di Fabrizio Pinna. Lo strumento è una parola: contesto. Nell’uso corrente della sociologia elettorale — francese e non solo — «contesto» designa tutto ciò che sta intorno all’elettore e che non è l’elettore: il quartiere, la famiglia, i colleghi, la congiuntura economica, il clima della campagna. È una parola comoda, e il libro dice fin dall’introduzione che è comoda proprio perché non significa una cosa sola.
Les contextes du vote. L’ancrage social des pratiques électorales è un volume collettivo curato dal Collectif ALCoV e pubblicato nel 2025 dalle Presses universitaires du Septentrion, nella collana «Espaces Politiques». Il libro nasce da un progetto di ricerca finanziato dall’Agence nationale de la recherche francese, ALCoV — Analyse Localisée Comparative du Vote —, coordinato da Éric Agrikoliansky. È disponibile in edizione digitale integrale ad accesso libero su OpenEdition Books, con licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0; l’edizione digitale non riproduce la paginazione cartacea ma numera i paragrafi, e a quella numerazione (§) rinviano i riferimenti che seguono.
Sommario
1. Da dove viene questo libro
Les contextes du vote. L’ancrage social des pratiques électorales è un volume collettivo curato dal Collectif ALCoV e pubblicato nel 2025 dalle Presses universitaires du Septentrion, nella collana «Espaces Politiques». Conta 370 pagine, dieci capitoli, un’introduzione firmata dal collettivo e una conclusione di Éric Agrikoliansky. È disponibile in edizione digitale integrale ad accesso libero su OpenEdition Books, con licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0; l’edizione digitale non riproduce la paginazione cartacea ma numera i paragrafi, e a quella numerazione (§) rinviano i riferimenti che seguono.
Il libro nasce da un progetto di ricerca finanziato dall’Agence nationale de la recherche francese, ALCoV — Analyse Localisée Comparative du Vote —, coordinato da Éric Agrikoliansky e attivo fra il 2016 e il 2021, che ha messo insieme cinque laboratori di scienze sociali e una quarantina di ricercatori. Un colloquio tenuto a Parigi, all’università Dauphine-PSL, nel settembre 2021, ne ha raccolto i risultati; il volume ne è l’esito, ampliato da contributi esterni al progetto. Il Collectif ALCoV, che firma l’avant-propos e l’introduzione, riunisce Catherine Achin, Éric Agrikoliansky, Philippe Aldrin, Lorenzo Barrault-Stella, Kevin Geay, Christèle Lagier, Patrick Lehingue, Sandrine Lévêque e Anne-France Taiclet.
Questa provenienza spiega la forma del libro, e conviene dirla subito perché condiziona tutto il resto: non è un manuale, non è una raccolta di saggi indipendenti tenuti insieme da un tema, ed è solo in parte una presentazione di risultati. È il bilancio critico di un programma di ricerca durato cinque anni, scritto da persone che quel programma hanno condotto e che, arrivate in fondo, si interrogano soprattutto sullo strumento che hanno usato.
2. La parola sotto esame
Lo strumento è una parola: contesto. Nell’uso corrente della sociologia elettorale — francese e non solo — «contesto» designa tutto ciò che sta intorno all’elettore e che non è l’elettore: il quartiere, la famiglia, i colleghi, la congiuntura economica, il clima della campagna. È una parola comoda, e il libro dice fin dall’introduzione che è comoda proprio perché non significa una cosa sola.
L’introduzione ne distingue almeno quattro accezioni correnti, e lo fa con un esempio, la sequenza elettorale francese del 2024 (europee di giugno, legislative anticipate di giugno-luglio). «Contesto» può voler dire: la congiuntura politica, cioè lo stato dell’offerta partitica e il calendario degli avvenimenti; la congiuntura socio-economica, cioè inflazione, disoccupazione, prezzi; l’ancoraggio spaziale e sociale, cioè il luogo in cui si vive e la sua composizione; infine lo spazio circoscritto delle pratiche e delle socialità quotidiane, cioè le persone con cui concretamente si parla. Sono quattro oggetti diversi, che richiedono quattro metodi diversi, e che nella letteratura viaggiano sotto la stessa etichetta.
Il volume decide di occuparsi delle ultime due, e le articola in tre dimensioni che danno la struttura del libro: l’ancoraggio socio-spaziale (capitoli 1 e 2), le relazioni interpersonali e familiari (capitoli 3, 4, 5, 6), l’inserimento nei collettivi di lavoro (capitoli 7, 8, 9, 10). L’introduzione cita Raymond Boudon e Jean-Claude Passeron per collocare il problema in una discussione più vecchia sui limiti della spiegazione contestuale; ma il punto è più semplice e più duro di quanto la citazione lasci intendere, ed è questo: se «contesto» spiega tutto, non spiega niente. Il libro serve a stabilire che cosa spieghi davvero.
Va detto subito, perché è la ragione per cui vale la pena leggerlo anche da non specialisti: ciò che il libro trova non è una conferma. È una limitazione, e per di più socialmente asimmetrica.
3. Perché la parola è tornata
La conclusione di Agrikoliansky ricostruisce la genealogia della nozione, e quella ricostruzione è la chiave di lettura dell’intero volume; conviene anticiparla.
Negli anni Quaranta, a New York, l’équipe di Paul Lazarsfeld alla Columbia University studia il voto come un fatto di gruppo: le preferenze si formano nei «gruppi primari» di appartenenza — famiglia, colleghi, vicini, correligionari — e i media contano meno delle conversazioni. Dagli anni Cinquanta il cosiddetto paradigma di Michigan (Campbell, Converse, Miller e Stokes, The American Voter, 1960) sposta il baricentro sull’individuo: identificazione partitica, percezione dei candidati, atteggiamenti verso i temi. L’«imbuto della causalità» di quel modello colloca le appartenenze sociali nella parte larga e lontana del cono, poco predittiva, e concentra l’analisi sulla parte stretta e vicina al momento del voto (§ 3). Le critiche successive — l’elettore più istruito, più competente, capace di scorciatoie cognitive — non rimettono in discussione quella scelta: la radicalizzano. Alla fine del Novecento, osserva Agrikoliansky, «i principi elementari dell’economia e della psicologia» sembrano bastare, e la questione delle logiche sociali del voto perde semplicemente rilievo accademico (§ 4).
