribuisce a un oggetto lo statuto di un altro, ma attribuisce a un processo privo di rapporto con il mondo lo statuto di un processo che quel rapporto lo ha.

Trattare uno qualsiasi dei tre come una fonte significa, infine, comportarsi come se il ritorno fosse già stato esercitato — come se qualcuno avesse chiesto, o fosse andato a vedere. È la forma più radicale dell’errore, perché non produce una conclusione sbagliata su un punto determinato ma un’intera catena di ragionamenti fondata su un accertamento che nessuno ha compiuto; e a differenza degli altri tre non lascia alcuna traccia nel testo, poiché consiste precisamente in ciò che non è stato fatto.

3. Il testimone che nessuno interroga

3.1 Un silenzio che non è dell’oggetto

Il capitolo precedente ha stabilito che i materiali prelevati da una piattaforma diventano fonti soltanto se qualcuno li costituisce come tali. Resta da mostrare che cosa accada quando non lo si fa — e che i vantaggi di quel non farlo si distribuiscono sempre nella stessa direzione.

Conviene procedere per confronto. Quando un testimone racconta qualcosa, chi lo ascolta dispone di un repertorio di mosse: chiedere come faccia a saperlo, distinguere ciò che ha visto da ciò che gli è stato riferito, verificare la tenuta del racconto ponendo la stessa domanda in forme diverse, chiedere chi altro fosse presente, tornare il giorno seguente quando qualcosa non torna. Quelle mosse non sono facoltative: sono il mestiere, e chi non le compie non ha raccolto una testimonianza, ha trascritto un racconto.

Davanti a un contenuto pubblicato in rete tutte quelle mosse restano possibili — si scrive sotto il post, si manda un messaggio, si telefona a chi si conosce — ma nessuna è necessaria. Il testo è già lì, completo, pubblicabile così com’è; il pezzo si chiude anche senza. È questa la differenza rilevante, e non va confusa con un’impossibilità: il contenuto in rete non è un testimone che non può rispondere, è un testimone che nessuno è obbligato a interrogare. Il silenzio che ne risulta appartiene alla procedura, non all’oggetto.

Va aggiunto che, quando l’interrogazione non viene compiuta, l’esito è indistinguibile dall’impossibilità: chi legge non ha modo di sapere se il titolare del profilo abbia rifiutato di rispondere, se sia stato interpellato invano, o se semplicemente nessuno gli abbia scritto. Le tre situazioni producono lo stesso testo, ed è la ragione per cui il capitolo 18 insiste sulla dichiarazione di ciò che non si è potuto accertare: non come scrupolo, ma come unico segnale che distingue le tre.

3.2 La docilità come proprietà del supporto

Dal fatto che l’interrogazione sia facoltativa discende un effetto percettivo che vale la pena nominare, perché opera anche su chi lo conosce.

Il materiale non interrogato non oppone resistenza: non solleva obiezioni, non pone condizioni, non chiede a sua volta chi sia chi lo sta leggendo, non manifesta reticenze. Appare perciò più maneggevole, e implicitamente più affidabile, di una fonte reale — che è sempre reticente su qualcosa e il cui interesse è sempre in parte oscuro. La docilità è una proprietà del rapporto che non si è instaurato, non un indizio di veridicità; ma opera come un indizio, e la sostituzione avviene sotto la soglia della deliberazione.

È il meccanismo che la sociologia della comunicazione italiana ha di recente isolato sotto il nome di verosimiglianza: il procedimento cognitivo e sociale per cui si attribuisce credibilità a un’informazione senza verificarla, sulla base di cornici, forme e segni di autorevolezza. La verosimiglianza non è un difetto del pubblico né una novità digitale — nessuno può verificare direttamente i fatti su cui fonda le proprie decisioni, e ogni comunicazione pubblica vi si appoggia. Ciò che è cambiato è che essa, da ponte tra i fatti e il pubblico, può funzionare da schermo che ne nasconde l’assenza; e che, negli ambienti di piattaforma, cessa di essere un attributo del contenuto e diventa un attributo della comunità che lo consuma.7 Un enunciato è verosimile per un insieme di persone, in ragione di ciò che quell’insieme già ritiene: il che sottrae la verosimiglianza all’esame del testo e la consegna alla composizione del pubblico — cioè al problema di cui si occupa la parte seconda.

Vi è di più. La resistenza di una fonte reale non è soltanto un ostacolo: è informazione. Il punto su cui un interlocutore si irrigidisce, la domanda che elude, la circostanza che minimizza sono elementi che orientano il lavoro, e un cronista esperto li legge come tali. Un contenuto non interrogato non offre nulla di simile, e la sua uniforme disponibilità priva chi lo esamina della principale fonte di indizi di cui il mestiere dispone. Non perché quegli indizi non esistano — comparirebbero al primo messaggio inviato — ma perché nessuno è andato a cercarli, e ciò che non si è cercato non lascia traccia dell’essere mancato.

3.3 Chi guadagna dal silenzio

L’asimmetria non è neutrale rispetto alla distribuzione del potere, ed è il passaggio in cui l’analisi diventa politica.

In un rapporto negoziale l’informazione emerge dall’attrito tra due interessi divergenti: chi comunica vuole ottenere un effetto, chi raccoglie vuole ottenere ciò che l’altro preferirebbe non dare, e il risultato è un compromesso di cui entrambi hanno pagato una parte. Nel prelievo non interrogato l’attrito non si produce. Chi emette il materiale ne stabilisce integralmente la forma, l’estensione, il momento e il contesto, e non paga alcun prezzo per farlo: il controllo sulle condizioni di produzione dell’enunciato resta interamente a chi lo emette, e chi lo raccoglie diventa, salvo lavoro ulteriore, un trasmettitore.

Ne segue che il materiale di piattaforma non è una risorsa neutra di cui i soggetti pubblici si servono nella stessa misura in cui se ne serve il giornalismo. È una risorsa la cui utilità dipende da chi paga il costo dell’attrito: se nessuno lo paga, essa è strutturalmente favorevole a chi comunica, e chi ha qualcosa da guadagnare dal comunicare senza essere interrogato — soggetti politici, apparati, imprese, organizzazioni — se ne serve prima e meglio di chiunque altro. Se invece qualcuno lo paga, il vantaggio si riduce, e in alcune circostanze si rovescia: una domanda posta in pubblico sotto un contenuto pubblico è un atto giornalistico che l’assetto precedente non consentiva, e la cui risposta — o la cui assenza — è visibile a tutti. La quarta parte esamina entrambe le eventualità, a partire dalla prima, che è quella prevalente.

PARTE SECONDA. IL PUBBLICO CHE NON C’È

4. L’opinione pubblica come artefatto

4.1 Una critica già scritta

Nel gennaio del 1973 Pierre Bourdieu pubblicò un intervento destinato a diventare, nella sociologia della comunicazione, un luogo obbligato: L’opinion publique n’existe pas.8 La tesi non era che le opinioni non esistano, né che i sondaggi siano inutili, ma che l’oggetto denominato «opinione pubblica» sia il prodotto di un dispositivo di misurazione e non una realtà che quel dispositivo si limiti a rilevare.

L’argomento procedeva smontando tre postulati impliciti nella pratica demoscopica.

Il primo è che tutti abbiano un’opinione: che la produzione di un giudizio su una questione sia un’operazione alla portata di chiunque, indipendentemente dall’interesse per quella questione e dalle risorse necessarie a formarsene una. Il postulato è falso, e la sua falsità non è distribuita a caso: la propensione a rispondere è socialmente stratificata, e chi non risponde non è un vuoto statistico ma una posizione.

Il secondo è che tutte le opinioni si equivalgano, e siano dunque sommabili. Anche questo è falso, perché opinioni di intensità, competenza e capacità di mobilitazione radicalmente diverse vengono trattate come unità omogenee, con l’effetto di far scomparire proprio ciò che nella vita politica conta: non quante persone pensino una cosa, ma quanto e con quale forza.

Il terzo, che Bourdieu enuncia come implicito e che è forse il più difficile da vedere, è che esista un accordo sulle domande: che il fatto stesso di porre una certa questione, in quella formulazione, sia neutrale. Non lo è. La scelta delle domande incorpora una gerarchia dei problemi che è già una posizione politica, e il risultato viene poi presentato come se la gerarchia fosse emersa dalla rilevazione anziché precederla.

La conclusione era che l’opinione pubblica misurata dai sondaggi è un artefatto, e che la sua funzione principale non è conoscitiva ma legittimante: serve a dare all’azione politica la forma di un’esecuzione di una volontà collettiva preesistente.

4.2 Perché la critica vale a maggior ragione oggi

Il passaggio che interessa qui è che tutti e tre i postulati operano nel discorso giornalistico sui social media in forma più debole di quella che Bourdieu criticava.

Il sondaggio, quale che ne sia il limite, dispone di un metodo dichiarato: si conosce il campione, la sua ampiezza, il criterio di selezione, il periodo di rilevazione, il testo delle domande, e l’errore statistico associato. Sono elementi discutibili, e proprio per questo discussi. La formula «sui social è polemica» non dispone di nessuno di essi. Non c’è campione perché non c’è selezione; non c’è ampiezza perché non c’è conteggio; non c’è domanda perché nessuno l’ha posta; non c’è periodo perché la rilevazione coincide con lo sguardo di chi scrive nel momento in cui scrive.

Ne segue che l’oggetto evocato è un artefatto di secondo grado: non il prodotto di un dispositivo di misurazione criticabile, ma il prodotto di un atto linguistico. «La rete si è divisa» non descrive in modo impreciso qualcosa che esiste: costruisce ciò di cui parla nel momento in cui lo nomina, e lo consegna al lettore come un fatto sociale accertato.

4.3 Lo pseudo-ambiente

Un secondo riferimento, anteriore di mezzo secolo a Bourdieu, aiuta a collocare la questione.

Nel 1922 Walter Lippmann osservava che il rapporto dei cittadini con la vita politica non è mai diretto: tra la persona e l’ambiente reale si interpone una rappresentazione — uno pseudo-ambiente — costruita con materiali di seconda mano, e le decisioni vengono prese su quella rappresentazione, mentre gli effetti si producono sull’ambiente reale.9 La conseguenza che Lippmann ne traeva riguardava la responsabilità di chi quella rappresentazione la costruisce — e non era una conseguenza favorevole al giornalismo: la sua tesi conclusiva era che la stampa non può supplire alle istituzioni, e che l’accertamento sistematico dei fatti avrebbe richiesto organismi di rilevazione distinti dai giornali. Che quella diagnosi sia stata poi rovesciata in un programma di professionalizzazione della stampa appartiene alla vicenda della sua ricezione, non al testo del 1922.

Il punto che interessa qui è quello che segue. Quando una testata riferisce che «sui social si discute» di qualcosa, non sta descrivendo l’ambiente: sta aggiungendo un elemento allo pseudo-ambiente, e lo sta aggiungendo con l’autorevolezza di chi riferisce un fatto verificato. Il lettore ne ricava un’informazione sullo stato dell’opinione dei propri concittadini. Quell’informazione non ha alcun fondamento rilevato, ma produce effetti reali: orienta la percezione di che cosa sia maggioritario, e da lì il comportamento.

5. Chi parla, chi tace, chi si vede

5.1 Tre filtri sovrapposti

Se ciò che si osserva su una piattaforma non è un campione, resta da stabilire che cosa sia. La risposta richiede di distinguere tre selezioni che si applicano in successione, e che vengono abitualmente confuse in una sola.

Il primo filtro è l’accesso. Non tutta la popolazione è presente sulla piattaforma, e la presenza non è distribuita in modo casuale: varia per età, per istruzione, per reddito, per collocazione territoriale, e varia in modo diverso da piattaforma a piattaforma. Una discussione osservata su un servizio la cui utenza è prevalentemente urbana e istruita non è la discussione della popolazione: è quella di una porzione, e per giunta di una porzione la cui composizione è nota solo approssimativamente.

Il secondo filtro è l’espressione. Tra coloro che sono presenti, una minoranza scrive, e una minoranza di quella minoranza scrive con regolarità sulle questioni pubbliche. La sproporzione tra chi legge e chi interviene è tale che le due grandezze non appartengono allo stesso ordine, ed è la ragione per cui l’osservazione di una discussione in rete restituisce con notevole precisione l’opinione di un gruppo ristretto e con nessuna precisione quella di chiunque altro.10

Il terzo filtro è la visibilità. Tra ciò che viene scritto, una porzione minima viene distribuita, e la distribuzione è governata da sistemi di ordinamento privati che selezionano secondo criteri propri — sistemi che, come è stato osservato, «non sono neutri: costruiscono gerarchie di rilevanza che favoriscono ciò che genera engagement a scapito di ciò che è accurato».11 Questo terzo filtro è il meno percepito dei tre, perché opera dopo gli altri due e restituisce a chi guarda l’impressione di un panorama, mentre si tratta di una selezione operata su una selezione operata su una selezione.

Il materiale che una redazione «trova», dunque, ha attraversato tre imbuti, di cui conosce approssimativamente il primo, sottovaluta il secondo, e del terzo ignora i criteri per costruzione, poiché non sono pubblici.

5.2 La spirale del silenzio, in un ambiente che la misura

Alla stratificazione di questi filtri va aggiunto un meccanismo che li retroalimenta.

Nella formulazione classica di Elisabeth Noelle-Neumann, la disponibilità delle persone a esprimere pubblicamente una posizione dipende dalla percezione del clima di opinione: chi ritiene di essere in minoranza tende al silenzio, e il silenzio rafforza la percezione che quella posizione sia minoritaria, in una spirale che allarga la distanza tra l’opinione espressa e l’opinione realmente diffusa.12 Nella teoria originaria, i mezzi di informazione contribuiscono a formare la percezione del clima; ed è per questa via che essi incidono sulla distribuzione delle opinioni espresse anche quando si limitano a descriverla.

L’ambiente digitale aggiunge a questo meccanismo due elementi che lo intensificano. Il primo è che il clima di opinione vi è quantificato in modo visibile: ogni contenuto reca il conteggio delle adesioni e delle riprese, e la percezione di essere in minoranza non richiede più un’inferenza, si legge. Il secondo è che il clima così mostrato è, per quanto detto sopra, l’esito dei tre filtri, e dunque un indicatore distorto — che tuttavia funziona con la stessa efficacia di un indicatore corretto, perché ciò che produce l’effetto è la percezione, non l’esattezza.

Ne discende una conclusione che il giornalismo dovrebbe considerare più di quanto faccia. Una testata che riferisce ciò che «circola» non descrive il clima di opinione: vi partecipa, aggiungendo alla percezione di maggioranza il peso della propria autorevolezza. È un intervento, non un’osservazione, e la circostanza che sia compiuto in buona fede non ne modifica gli effetti.

6. La metrica come surrogato del giudizio

6.1 Che cosa misurano i numeri disponibili

Le grandezze che una piattaforma espone hanno l’apparenza di misure, e come misure vengono impiegate. Ciascuna di esse, però, quantifica un oggetto diverso da quello per cui viene invocata, e la discrepanza è sistematica.

Il conteggio delle visualizzazioni registra esposizioni, non letture, e comprende chi ha fatto scorrere lo schermo senza fermarsi. Il conteggio delle riprese registra un atto di trasmissione e resta indifferente al motivo per cui è stato compiuto: in qualunque controversia una parte cospicua della circolazione è costituita da rilanci polemici, che nella cifra confluiscono accanto a quelli di adesione. Le reazioni sono classificate secondo un insieme di categorie stabilito dall’interfaccia, il quale non ha alcun rapporto con le distinzioni che avrebbero rilievo pubblico. E il numero dei profili intervenuti non equivale a un numero di persone, poiché il rapporto tra le due grandezze è ignoto e in alcune circostanze è deliberatamente alterato.

Vi è poi un risultato che dovrebbe essere più noto di quanto sia. L’analisi di una serie molto ampia di pubblicazioni di testate su una piattaforma — oltre mille testate, circa cinquantasette milioni di contenuti in quattro lingue europee, dal 2008 alla fine del 2022 — ha mostrato che la viralità di una notizia è sostanzialmente indipendente dalle dimensioni della testata che la pubblica.13 Il dato va letto per ciò che implica: la circolazione osservabile non è funzione della base sociale del soggetto emittente né della sua rilevanza istituzionale, e non può quindi essere impiegata come indicatore né dell’una né dell’altra.

