Idee e letture. Schermi contro schermi: i disordini della comunicazione tra media e social

(di Fabrizio Pinna ) Un volume francese sui disordini della comunicazione, e le tre risposte che dà al proprio titolo. Una lettura di Écrans contre écrans, a cura di Didier Tsala Effa, Paris, CNRS Éditions, 2026

Copertina Écrans contre écrans

di Fabrizio Pinna. Il punto di partenza è dichiarato nella prima riga della presentazione: nel 2011 la rivista Hermès aveva pubblicato il numero 59, «Ces réseaux numériques dits sociaux», curato da Alexandre Coutant e Thomas Stenger; i curatori annunciano di riaprire quel cantiere quindici anni dopo, e precisano subito che non lo fanno allo stesso modo: «il sera ici question à la fois de réseaux et de médias». Lo spostamento, scrivono, non è di sensibilità ma di contesto. Che cosa è successo in quindici anni?

1. Quindici anni dopo

Écrans contre écrans esce per CNRS Éditions nella collana «Les Essentiels d’Hermès», a cura di Didier Tsala Effa; la presentazione generale è firmata insieme a Ugo Ruiz. Duecentodue pagine, quattordici contributi, due interviste, un glossario e una bibliografia selettiva. Il volume è integralmente leggibile ad accesso aperto sul portale OpenEdition Books.

Il punto di partenza è dichiarato nella prima riga della presentazione: nel 2011 la rivista Hermès aveva pubblicato il numero 59, «Ces réseaux numériques dits sociaux», curato da Alexandre Coutant e Thomas Stenger; i curatori annunciano di riaprire quel cantiere quindici anni dopo, e precisano subito che non lo fanno allo stesso modo: «il sera ici question à la fois de réseaux et de médias» (§ 1). Lo spostamento, scrivono, non è di sensibilità ma di contesto. Che cosa è successo in quindici anni? La risposta che danno è un elenco — i gilet gialli, le due elezioni di Donald Trump, la guerra civile siriana, l’ascesa e la caduta dello Stato islamico, Charlie Hebdo, la guerra in Ucraina, la distruzione di Gaza — e poi una constatazione sul tratto che quegli eventi hanno in comune: li abbiamo seguiti tutti attraverso l’obiettivo di una telecamera o di un telefono, in diretta, senza filtro, senza distanza, «souvent exposés, parfois à notre insu, à la propagande de l’un des acteurs de l’événement» (§ 3). La rottura, per loro, sta esattamente lì: in quindici anni un oggetto diventato banale, lo schermo, si è imposto come interfaccia centrale del rapporto con il mondo.

Chi apre il libro deve sapere a quale scuola appartiene, perché da questo dipende tutto il resto. Il volume viene dalla tradizione che Dominique Wolton ha costruito attorno a Hermès in trentacinque anni, e il cui assioma è che informare non è comunicare. La comunicazione non è un problema tecnico; l’abbondanza di informazione non produce intercomprensione, e spesso la rende più difficile; il destinatario non è una superficie passiva ma un soggetto che resiste. Da qui il lessico che si incontra ovunque in queste pagine — incommunication, acommunication, médiatisation — e che conviene prendere sul serio anziché tradurlo distrattamente: l’incommunication non è un guasto della comunicazione, è la sua condizione normale.

Il titolo, invece, annuncia un conflitto, e i curatori lo rivendicano: «par le choix du titre, Écrans contre écrans, impliquant une bataille, une guerre, le parti pris de ce numéro est clairement assumé» (§ 7). Precisano però che non si tratta di schierarsi per i media contro le reti o viceversa, operazione che avrebbe poco interesse, ma di capire come gli uni e le altre ridefiniscano oggi il legame fra informazione e incomunicazione. Il libro è organizzato intorno a tre assi: l’ibridazione crescente fra media e reti, con le questioni giuridiche che ne derivano; la difficoltà dei media a contenere le incomunicazioni della società; il modo in cui le reti le accelerano.

Questa recensione segue un’altra strada, suggerita dal volume stesso. Alla domanda che il titolo pone — che cosa accade esattamente fra gli schermi vecchi e quelli nuovi — il libro dà tre risposte diverse e, nei termini in cui sono formulate, incompatibili. Non sono una contraddizione da imputare ai curatori: sono tre tesi argomentate da autori diversi su oggetti parzialmente diversi, e ciascuna si difende. Metterle in fila è il modo più economico per dire che cosa il libro contiene davvero.

Una nota pratica sulle citazioni. L’edizione elettronica fornisce l’intervallo di pagine di ciascun capitolo ma non le interruzioni di pagina interne; numera invece i paragrafi. Le citazioni testuali sono quindi riferite al paragrafo, indicato fra parentesi, e l’intervallo di pagine è dato una volta all’inizio di ogni sezione.

2. Wolton: dieci riflessioni e un divieto

Il volume si apre con dieci tesi numerate di Dominique Wolton, «Dix réflexions à propos d’Écrans contre écrans» (pp. 7-14), seguite da tre indicazioni che l’autore chiama sfide. È un testo breve e volutamente assertivo: non dimostra, enuncia.

Le prime tre tesi fissano il quadro. Nella comunicazione l’essenziale non è la tecnica ma i modelli di relazione umana e sociale; il progresso tecnico è stato immenso, e più efficace nella comunicazione tecnica che nella fragile comunicazione umana; «Plus il y a d’information, plus le partage et l’intercompréhension sont difficiles à cause de l’hétérogénéité des publics» (§ 1). La seconda tesi applica il principio al presente: le prestazioni tecniche sono tali che si crede di poter risolvere con esse anche le difficoltà dell’incomunicazione umana, e invece accade il contrario; «On le voit avec l’IA» (§ 2). La terza introduce la figura che Wolton considera dimenticata, il destinatario:

«Plus il y a de messages, plus il y a de résistance de la part de celui-ci. Il n’est pas ‘manipulé’, même s’il peut être influencé. Il garde ses distances. Heureusement car infernale serait la communication s’il n’y avait pas ces malentendus, ces échecs, ces décalages» (§ 3).

Le tesi centrali oppongono due logiche: quella dei media, fondata sull’offerta e sulla programmazione, e quella del digitale, fondata sulla domanda individuale. Wolton le dichiara ugualmente legittime e contraddittorie. «Avec l’offre, on sait un peu ce que l’on veut et l’on veut aussi être surpris. Avec la demande on est libre mais au bout d’un moment on s’enferme» (§ 5). Da qui la distinzione su cui insiste: il pubblico non è l’audience. Il primo è un concetto, una rappresentazione normativa della società; la seconda è una realtà socioeconomica, un mercato (§ 6). E da qui una posizione che va contro l’intuizione corrente: costruire una comunicazione rivolta al grande pubblico è più difficile che costruirne una rivolta a un pubblico ristretto e specializzato, perché il grande pubblico è eterogeneo. «L’erreur du numérique est de croire que la demande est ‘supérieure’ à l’offre et qu’Internet serait plus ‘moderne’ que les médias !» (§ 7).

La nona tesi è quella che un lettore italiano riconoscerà più facilmente nel proprio dibattito. Per decenni si è temuta l’influenza dei media di massa: più cresceva l’audience, più si temeva l’effetto dei messaggi sul pubblico. Quel timore, osserva Wolton, non si è mai verificato davvero, perché il pubblico resiste. Oggi accade il rovescio: si è affascinati dagli influencer, e più cresce il numero degli utenti, più si valorizzano quelli capaci di influenzare.

«Le nombre, hier avec les médias, faisait peur, aujourd’hui, avec les réseaux, il fascine. L’influenceur des médias est dangereux, l’influenceur des réseaux est vertueux !» (§ 9).

È un rilievo che riguarda il discorso pubblico, e il volume vi tornerà più volte. Non è una difesa dei media tradizionali: è un’obiezione all’asimmetria con cui si misura l’influenza a seconda di chi la esercita.

Il divieto

Le tre sfide finali contengono però un divieto lessicale. Wolton chiede di non parlare di convergenza né di ibridazione fra tecniche e modelli di comunicazione, «comme si la complémentarité venait ‘naturellement’»:

«Il ne s’agit pas d’un rapprochement pacifique entre différentes logiques de communication mais d’une guerre entre techniques, visions du monde et industries concurrentes. L’hybridation est un idéal alors que la réalité est davantage plus violente. Dans cette hybridation l’un gagne, l’autre perd. Il n’y a pas de convergence, comme on dit pudiquement, il y a simplement une intégration technique et une concentration financière» (§ 13).