Il ritorno del contesto, negli Stati Uniti a partire dai lavori di Robert Huckfeldt e dalla sintesi curata da Alan Zuckerman nel 2005, è la reazione a questo esito. Ma è una reazione a metà, e qui sta la tesi del libro: gli autori americani recuperano il gruppo senza recuperare la struttura sociale. Influenzati dall’individualismo metodologico, trattano le relazioni interpersonali come reti costruite da scelte individuali — ci si lega a chi ci somiglia — e non come strutture che vincolano. Di conseguenza concentrano l’analisi sulle conversazioni e sulla circolazione dell’informazione: il contesto agisce perché fa arrivare o non arrivare certe notizie e certe opinioni (§ 21). In geografia elettorale la formula, calcata su Lazarsfeld, è diventata quasi uno slogan: chi parla insieme vota insieme, e la conversione passa dalla conversazione.
È questo modello che il volume francese contesta. Non a priori: lo ha messo alla prova, e riferisce che non ha tenuto.
4. La geografia non è un destino
Il primo capitolo, di Jean Rivière, è l’unico interamente quantitativo su base territoriale, ed è anche il più tecnico. Rivière incrocia i risultati di 475 seggi della metropoli di Nantes in otto elezioni presidenziali, dal 1974 al 2017, con i dati censuari dell’Insee riportati alla stessa maglia spaziale, e ne ricava una tipologia di nove classi di traiettorie elettorali.
La parte interessante per un lettore non specialista non è la tipologia ma la cautela con cui l’autore la maneggia. Rivière prende esplicitamente posizione contro quelle che chiama le «derive essenzialiste»: la tentazione di leggere una mappa elettorale come se i luoghi avessero un carattere, e di spiegare il voto di un quartiere con la cultura del quartiere. La correlazione fra composizione sociale e orientamento elettorale è forte e stabile nel tempo; ma è una correlazione fra popolazioni, non una proprietà dei luoghi, e le popolazioni si spostano. Le ricomposizioni a sinistra fra il 2017 e il 2020 — le geografie sociali molto diverse dei voti a Mélenchon e a Hamon, la concorrenza fra ecologisti, socialisti e France insoumise alle municipali — sono leggibili solo a condizione di tenere insieme i due movimenti: quello degli orientamenti e quello degli abitanti.
Il capitolo apre tre dialoghi dichiarati — con la sociologia urbana, con la sociologia elettorale, con la scienza politica — e questa struttura a tre voci è, a suo modo, una dichiarazione di metodo: la geografia elettorale non è una disciplina autonoma che produce spiegazioni proprie, è un modo di porre domande ad altre.
5. Il Wisconsin, e ciò che la gente ha
Il secondo capitolo è una traduzione: un testo di Katherine Cramer sulla «coscienza rurale» nel Wisconsin. È l’unico contributo non francofono del volume e l’unico basato su un terreno americano, ed è stato scelto — lo dice la conclusione — perché indica una via che gli altri capitoli seguiranno.
Cramer ha seguito per quattro anni trentasette gruppi in ventisette località del Wisconsin: gruppi già esistenti, che si riunivano per conto proprio nei bar, nelle stazioni di servizio, nei seminterrati delle chiese, e a cui lei si è aggiunta. Il suo oggetto è una identità: il sentirsi «di fuori», rurale, in opposizione alle città dove stanno i soldi, il potere e l’università. Diciotto dei ventiquattro gruppi non metropolitani si autodefiniscono in questi termini; e nelle località sotto i diecimila abitanti circa un terzo dei gruppi riferisce spontaneamente gli stereotipi con cui si sente designato dall’esterno.
Il capitolo rifiuta esplicitamente la cornice in cui negli Stati Uniti quella discussione si era incagliata — l’alternativa fra la tesi di Thomas Frank, secondo cui gli elettori popolari conservatori votano contro i propri interessi perché ingannati su temi culturali, e la replica di Larry Bartels, che ne contesta i dati. Cramer dice che è la domanda a essere sbagliata: presuppone che esista un interesse oggettivo e che il compito dell’analista sia misurare lo scarto fra quello e il voto. Quel che lei osserva è diverso: le persone dispongono di una griglia di lettura che assegna torti e risorse su base territoriale, e la usano con coerenza. La conclusione contiene una raccomandazione metodologica che è anche una posizione morale, e che il resto del volume adotta senza dirlo: studiare ciò che le persone hanno, non ciò che manca loro.
La scelta di tradurre questo testo ha un effetto secondario di cui il libro non parla, ma che il lettore nota: è l’unico capitolo il cui terreno non sia europeo, e i capitoli francesi che lo seguono lavorano su materiali raccolti fra il 2007 e il 2022. Nessuno dei due mondi viene messo a confronto con l’altro. La traduzione funziona come un esempio, non come un termine di paragone.
6. Un questionario che dichiara i propri difetti
Il terzo capitolo, firmato da Patrick Lehingue, Baptiste Coulmont, Diane Delacourt e altri, è il cuore empirico del volume e merita di essere letto anche da chi non si interessa di statistica, per una ragione che riguarda il modo in cui leggiamo i sondaggi.
Il materiale è un questionario somministrato all’uscita dei seggi durante il secondo turno delle presidenziali francesi del 2017: 3.013 questionari utilizzabili, raccolti in sei città e quattordici seggi scelti perché socialmente e politicamente molto contrastati. Prima di presentare qualunque risultato, gli autori dedicano un riquadro intero — il primo del capitolo — a elencare i difetti del proprio materiale.
Il tasso di risposta medio è del 30,6 per cento, ma oscilla fra il 21,9 per cento di Avignone e il 39,1 per cento del sedicesimo arrondissement di Parigi: la disponibilità a rispondere a un questionario elettorale è essa stessa socialmente distribuita, e più alta dove i redditi sono più alti. Il campione è sovra-politicizzato: chi ha come titolo più alto la licenza media è circa un terzo dei residenti aventi diritto nei seggi studiati, e solo il 12 per cento dei rispondenti; il 24,3 per cento dei rispondenti si dichiara «molto interessato alla politica», dieci punti sopra i sondaggi nazionali, e solo il 7,8 per cento «per niente», metà del normale. Infine, e soprattutto: nei quattordici seggi il 28,2 per cento dei voti effettivi è andato a Marine Le Pen, ma solo il 12,5 per cento dei rispondenti dichiara di averla votata.