Due situazioni opposte quanto a significato — l’adesione diffusa e il rigetto diffuso — restituiscono perciò la medesima cifra. Una metrica invocata come indice di consenso viene fatta parlare di ciò su cui tace, e l’operazione riesce con particolare facilità perché il numero, in un testo giornalistico, si presenta come l’elemento sottratto all’interpretazione, ed è invece quello che ne richiede di più.

6.2 La delega del criterio di rilevanza

C’è tuttavia una questione più profonda della correttezza delle singole metriche, e riguarda l’uso che se ne fa nella determinazione di ciò che merita di essere raccontato.

Stabilire che cosa sia notizia è la decisione costitutiva del mestiere. Essa incorpora un giudizio sull’importanza, sulla novità, sulla prossimità, sulle conseguenze — un giudizio discutibile, storicamente variabile, professionalmente formato, e soprattutto imputabile a chi lo compie. Quando la circolazione di un contenuto viene assunta come indicatore della sua rilevanza, quel giudizio non viene esercitato: viene sostituito con l’esito di un sistema di ordinamento privato, progettato per massimizzare grandezze — il tempo di permanenza, la frequenza di interazione — che non hanno alcun rapporto con l’interesse pubblico e che in taluni casi vi si oppongono, poiché il contenuto che trattiene più a lungo è spesso quello che indigna di più.

Questa sostituzione è la forma più consistente di cessione di sovranità professionale che il periodo abbia prodotto, ed è tanto più efficace quanto meno viene tematizzata. Chi la osserva dall’interno della professione l’ha descritta come il subentrare della risonanza alla rilevanza e alla verificabilità: non più che cosa importi o che cosa risulti accertato, ma che cosa incontri l’assenso della cerchia che lo riceve.14 Nessuna redazione delibera di adottare come criterio di notiziabilità le priorità di un’impresa privata; molte lo fanno ogni giorno, per la via più semplice, che è dare notizia di ciò che vedono circolare.

6.3 Una precisazione necessaria

Sarebbe scorretto ricavarne che la circolazione di un contenuto non sia mai un fatto rilevante. Lo è, in almeno due casi.

Lo è quando la circolazione produce effetti fuori dalla piattaforma: una mobilitazione, una decisione amministrativa, un danno a una persona determinata. In questo caso l’oggetto della notizia non è il contenuto ma l’effetto, e il contenuto è il suo antecedente.

Lo è quando la circolazione è essa stessa il fenomeno da comprendere: una campagna organizzata, una molestia coordinata, la diffusione di una tesi falsa che sta orientando comportamenti. In questo caso il materiale non è la fonte del racconto ma il suo oggetto, e il racconto ha per contenuto la struttura, non l’enunciato.

La distinzione tra questi due casi e l’uso ordinario della circolazione come indicatore di rilevanza è netta sul piano concettuale e si smarrisce continuamente nella pratica, per una ragione che non è teorica: nei due casi legittimi il lavoro comincia dove finisce l’osservazione, mentre nell’uso improprio l’osservazione è tutto il lavoro.

7. Un pubblico che non si fida e non sceglie

7.1 I dati

Le considerazioni precedenti sono di ordine concettuale. Conviene collocarle rispetto a ciò che si sa dello stato effettivo del consumo informativo in Italia, per il quale si dispone di una rilevazione comparativa continuativa.

Nell’edizione più recente del rapporto annuale del Reuters Institute, condotta su un campione di 2.040 utenti internet adulti tra il 9 e il 28 gennaio 2026, il 45% degli intervistati dichiara di usare i social media settimanalmente per informarsi, e il 22% li indica come fonte principale; la televisione, sempre come fonte principale, resta al 48%. La fiducia nelle notizie si colloca al 32%, in calo di quattro punti sull’anno precedente. La preoccupazione per la difficoltà di distinguere il vero dal falso in rete riguarda il 59% degli intervistati. L’accesso diretto ai siti delle testate si ferma al 20%, mentre il 58% raggiunge le notizie attraverso un intermediario algoritmico. L’evitamento delle notizie, dichiarato talvolta o spesso, riguarda il 36%, in aumento di tre punti. L’uso di assistenti conversazionali per informarsi riguarda il 6%, con una fiducia dichiarata del 16%.15

7.2 Che cosa dicono, e che cosa non dicono

Due rapporti meritano di essere isolati, e nessuno dei due riguarda la quantità di consumo.

Il primo è quello tra il 20% e il 58%: per ogni persona che indica nella scelta diretta della testata la propria via principale all’informazione in rete, ce ne sono quasi tre che indicano un intermediario algoritmico — un motore di ricerca, una piattaforma sociale, un aggregatore. Il rapporto non misura flussi di lettura ma la gerarchia delle vie d’accesso dichiarate, e tanto basta a dare misura concreta a quanto argomentato al capitolo precedente. La sua rilevanza non si esaurisce sul versante della distribuzione — dove viene abitualmente discusso, in termini di dipendenza economica delle testate dalle piattaforme. Riguarda anche la raccolta: una redazione che osserva ciò che circola per decidere di che cosa occuparsi sta osservando l’esito del medesimo sistema che porta i lettori a lei, e sta dunque chiudendo un circuito in cui l’attore terzo determina simultaneamente ciò che il pubblico incontra e ciò che la redazione ritiene rilevante.

Il secondo è quello tra la fiducia bassa e la preoccupazione alta. Le due grandezze insieme descrivono un pubblico che non si fida dell’informazione professionale e al tempo stesso non si fida di ciò che trova altrove. È una configurazione che viene talvolta letta come favorevole alla disintermediazione; non lo è. La sfiducia generalizzata non redistribuisce credito dalle istituzioni informative ad altri soggetti: lo distrugge, e l’esito prevalente non è il passaggio a fonti alternative ma il disimpegno, di cui l’evitamento dichiarato dal 36% degli intervistati, in crescita, è la misura disponibile.

7.3 Perché è un problema di legittimazione

Ricondotti alla tesi generale, questi dati non descrivono un problema di mercato ma di legittimazione.

Un’istituzione che esercita una funzione pubblica — e stabilire che cosa sia accaduto è una funzione pubblica, per quanto svolta da soggetti privati — regge finché il suo titolo a esercitarla è riconosciuto. Quel titolo ha poggiato a lungo su fondamenti diversi — l’accesso esclusivo all’informazione anzitutto — che il capitolo 11 esamina separatamente perché hanno avuto sorti diverse. L’unico che il mutamento tecnico non abbia eroso è il metodo: l’impegno pubblicamente verificabile ad accertare prima di affermare, a dichiarare l’origine di ciò che si riferisce, a correggere gli errori e a rispondere di ciò che si pubblica.

Quando l’accesso cessa di essere esclusivo — e le piattaforme lo hanno reso disponibile a chiunque — resta il metodo a distinguere una testata da un canale di ridiffusione. Di qui un corollario che conviene enunciare senza attenuazioni: ogni pratica che rende la testata indistinguibile da un canale di ridiffusione erode il solo titolo che le sia rimasto, e lo erode più rapidamente di quanto qualunque concorrente potrebbe fare dall’esterno.

PARTE TERZA. CHI SELEZIONA

8. Il custode non è scomparso: ha cambiato titolare

8.1 Una funzione, non un ruolo

La sociologia del giornalismo dispone da tre quarti di secolo di un concetto per la funzione di selezione. Nello studio con cui nel 1950 David Manning White esaminò le scelte di un singolo redattore incaricato di decidere quali notizie d’agenzia entrassero nel giornale, la nozione di gatekeeper venne applicata per la prima volta all’informazione: una posizione lungo il flusso in cui qualcuno decide che cosa passi e che cosa no.16 La ricerca successiva ha ampliato considerevolmente il quadro, mostrando che la selezione si determina su livelli sovrapposti — l’individuo, le routine produttive, l’organizzazione, le pressioni extra-mediali, il sistema sociale — e che il livello individuale, sul quale lo studio originario si concentrava, vi occupa una posizione assai meno decisiva di quanto quello studio lasciasse credere.17

L’elemento che interessa qui è che la funzione di selezione è strutturale e non eliminabile. In qualunque sistema informativo la quantità di eventi eccede incommensurabilmente la capacità di attenzione dei destinatari, e qualcuno o qualcosa deve necessariamente ridurre. La domanda politicamente rilevante non è mai se vi sia selezione, ma chi la compia, con quali criteri, e a chi ne risponda.

8.2 La sostituzione

Le tesi sulla scomparsa del custode, molto diffuse nel primo decennio del secolo, muovevano da un’osservazione corretta — chiunque può pubblicare senza chiedere il permesso a un editore — per trarne una conclusione sbagliata. La formulazione corretta è che i custodi tradizionali non sono scomparsi ma hanno perso la propria capacità selettiva, ridotti a una voce fra le molte, e che il potere di selezione si è spostato altrove.18 La rimozione della barriera all’immissione non elimina la selezione: la sposta a valle, dal punto in cui si decide che cosa venga pubblicato al punto in cui si decide che cosa venga visto. E poiché la quantità immessa è cresciuta di ordini di grandezza mentre l’attenzione disponibile è rimasta quella che era, la selezione a valle è oggi incomparabilmente più drastica di quanto lo fosse quella a monte.

Il nuovo titolare della funzione presenta però quattro caratteristiche che il precedente non aveva.

Opera su scala non comparabile. Un redattore selezionava alcune decine di notizie al giorno per alcune migliaia di lettori; un sistema di ordinamento seleziona miliardi di unità di contenuto per centinaia di milioni di persone, personalizzando l’esito per ciascuna.

I suoi criteri non sono pubblici. Non solo non sono dichiarati, ma sono modificati continuamente, e non sono ricostruibili dall’esterno perché l’accesso ai dati che consentirebbero di studiarli è controllato dal soggetto stesso di cui si vorrebbe studiare il comportamento.

Non risponde del risultato. L’impianto giuridico su cui l’industria è cresciuta è costruito sulla non responsabilità per i contenuti ospitati; e per quanto la disciplina europea più recente abbia introdotto obblighi di trasparenza e di valutazione dei rischi sistemici, essa non ha modificato il principio.19 La difficoltà che ne deriva è stata formulata con nettezza da chi la osserva dalla posizione istituzionale più pertinente: le grandi piattaforme hanno assunto un ruolo determinante nell’intermediazione fra chi produce le notizie e chi le riceve, «esercitando funzioni pubblicistiche difficilmente conciliabili con i parametri costituzionali attuali», e operano di fatto come censori del dibattito pubblico in un assetto privo di separazione fra chi stabilisce che cosa sia lecito e chi lo applica.20

Non rivendica la funzione. È l’aspetto più interessante sul piano politico. Il custode editoriale rivendicava apertamente la propria funzione, la difendeva e ne discuteva i criteri; era, in altre parole, un potere che si dichiarava e che per questo poteva essere contestato. Il nuovo titolare presenta il proprio operato come una restituzione neutrale di ciò che è rilevante per l’utente — come una misurazione, non come una scelta — e questa presentazione non è un accessorio pubblicitario: è la condizione della sua legittimità.

8.3 Il pubblico calcolato

Da questa configurazione discende un effetto che la teoria delle piattaforme ha isolato con precisione.

Un sistema di ordinamento non si limita a mostrare a un utente ciò che gli somiglia: costruisce, attraverso l’aggregazione dei comportamenti, una rappresentazione di che cosa sia il pubblico rilevante, e la restituisce a quel pubblico come se ne fosse il ritratto — un pubblico calcolato, che gli utenti riconoscono come proprio appunto perché è stato costruito a partire da loro, e che tuttavia nessuno di loro ha mai formato.21 Le classifiche di ciò che è di tendenza sono la forma più visibile di questa operazione: presentano come constatazione di un interesse collettivo ciò che è al tempo stesso il prodotto di una scelta di progettazione e la causa dell’interesse che dichiarano di misurare.

Il giornalismo che assume quelle classifiche come indicazione di rilevanza non compie soltanto un errore metodologico. Aggiunge alla costruzione l’unico elemento che le mancava, cioè la ratifica da parte di un’istituzione riconosciuta: quando una testata scrive che un tema «è al centro del dibattito», il pubblico calcolato smette di essere una rappresentazione interna a una piattaforma e diventa un fatto sociale certificato.

9. Il sistema ibrido

9.1 Coesistenza, non successione

La descrizione più utile dell’assetto risultante non è quella per fasi — la stampa che cede alla televisione, la televisione che cede alla rete — ma quella che tratta l’insieme come un sistema ibrido, in cui logiche di epoche diverse non si succedono ma coesistono, si condizionano reciprocamente e vengono impiegate strategicamente dagli attori a seconda della convenienza.22 Nel dibattito italiano la stessa configurazione è stata descritta come una grande ibridazione: social network, video, podcast, newsletter, creator, motori di risposta e testate tradizionali competono nel medesimo spazio di attenzione, e i confini tra informazione, intrattenimento, opinione, attivismo e promozione si fanno porosi.23

La conseguenza principale è che nessuna delle due logiche prevale in modo stabile. Il ciclo informativo contemporaneo si compone di passaggi in cui un contenuto nato in un ambiente di piattaforma acquista rilevanza soltanto quando un canale tradizionale lo riprende, e di passaggi inversi, in cui una notizia prodotta da una redazione acquista peso politico soltanto quando la sua circolazione in rete la trasforma in un caso. Chi opera in questo sistema con successo non è chi padroneggia una delle due logiche, ma chi sa in quale momento del ciclo si trova e quale delle due gli conviene attivare.

9.2 Che cosa comporta per il giornalismo

Tre implicazioni meritano di essere esplicitate.

La prima è che il giornalismo non è più il vertice del sistema ma un suo anello, e per giunta un anello che gli altri attori hanno interesse ad attraversare. Un contenuto che passa da una redazione ne esce con una qualità che prima non aveva — l’essere stato pubblicato da un soggetto identificabile che ne risponde — e quella qualità è precisamente ciò che serve ai passaggi successivi. Il capitolo 15 esamina in che modo questa proprietà venga sfruttata deliberatamente.

La seconda è che la tempistica diventa una variabile strategica per tutti. In un sistema in cui la ripresa altrui è la risorsa contesa, il momento in cui un materiale viene immesso non è indifferente, e chi lo immette lo sceglie sulla base di ciò che sa dei tempi redazionali altrui. Un materiale che compare quando la domanda di informazione è massima e la capacità di verifica minima non è necessariamente immesso in malafede; ma la coincidenza tra il momento della massima utilità per chi lo immette e quello della minima capacità di controllo di chi lo riceve è un elemento che va trattato come indizio.

La terza è che la distinzione tra comunicazione e informazione, sul piano dei formati, si è dissolta. Un comunicato istituzionale, la dichiarazione di un dirigente politico, l’annuncio di un’impresa e il pezzo di una testata circolano nello stesso ambiente, nella stessa forma, con la stessa impaginazione e nella stessa sequenza. Il lettore non dispone più delle marche materiali che in passato segnalavano il genere di ciò che stava leggendo — la carta intestata, la collocazione in pagina, il contesto d’insieme — e la sola marca residua è l’attribuzione, cioè esattamente l’elemento che l’uso del materiale di piattaforma tende a rendere evanescente.

10. Una sfera pubblica senza filtro

10.1 Il filtro come istituzione

Nella ricostruzione che Jürgen Habermas propose nel 1962, la sfera pubblica borghese si costituisce come spazio in cui persone private si riuniscono in quanto pubblico per esercitare la ragione su questioni di interesse comune, e la stampa periodica ne è insieme lo strumento e l’istituzione portante.24 La ricostruzione conteneva già, nella sua seconda parte, la diagnosi del declino: la trasformazione dei mezzi di informazione in imprese e del pubblico in consumatori, con la conseguente sostituzione della discussione con il consumo.

Sessant’anni più tardi, lo stesso autore è tornato sulla questione per esaminare che cosa i mezzi digitali abbiano modificato.25 L’argomento centrale del ritorno è che la trasformazione in corso non riguarda il grado di apertura della sfera pubblica ma la sua struttura, e in particolare il venir meno del filtro editoriale.

