di Fabrizio Pinna. The Brussels Bubble: Inside the European Union in the Digital Age
esce da Cambridge University Press nel 2026. Lo firmano Rebecca Adler-Nissen, professoressa all’Università di Copenaghen, e Kristin Anabel Eggeling, dell’Istituto norvegese di affari internazionali. Ogni capitolo si apre con una frase costruita sullo stesso stampo. «A Bruxelles, c’è una parola per descrivere Bruxelles» (p. 1); «A Bruxelles, ci sono due tipi di persone: quelle con uno smartphone e quelle con due» (p. 23); «A Bruxelles, tutto è negoziabile» (p. 45); «A Bruxelles, i social media funzionano come un dono di riconoscimento per iniziati» (p. 65); «A Bruxelles, c’è una famosa domanda sulle telefonate» (p. 88); «A Bruxelles, c’è un detto: non sprecare mai una crisi» (p. 116). È un espediente che serve a dare al libro il passo di una serie di racconti, e funziona. Ma attenzione, avvertono le studiose: «Sebbene gran parte del testo nel nostro resoconto sia scritto in forma narrativa, ovvero come storia, “storia” non deve essere intesa come fittizia o inventata. Le storie che presentiamo qui sono reali e riguardano persone reali. Tutte le citazioni dirette sono state registrate durante le interviste o trascritte nei diari di campo il giorno stesso in cui le abbiamo ascoltate, e tutti i luoghi che menzioniamo esistevano all’epoca, come per la maggior parte è ancora oggi» (p. 183).
Sommario
1. Dentro la macchina europea
Per molti cittadini l’Unione europea appare alternativamente come un edificio di vetro, un intrico di norme o un’entità remota alla quale attribuire decisioni sgradite. Nel linguaggio giornalistico, “Bruxelles” diventa un soggetto collettivo: chiede, vieta, autorizza, ammonisce. Questa personificazione ha una sua comodità, ma oscura proprio ciò che rende possibile l’azione europea. Dietro il nome della città vi sono persone che leggono notifiche mentre attraversano Rue de la Loi, diplomatici con due telefoni nelle tasche della giacca, interpreti che traducono in tempo reale formule giuridiche quasi identiche ma politicamente non equivalenti, addetti stampa che decidono quando pubblicare la fotografia di una stretta di mano, funzionari che correggono a più mani un documento e rappresentanti nazionali intenti a capire non soltanto ciò che un collega dice, ma ciò che è disposto a concedere.
È in questo livello intermedio fra le grandi istituzioni e le esperienze individuali che si colloca The Brussels Bubble. Il libro di Rebecca Adler-Nissen, professoressa all’Università di Copenaghen, e Kristin Anabel Eggeling, dell’Istituto norvegese di affari internazionali, è un’etnografia della vita politica europea nell’età digitale, ma la formula va intesa con precisione. Non è un’inchiesta sugli algoritmi con cui l’Unione regola la società, né una storia delle sue politiche digitali. Il suo oggetto è più quotidiano e, proprio per questo, più radicale: che cosa accade alle pratiche attraverso le quali l’Europa viene concretamente fatta quando telefoni, posta elettronica, messaggistica, social network, documenti condivisi e videoconferenze entrano nelle stanze della diplomazia? In che modo cambiano fiducia, autorità, attenzione, riservatezza, identità professionale e uso del tempo? E fino a che punto si può ancora distinguere tra l’istituzione e le infrastrutture che ne rendono possibile la presenza?
La tesi del volume è che il digitale non costituisce un’aggiunta esterna a una macchina politica già formata. È ormai parte della macchina, ma non la determina in modo lineare. Le tecnologie vengono adattate a regole, gerarchie e rituali preesistenti; nello stesso tempo li deformano, li accelerano e talvolta li rendono visibili. Le autrici rifiutano quindi sia il racconto ottimistico della modernizzazione, nel quale ogni innovazione equivale a maggiore efficienza, sia la profezia di una sostituzione dell’umano. Il cambiamento che osservano è “strisciante”, diseguale, spesso contraddittorio. Un telefono rende più rapido lo scambio di informazioni e più permeabile il confine fra lavoro e vita privata; una piattaforma allarga l’accesso e crea nuove cerchie interne; la videoconferenza consente di continuare a negoziare e impoverisce i segnali laterali dai quali dipende un compromesso.
Il maggiore merito del libro consiste nel trasformare questi paradossi in un’analisi della politica. Non si tratta soltanto di descrivere nuove abitudini d’ufficio. L’Unione è un ordinamento fondato sulla composizione continua di differenze nazionali, linguistiche e istituzionali. Se mutano le condizioni materiali della composizione, muta anche il modo in cui l’autorità europea viene prodotta. La questione non è dunque se la diplomazia “diventi digitale”, bensì come il digitale entri nella definizione stessa di ciò che conta come presenza, competenza, affidabilità e appartenenza. In questa prospettiva il volume offre al pubblico non specialistico qualcosa di raro: un accesso leggibile e concreto alla sociologia delle istituzioni, senza ridurre la complessità del lavoro europeo a un retroscena pittoresco.
2. La forza del metodo
La nota finale sulla ricerca merita di essere letta come parte sostanziale del libro. Le autrici raccontano la difficoltà dell’accesso: su cento richieste potevano aprirsi soltanto quindici o venti porte. Spiegano come abbiano protetto le identità, trasformato le interviste in conversazioni capaci di far emergere il sapere incorporato e impiegato quasi un anno per codificare con NVivo le note raccolte. La pandemia impose il passaggio a metodi remoti e divenne una forma di “serendipità tragica”: bloccò l’osservazione ordinaria ma rese possibile studiare in tempo reale la conversione digitale dell’istituzione.