La prima condizione della libertà di comunicazione, aggiunge, è preservare la pluralità dei supporti e dei contenuti; «Tout sauf l’intégration…». Le altre due sfide sono il ruolo cardinale del diritto e della regolamentazione — «Pas de démocratie sans protection juridique de l’information et de la communication» (§ 14) — e la lotta contro gli effetti della concentrazione su scala mondiale, che Wolton descrive come un impoverimento culturale e simbolico mascherato da mondializzazione della comunicazione (§ 15).

Il divieto va preso alla lettera, perché è un’affermazione sul mondo e non sul vocabolario. Wolton sostiene che chi dice «ibridazione» descrive come mescolanza un processo che è una sostituzione con vincitori e vinti, e che il termine ha una funzione eufemistica. È una tesi forte, e il libro che la ospita offre subito il materiale per discuterla, perché il capitolo successivo è costruito proprio sulla nozione vietata.

3. Granier e Lafon: il mercato dell’accumulazione

Jean-Maxence Granier, «De la chaîne au réseau: métamorphoses de la caténalité médiatique» (pp. 41-54), parte da una constatazione linguistica: continuiamo a dire «canale» televisivo e «antenna» radiofonica come se il cuore del sistema fosse ancora un flusso lineare, organizzato in palinsesto, rivolto a un pubblico nazionale. Introduce allora un termine, caténalité — dal latino catena —, per nominare ciò che è in gioco: non i singoli programmi, ma l’arte della concatenazione.

Un canale, nel senso forte, è un medium sintagmatico: una successione di programmi che fabbrica, strada facendo, un modo di abitare la giornata. «On ne regarde pas seulement une émission: on entre dans une phrase télévisuelle qui commence dès l’aube avec la matinale, se densifie pendant le journal du soir, se détend avec la fiction et le divertissement d’après dîner» (§ 2). Programmare, osserva Granier, significa decidere l’ordine e il momento, e dunque che cosa diventa evento. La caténalité è stata criticata — chiusura dello spettatore nel flusso, perdita di libero arbitrio — ma aveva una virtù: associare contenuti eterogenei in una visione del mondo coerente, assunta da un marchio editoriale identificabile (§ 3).

La piattaforma rompe con la logica del palinsesto e si presenta come catalogo: dal sintagma si passa al paradigma, si sceglie dentro un insieme potenzialmente infinito. Ma il catalogo non è mai un magazzino neutro. «L’autoplay, les listes ‘À suivre’, les recommandations (‘Parce que vous avez regardé…’), les playlists éditorialisées composent pour chaque utilisateur une séquence singulière, qui rejoue la caténalité à l’échelle d’un profil» (§ 6). La formula che riassume il passaggio è precisa: la piattaforma internalizza la caténalité nell’algoritmo. Dove il canale rendeva visibile il proprio modo di concatenare — la griglia dei programmi, le fasce orarie, le autopromozioni —, la piattaforma delega quella concatenazione a calcoli opachi; non si abolisce l’editorializzazione, la si sposta dal collettivo all’individuale (§ 7).

Le reti costituiscono una terza tappa: non un canale né un catalogo, ma un filo. Granier le definisce come imprese che mettono in relazione utenti, produttori di contenuti e inserzionisti, organizzando la circolazione dei messaggi dentro un grafo di relazioni e decidendo per via algoritmica i gradi di visibilità (§ 8). Il flusso è coprodotto dalla persona e dalla macchina. Ne risulta una tripartizione riutilizzabile: si passa da una caténalité istituzionale (il canale, il programmatore) a una caténalité algoritmica (la piattaforma, il profilo d’uso), poi a una caténalité relazionale (la rete, la viralità), dove il valore di un contenuto dipende tanto dai suoi vicini nel filo quanto dalla propria forma (§ 10).

La tesi dell’accumulazione

A questo punto Granier formula esplicitamente l’obiezione alla narrazione del rovesciamento, ed è qui che il volume si divide al proprio interno:

«Il serait tentant de raconter cette histoire comme un pur basculement: la chaîne est morte, remplacée par les plateformes, bientôt elles-mêmes dévorées par les réseaux. Or tout indique, au contraire, que l’on est dans un marché d’accumulation: les médias s’ajoutent plus qu’ils ne se chassent» (§ 11).

Le prove che porta sono concrete. La televisione lineare continua a pesare per l’informazione, lo sport, i grandi eventi, cioè nei momenti in cui «essere insieme» in diretta conserva un valore simbolico; il recupero in differita, le offerte diffuse via internet e gli abbonamenti su richiesta hanno dato una seconda vita ai programmi fuori dal flusso hertziano; le radio si descrivono come piattaforme d’ascolto più che come antenne; i canali televisivi passano per applicazioni proprie. Granier distingue allora i media mediatizzati, che producono valore editoriale, dai media mediatizzanti, che mettono in relazione gli individui e ne catturano le produzioni; e osserva che i due universi si contaminano, con giornalisti di formazione classica che adottano i codici delle reti — Samuel Étienne su Twitch, Arte su YouTube — per ricostruire un media mediatizzato dentro un ambiente mediatizzante (§ 13). Da qui il termine che Wolton aveva vietato: si entra, scrive Granier, in un régime d’hybridité (§ 14).

Il disaccordo è reale e non va ammorbidito. Per Wolton l’ibridazione è un ideale che nasconde una guerra con un vincitore e un vinto; per Granier la metafora della guerra nasconde un’accumulazione, cioè il fatto che le forme non si sostituiscono ma coesistono e si trasformano a vicenda. Le due tesi non si contraddicono su ogni punto — entrambe riconoscono l’integrazione tecnica e la concentrazione finanziaria — ma danno due descrizioni diverse di che cosa accade alle forme. Chi legge il volume per intero è messo nella condizione di scegliere, il che è un merito dell’impianto editoriale, anche se nessuno dei due autori lo tematizza.

Granier aggiunge nella parte finale un’osservazione che va oltre il suo oggetto. Quando la concatenazione dei contenuti è prodotta da sistemi di automazione — algoritmi di raccomandazione, motori di classificazione, dispositivi capaci di comporre essi stessi fili e riassunti — la responsabilità di quelle concatenazioni diventa difficile da localizzare: «Il n’y a plus de rédacteur en chef identifiable, plus de programmateur, mais des procédures, des modèles et des paramètres, rarement discutés publiquement» (§ 24). Il rischio, scrive, è doppio: una perdita di senso, perché i contenuti cessano di essere articolati in un’intenzione intelligibile; e una deresponsabilizzazione, perché si potrà sempre attribuire «alla macchina» scelte che restano decisioni umane di architettura e di regolazione. La domanda con cui chiude il capitolo — «qui tient le fil ?» — è una domanda politica, e il capitolo la formula come tale: dietro la questione tecnica della concatenazione sta sempre quella di chi abbia il potere di dare forma alla nostra esperienza collettiva del tempo e dell’evento (§ 27).

Lafon: l’incomunicazione come condizione

Benoit Lafon, «Les médiatisations étendues aux réseaux» (pp. 55-70), lavora sullo stesso terreno con strumenti più teorici e arriva a una conclusione simile per un’altra via. La sua premessa è che le piattaforme non sono «nuovi» media contrapposti ad «antichi» media, ma infrastrutture sociotecniche che ospitano e fanno circolare servizi di messaggistica e di mediatizzazione di contenuti (§ 3). L’innovazione sta nella sostituzione della programmazione e dell’editorializzazione con una logica di propagazione algoritmica, e dunque in una modificazione dei regimi di diffusione, delle forme di ricezione e dei rapporti fra produttori e pubblici.

Da qui la nozione che Lafon propone per l’economia di questi dispositivi, industries du relationnel, e una diagnosi sulla temporalità: riprendendo Eliseo Verón, osserva il declino del campo in cui si esercitava la gestione dei collettivi di lungo periodo — il politico — e il dominio crescente di un campo orientato alla gestione di collettivi di breve periodo (§ 6). L’accelerazione non riguarda solo i nuovi media: riguarda anche i vecchi, ormai sottoposti a una logica di flusso permanente, i canali di informazione continua e la stampa che spinge notifiche e dirette.