Gli autori individuano le due sorgenti di quello scarto — il rifiuto più frequente di partecipare all’indagine e la dissimulazione di chi vi partecipa — e ne traggono la conseguenza che va tratta:
«Questa relativa sovrapoliticizzazione degli intervistati ipoteca gli insegnamenti generali che si potrebbero trarre da certe distribuzioni semplici (relative per esempio all’intensità delle discussioni in occasione delle elezioni presidenziali), sopravvalutando la proporzione di cittadini attenti e interessati corrispondenti ai modelli e ai dover-essere implicitamente richiesti dalla teoria democratica del voto» (§ riquadro 1).
Vale la pena soffermarsi su questo passaggio. Un istituto demoscopico che pubblicasse un sondaggio premettendo che il proprio campione sopravvaluta sistematicamente la virtù civica dei cittadini e sottostima di sedici punti il voto a un partito perderebbe clienti. Qui è la condizione preliminare della lettura. La differenza fra un sondaggio e una ricerca non sta nella sofisticazione degli strumenti — sono spesso gli stessi — ma nel fatto che la seconda racconta come è stata fatta e la prima quasi mai. È un criterio che il lettore può applicare da solo, e che gli servirà più di molte competenze tecniche.
7. Chi parla con chi
Venendo ai risultati. Il 92,5 per cento degli intervistati dichiara di avere discusso delle elezioni nella settimana precedente il voto; tre quarti più di due volte; il 52,5 per cento con almeno tre categorie di persone vicine. Sono cifre altissime, che gli autori stessi ridimensionano due volte: perché il campione è quello che è, e perché un ballottaggio presidenziale francese fra due candidati estranei ai partiti che si erano alternati al potere per mezzo secolo non è una elezione qualunque.
Il primo risultato sostanziale è una conferma a ottant’anni di distanza: le discussioni nei gruppi primari battono i media come fonte di informazione. Solo il 46,6 per cento degli intervistati dichiara di essersi informato sui quotidiani per il primo turno — la radio registra la stessa frequenza —, il 74 per cento per la televisione, il 55,3 per cento per internet; e per nessuno di questi mezzi la risposta «sì, molto» supera il 40 per cento. Al confronto, solo il 7,5 per cento dichiara di non aver avuto alcuna discussione con i propri cari. Il 22 per cento dice di avere tenuto conto dei sondaggi (il 6 per cento «molto»), il 12,5 per cento di avere incontrato militanti nella settimana precedente il ballottaggio.
Il capitolo costruisce poi, con un’analisi delle corrispondenze multiple su venticinque domande, quello che chiama uno «spazio conversazionale». Il primo asse — da solo il 56,5 per cento della varianza modificata — oppone chi discute molto e conosce con precisione il voto dei propri cari a chi non discute e non sa come votino i suoi. E qui arriva il risultato che conta:
a destra di quell’asse non ci sono, come ci si aspetterebbe, gli elettori dissonanti, quelli che votano diversamente dalla propria cerchia. Ci sono quelli che non sanno come vota la propria cerchia: non sanno come vota il coniuge, come votano i figli, come votano i genitori (§ 20). L’opposto della conversazione politica non è il disaccordo; è l’assenza.
Proiettando le variabili illustrative su quell’asse, gli autori trovano un ordine quasi perfetto: dal fondo dell’asse verso l’altro estremo si dispongono in scala i titoli di studio (dai laureati magistrali ai non diplomati), le posizioni socio-professionali (quadri superiori, professioni intermedie, impiegati, disoccupati, operai), i redditi familiari (dagli oltre 8.000 euro mensili ai meno di 1.600), l’interesse dichiarato per la politica, la capacità di collocarsi su un asse destra-sinistra, e infine i voti. Il voto è una pratica in apparenza individuale; la sua distribuzione lungo questo asse dice che è un atto collettivo, e che la quantità di collettivo di cui ciascuno dispone non è la stessa.
8. Sei modi di stare in una campagna elettorale
Dalla stessa analisi il capitolo ricava sei classi di elettori, illustrate da ritratti tratti dalle interviste approfondite condotte in parallelo. Vale la pena scorrerle perché restituiscono, meglio di qualunque percentuale, che cosa significhi concretamente avere o non avere un contesto.
I «superstiti» (classe 6) sono coloro che si distinguono più nettamente da tutti gli altri: redditi bassissimi, scarso capitale scolastico, impiegati e disoccupati sovrarappresentati. Il ritratto è quello di Jérémy, trent’anni, cuoco a tre quarti di tempo ad Amiens, circa ottocento euro al mese, licenza media, due amici, nessuna associazione, genitori che non votano. Alle presidenziali vota, alle altre elezioni si astiene; e il suo voto consiste spesso nel cancellare il nome di un candidato e scrivere quello di Coluche, comico idolatrato dal padre. Nel 2017 ha esitato fino alla vigilia fra Coluche e Marine Le Pen, e ha scelto la seconda.
All’estremo opposto stanno i «convinti» (classi 4 e 5, insieme un decimo del campione): tutti, senza una sola eccezione, dichiarano di avere cercato di convincere qualcuno — contro un terzo del campione complessivo —, tutti hanno discusso in famiglia, quasi nessuno ignora come votino i propri cari, l’omogamia elettorale è altissima. Le due classi si distinguono solo per il ciclo di vita: nella 4 si discute con i figli e non con i colleghi (età media alta, molti pensionati), nella 5 con i colleghi e non con i figli (più giovani, molti senza figli). Elettoralmente sono quasi identiche: al ballottaggio Macron raccoglie il 79 per cento degli uni e il 78,7 per cento degli altri.
La classe modale, però, è un’altra: le «piccole differenze» (classe 1), il 49 per cento dei rispondenti. Sono persone che discutono spesso con amici, famiglia e colleghi, ma dichiarano di non votare «del tutto» come il padre e la madre. Gli autori ne danno una lettura che è forse la più elegante del capitolo: se percepiscono come significativi scarti minimi nello spazio delle posizioni politiche, è perché la loro competenza politica è alta abbastanza da rendere visibili quegli scarti. La distanza dichiarata dai genitori non misura una distanza: misura una finezza di percezione, ed è essa stessa un marcatore sociale.
