
di Fabrizio Pinna. Il comunicato stampa è il testo politico più letto e meno analizzato del sistema informativo contemporaneo. Ogni giorno, in ogni redazione italiana anche locale, ne arrivano a decine, e fino a centinaia nei media nazionali o globali: da partiti, gruppi consiliari, movimenti, comitati, singoli amministratori, uffici stampa istituzionali, associazioni di categoria. Una quota rilevante di essi viene pubblicata; una quota non trascurabile viene pubblicata senza modifiche sostanziali; una quota minore, ma non irrilevante, viene pubblicata senza che il lettore possa capire di trovarsi davanti a un testo scritto da chi vi è rappresentato. Questa condizione non è, in sé, uno scandalo, ma un fenomeno che va compreso e analizzato nelle sue dinamiche e meccanismi non sempre autoevidenti.
Sommario
Premessa. Un genere sotto esame
Un testo che non vuole farsi riconoscere
Il comunicato stampa è il testo politico più letto e meno analizzato del sistema informativo contemporaneo. Ogni giorno, in ogni redazione italiana, ne arrivano decine: da partiti, gruppi consiliari, movimenti, comitati, singoli amministratori, uffici stampa istituzionali, associazioni di categoria. Una quota rilevante di essi viene pubblicata; una quota non trascurabile viene pubblicata senza modifiche sostanziali; una quota minore, ma non irrilevante, viene pubblicata senza che il lettore possa capire di trovarsi davanti a un testo scritto da chi vi è rappresentato.
Questa condizione non è, in sé, uno scandalo. Il comunicato stampa è uno strumento legittimo, in molti casi necessario, della comunicazione politica e istituzionale: è il modo in cui un soggetto pubblico rende note le proprie posizioni, i propri atti, le proprie obiezioni. In una democrazia, la possibilità per un attore politico di far conoscere ciò che pensa e ciò che fa non è un privilegio ma una condizione di funzionamento del sistema.
Il problema è di altra natura, e riguarda la forma del comunicato prima ancora del suo contenuto. Il comunicato stampa è un genere testuale costruito per imitare un altro genere: la notizia. Ne adotta la struttura, la sintassi, l’impersonalità apparente, il virgolettato, la disposizione delle informazioni. Non lo fa per vezzo stilistico, ma per una ragione strumentale precisa: massimizzare la probabilità di essere ripubblicato senza riscrittura. Un comunicato ben scritto, secondo i criteri della professione che lo produce, è un comunicato che il giornale può trasferire in pagina senza toccare nulla. È, in altri termini, un testo progettato per scomparire — per perdere ogni traccia della propria origine e presentarsi al lettore come informazione.
Questa proprietà mimetica è ciò che rende il comunicato un oggetto di studio politicamente rilevante, e non un semplice problema di deontologia redazionale. Un testo che riesce a farsi passare per un altro tipo di testo modifica il modo in cui il lettore ne valuta le affermazioni: ciò che si legge come notizia viene sottoposto a un vaglio molto meno severo di ciò che si legge come dichiarazione di parte. L’efficacia del comunicato non dipende dalla forza dei suoi argomenti, ma dalla riuscita del suo travestimento.
Tre proposizioni
L’argomentazione poggia su tre tesi, legate l’una all’altra.
Prima. Il comunicato stampa non è un messaggio ma una transazione. È contenuto offerto gratuitamente a una redazione in cambio di visibilità, in un mercato in cui la redazione ha scarsità di tempo e l’emittente ha scarsità di attenzione. Comprendere il comunicato richiede quindi di comprendere l’economia dello scambio che lo produce: chi può permettersi di produrlo, con quale frequenza, con quali risorse, e a quali condizioni la redazione lo accetta. Questa economia genera un’asimmetria democratica documentabile: il sussidio informativo favorisce sistematicamente i soggetti organizzati e dotati di risorse, e la sua crescita, a parità di risorse redazionali, aumenta la quota di agenda pubblica determinata da chi ha un ufficio stampa.
Seconda. La distinzione tra comunicazione politica e propaganda non passa per il contenuto, per il tono, per la parzialità né per la veridicità delle singole affermazioni. Una comunicazione può essere di parte, aggressiva, unilaterale e tuttavia pienamente legittima; e può essere pacata, documentata e formalmente corretta e tuttavia essere propaganda. La linea di demarcazione è la verificabilità: la comunicazione politica è advocacy che si espone al controllo e alla replica; la propaganda è advocacy costruita per sottrarsi al controllo e alla replica. La differenza sta nell’architettura del testo e non in ciò che il testo dice: proprio per questo la si può accertare con criteri che funzionano allo stesso modo su qualunque schieramento.
Terza. Esiste un protocollo di lettura del comunicato — un insieme ordinato di operazioni, la più importante delle quali consiste nel domandarsi a quale atto verificabile il testo corrisponda — con cui un cronista, o chiunque legga con attenzione, arriva in pochi minuti e senza accessi privilegiati a capire fin dove il documento consenta di spingersi. È la sola difesa concretamente disponibile in un ambiente in cui il volume dell’offerta cresce mentre le risorse di verifica diminuiscono.
Un equivoco da rimuovere
Prima di procedere occorre disinnescare un equivoco che, se lasciato correre, vizia tutto ciò che segue. Nell’italiano corrente propaganda non descrive: imputa. È un’etichetta che si appiccica a qualcuno, e le etichette che si appiccicano a qualcuno lavorano sempre anche per chi le appiccica.
Nell’uso ordinario, «propaganda» designa comunemente la comunicazione dell’avversario, mentre la propria viene designata come «informazione», «chiarimento», «doverosa precisazione». Quando l’esito dell’applicazione di una categoria si può prevedere conoscendo soltanto la posizione di chi la impiega, quella categoria ha smesso di descrivere qualcosa e ha cominciato a svolgere un lavoro polemico. C’è di peggio: l’imputazione di propaganda serve spesso a chiudere la discussione prima di aprirla, perché consente di trattare un’obiezione come una manovra e quindi di non entrare nel merito.
Da qui il criterio che regge l’intero lavoro: in democrazia la comunicazione di parte non è una patologia da correggere, ma l’esercizio ordinario di un diritto costituzionalmente protetto. Un partito che fa circolare la propria posizione, un consigliere che si intesta un risultato, un movimento che segnala un’omissione stanno svolgendo il compito per cui esistono. Il fenomeno di cui queste pagine si occupano sta su un altro piano: si manifesta quando il testo è congegnato in modo da impedire a chi lo riceve di controllarne le affermazioni, di risalire a chi lo ha davvero prodotto, di rispondere, o di chiedere conto più tardi di ciò che vi era stato promesso.
Sottile non significa arbitrario. La linea si può disegnare, a due condizioni: che i criteri siano dichiarati, e che valgano per tutti allo stesso modo. È ciò che le pagine seguenti provano a fare.
Come procede l’analisi, e dove si ferma
Il materiale su cui il saggio lavora appartiene a due famiglie. Da un lato fatti istituzionali controllabili — norme, documenti deontologici, ricerche pubblicate — sempre indicati in nota. Dall’altro comunicati costruiti: testi redatti per l’analisi mettendo insieme tratti che ricorrono nel flusso reale, che non riproducono alcun documento effettivamente diffuso e non rinviano ad alcun soggetto identificabile.
La scelta di non analizzare comunicati reali attribuibili a soggetti politici individuati risponde a tre ragioni. La prima è di correttezza: un’analisi che citasse esempi reali dovrebbe citarli in modo simmetrico e in numero sufficiente a escludere la selezione, e questo eccede le dimensioni di un saggio. La seconda è di durata: gli esempi datati invecchiano, i meccanismi no. La terza tocca il merito: questo lavoro assume che le tecniche descritte siano patrimonio comune del mestiere della comunicazione politica, disponibili a chiunque e regolarmente usate da tutti gli schieramenti, con differenze di intensità e di stile ma non di natura. Trattarle come vizio di una parte significherebbe riprodurre l’operazione che si intende analizzare.
Tre limiti vanno dichiarati.
Il primo riguarda la base empirica italiana, che è scarsa. La ricerca internazionale sul peso del materiale pre-confezionato nella produzione giornalistica dispone di studi quantitativi; l’Italia non dispone di un equivalente aggiornato e sistematico. Ne segue che le stime quantitative citate al capitolo 3 provengono da altri sistemi mediali e vanno usate come indicazione di ordine di grandezza, non come misura del caso italiano. L’assenza di quel dato è essa stessa un fatto rilevante, e viene discussa come tale.
Il secondo riguarda l’intenzione. Le intenzioni di chi scrive restano fuori dalla portata del protocollo, che non prova nemmeno a raggiungerle. Un comunicato può integrare tutti gli indicatori della griglia ed essere stato scritto in buona fede da chi ha appreso quel formato come standard professionale. La qualificazione riguarda l’architettura del testo, non la moralità dell’autore.
Il terzo riguarda l’ambito. Il saggio si occupa dei comunicati di soggetti politici e istituzionali. Molte delle osservazioni si applicano alla comunicazione d’impresa, sindacale, associativa e sportiva, ma le condizioni istituzionali analizzate nella Parte prima — e in particolare il quadro normativo italiano — sono specifiche del settore pubblico e politico.
L’ordine dei capitoli
La Parte prima ricostruisce il comunicato come oggetto: la sua forma mimetica, l’economia dello scambio che lo produce, i dati disponibili sul peso del materiale pre-confezionato nella produzione giornalistica, e il quadro normativo e deontologico italiano che separa — sulla carta — informazione istituzionale, comunicazione pubblica e comunicazione politica.
La Parte seconda ricostruisce il concetto di propaganda: la storia del termine, le principali elaborazioni teoriche del Novecento e contemporanee, e propone una definizione operativa in quattro condizioni congiunte, corredata dall’enumerazione esplicita di ciò che resta fuori dal suo campo.
La Parte terza propone il protocollo di lettura, articolato in dieci operazioni, dall’identificazione del mandante alla verifica differita degli annunci.
La Parte quarta presenta una tipologia in otto forme, dieci procedimenti retorici ricorrenti, una scheda di lettura articolata in dodici voci con i criteri per leggerne l’esito, e una discussione di ciò che lo strumento non riesce a fare.
La Parte quinta affronta la posizione della redazione, il caso limite del giornalismo di prossimità, gli effetti della disintermediazione e dell’automazione sulla forma del comunicato, e la domanda su che cosa possa realmente spostare il calcolo di convenienza degli attori in gioco.
Seguono una lista di controllo, tre esercizi svolti per esteso su comunicati costruiti, un glossario dei termini impiegati e una nota bibliografica.
PARTE PRIMA. CHE COS’È UN COMUNICATO STAMPA
1. Un genere che imita un altro genere
1.1 La forma
Il comunicato stampa possiede una forma codificata, insegnata nei corsi di comunicazione e riprodotta con notevole uniformità attraverso soggetti politicamente lontanissimi tra loro. I suoi tratti costitutivi sono cinque.
La struttura a piramide rovesciata. L’informazione ritenuta più rilevante è collocata in apertura; il dettaglio segue in ordine decrescente di importanza. La ragione storica di questo formato è tecnica — consentiva al tipografo di tagliare l’articolo dal fondo senza perdere l’essenziale — ma la sua funzione attuale è diversa: rende il testo troncabile a qualsiasi altezza, e quindi utilizzabile in qualunque spazio la redazione abbia disponibile.
La terza persona. Il comunicato parla del proprio emittente in terza persona («il consigliere ha dichiarato», «il gruppo ha presentato»), adottando la posizione enunciativa di un osservatore esterno. È una finzione grammaticale con effetti reali: sposta il testo dal registro della dichiarazione a quello della cronaca.
Il virgolettato. Ogni comunicato professionale contiene almeno una citazione diretta attribuita a una persona. La citazione non è, di norma, la trascrizione di parole pronunciate: è testo scritto dall’ufficio stampa e approvato dal soggetto citato. Il capitolo 14 discute per esteso le implicazioni di questa pratica.
L’assenza di marcatori di parzialità. Il testo evita le prime persone plurali militanti, gli appelli diretti al lettore, la punteggiatura enfatica. Un comunicato efficace non sembra propaganda: questo è precisamente il suo requisito professionale.
Il paratesto. Intestazione, logo, data, contatti, allegati, materiale fotografico. Il paratesto svolge una doppia funzione: accredita l’emittente presso la redazione e fornisce alla redazione gli elementi che le risparmiano di doverli produrre.
1.2 La funzione mimetica
Questi cinque tratti convergono verso un unico obiettivo funzionale: ridurre a zero il costo redazionale della pubblicazione. Ogni elemento che una redazione dovrebbe aggiungere — un titolo, una contestualizzazione, una fotografia, una verifica — è un costo; ogni costo riduce la probabilità di pubblicazione. Il comunicato professionale è un testo che ha già sostenuto quei costi al posto della redazione.
Da qui una proprietà che sta al centro di tutto il ragionamento: il criterio di qualità del comunicato, dal punto di vista di chi lo produce, è l’invisibilità della sua origine. Un comunicato riuscito è un comunicato che il lettore non riconosce come tale. Non si tratta di un’intenzione ingannevole in senso morale — è lo standard professionale del mestiere, insegnato come tale — ma il suo effetto sistemico è che una parte della comunicazione politica raggiunge il pubblico priva dell’etichetta che ne consentirebbe la corretta valutazione.
Il fenomeno ha un nome tecnico nella sociologia dei media: la de-marcatura della fonte. Un’affermazione priva dell’indicazione di chi la avanza viene elaborata dal lettore secondo criteri diversi da quelli che applicherebbe alla stessa affermazione attribuita. È il medesimo meccanismo, con segno invertito, che rende obbligatoria l’indicazione «messaggio elettorale» o «informazione pubblicitaria»: si riconosce, cioè, che la qualificazione della fonte è parte dell’informazione, e che la sua omissione non è neutra.
1.3 Il paradosso del genere
Da quanto precede si ricava una definizione paradossale ma esatta: il comunicato stampa è un genere testuale che raggiunge il proprio scopo nella misura in cui cessa di essere riconoscibile come genere. Diversamente dal manifesto, dal volantino, dallo spot elettorale — che dichiarano la propria natura e sono valutati per quello che sono — il comunicato ottiene il suo effetto migliore quando il lettore finale non sa di averlo letto.
Questa proprietà lo distingue nettamente dalle altre forme di comunicazione politica e giustifica una trattazione autonoma. Un manifesto che dichiara «Vota X» non inganna nessuno e non pone alcun problema epistemico: il lettore ne sconta integralmente la parzialità. Un articolo di giornale che riproduce senza attribuzione le affermazioni contenute in un comunicato pone invece un problema, perché il lettore applicherà a quelle affermazioni la fiducia che riserva alla testata e non quella che riserverebbe alla fonte.
Il trasferimento di credibilità dalla testata all’emittente è il vero prodotto della transazione, ed è ciò che l’emittente acquista fornendo contenuto gratuito.
1.4 Chi lo scrive: la catena di produzione
Un ulteriore elemento di opacità riguarda l’autore. Un comunicato firmato da un soggetto politico è quasi sempre il prodotto di una catena, i cui anelli tipici sono quattro.
Il soggetto rappresentato, che compare come autore e a cui il virgolettato è attribuito. Il suo contributo può variare dalla scrittura integrale all’approvazione di un testo altrui, fino — nei casi limite ma non rari — alla mera notifica successiva.
L’addetto stampa o il portavoce, che redige materialmente il testo. La sua posizione professionale è regolata, in Italia, dalla normativa e dalla deontologia esaminate al capitolo 4, e presenta un’ambiguità strutturale: nel caso degli uffici stampa istituzionali si tratta di giornalisti iscritti all’albo, tenuti a doveri di verità e completezza, che operano però al servizio di un soggetto che ha interesse a una rappresentazione favorevole.
Il consulente esterno o l’agenzia, presente nei soggetti di maggiori dimensioni e nelle fasi di campagna, che fornisce impostazione strategica, ricerca sul messaggio e talora il testo.
Il livello di coordinamento politico, che stabilisce la linea, i temi e i tempi, e senza il quale la sincronia dei comunicati provenienti da soggetti diversi della stessa area resterebbe inspiegabile.
Per il lettore, la conseguenza è che l’attribuzione formale del testo a una persona non identifica il soggetto che ne ha determinato il contenuto. È una difficoltà tecnica seria, che il capitolo 9 affronta come prima operazione del protocollo.
1.5 La nascita del genere
Il comunicato stampa ha una data di nascita convenzionale e un fondatore. Nell’ottobre del 1906, dopo un incidente ferroviario sulla linea per Atlantic City, Ivy Ledbetter Lee — consulente della compagnia coinvolta — anziché tentare di contenere le notizie, diffuse alla stampa un resoconto scritto dei fatti e invitò i giornalisti sul luogo dell’incidente. Il documento è comunemente indicato come il primo comunicato stampa moderno.1
L’episodio è istruttivo perché la logica che lo governa è opposta a quella che il genere ha assunto in seguito. Lee non forniva un testo per sostituire il lavoro dei giornalisti, ma per anticipare una versione dei fatti che sarebbe comunque stata ricostruita, e lo faceva accompagnandola con l’accesso diretto al luogo dell’incidente.
Ancora più significativa è la Declaration of Principles con cui Lee, nello stesso periodo, presentò la propria attività alle redazioni. Nella formulazione tramandata, il documento dichiarava che quello non era un ufficio stampa riservato, che tutto il lavoro era svolto alla luce del sole, che lo scopo era fornire notizie e non pubblicità, che l’identità del committente sarebbe stata resa nota su richiesta, e che il materiale trasmesso sarebbe stato accurato.2
Vale la pena osservare che queste dichiarazioni corrispondono quasi esattamente alla negazione delle condizioni (a) e (c) della definizione proposta al capitolo 7: identificabilità del mandante e dichiarazione della natura del testo escludono l’opacità; la disponibilità a rispondere esclude la chiusura del contraddittorio. Il fondatore del genere aveva enunciato, come proprio impegno professionale, precisamente la norma la cui violazione oggi ne costituisce il problema. Non si tratta di un paradosso storico ma di un’indicazione: la trasparenza sul mandante non è un requisito imposto dall’esterno alla comunicazione professionale, è un principio che la professione ha formulato per prima e che ha successivamente disatteso.