«It is difficult to codify or quantify the dynamics involved, but the fact that for every 100 doors we knocked on, only fifteen to twenty opened serves as an illustration. Access in ethnography is always partial and temporary», scrivono le autrici (p. 180). La trasparenza metodologica rafforza la credibilità. L’etnografia non pretende una visuale totale; produce conoscenza situata attraverso accessi parziali, relazioni di fiducia e selezioni inevitabili. Dichiarare questa parzialità non elimina il problema della rappresentatività, ma consente al lettore di valutarlo. Il materiale è inoltre triangolato: le interviste sono confrontate con l’osservazione, le newsletter e le tracce digitali. Le scene non sono presentate come aneddoti autosufficienti, bensì come aperture su meccanismi ricorrenti.
Anche la scrittura è un punto di forza. Ogni capitolo comincia da una persona o da una situazione e amplia progressivamente la scala. La teoria entra quando serve a nominare ciò che il lettore ha già visto accadere. Mauss, Goffman, Latour, Haraway o Knorr Cetina non vengono esibiti come credenziali; forniscono strumenti per collegare doni digitali, faccia, attanti, cyborg e situazioni sintetiche. Questa costruzione rende il volume accessibile senza renderlo semplicistico. Un pubblico non specialistico può seguire una riunione doganale o una crisi di videoconferenza e comprendere perché siano sociologicamente importanti.
Il procedimento, tuttavia, ha un costo. I personaggi compositi e anonimizzati proteggono le fonti, ma riducono la possibilità di stabilire quanto una certa esperienza dipenda da nazionalità, genere, età, tipo di contratto o grado gerarchico. Il diplomatico con due telefoni e l’interprete nella cabina occupano posizioni molto diverse; il libro lo mostra, ma non sempre trasforma queste differenze in un’analisi sistematica delle diseguaglianze interne. La forza narrativa delle scene può inoltre far apparire tipico ciò che è stato scelto perché particolarmente eloquente.
Detto ciò, non perdono comunque valore le parole delle due studiose: «While much of the text in our account is written as narrative, that is, as story, ‘story’ should not be taken to mean fictitious or invented. The stories we present here are real and concern real people. All direct quotations were recorded during interviews or transcribed into fieldnotes on the day we heard them, and all the places we mention existed at the time, as most still do» (p. 183).
3. I limiti della bolla
Il primo limite coincide con l’oggetto stesso. Studiare la bolla dall’interno consente una precisione rara, ma rischia di adottarne la visuale. I cittadini compaiono soprattutto come destinatari della comunicazione, soggetti da proteggere o pubblico evocato nel discorso sulla legittimità. Movimenti sociali, lobbisti periferici, lavoratori precari, gruppi esclusi e amministrazioni lontane dal quartiere europeo restano più sfocati. Di conseguenza, il libro spiega molto bene come la bolla riproduca la propria coesione e meno come venga percepita, contestata o penetrata dall’esterno.
La questione è politicamente rilevante. Se la comunicazione digitale produce un circuito di riconoscimento fra insiders, l’effetto non è soltanto una peculiare cultura professionale. Può allargare la distanza fra un’Europa capace di parlare con se stessa e pubblici che non ne comprendono il linguaggio. Le fotografie di “noiose strette di mano” rassicurano chi sa leggerne il rituale, ma possono confermare l’immagine di una classe separata. Sarebbe utile sapere quando il capitale simbolico accumulato nella bolla si traduca in legittimità esterna e quando, invece, la consumi.
Un secondo limite riguarda le diseguaglianze. Il volume individua gerarchie fra presenti e remoti, fra lingue, generazioni e livelli istituzionali. Manca però una sintesi più robusta di come genere, classe, etnia e provenienza nazionale interagiscano con la digitalizzazione. La reperibilità permanente grava allo stesso modo su chiunque? Chi può sottrarsi alle notifiche senza conseguenze? Chi svolge il lavoro invisibile necessario a mantenere infrastrutture e calendari? Le risposte sono in parte disseminate nelle scene, ma non diventano un asse interpretativo paragonabile a fiducia, tempo o riconoscimento.
Il terzo limite è la relativa elasticità della categoria “digitale”. Nel libro essa comprende smartphone, email, Word, sistemi documentali, videoconferenze, social network, traduzione automatica e intelligenza artificiale. Questa ampiezza permette di mostrare un ambiente sociotecnico complessivo, ma può attenuare le differenze fra tecnologie. Un documento modificabile non esercita lo stesso tipo di potere di una piattaforma governata da algoritmi proprietari; una videoconferenza chiusa non ha la stessa economia dell’attenzione di X. La nozione di affordance serve proprio a distinguere le possibilità specifiche, eppure non tutti gli strumenti ricevono un’analisi tecnica equivalente.
Le autrici sono consapevoli del problema della dipendenza. Nella conclusione chiedono come l’Unione possa regolare le grandi imprese tecnologiche mentre usa software e piattaforme statunitensi per negoziare e comunicare le proprie norme. È una domanda decisiva, ma arriva relativamente tardi. Il potere contrattuale dei fornitori, l’estrazione dei dati, la localizzazione dei server e il funzionamento degli algoritmi rimangono sullo sfondo rispetto all’esperienza degli utenti. Un dialogo più esteso con gli studi sul capitalismo delle piattaforme avrebbe mostrato che l’infrastruttura non è soltanto vulnerabile: incorpora interessi economici e forme di governo.