Restano i «silenziosi» (classe 2), che dichiarano di non discutere e di non cercare di convincere nessuno, non ricordano come votarono nel 2012 né il nome del proprio deputato, sono più spesso operai e soprattutto — quasi in maggioranza — celibi o vedovi; e i «precari singolari» (classe 3, il 5 per cento), gli unici che davvero non votano come i vicini, come gli amici, come i colleghi, come il coniuge, e che si orientano su piccoli candidati.
Il punto d’insieme è che le sei classi non ordinano gli elettori per opinione. Li ordinano per densità di relazioni, e l’opinione segue.
9. Si vota in famiglia — e serve soprattutto a chi ha meno
Il quarto capitolo, di Céline Braconnier e Jean-Yves Dormagen, affronta la partecipazione anziché la scelta, ed è il contributo con il disegno di ricerca più originale del volume.
Gli autori ricostruiscono le configurazioni familiari a partire dalle liste elettorali di tre seggi socialmente contrastati — uno popolare in Seine-Saint-Denis, uno di ceto medio, uno di ceto superiore — incrociandole con il dato materiale delle cassette delle lettere, e confrontano diverse elezioni fra il 2007 e il 2009. Il risultato principale è netto: l’effetto di trascinamento familiare esiste, è forte, ed è socialmente asimmetrico.
Avere i genitori iscritti nello stesso seggio moltiplica per 2,2 le probabilità di votare alle presidenziali nel seggio di ceto medio, e per 2,6 alle europee nel seggio popolare. Ma nel seggio di ceto superiore il segno si inverte: alle presidenziali del 2007 i figli con i genitori iscritti nello stesso seggio hanno 2,5 volte meno probabilità di votare rispetto a chi vive solo. Il paradosso è apparente, e gli autori ne danno due spiegazioni, entrambe istruttive.
La prima è che in un ambiente molto istruito e molto politicizzato la dipendenza dal contesto diminuisce: chi vive solo, in quel seggio, ha partecipato all’87,4 per cento al primo turno presidenziale. Non ha bisogno di essere trascinato. La seconda è un fattore che il modello non conteneva e che gli autori ricostruiscono dai dati: la mal-inscription, cioè l’iscrizione rimasta al vecchio indirizzo dopo un trasloco. Nei tre seggi studiati il 34 per cento degli iscritti non ha più una cassetta delle lettere all’indirizzo elettorale: il 23 per cento nel seggio popolare, fra il 35 e il 39 per cento nel ceto medio, il 42 per cento nel ceto superiore. I figli delle famiglie agiate se ne vanno prima e più lontano, e restano iscritti dove non abitano più: contati come figli conviventi, sono in realtà assenti.
Dietro questa correzione tecnica c’è una constatazione sociale precisa. Gli autori la fanno a proposito dei gruppi di fratelli e sorelle senza genitori iscritti, categoria che nel seggio popolare riguarda il 16 per cento degli iscritti contro il 2 e il 4 per cento negli altri due, e che lì corrisponde in larga parte a giovani francesi figli di genitori stranieri che non hanno diritto di voto. In quel caso la minore partecipazione non contraddice l’ipotesi contestuale: la conferma al negativo. Mancano i genitori nel ruolo di guida, e il risultato si vede.
La conclusione del capitolo è la proposizione più importante del libro, e va enunciata per intero. In una elezione di altissima intensità — la presidenziale — i divari di partecipazione fra classi sociali e fra generazioni si riducono fortemente; e si riducono perché la mobilitazione collettiva si attiva, e trascina alle urne le frazioni meno politicizzate dell’elettorato. Appena l’intensità cala, la capacità delle famiglie e dei gruppi di appartenenza di produrre mobilitazione si attenua o sparisce, e a quel punto contano solo le proprietà individuali: i giovani e i ceti popolari passano in massa all’astensione, e i divari si riaprono.
Detto altrimenti: il contesto è ciò che compensa la disuguaglianza di politicizzazione. Chi ha titoli di studio e interesse per la politica vota comunque; chi non ne ha vota se qualcuno lo porta. E poiché la famiglia nucleare si è ristrutturata e l’isolamento è cresciuto, gli autori annoverano quella trasformazione fra i fattori della smobilitazione elettorale contemporanea, «soprattutto negli ambienti popolari» (§ 62). È un’ipotesi, non una misura — la parte che spetta alle trasformazioni familiari nel calo della partecipazione, scrivono all’inizio, resta «in larga misura da stabilire» (§ 5) — e il capitolo non la dimostra. Ma la formula con cui la enunciano è difficile da dimenticare: la famiglia resta più che mai la cellula di base del dispositivo informale di mobilitazione elettorale.
10. Quando il contesto produce tutto tranne il voto
Il quinto capitolo, di Camille Masclet, prende la socializzazione politica familiare dal verso opposto a quello consueto: non che cosa i genitori trasmettono ai figli, ma che cosa i figli, ormai adulti, restituiscono ai genitori. La letteratura su questo è scarsa, osserva Masclet, e per una ragione che cita da Urbatsch: quando i figli sono abbastanza grandi per influenzare consapevolmente, i genitori sono abbastanza vecchi da avere convinzioni radicate da decenni di esperienza.
Il caso di studio sono i genitori di persone lesbiche, gay, bisessuali e trans, e più precisamente quelli che hanno frequentato associazioni di familiari. La scelta è ben argomentata: l’omosessualità e la transidentità diventano note in famiglia quando i figli sono adulti o alle soglie dell’età adulta, e sono esperienze che si scostano insieme dalle traiettorie dei genitori e dalle norme sociali dominanti.
I risultati, presentati come preliminari — l’inchiesta è in corso —, sono due, e il secondo è quello che rende il capitolo importante. Il primo: si osservano effetti di risocializzazione politica reali e documentati. I genitori sviluppano una consapevolezza delle minoranze di genere e di sessualità, prendono posizione, in alcuni casi si impegnano in associazioni o iniziative per la causa. Il secondo: il voto non si muove. Non si osserva nessun «voto lavanda» indiretto — cioè nessuno spostamento elettorale verso partiti favorevoli ai diritti LGBT — in un gruppo che pure riunisce tutte le condizioni favorevoli perché si producesse.