1.6 Un’eredità italiana: la velina
La lingua italiana del giornalismo conserva, per designare il testo fornito alle redazioni dall’esterno, una parola che porta con sé una storia specifica. Velina indicava il foglio d’ordine dattiloscritto su carta velina — sottile, perché consentiva di produrre più copie con una sola battitura interponendo la carta carbone — con cui il regime fascista trasmetteva ai giornali le disposizioni su che cosa pubblicare, che cosa tacere e in quali termini. La pratica, avviata in forma minore dalla metà degli anni Venti, diventa quotidiana e sistematica dai primi anni Trenta, si irrigidisce con il Ministero per la stampa e la propaganda e poi con il Ministero della cultura popolare, viene sospesa dopo il luglio 1943 e ripresa dalla Repubblica sociale, per cessare definitivamente il 24 aprile 1945.3
Nel dopoguerra il termine è sopravvissuto perdendo la connotazione autoritaria e passando a designare genericamente la notizia diffusa da un’agenzia o il testo fornito da una fonte.
Questa deriva semantica non è un dettaglio lessicale. Il passaggio da “direttiva del potere” a “testo fornito dalla fonte” registra, nella lingua, esattamente lo slittamento che questo saggio analizza: la trasformazione di un rapporto di comando esplicito in un rapporto di fornitura, che ottiene un risultato analogo — l’influenza sul contenuto — attraverso mezzi interamente compatibili con la libertà di stampa. Nel primo caso il giornale pubblicava perché doveva; nel secondo pubblica perché è conveniente. La differenza è enorme sul piano delle libertà pubbliche e non nulla, ma nemmeno decisiva, sul piano di ciò che il lettore riceve.
Che la lingua italiana abbia continuato a usare la stessa parola per le due cose è, forse, il riconoscimento implicito di una continuità funzionale che il mutamento istituzionale non ha del tutto cancellato.
2. Il sussidio informativo
2.1 Il concetto
Nel 1982 Oscar Gandy ha proposto il concetto di information subsidy per descrivere l’azione dei soggetti interessati a influenzare le decisioni pubbliche mediante la riduzione del costo che i giornalisti devono sostenere per ottenere informazione.4 L’argomento è economico e non morale: l’informazione ha un costo di produzione; chi desidera che una certa informazione circoli può sussidiarne la produzione, fornendola in forma già lavorata; poiché le redazioni operano sotto vincolo di risorse, tenderanno a utilizzare in misura maggiore l’informazione il cui costo marginale è più basso.
La forza del concetto sta nel fatto che non richiede di postulare alcuna cattiva fede né alcuna cattiva professionalità. Anche una redazione composta da giornalisti scrupolosi, in condizioni di scarsità, utilizzerà proporzionalmente più materiale sussidiato di quanto ne utilizzerebbe una redazione con risorse illimitate. Il risultato complessivo — una porzione crescente di agenda decisa da chi fornisce il sussidio — affiora dal funzionamento del sistema e non coincide con la somma di scelte individuali biasimevoli.
2.2 L’economia dello scambio
La transazione può essere descritta con precisione. La redazione dispone di uno spazio da riempire e di un tempo insufficiente a riempirlo con produzione originale. L’emittente dispone di contenuto e desidera visibilità. Lo scambio è: contenuto gratuito e pronto all’uso contro spazio e credibilità.
Tre osservazioni discendono da questa descrizione.
Il prezzo è pagato dal lettore. Nessuna delle due parti della transazione sostiene un costo diretto: la redazione risparmia lavoro, l’emittente ottiene visibilità. Il costo è sostenuto da un terzo assente al tavolo — il lettore, che riceve un contenuto la cui origine gli è ignota. È la struttura tipica di un’esternalità, e come tutte le esternalità non viene corretta dal funzionamento spontaneo dello scambio.
Va aggiunto che la frequenza dello scambio è cresciuta con l’affermarsi di ciò che Sidney Blumenthal ha descritto come campagna permanente: la condizione in cui la distinzione tra il tempo della competizione elettorale e il tempo del governo si dissolve, e l’attività di comunicazione diventa continua anziché stagionale.5 In parallelo, la letteratura sulla mediatizzazione della politica ha descritto il processo attraverso cui le organizzazioni politiche interiorizzano progressivamente la logica dei media, fino ad adottarne i criteri nella propria attività ordinaria.6
La quantità dell’offerta è illimitata, la capacità di assorbimento no. Il costo marginale di produzione di un comunicato in più è prossimo a zero per un ufficio stampa già esistente. Ne segue che l’offerta tende a crescere fino a saturare qualunque capacità di assorbimento, e che la selezione avviene per criteri diversi dalla rilevanza: prontezza, formato, relazione personale, riconoscibilità del mittente.
Il sussidio si concentra dove la scarsità è maggiore. Le redazioni con meno risorse sono quelle più dipendenti dal materiale fornito. Poiché in Italia le redazioni con meno risorse sono, tipicamente, quelle locali, ne discende che il peso relativo del comunicato è massimo esattamente dove la funzione di controllo democratico sarebbe più necessaria, cioè sul livello di governo più vicino al cittadino e meno presidiato dall’informazione nazionale.
2.3 Agenda building
Il concetto di sussidio informativo si collega a quello di agenda building, elaborato da Cobb ed Elder per descrivere il processo attraverso cui un tema entra nell’agenda istituzionale.7 Se l’agenda setting descrive l’effetto dei media sul pubblico, l’agenda building descrive il processo a monte: chi riesce a portare un tema sull’agenda dei media, e con quali risorse.
Nella prospettiva qui adottata, il comunicato stampa è lo strumento elementare dell’agenda building. La sua efficacia non si misura dalla persuasione prodotta su chi lo legge — che è spesso nulla — ma dalla probabilità che il tema che veicola entri nella discussione pubblica. Un comunicato che non convince nessuno ma ottiene che per tre giorni si parli di un certo argomento ha pienamente raggiunto il proprio scopo.
Sul piano analitico se ne ricava un avvertimento: giudicare un comunicato dalla sua forza persuasiva è un errore di categoria. Molti comunicati sono argomentativamente deboli, ripetitivi, privi di contenuto informativo; ciò non li rende inefficaci, perché la loro funzione è occupare spazio, non convincere.
2.4 L’asimmetria di accesso
L’ultimo elemento riguarda la distribuzione della capacità di sussidio, ed è quello democraticamente più rilevante.
Produrre comunicati con regolarità richiede risorse: una persona formata, tempo, una relazione consolidata con le redazioni, e — nel caso degli enti pubblici — una struttura prevista dalla legge. Ne segue che la capacità di alimentare il flusso è distribuita in modo fortemente disuguale. Dispongono di uffici stampa strutturati gli enti pubblici, i partiti maggiori, le associazioni di categoria, le imprese di dimensione medio-grande, i sindacati. Non ne dispongono, di norma, i comitati spontanei, le associazioni minori, i singoli cittadini organizzati, le minoranze politiche prive di rappresentanza istituzionale.
Ne discende una conseguenza distributiva precisa: a parità di risorse redazionali, la crescita del flusso di comunicati sposta la composizione dell’informazione pubblica a favore dei soggetti organizzati. Non perché qualcuno lo decida, ma perché il sussidio riduce il costo relativo di ciò che essi propongono.
L’osservazione non è nuova: la ricerca classica sulle fonti del giornalismo statunitense aveva già documentato, su base quantitativa, la preponderanza delle fonti istituzionali nella produzione delle notizie,8 e la sociologia delle redazioni ne ha individuato la ragione organizzativa: agganciare la raccolta a punti fissi del territorio istituzionale, che generano materiale a cadenza prevedibile.9
È un punto che merita di essere sottolineato perché rovescia una lettura corrente. Si tende a descrivere il rapporto tra uffici stampa e giornalismo come una questione di indipendenza professionale — se il giornalista «si faccia dettare» o no. La descrizione economica mostra che il problema è più profondo e non si risolve sul piano della virtù individuale: anche un giornalista perfettamente indipendente, se dispone di due ore per riempire una pagina, produrrà un’informazione la cui composizione riflette chi ha potuto sussidiarla.
3. Il churnalism e i suoi numeri
3.1 Che cosa si sa
Il termine churnalism — costruito su to churn, rimestare, macinare — è stato reso corrente da Nick Davies per designare la produzione giornalistica ottenuta rimaneggiando materiale già confezionato anziché mediante raccolta e verifica autonoma.10
Il fondamento empirico dell’argomento è una ricerca condotta dalla Cardiff School of Journalism su un campione di 2.207 articoli di quotidiani — quattro testate di qualità e una mid-market — e 402 servizi radiotelevisivi, raccolti in due settimane campione del 2006. Gli stessi dati sono stati pubblicati in sede scientifica dal gruppo di ricerca.11
Due risultati vanno tenuti distinti. Il primo, di cui l’articolo scientifico dà conto, è che oltre il 60% degli articoli di stampa derivava interamente o prevalentemente da materiale di agenzia e di relazioni pubbliche, con un’ulteriore quota che ne conteneva elementi riconoscibili. Il secondo, nella formulazione divulgativa che Davies ha reso celebre, è che soltanto il 12% degli articoli risultava dimostrabilmente fondato su materiale che il giornalista avesse verificato o indagato in proprio.12
Occorrono tre precisazioni, che valgono anche come prima prova sul campo del metodo esposto più avanti.
Prima: il perimetro. Lo studio riguarda il Regno Unito e un segmento specifico (la stampa di qualità), in un anno determinato. La sua estensione ad altri sistemi mediali è un’ipotesi, non un dato.
Seconda: la classificazione. La distinzione tra materiale «pre-confezionato» e materiale «proprio» richiede criteri operativi discutibili. Un articolo che parte da un comunicato ma aggiunge due verifiche e una fonte contraria è pre-confezionato o originale? La risposta dipende da una convenzione, e convenzioni diverse producono percentuali diverse.
Terza: la direzione dell’inferenza. Il dato misura l’origine del materiale, non la sua falsità. Un’informazione fornita da un ufficio stampa può essere perfettamente vera, e spesso lo è. Il problema non è la veridicità del singolo elemento, ma il fatto che la selezione di ciò che viene detto sia compiuta da chi ha interesse a ciò che se ne conclude.
Quest’ultima precisazione è la più importante e viene regolarmente fraintesa in entrambe le direzioni: da chi usa il dato per accusare i giornalisti di riprodurre falsità, e da chi lo respinge osservando che i comunicati non contengono falsità. Entrambe le posizioni mancano il punto. La selezione è la variabile, non la veridicità.
3.2 Perché il dato italiano non esiste
L’Italia non dispone di una ricerca sistematica e aggiornata equivalente a quella britannica. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni conduce un Osservatorio sul giornalismo che rileva periodicamente condizioni di lavoro, uso delle fonti e percezione dell’autonomia professionale; l’edizione più recente è stata avviata nell’ottobre 2025, con pubblicazione dei risultati annunciata per la primavera successiva — alla data di chiusura di questo lavoro non ancora disponibile — e include tra i temi l’accesso alle fonti e l’organizzazione del lavoro.13 Non esiste però, allo stato, una misurazione pubblica della quota di contenuto giornalistico italiano derivante da materiale pre-confezionato.
L’assenza non è neutra e merita di essere trattata come un dato. Essa comporta tre conseguenze.
La prima è che qualunque affermazione quantitativa sul peso dei comunicati nell’informazione italiana — in un senso o nell’altro — è, allo stato, una congettura. Chi sostiene che «i giornali pubblicano i comunicati senza leggerli» e chi sostiene che «i comunicati vengono sempre verificati» stanno entrambi affermando qualcosa che nessuno ha misurato.
La seconda è che il dibattito su questo tema si svolge necessariamente sul terreno dell’aneddoto, che è il terreno su cui vincono le posizioni più drastiche.
La terza, e la più rilevante, è che la misurazione sarebbe tecnicamente semplice. Confrontare automaticamente il testo dei comunicati diffusi in un territorio con il testo degli articoli pubblicati nello stesso periodo è un’operazione alla portata di strumenti già esistenti; esperimenti internazionali in questa direzione — sistemi che confrontano automaticamente articoli e comunicati e ne calcolano la sovrapposizione — sono stati realizzati e documentati in sede scientifica oltre un decennio fa.14 Che una misura del genere non esista per l’Italia non dipende da un ostacolo tecnico ma dall’assenza di un soggetto interessato a produrla: la trasparenza sul grado di sussidio è l’unico dato che nessuno dei due contraenti della transazione ha interesse a rendere pubblico.
3.3 Le condizioni redazionali
Il consumo di materiale sussidiato non dipende dalla disposizione morale dei giornalisti ma da tre condizioni strutturali, tutte peggiorate negli ultimi due decenni.
La contrazione degli organici. Meno giornalisti producono più contenuto. La produttività individuale richiesta è cresciuta in modo tale che il tempo disponibile per singolo pezzo si è ridotto a una frazione di quello di riferimento nel giornalismo pre-digitale.
Il ciclo continuo. La pubblicazione non ha più un’edizione, ma un flusso. Ne segue che l’unità di tempo rilevante non è più la giornata ma i minuti, e che il vantaggio competitivo si sposta dalla qualità della verifica alla rapidità della pubblicazione — cioè verso il materiale già pronto.
La misurazione dell’audience in tempo reale. La disponibilità di metriche immediate sposta la valutazione del pezzo dal criterio professionale a quello del traffico generato. Il materiale sussidiato, che costa nulla, ha un rendimento per unità di costo strutturalmente superiore a quello del materiale prodotto.
Queste tre condizioni non descrivono una degenerazione della professione: descrivono un mutamento delle condizioni economiche entro cui essa opera. Ogni proposta di rimedio che non le consideri — e in particolare ogni appello alla responsabilità individuale del giornalista — è destinata all’inefficacia, per la stessa ragione per cui un appello alla parsimonia non riduce l’inflazione.
3.4 Il caso limite: la redazione locale
Nel giornalismo di prossimità le tre condizioni si presentano nella forma più acuta, e a esse se ne aggiungono due specifiche.
L’asimmetria di struttura. Un comune di medie dimensioni dispone, per legge, di un ufficio stampa; i gruppi consiliari dispongono di risorse per la comunicazione; le aziende partecipate hanno propri addetti. Dall’altra parte, la testata locale può contare su un organico di poche unità. Il rapporto tra capacità di produzione di comunicati e capacità di verifica è, sul territorio, strutturalmente sfavorevole alla verifica.
La relazione personale. Il rapporto tra chi emette e chi pubblica non è anonimo. L’addetto stampa e il cronista si conoscono, si incontrano, hanno rapporti che durano anni. Questo produce effetti in entrambe le direzioni: facilita l’accesso e la verifica informale, ma rende costoso il rifiuto e ancor più costosa la contestazione pubblica.
Ne discende la formulazione più netta dell’intero capitolo: il livello di governo su cui il controllo giornalistico è più necessario è anche quello su cui il rapporto di forze tra emissione e verifica è più squilibrato. È il motivo per cui la Parte quinta dedica al giornalismo locale un capitolo autonomo.
4. Il quadro istituzionale italiano
L’ordinamento italiano contiene una disciplina della comunicazione pubblica che, sulla carta, traccia con notevole precisione i confini che questo saggio cerca di rendere operativi. La sua ricostruzione è necessaria perché fornisce al lettore criteri normativi — e quindi verificabili — là dove altrimenti si dovrebbe ricorrere al giudizio.
4.1 La legge 150/2000: tre attività distinte
La legge 7 giugno 2000, n. 150, tuttora legge quadro in materia, disciplina le attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni.15
L’articolo 1, comma 4, distingue tre attività: l’informazione ai mezzi di comunicazione di massa, attraverso stampa, audiovisivi e strumenti telematici; la comunicazione esterna rivolta ai cittadini, singoli e associati, e ad altri enti; la comunicazione interna, realizzata nell’ambito di ciascun ente.
L’articolo 6 stabilisce la corrispondenza con le strutture, e va riportato con precisione perché è frequentemente riassunto in modo inesatto: le attività di informazione si realizzano attraverso il portavoce e l’ufficio stampa; quelle di comunicazione attraverso l’ufficio per le relazioni con il pubblico (URP), la cui attività è indirizzata a garantire l’esercizio dei diritti di informazione, di accesso e di partecipazione.
La ripartizione non è dunque una corrispondenza uno-a-uno tra le tre attività e tre strutture: portavoce e ufficio stampa stanno insieme dal lato dell’informazione, e sono distinti tra loro non per tipo di attività ma per compiti e per regime giuridico — che è ciò di cui si occupa il paragrafo seguente.
Le finalità sono enumerate all’articolo 1, comma 5: illustrare e favorire la conoscenza delle disposizioni normative; illustrare le attività delle istituzioni e il loro funzionamento; favorire l’accesso ai servizi; promuovere conoscenze allargate su temi di rilevante interesse pubblico e sociale; favorire processi interni di semplificazione e conoscenza dell’avvio dei procedimenti; e — lettera f) — promuovere l’immagine delle amministrazioni, nonché quella dell’Italia, in Europa e nel mondo.
L’ultima finalità va letta con attenzione, perché è precisamente quella su cui si innesta il problema esaminato al § 4.3. La legge consente la promozione dell’immagine dell’amministrazione; non contempla la promozione dell’immagine degli organi di vertice che pro tempore la dirigono. La distinzione tra l’ente e la persona che lo governa è sottile nella pratica e netta nel diritto, ed è il cardine su cui l’intera architettura della legge 150 si regge: l’immagine dell’ente è un bene collettivo che sopravvive ai mandati, quella del vertice è un interesse personale che decade con essi.
4.2 La linea di confine: l’ufficio stampa e il portavoce
La distinzione più rilevante ai nostri fini è quella tra due figure che la legge tiene rigorosamente separate.
L’ufficio stampa (art. 9) è costituito da personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti ed è diretto da un capo ufficio stampa che cura i collegamenti con gli organi di informazione, assicurando il massimo grado di trasparenza, chiarezza e tempestività delle comunicazioni. È una struttura amministrativa, il cui personale è vincolato dalla deontologia professionale.