Nella configurazione precedente, il passaggio dalla comunicazione privata al discorso pubblico avveniva attraverso un’istanza che selezionava, verificava e assumeva la responsabilità di ciò che immetteva. Quel filtro era criticabile — era socialmente selettivo, escludeva voci, incorporava gerarchie — e la critica ne ha documentato ampiamente i limiti. Aveva però una funzione che si è resa visibile soltanto quando è venuta meno: distingueva ciò che era stato sottoposto a un controllo da ciò che non lo era stato, e su quella distinzione poggiava la possibilità stessa di una discussione pubblica su fatti condivisi.

10.2 Inclusione formale, frammentazione sostanziale

L’esito che ne è derivato non è quello che le previsioni della fine del secolo scorso lasciavano attendere.

Sul piano formale l’inclusione è massima: chiunque può pubblicare, e la barriera che escludeva la maggioranza dalla condizione di autore è caduta. Sul piano sostanziale, però, l’effetto non è la formazione di un pubblico più ampio, bensì la moltiplicazione di ambienti comunicativi paralleli, ciascuno dei quali funziona come uno spazio semi-pubblico dotato di premesse proprie, in cui la discussione è intensa ma non incontra mai posizioni realmente eterogenee. La condizione della deliberazione — che le parti in discussione riconoscano gli stessi fatti come oggetto del disaccordo — è quella che si perde per prima.

Un’osservazione di economia politica che il ritorno di Habermas rende possibile senza formularla in questi termini merita di essere aggiunta, perché è spesso trascurata. Se i proprietari delle piattaforme rifiutano il ruolo di editore e le responsabilità che vi si connettono — ed è ciò che Habermas rileva — ne discende che le infrastrutture su cui questa sfera pubblica si svolge non sostengono alcuno dei costi che essa comporta. Non sostengono il costo della produzione delle notizie, che resta a carico delle testate; non sostengono il costo della verifica; non sostengono il costo delle conseguenze. Un assetto in cui i ricavi della circolazione dell’informazione e i costi della sua produzione gravano su soggetti diversi è instabile per ragioni che non dipendono dalla buona o cattiva volontà di alcuno.

10.3 Che cosa non segue da questa diagnosi

Va detto con chiarezza che cosa da questa analisi non discende, perché la diagnosi viene talvolta impiegata a sostegno di conclusioni che non le appartengono.

Non discende che il filtro precedente andasse conservato così com’era, né che la sua caduta sia stata un peggioramento netto: la stessa apertura che ha frammentato la discussione ha reso pubblicabili posizioni che il filtro escludeva, e il bilancio delle due cose non è calcolabile in astratto.

Non discende, soprattutto, che la funzione di filtro debba essere restituita a un’autorità pubblica: il vincolo costituzionale che lo impedisce è esaminato al capitolo 19, ed è il perimetro entro cui ogni proposta di intervento deve muoversi.

11. Su che cosa poggia l’autorità di chi informa

11.1 Un’autorità che non è mai stata acquisita una volta per tutte

L’ultimo passaggio della ricostruzione riguarda la posizione del giornalismo entro l’assetto descritto.

La ricerca sull’autorità giornalistica ha mostrato che essa non è una proprietà stabile della professione ma una relazione continuamente rinegoziata: non deriva da un titolo formale, non è conferita da un’autorità esterna, e viene riconosciuta o revocata dal pubblico in base a ciò che i giornalisti fanno e al modo in cui giustificano ciò che fanno.26 È un’autorità che si esercita in condizioni di contestazione permanente, e ogni episodio di errore, di parzialità o di scarsa trasparenza vi incide non come un incidente ma come un argomento.

Sotto questa luce, la questione del materiale di piattaforma assume la sua fisionomia definitiva. Non è una questione di correttezza tecnica: è la questione se la professione sia in grado di continuare a giustificare il proprio titolo.

11.2 I tre fondamenti possibili, e i due che sono caduti

Storicamente, il titolo del giornalismo a essere creduto ha poggiato su tre fondamenti distinti, che è utile separare perché hanno avuto sorti diverse.

Il primo è l’accesso. Il giornalista era colui che poteva entrare dove gli altri non entravano: la conferenza stampa, l’ufficio, il luogo dell’evento. Questo fondamento è in larga parte caduto, non perché i giornalisti abbiano perso l’accesso, ma perché i soggetti che prima lo concedevano hanno oggi un canale proprio e non hanno più bisogno di concederlo per essere ascoltati. È un punto su cui il dibattito italiano converge senza esitazioni: «un tempo il giornalista era l’unico ad avere accesso ai fatti e alle fonti; oggi l’accessibilità è totale», e ciò «cambia tutto».27

Il secondo è la scarsità dello spazio. Comparire su un giornale significava essere stati scelti fra molti, e la selezione era un’informazione in sé. Questo fondamento è caduto per intero: lo spazio non è più scarso, e la pubblicazione non seleziona più nulla.

Il terzo è il metodo. Consiste nell’impegno pubblicamente dichiarato ad accertare prima di affermare, a distinguere ciò che si sa da ciò che si suppone, a indicare l’origine di ciò che si riferisce, a correggere gli errori in modo visibile e a rispondere di ciò che si pubblica davanti a istanze determinate.

I primi due fondamenti erano contingenti: dipendevano da una configurazione tecnica ed economica che è mutata. Il terzo non lo è, ed è l’unico che resti disponibile. Ne segue che la questione dell’uso del materiale di piattaforma non è marginale rispetto alla crisi del giornalismo: ne è il luogo di verifica, perché è esattamente il punto in cui il metodo costa e in cui rinunciarvi non si vede.

La formulazione più precisa di questa conclusione, nel corpus italiano, vi introduce però una determinazione che conviene accogliere: «la credibilità non si fonda più sull’autorevolezza dichiarata, ma sulla verificabilità del processo».28 Non basta cioè che il metodo sia praticato: deve essere ispezionabile. Il titolo non è il metodo in quanto rigore, ma il metodo in quanto esibito — e la differenza, che sembra sottile, decide l’intero capitolo 18.

11.3 Tre alternative al metodo, e perché non reggono

La conclusione appena raggiunta non è pacifica. Nel dibattito italiano più recente circolano tre candidature diverse al ruolo di titolo residuo, tutte sostenute da autori autorevoli, e ciascuna merita una risposta.

La prima è la regia narrativa. Poiché la funzione informativa non si riduce alla trasmissione di fatti verificati — la verità fattuale è condizione necessaria e non sufficiente — l’elemento decisivo diverrebbe l’ordinamento contestuale dell’informazione: che cosa raccontare, in quale sequenza, con quali collegamenti; e questa sarebbe una competenza individuale non riducibile a procedura.29 L’osservazione è esatta e l’obiezione non regge. Che la selezione e la gerarchia siano operazioni non proceduralizzabili è vero, ed è vero da sempre: era vero anche quando lo spazio era scarso e l’accesso esclusivo. Ma un’abilità non proceduralizzabile non può fungere da titolo, perché non è distinguibile dall’esterno da una sua imitazione riuscita — ed è precisamente ciò che i sistemi generativi imitano meglio. La regia, in altre parole, è ciò che il giornalismo fa; il metodo è ciò che consente di credergli mentre lo fa.

La seconda è la reputazione personale. Le audience seguirebbero le voci e non le istituzioni, e un professionista che costruisca nel tempo una competenza riconoscibile in un settore determinato sarebbe un presidio di credibilità più solido di una testata generalista.30 Come descrizione di una tendenza in atto è probabilmente corretta. Come candidatura al titolo è debole per due ragioni. La prima è che la reputazione personale non è specifica della professione: è la risorsa su cui operano, con maggiore libertà e minori vincoli, proprio i soggetti che con essa competono. La seconda è che una reputazione è un capitale accumulato, cioè un titolo di status — la stessa specie di titolo dell’«autorevolezza dichiarata» che il corpus dichiara esaurita, spostata dal marchio alla persona.

La terza è l’imputabilità. Il criterio non sarebbe quale procedura sia stata seguita, ma chi si assuma la responsabilità del risultato: la firma come assunzione di rischio.31 È l’alternativa più forte, e in parte è già incorporata nel diritto europeo, come si vedrà al § 19.3. La sua insufficienza è però stata rilevata all’interno dello stesso corpus, e la formulazione è netta: «un tempo bastava la firma del giornalista, oggi non più».32 La ragione è che l’imputabilità è una garanzia ex post e azionabile, non ex ante e ispezionabile: dice a chi rivolgersi quando il danno si è prodotto, non che cosa credere prima. In un ambiente in cui il danno si produce nelle prime ore e i rimedi arrivano dopo — è l’argomento del § 21.3 — una garanzia che opera soltanto a valle non sostituisce il metodo: lo presuppone.

Le tre alternative, dunque, non sono candidati concorrenti ma componenti. La regia è l’esercizio del mestiere, l’imputabilità è la sua sanzione, la reputazione è il suo effetto accumulato. Ciò che le tiene insieme, e che ciascuna presa da sola non fornisce, è la verificabilità del procedimento.

11.4 Perché il rispetto del metodo non è premiato nel breve periodo

Occorre tuttavia riconoscere, per non concludere con un’esortazione, che il terzo fondamento ha una proprietà sgradevole: produce i suoi effetti su una scala temporale più lunga di quella su cui operano gli incentivi a cui una redazione risponde. Il credito costruito osservando il metodo si accumula lentamente e non è misurabile; il vantaggio di rinunciarvi è immediato, misurabile e attribuibile.

La sproporzione non è un difetto morale delle redazioni ma una struttura di incentivi, e le strutture di incentivi non si correggono con gli appelli. Il capitolo 17 la esamina nei termini in cui il problema va posto, che sono di assetto e non di virtù.

PARTE QUARTA. GLI USI POLITICI

12. La dichiarazione sottratta al contraddittorio

12.1 Che cosa faceva la domanda

La conferenza stampa, e più in generale ogni formato in cui un soggetto pubblico si esponeva alla richiesta di chiarimenti, svolgeva una funzione che si apprezza meglio ora che è divenuta facoltativa.

Non consisteva principalmente nel produrre risposte: le risposte erano spesso evasive, e l’idea che la domanda giornalistica estorca verità è più letteraria che realistica. Consisteva in tre effetti collaterali, tutti e tre rilevanti sul piano della responsabilità pubblica.

Il primo è che l’aspettativa della domanda retroagiva sulla dichiarazione. Chi sa che dovrà rispondere prepara l’enunciato in modo da reggere le obiezioni prevedibili, e questa preparazione lo costringe a considerare gli argomenti contrari prima di parlare. È un effetto di disciplina che si produce anche quando la domanda non viene poi posta.

Il secondo è che le domande eluse restavano a verbale. Il rifiuto di rispondere è un’informazione, e in un formato pubblico è un’informazione registrata: chiunque fosse presente ha potuto constatare che una certa questione non ha ricevuto risposta.

Il terzo è che il costo della verifica era in parte trasferito alla situazione stessa. Presentarsi significava esporsi al confronto con chi conosceva la materia, e la presenza di più interlocutori con informazioni diverse produceva, senza che nessuno lo organizzasse, un controllo distribuito.

12.2 La pubblicazione unilaterale

Il canale personale sostituisce quel formato con una pubblicazione unilaterale che ne conserva la funzione informativa e ne elimina i tre effetti.

L’enunciato viene composto senza vincoli di tempo e senza contraddittorio, nella formulazione più favorevole; viene pubblicato nel momento scelto da chi lo emette, tipicamente quello in cui la capacità di reazione altrui è minima; e non registra alcuna elusione, perché nessuna domanda è stata posta. L’interlocutore esiste, e resta raggiungibile: ciò che è venuto meno non è la sua esistenza ma l’obbligo di comparire. Nel formato precedente presentarsi era la condizione per essere ascoltati; qui l’ascolto è già acquisito prima di ogni domanda, e rispondere diventa un atto discrezionale.

Va detto che questo non è, in sé, un abuso. Un soggetto pubblico ha titolo a comunicare direttamente con i cittadini, e la comunicazione diretta ha anzi il pregio di sottrarre l’enunciato alla mediazione di chi potrebbe deformarlo. Il problema non è la pubblicazione unilaterale: è che la pubblicazione unilaterale è diventata sostitutiva e non aggiuntiva, e che la sua sostituzione avviene senza che alcuna istanza ne registri il costo.

12.3 Perché il giornalismo la asseconda

Resta da spiegare perché la sostituzione non incontri resistenza da parte di chi ne è danneggiato. La spiegazione non richiede ipotesi sulla connivenza.

La dichiarazione pubblicata su un canale è disponibile a tutti simultaneamente e gratuitamente. Ne segue che riferirla non produce alcun vantaggio competitivo, ma non riferirla produce uno svantaggio immediato: chi si astiene perde il pezzo, chi la riferisce lo ha. In una situazione di questo tipo la scelta razionale per ciascuno è pubblicare, e l’esito aggregato è che tutti pubblichino la stessa cosa nella stessa forma nello stesso momento, cioè esattamente l’esito che il soggetto emittente desiderava.

Il lavoro che farebbe la differenza — chiedere ciò che l’enunciato non dice, verificare ciò che afferma, mettere a confronto la dichiarazione odierna con quella di sei mesi prima — costa tempo, non è visibile al lettore che ha già letto l’enunciato altrove, e arriva quando la notizia è vecchia. La ricompensa è per la velocità, il costo è per il controllo, e nessun appello alla deontologia modifica questo rapporto.

12.4 La domanda che si può porre in pubblico

Sarebbe scorretto concludere che il formato abbia soltanto sottratto. Ha anche reso disponibile un’operazione che l’assetto precedente non consentiva, e che vale la pena isolare perché è il rovescio esatto di quanto descritto sopra.

In una conferenza stampa la domanda è pubblica ma il pubblico è una sala: i presenti sono pochi, quasi tutti giornalisti, e la registrazione del rifiuto di rispondere raggiunge i cittadini soltanto se qualcuno decide di riferirla. Sotto un contenuto pubblicato su un canale personale, invece, la domanda è visibile agli stessi destinatari dell’enunciato che la provoca, e vi resta accanto. Chiedere pubblicamente a un amministratore quale delibera sostenga l’annuncio che ha appena pubblicato è un atto giornalistico elementare, gratuito, e dotato di una proprietà che nessun formato precedente aveva: la risposta e la sua assenza sono constatabili da chiunque, senza la mediazione di chi ha posto la domanda.

Che questa possibilità sia esercitata di rado non dipende dalla sua difficoltà. Dipende dal fatto che espone chi la esercita — una domanda pubblica rimasta senza risposta è anche una domanda che si è visto restare senza risposta — e dal fatto che non produce, nell’immediato, alcun contenuto pubblicabile: il pezzo si scrive comunque, e più in fretta, senza. È lo stesso rapporto di costi descritto al paragrafo precedente, osservato dall’altro lato; ma qui il costo è più basso e il rendimento potenzialmente più alto che in qualunque configurazione anteriore, il che rende la sua rarità un dato tanto più significativo.

13. L’ambiguità del canale

13.1 Due statuti in un solo luogo

Un soggetto che ricopre una carica pubblica dispone, per definizione, di due statuti comunicativi. Come titolare dell’ufficio, ciò che dice impegna l’ente, è soggetto alle regole sulla comunicazione istituzionale, e produce conseguenze giuridiche. Come persona, ciò che dice esprime una posizione individuale, appartiene alla libertà di manifestazione del pensiero, e non impegna nessuno oltre a lui.

Nell’assetto precedente i due statuti disponevano di veicoli distinti: il comunicato dell’ente da un lato, l’intervista o il comizio dall’altro. La distinzione era imperfetta ma materialmente sostenuta, e l’ordinamento italiano la presuppone tuttora, avendo disciplinato le attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni come funzione dell’ente, con proprie finalità e propri responsabili.33

Il canale personale unifica i due statuti in un solo luogo, senza segnalarne il passaggio. Lo stesso profilo, nella stessa settimana, con la stessa impaginazione, ospita l’annuncio di un provvedimento e l’opinione sul risultato sportivo, e nulla nella forma distingue l’uno dall’altro. La distinzione non è stata abolita: è stata resa invisibile, e la sua invisibilità è utilizzabile.

13.2 L’uso della zona grigia

L’utilizzo è di due tipi, ed è opportuno descriverli con esempi costruiti e in coppia, perché la posizione conta più dell’orientamento.