Masclet non forza il materiale per spiegare l’anomalia, e fa bene. Registra che i genitori intervistati negano con decisione qualunque effetto sul voto, e riporta le loro parole; nota che i parametri di lungo periodo — una tradizione familiare di destra, un giudizio sulla gestione dei conti pubblici, un rapporto con la Chiesa — continuano a prevalere; e osserva una differenza fra genitori di persone omosessuali e genitori di persone trans. I primi sanno collocare i partiti rispetto alla questione, tanto più dopo la legge francese del 2013 sul matrimonio; i secondi no, perché nella fase dell’inchiesta di cui il capitolo rende conto la transidentità non aveva una collocazione visibile nello spazio partitico. Una madre riferisce di avere consigliato al figlio, per il cambio di prenome, di rivolgersi a un municipio di sinistra piuttosto che di destra, e di avere poi scoperto dalle altre famiglie dell’associazione che nella sua città le cose andavano esattamente all’inverso; ne trae che «dipende da chi si trova dietro il plexiglas».
La lezione che il capitolo consegna al volume è che le componenti del rapporto alla politica vanno disaccoppiate nell’analisi. Una disposizione può politicizzarsi, tradursi in prese di posizione e perfino in impegno militante, e lasciare del tutto intatta una pratica istituita come il voto. È una limitazione severa all’idea che il contesto «faccia» il voto, e viene da dentro il programma.
11. L’isolamento è un contesto?
Il sesto capitolo, di Pierre-Yves Baudot e Marie-Victoire Bouquet, è quello concettualmente più ambizioso del libro, e comincia con una frase che ne dichiara la posta:
«Diciamolo subito: descrivere l’isolamento come un contesto è un’impresa mal impostata» (§ 1).
L’argomento è semplice e stringente. Nella definizione di Huckfeldt un contesto è creato da schemi di interazione sociale realizzati in un ambiente; l’interazione è il cuore della nozione. La solitudine è, alla lettera, il contrario. Ma nella letteratura contestuale nessuno prevede il caso di individui che non si trovino in un contesto: la nozione viene estesa fino a comprendere lo scambio di saluti — «chi è che non dice buongiorno a nessuno?» —, e in quella estensione perde consistenza.
Gli autori mettono alla prova il concetto sul caso limite delle persone con disabilità, che sono statisticamente più isolate della media e per le quali, in più, l’interazione può essere una fonte di riassegnazione allo stigma. Riprendendo, attraverso Daniel Cefaï, un classico di Fred Davis, ricordano che appena la persona disabile entra in interazione «la disabilità sbarca in mezzo all’interazione e nulla può più sloggiarla»; da cui una «disassociazione» che è cercata più che subita. E aggiungono la dimensione materiale: prima di essere stigmatizzate nello spazio pubblico, le persone disabili ne sono escluse, dai trasporti ai servizi igienici agli edifici agli ascensori.
I dati della statistica pubblica francese confermano la premessa. Secondo l’inchiesta della DREES citata dal capitolo, a fine 2018 sette beneficiari di minimi sociali su dieci risultavano iscritti alle liste elettorali, contro l’88 per cento della popolazione in età di voto; un quarto dei beneficiari dell’AAH — l’indennità per adulti disabili — e del reddito di solidarietà attiva dichiarava di non essere mai stato iscritto; e il 37 per cento dei beneficiari dell’AAH che non hanno votato adduce come motivo la mancata iscrizione. I beneficiari dell’AAH sono anche quelli che dichiarano più di tutti un sentimento di solitudine.
Il risultato dell’inchiesta qualitativa, però, è di segno opposto a quello che ci si attenderebbe, e trasforma la nozione invece di scartarla. Gli intervistati non si presentano come persone fuori contesto: si presentano come elettori normali, e per farlo compiono ciò che gli autori chiamano un «lavoro di contestualizzazione». Una donna con disabilità mobilita la casa di proprietà, il club sportivo, la conoscenza del deputato, il problema del tetto della palestra — tutto ciò che può testimoniare un ancoraggio locale — e parla solo di elezioni locali. Un ex operaio i cui legami con l’ambiente circostante sono ormai tenuissimi rivendica il proprio ethos operaio, i legami con le vecchie colleghe, le parole del sindaco sulla sovranità popolare; vota Marine Le Pen alle presidenziali, e il sindaco socialista alle comunali.
Gli autori non leggono queste incongruenze come esercizi mal riusciti. Le leggono come la versione visibile di un lavoro che tutti compiono e che di solito è invisibile perché riesce: per dire un’opinione politica bisogna poter dire a che titolo la si dice. Il contesto, conclude il capitolo, è meno uno stato da ricostruire che un’attività cui gli intervistati si dedicano quando parlano di politica; e la capacità di enunciare affiliazioni sociali è la condizione che autorizza la produzione di opinioni.
È il rovesciamento più produttivo del volume, e la conclusione di Agrikoliansky lo riconosce come tale (§ 32). Ha però un costo di cui il libro non discute: se il contesto è anche ciò che gli attori dichiarano di sé, diventa difficile distinguerlo dalla giustificazione che ne danno, e la nozione rischia di assorbire ciò che dovrebbe spiegare. Gli autori sono consapevoli del rischio e se ne tengono lontani; ma il confine resta da tracciare.
12. Il lavoro, misurato
I quattro capitoli finali sono dedicati al lavoro, e sono presentati come l’apporto più specifico del volume. La motivazione è una constatazione che il libro cita due volte, da Catherine Achin, Philippe Aldrin e Martin Baloge: nell’analisi elettorale la categoria socio-professionale è dappertutto, il lavoro da nessuna parte — o quasi.