Il portavoce (art. 7) coadiuva l’organo di vertice dell’amministrazione con compiti di diretta collaborazione ai fini dei rapporti di carattere politico-istituzionale. È una figura fiduciaria, legata alla persona che ricopre la carica, e la legge stabilisce per essa un regime di incompatibilità: per la durata dell’incarico, il portavoce non può esercitare attività nei settori radiotelevisivo, del giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche.
La legge non definisce in termini generali la differenza di oggetto tra le due figure: distingue i compiti (art. 7 e art. 9) e il regime di incompatibilità. Se ne può però ricavare — ed è una lettura di chi scrive, non il testo della norma — una formula sintetica: l’ufficio stampa comunica ciò che l’ente fa; il portavoce comunica ciò che il vertice politico pensa. Il primo produce informazione istituzionale, che appartiene alla collettività e sopravvive a chi governa; il secondo produce comunicazione politica, che appartiene a un soggetto e decade con il suo mandato.
Il regime di incompatibilità del portavoce non è un dettaglio: la legge presuppone che le due funzioni siano incompatibili nella stessa persona, perché l’una richiede fedeltà a un mandato politico e l’altra un dovere professionale di verità e completezza che non ammette condizionamenti di parte.
4.3 La zona grigia
La ricostruzione normativa consente di individuare con precisione dove si colloca il problema pratico. Il comunicato che pone difficoltà interpretative non è quello del partito — che è dichiaratamente di parte e viene valutato come tale — né quello dell’ufficio stampa che annuncia l’apertura di uno sportello. È il comunicato istituzionale che svolge funzione politica: emesso dalla struttura dell’ente, con il logo dell’ente, a spese dell’ente, ma costruito in modo da attribuire un merito al vertice politico che pro tempore lo dirige.
I marcatori di questo scivolamento sono riconoscibili e verificabili:
- la presenza del nome e della fotografia dell’organo di vertice in un testo che riguarda un atto amministrativo;
- il virgolettato politico all’interno di un comunicato di servizio;
- l’uso della prima persona plurale («abbiamo ottenuto», «abbiamo voluto») in luogo dell’attribuzione impersonale all’ente;
- il riferimento a un’amministrazione precedente o a un avversario;
- la valutazione dell’operato («un risultato storico») accanto alla comunicazione del fatto.
Ciascuno di questi elementi è, isolatamente, comune e non necessariamente illegittimo. La loro concentrazione segnala che la struttura pubblica sta producendo, con risorse pubbliche, comunicazione di parte — ed è precisamente la situazione che la separazione tra le due figure della legge 150 mira a prevenire.
4.4 La Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa
Il versante deontologico è oggi presidiato dal Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, adottato dal Consiglio nazionale dell’Ordine l’11 dicembre 2024 ed entrato in vigore il 1° giugno 2025, che si qualifica come unico riferimento deontologico della professione e sostituisce il precedente Testo unico dei doveri del giornalista.16
L’articolo 32 è dedicato agli uffici stampa e impone al giornalista che vi opera di separare il proprio ruolo da quello di altri soggetti che operano nel campo della comunicazione o del marketing, di non svolgere durante l’incarico attività che generino conflitti di interesse, e di garantire il pieno rispetto della dialettica e del pluralismo nelle istituzioni assembleari.
L’ultimo obbligo merita di essere sottolineato, perché è specifico e verificabile: l’ufficio stampa di un’assemblea elettiva è tenuto al pluralismo, e quindi a dare conto anche delle posizioni di minoranza. È una norma professionale la cui applicazione un giornalista può controllare sull’archivio dei comunicati dell’ente, contando quante volte le minoranze vi compaiano.
Il Codice recepisce e aggiorna un percorso avviato dalla Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa del 25 marzo 2010, che aveva formulato per prima i principi rilevanti ai nostri fini: uniformare il comportamento al principio dell’autonomia dell’informazione; riportare le posizioni in modo corretto e completo, senza censure né forzature; rettificare tempestivamente errori o inesattezze; non subordinare la responsabilità verso i cittadini a ragioni particolari, di parte o di interesse economico; mantenere una netta separazione tra il compito giornalistico e le funzioni di relazioni pubbliche, marketing e pubblicità.17
Ne discende una conseguenza che merita di essere resa esplicita: in Italia, il comunicato di un ufficio stampa istituzionale è redatto da un professionista tenuto a doveri di verità e completezza, sanzionabili disciplinarmente. Non è, giuridicamente, un documento pubblicitario. Questo distingue nettamente la situazione italiana da sistemi in cui la comunicazione pubblica è affidata a professionalità di marketing, e la disciplina, se applicata, costituisce una garanzia significativa. La distanza tra la norma e la pratica è, naturalmente, una questione empirica.
4.5 La par condicio e il divieto in periodo elettorale
Un ultimo elemento riguarda la fase elettorale. L’articolo 9 della legge 22 febbraio 2000, n. 28, stabilisce che dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione, ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale e indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni.18
La disciplina è stata oggetto di numerose interpretazioni e di aggiornamenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha pubblicato risposte a quesiti ricorrenti sull’ambito del divieto.19 I due criteri fissati dalla norma — impersonalità e indispensabilità — sono direttamente rilevanti per la lettura dei comunicati, perché forniscono un test normativo applicabile anche fuori dal periodo elettorale come indicatore di natura del testo:
Il comunicato sarebbe stato ammissibile in periodo elettorale? È impersonale? È indispensabile all’esercizio della funzione?
Un comunicato istituzionale che non superi questo test in periodo ordinario non è per ciò stesso illegittimo — il divieto vale solo in campagna elettorale — ma la sua natura è resa evidente: si tratta di comunicazione che l’ordinamento stesso considera capace di influenzare il voto, e che quindi non è, in senso proprio, informazione di servizio.
Questo test è, a giudizio di chi scrive, il più utile tra quelli disponibili al lettore italiano, perché non richiede alcun giudizio soggettivo: richiede di applicare a un testo un criterio che il legislatore ha già formulato.
4.6 Che cosa il quadro protegge e che cosa non protegge
La ricostruzione consente un bilancio.
Il quadro normativo e deontologico italiano protegge: la separazione tra struttura tecnica e vertice politico; la qualificazione professionale di chi redige i comunicati istituzionali; l’obbligo di verità e rettifica; l’imparzialità della comunicazione pubblica nella fase elettorale.
Non protegge, e non potrebbe farlo senza comprimere la libertà di espressione: la comunicazione dei partiti e dei singoli politici, che è libera e deve restare tale; l’uso dei canali propri (siti, profili social, newsletter), che non è comunicazione istituzionale in senso tecnico; la selezione dei fatti da comunicare, che resta nella disponibilità dell’emittente; e soprattutto la ripubblicazione non attribuita da parte delle testate, che è la fase in cui il problema descritto nel capitolo 1 si realizza.
L’ultima omissione è la più importante. La disciplina si occupa di chi produce il comunicato; il punto in cui il testo perde la propria etichetta è però quello della pubblicazione, e lì l’unico presidio è la deontologia della testata. La catena normativa si spezza proprio nel punto in cui il problema si produce. Le pratiche redazionali di cui tratta la Parte quinta non sono perciò un’appendice del ragionamento: ne sono il luogo di applicazione.
PARTE SECONDA. PROPAGANDA: IL CONCETTO
5. Storia e usi di un termine
5.1 L’origine istituzionale
Il termine ha un’origine istituzionale precisa e non peggiorativa. Nel 1622 Gregorio XV istituisce la Congregatio de Propaganda Fide, l’organo incaricato della diffusione della fede cattolica nei territori di missione. Propaganda è il gerundivo latino di propagare: ciò che deve essere diffuso. Per due secoli il termine designa un’attività di diffusione organizzata, senza alcuna connotazione negativa.
Lo slittamento semantico avviene tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, quando l’espressione viene applicata alla mobilitazione dell’opinione pubblica su scala industriale. È l’esperienza bellica — con i suoi apparati statali dedicati e la scoperta della manipolabilità dell’opinione di massa — a caricare il termine della connotazione che porta ancora.
Vale la pena osservare che il termine è nato per designare un’attività dichiarata. La Propaganda Fide non nascondeva né la propria esistenza né il proprio scopo. Lo slittamento non riguarda dunque la diffusione organizzata di un messaggio, che di per sé è neutra, ma qualcosa che si è aggiunto nel Novecento: l’occultamento della fonte, del metodo o del fine.
5.2 Lasswell e la definizione tecnica
Harold Lasswell, nel primo studio sistematico del fenomeno, definisce la propaganda come il controllo dell’opinione mediante simboli significativi — narrazioni, immagini, formule — e ne analizza gli obiettivi ricorrenti nella propaganda bellica: mobilitare l’odio contro il nemico, preservare l’amicizia degli alleati, procurare la cooperazione dei neutrali, demoralizzare l’avversario.20
Due elementi della trattazione di Lasswell restano validi. Il primo è metodologico: la propaganda è un fenomeno analizzabile tecnicamente, con categorie descrittive, e non solo un oggetto di condanna morale. Il secondo è sostanziale: la propaganda opera prevalentemente per selezione e amplificazione di simboli, non per fabbricazione di menzogne. È un punto su cui converge tutta la letteratura successiva e che l’uso corrente continua a ignorare.
5.3 Bernays e l’ingegneria del consenso
Edward Bernays, che rivendica il termine senza imbarazzo nel volume che lo intitola così, sostiene che la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse sia un elemento costitutivo delle società democratiche, e che coloro che la esercitano costituiscano un governo invisibile ma reale.21 Nella formulazione successiva parlerà di engineering of consent.
La posizione di Bernays è teoricamente importante per una ragione che eccede il giudizio che se ne dia: egli descrive la propaganda come una funzione necessaria e non come un’anomalia. In una società di massa, argomenta, l’opinione pubblica non si forma spontaneamente; qualcuno la organizza; la questione non è se ciò debba avvenire ma chi lo faccia e con quali scopi.
Questa impostazione ha un merito analitico e un rischio. Il merito è che rende visibile ciò che l’ipotesi ingenua dell’opinione spontanea nasconde. Il rischio è che, se ogni formazione dell’opinione è organizzata, la distinzione tra comunicazione legittima e propaganda si dissolve — ed è esattamente questa dissoluzione che il presente saggio intende evitare.
5.4 Perché l’uso corrente è inservibile
Nell’uso ordinario italiano «propaganda» designa la comunicazione politica dell’avversario. La propria è «informazione», «chiarimento», «doverosa precisazione», «controinformazione».
Configurato così, il termine non serve a nulla sul piano dell’analisi. Le ragioni sono tre.
Non discrimina. Se propaganda è qualunque comunicazione di parte, allora tutta la comunicazione politica è propaganda, e il termine non individua nulla.
Non è simmetrico. Chi lo impiega lo rivolge verso l’esterno del proprio campo, con regolarità pressoché statistica.
Confonde piani distinti. L’uso corrente sovrappone almeno tre giudizi che sono logicamente indipendenti: che l’affermazione sia falsa; che sia di parte; che sia manipolatoria nella forma. Un’affermazione può essere vera, dichiaratamente di parte e non manipolatoria (una legittima rivendicazione politica); falsa e non manipolatoria (un errore); vera, di parte e manipolatoria (una selezione costruita per impedire la verifica). Fondere i tre giudizi in un’unica imputazione impedisce di pesarli uno per uno: è da questa sovrapposizione che l’accusa trae insieme la propria comodità d’uso e la propria inutilità conoscitiva.
6. Le teorie
6.1 Ellul: la propaganda come ambiente
Il contributo di Jacques Ellul è quello che più radicalmente rompe con il senso comune, ed è per questo il più utile.22
La sua tesi centrale è che la propaganda moderna non operi principalmente attraverso la menzogna, ma attraverso la saturazione: non è un messaggio ma un ambiente, che agisce per continuità e ripetizione e la cui efficacia dipende dalla quantità e dalla persistenza più che dal contenuto del singolo atto. Ne segue che l’analisi del singolo messaggio è quasi sempre inconcludente: preso isolatamente, ogni elemento appare innocuo e frequentemente veritiero.
Ellul distingue inoltre tra propaganda di agitazione, che mira a mobilitare per un’azione determinata, e propaganda di integrazione, che mira a stabilizzare l’adesione e a rendere il soggetto conforme all’ambiente. La seconda è la forma tipica delle società sviluppate: non chiede di fare qualcosa, chiede di essere qualcosa.
Un terzo elemento è il più contro-intuitivo: secondo Ellul, i soggetti più esposti alla propaganda non sono gli ignoranti ma gli informati, perché la propaganda richiede un pubblico che consumi informazione, che abbia opinioni su questioni di cui non ha esperienza diretta e che senta il bisogno di posizionarsi. Un pubblico indifferente è, per la propaganda, irraggiungibile.
L’applicazione al nostro oggetto è immediata. Il comunicato stampa isolato è quasi sempre irrilevante: rivendica un risultato, denuncia un ritardo, annuncia un’iniziativa. La sua funzione si realizza nella serie: nel fatto che ogni settimana, per anni, un flusso costante di testi costruisca la presenza di un soggetto, l’associazione stabile tra il suo nome e un tema, la disponibilità della sua posizione su qualunque argomento. Analizzare un comunicato senza considerare la serie a cui appartiene è come valutare un fotogramma per giudicare un film.
6.2 La definizione per intenzione
Garth Jowett e Victoria O’Donnell propongono una definizione divenuta canonica: la propaganda è il tentativo deliberato e sistematico di plasmare le percezioni, manipolare le cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisce l’intento desiderato dal propagandista.23
La definizione è precisa e ha il pregio di distinguere la propaganda dalla persuasione: quest’ultima è transazionale — mira a soddisfare i bisogni sia del persuasore sia del persuaso — mentre la propaganda serve l’intento del solo emittente.
Ha però un limite operativo decisivo per i nostri fini: richiede di accertare un’intenzione, e l’intenzione non è osservabile. Un analista che debba stabilire se un testo sia propaganda dovrebbe stabilire che cosa il suo autore volesse ottenere, e in assenza di confessione può soltanto inferirlo dall’effetto — con un ragionamento circolare. La definizione operativa proposta al capitolo 7 evita deliberatamente questa dipendenza.
6.3 Il modello propagandistico e i suoi limiti
Edward Herman e Noam Chomsky hanno proposto un modello che spiega l’orientamento sistematico dell’informazione statunitense mediante cinque filtri: la proprietà concentrata, la dipendenza dalla pubblicità, la dipendenza dalle fonti ufficiali, il costo delle reazioni negative e un’ideologia di riferimento.24
Il terzo filtro — la dipendenza dalle fonti ufficiali — è quello direttamente pertinente al nostro tema, e coincide sostanzialmente con l’analisi del sussidio informativo esposta al capitolo 2: le organizzazioni dotate di risorse forniscono un flusso continuo e a basso costo, e ne ricavano un accesso privilegiato alla definizione degli eventi.
Il modello è stato criticato su tre fronti, e le critiche vanno riportate. Presuppone un’omogeneità dell’esito che l’evidenza empirica non sempre conferma; è difficilmente falsificabile, poiché gli scostamenti dal risultato atteso possono essere sempre riassorbiti come eccezioni funzionali; ed è tarato su un sistema mediale — quello statunitense degli anni Ottanta — assai diverso da altri, compreso quello italiano, in cui il parallelismo politico dei media e la presenza di un servizio pubblico modificano radicalmente i termini.
Se ne trattiene, ai fini di questo saggio, il solo elemento robusto e verificabile: l’esistenza di un filtro strutturale legato al costo relativo delle fonti, che non richiede alcuna ipotesi cospirativa e che è documentabile su base economica.
6.4 La propaganda che mina
Il contributo teoricamente più fecondo per il nostro tema è quello di Jason Stanley, che distingue due forme.25
La prima è la supporting propaganda, che promuove un fine mediante mezzi emotivi che aggirano il ragionamento, ma senza contraddire l’ideale che invoca.
La seconda — e decisiva — è la undermining propaganda: un contributo al discorso pubblico che si presenta nel vocabolario di un ideale politico, ma che di fatto tende a erodere quello stesso ideale. È il caso di un appello alla libertà che serve a giustificare una restrizione, di un richiamo alla trasparenza che copre un’opacità, di un’invocazione della competenza che squalifica il dissenso qualificato.
L’analisi di Stanley ha due implicazioni che il presente lavoro adotta.
Prima: la propaganda non richiede falsità. Un enunciato interamente vero può minare l’ideale che invoca, e lo fa attraverso ciò che presuppone e ciò che rende non dicibile, non attraverso ciò che asserisce.
Seconda: la propaganda è riconoscibile per la discrepanza tra l’ideale invocato e l’effetto prodotto sull’esercizio di quell’ideale. È un criterio verificabile: si può chiedere se un testo che invoca la trasparenza renda più o meno agevole al lettore verificare ciò che afferma. Questa è, precisamente, l’operazione che il protocollo della Parte terza rende sistematica.
6.5 Agire comunicativo e agire strategico
Un’ultima coordinata teorica è fornita dalla distinzione habermasiana tra agire comunicativo, orientato all’intesa e quindi esposto alla possibilità che l’interlocutore chieda ragioni, e agire strategico, orientato al successo e quindi indifferente alla condivisione delle ragioni.26
La distinzione non implica che l’agire strategico sia illegittimo: la politica ne è costitutivamente intrisa, e una concezione che pretendesse di espungerlo sarebbe irrealistica. Fornisce però il criterio che orienta la definizione proposta nel capitolo seguente: la differenza rilevante non è tra chi persegue un fine e chi no — tutti perseguono fini — ma tra chi resta esposto alla richiesta di ragioni e chi costruisce il proprio messaggio in modo da renderla impossibile.
7. Una definizione operativa
7.1 I requisiti
La definizione che segue deve soddisfare quattro requisiti.
Indipendenza dall’orientamento. I criteri non devono dare per scontata alcuna posizione di merito: due osservatori collocati agli antipodi devono poterli applicare e ottenere lo stesso risultato.
Indipendenza dall’intenzione. I criteri devono riguardare proprietà osservabili del testo e del suo contesto, non stati mentali dell’autore.