Anche l’intelligenza artificiale è una presenza laterale. Compare nella traduzione, nella discussione sul futuro del lavoro e nelle pagine conclusive, ma non struttura l’analisi. Non è un difetto se il volume viene letto per ciò che è — un’etnografia della digitalizzazione quotidiana — e non come una guida all’IA nelle istituzioni europee. La scelta è anzi utile: ricorda che l’arrivo di sistemi generativi si innesta su dipendenze, abitudini e gerarchie già costruite da decenni di email, telefoni e piattaforme. Tuttavia il lettore interessato alla decisione algoritmica o all’automazione amministrativa dovrà cercare altrove.
Infine, la rapidità del mutamento digitale costituisce un rischio per qualsiasi ricerca di questo tipo. Twitter diventa X, i funzionari sperimentano Bluesky, le pratiche ibride cambiano e la sicurezza evolve. Alcuni dettagli invecchieranno presto. Il libro ha però costruito una difesa efficace contro l’obsolescenza: il suo vero oggetto non è una piattaforma, ma il modo in cui una comunità negozia visibilità, fiducia, ritmo e appartenenza attraverso strumenti mutevoli. Finché resterà valida questa domanda, le scene conserveranno valore analitico anche quando i nomi commerciali saranno cambiati.
4. Un’etnografia della politica digitale
Il titolo adotta senza ironia, ma neppure senza distanza critica, l’espressione “Brussels Bubble”. La bolla è anzitutto uno spazio geografico relativamente ristretto, gravitante attorno al quartiere europeo. È anche un ambiente sociale nel quale le persone condividono ritmi, riferimenti, percorsi di carriera e un linguaggio riconoscibile, il “Bubblespeak”. Infine è un campo politico: una rete di posizioni ineguali nella quale circolano reputazione, informazioni e accesso. Stare nella bolla significa sapere che cosa è in preparazione prima che diventi pubblico, leggere correttamente un silenzio, riconoscere il peso di un certo corridoio e capire quando una dichiarazione apparentemente anodina segnala un mutamento.
Nel primo capitolo, “In the Brussels Bubble”, le autrici presentano Jack, diplomatico irlandese di medio livello che si muove fra notifiche di Politico, appuntamenti e Twitter. La sua giornata mostra subito come le due Bruxelles, fisica e digitale, si sovrappongano. La prossimità ai palazzi conta ancora, ma non basta. Per essere “nel giro” occorre seguire il flusso di messaggi, bozze e commenti, nonché costruire una presenza riconoscibile sulle piattaforme dove la comunità si osserva. Jack non usa Twitter soltanto per informare un pubblico esterno: vi cerca segnali di considerazione da parte di colleghi e giornalisti. Il dispositivo che porta con sé è insieme archivio, canale diplomatico, agenda, indicatore di status e punto di accesso alla comunità.
Questa scena iniziale chiarisce la scelta metodologica. Adler-Nissen ed Eggeling assumono Bruxelles come un “villaggio” etnografico, nel senso dato da Clifford Geertz allo studio ravvicinato dei mondi sociali: non un luogo semplice, ma un ambiente abbastanza denso da permettere di vedere come significati e gerarchie si producano nelle pratiche ordinarie. Fra il 2018 e il 2025 hanno condotto oltre cento interviste, realizzato venti soggiorni di ricerca — quindici brevi e cinque più lunghi fra il 2018 e il 2023, seguiti da tre settimane di ritorno nel 2025 — e accumulato più di mille pagine di note sul campo. Hanno inoltre esaminato oltre duemila edizioni della newsletter Brussels Playbook pubblicate fra il 2015 e il 2022. Le osservazioni vanno dai caffè alle riunioni riservate; le interlocutrici e gli interlocutori comprendono diplomatici, funzionari, interpreti, giornalisti, stagisti e addetti alla comunicazione.
La lunga durata è decisiva, perché nel mezzo della ricerca intervengono Brexit, pandemia e invasione russa dell’Ucraina: crisi diverse che mettono sotto pressione le forme consuete dell’azione europea. Il periodo osservato non è uno sfondo cronologico, ma una successione di prove. La Brexit sollecita la comunicazione pubblica e la costruzione di un fronte comune; il Covid trasferisce sui monitor una parte della negoziazione; la guerra rende evidente che la vulnerabilità digitale è ormai inseparabile da quella territoriale. Il libro può così cogliere non soltanto la normalità della bolla, ma le condizioni nelle quali la normalità rischia di rompersi.
Il metodo possiede un ulteriore pregio. Le autrici non considerano “la tecnologia” una variabile indipendente dotata di effetti automatici. Seguendo la lezione degli studi sociali della scienza e della tecnologia, osservano assemblaggi di persone, regole, oggetti e ambienti. Un telefono non agisce da solo; tuttavia non è nemmeno un supporto neutro. Le sue notifiche, la portabilità, la possibilità di fotografare e inoltrare, le richieste di aggiornamento e le norme di sicurezza rendono alcune azioni più facili, altre più rischiose, altre ancora quasi obbligatorie. La nozione di affordance, cioè di possibilità d’azione offerte da un oggetto in una situazione, consente di evitare sia l’antropomorfismo sia l’idea opposta di una piena sovranità dell’utente.