L’annuncio che anticipa l’atto. Un sindaco pubblica sul proprio profilo che il servizio di trasporto sarà potenziato dal mese successivo. Non esiste ancora una delibera; esiste un’intenzione, e il potenziamento dipende da una copertura finanziaria non definita. La comunicazione ha la forma dell’annuncio istituzionale e la sostanza dell’intenzione politica, e se il potenziamento non avverrà nessun atto risulterà revocato, perché nessun atto è stato adottato. Il vantaggio è duplice: si incassa l’effetto dell’annuncio e non si sostiene il costo dell’impegno.

L’accusa che non è una denuncia. Un consigliere di minoranza pubblica sul proprio profilo che nella gestione di un appalto «c’è qualcosa che non torna» e che «qualcuno dovrà spiegare». Non è un esposto, non contiene un’imputazione determinata, e non espone chi lo scrive ad alcuna conseguenza; produce però l’effetto di un’accusa, e lo produce su un pubblico che non distingue tra un’affermazione e un sospetto. Anche qui il vantaggio è duplice: si ottiene l’effetto dell’accusa e non se ne sostiene l’onere.

Le due operazioni sono, sul piano della struttura, la stessa operazione: entrambe sfruttano la disponibilità di un veicolo che conferisce l’autorevolezza della carica senza attivare le responsabilità che alla carica sono connesse. Che nel primo caso l’esito sia promozionale e nel secondo accusatorio dipende dalla posizione occupata, non dall’orientamento di chi la occupa: a posizioni invertite si inverte il segno delle due operazioni, e la struttura resta identica.

13.3 La smentita delegata

Alla zona grigia si accompagna un repertorio di ritrattazioni che l’ambiente rende disponibili e che non avevano equivalente altrettanto praticabile.

La più semplice è la rimozione: il contenuto viene eliminato, e con esso l’unico esemplare pubblico dell’enunciato. Chi ne conserva una riproduzione si trova nella condizione, giornalisticamente scomoda, di dover affermare l’esistenza di qualcosa che non è più consultabile.

La seconda è l’attribuzione allo staff: il profilo è gestito da collaboratori, il contenuto è stato pubblicato per errore o senza autorizzazione. È una spiegazione che può essere vera e che è per costruzione non verificabile, e la sua disponibilità permanente costituisce un’assicurazione contro le conseguenze di qualunque enunciato.

La terza è la qualificazione retrospettiva: ciò che è stato letto come posizione ufficiale viene dichiarato, dopo la reazione, opinione personale; oppure, all’occorrenza, il contrario.

Nessuna di queste tre mosse è illecita e nessuna richiede malafede per essere impiegata. Ciò che va registrato è che il loro effetto congiunto è la separazione tra l’emissione di un enunciato e la responsabilità per esso, e che questa separazione è il carattere costitutivo del veicolo, non un suo uso deviato.

13.4 L’informazione che il resoconto ordinario sopprime

La configurazione ha un effetto che vale la pena isolare, perché riguarda ciò che il lettore non riceve.

La qualificazione del canale — cioè l’indicazione di quale dei due statuti sia stato attivato — scompare dal resoconto proprio là dove sarebbe massimamente informativa. «Il sindaco ha annunciato il potenziamento del servizio» e «il sindaco ha pubblicato sul proprio profilo personale l’intenzione di potenziare un servizio, in assenza di atti» non differiscono per sfumatura: la seconda formulazione dice che cosa esattamente esista, e consente al lettore di valutarne da sé il peso. La prima glielo sottrae, e la sua omissione è la forma ordinaria del resoconto — non l’eccezione.

Un secondo elemento scompare con essa, e riguarda la dimensione temporale. Gli enunciati pubblicati sui canali personali sono, a differenza dei comunicati e delle dichiarazioni raccolte, materiale che può cessare di esistere: la loro conservazione non è garantita da nessuno, e il confronto fra ciò che è stato detto e ciò che viene detto oggi — che è l’operazione elementare del controllo democratico — dipende interamente dal fatto che qualcuno, senza esservi tenuto, ne abbia conservato copia. È una condizione nuova: gli archivi della stampa erano difettosi, ma non svanivano su decisione dell’interessato.

14. Il conflitto come materia prima

14.1 Due economie che convergono

L’ambiente premia i contenuti che suscitano reazione, e la reazione più economica da suscitare è il conflitto. Su questo punto esiste un accordo sostanziale nella letteratura, e la conseguenza abitualmente tratta riguarda il comportamento degli attori politici: la strategia della mobilitazione del proprio elettorato, che richiede intensità, è meno costosa di quella della persuasione degli incerti, che richiede argomenti.

Il passaggio che interessa qui è meno discusso e riguarda la convergenza tra due economie distinte.

Per l’attore politico, il conflitto produce mobilitazione, visibilità e coesione interna a costo quasi nullo. Per la testata, il conflitto produce materiale a costo quasi nullo: un pezzo costruito su due dichiarazioni contrapposte non richiede accesso né verifica di merito, si scrive in una frazione del tempo che occorrerebbe a un’analisi, e di norma ottiene più letture.

Le due economie sono indipendenti — nessuno le coordina — e producono un esito congiunto che nessuno dei due attori ha deliberato. La polarizzazione non è, in questo assetto, il risultato di un’intenzione: è un sottoprodotto di due razionalità separate che si alimentano a vicenda, e la sua natura di sottoprodotto è precisamente ciò che la rende difficile da contrastare, perché non esiste un soggetto a cui imputarla.

14.2 La macchina della replica

La forma più riconoscibile di questa convergenza è una sequenza che chiunque frequenti l’informazione locale identifica senza fatica.

Un soggetto pubblica una posizione. Una testata la riporta e chiede una reazione alla parte opposta. La reazione viene pubblicata come pezzo autonomo. Il primo soggetto replica alla reazione, e la replica è un terzo pezzo. Ciascun passaggio è formalmente ineccepibile: si dà voce a entrambe le parti, si rispetta il contraddittorio, si riferisce fedelmente.

L’esito complessivo è tuttavia che la testata ha prodotto tre pezzi senza avere accertato un solo fatto. La questione di merito — se il servizio funzioni, se l’appalto sia regolare, se i dati citati siano esatti — non è stata toccata da nessuno dei tre; anzi, i tre pezzi hanno consumato lo spazio e l’attenzione che sarebbero serviti a toccarla, e hanno lasciato nel lettore l’impressione di essere stato informato.

Vale la pena osservare che questa sequenza non richiede alcuna scorrettezza per prodursi, e che è resa possibile dalla disponibilità del materiale: quando ottenere una dichiarazione costava una telefonata e un appuntamento, la sequenza era troppo lenta per essere conveniente. È la riduzione del costo di produzione dell’enunciato ad aver reso praticabile un formato che prima non lo era.

14.3 La reazione fabbricata

Una variante merita una menzione separata perché confonde la provenienza del materiale.

Il caso è quello in cui l’interrogativo che genera il dibattito è stato formulato dalla testata medesima. Consultare i propri lettori è pratica antica e del tutto rispettabile; il problema sorge nel momento successivo, quando l’esito della consultazione viene restituito come se fosse un moto spontaneo dell’opinione locale, e la circolarità tra chi domanda e chi riferisce resta taciuta.

Dal punto di vista della tesi generale, questa è la forma più compiuta dell’artefatto discusso nella seconda parte: il soggetto collettivo di cui si dà notizia non soltanto non è stato rilevato, ma è stato convocato da chi poi lo descrive. Rendere trasparente l’operazione non richiede altro che nominarla; ometterlo significa attribuire a una comunità una posizione della quale è stata la domanda a determinare l’esistenza, il perimetro e il tono.

15. La manipolazione che risale la catena

15.1 Il meccanismo

I capitoli precedenti hanno descritto usi che gli attori compiono nel proprio interesse ma alla luce del sole. Questo capitolo riguarda il caso in cui la ripresa giornalistica non è un effetto ma l’obiettivo, e l’intero percorso è stato progettato per ottenerla.

La descrizione più impiegata di questo meccanismo lo presenta come una risalita: un contenuto viene collocato deliberatamente in uno spazio marginale — un forum, un canale di messaggistica, un profilo di scarso seguito — non perché lì produca effetti, ma perché da lì possa essere ripreso da uno spazio meno marginale, e da questo da uno ancora meno marginale, fino a raggiungere un canale la cui ripresa costituisce, per il pubblico generale, una convalida.34

L’efficacia del procedimento riposa su una proprietà che va isolata: nessuno dei passaggi, considerato singolarmente, è irregolare. Il forum ha ospitato un’opinione; il sito di nicchia ha riferito che sul forum se ne discute; il canale intermedio ha riferito che il sito riporta; la testata ha riferito che la questione circola. Nessun anello ha affermato il falso. La falsità è stata prodotta dalla catena nel suo insieme, e non è imputabile ad alcuno dei suoi elementi — il che è, sul piano della responsabilità, esattamente il problema.

La ricerca sull’ecosistema informativo statunitense ha mostrato che nei casi meglio documentati il passaggio decisivo non è compiuto dagli ambienti marginali, che restano marginali, né dai sistemi automatici, ma dai canali riconosciuti nel momento in cui riprendono: è la ripresa a produrre la portata. Il risultato più rilevante di quella ricerca è però di segno opposto a quanto la formula lascerebbe attendere, ed è la ragione per cui vale la pena richiamarla qui: la propagazione non è simmetrica, e dipende dal fatto che le norme professionali di verifica siano o non siano operanti nel segmento che riprende. Dove operano, la catena si interrompe; dove sono state sostituite dalla consonanza ideologica, si chiude su sé stessa e si autoalimenta.35 La responsabilità delle conseguenze appartiene dunque in misura considerevole a chi compie la ripresa, ed è una responsabilità di metodo.

15.2 Il metodo giornalistico come specifica di progetto

Le operazioni che risalgono la catena hanno in comune un presupposto che conviene enunciare senza indulgenza, perché è il punto in cui l’analisi risulta più sgradevole per la professione: chi le progetta conosce i criteri di notiziabilità meglio di quanto molte redazioni conoscano i propri. Sa quale grado di specificità rende un materiale pubblicabile, in quale fascia oraria la soglia di controllo si abbassa, quale formato riduce l’attrito redazionale, e quale forma di presentazione fa apparire il rinvenimento come il frutto di un’indagine anziché di un recapito. Non si tratta di aggirare il metodo: si tratta di assumerlo come specifica di progetto e costruire su misura ciò che quel metodo accetterà.

Le realizzazioni ricorrenti sono almeno tre, e si distinguono per quale requisito redazionale soddisfano.

La prima soddisfa il requisito della materialità. Un artefatto con l’aspetto di un atto amministrativo o aziendale viene reso reperibile in un luogo plausibile, mai recapitato: perché il recapito solleverebbe la domanda su chi recapiti, mentre il rinvenimento fa apparire l’operazione come iniziativa di chi cerca. Il materiale non deve essere convincente in assoluto, ma abbastanza specifico da sembrare interno e abbastanza generico da non essere confutabile in giornata.

La seconda soddisfa il requisito dell’attribuzione. Un profilo viene creato con largo anticipo e alimentato con contenuti ordinari, in modo da accumulare la sola cosa che un controllo rapido è in grado di misurare: un’anzianità, una coerenza tematica, una rete di relazioni. Al momento in cui pubblicherà l’affermazione per cui è stato costruito, quel profilo supererà il tipo di verifica che una redazione può permettersi.

La terza soddisfa il requisito della tempestività, e sfrutta una condizione anziché costruirla. Quando un evento improvviso genera una domanda di informazione che nessuna fonte istituzionale è in grado di soddisfare nell’immediato, si apre una finestra in cui la prima spiegazione plausibile occupa lo spazio interpretativo. La spiegazione non deve reggere a lungo: deve reggere finché arrivano le fonti autorizzate, e ciò che si è formato in quelle ore condiziona la lettura di tutto quanto verrà dopo.

15.3 Il rendimento di un anello non dipende dalla sua dimensione

Il passaggio critico della catena è quello in cui il contenuto abbandona gli ambienti marginali per entrare in un canale che gode di credito presso un pubblico non specializzato. Si tende a immaginare che quel passaggio riguardi soprattutto le grandi testate; è vero il contrario, e la ragione è di ordine economico.

Per chi progetta l’operazione, il valore di un anello non è dato dal pubblico che raggiunge, ma dal rapporto tra il credito che conferisce e la difficoltà di ottenerne il passaggio. Una testata di prossimità dispone, presso i propri lettori, di un credito superiore a quello delle testate nazionali, per una ragione che è il suo merito: ciò che scrive è controllabile da chi legge, e l’abitudine al controllo produce fiducia. Al tempo stesso, essa opera con risorse di verifica limitate, tempi compressi e una soglia di notiziabilità necessariamente più bassa, perché il numero di eventi disponibili nel perimetro è minore. Credito alto e costo di attraversamento basso: è la combinazione che definisce un anello di massimo rendimento.

Vi si aggiunge una circostanza che completa il quadro. Ciò che serve al passaggio successivo non è la diffusione ottenuta, ma la trasformazione dello statuto del materiale: una volta che una testata l’ha pubblicato, esso non è più un contenuto reperito in rete, è una notizia di stampa — registrata, citabile, indicizzata, e riferibile con la formula impersonale che le attribuisce l’autorevolezza dell’intera categoria senza chiamare in causa nessuno in particolare.

Se il ragionamento regge, ne segue una conclusione che l’informazione locale farebbe bene ad assumere come ipotesi di lavoro e non come allarme: non è un’informazione minore esposta a un rischio minore, ma verosimilmente il punto della catena in cui l’operazione rende di più, e simultaneamente quello in cui il controllo costa di più rispetto ai mezzi disponibili. Che sia effettivamente così è, allo stato, una lacuna della ricerca: i casi documentati riguardano quasi sempre l’informazione nazionale, per la semplice ragione che è quella che viene studiata. Il capitolo 21 esamina che cosa da questa posizione discenda.

15.4 L’asimmetria dei costi

Va infine registrata la sproporzione che rende il fenomeno strutturale e non episodico.

Chi immette un contenuto sostiene un costo trascurabile e può ripetere il tentativo un numero indefinito di volte, pagando ogni fallimento con nulla. Chi verifica sostiene un costo per ogni tentativo, compresi quelli che si rivelano infondati — e la maggior parte lo è — e paga un singolo errore con una quota del proprio credito, che è la sola risorsa che possiede.

Un attore che può sbagliare gratuitamente un numero illimitato di volte confligge con un attore che paga ogni verifica e non può sbagliare mai. Nessun grado di diligenza individuale corregge una simile sproporzione, ed è per questo che la questione, che sembra deontologica, è in realtà di assetto. La quinta parte la affronta in quei termini.

16. Il dilemma dell’amplificazione

16.1 Un problema di azione collettiva travestito da questione deontologica

La questione di cui si occupa questo capitolo appartiene solo in apparenza al genere delle precedenti. Un criterio esiste, è formulabile ed è sensato; ciò che non esiste è la condizione alla quale un criterio individuale produce l’effetto per cui è concepito. La sua collocazione qui — tra gli usi politici, e non tra i rimedi — dipende da questo: non si tratta di un dovere disatteso, ma di una struttura che rende il dovere inefficace anche quando è osservato.

L’enunciato di partenza è noto. Quando l’oggetto della copertura è la circolazione di un contenuto — una tesi falsa, una campagna coordinata, un’affermazione oltraggiosa — il racconto ne accresce la diffusione; la confutazione trasporta con sé l’affermazione confutata; e le persone che vengono a conoscenza di una tesi attraverso l’articolo che la smentisce sono, in molti casi, più numerose di quelle che l’avrebbero incontrata per altra via. La formulazione più citata presenta la copertura come l’ossigeno di cui certi fenomeni hanno bisogno per esistere oltre la cerchia in cui sono nati.36

Quella stessa ricerca registra però, nelle testimonianze che raccoglie, una tensione che le riprese sommarie della formula tendono a perdere, e la cui perdita è ciò che trasforma un problema in una regola comoda: anche l’astensione produce effetti. Lascia il campo libero, priva il pubblico degli strumenti per riconoscere ciò che incontrerà ugualmente, e in certe circostanze equivale a rendere invisibile un fenomeno che sta producendo danni verificabili. Non esiste, in altri termini, una scelta priva di costo; esiste solo la scelta di quale costo sostenere, e su chi farlo ricadere.