Congiunzione. Le condizioni devono valere tutte insieme, così che il concetto resti stretto e non finisca per inghiottire qualunque testo schierato.
Perimetro dichiarato. Accanto alla definizione va scritto per esteso che cosa ne resta fuori a pieno titolo.
7.2 La proposta
Definizione. Un testo di comunicazione politica è propaganda se, e soltanto se, presenta tutte e quattro le caratteristiche elencate qui sotto:
(a) Opacità del mandante. Il destinatario non è posto in condizione di sapere chi ha prodotto il testo, per conto di chi, e con quali risorse. Rientrano in questa condizione l’occultamento dell’origine, l’attribuzione a soggetti terzi fittizi o costituiti allo scopo, e la diffusione tramite canali che cancellano l’etichetta della fonte.
(b) Inverificabilità costruita. Le affermazioni fattuali sono formulate in modo da non poter essere controllate: senza riferimento all’atto, senza fonte del dato, senza denominatore, senza data, senza indicazione di ciò che consentirebbe la verifica — pur avendo, il testo, la forma dell’asserzione fattuale.
(c) Chiusura del contraddittorio. Il testo è costruito in modo da rendere la replica impossibile o costosa: mediante squalifica preventiva di chi obietterà, mediante l’imputazione all’avversario di posizioni che non ha sostenuto, o mediante formulazioni che qualificano in anticipo ogni obiezione come conferma della tesi.
(d) Assenza di impegno esposto. Il testo non espone l’emittente ad alcun impegno verificabile: non contiene un termine, una quantità, una condizione al cui mancato verificarsi si possa in seguito richiamarlo. È costruito per non poter essere smentito dagli eventi.
Il vincolo congiuntivo non è un dettaglio formale. Una sola caratteristica, isolata dalle altre, individua fenomeni diversi e molto meno gravi:
- la sola (a) descrive un difetto di trasparenza, che può derivare da trascuratezza o dalle prassi del canale;
- la sola (b) descrive la genericità, che è il vizio più diffuso della comunicazione politica e spesso il prodotto della fretta;
- la sola (c) descrive l’aggressività polemica, che è sgradevole ma perfettamente legittima;
- la sola (d) descrive la vaghezza programmatica, endemica in ogni sistema politico.
Solo quando le quattro compaiono insieme si ha un oggetto di natura diversa: un testo che ha la forma dell’informazione ed è congegnato, in ognuna delle sue parti, per restare fuori dalla portata di chi lo legge.
Si osservi la struttura sottostante alle quattro condizioni. Ciascuna elimina una delle quattro domande che un cittadino può rivolgere a un testo politico: chi lo dice (a), è vero (b), posso rispondere (c), potrò chiedertene conto (d). La propaganda, nella definizione qui proposta, è la comunicazione politica che ha disattivato tutte e quattro le domande.
7.3 Che cosa resta fuori
Non costituisce propaganda, e non deve essere qualificato come tale:
- Sostenere una posizione di parte in modo dichiarato. L’unilateralità è la condizione normale della comunicazione politica; il pluralismo si realizza tra i testi, non dentro ciascuno di essi.
- Rivendicare un risultato, quando l’atto a cui si riferisce è indicato e verificabile.
- Attaccare un avversario, anche duramente, su posizioni che ha effettivamente sostenuto e citando dove.
- Semplificare. La divulgazione richiede semplificazione; il criterio non è la completezza, ma se ciò che si omette sia necessario a valutare ciò che si afferma.
- Ripetere. La ripetizione è una tecnica comunicativa legittima e inevitabile.
- Usare il linguaggio emotivo. La politica riguarda cose di cui è ragionevole avere emozioni.
- Rivolgersi ai propri sostenitori. La mobilitazione interna è una funzione ordinaria delle organizzazioni politiche, purché il testo non si presenti come informazione generale.
- Comunicare molto. Il volume, di per sé, non qualifica nulla.
L’elenco non è un accessorio. È il punto della definizione che pesa di più sul piano politico, perché è lì che si stabilisce quale spazio resti intoccabile alla libertà di parola in politica. Una teoria della propaganda priva di questo perimetro finisce, prima o poi, per coprire tutto ciò che dicono gli avversari — ed è l’uso che se ne fa abitualmente.
7.4 Quattro configurazioni incerte
Quattro configurazioni non sono risolte automaticamente dalla definizione e richiedono un giudizio motivato.
Il comunicato istituzionale con virgolettato politico. Ricorre la condizione (a)? Formalmente no: l’emittente è dichiarato. Sostanzialmente sì, in parte: il testo si presenta come informazione di servizio e veicola valutazione politica, e il destinatario non è posto in condizione di distinguere le due componenti. Si tratta di un caso in cui (a) è integrata nella modalità, non nell’identità: non è nascosto chi parla, è nascosto in quale veste. Il test dell’articolo 9 della legge 28/2000 (§ 4.5) è, in questi casi, dirimente.
Il dato vero ma incompleto. Un comunicato che riporta correttamente una cifra omettendo il termine di paragone integra (b)? La risposta dipende da un criterio: se l’elemento omesso è necessario per valutare l’affermazione e l’emittente ne dispone, l’omissione costruisce l’inverificabilità; se l’omissione riguarda un elemento accessorio, no. Il criterio non elimina il giudizio, ma lo rende motivabile e contestabile.
L’annuncio di un’intenzione. Dichiarare che si intende fare qualcosa non è, di per sé, assenza di impegno esposto: le intenzioni sono contenuto politico legittimo. La condizione (d) è integrata quando l’intenzione è formulata in modo da non poter mai risultare disattesa: senza termine, senza quantità, senza condizione. «Ci impegneremo per la sicurezza dei cittadini» non è un impegno; «chiederemo lo stanziamento di X entro il bilancio di previsione» lo è.
Il testo di parte diffuso su canale proprio. Un post sul profilo di un partito è dichiaratamente di parte: (a) non ricorre. Ciò non impedisce che ricorrano (b), (c) e (d), ma in assenza di (a) la definizione non è integrata. La qualificazione richiede tutte e quattro le condizioni, e questo esclude dalla nozione la gran parte della comunicazione politica ordinaria — il che è il risultato voluto.
8. Perché la distinzione conta
Si potrebbe obiettare che la distinzione qui proposta sia oziosa: se la comunicazione politica è comunque interessata, che differenza fa qualificarne una parte come propaganda?
La risposta è che la differenza è istituzionale e non morale, e riguarda tre condizioni di funzionamento della democrazia rappresentativa.
La prima è la responsabilità elettorale. Il meccanismo fondamentale della rappresentanza è che gli elettori possano valutare retrospettivamente ciò che i rappresentanti hanno fatto rispetto a ciò che avevano annunciato. Questo meccanismo richiede che gli annunci siano verificabili e archiviati. Una comunicazione politica sistematicamente costruita per non esporre impegni verificabili non è semplicemente sgradevole: disattiva il principale strumento di controllo di cui gli elettori dispongono.
La seconda è la formazione di un’opinione informata. La teoria democratica non richiede che i cittadini siano esperti, ma richiede che possano, quando lo desiderino, risalire dalle affermazioni ai fatti. Una comunicazione costruita per rendere impossibile quella risalita non riduce soltanto la qualità del dibattito: rende il dibattito strutturalmente irrisolvibile, perché nessun accertamento può cambiare la posizione di nessuno.
La terza è la parità delle armi. Se la comunicazione che si sottrae al controllo è competitivamente superiore a quella che vi si espone — perché è più rapida, più netta, meno vincolata — allora la selezione premia sistematicamente la prima. Nel medio periodo, gli attori che accettano il vincolo della verificabilità sono svantaggiati, e il livello medio della comunicazione politica si abbassa senza che nessuno lo abbia deciso.
È questo il vero contenuto della distinzione: non un giudizio sulla moralità degli attori, ma la constatazione che una parte della comunicazione politica erode le condizioni che rendono possibile la comunicazione politica stessa. È, nel vocabolario di Stanley, propaganda che mina: si presenta nel linguaggio dell’informazione e riduce la capacità dei cittadini di informarsi.
PARTE TERZA. IL PROTOCOLLO DI LETTURA
Le dieci operazioni che seguono formano una procedura di pesatura dell’enunciato: mostrano fin dove un comunicato consenta di spingersi e in quale punto la sua confezione ecceda ciò che contiene. Seguono un ordine logico e sono cumulative: già le prime tre intercettano il grosso degli abbagli, e su un testo di lunghezza media si sbrigano in un paio di minuti.
Il protocollo è formulato dal punto di vista di chi riceve il comunicato — un giornalista, ma anche un lettore che lo incontri già ripubblicato. Nessun passaggio esige canali riservati: ogni controllo si esegue su documenti aperti al pubblico.
9. Prima operazione: identificare il mandante
9.1 Le tre domande
Il testo va interrogato su tre punti prima di essere letto nel merito.
Chi firma. Il soggetto a cui il comunicato è formalmente attribuito: una persona, un gruppo consiliare, un partito, un ente, un’associazione.
Chi ha scritto. Quasi mai coincide con chi firma (§ 1.4). L’informazione non è di norma disponibile, ma il testo ne conserva tracce: uniformità stilistica tra comunicati firmati da persone diverse; ricorrenza delle stesse formule in soggetti distinti della stessa area; qualità redazionale sproporzionata rispetto alla struttura dell’emittente; presenza di materiale fotografico professionale.
Per conto di chi. È la domanda decisiva e la più trascurata. Capita che la firma appartenga a chi nella vicenda non ha nulla da guadagnare, e che il nome sia messo a disposizione di un interesse collocato altrove. La domanda operativa è: chi trae vantaggio dal fatto che questo testo circoli?
9.2 Il problema dei soggetti costituiti allo scopo
Una configurazione merita attenzione specifica: il comunicato firmato da un soggetto collettivo di cui non è possibile ricostruire consistenza, composizione e storia. Comitati, coordinamenti, osservatori, associazioni «di cittadini» che compaiono in prossimità di una controversia e scompaiono con essa.
L’esistenza di comitati spontanei è un fatto normale e democraticamente prezioso: la mobilitazione dal basso è precisamente ciò che ci si attende in una società attiva. Il problema è distinguere il comitato reale dal soggetto costituito per fornire copertura apparentemente civica a un interesse organizzato — la pratica che la letteratura anglosassone designa come astroturfing, per contrapposizione al grassroots, il movimento che nasce dal basso.
Cinque verifiche consentono la distinzione, e sono tutte documentali:
- Il soggetto ha una sede, un atto costitutivo, un codice fiscale?
- Ha una storia precedente alla controversia in corso?
- I nomi dei suoi promotori sono pubblici e verificabili?
- La qualità redazionale e il materiale allegato sono compatibili con le risorse dichiarate?
- Chi risponde al recapito indicato, e con quale competenza?
Un soggetto che non superi nessuna delle cinque verifiche non è necessariamente fittizio — l’informalità è comune nelle mobilitazioni reali — ma il giornalista che ne pubblichi il comunicato senza averle tentate non è in condizione di dire al lettore che cosa stia riportando.
9.3 Il caso dell’ente pubblico
Quando l’emittente è un’amministrazione, la prima operazione assume una forma specifica: si tratta di comunicazione dell’ente o del suo vertice politico? I marcatori sono stati elencati al § 4.3 e il test normativo al § 4.5.
La distinzione ha un corollario pratico che i giornalisti locali conoscono bene: il comunicato dell’ente e quello del gruppo politico che lo governa sono documenti di natura diversa e vanno trattati diversamente, anche quando riguardano lo stesso fatto e sono stati scritti dalla stessa persona. Il primo può essere ripreso come informazione di servizio; il secondo richiede attribuzione esplicita e, di norma, la ricerca di una posizione contraria.
10. Seconda operazione: stratificare l’enunciato
10.1 I cinque strati
Dentro un comunicato convivono almeno cinque livelli di affidabilità lontanissimi tra loro, che la pagina presenta con lo stesso carattere e senza alcun segnale di passaggio dall’uno all’altro.
- Il fatto istituzionale. Un atto è stato adottato, una seduta si è tenuta, un documento è stato depositato. È verificabile in modo binario e ha il valore più alto.
- L’atto compiuto dall’emittente. Il soggetto ha presentato un’interrogazione, ha votato in un certo modo, ha inviato una richiesta. Verificabile presso l’assemblea o l’ente.
- L’intenzione dichiarata. Il soggetto annuncia che farà, chiederà, vigilerà. Non verificabile al momento; verificabile in seguito (capitolo 18).
- La valutazione. Il fatto è definito storico, gravissimo, insufficiente, epocale. Non verificabile per natura: è opinione, e come tale legittima.
- L’attacco. L’attribuzione all’avversario di una responsabilità, di una posizione, di un’omissione. Verificabile in parte, e nella parte verificabile va verificato.
L’operazione consiste nel restituire ogni proposizione al livello cui appartiene. L’esercizio è più insidioso di quanto prometta, perché la scrittura del genere lavora in direzione contraria: appiattisce i livelli, e lo fa con un numero ristretto di espedienti.
10.2 I dispositivi di livellamento
La congiunzione che equipara. «Abbiamo presentato l’interrogazione e ottenuto lo stanziamento»: la coordinazione mette sullo stesso piano un atto compiuto (strato 2) e un risultato di cui non è indicata la causa (strato 1 o 3, secondo i casi).
Il nesso causale non asserito. «Dopo la nostra segnalazione, l’amministrazione è intervenuta.» La sequenza temporale è presentata al posto della relazione causale, che non viene affermata e quindi non può essere contestata. È la forma testuale della fallacia post hoc.
L’apposizione valutativa. «Il provvedimento, atteso da anni, rappresenta una svolta.» L’attesa pluriennale è un’affermazione fattuale verificabile inserita in posizione apposizionale, dove nessuno la verifica; «svolta» è valutazione presentata con la stessa struttura sintattica del fatto.
La citazione che trasporta. Il virgolettato consente di collocare nel testo affermazioni che l’emittente non asserisce in proprio, e che quindi il redattore non è tenuto a verificare: sono, formalmente, un fatto (la persona ha detto X) e non un’asserzione (X è vero). Il capitolo 14 riprende il punto.
10.3 L’indicatore quantitativo
Un indicatore rapido e sorprendentemente informativo è il rapporto tra proposizioni di strato 1-2 e proposizioni di strato 3-5. Un comunicato che contenga un solo fatto istituzionale e dodici proposizioni valutative non è per ciò stesso propaganda, ma è un testo il cui contenuto informativo è, misurabilmente, prossimo a zero — e la cui pubblicazione non trasferisce al lettore alcuna informazione che non sia la posizione dell’emittente.
11. Terza operazione: il test dell’atto
È l’operazione decisiva del protocollo, la più semplice da eseguire e la più raramente eseguita. Consiste in una sola domanda:
A quale atto verificabile corrisponde ciò che il comunicato afferma?
11.1 La tassonomia degli atti
Nel sistema italiano, l’azione politica lascia tracce documentali di natura diversa, con gradi di impegno molto differenti. Distinguerle è la competenza tecnica più utile che un cronista possa acquisire.
| Atto | Che cosa dimostra | Grado di impegno |
|---|---|---|
| Comunicato stampa | Che il soggetto ha una posizione | Nullo |
| Post o intervista | Che il soggetto ha una posizione, pubblicamente | Nullo |
| Interrogazione / interpellanza | Che il soggetto ha posto formalmente una domanda | Minimo; obbliga a una risposta |
| Mozione / ordine del giorno | Che l’assemblea è stata chiamata a pronunciarsi | Basso; impegna politicamente |
| Emendamento | Che il soggetto ha proposto una modifica di un testo | Medio; verificabile nell’esito |
| Delibera / determina | Che l’ente ha assunto una decisione | Alto |
| Impegno di spesa | Che una somma è stata vincolata a una destinazione | Alto |
| Contratto / affidamento | Che l’obbligazione è sorta | Massimo |
| Liquidazione / pagamento | Che la somma è stata erogata | Massimo, con effetto |
La tabella consente di collocare qualunque affermazione. «Abbiamo chiesto» corrisponde di norma alla prima o alla terza riga; «abbiamo ottenuto» dovrebbe corrispondere almeno alla sesta. La distanza tra il verbo usato e l’atto effettivamente compiuto è la misura più diretta dell’inflazione retorica di un comunicato.
11.2 Il vocabolario del bilancio
Una competenza specifica riguarda il ciclo della spesa pubblica, la cui terminologia è regolarmente usata nei comunicati come se i termini fossero equivalenti, e non lo sono affatto. L’iscrizione in bilancio precede le fasi della spesa, che nell’ordinamento degli enti locali sono quattro e successive:
- Stanziamento (che non è una fase della spesa, ma la sua precondizione): la somma è iscritta in bilancio. Significa che potrebbe essere spesa.
- Impegno: la somma è vincolata a una destinazione specifica. Significa che sarà spesa per quello scopo, salvo revoca.
- Liquidazione: l’obbligazione è accertata come esigibile, per importo e beneficiario.
- Ordinazione: è emesso il mandato di pagamento.
- Pagamento: la somma è uscita.
Tra il primo e l’ultimo passaggio possono trascorrere anni, e una quota non trascurabile degli stanziamenti non si traduce mai in pagamenti. Un comunicato che annunci «un milione di euro per la scuola» senza specificare la fase sta comunicando qualcosa che può significare, all’estremo inferiore, una riga di bilancio che nessuno ha ancora tradotto in un atto.
La domanda operativa è quindi: stanziato, impegnato, liquidato o pagato? Ed è una domanda che si pone all’ufficio stampa — che deve conoscere la risposta — o si verifica sugli atti pubblicati in amministrazione trasparente.
11.3 Il test negativo
Il test dell’atto ha anche una versione negativa, altrettanto informativa. Quando un comunicato non indica alcun atto — né compiuto né in corso — la conclusione è precisa e va enunciata senza acrimonia: il testo comunica una posizione, non un fatto. Può essere legittimo e persino interessante; ma non è una notizia, e presentarlo come tale è un errore di classificazione che il lettore non è in grado di correggere da solo.
12. Quarta operazione: la grammatica della rivendicazione
Il comunicato politico ha sviluppato una grammatica specializzata per attribuire meriti senza affermare nulla di falso. Cinque dispositivi sono ricorrenti.