La bolla, di conseguenza, non coincide con una casta immobile. È un ambiente poroso, attraversato da flussi transnazionali e legato alle capitali nazionali. Eppure possiede confini reali, perché accesso e riconoscimento sono distribuiti in modo diseguale. Il libro è tanto più interessante quanto più mantiene questa ambivalenza: la bolla rende possibile una cooperazione quotidiana fra persone provenienti da istituzioni e paesi differenti, ma produce anche un punto di vista interno che può allontanarsi dai cittadini nel cui nome si governa.
5. Amare e detestare il digitale
Il secondo capitolo, “Love–Hating the Digital”, mette a fuoco l’ambivalenza annunciata dal titolo. Sabine, diplomatica impegnata nella presidenza austriaca del Consiglio, porta con sé due telefoni e tenta di tracciare confini fra comunicazioni personali e professionali. Il tentativo è fragile: la connessione permanente rende possibile rispondere con rapidità, seguire più dossier e restare in contatto con Vienna, ma estende la giornata lavorativa e moltiplica le interruzioni. L’esperienza non si lascia riassumere in entusiasmo o rifiuto. I medesimi funzionari che deplorano la distrazione temono di essere esclusi se si disconnettono.
Questa oscillazione è il cuore sociale della digitalizzazione. La velocità non è un semplice dato tecnico: diventa un criterio con cui misurare il valore professionale. Chi risponde subito appare competente e presente; chi non segue i gruppi rischia di arrivare tardi. Ma l’immediatezza può compromettere proprio le qualità richieste alla diplomazia, fra cui prudenza, controllo delle formulazioni e capacità di lasciare maturare un’intesa. Il tempo liberato da un canale rapido viene spesso riempito da un numero maggiore di richieste. L’efficienza promessa dal dispositivo produce così una nuova scarsità di attenzione.
Il caso dell’operazione Sophia, la missione navale europea nel Mediterraneo, mostra l’altra faccia della circolazione istantanea. In una riunione con circa duecento persone e centinaia di schermi, i telefoni servono a inviare bozze alle capitali e ricevere istruzioni. Ma la stessa possibilità di riprodurre e inoltrare un testo rende più probabile la fuga di posizioni ancora provvisorie. In una trattativa multilaterale, la differenza fra una bozza e una decisione non è meramente formale. La prima contiene esplorazioni, arretramenti possibili e formule costruite affinché nessuno debba dichiarare apertamente una sconfitta. Se tali passaggi entrano prematuramente nello spazio pubblico, i governi vengono vincolati alle proprie posizioni iniziali e il margine del compromesso si restringe.
La riservatezza appare allora non come residuo antidemocratico, ma come condizione parziale del negoziato. Il libro non la assolve in blocco: ricorda che l’Unione è continuamente chiamata a rendere conto delle proprie decisioni. Mostra però che trasparenza e fiducia non coincidono automaticamente. Una visibilità indiscriminata può indurre gli attori a spostare le conversazioni decisive in canali ancora meno osservabili. Il problema democratico consiste nel distinguere fra il segreto che protegge irresponsabilità e lo spazio temporaneo nel quale le preferenze possono cambiare senza trasformarsi subito in accuse di incoerenza.
Il capitolo è convincente perché riconduce categorie astratte — controllo, fiducia, confine, sovraccarico — a situazioni concrete. Fa vedere come la tecnologia entri nell’esperienza corporea: il gesto di controllare una tasca, l’ansia della batteria, la frammentazione dell’attenzione. Allo stesso tempo, rivela che la distinzione fra “vero lavoro” e attività periferiche viene costruita dagli attori. Leggere una notifica durante una riunione può essere distrazione oppure un atto indispensabile per la trattativa. Solo la posizione della persona e il tipo di circuito informativo permettono di stabilirlo. Il digitale non elimina le gerarchie; offre nuovi modi per rappresentarle e contestarle.
6. Palloncini parole e diritto europeo
“Classifying Balloons”, il terzo capitolo, è forse il più riuscito per un lettore che voglia capire come l’Unione diventi concreta. La scena si svolge in un comitato doganale. Sul tavolo c’è un enorme documento Word a tre colonne e sullo sfondo vi sono ventisette Stati, molte lingue e un catalogo apparentemente prosaico di oggetti: parti di aspirapolvere, accessori e palloncini. Decidere in quale categoria rientri un prodotto significa stabilire il dazio applicabile, uniformare comportamenti amministrativi e produrre effetti ben oltre la stanza.
Il capitolo evita la facile comicità della burocrazia che discute di minuzie. Quelle minuzie sono la sostanza di un mercato integrato. Il cosiddetto “effetto Bruxelles”, reso noto da Anu Bradford, descrive la capacità dell’Unione di diffondere nel mondo i propri standard grazie alla forza del mercato europeo. Adler-Nissen ed Eggeling ne mostrano la cucina: prima che uno standard possa irradiarsi, persone in carne e ossa devono accordarsi sulle parole con cui una merce viene definita. La potenza regolatoria nasce da un lavoro paziente, ripetitivo e linguisticamente esigente.
Qui le figure centrali sono gli interpreti, fra cui Léo, Louise e Victoria. Essi non trasferiscono semplicemente frasi da una lingua all’altra. Devono cogliere intenzioni, esitazioni, ironie e gradi di impegno; osservano il volto di chi parla e anticipano la direzione del discorso. Una minima differenza fra “equipaggiare” e “combinare” può alterare la classificazione legale di un oggetto. L’immagine trovata su Google aiuta a capire che cosa sia un palloncino, ma non può sostituire l’argomentazione giuridica con cui l’oggetto viene fatto entrare in una categoria. La realtà materiale deve essere tradotta in un testo che risulti stabile in lingue diverse e utilizzabile da amministrazioni differenti.