16.2 Perché un criterio individuale non basta

La risposta abitualmente proposta consiste in un criterio di soglia: la circolazione diventa un fatto pubblico, e la copertura è dunque giustificata, quando abbia prodotto effetti fuori dalla piattaforma, oppure quando un soggetto dotato di responsabilità pubbliche l’abbia fatta propria — nel qual caso il fatto imputabile è la sua ripresa — oppure quando la diffusione sia tale che il silenzio non riduca l’esposizione ma la lasci soltanto priva di replica.

Il criterio è sensato e va adottato. Ma è un criterio individuale applicato a un problema che non ha struttura individuale, e i suoi limiti derivano da questa sfasatura.

Il giudizio va formulato mentre gli effetti si stanno producendo. Stabilire se un contenuto abbia già superato la soglia richiede una valutazione compiuta nel momento in cui la questione è aperta, non a posteriori, e l’errore è possibile in entrambe le direzioni. Le due direzioni non sono equivalenti: coprire troppo presto amplifica, coprire troppo tardi lascia che un’affermazione si consolidi senza contraddittorio.

L’astensione non è distinguibile dall’esterno. Una redazione che tace perché ha applicato il criterio e una che tace perché non se n’è accorta, o perché la copertura sarebbe scomoda, producono un silenzio identico. Il pubblico non dispone di alcun mezzo per separare i due casi, e la differenza esiste soltanto se qualcuno l’ha documentata all’interno.

16.3 La struttura del problema

Il limite decisivo è però il terzo, ed è di natura diversa dagli altri due.

Una soglia produce l’effetto per cui è stata concepita soltanto se è condivisa. Se una sola testata dell’area copre un contenuto che si trova al di sotto, tutte le altre si ritrovano nella necessità di coprirlo — perché a quel punto è stato coperto, e la copertura altrui ha creato il fatto pubblico che la giustifica. L’astensione unilaterale cessa allora di produrre qualunque beneficio collettivo, mentre continua a produrre per intero il proprio costo individuale.

È la struttura di un problema di azione collettiva, non di un dovere professionale. Per ciascun attore l’astensione è la scelta migliore se tutti si astengono, e la peggiore se anche uno solo non lo fa; poiché nessuno può vincolare il comportamento degli altri, la strategia dominante è coprire, e l’esito che ne risulta è peggiore di quello che ogni singolo attore avrebbe preferito. Configurazioni di questo tipo non si risolvono con l’appello alla responsabilità dei partecipanti: si risolvono, quando si risolvono, con un vincolo esterno alla singola decisione — un accordo, una consuetudine consolidata, un’autorità riconosciuta.

Il riconoscimento ha due implicazioni, e nessuna delle due è una regola di condotta.

La prima riguarda le sedi. Un problema di azione collettiva richiede un luogo in cui il coordinamento possa formarsi: organismi professionali, associazioni di categoria, intese fra testate operanti sullo stesso territorio. In Italia queste sedi esistono, e non sono inattive: dal 2023 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti pubblica un rapporto annuale sull’ecosistema informativo digitale che ha affrontato la disinformazione, l’impiego dei sistemi generativi nelle redazioni, la regolazione delle piattaforme e gli standard deontologici applicabili.

Ciò che in quella sede non si è formato — e il rilievo va fatto senza attribuirne la colpa a nessuno, perché la questione non vi è mai stata posta in questi termini — è una soglia condivisa: una determinazione, per quanto rivedibile, di quando la circolazione di un contenuto costituisca un fatto pubblico. La differenza fra le due cose non è di grado. Un rapporto annuale descrive e raccomanda; una soglia condivisa vincola reciprocamente, e solo un vincolo reciproco scioglie un problema di azione collettiva. Che l’analisi sia stata fatta e il coordinamento no è, del resto, l’esito prevedibile: descrivere non costa nulla a nessuno, mentre astenersi costa a chi si astiene e giova a chi non lo fa.

La seconda riguarda il periodo in cui l’accordo non c’è, che è quello presente. In sua assenza il criterio continua a essere applicato, ma da ciascuno per conto proprio e senza che alcuna istanza possa constatarlo; e una decisione che nessuno registra cessa di essere ricostruibile, nel giro di poche settimane, perfino da chi l’ha presa. È la ragione per cui, in questa materia più che in altre, la distinzione tra una scelta deliberata e un’abitudine consolidata non è osservabile — né dall’esterno né dall’interno — e per cui l’assenza di sedi di coordinamento produce, oltre al problema di azione collettiva, un problema di conoscenza: nessuno sa, in aggregato, che cosa la professione stia effettivamente facendo.

PARTE QUINTA. I REGIMI DI RESPONSABILITÀ

17. Perché la verifica è strutturalmente sotto-prodotta

17.1 Il prodotto della verifica è un’assenza

La discussione pubblica sugli errori dell’informazione muove quasi sempre da un presupposto implicito: che essi derivino da negligenza, e che si correggano con maggiore attenzione. Il presupposto è sbagliato, e finché non viene abbandonato ogni proposta di intervento resta un’esortazione.

Conviene partire da una proprietà dell’attività di accertamento che ne determina il trattamento economico. Quando la verifica riesce, non produce nulla di visibile. Il pezzo esce come sarebbe uscito comunque; il lettore non sa che sono state fatte tre telefonate anziché nessuna; nessun indicatore lo registra. Quando la verifica fallisce, cioè quando rivela che il materiale non regge, il prodotto è un articolo che non viene pubblicato: un costo sostenuto interamente a fronte di un ricavo nullo. Il caso in cui l’accertamento produce un risultato visibile — la smentita di una notizia che altri hanno dato — è il meno frequente dei tre.

Ne segue che l’attività il cui esercizio distingue una testata da un canale di ridiffusione è, nella grande maggioranza dei casi, invisibile per definizione. Non è un problema di comunicazione: è una proprietà strutturale, e nessuna trasparenza sui metodi la elimina del tutto.

17.2 Un bene di cui non ci si appropria

A questa prima asimmetria se ne aggiunge una seconda, di natura più propriamente economica.

I benefici della verifica sono in larghissima parte esterni a chi la compie. Una redazione che accerta prima di pubblicare produce un beneficio per il proprio lettore, certo, ma ne produce di maggiori per persone che non sono suoi lettori: per il soggetto che non viene ingiustamente accusato, per il pubblico generale che non incontra una falsità in circolazione, per le altre testate che non sono indotte a riprenderla, per l’intero ambiente informativo che ne risulta meno inquinato. Nessuno di questi beneficiari paga alcunché a chi ha sostenuto il costo.

Simmetricamente, i costi dell’errore sono in parte esterni a chi lo commette. Chi pubblica una notizia infondata subisce un danno reputazionale, ma la parte più consistente delle conseguenze ricade su terzi: sulla persona di cui è stata pubblicata l’immagine, sul soggetto la cui posizione è stata travisata, sul pubblico che ha fondato un giudizio su un dato falso.

Un’attività i cui benefici sono in gran parte non appropriabili e i cui costi sono in parte scaricabili su terzi viene, nella teoria economica come nell’esperienza, prodotta in quantità inferiore a quella socialmente desiderabile. La sotto-produzione della verifica non è un fallimento morale della professione: è l’esito prevedibile della struttura in cui essa opera, ed è la ragione per cui ci si deve attendere di trovarlo, come la letteratura comparata in effetti lo trova, in contesti nazionali e dimensionali molto diversi fra loro.

17.3 Le tre asimmetrie temporali

Alla configurazione descritta si aggiungono tre sfasature temporali che agiscono nella stessa direzione.

Il costo dell’accertamento è certo e immediato; quello dell’errore è incerto e differito. Verificare costa oggi, sempre, per intero. Sbagliare costa forse, più avanti, e in misura che dipende da circostanze non controllabili — se qualcuno se ne accorgerà, se ne farà una questione, se la cosa avrà seguito.

Il vantaggio della velocità è misurabile; quello dell’accuratezza non lo è. Il primo compare nelle statistiche del giorno stesso e si attribuisce a una scelta determinata; il secondo si accumula in anni, non è isolabile e non è imputabile a nessun singolo pezzo.

La ricompensa della velocità è individuale; quella dell’accuratezza è collettiva e ritardata. Chi pubblica per primo guadagna oggi e da solo; chi verifica contribuisce a un credito che appartiene alla testata nel suo complesso e che si manifesterà, se si manifesterà, in una stagione diversa da quella in cui la scelta è stata compiuta.

17.4 Che cosa segue, e che cosa non segue

Da questa analisi non discende che nulla si possa fare, e nemmeno che le responsabilità individuali siano irrilevanti. Discendono però due criteri per valutare le proposte di intervento.

Il primo è che una misura che non incida sulla struttura degli incentivi non produce effetti, per quanto sia condivisibile nel merito. Rientrano in questa categoria le esortazioni alla responsabilità, i corsi di aggiornamento isolati e le dichiarazioni di principio: sono osservati quando non costano e disattesi quando costerebbero, cioè esattamente nei casi in cui servirebbero.

Il secondo è che le misure che in questi contesti producono effetti hanno tutte la stessa forma: spostano la decisione fuori dal momento in cui gli incentivi sono più sfavorevoli, invece di chiedere a chi decide di resistervi. La loro modestia non è un limite ma la ragione per cui operano — non domandano virtù, riorganizzano il momento della scelta — e la loro efficacia è tanto maggiore quanto meno dipendono dalla disposizione di chi le applica.

18. L’autoregolazione e il suo perimetro

18.1 Un ordinamento che si è aggiornato

L’Italia dispone, in materia, di un assetto che ha pochi equivalenti: un ordine professionale con potere disciplinare, un corpo di regole deontologiche vincolanti, e — circostanza recente — un testo aggiornato. Il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine l’11 dicembre 2024 ed entrato in vigore il 1° giugno 2025, ha sostituito il precedente Testo unico dei doveri del giornalista, riunendo in un articolato unico i documenti che ne costituivano gli allegati.37

Il Codice contiene, tra l’altro, una disposizione che alla data della sua adozione aveva pochi equivalenti espliciti nei codici deontologici europei: l’articolo 19 stabilisce che l’intelligenza artificiale non può sostituire l’attività giornalistica e che il suo impiego nella produzione e nella modifica di testi, immagini e materiali sonori va reso esplicito. I due obblighi hanno oggetto diverso e conviene non confonderli: il primo è sostanziale e riguarda la responsabilità, affermando che la verifica, la scelta e l’attribuzione restano atti umani; il secondo è di trasparenza e riguarda il lettore.

Il Codice interseca inoltre la materia di questo saggio su quattro punti, tutti formulati come standard e nessuno come procedura: l’accertamento dell’attendibilità delle informazioni e la citazione delle fonti; il divieto di qualificare come sondaggio ciò che non ne ha il metodo, con l’obbligo di indicare chi abbia rilevato, per conto di chi, quando, come e su quale campione; la rettifica d’ufficio, estesa alle immagini; e la contestualizzazione adeguata delle immagini pubblicate, con il divieto di alterarle in modo da risultare ingannevoli.38 L’ultimo è, di tutti, il più prossimo alla materia — e la sezione seguente mostra perché la prossimità non basti.

18.2 Che cosa il testo non dice, e perché conta

Nessuna disposizione del Codice riguarda tuttavia in modo specifico il materiale proveniente dalle piattaforme digitali. Il rilievo si può formulare in termini letterali: nel testo dei quaranta articoli l’espressione «social network» non compare mai — ricorre una sola volta nel preambolo, e in riferimento a documenti anteriori. La norma sulle immagini impone di contestualizzare, ma non dice che cosa costituisca contestualizzazione adeguata per un’immagine prelevata da un profilo personale; quella sulle fonti impone di accertare l’attendibilità, ma non dice quali operazioni costituiscano accertamento quando l’autore non è raggiungibile; nessuna dice che cosa fare di un canale non identificato.

Non è, in sé, un difetto: ogni sistema deontologico è costruito su standard e non su procedure, e tradurre lo standard nel caso concreto è precisamente ciò che qualifica un professionista. Il problema sorge quando la distanza tra la formulazione generale e la fattispecie è tale che due professionisti in buona fede ne traggono conclusioni opposte — e nella materia di cui si tratta questo accade con regolarità, perché sulla domanda di che cosa sia sufficiente, in un ambiente dove l’accertamento pieno è spesso impossibile, non esiste alcuna risposta condivisa.

Va aggiunto un rilievo che riguarda le regole sul trattamento dei dati personali. Le Regole deontologiche del 2018, tuttora vigenti, disciplinano tra l’altro le banche dati di uso redazionale e fissano all’articolo 6 il criterio di essenzialità dell’informazione, in forza del quale la divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico non contrasta con il rispetto della sfera privata quando il dettaglio sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della qualificazione dei protagonisti.39 Anche qui non compare alcuna disposizione specifica sul materiale reperito in rete: il testo si occupa di ciò che la redazione conserva, non di ciò che preleva, e la fattispecie oggi più frequente — il prelievo di un’immagine da un profilo — va risolta per applicazione del criterio generale.

18.3 Il limite costitutivo dell’autoregolazione

Il rilievo decisivo non riguarda però il contenuto delle norme, bensì l’estensione della loro efficacia; e va formulato senza attenuazioni, perché tocca un nervo scoperto.

Il potere disciplinare presuppone l’iscrizione all’albo. Le regole descritte vincolano i giornalisti. Non vincolano — né potrebbero — la quota crescente di ciò che circola come informazione territoriale ed è prodotta da soggetti che giornalisti non sono: pagine tematiche, canali di comunità, aggregatori, iniziative editoriali che non si costituiscono come testate. Costoro non commettono alcun illecito nel non osservare regole che non li riguardano; ma occupano lo stesso spazio di attenzione, si rivolgono agli stessi lettori, e in molti casi non sono distinguibili da una testata agli occhi di chi legge.

Ne discende un esito che merita di essere isolato perché è controintuitivo: in un mercato dell’attenzione in cui il vincolo si applica a una parte soltanto dei concorrenti, l’osservanza si comporta come un costo unilaterale. Chi verifica pubblica più tardi; chi applica il criterio di essenzialità rinuncia all’immagine che genera letture; chi si astiene dal quantificare l’inquantificabile perde il titolo efficace. Lo spazio che l’osservanza lascia libero non resta vuoto: viene occupato.

La constatazione non è esterna alla professione: è formulata al suo interno, e nei termini più espliciti. Il rilievo che gli obblighi deontologici rischino di essere percepiti «come una zavorra competitiva invece che, come dovrebbe e potrebbe essere, un punto di forza» compare due volte nel rapporto più recente dell’Osservatorio, riferito in particolare alla condizione degli oltre venticinquemila giornalisti autonomi, che «si misurano con figure — creator, influencer delle notizie — che non rispondono ad alcuna deontologia, ma solo ai meccanismi della viralità».40 La sintesi generale del medesimo volume capovolge però la formula, sostenendo che «nell’infosfera delle piattaforme, la deontologia non deve essere percepita come una zavorra competitiva, ma come il principale vantaggio distintivo della professione».41

Le due proposizioni sembrano in contrasto e non lo sono, perché appartengono a piani diversi: la prima è descrittiva e registra una percezione, la seconda è normativa e ne deplora la persistenza. Ciò che qui si sostiene è più forte di entrambe, e conviene enunciarlo con precisione: finché la condizione posta dalla stessa sintesi non è soddisfatta, la percezione descritta dalla prima proposizione non è un errore da correggere ma una descrizione esatta della situazione. La condizione è enunciata nella frase immediatamente successiva a quella citata: «il giornalismo deve rendere riconoscibile il lavoro che c’è dietro». È l’ammissione che il vantaggio distintivo non è dato ma va prodotto, e prodotto per il lettore.

Che oggi non lo sia è documentabile, e il dato più eloquente viene dallo stesso corpus. L’analisi delle quote di mercato dei quotidiani italiani mostra che, a fronte di flessioni delle vendite comprese tra il trentadue e il quarantacinque per cento, le quote relative fra le testate sono rimaste pressoché invariate: «è un sistema in cui non esiste alcun flight to quality. Una volta che una testata rompe il patto di fiducia con un lettore, questi non si sposta su un’altra testata: smette di comprare giornali».42 Il mercato, in altre parole, non premia il conforme perché non lo distingue: chi abbandona non punisce un editore, abbandona un mezzo.