Il verbo di attività senza oggetto determinato. «Ci siamo battuti», «abbiamo lavorato», «abbiamo seguito la vicenda», «siamo intervenuti». Sono predicati che descrivono un’attività senza indicare alcun atto, e che quindi non possono essere smentiti: nessuno può dimostrare che qualcuno non si sia battuto.
Il risultato senza agente. «È arrivato il finanziamento», «si è sbloccata la situazione». Il risultato è affermato, la causa è taciuta, e la contiguità con la parte precedente del testo — dove l’emittente descriveva la propria attività — produce nel lettore l’attribuzione senza che questa sia stata asserita.
Il possessivo di merito. «Il nostro emendamento», «la nostra battaglia», «il progetto da noi voluto». Il possessivo attribuisce paternità senza specificare il contributo, e resiste alla verifica perché è una qualificazione, non un’affermazione.
La preposizione causale debole. «Grazie all’impegno di», «anche per merito di», «sulla scia della nostra iniziativa». Formule che affermano una concorrenza causale senza quantificarla, e che sono compatibili con un contributo nullo.
L’aspetto imperfettivo. «Stiamo ottenendo», «si sta procedendo», «è in fase di completamento». L’azione è presentata come in corso, condizione che non ammette verifica finché dura, e che può durare indefinitamente.
Nessuno di questi dispositivi è una menzogna: ciascuno è un modo di occupare lo spazio di un’affermazione senza assumerne l’onere. Quando compaiono in blocco e nessun atto viene indicato, segnalano con buona attendibilità la quarta condizione: quella dell’impegno che non si espone.
Il rimedio, per il giornalista, è una domanda sola, formulabile in modo neutro e cortese: «a quale atto vi riferite?» Nella maggior parte dei casi la risposta esiste, ed è più modesta della formulazione del comunicato; in alcuni casi la risposta non arriva, e il silenzio è esso stesso un’informazione da riportare.
13. Quinta operazione: i numeri
I comunicati contengono cifre con frequenza crescente, perché il numero conferisce all’affermazione un’apparenza di oggettività. Sei controlli sono sufficienti a valutarne quasi tutte.
Il denominatore. «Duecento nuovi posti» significa qualcosa solo se si sa su quale base. Duecento su mille è il venti per cento; duecento su centomila è irrilevante.
La fase. Per le cifre di spesa, il ciclo del § 11.2.
Il periodo. A quale arco temporale si riferisce la cifra? Un investimento «da dieci milioni» distribuito su dieci anni è un milione l’anno.
Il confronto. Rispetto a che cosa? All’anno precedente, alla media del periodo, ad altri enti comparabili? L’assenza del termine di paragone è, nella comunicazione politica, quasi sempre una scelta: si omette il confronto che non conviene, e il confronto che non conviene è normalmente identificabile per esclusione.
La fonte. Da dove viene il dato? Un dato senza fonte non è un dato, è un’affermazione numerica.
La composizione. Un aggregato può nascondere componenti in direzione opposta. «Le risorse per il sociale aumentano del 15%» è compatibile con la riduzione di ogni singolo servizio, se l’aumento è dovuto a una voce nuova e a destinazione vincolata.
Va aggiunta un’osservazione sulla presentazione. La scelta tra valore assoluto e valore percentuale non è neutra: si sceglie la forma che produce il numero più grande. Un aumento da due a tre unità è «più 50%»; una riduzione da mille a novecentonovanta unità è «meno 10 unità». È una regola empirica che, applicata sistematicamente, individua con notevole precisione la direzione dell’interesse dell’emittente.
14. Sesta operazione: il virgolettato
14.1 Una citazione che non è una citazione
Il virgolettato del comunicato pone un problema che merita di essere enunciato senza reticenza: si tratta, nella grande maggioranza dei casi, di testo scritto e non di parole pronunciate. Redatto dall’ufficio stampa, sottoposto al soggetto, approvato, talvolta corretto. La persona a cui è attribuito lo ha autorizzato; non necessariamente lo ha detto, e quasi mai lo ha detto in quella forma.
Le virgolette, nel codice giornalistico, segnalano al lettore che quelle sono le parole esatte di chi le ha pronunciate. Applicate a un testo scritto e approvato, esse comunicano al lettore qualcosa di non esatto — non sul contenuto, ma sulla natura dell’atto.
La questione non è marginale, per due ragioni.
La prima è che il virgolettato è il veicolo delle affermazioni più forti del comunicato. La parte in terza persona contiene i fatti; il virgolettato contiene la valutazione, l’attacco, la rivendicazione. È una divisione del lavoro efficiente: ciò che è verificabile è attribuito all’emittente, ciò che non lo è viene messo tra virgolette, dove la responsabilità del redattore si limita alla fedeltà della trascrizione.
La seconda è che il virgolettato produce nel lettore un effetto di presenza — l’impressione di ascoltare qualcuno parlare — che è precisamente ciò che rende la citazione persuasiva. Quell’effetto è ottenuto in assenza del fatto che dovrebbe fondarlo.
14.2 Che cosa fare
Le pratiche disponibili sono tre, in ordine crescente di rigore.
Riportare il virgolettato attribuendo il comunicato: «in una nota, X afferma che…». È il minimo, e risolve il problema dell’etichetta ma non quello della natura dell’atto.
Sostituire il virgolettato con il discorso indiretto, riservando le virgolette alle espressioni effettivamente caratterizzanti. Riduce l’effetto di presenza e restituisce al testo la sua natura di documento scritto.
Chiedere conferma orale delle affermazioni più impegnative. È l’unica pratica che trasforma la citazione in ciò che dichiara di essere, e ha un effetto collaterale prezioso: alcune affermazioni contenute nei comunicati non vengono confermate quando se ne chiede la ripetizione a voce, e la mancata conferma è un’informazione di primo livello.
15. Settima operazione: il tempo
Il momento di diffusione di un comunicato è un dato analitico, non un accidente organizzativo.
La finestra di bassa attenzione. Venerdì sera, vigilie di festività, periodi di ferie, tarda serata. La diffusione in queste finestre riduce sistematicamente la probabilità di verifica e di replica. Non ogni comunicato diffuso il venerdì sera è sospetto — molte decisioni si assumono a fine settimana — ma la ricorrenza sistematica delle comunicazioni sgradite in tali finestre, verificabile su una serie, è un indicatore documentale.
L’anticipo sull’avversario. Diffondere per primi la propria versione di un fatto che sarà comunque noto significa fissare la definizione entro cui la versione successiva dovrà collocarsi. Chi replica è costretto a farlo nei termini posti da chi ha parlato per primo.
L’embargo. La pratica di anticipare un testo con vincolo di pubblicazione a una data ora è legittima e utile: consente al giornalista di lavorare il materiale. Diventa problematica quando l’embargo è usato per impedire la verifica anziché per consentirla, cioè quando è così stretto da rendere impossibile ottenere una posizione contraria prima della scadenza.
La reiterazione. Lo stesso annuncio ripresentato più volte a distanza di mesi, in occasione di ciascuna fase del procedimento — l’annuncio dell’intenzione, l’annuncio dello stanziamento, l’annuncio dell’avvio, l’annuncio dell’inaugurazione — produce nel lettore l’impressione di quattro fatti dove ce n’è uno. È una tecnica notissima e perfettamente legittima; il rimedio è unicamente l’archivio.
16. Ottava operazione: il paratesto
Gli elementi che accompagnano il testo veicolano informazioni proprie.
L’intestazione. Il logo di un ente su un comunicato di contenuto politico è un dato rilevante (§ 4.3): significa che risorse pubbliche sono impiegate per comunicazione di parte.
La firma e i recapiti. L’assenza di un recapito identificabile è, per un comunicato, un’anomalia grave: significa che l’emittente non si rende disponibile alla domanda. Un comunicato senza contatto non è verificabile per costruzione, e integra la condizione (a) della definizione indipendentemente dal suo contenuto.
Il materiale fotografico fornito. Le immagini allegate sono scelte dall’emittente e mostrano ciò che l’emittente desidera mostrare. Pubblicarle senza indicarne la provenienza trasferisce al lettore l’impressione di una documentazione indipendente.
Gli allegati tecnici. La presenza di un documento allegato — il testo dell’atto, la delibera, la relazione — è un indicatore di segno positivo e sottovalutato: un emittente che allega il documento sta rendendo possibile la propria smentita, che è l’esatto contrario della condizione (b). La sua presenza dovrebbe essere segnalata al lettore quanto la sua assenza.
La lista di distribuzione. A chi è stato inviato? Un comunicato inviato a tutte le testate è un atto pubblico; uno inviato selettivamente a una sola è un’altra cosa, e l’esclusività dovrebbe essere dichiarata al lettore.
17. Nona operazione: la simmetria e il contraddittorio
17.1 Il test di simmetria
Un test di sostituzione, applicabile a qualunque enunciato polemico, si formula così:
Si prenda l’enunciato e vi si sostituisca l’emittente con il suo avversario politico. Se chi accettava la versione originale trova inaccettabile quella ottenuta, a essere accettabile non era l’argomento ma la provenienza.
Il test è applicabile anche dal lettore, e ha un’applicazione redazionale specifica: il medesimo comunicato, proveniente da soggetti diversi, riceve lo stesso trattamento? La verifica è documentale, si compie sull’archivio della testata, e produce risultati spesso spiacevoli.
17.2 La ricerca della posizione contraria
Un comunicato che accusa un soggetto determinato non dovrebbe essere pubblicato senza che a quel soggetto sia stata data la possibilità di rispondere. È una regola elementare, ampiamente disattesa per ragioni di tempo, e la cui violazione produce un effetto asimmetrico noto: l’accusa e la replica non hanno la stessa diffusione, perché la replica arriva dopo, in uno spazio minore, quando l’attenzione è già passata.
Ne discende una prescrizione che vale la pena enunciare in forma netta: nel caso di comunicati accusatori, il differimento della pubblicazione fino alla raccolta della replica non è un favore all’accusato, è la condizione perché la pubblicazione sia informativa. Un’accusa senza replica non informa il lettore su una controversia: la decide.
17.3 La chiusura preventiva
Va infine verificato se il testo contenga dispositivi che rendono la replica inutile in anticipo. I più comuni sono tre: la squalifica del futuro replicante («chi risponderà lo farà solo per difendere interessi»); l’attribuzione all’avversario di una posizione che non ha sostenuto, così che la sua smentita appaia una ritrattazione; e l’immunizzazione esplicita («ci accuseranno di fare propaganda: è la scusa che tirano fuori ogni volta che non hanno risposte»).
Dove compaiono, la terza caratteristica della definizione è soddisfatta; e si riconoscono a lettura diretta, senza bisogno di alcun controllo esterno.
17.4 Un caso specifico: la comunicazione senza domande
Merita una nota la pratica dell’annuncio diffuso attraverso canali che non prevedono domande: il video registrato, la dichiarazione affidata a una nota, l’incontro con la stampa senza sessione di domande.
Ciascuna di queste forme è, presa singolarmente, perfettamente legittima: non esiste un obbligo giuridico di rispondere alle domande dei giornalisti, e vi sono circostanze in cui una comunicazione unilaterale è appropriata — un’informazione di servizio, un cordoglio, un annuncio tecnico.
La questione si pone quando la forma senza domande diventa il canale ordinario per le comunicazioni politicamente rilevanti. In quel caso la condizione (c) è integrata a livello di canale e non di testo: non è il singolo enunciato a chiudere il contraddittorio, è il dispositivo attraverso cui viene diffuso.
L’indicatore verificabile è il rapporto, su un periodo, tra comunicazioni unilaterali e occasioni in cui l’emittente si è esposto a domande. È un dato che una redazione può ricostruire dal proprio archivio, ed è il tipo di informazione che merita di essere resa nota al lettore, perché riguarda non ciò che un amministratore dice ma il modo in cui ha scelto di rendere conto.
18. Decima operazione: il tempo lungo
Le nove operazioni precedenti riguardano il testo. La decima si occupa di qualcosa che nessuna lettura istantanea potrà mai restituire: il rapporto tra l’annuncio e ciò che poi è realmente successo.
18.1 Il registro degli annunci
Lo strumento è semplice e la sua costruzione richiede pochi minuti a settimana: una tabella in cui si annota, per ciascun comunicato che contenga un impegno o una previsione, la data, l’emittente, l’oggetto, il termine dichiarato, e una data di verifica. Alla scadenza si controlla.
Il registro produce tre risultati che nessun altro strumento produce.
Primo: consente di distinguere gli emittenti sulla base di un dato oggettivo — la percentuale di annunci che si traducono in atti — anziché sulla base dell’impressione.
Secondo: rende possibile un genere giornalistico specifico, la verifica differita, che è tra i pochi in cui una testata locale ha un vantaggio competitivo assoluto: nessun altro dispone dell’archivio di ciò che è stato annunciato su quel territorio.
Terzo, e più importante: modifica la struttura degli incentivi dell’emittente. Un soggetto che sappia di essere sottoposto a verifica differita sistematica ha ragioni per formulare annunci più cauti e più verificabili. Dove la parola è libera le alternative sono poche, e questa è l’unica che comprima il fenomeno senza togliere a nessuno il diritto di parlare.
18.2 Perché non si fa
Il registro degli annunci non richiede risorse significative, e tuttavia è raro. Le ragioni sono tre e vanno riconosciute.
La verifica differita ha domanda inferiore all’annuncio: la notizia che una promessa non è stata mantenuta ha meno lettori della promessa.
Ha un costo relazionale: mette la testata in conflitto con soggetti con cui deve continuare a lavorare.
Ha un costo di attenzione differita: richiede di ricordarsi, a distanza di mesi, di qualcosa che non è più saliente. È il tipo di compito che nessuna urgenza segnala, e che quindi cede sistematicamente il passo a compiti urgenti.
Le tre ragioni spiegano perché lo strumento più efficace sia anche il meno usato, e perché la sua adozione richieda una decisione organizzativa e non una buona intenzione individuale.
PARTE QUARTA. TIPOLOGIA, TECNICHE, DIAGNOSI
19. Otto tipi di comunicato
I comunicati politici si distribuiscono in un numero limitato di forme ricorrenti. La tipologia che segue è costruita per astrazione da tratti frequenti e non è riferita a soggetti determinati. Per ciascun tipo si indicano la funzione, i marcatori riconoscibili e il trattamento redazionale appropriato.
Va detto in premessa che la maggior parte dei tipi qui descritti è pienamente legittima. Quella che segue non è una graduatoria di gravità, ma una classificazione: serve a capire con che cosa si ha a che fare, prima di decidere il da farsi.
19.1 Tipo I — Il comunicato-notizia
Funzione: rendere noto un atto realmente compiuto.
Marcatori: presenza di un atto identificabile con estremi (numero, data, organo); indicazione della fase procedurale; presenza di dati con fonte; frequente allegazione del documento; virgolettato breve o assente.
Trattamento: è il caso in cui il comunicato svolge la funzione per cui esiste. La riscrittura resta necessaria — il testo è comunque redatto dalla parte interessata — ma il contenuto è utilizzabile e la verifica è agevole.
Osservazione: è, statisticamente, una minoranza del flusso. La sua rarità relativa non dipende dalla cattiva volontà degli emittenti, ma dal fatto che gli atti sono meno frequenti delle occasioni di comunicare: un soggetto politico compie pochi atti al mese e desidera essere presente ogni giorno.
19.2 Tipo II — Il comunicato-rivendicazione
Funzione: attribuire a sé il merito di un risultato.
Marcatori: prevalenza della grammatica descritta al capitolo 12; possessivi di merito; nessi causali deboli; assenza di indicazione del contributo specifico; frequente coincidenza temporale con l’atto altrui che ha prodotto il risultato.
Trattamento: applicare il test dell’atto (capitolo 11). La domanda operativa — «quale atto vostro ha prodotto questo risultato?» — ha tre esiti possibili: una risposta documentale, che trasforma il comunicato in tipo I; una risposta vaga, che va riportata come tale; nessuna risposta, che è essa stessa notizia.
Osservazione: la rivendicazione è legittima e la contesa sul merito è normale in politica. Il problema sorge quando più soggetti rivendicano lo stesso risultato e la testata pubblica tutte le rivendicazioni senza mai stabilire quale sia fondata. In quel caso la pubblicazione non informa: registra una gara.
19.3 Tipo III — Il comunicato-attacco
Funzione: attribuire all’avversario una responsabilità, un’omissione o una posizione.
Marcatori: soggetto grammaticale altrui; verbi di omissione («non ha fatto nulla», «ha ignorato»); assenza di riferimento a documenti; frequente uso di quantificatori assoluti («mai», «sempre», «nessuno»).
Trattamento: distinzione tra la parte verificabile e la parte valutativa. «Il sindaco non ha risposto all’interrogazione del 12 marzo» è verificabile in dieci minuti; «il sindaco è indifferente ai problemi del quartiere» non lo è. Ricerca della replica prima della pubblicazione (§ 17.2).
Osservazione: l’attacco documentato è una delle funzioni più preziose dell’opposizione democratica e non va confuso con la propaganda. Il discrimine è la citazione della fonte dell’accusa: chi accusa indicando l’atto sta esercitando il controllo; chi accusa senza indicare nulla sta chiedendo al lettore di fidarsi.
19.4 Tipo IV — Il comunicato-presenza
Funzione: esistere. Non veicola alcuna informazione e non intende veicolarne: serve a mantenere il nome dell’emittente nel flusso e la sua associazione con un tema.
Marcatori: assenza di qualunque fatto istituzionale; commento a un evento esterno su cui l’emittente non ha competenza né potere; ricorrenza settimanale regolare; lunghezza standardizzata; adattabilità a qualunque circostanza.
Trattamento: è il tipo su cui la decisione redazionale è più delicata, perché la non pubblicazione è essa stessa una scelta politica quando applicata selettivamente. La regola praticabile è la simmetria: si stabilisce una soglia di contenuto informativo e la si applica a tutti. Una soglia esplicita e pubblica è preferibile a una decisione caso per caso, perché è contestabile e verificabile.