Il digitale interviene a ogni passaggio: il documento proiettato, le banche dati, le immagini, i sistemi di traduzione e i collegamenti con gli uffici nazionali. Tuttavia l’esito non è la scomparsa del giudizio umano. Al contrario, più aumentano le risorse disponibili, più diventa evidente che classificare richiede interpretazione. Gli strumenti automatici possono suggerire equivalenze e accelerare la ricerca terminologica; non decidono quale ambiguità sia politicamente tollerabile né quale sfumatura mantenga l’accordo fra delegazioni.
La scelta di dedicare un intero capitolo a una riunione tecnica è teoricamente importante. Sposta l’attenzione dai vertici alla manutenzione quotidiana dell’ordine europeo e restituisce visibilità a lavori spesso considerati ausiliari. L’uguaglianza formale fra Stati dipende anche dalla fatica di chi rende possibile comprendere ed essere compresi. Quando, durante la pandemia, l’interpretazione viene talvolta ridotta o eliminata per ragioni tecniche, non si perde soltanto un servizio: cambia la distribuzione effettiva della parola, a vantaggio di chi domina le lingue di lavoro.
Il capitolo suggerisce inoltre una lettura più sobria della sovranità. L’Unione non appare sovrana perché emette un comando unitario, ma perché riesce a stabilizzare classificazioni attraverso una cooperazione fragile. Il suo potere è forte negli effetti e laborioso nell’origine. Questa distanza fra la banalità apparente del procedimento e l’ampiezza delle conseguenze è uno dei migliori risultati del volume.
7. Il riconoscimento come economia simbolica
Nel quarto capitolo, “Boring Handshakes”, la scena passa alla comunicazione pubblica e ai social media. Peter lavora nel gruppo che cura la presenza digitale di Donald Tusk, allora presidente del Consiglio europeo. Emma deve coordinare account istituzionali, stampa e profili personali. Il loro compito non consiste soltanto nel diffondere informazioni corrette. Devono scegliere il momento, il tono, l’immagine e la relazione implicita fra chi pubblica e chi viene rappresentato. Una fotografia di leader che si stringono la mano è prevedibile, e proprio per questo svolge una funzione rituale: comunica continuità, accesso e riconoscimento reciproco.
Il titolo del capitolo rovescia l’idea che i contenuti noiosi siano comunicativamente inutili. Nella bolla, il valore di un post non si misura soltanto dall’originalità o dall’ampiezza del pubblico. Un “mi piace”, una condivisione, una menzione o un commento sono piccoli doni sociali. Richiamando Marcel Mauss e l’analisi della “faccia” di Erving Goffman, le autrici descrivono una vera economia simbolica: prestare attenzione significa riconoscere una persona come membro pertinente del campo e crea attese di reciprocità. I social trasformano gesti informali in tracce numerabili, ma non ne cancellano l’ambiguità. Un mancato rilancio può essere distrazione, dissenso o scelta strategica.
Il celebre tweet con cui Tusk accompagnò una torta destinata a Theresa May, giocando sull’espressione “piece of cake”, illustra i rischi della compressione contestuale. Ciò che per l’autore può essere una battuta elegante diventa facilmente, nel clima della Brexit, un atto di scherno o una provocazione. La piattaforma riunisce pubblici differenti, riduce il controllo sulla ricezione e rende difficile riparare una minaccia alla faccia. L’immediatezza, celebrata come autenticità, può entrare in conflitto con il tatto diplomatico.
Un’analisi delle conversazioni sulla Brexit consente alle autrici di parlare di “bubble effect”. Gli insiders brussellesi costituiscono una quota minoritaria del discorso complessivo, poco superiore a un decimo, ma tendono a interagire intensamente fra loro. I social non dissolvono quindi il confine della bolla: possono riprodurlo in forma digitale. Gli account satirici e le battute interne umanizzano l’istituzione, ma premiano chi possiede già i codici necessari a comprenderle. La trasparenza della vetrina convive con l’opacità del gergo.
Il passaggio da Twitter, divenuto X, a Bluesky dopo l’avvicinamento fra Elon Musk e Donald Trump permette di osservare una comunità alle prese con l’infrastruttura che la ospita. Molti funzionari criticano X e aprono nuovi account, ma restano sulla piattaforma che garantisce maggiore amplificazione. La scelta morale è vincolata dagli effetti di rete: lasciare un ambiente significa perdere parte del pubblico e delle relazioni accumulate. La dipendenza da una società privata emerge così non soltanto come questione regolatoria, ma come condizione pratica della visibilità politica.
Questo capitolo rende particolarmente bene il nesso fra microinterazione e costruzione istituzionale. L’Unione viene fatta esistere anche attraverso una sequenza di immagini convenzionali e reciproci riconoscimenti. Nondimeno, è qui che affiora un limite destinato a riapparire. Il libro analizza con grande finezza ciò che i social fanno dentro la bolla, meno sistematicamente il rapporto fra quella comunicazione e i pubblici esterni. Sappiamo come un post distribuisca prestigio fra professionisti; sappiamo meno su come contribuisca alla fiducia o alla sfiducia dei cittadini, o su come le logiche algoritmiche privilegino alcuni conflitti. È una scelta coerente con il disegno etnografico, ma restringe la portata democratica dell’argomento.