Sarebbe pessimo trarne che le regole vadano allentate per competere — la conclusione corretta è opposta, e riguarda le condizioni alle quali un regime di autoregolazione funziona come sistema anziché come onere. Un vincolo che il pubblico non è in grado di percepire non produce alcun ritorno per chi lo rispetta, e la sua osservanza finisce per dipendere interamente dalla disposizione individuale del singolo. Perché l’autoregolazione tenga, la differenza tra chi è vincolato e chi non lo è deve essere visibile a chi legge.

A ciò si aggiunge un secondo ordine di difficoltà, che riguarda l’applicazione. Anche dove la regola esiste ed è pertinente, la sua efficacia dipende da un’attività di vigilanza il cui esercizio non è garantito: senza «un’effettiva azione di vigilanza e, soprattutto, di sensibilizzazione da parte dell’Ordine», è stato osservato, «il rischio è che questi obblighi rimangano inattuati».43 Una regola che nessuno fa valere e una regola che non esiste producono, per chi la osserva sostenendone il costo, il medesimo effetto competitivo.

Le operazioni che convertono un costo invisibile in un attributo riconoscibile hanno tutte la medesima struttura: rendono osservabile dall’esterno una differenza che altrimenti resta interna alla redazione. Non sono attività promozionali accessorie — sono la condizione perché l’osservanza smetta di comportarsi come uno svantaggio, e sono, allo stato, la sola risposta disponibile a un problema che nessuna sanzione disciplinare può risolvere, poiché la sanzione raggiunge soltanto chi è già dentro.

19. Perché l’Europa regola le piattaforme e non l’atto giornalistico

19.1 Quattro strumenti che hanno destinatari diversi

Negli ultimi anni l’Unione europea ha adottato una serie di atti che incidono sul rapporto tra editoria e piattaforme, e che vengono spesso richiamati come se costituissero un corpo unitario. Non lo costituiscono, e la loro eterogeneità è precisamente l’argomento di questo capitolo: ciascuno ha un destinatario proprio, e nessuno di quei destinatari è il giornalista nell’esercizio del suo giudizio.

La disciplina sui servizi digitali si rivolge alla piattaforma: le impone obblighi in materia di contenuti illeciti, di trasparenza della pubblicità e di valutazione dei rischi sistemici, e con l’articolo 40 istituisce un canale di accesso ai dati per i ricercatori sottoposti a verifica, reso applicabile dal regolamento delegato adottato il 2 luglio 2025.

La disciplina sulla libertà dei media, applicabile dall’agosto 2025, si rivolge allo Stato membro: gli vieta di interferire con le decisioni editoriali, di costringere i giornalisti a rivelare le proprie fonti e di impiegare contro di loro programmi di sorveglianza. Protegge l’esercizio dell’attività; non ne disciplina i metodi.

La disciplina sull’intelligenza artificiale si rivolge al fornitore del sistema e, per una parte degli obblighi, a chi lo impiega, imponendo la riconoscibilità dei contenuti sintetici a partire dall’agosto 2026.44

Il diritto connesso degli editori, recepito in Italia nell’articolo 43-bis della legge sul diritto d’autore, si rivolge ai prestatori di servizi che utilizzano online contenuti giornalistici, e ha per oggetto un compenso.45

Sommando i quattro, si ottiene un quadro che disciplina chi ospita, chi potrebbe reprimere, chi genera e chi utilizza. Non disciplina chi decide, in una redazione e in una determinata sera, se quel materiale sia pubblicabile.

19.2 L’astensione del legislatore è una scelta costituzionale

Presentare questa constatazione come la denuncia di un’omissione da colmare sarebbe un errore, e conviene dire di quale natura.

Un’autorità pubblica dotata del potere di stabilire quali accertamenti rendano una notizia pubblicabile disporrebbe, per ciò stesso, del potere di stabilire che cosa sia informazione corretta. Quel potere non è compatibile con l’assetto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, e non lo diventa per il fatto che oggi un potere di fatto analogo sia esercitato da imprese private: la circostanza è un argomento per limitare quel potere, non per trasferirlo a un’amministrazione.

L’astensione del legislatore è dunque una scelta di sistema, e per buone ragioni. Ma da ogni scelta discende un onere, e l’onere ricade su chi della scelta beneficia. Se la verifica resta affidata alla professione perché nessun altro può esserne titolare senza pericolo per la libertà d’informazione, la professione è tenuta a dotarsi di procedure proprie, documentabili e controllabili all’interno delle redazioni — non per rendere conto a un’autorità, ma perché un dovere che nessuna procedura traduce in atti determinati non sopravvive alle condizioni descritte al capitolo 17.

Detto altrimenti: l’autonomia che il diritto europeo riconosce al giudizio giornalistico è un privilegio condizionato al suo esercizio, e ciò che lo giustifica non è l’appartenenza a una categoria ma la verificabilità di ciò che la categoria fa.

19.3 Due asimmetrie che il quadro europeo lascia intatte

Vale la pena isolare due conseguenze del modo in cui il quadro è costruito, perché entrambe pesano sul lavoro quotidiano.

La prima riguarda l’accesso ai dati. La categoria dei legittimati all’accesso ai dati non pubblici delle piattaforme è quella dei ricercatori sottoposti a verifica, definita per rinvio alla nozione di organismo di ricerca: università, istituti e organizzazioni senza scopo di lucro il cui obiettivo primario sia la ricerca scientifica. Il giornalismo d’inchiesta non vi rientra in quanto tale. Ne segue che coloro che hanno l’onere quotidiano di riferire ciò che accade sulle piattaforme non dispongono degli strumenti che l’ordinamento riconosce a chi le studia, e la procedura prevista — lunga, condizionata alla specificazione preventiva dei dati richiesti e alla pubblicazione dei risultati — è concepita per progetti di ricerca, non per la decisione che va presa in serata.

La seconda riguarda il valore giuridico attribuito alla responsabilità editoriale. L’obbligo di dichiarare l’origine artificiale non si applica al testo generato, pubblicato allo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, quando esso sia stato sottoposto a un processo di revisione umana o di controllo editoriale e una persona fisica o giuridica ne assuma la responsabilità editoriale. L’esonero riguarda il solo testo: le immagini, l’audio e i video che raffigurano persone o eventi in modo da farli apparire autentici restano soggetti all’obbligo — salva la deroga attenuata prevista per le opere manifestamente artistiche, satiriche o di finzione — e la marcatura leggibile dalle macchine, che grava sul fornitore del sistema, non è in alcun modo sostituita dalla responsabilità editoriale.

Entro quel perimetro ristretto si registra tuttavia un fatto notevole. La responsabilità editoriale è nozione che il diritto europeo dei media conosce da tempo come criterio definitorio del fornitore di servizi di media; qui essa opera per la prima volta come criterio esonerativo rispetto a un obbligo di trasparenza tecnologica. Non è dunque una novità concettuale, ma è la prima volta che dall’esercizio effettivo del controllo editoriale discende, in materia di contenuti generati, una conseguenza giuridica differenziale: la redazione non è tenuta a dichiarare perché risponde.

È un riconoscimento del metodo come titolo, e porta con sé il proprio contrappeso: l’esonero vale nella misura in cui la revisione c’è davvero, e una redazione che ripubblichi senza controllare non sta esercitando la responsabilità editoriale in virtù della quale è esonerata.

Vale la pena osservare che la scelta del legislatore europeo — sostituire, entro un perimetro ristretto, l’etichetta con l’imputazione — coincide con una posizione che nel dibattito ha sostenitori autorevoli. Etichettare un testo come prodotto da un sistema, si è sostenuto, è spesso un onere inutile e talvolta controproducente, perché in assenza dell’etichetta il lettore inferirà erroneamente che il testo sia stato scritto interamente a mano; il fuoco andrebbe spostato dalla trasparenza alla responsabilità, secondo l’analogia dell’opera architettonica, che appartiene a chi la firma anche se non ne ha posato le pietre.46

L’argomento è forte ma non è risolutivo, e la ragione emerge dal confronto con l’obiezione formulata nello stesso volume: «un tempo bastava la firma del giornalista, oggi non più».47 La firma è una garanzia azionabile a posteriori; non dice al lettore, nel momento in cui legge, che cosa sia stato accertato. Imputabilità e ispezionabilità non sono alternative: la prima stabilisce a chi rivolgersi quando il danno si è prodotto, la seconda che cosa credere prima che si produca, e un ordinamento che riconosca solo la prima lascia scoperto proprio l’intervallo in cui il danno si forma.

20. Dalla prova alla certificazione: il caso dell’immagine

20.1 Che cosa si è perduto

Per un secolo e mezzo la fotografia ha goduto di uno statuto probatorio che nessun’altra rappresentazione possedeva, e che riposava su una proprietà fisica: l’immagine era il prodotto causale della luce riflessa da ciò che raffigurava, e questo legame — l’indicalità — le conferiva una relazione con il mondo diversa da quella del disegno o del racconto.

Su questa proprietà si è costruito qualcosa di più di una convinzione tecnica: una convenzione sociale della prova. La fotografia era ammissibile come documentazione perché chiunque, in linea di principio, poteva esaminarla — cercare l’incongruenza nelle ombre, il taglio maldestro, la sproporzione — e il giudizio sulla sua autenticità restava una competenza distribuita. Il periziamento esisteva, ma come approfondimento di un accertamento che il pubblico poteva compiere in prima approssimazione da sé.

Che la convenzione si sia rotta è constatabile in due episodi simmetrici, entrambi documentati e istruttivi proprio perché si annullano a vicenda. Nel 2023 l’autore di un’immagine premiata in un concorso fotografico internazionale ha rifiutato il riconoscimento dichiarando che l’opera era stata generata artificialmente e che «l’intelligenza artificiale non è fotografia»; l’anno successivo, in un concorso che prevedeva una categoria riservata alle immagini generate, è stata premiata un’immagine che risultò invece essere una fotografia autentica, e l’autore fu squalificato.48 Nessuna delle due giurie era stata in grado di stabilire, guardando, che cosa avesse davanti — e le due situazioni sono l’una l’inverso dell’altra: nella prima l’artificiale è stato preso per fotografia, nella seconda la fotografia per artificiale.

La generazione sintetica non ha reso le immagini false: le immagini false esistono dall’origine del mezzo. Ha reso non più praticabile su base diffusa l’esame del contenuto, che era il fondamento della competenza distribuita. Le incongruenze non sono scomparse — l’analisi forense del segnale continua a individuarle, ed è un campo di ricerca attivo — ma non sono più incongruenze dell’inquadratura, riconoscibili a occhio da chi guarda: sono regolarità statistiche accessibili a chi disponga di strumenti e di addestramento. La via d’accesso al giudizio non è chiusa; si è spostata fuori dalla portata del pubblico, e il margine si accorcia a ogni generazione di modelli.

20.2 Il sostituto, e il suo prezzo

Il rimedio proposto è la sostituzione della prova con la provenienza: se non si può stabilire che cosa un’immagine sia guardandola, si può farsi dire da dove viene da qualcuno che lo garantisca. È il principio dei sistemi di provenienza crittografica, che incorporano nel file un manifesto firmato contenente autore, momento, strumento e cronologia delle modifiche.49

L’architettura è ragionevole e la sua diffusione è in corso. Va però osservato con precisione che cosa comporti sul piano dei rapporti di potere, perché è una trasformazione più profonda di quanto la discussione tecnica lasci apparire.

Si passa da un regime di ispezione pubblica a un regime di fiducia in un certificatore. Nel regime precedente, l’autenticità era in linea di principio verificabile da chiunque avesse tempo e attenzione. Nel regime successivo, essa è verificabile soltanto da chi disponga dello strumento di verifica, e ciò che lo strumento restituisce non è un giudizio sull’immagine ma la validità di una firma. La domanda su chi certifichi i certificatori — chi rilasci le credenziali, secondo quali criteri, con quale controllo, e chi possa esserne escluso — è una domanda politica, e non ha ancora una risposta istituzionale.

Non si tratta di un timore astratto. Accanto ai sistemi di provenienza dei file si sono sviluppati dispositivi di certificazione dell’affidabilità della fonte: consorzi che attribuiscono a una testata un contrassegno di fiducia sulla base di indicatori dichiarati, estensioni che segnalano al lettore l’attendibilità di un sito con un contrassegno cromatico, standard di certificazione dei processi editoriali costruiti sul modello delle norme tecniche.50 Sono iniziative serie, e non è questo il punto. Il punto è la composizione dei certificatori: il più noto dei consorzi è stato fondato da un insieme di testate e di piattaforme digitali, cioè dai medesimi soggetti la cui attività di ordinamento costituisce il problema che la certificazione dovrebbe attenuare.

A ciò si aggiunge un passaggio ulteriore, che porta la trasformazione al suo esito. Gli indicatori di affidabilità vengono resi leggibili dalla macchina, in modo che possano essere rilevati dai motori di ricerca e dalle piattaforme e aiutarli a riconoscere le fonti attendibili.51 Letto per ciò che dispone, questo significa che il destinatario della prova non è più il lettore: è l’infrastruttura di distribuzione. La verificabilità cessa di essere una relazione tra chi pubblica e chi legge e diventa una relazione tra due infrastrutture private, di cui il pubblico è l’oggetto e non la parte.

L’assenza di credenziali diventa, di fatto, un sospetto. È l’effetto più insidioso, perché nessuno lo ha deliberato. La maggior parte del materiale autentico in circolazione è priva di manifesto: le fotografie scattate con dispositivi non aderenti allo standard, quelle che hanno attraversato piattaforme che rimuovono i metadati, e soprattutto quelle prodotte da chi documenta in condizioni difficili con mezzi ordinari. Un regime in cui la credenziale diventa la condizione ordinaria della credibilità penalizza sistematicamente proprio la testimonianza che più conta, e avvantaggia chi dispone dell’attrezzatura conforme — cioè, in larga misura, gli apparati.

20.3 Lo stesso movimento fuori dall’immagine: la chiusura degli archivi

Un secondo movimento, di segno tecnicamente diverso ma di direzione identica, riguarda la possibilità di studiare la circolazione dei contenuti.

Per alcuni anni le principali piattaforme hanno reso disponibili interfacce di accesso che consentivano a ricercatori e giornalisti di osservare che cosa circolasse, con quale ampiezza e attraverso quali passaggi. Quella disponibilità è stata progressivamente ristretta e in più casi revocata; già la prima ondata di restrizioni, alla fine dello scorso decennio, è stata letta come un mutamento di regime e non come una serie di decisioni tecniche indipendenti.52 L’episodio più discusso è successivo: lo strumento di monitoraggio più utilizzato per l’analisi della circolazione sulle piattaforme del maggiore operatore è stato dismesso il 14 agosto 2024 e sostituito da un archivio ad accesso selettivo.

L’effetto congiunto delle due tendenze può essere enunciato in una proposizione: la verificabilità dell’ambiente informativo sta passando da una condizione diffusa a una condizione riservata. Chi voglia stabilire se un’immagine sia autentica ha bisogno di uno strumento; chi voglia stabilire se un contenuto stia effettivamente circolando ha bisogno di un’autorizzazione. In entrambi i casi la capacità di accertare, che era un attributo del pubblico, diventa l’attributo di una categoria — e la definizione di quella categoria è, in un caso, nelle mani di consorzi privati e, nell’altro, di un procedimento amministrativo europeo dal quale il giornalismo è escluso.

Non è una previsione catastrofica ed è opportuno non presentarla come tale: entrambi i movimenti sono in corso, entrambi hanno giustificazioni serie — la tutela dei dati personali, in particolare, è una ragione legittima delle restrizioni di accesso — ed entrambi possono avere esiti diversi. Ma la direzione è quella, e riguarda il presupposto di ogni discorso sulla verifica: che qualcuno, oltre a chi produce il contenuto, sia in condizione di controllarlo.

Un’ultima osservazione, che vale come cautela contro la tentazione tecnicistica. Il rimedio della certificazione è necessario e non è sufficiente, e la ragione è che non agisce sul punto in cui il problema si produce. Come è stato scritto nella sede italiana più autorevole in materia, gli standard di provenienza, i metadati, le etichette e gli strumenti di controllo dei fatti «sono importanti, ma non sufficienti», perché «la posta in gioco è culturale e democratica».53 È lo stesso rilievo che si è fatto al § 18.3 a proposito della trasparenza: anche la casa più trasparente resta invisibile a chi non ha gli occhi per vederla, e nessun dispositivo di attestazione produce da sé la capacità di leggerlo.54

21. Il perimetro corto

21.1 Una scala che cambia la natura dei problemi

L’informazione di prossimità viene abitualmente descritta come una versione ridotta di quella nazionale: stessi problemi, minori risorse. La descrizione è inesatta, e conduce a sottovalutare i rischi tanto quanto a sopravvalutare le difese. Quattro caratteristiche della scala locale modificano la sostanza delle questioni discusse fin qui.