Osservazione: questo tipo costituisce, nella percezione di molti cronisti, la maggioranza del flusso quotidiano. È anche il tipo che meglio illustra la tesi di Ellul: il singolo testo non dice nulla; la serie costruisce una presenza.
19.5 Tipo V — Il comunicato-preventivo
Funzione: fissare la definizione di un fatto prima che altri lo facciano.
Marcatori: diffusione anticipata rispetto alla disponibilità pubblica dell’informazione; struttura che anticipa e confuta obiezioni non ancora formulate; frequente uso di formule del tipo «va chiarito che», «contrariamente a quanto qualcuno sosterrà».
Trattamento: verificare se l’informazione anticipata sia già pubblica; se non lo è, chiedersi come sia stata ottenuta e se la sua diffusione sia legittima. La pubblicazione della sola versione anticipata, prima che il fatto sia verificabile, produce un vantaggio di definizione che difficilmente sarà recuperato.
Osservazione: è una tecnica di gestione della crisi ben nota e non illegittima. Diventa problematica quando l’anticipazione riguarda documenti non ancora pubblici e selettivamente diffusi.
19.6 Tipo VI — Il comunicato-scudo
Funzione: rispondere a un’accusa spostando il terreno del confronto.
Marcatori: il testo replica a un’accusa senza mai enunciarla; contrattacca su un tema diverso; qualifica l’accusa come strumentale prima di rispondervi; termina senza avere affrontato il merito.
Trattamento: la verifica è meccanica. Si enumerano i punti dell’accusa e si controlla, uno per uno, quali abbiano ricevuto risposta. L’elenco dei punti rimasti senza risposta è, quasi sempre, la notizia, ed è un’operazione che richiede pochi minuti e nessuna competenza specialistica.
Osservazione: chi è accusato ha pieno diritto di contestare la buona fede dell’accusatore. La condizione (c) è integrata quando la contestazione della buona fede sostituisce la risposta anziché accompagnarla.
19.7 Tipo VII — Il comunicato-mobilitazione
Funzione: parlare ai propri sostenitori usando il canale dell’informazione generale.
Marcatori: lessico interno all’area politica; riferimenti a vicende comprensibili solo a chi segue la vita interna dell’organizzazione; appelli alla partecipazione; assenza di elementi contestuali per il lettore esterno.
Trattamento: la pubblicazione integrale su un mezzo generalista è una scelta discutibile, perché trasferisce a un pubblico indifferenziato un testo che non è costruito per esso. Se il contenuto è di interesse pubblico, va riscritto fornendo il contesto mancante.
Osservazione: questo tipo non è propaganda nel senso della definizione, perché la sua origine è dichiarata e il suo pubblico è consapevole. Diventa problematico soltanto nel passaggio al canale generalista, cioè per effetto di una decisione della redazione e non dell’emittente.
19.8 Tipo VIII — Il comunicato-simulazione
Funzione: presentare come proveniente da un soggetto indipendente una comunicazione che risponde a un interesse organizzato.
Marcatori: quelli elencati al § 9.2; qualità redazionale sproporzionata; coincidenza tematica e temporale con un soggetto politico o economico determinato; assenza di storia precedente; recapito non riconducibile.
Trattamento: le cinque verifiche del § 9.2 prima di qualunque pubblicazione.
Osservazione: è l’unico tipo che integri la condizione (a) in forma piena, e quindi l’unico che sia propaganda per costruzione, indipendentemente dal contenuto: un testo veritiero e ben argomentato diffuso attraverso un soggetto fittizio resta propaganda, perché priva il destinatario dell’informazione necessaria a valutarlo. La qualificazione richiede però che la simulazione sia accertata, e non semplicemente che il soggetto sia informale: la distinzione è discussa al § 21.1 e al capitolo 22.
20. Dieci procedimenti ricorrenti
A servire gli otto tipi provvede un numero ristretto di procedimenti retorici. Si riconoscono a occhio, e per ciascuno esiste una contromossa.
1. Il fatto compiuto verbale. Presentare come acquisito ciò che è soltanto proposto: «l’opera si farà». Antidoto: il test dell’atto (capitolo 11).
2. Il merito per contiguità. Collocare la descrizione della propria attività immediatamente prima dell’annuncio del risultato, senza asserire il nesso. Antidoto: rendere esplicito il nesso implicito e chiedersi se sarebbe sostenibile se asserito.
3. La quantificazione senza base. Cifre prive di denominatore, periodo o fonte. Antidoto: capitolo 13.
4. L’omissione del confronto. Fornire il dato e non il termine di paragone. Antidoto: chiedersi quale confronto sarebbe naturale e perché non compare.
5. La generalizzazione per quantificatore. «Nessuno ha fatto nulla», «tutti i cittadini chiedono». Antidoto: verificare l’esistenza di un solo controesempio, che è sufficiente a falsificare l’enunciato.
6. La domanda retorica accusatoria. «Ci si chiede come sia possibile che…». Afferma con l’efficacia di una tesi e non ne paga il prezzo, perché formalmente non ha affermato nulla. Antidoto: convertirla in enunciato dichiarativo e giudicarla in quella forma.
7. La citazione di sé. Riportare tra virgolette una propria dichiarazione precedente per dare al testo una seconda voce, producendo l’impressione di una conferma esterna. Antidoto: verificare l’identità tra citante e citato.
8. L’aggettivazione istituzionale. Qualificare come «storico», «epocale», «senza precedenti» un atto ordinario. Antidoto: verificare l’esistenza di precedenti, che nella quasi totalità dei casi esistono.
9. La sequenza cronologica come argomento. Elencare in ordine di data le proprie iniziative in modo che la conclusione appaia il loro esito. Antidoto: verificare quale delle iniziative elencate abbia prodotto un effetto documentabile.
10. L’immunizzazione preventiva. Anticipare l’obiezione qualificandola in anticipo come manovra. Antidoto: farla notare, e rilevare che un testo il quale ha già archiviato in anticipo le repliche ha rinunciato a essere discusso.
Nessuna di queste tecniche è, isolatamente, illegittima; ciascuna è insegnata come buona pratica professionale nei corsi di comunicazione. La loro concentrazione in un unico testo, in assenza di riferimenti verificabili, è ciò che qualifica il documento.
21. La griglia diagnostica
I dodici indicatori traducono in operazioni la definizione del capitolo 7. Quattro vincoli d’uso ne governano la tenuta: fuori da essi lo strumento produce l’effetto opposto a quello per cui è stato costruito.
Regola 1. Nessun indicatore basta da solo: preso a sé, ognuno convive benissimo con un testo ineccepibile.
Regola 2. L’applicazione deve essere simmetrica, cioè condotta con lo stesso rigore su emittenti di orientamento opposto.
Regola 3. Il giudizio riguarda il testo in un contesto, non la persona che lo firma, e non è trasferibile ad altri testi dello stesso emittente.
Regola 4. Chi applica la griglia deve mettere per iscritto quali voci risultano integrate e in forza di che cosa, e quali ha lasciato fuori, spiegandone la ragione.
Indicatore 1 — Identificabilità dell’emittente. Il testo consente di sapere chi lo ha prodotto, con quale struttura e con quali recapiti? Condizione: (a).
Indicatore 2 — Trasparenza della veste. Se l’emittente è un ente pubblico, il testo distingue l’informazione istituzionale dalla valutazione politica? Supera il test dell’art. 9 della legge 28/2000 (§ 4.5)? Condizione: (a).
Indicatore 3 — Presenza dell’atto. È indicato almeno un atto verificabile, con estremi? Condizione: (b).
Indicatore 4 — Verificabilità dei dati. Le cifre hanno fonte, periodo, denominatore e fase? Condizione: (b).
Indicatore 5 — Allegazione documentale. Il testo mette a disposizione i documenti che consentirebbero di controllarlo? È un indicatore bidirezionale: la presenza dell’allegato è indizio contrario alla qualificazione; la sua assenza conta come sfavorevole solo quando il documento esiste, è pubblico e l’emittente ne dispone. Condizione: (b).
Indicatore 6 — Rapporto tra strati. Qual è la proporzione tra proposizioni verificabili (strati 1-2) e proposizioni valutative (strati 3-5)? Condizione: (b).
Indicatore 7 — Grammatica della rivendicazione. Con quale frequenza compaiono i dispositivi del capitolo 12 in assenza di atti? Condizione: (d).
Indicatore 8 — Impegno esposto. Il testo contiene almeno un impegno con termine, quantità o condizione al cui mancato verificarsi si possa richiamare l’emittente? Condizione: (d).
Indicatore 9 — Trattamento dell’obiezione. Il testo squalifica in anticipo chi obietterà? Attribuisce all’avversario posizioni non sostenute? Condizione: (c).
Indicatore 10 — Accessibilità della replica. Il testo consente al soggetto criticato di rispondere nel merito, o è costruito in modo da rendere la replica costosa o inutile? Condizione: (c).
Indicatore 11 — Collocazione temporale. La diffusione ricade sistematicamente in finestre di bassa attenzione, o l’embargo impedisce la verifica? Condizione: (b) e (c).
Indicatore 12 — Coerenza con la serie. Confrontato con la produzione precedente dello stesso emittente, il testo conferma o smentisce posizioni precedenti? Gli annunci precedenti hanno avuto seguito? Condizione: (d).
21.1 Regola di chiusura
Va chiarito preliminarmente il rapporto tra la griglia e la definizione del capitolo 7, perché è la fonte di equivoco più probabile. La griglia misura l’opacità di un testo; la definizione qualifica. Le due cose non coincidono: la definizione richiede la ricorrenza congiunta delle quattro condizioni, e la condizione (a) — servita dagli indicatori 1 e 2 — è quella che nella grande maggioranza dei comunicati politici non ricorre, perché l’emittente è dichiarato. Ne discende una conseguenza che conviene enunciare senza ambiguità: la quasi totalità dei comunicati di partito, per quanto vuoti o enfatici, non è propaganda ai sensi di questo saggio. È il risultato voluto, ed è la ragione per cui la definizione è costruita in modo restrittivo.
I livelli vanno quindi letti come gradi di opacità, e solo l’ultimo come qualificazione.
Livello 0 — indicatori favorevoli prevalenti (emittente identificabile, atto presente, dati verificabili, documenti allegati). Comunicazione politica pienamente utilizzabile. È il caso dell’esercizio B, nell’appendice B.
Livello 1 — fino a quattro indicatori sfavorevoli. Comunicazione politica generica o retoricamente enfatica. È la condizione della grande maggioranza del flusso quotidiano.
Livello 2 — cinque o più indicatori sfavorevoli. Comunicazione politica priva di contenuto verificabile: il testo occupa lo spazio dell’informazione senza trasferirne. Non è, di per sé, propaganda; è però un testo che una redazione non dovrebbe pubblicare senza le domande indicate al capitolo 23. Quando gli indicatori sfavorevoli si concentrano su una o due condizioni soltanto, il livello resta il 2 e va indicato quale sia la componente carente.
Livello 3 — qualificazione di propaganda. Richiede la ricorrenza di tutte e quattro le condizioni, e quindi in ogni caso la condizione (a), che può presentarsi in due forme:
- (a) in forma piena: l’origine del testo è occultata o attribuita a un soggetto costituito allo scopo. In questo caso, e solo se l’occultamento è accertato con le verifiche del § 9.2, la qualificazione è sostenuta anche a fronte di contenuti veri.
- (a) in forma modale: l’emittente è dichiarato ma la veste è indistinguibile — tipicamente il comunicato istituzionale con contenuto politico (§ 4.3), che il test dell’articolo 9 della legge 28/2000 non supererebbe.
Una precisazione necessaria, che discende dal limite discusso al capitolo 22: l’assenza di struttura non è occultamento. Un comitato informale privo di sede, di recapito e di storia integra la condizione (a) solo se le verifiche accertano la simulazione; in assenza di accertamento, il testo è inutilizzabile senza verifica ma la qualificazione resta sospesa. Confondere informalità e occultamento significherebbe far ricadere sulla mobilitazione dal basso uno strumento costruito per il suo contrario.
La scheda e questa regola di lettura sono applicate per esteso, su tre comunicati costruiti, nell’appendice B. Chi preferisce vedere lo strumento all’opera prima di proseguire può consultarla ora; l’argomentazione riprende comunque dal capitolo seguente, che ne discute i limiti.
22. Dove lo strumento non arriva
Un dispositivo di analisi che taccia su dove smette di funzionare diventa infalsificabile, per una ragione simile a quella che la condizione (b) descrive nei testi. Cinque limiti vanno messi in chiaro.
Il testo isolato. La griglia si applica a un documento; molte delle condizioni della definizione, e in particolare l’assenza di impegno esposto, si accertano pienamente solo sulla serie. Un comunicato che appaia povero può appartenere a una produzione complessivamente rigorosa, e viceversa.
Il vincolo di formato. Alcuni indicatori sfavorevoli dipendono da convenzioni redazionali e non da scelte di occultamento: la brevità imposta, l’assenza di allegati per limiti tecnici del canale, la standardizzazione dei testi minori. Uno strumento che non ne tenesse conto produrrebbe falsi positivi su emittenti piccoli e poco attrezzati — cioè, paradossalmente, sui soggetti già svantaggiati dall’asimmetria descritta al § 2.4.
La verità del contenuto. La griglia misura l’architettura del testo, non la verità di ciò che afferma. Un comunicato di livello 2 può contenere affermazioni interamente vere e una denuncia fondata; un comunicato di livello 0 può contenere un’analisi sbagliata. Classificare un testo non equivale a confutarlo: chi usa il primo risultato come se fosse il secondo compie un salto logico, prima ancora che una scorrettezza.
L’asimmetria di risorse. Applicata meccanicamente, la griglia premia chi dispone di un ufficio stampa capace di produrre comunicati formalmente ineccepibili e penalizza chi scrive di getto. Poiché la capacità di produrre testi formalmente corretti è distribuita come le risorse, lo strumento rischia di aggiungere uno svantaggio a uno svantaggio. Il correttivo non è tecnico ma redazionale: il difetto di forma di un emittente privo di struttura va trattato diversamente dal difetto di forma di chi ha un ufficio stampa professionale, perché nel primo caso è un limite e nel secondo una scelta.
L’uso selettivo. È il limite peggiore. Nulla impedisce di essere severi con gli altri e comprensivi con i propri, e il prodotto finale avrà la forma di un’analisi e la funzione di una stoccata. Contro questo non c’è accorgimento tecnico che tenga: c’è solo un’abitudine da prendere, cioè cominciare dai comunicati che si sarebbe portati a condividere e controllare che il verdetto non risulti puntualmente più mite.
PARTE QUINTA. LA REDAZIONE E IL SISTEMA
23. Il giornalista come ultimo filtro
Il capitolo 4 si è chiuso constatando che la catena normativa si interrompe esattamente dove il problema si verifica: nel momento della ripubblicazione. Il presidio, in quel punto, è unicamente professionale. Sei pratiche lo costituiscono.
23.1 L’attribuzione
È la pratica minima e la più efficace in rapporto al costo. Consiste nel rendere sempre esplicito al lettore che ciò che legge proviene da un comunicato, e da quale soggetto.
La formula costa quattro parole — «in una nota, X afferma» — e produce l’effetto principale che l’intero saggio ha descritto come mancante: restituisce al testo l’etichetta che la sua forma aveva rimosso. Il lettore che sa di leggere una dichiarazione di parte applica il vaglio che riserva alle dichiarazioni di parte; è tutto ciò che serve, ed è esattamente ciò che il comunicato è costruito per impedire.
Va aggiunto che l’attribuzione non è soltanto un dovere verso il lettore: è una protezione per la testata, perché distingue ciò che la testata afferma da ciò che riferisce.
23.2 La riscrittura
Un testo scritto dalla parte interessata è costruito secondo la gerarchia di rilevanza della parte interessata. Riscriverlo significa ricostruire la gerarchia secondo criteri giornalistici: mettere in apertura ciò che è verificato e rilevante per il lettore, non ciò che l’emittente desidera in apertura.
La riscrittura non richiede tempo aggiuntivo significativo — spesso ne richiede meno della lettura attenta — e produce due effetti: elimina le formule del capitolo 12, che non sopravvivono alla parafrasi; e rende visibile la povertà informativa dei testi che ne sono privi, perché un comunicato di tipo IV, riscritto, si riduce a due righe, e la sua brevità comunica al lettore, senza commento, che cosa aveva davanti.
23.3 Il test dell’atto come routine
La domanda «a quale atto vi riferite?» dovrebbe essere una routine e non un’iniziativa. Posta per iscritto, cortesemente, a ogni comunicato di rivendicazione, produce nel medio periodo un effetto sull’emittente più che sul singolo pezzo: gli uffici stampa si adattano alle domande che ricevono abitualmente. Una testata che chieda sistematicamente gli estremi degli atti riceverà, nel giro di mesi, comunicati che li contengono.
Questo è, in miniatura, il meccanismo di modifica degli incentivi discusso al capitolo 27: non un appello alla correttezza, ma una domanda ripetuta che rende conveniente fornire ciò che viene richiesto.
23.4 La ricerca della replica
Per i comunicati di tipo III, la regola del § 17.2: nessuna accusa nominativa senza tentativo documentato di raccogliere la posizione dell’accusato, e indicazione al lettore dell’esito del tentativo — compreso il caso in cui la risposta non sia arrivata.
23.5 La soglia di pubblicabilità
Una soglia esplicita e pubblica di contenuto informativo, applicata a tutti gli emittenti, è preferibile alla decisione caso per caso, per una ragione che non è di comodità ma di legittimità: una regola generale può essere contestata, una decisione discrezionale sul singolo comunicato può essere solo subita o denunciata come parzialità.
La soglia può essere formulata in modo semplice: si pubblicano i comunicati che contengono almeno un fatto verificabile; degli altri si dà conto in forma sintetica o non si dà conto. Una testata che dichiari pubblicamente questo criterio si espone a critiche argomentate — che è precisamente ciò che una testata dovrebbe fare — anziché a sospetti di favore.
23.6 Il registro degli annunci
La pratica descritta al capitolo 18. È la più onerosa in termini organizzativi e la più produttiva in termini di effetti, ed è l’unica di cui l’emittente non possa neutralizzare l’efficacia migliorando la propria tecnica di scrittura.