Lafon è però esplicito nel non trarne la conclusione catastrofica che ci si aspetterebbe. La frammentazione, scrive, non segna la fine di uno spazio pubblico comune: dagli anni Novanta si temeva una frammentazione infinita dei pubblici, e non si è prodotta; si è prodotta una moltiplicazione di spazi pubblici parziali, che non ha messo in discussione l’esistenza dello spazio pubblico nazionale, il quale resta quello dell’azione politica e pubblica (§ 7). È una correzione utile, perché contraddice dall’interno del volume il tono allarmato di altri capitoli.

Il nucleo teorico sta nella ripresa della nozione di incommunication. Lafon cita Wolton — «l’incommunication est la condition de la communication, car elle permet de poursuivre les efforts après les difficultés et les échecs» (§ 10) — e Éric Dacheux, per il quale l’incomunicazione non distrugge la comunicazione ma ne è la condizione di esistenza, e per il quale questi lavori costituiscono un avanzamento euristico «puisqu’ils démontrent que la norme est l’incompréhension et non la compréhension» (§ 11). Mediatizzare, conclude, significa anzitutto rendersi visibili, senza alcuna garanzia che il destinatario colga l’intenzione significante; le mediatizzazioni sono per essenza dispositivi di incomunicazione, e le reti ne sono i «laboratoires» (§ 13), perché trasformano il malinteso in risorsa comunicativa anziché in ostacolo da superare.

Su questo capitolo si possono fare due osservazioni. La prima riguarda l’equilibrio fra apparato e dimostrazione: il testo chiama in causa un gran numero di riferimenti — Verón, Delforce e Noyer, Esquenazi, Robert, Odin, Entman, Rosa, Hartog — e ne ricava una tesi che resta di principio, senza che un caso venga analizzato. La seconda riguarda la tesi stessa. Se l’incomprensione è la norma e il malinteso una risorsa, resta da capire che cosa distingua l’incomunicazione ordinaria da quella prodotta deliberatamente; la questione tornerà, e il volume non la risolve.

4. Tinière: perché una piattaforma non è un editore

Il capitolo di Romain Tinière, «L’impossible réglementation des réseaux sociaux ?» (pp. 27-39), espone l’architettura giuridica di cui si discute continuamente senza conoscerla. Tinière insegna diritto dell’Unione europea a Grenoble, e procede per gradi.

Primo gradino, la natura dell’oggetto. Il diritto dell’Unione tratta le piattaforme di reti sociali come una sottocategoria delle piattaforme in rete, le quali appartengono alla categoria più ampia dei servizi di hosting, la cui attività consiste nel conservare informazioni fornite da un destinatario del servizio su sua richiesta. Da questo incastro di categorie discende tutto: «le gestionnaire d’une plateforme de réseaux social est considéré avant tout comme un hébergeur de contenus et non comme un éditeur. Il n’est donc pas responsable du contenu hébergé, du moins tant qu’il n’a pas été informé de son illicéité, et n’est pas tenu par une obligation générale de surveillance des contenus publiés sur sa plateforme» (§ 2).

Secondo gradino, l’obiezione. Quella classificazione risale alla fine degli anni Novanta ed è stata estesa di fatto alle reti sociali; era già artificiosa all’inizio, ed è diventata inadeguata, perché le piattaforme hanno in pratica un’attività editoriale. Tinière la identifica con precisione: l’attività editoriale si manifesta nella creazione di un algoritmo di raccomandazione proprio di ciascuna piattaforma, che aumenta la visibilità di certi contenuti e riduce fino ad annullare quella di altri, secondo criteri che valorizzano i contenuti più virali e dunque più polemici, allo scopo di generare traffico (§ 2). L’argomento resta valido fuori dal contesto giuridico: la responsabilità editoriale non si misura dal fatto di scrivere i testi, ma dal fatto di decidere che cosa venga visto.

Terzo gradino, la difficoltà. Tinière non si limita a denunciare l’inadeguatezza: mostra perché ciascuna soluzione disponibile abbia un costo. Affidare il controllo al giudice è la regola fuori dalle piattaforme e garantisce l’equilibrio nel diritto della stampa, ma qui incontra i propri limiti: come immaginare che l’istituzione giudiziaria si pronunci da sola su tutti gli eccessi della libertà di espressione in rete, visto il numero dei contenuti, e in tempi abbastanza brevi da rendere il controllo utile, quando le principali piattaforme si trovano negli Stati Uniti o in Cina (§ 3)? Affidarlo alle piattaforme stesse, con un obbligo generale di sorveglianza, significherebbe attribuire un ruolo di censore a operatori privati i cui interessi non coincidono con un’espressione pacata. Senonché quel potere le piattaforme lo esercitano già di fatto, perché quegli spazi di discussione sono giuridicamente creati e amministrati da privati, che hanno il diritto di stabilirne le regole come un direttore di pubblicazione determina la propria linea editoriale. Le condizioni generali d’uso, osserva Tinière, sono una linea editoriale che non osa dire il proprio nome.

Ne discende una conclusione che evita la semplificazione corrente. La difficoltà non è solo impedire gli eccessi della libertà di espressione in rete: è impedire anche l’eccesso inverso, cioè la «surmodération» dei contenuti da parte delle piattaforme (§ 3). L’esclusione di Donald Trump da Twitter nel 2021 è, per Tinière, il momento in cui si è presa coscienza di questo spazio intermedio.

Che cosa fa il Digital Services Act

Il capitolo passa poi al regolamento (UE) 2022/2065, che non rimette in discussione l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza ma lo accompagna con due dispositivi distinti.

I meccanismi mirati conservano un approccio contenuto per contenuto e distribuiscono la responsabilità dell’identificazione fra tre attori: le autorità nazionali, amministrative o giudiziarie, che possono qualificare un contenuto come illecito ed esigerne il ritiro; gli utenti, che possono segnalare, con l’obbligo per il gestore di prevedere un meccanismo di segnalazione funzionante e di rispondere; le piattaforme stesse, che possono ritirare contenuti o bandire utenti sulla base delle proprie condizioni generali (§ 4). La politica di moderazione resta libera, ma il DSA la vincola a un minimo: deve essere «énoncée dans un langage clair, simple, intelligible, aisément abordable et dépourvu d’ambiguïté», pubblicata in formato accessibile e applicata tenendo conto dei diritti e degli interessi delle parti coinvolte. Tinière annota la differenza che resta: si chiede alla piattaforma di effettuare un bilanciamento di interessi analogo a quello che farebbe un giudice, salvo che la piattaforma non è il terzo imparziale che il giudice è.

Gli obblighi di diligenza riguardano invece le piattaforme che superano i quarantacinque milioni di utenti attivi mensili nell’Unione, designate come «très grandes plateformes en ligne»: LinkedIn, Facebook, Instagram, TikTok, X. Devono censire, analizzare e valutare i rischi sistemici che fanno pesare sui diritti fondamentali degli utenti a causa della loro politica di moderazione e della parametrizzazione del loro algoritmo di raccomandazione; la valutazione è resa pubblica e va completata da un piano di attenuazione dei rischi, da un audit esterno e da obblighi di trasparenza sull’algoritmo e sulla pubblicità mirata. Il mancato rispetto può dar luogo ad ammende fino al sei per cento del fatturato mondiale dell’impresa (§ 6). L’idea sottostante, scrive Tinière, è indurre le piattaforme a modificare il proprio modello facendo leva sulla trasparenza, anziché prescrivere contenuti.

La conclusione è prudente e va riferita nella sostanza. Il DSA è entrato pienamente in vigore solo nel febbraio 2024 e i suoi effetti non sono ancora misurabili. L’ostacolo principale non è giuridico ma politico: il campo di applicazione si fonda sulla localizzazione del destinatario del servizio e non sulla nazionalità del fornitore, sicché le piattaforme devono rispettarlo se vogliono offrire i propri servizi nell’Unione; ma questo obbligo «repose en réalité sur un rapport de force entre l’Union européenne et la plateforme, voire l’État au sein duquel elle est basée: ce n’est que parce que la plateforme estime qu’elle a davantage à gagner à proposer ses services dans la zone économique la plus prospère du monde qu’est l’Union européenne qu’à ne pas le faire qu’elle accepte d’en respecter les règles» (§ 7). E quel rapporto di forza, osserva, è cambiato: dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump la questione è stata legata ai negoziati commerciali e ai dazi, e i primi segnali inviati dalla Commissione nel corso del 2025 lasciano intravedere un ripiegamento dell’Unione in materia.