Il pubblico è in condizione di controllare. Chi legge una cronaca locale conosce i luoghi, spesso le persone, talvolta era presente. Questa è la maggiore risorsa dell’informazione di prossimità — è l’unico ambito in cui il lettore può ancora fare ciò che il capitolo 20 descriveva come perduto, cioè verificare da sé — ed è simultaneamente la sua massima esposizione: l’errore viene rilevato, e il credito perduto non si recupera, perché il pubblico non si rinnova.

L’identificazione non richiede il nome. Le cautele che a scala nazionale proteggono l’identità di una persona — l’iniziale, l’età, la via, la professione — a scala comunale la rivelano, e la rivelano precisamente a coloro per i quali l’informazione ha conseguenze. Non si tratta di scegliere i dettagli con maggiore attenzione: è l’insieme stesso dei dettagli pubblicabili a essere diverso, e l’identificabilità va misurata rispetto al pubblico effettivo.

Le soglie di diffusione si abbassano. Un contenuto che ha raggiunto trecento persone in un comune di cinquemila abitanti ha, in rapporto alla popolazione interessata, una diffusione che a scala nazionale corrisponderebbe a milioni di persone. Le condizioni discusse al capitolo 16 vanno rapportate al perimetro, il che comporta che nel locale la soglia sia superata più spesso di quanto l’intuizione suggerisca. A scala nazionale l’astensione è dunque la scelta corretta più volte di quanto si creda; nel perimetro corto, meno.

Le risorse sono minime. È la caratteristica che rende le prime tre problematiche anziché soltanto peculiari.

21.2 Il gruppo territoriale come oggetto sociologico

La forma prevalente del materiale di piattaforma nell’informazione locale non è il profilo pubblico ma il gruppo territoriale: di comune, di frazione, di categoria, di condominio. Vi si forma una parte consistente di ciò che poi raggiunge le redazioni, e come strumento di segnalazione è di notevole efficacia.

Merita però di essere considerato per quello che è sul piano sociologico, perché tre sue proprietà sfuggono alle considerazioni generali.

La prima riguarda le aspettative di chi vi scrive. Il gruppo è, nella percezione dei partecipanti e spesso nelle sue impostazioni tecniche, uno spazio delimitato; chi vi interviene si rivolge a un uditorio che crede di conoscere, e adotta un registro che presuppone quella cerchia. Riprodurne uno scambio in un giornale, con i nomi, non è pubblicare qualcosa che era già pubblico: è trasferire un enunciato in un contesto che ne modifica il significato e le conseguenze.

La seconda riguarda la composizione. I tre filtri del capitolo 5 vi operano in forma accentuata, perché all’autoselezione dell’iscrizione si somma quella dell’intervento, in un insieme già ristretto. Un gruppo territoriale è un ottimo indicatore dell’opinione dei suoi partecipanti attivi e un pessimo indicatore dell’opinione del territorio, e la distanza tra le due cose è tanto maggiore quanto più il tema è divisivo.

La terza riguarda l’osservatore. Il giornalista che partecipa al gruppo ne modifica il comportamento: la sua presenza è nota, e chi desidera ottenere copertura si regola di conseguenza. La circostanza non rende la fonte inservibile, ma va dichiarata, perché la partecipazione della redazione è un elemento del contesto in cui l’enunciato è stato prodotto, e dunque parte dell’informazione.

21.3 Il danno che nessun rimedio raggiunge

Il punto più delicato riguarda le conseguenze, e nel perimetro corto cambia di grado fino a cambiare di natura.

Quando la persona di cui si scrive è conosciuta personalmente da una quota rilevante dei lettori, il danno prodotto dalla pubblicazione di un’immagine prelevata dal suo profilo non consiste in una lesione della reputazione in astratto: consiste in un’alterazione della sua vita di relazione, che si svolgerà per anni negli stessi luoghi e davanti alle stesse persone. Nessuno dei rimedi disponibili interviene su questo. La rettifica raggiunge una frazione di chi ha letto; l’archiviazione riportata mesi dopo non risale nelle ricerche associate al nome; la rimozione agisce sull’originale mentre le riproduzioni sono ormai autonome.

L’insufficienza dei rimedi non dipende dalla loro fattura, ma dalla curva della diffusione: la circolazione di un contenuto tocca il proprio massimo nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione, mentre ogni intervento riparatore si rivolge a un pubblico che nel frattempo si è disperso. Non esiste rimedio, per quanto ben congegnato, che possa correggere una sproporzione temporale di quest’ordine.

Da ciò discende che nel perimetro corto la sola decisione dotata di efficacia è quella anteriore alla pubblicazione, e che l’assetto locale tollera perciò soltanto criteri formulati ex ante. Un criterio che ammetta la valutazione discrezionale caso per caso non è, in quelle condizioni, un criterio: la valutazione va compiuta dove la pressione è quotidiana e il margine di riflessione nullo, e converge con regolarità sull’esito permissivo. È una constatazione sull’ambiente decisionale, non un giudizio su chi vi opera — e spiega perché, a scala di prossimità, la differenza tra le redazioni non passi per il grado di scrupolo dei singoli ma per l’esistenza o meno di determinazioni assunte prima e fuori dal momento in cui la scelta si presenta.

21.4 L’unico fondamento che non è stato eroso

Sarebbe però una descrizione parziale quella che presentasse l’informazione di prossimità come un ambiente di soli rischi. Essa dispone, sola tra le forme dell’informazione contemporanea, di una risorsa che il capitolo 11 aveva indicato come l’unico fondamento residuo dell’autorità di chi informa, e che qui si presenta nella sua forma più concreta.

Dei tre fondamenti storici — l’accesso esclusivo, la scarsità dello spazio, il metodo — i primi due sono caduti per ragioni tecniche ed economiche, e il terzo è l’unico rimasto disponibile. Ma il metodo, nel perimetro corto, non è un impegno astratto: è un’operazione materialmente eseguibile. Un’affermazione riguardante un luogo del proprio comune si controlla in venti minuti recandosi sul posto; un procedimento amministrativo si controlla chiedendo all’ufficio; una fotografia che si dice scattata in una via si confronta con la via.

Ne segue una conclusione che riguarda la posizione, non la condotta. Là dove l’accertamento diretto è possibile a costi bassi, il materiale di piattaforma cambia funzione: cessa di essere ciò che si pubblica e diventa ciò che indica dove guardare. La sostituzione non è un dovere che si aggiunge agli altri, ma la sola configurazione in cui l’informazione di prossimità sfrutta il vantaggio di cui dispone — un vantaggio che nessuna piattaforma può replicare, che nessun aggregatore può esercitare al posto suo, e che nessun volume di contenuti può surrogare.

Detto nei termini di questo saggio: la testata locale è oggi il soggetto informativo il cui titolo a essere creduto poggia sulla base più solida, perché è l’unico le cui affermazioni il lettore può controllare uscendo di casa. È un vantaggio che il tempo non erode. Si perde soltanto spendendolo male, e si spende male ogni volta che si pubblica, invece di ciò che si è accertato, ciò che si è trovato.

22. Conclusione. Fonti senza garante

22.1 Le tre proposizioni, verificate

L’apertura ha enunciato tre proposizioni derivate dalla tesi. Conviene tornarvi sopra per dire in che misura reggano.

La prima sosteneva che ciò che si preleva da una piattaforma non è mai già una fonte, e che diventa tale — come origine o come soggetto — soltanto se qualcuno compie il lavoro di costituirla. Le parti successive hanno mostrato che quel lavoro è quasi sempre possibile e quasi mai obbligato, e che la formula «lo abbiamo appreso dai social» prospera esattamente in questo intervallo: la sua imprecisione non supplisce a un’informazione mancante, ma consente di non porre le due domande — chi lo ha immesso, e chi lo ha portato in superficie — che renderebbero visibile quanto lavoro sia stato effettivamente fatto.

La seconda sosteneva che il pubblico osservabile su una piattaforma non è un campione di alcuna popolazione e che il soggetto collettivo evocato dal giornalismo è un artefatto. L’analisi ha confermato la proposizione e l’ha aggravata: si tratta di un artefatto costruito da tre filtri sovrapposti, di cui il terzo — la selezione algoritmica — è quello con il peso maggiore e la trasparenza minore, e la ripresa giornalistica non lo descrive ma lo ratifica, aggiungendovi l’unica cosa che gli mancava, cioè la certificazione da parte di un’istituzione riconosciuta.

La terza sosteneva che la funzione di selezione è stata trasferita a un attore che non ne risponde, mentre l’onere della verifica è rimasto su chi ne rispondeva. È la proposizione che ha ricevuto la conferma più netta e la meno consolante: la sproporzione tra chi immette e chi verifica non è correggibile con la diligenza, perché la verifica ha la struttura economica di un bene i cui benefici non sono appropriabili da chi ne sostiene il costo, e i beni con questa struttura vengono prodotti in quantità insufficiente ovunque e sempre.

22.2 Che cosa non si è argomentato

Due conclusioni che il ragionamento non autorizza vanno respinte esplicitamente, perché sono quelle verso cui una trattazione di questo tipo scivola con facilità.

La prima è che il giornalismo dovrebbe fare a meno del materiale di piattaforma. Non lo dovrebbe e non lo potrebbe: quel materiale è insostituibile per la segnalazione di ciò che accade, per la documentazione di ciò che è inaccessibile, e per la registrazione delle posizioni pubbliche di chi ha responsabilità. La questione non è se servirsene, ma a quali condizioni e con quale dichiarazione di ciò che resta ignoto.

La seconda è che occorra un intervento pubblico sulla verifica. Il capitolo 19 ha mostrato perché non occorra e perché non sarebbe accettabile.

Ciò che resta, dopo aver escluso l’astensione e la statalizzazione, è la responsabilità di una professione a cui l’ordinamento affida un compito perché nessun altro può assumerlo senza pericolo — e che quel compito può esercitare soltanto dotandosi di procedure proprie, poiché un dovere che non si traduce in una procedura non sopravvive alla prima giornata difficile.

22.3 Fonti senza garante

Resta da dire in quale senso, alla fine del percorso, il titolo debba essere inteso — e in quale senso non debba esserlo.

Non significa che i contenuti in rete siano ontologicamente privi di garante. Il capitolo 1 ha stabilito il contrario: hanno un’origine localizzabile con precisione superiore a quella di quasi ogni altro materiale, e nella grande maggioranza dei casi un titolare raggiungibile, al quale si può chiedere conto in pubblico o in privato. Un giornalismo che eserciti quella possibilità non lavora con fonti prive di garante: lavora con fonti come le altre, incontrate in un luogo nuovo.

Significa che il garante non è compreso nella confezione. La piattaforma consegna il contenuto e non consegna la relazione; consegna il testo e non l’obbligo di chiedere. Ed è precisamente perché non lo consegna, mentre consegna tutto il resto già pronto per la pubblicazione, che il default del sistema è il prelievo senza richiamo — non per disonestà di chi vi ricorre, ma perché ogni elemento dell’assetto descritto nelle parti terza, quarta e quinta spinge in quella direzione: la selezione affidata a un attore che non risponde, la ricompensa che va alla velocità, il costo dell’accertamento che è certo mentre quello dell’errore è probabile.

L’esito è un ambiente in cui nessuno risponde di ciò che il pubblico incontra, salvo l’ultimo soggetto che lo ha ripubblicato. Quel soggetto, oggi, è il giornalismo — posizione ingrata, perché concentra la responsabilità nel punto in cui il potere è minore, ma anche l’unica da cui una funzione di garanzia possa ancora essere esercitata, perché è l’unica occupata da soggetti che hanno un nome, un indirizzo e un’istanza davanti alla quale comparire.

Che cosa resta, allora, a chi informa. Non una tecnica per far parlare ciò che tace, perché il problema non è mai stato che tacesse. Resta il gesto elementare e costoso di chiedere: scrivere a chi ha pubblicato, localizzare l’origine, andare a vedere il luogo, telefonare all’ufficio — e, quando la risposta non arriva, dirlo. Non è una novità del mestiere: è il mestiere, applicato a un materiale che si presenta come se ne fosse dispensato.

È lavoro, costa tempo, e una parte delle volte non approda a nulla. Ma in un ambiente dove la ritrasmissione è istantanea, gratuita e alla portata di chiunque, è l’unica cosa che una redazione produca e che nessun altro stia producendo al posto suo. Ed è, insieme, la sola difesa contro l’esito che questo saggio ha descritto nella sua forma più netta: diventare, senza accorgersene e in perfetta buona fede, l’anello che qualcun altro aveva previsto.

Nota bibliografica

Le indicazioni che seguono non costituiscono una rassegna della letteratura, che eccederebbe i limiti di questo lavoro. Segnalano, ordinati per tema, i testi su cui l’argomentazione si è direttamente appoggiata, con l’aggiunta di alcuni riferimenti che ne delimitano il contesto senza esservi impiegati.

Sull’opinione pubblica come costruzione. Il riferimento classico per l’idea che il rapporto politico dei cittadini con il mondo sia mediato da una rappresentazione anziché da un’esperienza diretta è W. Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York 1922 (trad. it. L’opinione pubblica, Donzelli, Roma). La critica dell’oggetto «opinione pubblica» come artefatto del dispositivo che lo misura è in P. Bourdieu, L’opinion publique n’existe pas, in «Les Temps Modernes», n. 318, gennaio 1973, pp. 1292-1309, ripreso in Id., Questions de sociologie, Éditions de Minuit, Paris 1980. Sul rapporto tra percezione del clima di opinione e disponibilità a esprimersi, E. Noelle-Neumann, The Spiral of Silence. A Theory of Public Opinion, in «Journal of Communication», vol. 24, n. 2, 1974, pp. 43-51, e Ead., Die Schweigespirale. Öffentliche Meinung – unsere soziale Haut, Piper, München 1980.

Sulla sfera pubblica e la sua trasformazione. J. Habermas, Strukturwandel der Öffentlichkeit, Luchterhand, Neuwied 1962 (trad. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari 1971); e, per la ripresa recente dedicata ai mezzi digitali e alla perdita del filtro editoriale, Id., Ein neuer Strukturwandel der Öffentlichkeit und die deliberative Politik, Suhrkamp, Berlin 2022 (trad. it. Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina, Milano 2023).

Sulla selezione e sui suoi titolari. Lo studio da cui muove la nozione di custode applicata all’informazione è D.M. White, The «Gate Keeper». A Case Study in the Selection of News, in «Journalism Quarterly», vol. 27, n. 4, 1950, pp. 383-390; la sistemazione teorica successiva, che ne colloca l’esercizio su livelli sovrapposti, è in P.J. Shoemaker, T.P. Vos, Gatekeeping Theory, Routledge, New York 2009. Sulla selezione algoritmica e sulla nozione di pubblico calcolato, T. Gillespie, The Relevance of Algorithms, in T. Gillespie, P.J. Boczkowski, K.A. Foot (a cura di), Media Technologies. Essays on Communication, Materiality, and Society, MIT Press, Cambridge (Mass.) 2014, pp. 167-193, e Id., Custodians of the Internet. Platforms, Content Moderation, and the Hidden Decisions That Shape Social Media, Yale University Press, New Haven 2018. Per l’impostazione regolatoria del problema, P.M. Napoli, Social Media and the Public Interest. Media Regulation in the Disinformation Age, Columbia University Press, New York 2019.

Sull’assetto complessivo dei sistemi informativi. A. Chadwick, The Hybrid Media System. Politics and Power, Oxford University Press, Oxford-New York, 2ª ed. 2017. Per la cornice più ampia sulla costruzione mediata della realtà sociale, N. Couldry, A. Hepp, The Mediated Construction of Reality, Polity Press, Cambridge 2017.

Sull’autorità giornalistica. M. Carlson, Journalistic Authority. Legitimating News in the Digital Era, Columbia University Press, New York 2017. Sul rapporto tra comunicazione disgregante e declino delle istituzioni democratiche, W.L. Bennett, S. Livingston, The disinformation order. Disruptive communication and the decline of democratic institutions, in «European Journal of Communication», vol. 33, n. 2, 2018, pp. 122-139.