24. La scala locale
Il capitolo 3 ha descritto il livello locale come il caso in cui il rapporto di forze tra emissione e verifica è più squilibrato. Vanno considerati quattro elementi specifici — i primi due già anticipati al § 3.4 — e va detto anche ciò che il locale ha di vantaggioso.
24.1 Le quattro difficoltà
La sproporzione strutturale. Un ente medio dispone per legge di un ufficio stampa; i gruppi consiliari, le partecipate, le associazioni di categoria dispongono di addetti. Dall’altra parte c’è, tipicamente, una redazione di poche unità che copre l’intero territorio.
La relazione continuativa. Emittente e redattore si conoscono e continueranno a lavorare insieme per anni. Il costo di una verifica sgradita non è astratto e non si esaurisce nel singolo episodio.
La dipendenza economica. Il mercato pubblicitario locale è concentrato, e una parte non trascurabile di esso proviene da soggetti pubblici o para-pubblici, che sono anche tra i principali emittenti di comunicati. La sovrapposizione tra chi fornisce contenuto gratuito e chi fornisce ricavi è una condizione strutturale del settore, e ignorarla nell’analisi sarebbe ingenuo.
L’assenza di alternativa per il lettore. Su un territorio servito da una o due testate, ciò che non viene verificato non viene verificato da nessuno. Il lettore non dispone di una fonte concorrente a cui rivolgersi, e la funzione di controllo, se non è esercitata lì, non è esercitata affatto.
24.2 I tre vantaggi
Sarebbe però un errore descrivere il locale solo come il luogo della debolezza. Rispetto a qualunque redazione nazionale, la testata di prossimità dispone di tre vantaggi che nessuno le può togliere.
L’accesso agli atti. Le delibere, le determine, i bilanci, i verbali del comune sono pubblici e consultabili, e il cronista locale sa dove cercarli e come leggerli. Il test dell’atto, che per una redazione nazionale sarebbe un’impresa, per una redazione locale è una routine di dieci minuti.
La conoscenza del contesto. Sa se una richiesta era già stata avanzata, se un’opera era già stata annunciata, se un dato corrisponde a ciò che gli uffici dicevano sei mesi prima. È l’informazione che rende possibile l’indicatore 12 — la coerenza con la serie — e nessun archivio automatico la sostituisce.
La memoria. È l’unico soggetto che dispone dell’archivio di ciò che è stato annunciato su quel territorio, e quindi l’unico che possa esercitare la verifica differita.
Ne discende una conclusione che vale la pena enunciare in forma positiva: il giornalismo locale è strutturalmente svantaggiato nella competizione sulla rapidità e strutturalmente avvantaggiato nella verifica. Sulla prima, contro chi la notizia la produce, non c’è gara possibile; sulla seconda non esiste concorrente in grado di subentrare. Ogni scelta organizzativa che sposti risorse dalla prima alla seconda gioca sul terreno in cui il vantaggio comparato esiste.
25. La disintermediazione e la perdita della traccia
Il comunicato stampa sta perdendo il monopolio. Una quota crescente della comunicazione politica raggiunge il pubblico senza passare per una redazione: post, video, dirette, newsletter, messaggi in gruppi territoriali.
La lettura corrente di questo fenomeno lo descrive come una liberazione dall’intermediazione giornalistica, e in parte lo è: consente a soggetti privi di ufficio stampa di raggiungere un pubblico, riducendo l’asimmetria descritta al § 2.4. Ma comporta una perdita che è raramente considerata e che è, ai fini di questo saggio, decisiva.
Il comunicato stampa è un documento. Ha una data, un emittente, un testo fisso, dei destinatari; è archiviato dalle redazioni; è citabile; e — proprietà cruciale — non può essere modificato dopo l’invio. Chi ha annunciato qualcosa in un comunicato ha lasciato una traccia che non controlla più.
Un contenuto pubblicato su un canale proprio ha proprietà opposte: può essere modificato, può essere rimosso, la sua data può essere alterata dalla ripubblicazione, e non esiste alcun destinatario terzo che ne conservi copia. Ne segue che la comunicazione politica diventa meno responsabile man mano che diventa meno documentaria.
Questa osservazione riguarda direttamente la condizione (d) della definizione. L’impegno esposto presuppone la possibilità di essere richiamati a ciò che si è detto; quella possibilità presuppone una traccia stabile; la traccia stabile è precisamente ciò che la disintermediazione elimina. La forma più efficace di sottrazione al controllo non è scrivere in modo vago: è scrivere su un supporto che si può correggere.
Ne discende una prescrizione operativa per le redazioni, semplice e sottovalutata: archiviare. Salvare copia datata dei contenuti politicamente rilevanti pubblicati sui canali propri degli amministratori e dei partiti. È un’operazione automatizzabile, di costo trascurabile, e costituisce l’infrastruttura senza la quale la verifica differita del capitolo 18 non è materialmente possibile.
26. L’industrializzazione dell’offerta
Un ultimo mutamento riguarda il volume. La produzione di un comunicato ha richiesto storicamente competenza e tempo; entrambi si stanno riducendo, per effetto della disponibilità di strumenti che generano testi conformi allo standard del genere a costo marginale prossimo a zero.
Le conseguenze prevedibili sono tre, e vanno enunciate come previsioni verificabili e non come certezze.
La prima è quantitativa. Se il costo di produzione tende a zero e il beneficio atteso resta positivo, il volume dell’offerta cresce fino a saturare qualunque capacità di assorbimento. La selezione redazionale, già oggi non fondata prevalentemente sulla rilevanza (§ 2.2), lo sarà ancora meno.
La seconda riguarda la forma. Un testo generato secondo lo standard del genere sarà, per costruzione, formalmente ineccepibile: struttura corretta, registro appropriato, virgolettato ben costruito. Ne segue che i marcatori di qualità formale perderanno valore diagnostico, mentre acquisteranno valore relativo i marcatori sostanziali del protocollo — la presenza dell’atto, la verificabilità dei dati, l’allegazione documentale — che non possono essere prodotti dalla sola competenza redazionale, perché richiedono che l’atto esista.
È una conclusione, va detto, non pessimistica: la generazione automatica di testi rende più facile produrre comunicati e non più facile produrre delibere. Il test dell’atto diventa perciò più discriminante, non meno.
La terza riguarda l’asimmetria. La riduzione del costo di produzione favorisce, in linea di principio, i soggetti privi di struttura, e potrebbe ridurre lo squilibrio del § 2.4. In linea di fatto, l’accesso alla visibilità non dipende solo dalla capacità di produrre testi ma dalla relazione con le redazioni e dalla riconoscibilità del mittente, che non si generano automaticamente. L’esito netto è incerto, e sarà misurabile.
27. Che cosa sposta il calcolo
Poiché il comportamento descritto nasce da un calcolo di convenienza, ogni proposta va giudicata su un punto solo: se quel calcolo lo sposta. Cinque misure lo spostano; tre, molto diffuse, no.
27.1 Le misure che incidono
L’attribuzione sistematica. Costa quattro parole e restituisce al lettore l’informazione che il formato aveva rimosso. È il rimedio con il miglior rapporto tra efficacia e costo dell’intero elenco, e non richiede alcuna decisione di sistema: può essere adottato da una singola redazione domani mattina.
La verifica differita e l’archivio. Il registro degli annunci (capitolo 18) e l’archiviazione dei contenuti sui canali propri (capitolo 25). Modificano il calcolo dell’emittente perché rendono costoso ciò che altrimenti è gratuito: un annuncio non mantenuto ha un costo solo se qualcuno, dopo, lo ricorda.
La domanda standard sull’atto. Ripetuta, modifica il formato dei comunicati in ingresso (§ 23.3).
La trasparenza sul grado di sussidio. Una misurazione pubblica — anche campionaria, anche annuale — della quota di contenuto derivante da materiale fornito costituirebbe il dato che oggi manca (§ 3.2). Non richiede alcuna nuova norma: richiede un soggetto disposto a produrla. Un’associazione professionale, un centro universitario o un’autorità di settore ne hanno gli strumenti.
L’applicazione effettiva della disciplina esistente. Il quadro del capitolo 4 è adeguato nei contenuti: la separazione tra ufficio stampa e portavoce, i doveri deontologici del giornalista di ufficio stampa, il test di impersonalità e indispensabilità. La distanza tra norma e prassi non si colma con nuove norme.
27.2 Le misure che non incidono
L’appello alla responsabilità. Lascia i costi dove stavano. Chi lo pronuncia ne ricava credito; chi dovrebbe ascoltarlo non ne ricava alcuna ragione per cambiare.
La proposta di limitare la comunicazione politica. Oltre ai profili di incompatibilità con la libertà di espressione, una disciplina che stabilisse quali comunicazioni siano ammissibili richiederebbe un soggetto incaricato di deciderlo. Affidare a un organo il compito di stabilire che cosa sia propaganda significherebbe costruire un ottimo strumento di censura e un pessimo strumento di correttezza; e la sua istituzione realizzerebbe, su scala di sistema, la condizione (c) della definizione qui proposta.
L’affidamento alla capacità di discernimento del lettore. L’invito a «informarsi da fonti diverse» presuppone che il lettore disponga del tempo e degli strumenti per farlo, e scarica su di lui un onere che il sistema ha creato. Ha inoltre un effetto perverso documentato: l’esortazione generalizzata alla diffidenza riduce la fiducia in tutte le fonti indistintamente, comprese quelle che verificano — con l’effetto di annullare il vantaggio competitivo di chi fa il lavoro, che è l’esatto contrario del risultato desiderato.
28. Bilancio
28.1 Le tre tesi alla prova
Prima. Il comunicato stampa è una transazione prima che un messaggio: contenuto gratuito e pronto all’uso scambiato con spazio e credibilità, in un mercato in cui il costo è sostenuto da un terzo assente — il lettore, che riceve un testo la cui origine gli è ignota. La sua forma non è un fatto stilistico: è progettata per rendere invisibile la propria origine, e riesce nella misura in cui il lettore non riconosce di averla letta. Ne discende un’asimmetria distributiva: il sussidio informativo favorisce sistematicamente i soggetti organizzati, e il suo aumento, a parità di risorse redazionali, sposta la composizione dell’agenda pubblica verso chi dispone di un ufficio stampa.
Seconda. La distinzione tra comunicazione politica e propaganda non passa per il contenuto, per il tono, per la parzialità né per la verità delle singole affermazioni. Passa per l’architettura del testo, e precisamente per la sua apertura al controllo: un testo che consente di sapere chi lo ha prodotto, che rende verificabile ciò che afferma, che ammette la replica e che espone un impegno di cui si potrà chiedere conto è comunicazione politica, per quanto di parte; un testo che disattiva tutte e quattro queste possibilità è propaganda, per quanto vero.
L’esercizio B dell’appendice B mostra il punto meglio di qualunque argomento: un comunicato integralmente di parte, con evidenti finalità di consenso, può essere un ottimo documento informativo. Parzialità e qualità informativa non sono in contrasto, e confonderle è l’errore che rende sterile gran parte del dibattito su questi temi.
Terza. Il protocollo di lettura è alla portata di chiunque e la sua operazione centrale è una domanda sola: a quale atto corrisponde? Nella struttura istituzionale italiana — dove ogni azione politica reale lascia una traccia documentale pubblica, dall’interrogazione al mandato di pagamento — quella domanda separa in pochi minuti ciò che è accaduto da ciò che è stato detto.
28.2 Che cosa è davvero in gioco
Resta da dire qualcosa sul senso complessivo di questo lavoro, che l’apparato tecnico delle pagine precedenti rischia di coprire.
Nulla di quanto si è scritto qui mira a formare giornalisti e lettori sospettosi per principio verso la comunicazione politica. La comunicazione dei partiti, dei movimenti e degli amministratori è una componente necessaria della vita democratica, e un sistema in cui i soggetti politici non comunicassero non sarebbe più trasparente: sarebbe soltanto più opaco, perché le decisioni continuerebbero a essere prese e nessuno ne saprebbe nulla.
La diffidenza generalizzata, del resto, non è una posizione critica: è la rinuncia alla critica. Chi ritiene che tutti mentano non ha bisogno di verificare nulla, e finisce per credere a ciò che gli è più congeniale — che è esattamente il risultato che la propaganda persegue. Il sospetto indiscriminato e la credulità producono lo stesso comportamento, perché entrambi dispensano dalla verifica.
Il protocollo qui proposto serve al contrario: a distinguere. A riconoscere che il comunicato dell’esercizio B merita di essere pubblicato e discusso, e quello dell’esercizio A merita tre domande prima di essere pubblicato. A trattare diversamente ciò che è diverso — che è l’unica operazione che il lavoro giornalistico aggiunge al flusso, e l’unica ragione per cui una redazione esiste.
28.3 Strutture e scelte
Resta un punto che eccede l’analisi.
Queste pagine hanno battuto a lungo sul carattere strutturale dei meccanismi in gioco: l’economia del sussidio, l’assottigliarsi delle redazioni, il premio che l’ambiente riserva a chi si sottrae al controllo. Sarebbe però un fraintendimento leggervi un’assoluzione preventiva.
Le strutture spiegano la frequenza dei comportamenti, non li rendono obbligatori. L’esistenza di uffici stampa che allegano i documenti, di amministratori che formulano impegni con termini e quantità, di redazioni che praticano l’attribuzione sistematica dimostra che i margini di scelta esistono e vengono usati. Ma una condotta corretta esercitata contro la corrente dell’ambiente resta un merito individuale, e i meriti individuali non sono generalizzabili: perché il fenomeno arretri davvero occorre che comportarsi bene smetta di costare e cominci a rendere.
Il che dipende, in ultima analisi, da un fatto molto semplice e molto poco spettacolare: dall’esistenza di qualcuno che, con regolarità e senza clamore, apra l’archivio e verifichi che cosa era stato annunciato sei mesi prima.
Appendice A. Lista di controllo
Elenco ricavato dai capitoli 9-18 e 21. Le prime otto voci si spuntano leggendo il testo, in un paio di minuti; dalla nona in poi occorre mettere le mani sui documenti.
Sull’emittente
- Chi firma? Chi ha materialmente scritto? Per conto di chi?
- Esiste un recapito identificabile e verificabile?
- Se l’emittente è un ente pubblico: il testo distingue l’informazione istituzionale dalla valutazione politica?
- Il comunicato supererebbe il test di impersonalità e indispensabilità previsto per il periodo elettorale?
Sul testo
- Quante proposizioni sono verificabili e quante sono valutative?
- Il virgolettato contiene le affermazioni non verificabili?
- Quali dispositivi di rivendicazione compaiono, e in assenza di quali atti?
- Il testo squalifica in anticipo chi obietterà?
Sull’atto
- A quale atto verificabile corrisponde ciò che si afferma? Con quali estremi?
- In quale fase si trova: annunciato, stanziato, impegnato, liquidato, pagato?
- Chi ha materialmente adottato l’atto?
- Quale contributo specifico l’emittente ha dato, e come è documentato?
Sui numeri
- Le cifre hanno denominatore, periodo, fonte e fase?
- Quale confronto sarebbe naturale, e perché non compare?
- L’aggregato è scomposto nelle sue componenti?
Sul contesto
- Quando è stato diffuso, e la collocazione temporale è ricorrente?
- Sono allegati documenti che consentono la verifica?
- Il soggetto criticato ha avuto modo di rispondere?
- Lo stesso testo, proveniente dall’avversario, riceverebbe lo stesso trattamento?
Sulla verifica differita
- Che cosa era stato annunciato dallo stesso emittente sullo stesso tema, e con quale esito?
- Il testo contiene un impegno con termine o quantità? È stato annotato per la verifica?
Appendice B. Tre esercizi applicativi
I tre esercizi che seguono applicano per esteso la scheda del capitolo 21 e la regola di lettura del § 21.1. Sono condotti su comunicati costruiti: testi artificiali composti per l’analisi, che non riproducono documenti realmente diffusi e non rinviano a soggetti, luoghi o vicende determinati. Il primo mostra un caso di comunicazione politica priva di contenuto verificabile, il secondo un comunicato di parte pienamente utilizzabile, il terzo un caso in cui la qualificazione resta sospesa in attesa di verifica.
Esercizio A
«Servizi sociali, il gruppo consiliare Uno: “Grazie alla nostra battaglia arrivano i fondi per il centro anziani”
Dopo mesi di sollecitazioni e di iniziative, il gruppo consiliare Uno registra con soddisfazione l’avvio dell’iter per il finanziamento del centro diurno per anziani. “È una battaglia che portiamo avanti da anni — dichiara il capogruppo — e oggi finalmente i cittadini vedono riconosciute le loro legittime richieste. Chi ci accusava di fare allarmismo dovrà ricredersi. Continueremo a vigilare perché le promesse si trasformino in fatti.” Il gruppo ricorda di essere intervenuto ripetutamente sul tema, raccogliendo le preoccupazioni delle famiglie, e annuncia che continuerà a lavorare per i servizi di tutti i quartieri.»
Applicazione della griglia.
- 1: favorevole. Emittente identificabile, veste dichiarata.
- 2: non applicabile. L’emittente non è un ente pubblico.
- 3: sfavorevole. Nessun atto indicato, né proprio né altrui. «L’avvio dell’iter» non è un atto: è una fase.
- 4: sfavorevole. Nessun dato.
- 5: sfavorevole. Il documento che accompagnerebbe l’affermazione esiste per definizione — l’atto che avvia il procedimento — e non è indicato né allegato.
- 6: sfavorevole. Un solo elemento potenzialmente fattuale; tutto il resto è valutazione o descrizione di attività.
- 7: sfavorevole in forma marcata. «Battaglia», «sollecitazioni», «iniziative», «intervenuto ripetutamente», «continueremo a vigilare»: cinque dispositivi del capitolo 12, nessun atto.
- 8: sfavorevole. Nessun impegno con termine o quantità.
- 9: sfavorevole. «Chi ci accusava di fare allarmismo dovrà ricredersi» attribuisce all’avversario una posizione e la dichiara smentita da un fatto non ancora avvenuto.