Il capitolo non addolcisce questa conclusione: la sequenza non è conclusa, scrive Tinière, ma non bisognerebbe che gli avanzamenti promessi dal DSA restassero «un mirage inatteignable».

5. Jost: contare le parole o contare i punti di vista

François Jost, «Le pluralisme, une affaire de point de vue» (pp. 85-94), affronta una vicenda francese che in Italia è poco nota ma il cui meccanismo è trasferibile. Il capitolo ha una particolarità che l’autore stesso dichiara: Jost non è un osservatore esterno della controversia che racconta, ne è stato una delle parti.

La distinzione da cui parte è utile al di là del caso: pluralità non è pluralismo. «Le fait que des sources d’information se multiplient n’implique pas que les opinions exprimées soient différentes» (§ 1). Jost porta l’esempio della convergenza fra CNews ed Europe 1, che a certe ore diffondono gli stessi programmi, l’uno con immagini e l’altro senza.

Il caso. Reporter senza frontiere aveva presentato ricorso al Conseil d’État sostenendo che CNews non fosse un canale d’informazione ma un «canale d’opinione», e proponendo tre criteri: che il lavoro giornalistico occupi un posto marginale; che giornalisti e presentatori prendano nei programmi una parte attiva e preponderante ai dibattiti, avvicinandosi alla figura dell’editorialista; che la scelta degli ospiti e dei temi permetta l’espressione maggioritaria di un’opinione valorizzata a scapito di altre, svalutate (§ 3). Un’analisi dei programmi condotta nel 2022 concludeva che l’informazione in senso stretto, come enunciazione di fatti, occupa il tredici per cento del tempo, e che gli ospiti di destra ed estrema destra rappresentano oltre tre quarti delle presenze in studio, il settantotto per cento (§ 4). Il Conseil d’État ha concluso che l’Arcom aveva fatto «une inexacte application» della legge del 1986.

L’errore che Jost imputa al regolatore è di metodo, e il capitolo lo espone con chiarezza. L’autorità ha ridotto le correnti di pensiero e di opinione alla sola sfera politica, contabilizzando i tempi di parola delle personalità tesserate e non quelli di giornalisti, professori, ricercatori — «Comme si leur parole n’exprimait aucune pensée ou opinion» (§ 6). Il Conseil d’État ha imposto all’Arcom di tenere conto «des interventions de l’ensemble des participants au programme diffusé, y compris les chroniqueurs, animateurs et invités»; obbligo che, nota Jost, vale per tutte le emittenti e non solo per quella all’origine del ricorso.

Nel paragrafo successivo l’autore entra nella scena. Jost riferisce di essere stato bersaglio, insieme a Reporter senza frontiere, di una campagna ostile condotta da CNews e Sud Radio sul terreno della libertà di espressione, e cita gli insulti ricevuti: la decisione sarebbe degna di una dittatura, e chi l’avrebbe ispirata «un fasciste, un nazi ou un membre de la Stasi» (§ 6). Da questa esperienza trae un’osservazione che eccede il caso: «dans notre société, nous n’arrivons plus à nous mettre d’accord sur le sens de certains mots qui sont pourtant la condition de notre vie commune, comme ‘liberté d’expression’ ou ‘pluralisme’. D’où une incommunication généralisée».

I due registri vanno distinti, e il capitolo lo consente, ma li alterna senza segnalare il passaggio. L’analisi delle confusioni semantiche è solida: Jost mostra come la soppressione di un’emittente e il semplice riesame delle autorizzazioni vengano presentati come attentati alla libertà, e cita l’allora presidente dell’Arcom secondo cui contabilizzare gli editorialisti sarebbe stato «très problématique» rispetto al principio di libertà — posizione che il Conseil d’État ha poi smentito. La parte testimoniale è legittima e informativa, ma ha uno statuto diverso, e ospitarla senza marcarla lascia a chi legge un lavoro di separazione che si poteva evitare.

La proposta

La parte conclusiva contiene la proposta metodologica che costituisce il contributo proprio del capitolo. Le ricerche che tentano di misurare il pluralismo si interessano essenzialmente alla frequenza delle personalità politiche e alla durata dei loro interventi, e trascurano l’animatore: è neutro? solleva obiezioni? «Pour exprimer sa pensée, encore faut-il que l’animateur la laisse s’exprimer» (§ 11). Misurare il pluralismo contando gli ospiti o i loro tempi di parola è dunque insufficiente; bisognerebbe studiare le interazioni, e Jost elenca le variabili: il rapporto fra domande e risposte, l’ascolto o le interruzioni da parte degli animatori, la diversità delle domande dei cronisti.

A sostegno richiama la distinzione di Oswald Ducrot fra locutore ed enunciatore: il locutore è responsabile degli enunciati che pronuncia, ma può adottare punti di vista diversi; analizzando sequenze e testi si misura molto meglio «d’où parle» un locutore e a quale corrente di pensiero si ricollega, che non è necessariamente politica (§ 14). La proposta operativa è di lavorare su corpora per stabilire una tipologia delle correnti di pensiero.

È un programma, non un risultato, e il capitolo lo presenta come tale. Il suo limite è di non misurarsi con l’obiezione prevedibile: una misura del pluralismo che includa il punto di vista e non solo la presenza richiede un giudizio interpretativo su ciò che un enunciato implica, e affidarla a un’autorità amministrativa pone un problema che il capitolo nomina senza affrontarlo. Il merito è di aver mostrato che la misura attuale, quella per tempi di parola, è altrettanto arbitraria, solo in modo meno visibile.

6. Boursier: l’informazione e il dato

Axel Boursier, «Tous journalistes ?» (pp. 71-84), ricostruisce il ciclo completo di un’utopia, dalla nascita al disincanto, e nel farlo isola una distinzione utile.

La prima parte è una storia delle promesse. Attorno al 2000 emerge l’utopia di un’informazione collaborativa: i blog fioriscono, OhMyNews e lo slogan di Indymedia — «Ne hais pas le média, deviens le média» — segnano l’età dell’oro; Joël de Rosnay profetizza nel 2006 l’emergere di una nuova democrazia grazie all’accumulazione di un capitale informazionale reso possibile dalla riduzione dei costi di produzione e diffusione (§ 2). Nel 2011 François Rebillard constata la fine del mito: la partecipazione non equivale alla democratizzazione dello spazio pubblico, e gli impegni dei cittadini nella produzione dell’informazione restano sociologicamente strutturati, dal momento che chi si impegna in una pratica digitale «se distingue du reste de la population par leur niveau socio-économique et leur activisme sociopolitique». Nel giugno 2019 Le Monde chiude lo spazio dei blog, constatando che non sono stati un luogo di interazione.

Boursier qualifica quel mito come un prodotto del solutionnisme technologique, e cita Nicolas Pélissier: «La liberté d’expression populaire n’est que théorique, le peuple invoqué relevant davantage des élites intellectuelles et technologiques que des catégories sociales les moins favorisées» (§ 4). La conclusione è netta: le logiche di visibilità digitale hanno riprodotto le disuguaglianze di accesso alla parola anziché correggerle (§ 5).

La seconda parte riguarda ciò che è subentrato all’utopia, cioè la sovrabbondanza. Boursier riporta il dato del Digital News Report di Reuters — ventinove per cento di fiducia nell’informazione mediatica in Francia — e lega la sfiducia espressa nelle rivendicazioni dei gilet gialli all’affaticamento informativo accentuato dalla pandemia, con il risultato che cresce il numero di chi evita l’informazione (§ 6). Ne ricava una formula che descrive il meccanismo: «Face à une attention devenue un enjeu de captation, ce qui circule c’est ce qui est visible. Qu’importe l’information, si elle peut devenir visible» (§ 7).

Il nucleo del capitolo è però la distinzione che segue, nei termini dell’autore:

«Ce qui circule n’est finalement plus de l’information, c’est-à-dire un fait inscrit dans un contexte grâce à l’intermédiaire du journaliste, mais de la donnée à partir de laquelle l’internaute peut tisser son propre récit. Dans une ère de méfiance vis-à-vis de l’institution médiatique, la donnée est considérée comme vraie (l’image non retouchée, non travaillée) et l’information (le travail du journaliste) comme manipulée, retravaillée» (§ 11).