Il settimo capitolo, di Tristan Haute, è quantitativo e affronta la relazione fra impegno sul luogo di lavoro e partecipazione elettorale, usando le inchieste SRCV del 2008, 2010, 2013 e 2016. Le disuguaglianze di partenza sono note e il capitolo le richiama: al primo turno delle legislative del 2017 hanno votato il 64,4 per cento dei quadri del settore privato e il 68,4 per cento dei funzionari di categoria A, contro il 45,3 per cento degli impiegati privati, il 42,3 per cento degli operai qualificati e il 38,7 per cento dei non qualificati. Al primo turno delle presidenziali dello stesso anno lo scarto fra salariati con contratto stabile e salariati precari era di 12,2 punti.
Il risultato proprio del capitolo è però negativo, e vale doppio per questo. La letteratura internazionale ha a lungo associato sindacalizzazione e partecipazione politica, ipotizzando un travaso — uno spillover — dalla partecipazione nel lavoro a quella fuori. I modelli di Haute non lo trovano: l’adesione sindacale, e la semplice presenza di un sindacato sul luogo di lavoro, non sono associate in modo significativo a una maggiore partecipazione elettorale. Ciò che risulta associato sono due pratiche diverse: avere votato alle ultime elezioni professionali — ed è la relazione più forte e più stabile fra tutte quelle testate — e avere partecipato a uno sciopero nei dodici mesi precedenti.
La distinzione è più interessante dell’ipotesi che smentisce. Essere iscritti a un sindacato è uno stato; votare nell’impresa e scioperare sono atti. Chi si ritira dalla pratica elettorale professionale si ritira anche da quella politica; e chi sostiene il costo più alto sul lavoro è anche più presente alle urne. Haute aggiunge due cautele che gli fanno onore: non pretende di stabilire la direzione della causalità a partire da dati quantitativi, e osserva che tutte le elezioni studiate sono poco mobilitanti. Alle presidenziali del 2022, dove la mobilitazione è massima, lo scarto fra sindacalizzati e non sindacalizzati si riduce a pochi punti e non è significativo — il che ricongiunge il suo risultato a quello di Braconnier e Dormagen: l’intensità del voto schiaccia le differenze contestuali.
13. Il lavoro, osservato
L’ottavo capitolo, di Saphia Doumenc, è un’inchiesta etnografica condotta fra il 2016 e il 2020 a Lione e a Marsiglia presso quarantuno donne delle pulizie iscritte alla CNT-SO, un sindacato di ispirazione libertaria: sessantotto interviste registrate, più osservazione di scioperi, udienze del tribunale del lavoro, manifestazioni, e anche di momenti domestici e familiari. Ventinove delle quarantuno intervistate non hanno la cittadinanza francese — e dunque, per la maggior parte, non votano alle elezioni nazionali di cui si discute.
Il capitolo documenta con precisione che cosa il sindacato produce: una comunità di destini professionali, griglie di lettura politicizzate, e soprattutto quello che l’autrice chiama un contesto legittimante. Nello spazio sindacale le proprietà che altrove assegnano queste lavoratrici ai margini del politico — l’essere immigrate, razzializzate, povere — vengono sospese, e viene loro riconosciuto il diritto di avere un’opinione. È un risultato sostanziale: la competenza politica non è una dote, è un’autorizzazione che qualcuno concede o nega.
Poi c’è ciò che il sindacato non produce. Una parte delle intervistate esprime una simpatia dichiarata per l’estrema destra, in un sindacato anarchico. Doumenc non la nasconde e non la banalizza, e ne propone due letture, entrambe caute. La prima riprende la nozione di «coscienza triangolare» elaborata da Annie Collovald e Olivier Schwartz: il rivendicarsi «Front National» serve a marcare una distanza da chi è percepito come assistito, cioè verso il basso e non verso l’alto. La seconda è un’omologia di posizione: candidati che si presentano come antisistema e discriminati dai media possono parlare a chi si percepisce dominata. Una terza osservazione, quasi incidentale, è forse la più eloquente: nei discorsi raccolti, di sinistra o di estrema destra che siano, gli orientamenti espressi sono sempre a favore dell’opposizione, e Emmanuel Macron è il grande assente, il che segnala l’individuazione di un avversario comune.
Il capitolo si chiude su un’ipotesi che lascia aperta: se il ritiro dalle arene politiche istituzionali di chi resta attivo in altri spazi — il sindacato — non sia da leggere come un «nuovo voto di classe», una forma di uscita elettorale che è essa stessa politica. Messo accanto al capitolo di Masclet, il risultato compone una simmetria involontaria e istruttiva: là una politicizzazione che non arriva al voto, qui un impegno che dal voto si ritira.
14. Il lavoro, promesso
Gli ultimi due capitoli sono di natura diversa dai precedenti, e questo va detto con chiarezza perché cambia ciò che il lettore ne ricava.
Il nono, di Muriel Surdez, è un contributo metodologico. Sostiene che la sociologia delle professioni offra un livello di analisi intermedio più fine delle categorie socio-professionali, e lo argomenta su tre gruppi studiati in Svizzera nel corso di oltre un decennio: ingegneri, direttori delle risorse umane, veterinari impiegati nelle amministrazioni pubbliche. La tesi è che questi gruppi si distinguano fra loro meno per il contenuto del voto che per le poste in gioco professionali e le giustificazioni che lo incorniciano — i direttori del personale incarnano una posizione di mediazione fra punti di vista opposti, i veterinari pubblici sono divisi fra la lealtà verso la professione e il controllo che devono esercitare sui colleghi del privato, gli ingegneri si orientano diversamente a seconda che la carriera prenda una piega tecnica o manageriale. Lo strumento che il capitolo propone di importare è la rappresentazione grafica delle reti egocentrate, mutuata dalla sociologia qualitativa delle reti, che permette di leggere insieme carriera professionale, coniugale e politica. Surdez è esplicita sui limiti: l’approccio rischia di moltiplicare monografie giustapposte senza una domanda unificante, e nelle sue stesse inchieste la «carriera politica» è rimasta la meno documentata delle tre.