- 10: parzialmente sfavorevole. Il testo non individua un interlocutore determinato, e quindi non nega una replica, ma non offre alcun elemento su cui replicare.
- 11: non valutabile su un testo isolato, in assenza della data di diffusione.
- 12: non valutabile senza la serie dei comunicati precedenti dello stesso emittente.
Esito: livello 2. Sette indicatori sfavorevoli e uno parzialmente sfavorevole su nove valutabili, concentrati sulle condizioni (b), (c) e (d).
Che cosa non è. Il testo non è propaganda ai sensi del capitolo 7: la condizione (a) non ricorre in alcuna forma, perché l’emittente è dichiarato e riconoscibile. È comunicazione politica priva di contenuto verificabile — il caso di gran lunga più frequente, e quello che il dibattito corrente qualifica erroneamente come propaganda.
Che cosa dovrebbe fare la redazione. Tre domande, ciascuna da un minuto: a quale atto corrisponde «l’avvio dell’iter» — una delibera, una determina, un impegno di spesa? Quali iniziative formali il gruppo ha presentato sul tema, con date? Chi ha adottato l’atto? Con le risposte, il pezzo diventa una notizia; senza, il testo pubblicabile è: «Il gruppo Uno rivendica il merito dell’avvio delle procedure per il finanziamento del centro diurno per anziani. Alla nostra richiesta di indicare gli atti presentati sul tema, il gruppo non ha fornito riferimenti.» Due righe, e sono informazione.
Esercizio B
«Bilancio, il gruppo Due presenta emendamento su illuminazione e videosorveglianza
Il gruppo Due ha depositato ieri, prot. 4471 del 14 ottobre, un emendamento al bilancio di previsione che destina 85.000 euro all’estensione dell’impianto di illuminazione pubblica e di videosorveglianza nelle frazioni collinari, attualmente prive di copertura. La copertura finanziaria è individuata nella riduzione del capitolo 1102 (manutenzione arredo urbano), che nel 2025 registrava uno stanziamento di 140.000 euro con impegni per 96.000. L’emendamento sarà discusso nella seduta del 28 ottobre. Il testo integrale è allegato. “Chiediamo al consiglio di valutarlo nel merito — dichiara la consigliera proponente — e ci impegniamo, se respinto, a ripresentarlo in sede di assestamento.”»
Applicazione della griglia.
- 1: favorevole.
- 2: non applicabile. L’emittente non è un ente pubblico.
- 3: favorevole. Atto indicato con protocollo e data.
- 4: favorevole. Cifre con capitolo, anno, distinzione tra stanziamento e impegni.
- 5: favorevole. Testo allegato.
- 6: favorevole. Prevalenza netta di proposizioni verificabili.
- 7: favorevole. Nessun dispositivo di rivendicazione.
- 8: favorevole. Impegno esposto con condizione e sede («se respinto, in sede di assestamento»).
- 9, 10: favorevoli. Nessuna squalifica; richiesta esplicita di valutazione nel merito.
- 11: non valutabile; la data di diffusione coincide comunque con il deposito dell’atto.
- 12: non valutabile senza la serie; l’impegno dichiarato ne consentirà però la verifica in sede di assestamento.
Esito: livello 0. Nessuna qualificazione.
Osservazione. Il testo è integralmente di parte: proviene da un gruppo politico, propone una scelta contestabile, e la sua diffusione ha evidenti finalità di consenso. È anche un ottimo comunicato, e la sua pubblicazione — con attribuzione — informa realmente il lettore, che apprende una proposta, una cifra, una copertura, una data e un impegno verificabile. Parzialità e qualità informativa non sono in contrasto, ed è questo il punto centrale dell’intero saggio.
Un’annotazione: la redazione dovrebbe comunque cercare la posizione di chi si oppone all’emendamento, non perché il testo sia scorretto, ma perché la scelta di ridurre un capitolo per finanziarne un altro è controversa per natura.
Esercizio C
«Il Comitato Alfa per il Territorio: “Basta con le imposizioni calate dall’alto”
Cresce la preoccupazione dei residenti per il progetto che interessa l’area nord. Il Comitato Alfa per il Territorio raccoglie il malessere diffuso di centinaia di famiglie che si sentono ignorate. “Non siamo contro lo sviluppo — spiegano dal Comitato — ma chiediamo che le scelte siano condivise. Nessuno ci ha mai consultati. I dati che vengono diffusi sono parziali e le rassicurazioni non convincono nessuno.” Il Comitato annuncia iniziative nelle prossime settimane e invita i cittadini a informarsi.»
Applicazione della griglia.
- 1: sfavorevole. Nessun nome, nessuna sede, nessun recapito, nessuna storia; il virgolettato è attribuito a un soggetto collettivo indeterminato («spiegano dal Comitato»).
- 2: non applicabile.
- 3: sfavorevole. Nessun atto, nessun riferimento identificabile al progetto contestato.
- 4: sfavorevole. «Centinaia di famiglie» senza base; «i dati sono parziali» senza indicare quali.
- 5: non applicabile. Non è dedotto alcun documento di cui l’emittente disponga.
- 6: sfavorevole. Nessuna proposizione verificabile.
- 7: non applicabile. Non vi è rivendicazione di merito.
- 8: sfavorevole. «Iniziative nelle prossime settimane» senza contenuto.
- 9: sfavorevole. «Le rassicurazioni non convincono nessuno» è una generalizzazione per quantificatore.
- 10: sfavorevole. Il testo non individua un interlocutore né una richiesta a cui rispondere.
- 11, 12: non valutabili.
Esito: livello 2, con qualificazione sospesa in attesa di verifica. L’indicatore 1 è sfavorevole, ma non è accertato se si tratti di occultamento o di informalità: secondo la precisazione del § 21.1, il livello 3 richiede che la simulazione sia accertata, e le cinque verifiche del § 9.2 non sono state ancora compiute. Se accertano un soggetto costituito allo scopo, la qualificazione sale al livello 3; se accertano un comitato reale ma informale, il testo resta di livello 2 e va trattato come tale.
Osservazione, e avvertenza importante. La qualificazione non implica che il comitato sia fittizio, né che le preoccupazioni siano infondate. Molte mobilitazioni autentiche sono informali, prive di struttura e di recapiti, e la loro voce merita di essere ascoltata: la difficoltà di accesso alla parola dei soggetti non organizzati è stata descritta al § 2.4 come un problema democratico, non come un sospetto.
La qualificazione riguarda esclusivamente ciò che il testo consente al lettore di sapere. Ed è esattamente qui che la redazione ha una funzione insostituibile: le cinque verifiche del § 9.2 costano venti minuti e producono uno di due esiti, entrambi giornalisticamente utili. Se il comitato esiste, la testata pubblica una notizia con nomi, numeri e richieste — restituendo voce a un soggetto che da solo non l’aveva. Se non esiste, la testata ha evitato di prestare la propria credibilità a un soggetto che non si espone. In nessuno dei due casi la risposta corretta è pubblicare il testo così com’è — ed è questa, non la qualificazione, la conclusione operativa dell’esercizio.
Appendice C. I termini impiegati
Agenda building. Processo attraverso cui un tema entra nell’agenda dei media e delle istituzioni; descrive la fase a monte rispetto all’agenda setting, e riguarda le risorse necessarie a portare un tema all’attenzione pubblica.
Astroturfing. Costituzione o promozione di soggetti apparentemente spontanei e civici allo scopo di fornire copertura a un interesse organizzato; per contrapposizione a grassroots, la mobilitazione che nasce dal basso.
Churnalism. Produzione giornalistica ottenuta rimaneggiando materiale già confezionato — comunicati, lanci di agenzia — anziché mediante raccolta e verifica autonoma.
Comunicazione istituzionale. Attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni disciplinata dalla legge 150/2000; distinta dalla comunicazione politica del vertice, di cui è responsabile il portavoce.
De-marcatura della fonte. Perdita dell’indicazione di provenienza di un’affermazione nel passaggio dal documento originario alla pubblicazione, con conseguente trasferimento della credibilità della testata all’emittente.
Impegno esposto. Affermazione che contiene un termine, una quantità o una condizione al cui mancato verificarsi l’emittente può essere in seguito richiamato; è l’elemento la cui assenza integra la condizione (d) della definizione proposta.
Information subsidy. Sussidio informativo: riduzione, da parte di un soggetto interessato, del costo che il giornalista deve sostenere per ottenere informazione, allo scopo di aumentarne l’uso.
Propaganda (nel presente lavoro). Testo di comunicazione politica in cui ricorrono congiuntamente opacità del mandante, inverificabilità costruita, chiusura del contraddittorio e assenza di impegno esposto.
Propaganda di agitazione / di integrazione. Distinzione di Ellul tra la propaganda che mira a mobilitare per un’azione determinata e quella che mira a stabilizzare l’adesione e la conformità all’ambiente.
Test dell’atto. Operazione che consiste nell’individuare l’atto verificabile a cui corrisponde ciò che un comunicato afferma, e la fase procedurale in cui esso si trova.
Undermining propaganda. Nella formulazione di Stanley, contributo al discorso pubblico che si presenta nel vocabolario di un ideale politico ma tende a erodere quello stesso ideale.
Virgolettato. Citazione diretta contenuta in un comunicato; nella grande maggioranza dei casi testo scritto e approvato, non trascrizione di parole pronunciate.
Nota bibliografica
Il comunicato, le fonti, il sussidio informativo
Il concetto di information subsidy di Gandy è il riferimento fondamentale della Parte prima, perché consente di descrivere il rapporto tra uffici stampa e redazioni in termini economici anziché morali. Cobb ed Elder forniscono la cornice dell’agenda building; Tuchman resta il riferimento sulle routine produttive e sulla burocratizzazione dell’imprevisto, Bourdieu sulla circolazione circolare dell’informazione e sull’omogeneità dell’agenda; Sigal ha documentato per primo, su base quantitativa, il peso delle fonti istituzionali nella produzione giornalistica.
Bourdieu, P., Sur la télévision, Liber-Raisons d’agir, Paris 1996 (trad. it. Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997).
Cobb, R. W., Elder, C. D., Participation in American Politics. The Dynamics of Agenda-Building, Allyn and Bacon, Boston 1972 (2ª ed. Johns Hopkins University Press, Baltimore 1983).
Gandy, O. H. Jr., Beyond Agenda Setting. Information Subsidies and Public Policy, Ablex, Norwood (NJ) 1982.
Sigal, L. V., Reporters and Officials. The Organization and Politics of Newsmaking, D. C. Heath, Lexington (MA) 1973.
Tuchman, G., Making News. A Study in the Construction of Reality, Free Press, New York 1978.
Churnalism e dipendenza dalle fonti pre-confezionate
Davies è il testo che ha reso pubblico il dibattito; Lewis, Williams e Franklin ne costituiscono la base scientifica. La letteratura successiva ha ridimensionato alcune formulazioni e confermato il nucleo empirico.
Davies, N., Flat Earth News, Chatto & Windus, London 2008.
Lewis, J., Williams, A., Franklin, B., A Compromised Fourth Estate? UK News Journalism, Public Relations and News Sources, in «Journalism Studies», 9 (1), 2008.
Van Hout, T., Van Leuven, S., Investigating “Churnalism” in Real-Time News, in B. Franklin, S. Eldridge II (a cura di), The Routledge Companion to Digital Journalism Studies, Routledge, London 2016, pp. 117-125.
Propaganda: teorie
Ellul resta il testo più utile per il nostro tema, perché sposta l’analisi dal messaggio all’ambiente e dalla menzogna alla saturazione. Stanley fornisce lo strumento concettuale più preciso — la propaganda che mina — e il criterio di riconoscimento adottato in questo saggio. Herman e Chomsky sono utilizzati unicamente per il filtro delle fonti, con le riserve indicate nel testo.
Bernays, E. L., Propaganda, Horace Liveright, New York 1928.
Ellul, J., Propagandes, Armand Colin, Paris 1962.
Herman, E. S., Chomsky, N., Manufacturing Consent, Pantheon, New York 1988.
Jowett, G. S., O’Donnell, V., Propaganda and Persuasion, Sage, Newbury Park (CA) 1986.
Lasswell, H. D., Propaganda Technique in the World War, Knopf, New York 1927.
Stanley, J., How Propaganda Works, Princeton University Press, Princeton 2015.
Comunicazione politica, professionalizzazione, mediatizzazione
Blumler e Kavanagh descrivono il passaggio alla fase in cui la comunicazione politica diventa attività professionale continua; Blumenthal il concetto di campagna permanente; Strömbäck la mediatizzazione come processo in fasi. Sono i riferimenti per l’inquadramento della Parte prima e per il capitolo 26.
Blumenthal, S., The Permanent Campaign, Beacon Press, Boston 1980.
Blumler, J. G., Kavanagh, D., The Third Age of Political Communication: Influences and Features, in «Political Communication», 16 (3), 1999.
Habermas, J., Teoria dell’agire comunicativo, il Mulino, Bologna 1986 (ed. or. 1981).
Mancini, P., Il post partito. La fine delle grandi narrazioni, il Mulino, Bologna 2015.
Strömbäck, J., Four Phases of Mediatization. An Analysis of the Mediatization of Politics, in «The International Journal of Press/Politics», 13 (3), 2008.
Swanson, D. L., Mancini, P. (a cura di), Politics, Media, and Modern Democracy, Praeger, Westport (CT) 1996.
Norme e documenti deontologici
Legge 7 giugno 2000, n. 150, Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni.
Legge 22 febbraio 2000, n. 28, Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica, art. 9.
Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, 11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025.
Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa, 25 marzo 2010.
Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, risposte a quesiti ricorrenti in materia di divieto di comunicazione istituzionale durante le campagne elettorali, aggiornate al marzo 2024.
Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Osservatorio sul giornalismo, edizioni varie.
NOTE (cliccare sui numeri per ritornare al testo)
1L’episodio, comunemente indicato come origine del comunicato stampa moderno, riguarda l’incidente ferroviario dell’ottobre 1906 sulla linea per Atlantic City e l’attività di Ivy Ledbetter Lee (1877-1934), generalmente considerato tra i fondatori delle moderne relazioni pubbliche.
2Declaration of Principles, 1906. Il testo è riportato con formulazioni lievemente variabili nelle diverse fonti; se ne richiama qui il contenuto e non la lettera.
3Sulla vicenda delle disposizioni alla stampa e sull’origine del termine si veda la letteratura storica sulla stampa nel periodo fascista. Il Ministero della cultura popolare è istituito nel 1937 e succede al Ministero per la stampa e la propaganda (1935); la trasmissione sistematica delle disposizioni è però anteriore a entrambi.
4O. H. Gandy Jr., Beyond Agenda Setting. Information Subsidies and Public Policy, Ablex, Norwood (NJ) 1982.
5S. Blumenthal, The Permanent Campaign, Beacon Press, Boston 1980.
6J. Strömbäck, Four Phases of Mediatization. An Analysis of the Mediatization of Politics, in «The International Journal of Press/Politics», vol. 13, n. 3, 2008, pp. 228-246.
7R. W. Cobb, C. D. Elder, Participation in American Politics. The Dynamics of Agenda-Building, Allyn and Bacon, Boston 1972 (2ª ed. Johns Hopkins University Press, Baltimore 1983).
8L. V. Sigal, Reporters and Officials. The Organization and Politics of Newsmaking, D. C. Heath, Lexington (MA) 1973.
9G. Tuchman, Making News. A Study in the Construction of Reality, Free Press, New York 1978. Sull’omogeneità dell’agenda prodotta dalla circolazione interna al campo giornalistico si veda P. Bourdieu, Sur la télévision, Liber-Raisons d’agir, Paris 1996 (trad. it. Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997).
10N. Davies, Flat Earth News. An Award-Winning Reporter Exposes Falsehood, Distortion and Propaganda in the Global Media, Chatto & Windus, London 2008.
11J. Lewis, A. Williams, B. Franklin, A Compromised Fourth Estate? UK News Journalism, Public Relations and News Sources, in «Journalism Studies», vol. 9, n. 1, 2008, pp. 1-20. Lo studio analizza 2.207 articoli di quotidiani e 402 servizi radiotelevisivi.
12Il dato del 12% è la formulazione divulgativa con cui Davies presenta il risultato nel volume citato alla nota precedente; l’articolo scientifico indicato alla nota seguente riporta i dati sulla derivazione del materiale. Le due formulazioni riguardano lo stesso studio e lo stesso campione.
13Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Osservatorio sul giornalismo, IV edizione, questionario avviato nell’ottobre 2025 con pubblicazione dei risultati annunciata per la primavera successiva.
14T. Van Hout, S. Van Leuven, Investigating “Churnalism” in Real-Time News, in B. Franklin, S. Eldridge II (a cura di), The Routledge Companion to Digital Journalism Studies, Routledge, London 2016, pp. 117-125.
15Legge 7 giugno 2000, n. 150, Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni, in particolare artt. 1, 6, 7, 8 e 9.
16Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, adottato l’11 dicembre 2024, in vigore dal 1° giugno 2025; art. 32 (Uffici stampa).
17Carta dei doveri del giornalista degli uffici stampa, 25 marzo 2010.
18Legge 22 febbraio 2000, n. 28, Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica, art. 9.
19Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, risposte a quesiti ricorrenti in materia di divieto di comunicazione istituzionale durante le campagne elettorali, aggiornate al marzo 2024.
20H. D. Lasswell, Propaganda Technique in the World War, Knopf, New York 1927.
21E. L. Bernays, Propaganda, Horace Liveright, New York 1928; Id., The Engineering of Consent, in «The Annals of the American Academy of Political and Social Science», vol. 250, 1947.
22J. Ellul, Propagandes, Armand Colin, Paris 1962; trad. ingl. Propaganda. The Formation of Men’s Attitudes, Knopf, New York 1965.
23G. S. Jowett, V. O’Donnell, Propaganda and Persuasion, Sage, Newbury Park (CA) 1986 (ed. successive aggiornate).
24E. S. Herman, N. Chomsky, Manufacturing Consent. The Political Economy of the Mass Media, Pantheon, New York 1988.
25J. Stanley, How Propaganda Works, Princeton University Press, Princeton 2015.
26J. Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1981; trad. it. Teoria dell’agire comunicativo, il Mulino, Bologna 1986.