Questa inversione spiega molto di ciò che altri capitoli descrivono senza nominarlo. Se il lavoro di contestualizzazione è percepito come un filtro ideologico e l’immagine grezza come prova, allora la professionalità giornalistica non è soltanto in concorrenza economica con i creatori di contenuti: è in svantaggio epistemico, perché ciò che la definisce è esattamente ciò che la rende sospetta.

La terza parte riguarda l’identità professionale. Boursier osserva che i creatori di contenuti, non vincolati da carte deontologiche, costruiscono un legame di fiducia puntando su prossimità, autenticità e responsabilità, e che i media classici li assumono — HugoDécrypte a France Télévisions, Gaspard G. a France Inter — per fronteggiare il disamore del pubblico (§ 12). E aggiunge un dato che nel dibattito italiano compare raramente: la diserzione dal mestiere. Secondo lo studio di Jean-Marie Charon del 2023, i giovani giornalisti diplomati lasciano la professione non per disinteresse ma per l’eccessiva precarietà (§ 14).

La chiusura del capitolo è meno solida. Boursier accumula interrogativi — come inventare una relazione fra i due produttori di informazione, come riconquistare il pubblico, come rilegittimare il proprio lavoro — e li lascia tutti aperti, dopo aver scritto nella stessa pagina che il pubblico non ha perso interesse per l’informazione ma fiducia nel mestiere di giornalista. La formula finale, «il s’agit moins d’écrire pour la machine que de réapprendre à écrire pour le citoyen» (§ 15), è un programma di buone intenzioni che non segue da ciò che il capitolo ha dimostrato.

7. Lukasik, e le due voci dal campo

Stéphanie Lukasik, «L’influence personnelle, un processus de la communication socionumérique» (pp. 107-120), firma l’unico capitolo del volume che porti dati raccolti dall’autrice.

La mossa teorica è un ritorno all’indietro. Anziché costruire un apparato nuovo per le reti, Lukasik ripropone il modello canonico della scuola di Columbia, il flusso di comunicazione a due stadi di Katz e Lazarsfeld, sostenendo che l’intuizione sul legame fra sistema mediatico e sistema sociale, formulata in un contesto di reti sociali non digitali, è oggi visibile nelle reti digitali (§ 3). La giustificazione è esplicita: si tratta di non cadere nella magia del tempo reale e dei dati troppo rapidamente deperibili, secondo la raccomandazione di Virginie Paul e Jacques Perriault.

Il protocollo è dichiarato per intero. Sei media francesi scelti per diversità di modello economico, di supporto e di linea editoriale — Franceinfo, Libération, La Provence, RTL, Mediapart, The Huffington Post —, osservati su sei mesi su Facebook, X e Instagram. Al primo stadio sono stati contabilizzati 3.940 post dei media, con 669.040 reazioni, 242.193 condivisioni e 217.249 commenti; al secondo, trenta diadi fra leader d’opinione e gruppi affini, ricostruite a partire dagli atti di condivisione (§ 7). Il risultato è che l’influenza personale, misurata dalle condivisioni, risulta più efficace a breve termine dell’influenza mediatica, per la viralità che provoca.

Più interessante del risultato è la dichiarazione dei limiti, che il capitolo non nasconde: la rilevazione è stata fatta a mano senza software; l’osservazione fotografa situazioni congiunturali; il campione è indicativo e non pretende l’esaustività; e, soprattutto, «l’accès à toutes les données est impossible puisque certains usagers utilisent des paramètres confidentiels. Seules les entreprises propriétaires des plateformes peuvent prétendre à l’accès aux archives numériques de ces réseaux» (§ 7). Quest’ultima frase è una notizia sulla ricerca accademica prima che sulle reti: su un oggetto che occupa duecento pagine, chi può misurarlo davvero è chi lo possiede.

La conclusione teorica è che ogni utente-ricevente diventa leader d’opinione a breve termine nel momento in cui condivide, e che i leader d’opinione sono assimilabili a «partageurs d’opinion»; la conversazione ha lasciato il posto ai fili delle notizie (§ 8). È una riformulazione, non una scoperta, e Lukasik la presenta come tale.

Le interviste

Il volume include due interviste condotte da Didier Tsala Effa con altrettanti creatori di contenuti, costruite sulle stesse sei domande. È una scelta editoriale che dà la parola alle persone di cui gli altri capitoli parlano, e nel caso della prima riporta il problema che Wolton aveva posto nella terza tesi dal punto di vista di chi esercita l’influenza.

Anna Baldy, nota in rete come la Grande Bavardeuse (pp. 121-132), definisce il proprio ruolo come «un maillon parmi d’autres dans la manière dont mon audience s’informe, mais pas comme une source d’information principale», e dichiara di tendere a minimizzare volontariamente il proprio impatto. Poi racconta un episodio:

«Un jour, quelqu’un m’a laissé un commentaire en me disant qu’au bout de trois minutes de vidéo, j’avais réussi à le convaincre que la peine de mort, c’était mal. Sur le moment, au lieu de me rassurer, ça m’a plutôt inquiétée. Parce que je me suis demandé: qu’est-ce qui se serait passé si cette personne était tombée, juste avant ou juste après, sur une vidéo aussi persuasive, mais portant le message opposé ?»

Ne trae una conseguenza: l’esposizione a un contenuto può produrre un effetto rapido e insieme fragile, e la posta in gioco non è essere convincenti ma contribuire a dotare le persone degli strumenti per pensare da sé. Sul resto Baldy è altrettanto esplicita. Rifiuta il dovere di neutralità che le si vorrebbe attribuire via via che cresce il numero di abbonati — «Je ne crois pas à la neutralité, ni chez les individus, ni chez les médias» —, osservando che la scelta del supporto, la qualità della ripresa, l’inquadratura, il tono sono già decisioni situate; e rivendica invece una responsabilità di chiarezza: dire qual è la propria opinione e perché la si tiene. Sulla distinzione fra informazione degli influencer e informazione dei media tradizionali, respinge il criterio della qualità, osservando che la forma istituzionale non garantisce più di per sé un dibattito sano.

La seconda intervista, con Germain O’Livry, noto come Dr Nozman (pp. 133-136), è più breve e più sobria, e descrive un dispositivo preciso: ogni soggetto è riletto e validato da uno specialista del campo, il cui nome compare nel video e nella descrizione; la trasparenza sulle fonti e sul processo di rilettura è presentata come il fondamento del rapporto di fiducia. L’autore si definisce vulgarisateur e non influencer, e dichiara di non consumare molto i media tradizionali, con una formula che il volume avrebbe potuto raccogliere: «on retrouve, un peu partout, le meilleur comme le pire, sans qu’il existe toujours de distinctions très nettes».

Le due interviste hanno una funzione che va oltre la testimonianza. Entrambi gli intervistati descrivono procedure — citazione delle fonti in descrizione, rilettura da parte di specialisti, dichiarazione del punto di vista — che sono esattamente le procedure deontologiche di cui il volume lamenta altrove l’assenza presso i creatori di contenuti. Il che non prova nulla sulla media del settore, dato che i due sono stati scelti dai curatori; ma mostra che la linea di separazione passa fra pratiche e non fra piattaforme, e questo è un risultato che il libro ottiene senza cercarlo.

8. Dacheux e Gallet: spazio pubblico, spazio comune

Éric Dacheux, «Les réseaux sociaux numériques engendrent-ils un espace public ?» (pp. 99-106), è breve e procede per definizioni. La domanda è posta in modo concreto: un gruppo masculiniste su Facebook, o degli scambi ecologisti su TikTok, fanno parte dello spazio pubblico centrale?

La risposta è no, e il percorso per arrivarci passa da un testo che Dacheux segnala come poco citato, l’articolo di Étienne Tassin «Espace commun ou espace public ?», uscito su Hermès nel 1992. Tassin vi distingue il pensiero dello spazio pubblico da quello della comunità: esistono spazi comuni non pubblici, comunitari, che a ragione si chiamano privati; e inversamente una comunità politica si costituisce dall’istituzione di uno spazio pubblico. Dacheux ne ricava la domanda che organizza il capitolo: le reti creano uno spazio pubblico che fonda, al di là delle appartenenze identitarie, una comunità politica, oppure uno spazio comune comunitario?