Il decimo, di Baptiste Giraud, si dichiara «anzitutto un’ambizione programmatica», e mantiene la dichiarazione. Il capitolo argomenta che la sociologia elettorale ha da guadagnare ad aprire la scatola nera dei contesti di lavoro delle classi popolari, e passa in rassegna ciò che la sociologia del lavoro e del sindacalismo potrebbero portarvi: la frammentazione dei collettivi di lavoro, l’erosione della presenza sindacale, il ritrarsi del lavoro di inquadramento politico dei salariati. Ne trae che la varietà dei contesti di lavoro è una dimensione centrale per capire la polarizzazione dei comportamenti elettorali popolari fra astensione, voto a sinistra e voto all’estrema destra. È una rassegna lucida, e il paragrafo finale pone una domanda che il libro lascia senza risposta e che pesa: quale portata possono avere, oggi, gli appelli sindacali a votare per questo o quel candidato?
Va detto con franchezza che questi due capitoli promettono più di quanto consegnino. Non è un difetto degli autori, che lo dicono. È la condizione di una parte del volume: la sezione sul lavoro, presentata come l’apporto più originale della sociologia francese al dibattito internazionale, poggia su un capitolo quantitativo (Haute), uno etnografico (Doumenc) e due programmi di ricerca.
15. Che cosa i francesi rimproverano agli americani
La conclusione di Agrikoliansky raccoglie i fili e, cosa rara in un volume collettivo, enuncia una posizione. La riassumo, perché è il contributo teorico del libro.
L’approccio contestuale anglosassone, dice, ha un difetto di impostazione: nel tentativo di uscire dall’individualismo del paradigma di Michigan ha reintrodotto l’individualismo per un’altra porta, trattando il contesto come una rete di conversazioni e un flusso di informazioni. Le ricerche francesi hanno testato quelle ipotesi anziché rifiutarle a priori, e i risultati le hanno trovate «empiricamente erronee e teoricamente deboli» (§ 22). Cinque proposizioni ne discendono.
La prima riguarda le conversazioni. Esistono, contano, e i gruppi primari battono i media: l’inchiesta ALCoV lo conferma a ottant’anni da Lazarsfeld. Ma la propensione a parlare di politica è socialmente disuguale in misura drastica — oltre due terzi fra i quadri, i laureati e i redditi alti; circa un terzo fra i senza titolo, i pensionati e i disoccupati — e la parte dei ceti popolari senza diploma che dichiara di non parlare mai di politica durante una campagna presidenziale sta fra il 15 e il 20 per cento. Una sociologia del contesto che guardi solo a chi parla studia la metà del fenomeno.
La seconda è la più tagliente. Perché le conversazioni producano conversione, secondo Huckfeldt e Sprague, occorre che mettano a confronto opinioni divergenti: «è solo attraverso il disaccordo che il cambiamento avviene». Le inchieste qualitative francesi sul 2012 e sul 2017 mostrano che quelle situazioni sono rare: si discute soprattutto con persone vicine che la pensano allo stesso modo. L’effetto non è dunque di conversione ma di rinforzo — della norma civica e dell’opinione dominante nel gruppo. E ciò che circola in quelle conversazioni non sono informazioni e opinioni illuminate, ma norme e richiami all’ordine: «micro-pressioni» e «cornici» (cadrages) che offrono una griglia di lettura dell’offerta politica. L’esempio dato è la resistenza di una parte dell’elettorato di destra all’attrazione esercitata da Macron nel 2017, costruita su cornici che circolavano nelle reti amicali e familiari — il sospetto di un socialista dissimulato, la denuncia di un complotto di giudici e giornalisti contro Fillon — e su linee di frattura molto più antiche del candidato.
Da cui una osservazione che vale come programma: se la sociologia americana si è concentrata sul cambiamento elettorale, il cui rendimento mediatico è ovvio, è forse nei meccanismi ordinari che assicurano la stabilità e la lealtà che stanno i processi scientificamente più interessanti, semplicemente perché sono i più frequenti. E un avvertimento contro quello che Agrikoliansky chiama il tranello nominalista: parlare di un’elezione, dei candidati, dei temi, non significa fare il cittadino illuminato che delibera. Spesso significa esprimere un’appartenenza celebrando il consenso che vi regna.
La terza proposizione chiede di articolare contesti e disposizioni: le socializzazioni passate pesano, e l’ipotesi della «fine del voto di classe» è, scrive, un’illusione ottica che maschera il peso duraturo di appartenenze certo riconfigurate ma rimaste determinanti. Il contesto funziona come «cornice d’innesco», che attiva o inibisce disposizioni più antiche. La quarta rompe con una concezione puramente oggettivista: il contesto non è solo un ambiente misurabile, è anche ciò che gli individui ne fanno — ed è qui che il capitolo di Baudot e Bouquet e quello di Cramer vengono riconosciuti come apripista. Il contesto, inoltre, non è sempre subìto: la mobilità residenziale può essere orientata da affinità sociali e culturali, e nei processi di gentrificazione sono le preferenze a scegliere l’ambiente, non l’ambiente a produrre le preferenze. La quinta rivendica il lavoro come terreno trascurato dalla letteratura anglosassone.
La formula d’insieme è che le ricerche francofone spostano l’interrogativo «forgiato nello spazio accademico anglosassone, centrato sulla questione delle reti sociali e degli effetti delle conversazioni», verso una sociologia attenta agli ancoraggi sociali e alle disposizioni degli elettori (§ 34). È una rivendicazione di specificità nazionale, e come tale va letta: il libro riferisce di una discussione fra due tradizioni, e sceglie la propria.
16. Che cosa il libro stabilisce
Riassumo i risultati che mi paiono reggere, separandoli da ciò che il volume propone e non dimostra, perché la differenza è grande e il libro non sempre la segnala.
Reggono, perché poggiano su materiali raccolti ed esposti con le loro imperfezioni: che le conversazioni nei gruppi primari contino più dei media, e che siano socialmente distribuite in modo tanto disuguale da rendere il fenomeno ben diverso da come lo si racconta; che il contrario della conversazione politica non sia il disaccordo ma l’ignoranza di come votino i propri cari, e che quella ignoranza sia collocata con precisione in basso nella scala dei titoli e dei redditi; che la famiglia produca partecipazione, che lo faccia soprattutto negli ambienti popolari e soprattutto nelle elezioni di alta intensità, e che appena l’intensità cala i divari si riaprano; che una politicizzazione reale possa non toccare affatto il voto; che l’adesione sindacale in sé non permetta di prevedere la partecipazione elettorale, mentre il voto nelle elezioni professionali e lo sciopero sì; che la capacità di dichiarare un’appartenenza sia una condizione per essere autorizzati ad avere un’opinione.