8. Il diplomatico e il suo telefono
“Digital Diplomats”, quinto capitolo, porta al centro il corpo. Una domanda attribuita a Henry Kissinger — quale numero telefonico chiamare per parlare con l’Europa — viene usata per mostrare che comunicazione e autorità sono inseparabili. Il telefono non si limita a collegare una persona che possiede già un potere definito; contribuisce a renderla reperibile, a inserirla in una catena di istruzioni e a certificarne la posizione.
Christian partecipa a un trilogo europeo con due smartphone nelle tasche. Li controlla quasi meccanicamente mentre Parlamento, Commissione e Consiglio negoziano un testo. Attraverso quei dispositivi entrano nella stanza capitali, collaboratori ed esperti che non vi sono fisicamente presenti. La riunione non ha dunque confini coincidenti con le pareti: è un assemblaggio distribuito. Le proposte vengono testate altrove, modificate e restituite; il ritmo del negoziato dipende dalla velocità con cui la rete risponde.
Le autrici ricorrono alla figura del diplomatico “cyborg”, debitrice a Donna Haraway e Bruno Latour. Il termine non indica un futuro fantascientifico. Descrive una condizione già ordinaria nella quale capacità cognitive e presenza sono estese da dispositivi. Yulia, responsabile di protocollo, usa un telefono che conta i passi mentre coordina spostamenti e precedenze: perfino il cerimoniale, apparentemente dominato da tradizioni antiche, viene registrato e assistito da un oggetto tascabile. La persona è qui una presenza distribuita, simultaneamente nella sala e nei circuiti che la collegano ad altri luoghi.
Il concetto è efficace quando rende visibile l’unità pratica fra corpo e tecnologia. La “nomofobia”, cioè l’ansia di restare senza telefono, non è soltanto dipendenza individuale: in un ambiente che misura la dedizione attraverso la raggiungibilità, perdere il dispositivo significa rischiare una momentanea esclusione professionale. La protesi digitale amplia l’azione e produce vulnerabilità. Può essere smarrita, violata, intercettata; costringe il corpo ad adattarsi a notifiche e tempi esterni.
Le istruzioni di sicurezza elencate nel capitolo sono rivelatrici: password, divieto di usare chiavette sconosciute, disattivazione di Bluetooth e Wi-Fi, schermi protettivi, dispositivi sempre sotto controllo, cautela con le casseforti degli alberghi. Il manuale tratta il telefono quasi come un’estensione della persona, ma la stessa istituzione che lo rende indispensabile tenta di disciplinarlo. Ne nasce una tensione fra comodità e sicurezza, fra iniziativa del diplomatico e standardizzazione organizzativa. Le differenze generazionali contano, ma non bastano: anche la cultura dell’istituzione, il tipo di dossier e la posizione gerarchica determinano quali strumenti possano essere usati e con quale libertà.
La nozione di cyborg rischia talvolta di apparire più sorprendente che discriminante. Quasi ogni lavoro contemporaneo potrebbe essere descritto come un intreccio fra corpo e dispositivo. Il valore analitico aumenta quando il libro precisa che cosa vi sia di specificamente diplomatico: la necessità di rappresentare un’autorità assente, il carattere sensibile dell’informazione, la pluralità dei mandati e l’importanza del tatto. Quando questa specificità resta sullo sfondo, “cyborg” tende a rinominare una dipendenza già nota. Nel complesso, tuttavia, il capitolo evita l’effetto slogan perché ancora la teoria a gesti, regole e conseguenze osservabili.
9. La pandemia come prova generale
Il sesto capitolo, “The Show Must Go On(line)”, costituisce il banco di prova dell’intero argomento. Con il Covid la digitalizzazione cessa di essere un processo graduale e diventa una condizione di continuità istituzionale. Riunioni che si fondavano sulla compresenza devono trasferirsi online; ciò che prima sembrava un supporto rivela improvvisamente la propria capacità di ridisegnare procedure e gerarchie.
La continuità non era scontata. Le regole europee distinguevano fra riunioni formali, da svolgere fisicamente, e videoconferenze informali, che non potevano adottare decisioni nello stesso modo. Occorreva quindi inventare procedure compatibili con i trattati e, nello stesso tempo, capaci di far avanzare i dossier. Furono elaborati vademecum, limiti di partecipazione e formule “n più n”; si decise chi potesse entrare in collegamento e in quale ordine parlare. La tecnologia non sospese il diritto: costrinse gli attori a interpretarlo sotto pressione.
Il Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, assunse un ruolo ancora più centrale. Alcuni attori essenziali continuarono a incontrarsi fisicamente, mentre molti tavoli politici e tecnici restavano sullo schermo. La crisi produsse così una redistribuzione del potere. Non tutte le riunioni furono digitalizzate allo stesso modo e la possibilità di essere presenti divenne una risorsa più rara. L’eguaglianza apparente delle finestre sul monitor poteva occultare una forte diseguaglianza fra chi partecipava a conversazioni collaterali e chi riceveva soltanto il risultato.
La perdita dei margini è uno dei risultati più nitidi. Una videoconferenza trasmette bene una sequenza di dichiarazioni, molto meno i segnali che circondano la parola ufficiale: un’espressione di fastidio, l’avvicinamento durante la pausa, la battuta con cui si saggia una formula, il colloquio bilaterale che permette di arretrare senza esporsi. Nella diplomazia il corridoio non è un residuo folkloristico; è un’infrastruttura di negoziazione. Quando scompare, i conflitti difficili vengono spostati verso livelli capaci di ricreare fiducia o di imporre una soluzione.