Per rispondere costruisce una definizione in due dimensioni e cinque criteri. Lo spazio pubblico è insieme spazio di mediazione e spazio di impegno. Come mediazione collega mantenendo a distanza: è la dimensione che Habermas mette in avanti, e che separa e protegge il mondo vissuto dalla colonizzazione dei sistemi politico ed economico; è inoltre lo spazio di arbitrato dei conflitti fra i tre ordini infrastrutturali, il politico, l’economico e il simbolico (§ 3). Ma lo spazio pubblico, insiste Dacheux contro i ricercatori «fascinés par Habermas et/ou par les dispositifs numériques», è anche spazio di impegno: si materializza in luoghi fisici dove i cittadini mettono in gioco, fra l’altro, la propria integrità fisica. I cinque criteri che ne derivano sono la mediazione fra sfere di potere e mondo vissuto, un territorio che materializzi lo spazio, il rischio per il cittadino di mettere in gioco la propria integrità fisica, il riconoscimento dell’uguaglianza fra esseri umani e la possibilità di libera partecipazione (§ 4).

Applicati, i criteri danno una tassonomia netta. Una riunione di Nuit Debout su una piazza è uno spazio pubblico in senso pieno. Le pagine politiche di un quotidiano regionale o una trasmissione politica partecipano della dinamica di uno spazio pubblico centrale, se si riduce lo spazio pubblico alla sola mediazione. Un gruppo masculiniste su Facebook o scambi ecologisti su TikTok non sono spazi pubblici: permettono a comunità singolari di discutere liberamente e pubblicamente di questioni di interesse generale, ma l’integrità fisica non è in gioco, il territorio non è precisato e il pubblico è omogeneo. Sono spazi comuni comunitari. E Dacheux aggiunge una distinzione interna: quello ecologista è democratico perché rispetta il principio di uguaglianza, quello masculiniste lo nega, e per quest’ultimo l’autore propone il nome di «contre espace commun antidémocratique» (§ 5).

Il capitolo è ordinato e dichiara i propri criteri, il che permette di discuterli. Il terzo è quello che sostiene il peso maggiore e sembra il più fragile. Fare del rischio per l’integrità fisica una condizione dello spazio pubblico produce conseguenze che eccedono il caso digitale: escluderebbe dallo spazio pubblico ogni sfera di discussione puramente scritta, compresa quella dei giornali e dei caffè settecenteschi da cui Habermas era partito, e renderebbe lo statuto di uno scambio dipendente dal livello di repressione cui è esposto. Il capitolo non affronta l’obiezione. Resta però un guadagno: la distinzione fra spazio comune e spazio pubblico dà un nome a una confusione ricorrente, quella per cui si attribuisce a una discussione in rete il valore politico di un’assemblea solo perché è visibile.

Gallet: il decentramento e il ritorno

Élodie Gallet, «Pour un recentrement des jeunes vers les médias traditionnels» (pp. 163-176), parte dal medesimo quadro e lo applica alle pratiche giovanili. Il dato di partenza è il Baromètre du numérique 2025: gli schermi televisivi sono quasi scomparsi dagli alloggi dei giovani e le radio non si impongono più nelle loro automobili; eppure suoni e immagini sono onnipresenti nelle loro giornate (§ 2). La domanda che ne trae è se siano per questo meglio informati, e la risposta è che non lo si può affermare.

Il capitolo ha una parte descrittiva efficace sulla politica trasferita nelle reti: la sfida con Carlito e McFly nel 2021, la seduta di allenamento con TiboInShape nel dicembre 2025, le tavole rotonde di Gabriel Attal su Instagram con influencer, e soprattutto l’occupazione sistematica dei codici visivi delle piattaforme da parte di Jordan Bardella (§ 6). È materiale utile, perché mostra che l’adattamento ai formati non è una scelta stilistica ma una condizione di esistenza politica presso una fascia di elettorato.

La parte argomentativa riprende la strumentazione di Dacheux e vi aggiunge le bolle di filtro e l’effetto che chiama «rabbit hole»: l’utente esposto a contenuti pericolosi, incapace di interrompere il proprio flusso di consumo, ne consulta sempre di più, come ha constatato la commissione d’inchiesta parlamentare francese sugli effetti di TikTok a proposito dei temi del suicidio e dell’autolesionismo (§ 9). E ne trae una formula che condensa il problema: «Si les réseaux rapprochent ceux qui se ressemblent, ils éloignent de l’altérité».

La sezione intitolata «La force du récepteur» riprende la terza tesi di Wolton e la applica alla lettura dei numeri. Gallet ricorda che la dipendenza dall’offerta non implica l’adesione — «Regarder ne signifie pas forcément adhérer à ce que l’on regarde» —, e osserva che il numero di iscritti a un profilo non significa necessariamente che essi aderiscano al contenuto, dato che il seguito è spesso di intrattenimento e non di informazione; i grandi influencer battono record di visualizzazioni e sono al tempo stesso oggetto di derisione (§ 12). È un contrappeso ai capitoli più allarmati, e Gallet lo rafforza citando l’intervista di Baldy pubblicata nello stesso libro, che rifiuta di dipingere una gioventù passiva e credula.

La parte finale è dedicata all’educazione e alla regolamentazione. Gallet riferisce lo stato dell’educazione ai media in Francia, affidata al Clemi, con una sensibilizzazione che comincia in quarta elementare e copre civismo digitale, ricerche in rete, produzione e diffusione dell’informazione, cyberviolenze e sobrietà digitale (§ 14). Poi passa in rassegna le misure restrittive adottate altrove: l’India che nel giugno 2020 vieta cinquantanove applicazioni cinesi fra cui TikTok; i divieti per ragioni politiche in Iran, Afghanistan, Giordania, Siria; le limitazioni sui dispositivi governativi in Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Regno Unito; il coprifuoco digitale cinese per i minori. E la legge australiana sull’età minima, entrata in vigore il 10 dicembre 2025, che obbliga Facebook, Instagram, Snapchat, Threads, TikTok, X, YouTube, Reddit e Kick ad adottare misure ragionevoli perché i minori di sedici anni non possano aprire profili (§ 18).

Su quest’ultimo punto Gallet fa un’osservazione che riguarda una definizione. Il testo australiano esclude dalle restrizioni i servizi elettronici «dont le seul but est de permettre une interaction sociale en ligne entre 2 utilisateurs finaux ou plus». Il legislatore, cioè, ha dovuto scrivere che ciò che va protetto è l’interazione sociale e ciò che va limitato è tutto il resto — il che equivale, nota Gallet, a riconoscere che il legame sociale dovrebbe stare al centro dei media e della comunicazione. Equivale a dire che le piattaforme in questione non sono principalmente strumenti di relazione.

La conclusione del capitolo è una presa di posizione dichiarata: Gallet auspica un ricentramento dei più giovani verso uno spazio che includa i media tradizionali, e sostiene che gli uni e gli altri hanno ruoli e logiche differenti ma complementari. Chi non condivide quella premessa troverà convincente la parte descrittiva e meno la conclusione; ma la premessa è esposta, non nascosta.

9. Peyre: «écran avec écran»

Nicolas Peyre, «Une guerre des écrans» (pp. 137-150), sposta l’oggetto dal consumo mediatico al conflitto internazionale, e lo fa con un apparato prevalentemente documentario: discorsi ufficiali, leggi, decreti, rapporti.

La ricostruzione concettuale è chiara. La guerra ibrida, definita da Élie Tenembaum come la capacità di combinare guerra regolare e guerra irregolare, non ha nulla di nuovo quanto all’uso della propaganda; ciò che è raro è la combinazione dei due registri in una manovra più o meno integrata (§ 3). Accanto, la guerra cognitiva, che Bernard Claverie descrive come lo sfruttamento delle possibilità di manipolazione offerte dalle scienze della cognizione, con l’obiettivo di «corrompre les mécanismes de pensée de l’adversaire et d’altérer sa capacité de décision grâce à une approche scientifique» (§ 4).

Il punto che interessa questa recensione arriva subito dopo, ed è un’affermazione che l’autore fa in proprio contro il titolo del volume che lo ospita. Peyre descrive la complementarità fra media e reti nell’attuazione delle strategie di destabilizzazione da parte di Stati autoritari, e conclude:

«Conjonction des modalités de la guerre et convergence des techniques de communication: c’est donc écran avec écran (et non écran contre écran) lorsqu’il s’agit d’influencer et de déstabiliser un État. Le monde numérique n’est qu’une nouvelle modalité de l’action politique et des idéologies» (§ 6).