Sui limiti dei dati di piattaforma. d. boyd, K. Crawford, Critical Questions for Big Data. Provocations for a Cultural, Technological, and Scholarly Phenomenon, in «Information, Communication & Society», vol. 15, n. 5, 2012, pp. 662-679; Z. Tufekci, Big Questions for Social Media Big Data. Representativeness, Validity and Other Methodological Pitfalls, in «Proceedings of the International AAAI Conference on Web and Social Media», vol. 8, n. 1, 2014, pp. 505-514. Sulla restrizione dell’accesso ai dati e le sue conseguenze per la ricerca e per il giornalismo, A. Bruns, After the «APIcalypse». Social Media Platforms and Their Fight against Critical Scholarly Research, in «Information, Communication & Society», vol. 22, n. 11, 2019, pp. 1544-1566.

Sulla manipolazione e sull’amplificazione. A. Marwick, R. Lewis, Media Manipulation and Disinformation Online, Data & Society Research Institute, New York 2017, e — per la formulazione originaria della «risalita della catena», esposta dall’interno del mestiere — R. Holiday, Trust Me, I’m Lying, Portfolio/Penguin, New York 2012; W. Phillips, The Oxygen of Amplification. Better Practices for Reporting on Extremists, Antagonists, and Manipulators, Data & Society Research Institute, New York 2018; Y. Benkler, R. Faris, H. Roberts, Network Propaganda. Manipulation, Disinformation, and Radicalization in American Politics, Oxford University Press, New York 2018.

Sul versante operativo, che questo lavoro non tratta, si vedano C. Silverman (a cura di), Verification Handbook, European Journalism Centre, Maastricht 2014, e le edizioni successive dedicate all’indagine sulla disinformazione.

Il corpus italiano dell’Osservatorio sul giornalismo digitale. I quattro rapporti annuali pubblicati dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a cura della Commissione cultura, con coordinamento di Antonio Rossano, con il patrocinio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, del Garante per la protezione dei dati personali e della Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi, in collaborazione con Interskills e Media Studies, distribuiti con licenza Creative Commons BY:

  • Report 2023 dell’Osservatorio sul giornalismo digitale, CNOG, Roma 2023;
  • Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo. Report 2024. Il lettore perduto, CNOG, Roma 2024;
  • Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo. Report 2025. La rilevanza, CNOG, Roma 2025;
  • Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo. Rapporto 2026. La verosimiglianza, CNOG, Roma 2026.

I contributi impiegati in questo lavoro sono, nell’edizione 2026: A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, pp. 6-14; L. Floridi, Il primato della narrazione, pp. 28-32; D. Bennato, Verosimiglianza sotto attacco. L’ecosistema informativo digitale e i suoi agenti inquinanti, pp. 34-41; L. De Biase, I limiti del verosimile nel giornalismo, pp. 42-48; W. Quattrociocchi, Quando l’informazione smette di sapere. Epistemia, intelligenza artificiale e crisi del giornalismo, pp. 49-56; M. Pratellesi, Vero, post-verità e collasso dell’autenticità, pp. 57-61; L. Simi, La grande ibridazione e la perdita di fiducia nel giornalismo, pp. 66-77; D. Bianchi, La «verità dei fatti»: standard etico-deontologici nell’infosfera delle piattaforme, pp. 78-96. Nell’edizione 2025: A. Rossano, «Ho visto cose che voi umani…» Non sono ancora lacrime nella pioggia, pp. 45-51; A. Bonetti, W. Quattrociocchi, La nuova rilevanza del giornalismo nell’era dei social media, pp. 67-77; G. Cerrina Feroni, Il giornalista nell’era dell’informazione digitale, quali prospettive giuridiche e deontologiche?, pp. 78-90.

Dati. Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report, edizione 2026, dati riferiti all’Italia. Va segnalato che nessuno dei quattro rapporti dell’Osservatorio contiene una rilevazione campionaria originale sull’impiego del materiale di piattaforma da parte dei giornalisti italiani: i dati italiani ivi riportati sono in prevalenza ripresi da terzi.

Fonti normative e deontologiche

Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, approvato l’11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025.

Garante per la protezione dei dati personali, Regole deontologiche relative al trattamento di dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, provvedimento n. 491 del 29 novembre 2018, in «Gazzetta Ufficiale» n. 3 del 4 gennaio 2019.

Legge 7 giugno 2000, n. 150, Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni.

Regolamento (UE) 2022/2065 relativo a un mercato unico dei servizi digitali, art. 40, e regolamento delegato della Commissione del 2 luglio 2025 sull’accesso ai dati da parte dei ricercatori sottoposti a verifica.

Regolamento (UE) 2024/1083 che istituisce un quadro comune per i servizi di media nel mercato interno, applicabile dall’8 agosto 2025, art. 4.

Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, art. 50, come modificato dal regolamento (UE) 2026/1744 dell’8 luglio 2026.

Direttiva (UE) 2019/790 sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, art. 15; legge 22 aprile 1941, n. 633, art. 43-bis, introdotto dal d.lgs. 8 novembre 2021, n. 177.

NOTE (cliccare sui numeri per ritornare al testo)

1C. Silverman (a cura di), Verification Handbook, European Journalism Centre, Maastricht 2014, e le edizioni successive dedicate all’indagine sulla disinformazione e sulla manipolazione dei media.

2Osservatorio sul giornalismo digitale, Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Roma, edizioni annuali dal 2023 (licenza CC BY), con il patrocinio di AGCOM, del Garante per la protezione dei dati personali e della Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il volume 2025 è dedicato alla rilevanza, quello 2026 alla verosimiglianza. Il coordinamento è di Antonio Rossano.

3La protezione delle fonti giornalistiche è oggi oggetto di una disciplina europea: regolamento (UE) 2024/1083 che istituisce un quadro comune per i servizi di media nel mercato interno, applicabile dall’8 agosto 2025, art. 4, che vieta agli Stati membri di adottare misure coercitive volte a ottenere l’identificazione delle fonti e l’impiego di programmi di sorveglianza contro i giornalisti.

4d.boyd, K. Crawford, Critical Questions for Big Data. Provocations for a Cultural, Technological, and Scholarly Phenomenon, in «Information, Communication & Society», vol. 15, n. 5, 2012, pp. 662-679.

5L’osservazione, ripresa in D. Bianchi, La «verità dei fatti»: standard etico-deontologici nell’infosfera delle piattaforme, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., p. 78, è di Alberto Puliafito.

6W. Quattrociocchi, Quando l’informazione smette di sapere. Epistemia, intelligenza artificiale e crisi del giornalismo, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., pp. 49-56, in particolare p. 53. Con «epistemia» l’autore designa la condizione in cui la coerenza formale del discorso si sostituisce alla conoscenza come criterio di credibilità.

7D. Bennato, Verosimiglianza sotto attacco. L’ecosistema informativo digitale e i suoi agenti inquinanti, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., pp. 34-41, in particolare p. 35.

8P. Bourdieu, L’opinion publique n’existe pas, in «Les Temps Modernes», n. 318, gennaio 1973, pp. 1292-1309; ripreso in Id., Questions de sociologie, Éditions de Minuit, Paris 1980.

9W. Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York 1922, in particolare la prima parte.

10Z. Tufekci, Big Questions for Social Media Big Data. Representativeness, Validity and Other Methodological Pitfalls, in «Proceedings of the International AAAI Conference on Web and Social Media», vol. 8, n. 1, 2014, pp. 505-514.

11D. Bennato, Verosimiglianza sotto attacco, cit., p. 37.

12E. Noelle-Neumann, The Spiral of Silence. A Theory of Public Opinion, in «Journal of Communication», vol. 24, n. 2, 1974, pp. 43-51; e Ead., Die Schweigespirale. Öffentliche Meinung – unsere soziale Haut, Piper, München 1980.

13M. Cinelli et al., Followers do not dictate the virality of news outlets on social media, in «PNAS Nexus», 2024; l’analisi è ripresa e discussa in A. Bonetti, W. Quattrociocchi, La nuova rilevanza del giornalismo nell’era dei social media, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Report 2025, cit., p. 71.

14L. Simi, La grande ibridazione e la perdita di fiducia nel giornalismo, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., p. 73.

15Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report 2026, dati riferiti all’Italia; rilevazione condotta tra il 9 e il 28 gennaio 2026 su un campione di 2.040 utenti internet maggiorenni.

16D.M. White, The «Gate Keeper». A Case Study in the Selection of News, in «Journalism Quarterly», vol. 27, n. 4, 1950, pp. 383-390.

17P.J. Shoemaker, T.P. Vos, Gatekeeping Theory, Routledge, New York 2009.

18D. Bennato, Verosimiglianza sotto attacco, cit., p. 36: «i gatekeepers tradizionali non sono scomparsi, ma hanno perso la loro capacità selettiva».

19Regolamento (UE) 2022/2065 relativo a un mercato unico dei servizi digitali, che introduce obblighi di trasparenza, di valutazione e di attenuazione dei rischi sistemici a carico delle piattaforme di dimensioni molto grandi, senza incidere sul principio dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza sui contenuti ospitati.

20G. Cerrina Feroni, Il giornalista nell’era dell’informazione digitale, quali prospettive giuridiche e deontologiche?, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Report 2025, cit., pp. 80 e 83. L’autrice è professoressa ordinaria di diritto costituzionale italiano e comparato e vicepresidente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali.

21T. Gillespie, The Relevance of Algorithms, in T. Gillespie, P.J. Boczkowski, K.A. Foot (a cura di), Media Technologies. Essays on Communication, Materiality, and Society, MIT Press, Cambridge (Mass.) 2014, pp. 167-193; e Id., Custodians of the Internet. Platforms, Content Moderation, and the Hidden Decisions That Shape Social Media, Yale University Press, New Haven 2018.

22A. Chadwick, The Hybrid Media System. Politics and Power, Oxford University Press, Oxford-New York, 2ª ed. 2017.

23L. Simi, La grande ibridazione e la perdita di fiducia nel giornalismo, cit., pp. 66 e ss.

24J. Habermas, Strukturwandel der Öffentlichkeit, Luchterhand, Neuwied 1962; trad. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari 1971.

25J. Habermas, Ein neuer Strukturwandel der Öffentlichkeit und die deliberative Politik, Suhrkamp, Berlin 2022; trad. it. Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina, Milano 2023.

26M. Carlson, Journalistic Authority. Legitimating News in the Digital Era, Columbia University Press, New York 2017.

27L. Floridi, Il primato della narrazione, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., p. 29; nello stesso senso A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, ivi, p. 12.

28A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, cit., p. 10. Nello stesso volume, W. Quattrociocchi, Quando l’informazione smette di sapere, cit., p. 51: «quando il linguaggio informativo può essere simulato senza accesso ai fatti, la qualità non è più garantita dal risultato, ma solo dal metodo».

29L. Floridi, Il primato della narrazione, cit., pp. 29-30; la tesi è ripresa da A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, cit., p. 12.

30D. Bennato, Verosimiglianza sotto attacco, cit., p. 38; L. Simi, La grande ibridazione, cit., p. 75.

31L. Floridi, Il primato della narrazione, cit., p. 30: «dobbiamo spostare il focus dalla trasparenza alla responsabilità».

32M. Pratellesi, Vero, post-verità e collasso dell’autenticità, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., p. 60.

33Legge 7 giugno 2000, n. 150, Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni, che distingue l’attività di informazione, affidata al portavoce e all’ufficio stampa, da quella di comunicazione, affidata all’ufficio per le relazioni con il pubblico, e ne enumera le finalità. La legge disciplina la comunicazione dell’ente; nulla dispone, né potrebbe disporre, sul canale personale di chi ne ricopre gli organi.

34A. Marwick, R. Lewis, Media Manipulation and Disinformation Online, Data & Society Research Institute, New York 2017. La formula della «risalita della catena» (trading up the chain) risale a R. Holiday, Trust Me, I’m Lying, Portfolio/Penguin, New York 2012, dove è esposta dall’interno del mestiere come tecnica professionale.

35Y. Benkler, R. Faris, H. Roberts, Network Propaganda. Manipulation, Disinformation, and Radicalization in American Politics, Oxford University Press, New York 2018.

36W. Phillips, The Oxygen of Amplification. Better Practices for Reporting on Extremists, Antagonists, and Manipulators, Data & Society Research Institute, New York 2018.

37Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, approvato l’11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025 (art. 39); l’art. 40 mantiene il riferimento al previgente Testo unico dei doveri del giornalista per i soli procedimenti disciplinari già avviati.

38Rispettivamente artt. 18 (Fonti e trasparenza), 23 (Sondaggi e dati statistici), 16 (Rettifica) e 20 (Uso delle immagini) del Codice deontologico.

39Garante per la protezione dei dati personali, Regole deontologiche relative al trattamento di dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, provvedimento n. 491 del 29 novembre 2018, pubblicate nella «Gazzetta Ufficiale» n. 3 del 4 gennaio 2019; tredici articoli, di cui l’art. 2 sulle banche dati di uso redazionale e l’art. 6 sull’essenzialità dell’informazione.

40L. Simi, La grande ibridazione e la perdita di fiducia nel giornalismo, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo. Rapporto 2026, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Roma 2026, pp. 67 e 74.

41A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, ivi, p. 11.

42L. Simi, La grande ibridazione, cit., p. 72; le quote di mercato sono elaborate su dati Accertamenti diffusione stampa per il periodo 2021-2025.

43G. Cerrina Feroni, Il giornalista nell’era dell’informazione digitale, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Report 2025, cit., p. 87.

44Regolamento (UE) 2024/1689, art. 50, come modificato dal regolamento (UE) 2026/1744 dell’8 luglio 2026, in vigore dal 27 luglio 2026: gli obblighi di trasparenza restano applicabili dal 2 agosto 2026, mentre ai fornitori che abbiano immesso sul mercato sistemi generativi prima di tale data è concesso un periodo transitorio di quattro mesi — fino al 2 dicembre 2026 — per adeguarsi all’obbligo di marcatura di cui al § 2. L’esonero previsto dal § 4 per i contenuti sottoposti a revisione umana o controllo editoriale con assunzione di responsabilità editoriale riguarda il solo testo.

45Direttiva (UE) 2019/790, art. 15; legge 22 aprile 1941, n. 633, art. 43-bis, introdotto dal d.lgs. 8 novembre 2021, n. 177, con funzioni di vigilanza attribuite all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

46L. Floridi, Il primato della narrazione, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., p. 30.

47M. Pratellesi, Vero, post-verità e collasso dell’autenticità, ivi, p. 60.

48Il primo caso riguarda i Sony World Photography Awards 2023 e il rifiuto del premio da parte di Boris Eldagsen; il secondo i 1839 Awards 2024 e la squalifica di Miles Astray. Entrambi sono riferiti in A. Rossano, «Ho visto cose che voi umani…» Non sono ancora lacrime nella pioggia, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Tendenze e nuovi scenari per il giornalismo. Report 2025, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Roma 2025, pp. 46-47.

49Lo standard più diffuso è quello elaborato dalla coalizione per la provenienza e l’autenticità dei contenuti, costituita nel febbraio 2021; prevede l’incorporazione nel file di un manifesto firmato crittograficamente contenente autore, data, strumenti e cronologia delle modifiche.

50Per una rassegna, D. Bianchi, La «verità dei fatti»: standard etico-deontologici nell’infosfera delle piattaforme, in Osservatorio sul giornalismo digitale, Rapporto 2026, cit., pp. 89-90, che esamina The Trust Project, NewsGuard e la Journalism Trust Initiative. Il primo è stato fondato da un consorzio di testate e di piattaforme digitali.

51Ivi, p. 89.

52A. Bruns, After the «APIcalypse». Social Media Platforms and Their Fight against Critical Scholarly Research, in «Information, Communication & Society», vol. 22, n. 11, 2019, pp. 1544-1566.

53A. Rossano, Sintesi generale del rapporto, cit., p. 11.

54D. Bianchi, La «verità dei fatti», cit., pp. 90-91: «la sola trasparenza oggettiva non basta a centrare l’obiettivo»; «anche la più trasparente casa di cristallo rischia di non essere scorta da chi non ha occhi per vederla».

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

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