Il fornitore di videoconferenza, chiamato Chaud nel libro, riuscì a sostenere rapidamente decine di incontri paralleli e centinaia di partecipanti. Ma il sistema era, nelle parole dei tecnici, sicuro soltanto in senso relativo e inadatto ad alcuni contenuti riservati. L’episodio mostra quanto l’autonomia politica dipenda da competenze e infrastrutture spesso invisibili. La capacità dell’Unione di prendere decisioni passa attraverso server, connessioni e assistenza tecnica che diventano punti di possibile fallimento.
Eppure il capitolo non consegna un racconto di paralisi. Durante la crisi le istituzioni organizzarono il rimpatrio di circa seicentomila cittadini, approvarono il programma NextGenerationEU da 750 miliardi di euro, adottarono oltre mille misure e centinaia di decisioni sugli aiuti di Stato. La “macchina del compromesso” continuò a funzionare. Il risultato impedisce di idealizzare la presenza fisica: molte attività potevano essere svolte a distanza e alcune persone ottennero un accesso prima costoso o logisticamente difficile. Ma impedisce anche di confondere continuità con equivalenza. L’online mantenne in vita il processo alterandone la qualità.
La pandemia funziona dunque come un mezzo di contrasto. Rende visibili presupposti taciti che nella normalità non venivano discussi: perché una decisione richiede la compresenza, chi controlla l’ordine degli interventi, come si dimostra attenzione, quali informazioni possono circolare e quanto lavoro relazionale preceda una votazione. Nel 2025, rilevano le autrici, si è stabilizzato un modello ibrido. La presenza viene riservata soprattutto alle negoziazioni sensibili, mentre altri incontri restano online. Questa selezione non è neutrale: definisce implicitamente quali attività siano considerate davvero politiche e quali soltanto tecniche.
10. Corpo identità e tempo
La conclusione organizza i risultati in cinque proposte. Primo, l’Unione è un campo sociale virtuale: politica, autorità e legittimità sono inseparabili dalle infrastrutture attraverso cui vengono praticate. Secondo, i social media costituiscono un’economia simbolica del riconoscimento interno. Terzo, diplomatici e funzionari sono presenze corporee estese da dispositivi. Quarto, la digitalizzazione viene negoziata ogni giorno, anziché imporsi come una forza esterna. Quinto, per comprendere la governance globale occorre una “svolta pratica”, capace di studiare ciò che le persone fanno e sentono con le tecnologie.
Questi cinque punti convergono in tre dimensioni: corpo, identità e tempo. Il corpo sembra assente dal discorso sulla burocrazia, ma riappare continuamente: affaticato dallo schermo, collocato o escluso da una stanza, addestrato a controllare un dispositivo, reso visibile da una webcam. L’identità professionale non è contenuta una volta per tutte nel ruolo formale; viene confermata attraverso risposte rapide, fotografie, menzioni e padronanza degli strumenti. Il tempo, infine, viene accelerato, frammentato e reso simultaneo. Essere a Bruxelles significa essere connessi alla propria capitale e a più conversazioni mentre si partecipa a una riunione.
Il concetto più originale è forse quello di “diplomatizzazione della digitalizzazione”. La formula capovolge l’idea consueta secondo cui la tecnologia digitalizzerebbe una pratica già data. Gli attori diplomatici addomesticano le piattaforme, introducendo tatto, gerarchie e procedure; nel farlo, però, modificano la diplomazia stessa. Da qui deriva la nozione di blended diplomacy: non una semplice alternanza fra online e offline, ma un intreccio nel quale una stretta di mano può essere progettata per la fotografia digitale e un messaggio può preparare un incontro fisico.
Questa impostazione offre un correttivo salutare al linguaggio della “rivoluzione”. Le autrici non negano il cambiamento; ne contestano la linearità. Carta e cloud coesistono, così come formalità antiche e canali istantanei. La mediazione digitale non rende automaticamente più orizzontale l’istituzione. Può rafforzare il centro, premiare chi domina una lingua, escludere chi non ha accesso a un gruppo e affidare una funzione pubblica a un’infrastruttura privata. Allo stesso tempo può allargare la partecipazione, rendere rintracciabili alcuni scambi e permettere una cooperazione prima impossibile. Il risultato è un’Europa “costantemente negoziata e costantemente online”.
11. Che cosa il libro insegna sull’Europa
Al di là del tema digitale, The Brussels Bubble offre una teoria implicita dell’integrazione europea. L’Unione non appare come un ordine compiuto né come una semplice somma di interessi nazionali. È un risultato pratico che deve essere prodotto di nuovo ogni giorno. Il compromesso non discende automaticamente dai trattati: richiede linguaggi condivisi, occasioni di incontro, fiducia nella provvisorietà delle proposte e una quantità di lavoro invisibile. La solidità istituzionale dipende, paradossalmente, dalla possibilità di aggiustare continuamente relazioni fragili.
Questa tesi aiuta a superare due immagini opposte ma ugualmente povere. La prima è quella tecnocratica, secondo cui Bruxelles sarebbe una macchina razionale che applica competenze. La seconda è quella populista, secondo cui un centro omogeneo imporrebbe decisioni ai popoli. L’etnografia mostra invece una pluralità di attori che possiedono mandati diversi e cercano formule sufficientemente stabili. La razionalità giuridica esiste, ma è sostenuta da emozioni, rituali e rapporti personali; il potere centrale esiste, ma viene esercitato attraverso negoziazioni distribuite.