È la terza risposta del libro alla propria domanda. Per Wolton gli schermi sono in guerra fra loro; per Granier si accumulano; per Peyre cooperano al servizio di un terzo che li usa entrambi. Le tre tesi riguardano oggetti diversi — l’economia delle industrie culturali, le forme della mediazione, l’uso bellico dell’informazione — e per questo non si escludono formalmente. Ma pongono il lettore davanti a una scelta descrittiva che il volume non compie.

La parte centrale del capitolo riguarda l’asimmetria. Riprendendo David Colon, Peyre osserva che i regimi autoritari dispongono di una libertà d’azione assai maggiore nell’uso della propaganda e della disinformazione, mentre le democrazie restano vincolate dalle proprie norme e dalla propria esigenza di trasparenza; di conseguenza, per un regime democratico la protezione del dibattito pubblico diventa un imperativo di sicurezza al pari della difesa del territorio (§ 7). L’autore non ne ricava però una licenza simmetrica: distingue la diplomazia di influenza, che tutti gli Stati praticano, dalla destabilizzazione, e insiste sul mantenimento del dialogo.

Segue la ricostruzione del dispositivo francese: l’influenza elevata a sesta funzione strategica nella Revue nationale stratégique del novembre 2022 — «un saut conceptuel» che, secondo Pierre Buhler, la Francia è la prima democrazia a compiere (§ 12) —; la legge 2024-850 del 25 luglio 2024 contro le ingerenze straniere; il decreto 2025-733 del 31 luglio 2025 sulla trasparenza delle attività di influenza per conto di un mandante straniero, che crea un registro pubblico delle entità che esercitano tali attività, con il limite evidente che occorre iscriversi (§ 13); e Viginum, il servizio istituito nel 2021 presso il Segretariato generale della difesa e della sicurezza nazionale con il compito di rilevare e caratterizzare le ingerenze digitali straniere. Peyre descrive il metodo di Viginum come una scelta democratica: mostrare la manipolazione, esporre le minacce e i loro attori, produrre un controdiscorso, pubblicare rapporti. Fra le modalità operative documentate elenca la creazione di siti che usurpano l’identità di testate come Le Monde, profili falsi su Facebook, X e TikTok, la denigrazione dei verificatori accusati di diffondere false informazioni, e la diffusione di contenuti falsi prodotti con intelligenza artificiale che utilizzano loghi universitari e voci di ricercatori (§ 16).

La conclusione teorica del capitolo introduce un secondo termine accanto a incommunication. L’assenza di un linguaggio comune, scrive Peyre, conduce questa guerra ibrida all’acommunication, e gli Stati autoritari spingono le democrazie verso i loro limiti; sta a queste ultime non oltrepassarli, rispettando il diritto internazionale (§ 18). Se l’incommunication è la condizione normale e feconda dello scambio, l’acommunication è la situazione in cui non esiste più un linguaggio condiviso che permetta di esprimere il disaccordo.

10. Derrac e Le Blanc: che cosa può l’educazione

Louis Derrac, «Que peut l’éducation au numérique face aux défis posés par les réseaux sociaux ?» (pp. 151-162), scrive apertamente da una posizione militante, e lo annuncia: «Il paraît nécessaire, pour toute réflexion critique sur les réseaux sociaux, de commencer par oser nommer le mal» (§ 1).

La tesi è che la tossicità delle principali piattaforme non consista in disfunzioni isolate ma sia sistemica, ancorata nei modelli economici, algoritmici e di progettazione: «Comme dit l’adage, ce n’est pas un bug, c’est une fonctionnalité» (§ 3). Il capitolo elenca i casi — Cambridge Analytica, la dimostrazione di Amnesty International sul contributo degli algoritmi di Facebook alla propagazione dei discorsi d’odio nella pulizia etnica dei Rohingya, lo shadowban che colpisce in particolare utenti impegnati in cause femministe, LGBTQIA+ o antirazziste, il design di Twitter favorevole all’aggressività, l’algoritmo di raccomandazione di TikTok — e li presenta come manifestazioni convergenti di uno stesso sistema.

La parte successiva propone tre «segnali deboli»: la formazione di bolle informative e culturali, con il richiamo a Sherry Turkle e ai connessi che sono seuls ensemble, soli insieme; la concentrazione della produzione di contenuti nelle mani di una minoranza; la fatica digitale, documentata con un’indagine della British Standards Institution del 2025 secondo cui il quarantasei per cento dei giovani britannici fra i sedici e i ventuno anni vorrebbe vivere in un mondo senza internet (§ 11). Derrac ne trae che le reti non sono soltanto spazi potenziali di socialità ma anche macchine che producono isolamento, gerarchia e fatica — da cui il titolo della sezione, «médias (a)sociaux» —, e riprende la tipologia di Dominique Cardon per distinguere i réseaux phares dai réseaux clair-obscur, osservando che il ritiro dei più giovani verso i gruppi WhatsApp, le comunità Discord e le messaggerie private non è un rifiuto della tecnologia ma una scelta di dispositivo.

La conclusione propositiva è articolata. Derrac contesta un’educazione al digitale limitata alla prevenzione dei rischi e alla trasmissione dei «buoni usi», che definisce, con Simon Collin, adattiva, depoliticizzata e coercitiva; cita Rancière — «qui enseigne sans émanciper abrutit» — e propone un’educazione fondata su emancipazione e tecnocritica, articolata su due piani. Sul piano individuale: regolazione fine dei parametri relativi ai dati personali, disattivazione dei meccanismi di ottimizzazione algoritmica, ricorso a interfacce non gerarchizzate, e soprattutto la capacità di lasciare o aggirare le piattaforme dominanti a favore di alternative decentralizzate. Sul piano collettivo: comprendere i rapporti di forza e discutere le regolamentazioni possibili, dal divieto della pubblicità mirata all’obbligo di trasparenza algoritmica al diritto all’interoperabilità (§§ 16-17).

Due verifiche

Poiché i tre «segnali deboli» sono l’ossatura empirica del capitolo, le loro fonti vanno controllate, e due non reggono.

Il primo riguarda Instagram. Derrac scrive che un’indagine interna condotta da Meta nel 2021 e resa pubblica dal Wall Street Journal ha rivelato che «32 % des jeunes filles interrogées rapportaient que l’utilisation d’Instagram aggravait leur sentiment de dépression» (§ 5). Il dato esiste ed è celebre, ma non dice questo. La diapositiva interna del marzo 2020 citata dal quotidiano riporta che il trentadue per cento delle adolescenti ha dichiarato che, quando si sentivano male riguardo al proprio corpo, Instagram le faceva sentire peggio. Si tratta dell’immagine corporea, non della depressione: la differenza non è di sfumatura, perché la cifra viene usata nel capitolo per sostenere un’affermazione sulla salute mentale in generale.

Il secondo riguarda la concentrazione della produzione. Derrac scrive che «une étude de Pew Research Center (2024) montre par exemple que 80 % des publications sur X (anciennement Twitter) proviennent de 10 % des utilisateurs, majoritairement des hommes, blancs et politiquement conservateurs» (§ 10), e rinvia in bibliografia al rapporto «America’s News Influencers» del novembre 2024. Il rapporto di riferimento è un altro: si tratta di «Sizing Up Twitter Users», pubblicato dal Pew Research Center nell’aprile 2019 su un’indagine condotta fra novembre e dicembre 2018 presso adulti statunitensi utenti di Twitter. E il profilo è rovesciato: secondo quella ricerca il decimo di utenti più prolifico è composto in maggioranza da donne ed è più inclinato a pubblicare contenuti politici. Il dato demografico è l’elemento che nell’argomento fa il lavoro, perché serve a mostrare che la concentrazione della parola riproduce una gerarchia sociale determinata; e nella fonte quel dato ha segno opposto.

Nessuno dei due rilievi tocca la tesi generale del capitolo, che può essere sostenuta per altre vie; ma entrambi riguardano le sole cifre che il capitolo porta, e un lettore che volesse riutilizzarle le troverebbe inservibili.