Non sono dimostrate, e restano ipotesi che il libro offre onestamente come tali: che la destrutturazione della famiglia nucleare sia una causa della smobilitazione elettorale contemporanea; che le distinzioni osservate fra gruppi professionali svizzeri di ceto medio-superiore si ritrovino nei gruppi professionali popolari; che aprire la scatola nera dei contesti di lavoro spieghi la polarizzazione del voto operaio.
Il limite del volume, se di limite si tratta, è di programma più che di esecuzione. Un progetto quinquennale che si chiude con un bilancio critico del proprio strumento centrale produce inevitabilmente un libro in cui la parte metodologica pesa quanto la parte empirica, e in cui alcuni capitoli valgono come dichiarazioni di intenti. Un secondo limite è cronologico: il nucleo empirico francese è l’inchiesta del 2017, integrata da dati che arrivano al 2016, al 2020, al 2022 a seconda dei capitoli. Il volume esce nel 2025, dopo le presidenziali del 2022 e dopo le europee e le legislative anticipate del 2024, che l’introduzione usa come esempio ma non come materiale. È la condizione normale di un lavoro di questa mole; conviene però saperlo, perché la tentazione di leggere questi risultati come una fotografia dell’oggi è forte e il libro non la incoraggia.
17. Perché riguarda anche chi non studia le elezioni
Resta la ragione per cui questo libro interessa un lettore che non abbia alcun motivo professionale di leggerlo.
Il modo corrente di parlare di elezioni, in Italia come in Francia, poggia su un’immagine dell’elettore che il volume dimostra essere falsa non perché sia ingenua, ma perché è socialmente situata: l’elettore che si informa, confronta, delibera e sceglie. Quell’elettore esiste — è una minoranza istruita e agiata, la si vede benissimo in un’estremità dell’asse costruito nel terzo capitolo — e la sua esistenza è la ragione per cui l’immagine sembra plausibile a chi scrive di politica, che quasi sempre gli somiglia. All’altra estremità c’è chi non discute, non sa come votino i suoi, non ricorda il proprio voto precedente e non conosce il nome del proprio deputato; e in mezzo c’è la metà del campione, che discute molto e crede di distinguersi dai propri genitori per differenze che sono minime e che riesce a percepire proprio perché sa molto.
Ne discende una conseguenza su cui varrebbe la pena riflettere più di quanto il libro stesso faccia. Se ciò che porta alle urne le frazioni meno politicizzate non è l’informazione ma la relazione — qualcuno che ne parla, che insiste, che ci va insieme —, allora il dibattito pubblico sulla partecipazione è largamente mal posto. Non si tratta di elettori mal informati da informare meglio: si tratta di persone la cui probabilità di votare dipende da quante persone hanno intorno. E le politiche che agiscono sull’informazione — campagne, spiegazioni, verifiche dei fatti — non toccano quella variabile. Il libro non lo scrive in questi termini, e sarebbe scorretto attribuirglielo; ma è ciò che i suoi dati autorizzano a pensare.
C’è infine un merito che va riconosciuto a un volume che non fa nulla per rendersi gradevole. Questi ricercatori hanno passato cinque anni a costruire uno strumento, lo hanno applicato, e alla fine hanno scritto trecentosettanta pagine per dire in quali condizioni non funziona — pubblicandole ad accesso libero, con i difetti dei propri campioni elencati prima dei risultati. È una virtù intellettuale poco spettacolare, e sempre più rara; il lettore che voglia farsene un’idea non ha nemmeno bisogno di comprare il libro.
Riferimenti bibliografici
Collectif ALCoV (dir.), Les contextes du vote. L’ancrage social des pratiques électorales, Villeneuve d’Ascq, Presses universitaires du Septentrion, coll. «Espaces Politiques», 2025, 370 p. ISBN 978-2-7574-4505-1; ISBN edizione digitale 978-2-7574-4549-5; DOI 10.4000/1579q.
Progetto ANR ALCoV (Analyse Localisée Comparative du Vote), ANR-16-CE41-0008, 2016-2021, coordinato da Éric Agrikoliansky. Edizione digitale ad accesso libero (CC BY-NC-ND 4.0): https://books.openedition.org/septentrion/190183 . I singoli capitoli:
Avant-propos: https://books.openedition.org/septentrion/190085 — Collectif ALCoV, Introduction. Le vote dans tous ses contextes: https://books.openedition.org/septentrion/190092
Jean Rivière, Chapitre 1. Éléments de socio-géographie électorale quantitative à partir du cas de la Métropole nantaise (1974-2017): https://books.openedition.org/septentrion/190099
Katherine Cramer, Chapitre 2. Mettre les inégalités à leur place : la conscience rurale et les pouvoirs de la perspective: https://books.openedition.org/septentrion/190106
Patrick Lehingue, Baptiste Coulmont, Diane Delacourt et al., Chapitre 3. Qui convainc qui ? Espace social et intermédiations électorales en 2017: https://books.openedition.org/septentrion/190113
Céline Braconnier, Jean-Yves Dormagen, Chapitre 4. Contextualiser les influences contextuelles: https://books.openedition.org/septentrion/190120
Camille Masclet, Chapitre 5. Voter en fonction de ses enfants ?: https://books.openedition.org/septentrion/190127
Pierre-Yves Baudot, Marie-Victoire Bouquet, Chapitre 6. L’isolement est-il un contexte ?: https://books.openedition.org/septentrion/190134
Tristan Haute, Chapitre 7. Engagements au travail et participation électorale: https://books.openedition.org/septentrion/190141
Saphia Doumenc, Chapitre 8. Gauche, extrême droite, auto-exclusion: https://books.openedition.org/septentrion/190148
Muriel Surdez, Chapitre 9. La constitution des rapports au politique au sein des groupes professionnels: https://books.openedition.org/septentrion/190155
Baptiste Giraud, Chapitre 10. Les contextes de travail font-ils le vote ?: https://books.openedition.org/septentrion/190162
Éric Agrikoliansky, Conclusion. Le vote en contexte(s): https://books.openedition.org/septentrion/190169
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