Il digitale intensifica questa doppiezza. Da un lato, permette all’Unione di agire come un sistema connesso e di reagire a crisi transnazionali. Dall’altro, espone la dipendenza da infrastrutture che essa non controlla pienamente. Promette accesso e crea nuove esclusioni; accelera le decisioni e riduce il tempo della riflessione; rende visibile il politico e incoraggia una comunicazione progettata per catturare attenzione. Non vi è quindi un’unica “trasformazione digitale” misurabile come progresso da un punto iniziale a uno finale. Vi sono molte trasformazioni locali che si accumulano e si contraddicono.
Particolarmente feconda è l’idea che un’istituzione debba essere studiata attraverso i suoi regimi di attenzione. Chi può interrompere chi? Quali messaggi meritano una risposta immediata? Che cosa compare sullo schermo comune e che cosa resta sul telefono personale? In un ambiente saturo di informazioni, il potere non consiste solo nel possederle, ma nel riuscire a orientare lo sguardo altrui. Il post ben temporizzato, la bozza inviata alla persona giusta e la possibilità di convocare una presenza fisica diventano risorse politiche.
Il libro invita anche a ripensare la trasparenza. Rendere più documenti accessibili non basta se le decisioni si spostano verso gruppi informali; mostrare i leader non significa necessariamente spiegare le alternative; aprire una videoconferenza può lasciare intatte le asimmetrie linguistiche. Una democrazia digitale matura dovrebbe interrogarsi non soltanto sulla quantità di informazioni pubblicate, ma sulle condizioni che permettono ai non addetti ai lavori di interpretarle e contestarle. È forse il punto in cui l’etnografia della bolla potrebbe essere prolungata da una sociologia dei suoi confini.
12. Valutazione conclusiva
The Brussels Bubble riesce in un’impresa difficile: rende visibile l’infrastruttura quotidiana dell’Europa senza trasformarla né in apologia né in caricatura. Le autrici provano simpatia per la competenza e la fatica delle persone osservate, ma non confondono la prossimità etnografica con l’adesione. Mostrano il fascino cosmopolita della bolla e le sue chiusure, l’efficienza dei dispositivi e le dipendenze che producono, la resilienza istituzionale e il prezzo corporeo della connessione permanente.
I capitoli migliori sono quelli nei quali una scena apparentemente minuta apre una questione generale. La classificazione dei palloncini rivela come il potere normativo europeo dipenda dalla traduzione; le strette di mano mostrano che la legittimità si alimenta di rituali; i due telefoni di un negoziatore trasformano la presenza in una rete; la videoconferenza pandemica rende percepibile il valore politico dei corridoi. Il lettore arriva così a comprendere che il “dietro le quinte” non è un luogo separato dalla politica ufficiale. È il processo mediante il quale una decisione diventa possibile.
Sul piano teorico, il volume è più persuasivo quando parla di mediazione, negoziazione e ambivalenza che quando moltiplica etichette. La “polity digitalmente mediata” e la “diplomatizzazione della digitalizzazione” indicano con precisione un rapporto reciproco fra tecnologia e istituzione. Il “diplomatico cyborg” è suggestivo ma richiede, di volta in volta, di essere specificato. Nel complesso, la teoria resta al servizio dell’osservazione e non la sovrasta.
I limiti non ne riducono l’importanza; ne delineano il perimetro. Non è una storia completa della sovranità digitale europea, né uno studio della ricezione pubblica, dell’intelligenza artificiale o del potere economico delle piattaforme. È un’etnografia della classe professionale che fa funzionare le istituzioni e delle tecnologie con cui essa costruisce il proprio mondo. Proprio per questo andrebbe letta insieme a ricerche sui cittadini, sui movimenti e sulle imprese tecnologiche. L’interno della bolla acquista pieno significato quando viene messo in relazione con ciò che essa lascia fuori.
Per un pubblico colto non specialistico, il volume rappresenta un’ottima introduzione alla sociologia dell’Unione e della diplomazia digitale. La chiarezza narrativa non sacrifica la complessità, e il carattere aperto dell’edizione ne favorisce la circolazione. Per gli studiosi, offre concetti utilizzabili e un raro archivio di pratiche colte durante una fase di straordinaria trasformazione. Ma il suo contributo più duraturo è forse una disposizione dello sguardo: prima di parlare di rivoluzioni tecnologiche, osservare chi tiene il telefono, chi interpreta la frase, chi riceve l’invito, chi resta nella stanza e chi compare soltanto in una finestra sullo schermo.
Alla fine, la bolla non è né un semplice privilegio né un’illusione da perforare. È un ambiente politico nel quale la cooperazione europea prende forma e nel quale vengono riprodotte distanze che la stessa Europa promette di superare. Il digitale non la dissolve. La rende più estesa, più veloce, più permeabile e, in alcuni punti, più chiusa. Il pregio di Adler-Nissen ed Eggeling è mostrarci che l’Unione abita ormai questa contraddizione: non soltanto nei trattati o nelle grandi strategie, ma nel gesto quasi impercettibile con cui, durante una riunione, qualcuno abbassa gli occhi verso lo schermo e decide se rispondere.
13. Riferimenti bibliografici
Rebecca Adler-Nissen e Kristin Anabel Eggeling, The Brussels Bubble. Inside the European Union in the Digital Age, Cambridge, Cambridge University Press, 2026, 202 pp., ISBN 9781009756792, DOI 10.1017/9781009756792. Volume ad accesso aperto disponibile in Cambridge Core: https://www.cambridge.org/core/books/brussels-bubble/8AB9DF1C1EEA812F9A3270D7D578B132.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