Le Blanc: una lettura guidata

Benoit Le Blanc, «Les algorithmes n’auront pas le dernier mot» (pp. 177-191), chiude il volume attraversando libri altrui. Jean-Michel Besnier e la sua figura dell’uomo semplificato, con la «syndrome de la touche étoile» che nomina la capitolazione davanti a un risponditore automatico; Cathy O’Neil e il ritratto delle «armes de destruction mathématique», opache, mai rimesse in discussione e non responsabili di nulla, fondate su cicli di retroazione dannosi; Aurélie Jean sul fatto che gli algoritmi non hanno natura giuridica e dunque non possono essere chiamati a rispondere, pur influenzando la pratica legale; Jean-Lou Fourquet e Lê Nguyên Hoang sul sistema 1 e il sistema 2 di Kahneman e sulla «volition» come contrappeso alle emozioni forti.

La sezione che resta utilizzabile è la ripresa della tipologia di Dominique Cardon in quattro classi, costruita sulla posizione del calcolatore rispetto al mondo che pretende di descrivere: il principio di popolarità, quando l’algoritmo è accanto ai dati e conta le visualizzazioni; quello di autorità, quando è al di sopra e compone una gerarchia in base ai collegamenti; quello di reputazione, quando è dentro i dati e contabilizza i pareri positivi che diventano a loro volta dati; quello di predizione, quando è sotto i dati e si interessa alle tracce d’accesso — chi accede, quando, in quale contesto. È uno schema che permette di distinguere operazioni che il discorso corrente confonde sotto la parola «algoritmo».

Il capitolo si chiude su una distinzione proposta in proprio: conversazioni umane e conversazioni artificiali si incontrano nella manipolazione di lettere, parole e simboli, ma si distinguono nei fondamenti, perché «Le langage humain est à considérer comme l’émergence due à la pensée, là où le langage des machines n’est que la résultante du traitement automatique des langues. C’est pourquoi les algorithmes n’auront pas le dernier mot !» (§ 19). La distinzione è plausibile e il titolo del capitolo la annuncia come conclusione; ma è enunciata nelle ultime righe e non argomentata, e il corpo del testo — che è una rassegna di critiche altrui agli algoritmi — non la prepara. Il lettore riceve una ricognizione utile e una tesi che resta asserita.

11. Il libro come oggetto

Il livello editoriale va giudicato con i suoi criteri, che non sono quelli dei singoli capitoli. La collana «Les Essentiels d’Hermès» ha una struttura dichiarata nella nota introduttiva di Wolton (p. 4): un’introduzione inedita che faccia il punto, una selezione di testi della rivista rielaborati, articoli inediti, e strumenti di comprensione — glossario e bibliografia selettiva. Il volume rispetta lo schema e due di quegli strumenti funzionano.

Il glossario (pp. 195-202) raccoglie trenta voci e rende un servizio reale a un lettore non specialista, perché il libro usa un lessico tecnico che altrove resta implicito. Ha inoltre un effetto che i curatori non sembrano aver cercato: dedicando voci separate a «réseaux sociaux», «médias sociaux», «réseaux socionumériques» e «plateforme numérique», e distinguendole per sfumature non sempre nette, il glossario ammette che l’oggetto di cui il volume si occupa non ha un nome stabile. Che sia così è un’informazione, non un difetto.

La bibliografia selettiva (pp. 193-194) è di diciassette titoli, interamente francofoni salvo Zuboff, ed è una lista di accesso più che di riferimento. Le due interviste sono una scelta editoriale non consueta, per le ragioni dette sopra. L’avant-propos è un testo di collana e non contiene argomenti sul tema.

Quanto alla cura redazionale, il volume presenta alcune imprecisioni che è corretto segnalare perché toccano dati verificabili, e scorretto amplificare perché sono circoscritte. La presentazione generale colloca nel 2026 l’entrata in vigore del divieto australiano per i minori di sedici anni (§ 17), mentre il capitolo di Gallet, nello stesso volume, indica correttamente il 10 dicembre 2025. Le note biografiche finali chiamano «Anna Blady» la creatrice di contenuti che la presentazione e il capitolo di Gallet chiamano Anna Baldy, che è la grafia esatta. La bibliografia del capitolo di Dacheux colloca l’articolo di Tassin alle pagine 40-46 del numero 10 di Hermès, mentre l’articolo sta alle pagine 23-37: la citazione nel testo, che rinvia a p. 23, è dunque giusta e la bibliografia sbagliata. Il capitolo di Lafon contiene un paragrafo costituito dal solo rinvio «(Coudry & Mejias, 2022)», rimasto orfano della frase cui apparteneva, e il cognome è «Couldry» in bibliografia. Sono sviste di redazione, in un volume di duecento pagine con sedici firme, e non pregiudicano gli argomenti.

12. Una parola che fa troppo lavoro

Resta da dire che cosa il libro lasci aperto, e la questione riguarda il suo concetto centrale.

L’incommunication, nella tradizione da cui il volume proviene, è una categoria antropologica: nomina il fatto che l’incomprensione è la norma e la comprensione l’eccezione, e che è bene sia così, perché una comunicazione senza malintesi sarebbe infernale. In questa accezione la usano Wolton nella terza tesi, Lafon quando definisce le mediatizzazioni come laboratori di incomunicazione, Dacheux quando sostiene che l’incomunicazione non distrugge la comunicazione ma ne è la condizione. È una posizione forte, che ha il pregio di togliere alla comunicazione il carattere di promessa e di restituirla al suo statuto di lavoro mai concluso.

Nello stesso volume, però, la parola viene impiegata per cose di natura diversa. Jost chiama incomunicazione generalizzata l’impossibilità di accordarsi sul significato di «libertà d’espressione» e «pluralismo» in una controversia in cui una delle parti ha interesse a che quell’accordo non si produca. Derrac descrive come tossicità sistemica un insieme di effetti che attribuisce a decisioni di progettazione prese per massimizzare l’engagement. Peyre descrive modalità operative statali in campo informativo che consistono nel fabbricare siti che usurpano l’identità di testate esistenti. In tutti e tre i casi si tratta di ostacoli alla comprensione che qualcuno ha costruito, spesso investendo risorse, perché producano un effetto determinato.

Fra l’incomprensione che deriva dall’eterogeneità dei pubblici e quella che deriva da un profilo falso costruito per imitare un giornale c’è una differenza che non è di grado. La prima si affronta con la pazienza, la traduzione, la negoziazione — e il libro, giustamente, ne fa l’orizzonte della sua politica della comunicazione. La seconda si affronta con il diritto, l’attribuzione di responsabilità, l’attribuzione tecnica dell’origine; ed è esattamente ciò di cui si occupano i capitoli di Tinière e di Peyre. Chiamare entrambe incomunicazione non è un errore, dal momento che il concetto nasce ampio; ma un lettore che prenda sul serio la prima accezione rischia di derivarne una disposizione d’animo — l’incomprensione è normale, si lavora e si ricomincia — che è la disposizione sbagliata davanti alla seconda.

Il volume contiene gli elementi per fare la distinzione e non la fa. È del resto coerente con il suo impianto, che è quello di una raccolta di prospettive e non di una dottrina; e con il suo titolo, al quale, come si è visto, i suoi autori danno tre risposte diverse. Un lettore italiano che si avvicini a questo materiale per la prima volta troverà nei capitoli di Tinière, Granier, Boursier e Jost quattro strumenti che continuano a servire dopo la lettura — la distinzione fra ospitante ed editore, quella fra le tre forme di concatenazione, quella fra informazione e dato, quella fra pluralità e pluralismo — e nelle due interviste la constatazione che le procedure di verifica non appartengono a una categoria di produttori ma a una pratica. È un rendimento alto per duecento pagine, e non dipende dal fatto che gli autori siano d’accordo fra loro.

Riferimento bibliografico

Écrans contre écrans, a cura di Didier Tsala Effa, Paris, CNRS Éditions, 2026, coll. «Les Essentiels d’Hermès», 202 pp. Presentazione generale di Ugo Ruiz e Didier Tsala Effa. Contributi di Dominique Wolton, Romain Tinière, Jean-Maxence Granier, Benoit Lafon, Axel Boursier, François Jost, Éric Dacheux, Stéphanie Lukasik, Nicolas Peyre, Louis Derrac, Élodie Gallet, Benoit Le Blanc; interviste con Anna Baldy (la Grande Bavardeuse) e Germain O’Livry (Dr Nozman). Edizione elettronica ad accesso aperto su OpenEdition Books: https://books.openedition.org/editionscnrs/89566

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

Copertina Écrans contre écrans
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