di Fabrizio Pinna. Viviamo in società che chiedono continuamente prove e, nello stesso tempo, litigano su ciò che merita questo nome. Una fotografia, una statistica, un esperimento replicato, la parola di un paziente, il parere di un esperto, un documento digitale: ciascuno di questi oggetti può sostenere un’affermazione, ma nessuno lo fa automaticamente. Tra il dato e la conclusione si interpongono metodi, convenzioni, istituzioni, valori, rapporti di fiducia e decisioni su quanta incertezza siamo disposti ad accettare. È questo lo spazio esplorato da Faire preuve. Comment nos sociétés distinguent le vrai du faux, volume collettivo diretto dalla filosofa Molly Kao e dallo storico Julien Prud’homme.
Il libro ha un merito preliminare non piccolo: affronta un tema enorme senza cercare una formula universale capace di chiuderlo. Non propone un manuale per separare una volta per tutte il vero dal falso, né una denuncia relativistica della pretesa scientifica di conoscere il mondo. Mostra invece che «fare prova» è un’attività. Occorre costruire un oggetto conoscibile, stabilire regole per valutarlo, presentarlo a un pubblico competente e collegarlo a una tesi. La prova è dunque insieme epistemica e sociale: riguarda la qualità delle ragioni, ma anche gli ambienti nei quali quelle ragioni vengono riconosciute, respinte o trasformate.
Questa impostazione rende il volume particolarmente utile fuori dall’accademia. La crisi pandemica, le controversie climatiche, la circolazione di falsità online e il ricorso sempre più frequente alle politiche «basate sull’evidenza» hanno reso familiare un lessico della prova spesso usato in modo troppo semplice. Si dice che «la scienza dimostra», che «i dati parlano», che una scelta pubblica è «tecnica» o che l’esperienza personale non vale nulla davanti a uno studio statistico. I dodici capitoli contestano queste scorciatoie senza equiparare tutte le opinioni. La loro lezione comune è più esigente: le prove possono essere migliori o peggiori, ma il loro valore si comprende soltanto ricostruendo la catena che le fa passare da tracce a dati, da dati ad argomenti e da argomenti a decisioni.
Sommario
1. Un oggetto relazionale
L’introduzione di Kao e Prud’homme fornisce la grammatica dell’opera. Riprendendo Howard S. Becker, i curatori insistono sul fatto che una prova non è una cosa ma un mezzo: qualcosa diventa prova quando viene mobilitato a sostegno di una tesi e accettato, almeno provvisoriamente, da un uditorio. Un fossile, una goccia di sangue, una risposta a un questionario o una proposizione matematica non possiedono da soli una forza probante. Bisogna sapere come sono stati ottenuti, quale inferenza autorizzano e secondo quali criteri una comunità li ritiene validi.
La definizione ha tre conseguenze. La prima è che la prova è costruita, nel senso sobrio e non scandalistico del termine: occorre selezionare, misurare, classificare e rendere comunicabile un fenomeno. La seconda è che essa dipende da convenzioni condivise. Le categorie statistiche studiate da Alain Desrosières, i paradigmi scientifici di Thomas Kuhn o le regole processuali sono dispositivi diversi, ma tutti stabiliscono che cosa possa «tenere» come fatto. La terza conseguenza è che una prova è sempre prova di qualcosa e per qualcuno. Cambiano gli obiettivi, cambiano le soglie di sufficienza. Il grado d’incertezza tollerato in una rivista scientifica non coincide con quello accettabile in un’aula di tribunale o durante un’emergenza sanitaria.
Il caso del placebo, scelto per aprire il libro, chiarisce subito la posta in gioco. Quello che oggi viene spesso presentato come componente naturale del «gold standard» degli studi clinici è il risultato di una storia. Nel dopoguerra la randomizzazione e la distribuzione multicentrica dei soggetti avevano un peso maggiore del placebo e del doppio cieco; solo più tardi interessi istituzionali e industriali contribuirono a elevare il confronto con una sostanza inerte a criterio privilegiato. Ricostruire questa genealogia non significa affermare che un test valga l’altro. Significa capire perché una procedura abbia acquisito autorità, quali vantaggi conoscitivi offra e quali interessi possa servire. La storicizzazione, in altre parole, non demolisce la scienza: la rende più intelligibile e quindi più criticabile in modo razionale.
Su questa base il volume distingue opportunamente tra approccio descrittivo e normativo. Il primo domanda che cosa gli attori considerino una prova e come la utilizzino; il secondo chiede che cosa dovrebbe contare come buona prova. La distinzione impedisce due errori speculari. Non basta registrare che una comunità crede qualcosa per dichiararlo vero; ma non basta nemmeno formulare un criterio astratto ignorando le condizioni concrete nelle quali può essere applicato. In quasi tutti i capitoli i due piani finiscono per incrociarsi: descrivere una pratica fa emergere i suoi presupposti normativi, mentre proporre una regola migliore modifica ruoli, gerarchie e distribuzione dell’autorità.
2. Dalla certezza matematica alla flessibilità scientifica
La prima parte riunisce tre capitoli teorici che impediscono al lettore di identificare la prova con un unico modello. Yves Gingras apre con una sociologia storica delle prove scientifiche. Il riferimento spontaneo è la dimostrazione matematica, associata alla necessità e all’irrefutabilità. Le scienze empiriche, tuttavia, lavorano più spesso con indizi, osservazioni e misure che rendono una tesi plausibile senza conferirle la certezza di un teorema. «Dimostrare» e «mostrare» non sono la stessa operazione.
Gingras illustra la pluralità dei regimi probatori attraverso controversie nelle quali le regole, normalmente implicite, diventano visibili. L’analisi dei poliedri compiuta da Imre Lakatos mostra come persino in matematica definizioni ed esempi vengano rinegoziati davanti a controesempi inattesi. La disputa sulla fusione fredda rivela invece la dipendenza dell’interpretazione da competenze, strumenti e appartenenze disciplinari. I sostenitori e i critici non osservavano semplicemente lo stesso oggetto traendone conclusioni opposte: valutavano segnali e anomalie alla luce di aspettative teoriche diverse.
Particolarmente efficace è il confronto, ripreso da Peter Galison, tra due culture sperimentali della fisica delle particelle. Per la tradizione delle camere a bolle poteva risultare decisiva una singola immagine nitida della traiettoria prevista; per la cultura elettronica e statistica un evento isolato non bastava, poiché la scoperta richiedeva un rapporto tra segnale e rumore superiore a una soglia convenuta. Non si tratta di un conflitto tra scienza e non-scienza, ma tra modi scientifici di rendere visibile e credibile un fenomeno. Le tecnologie più recenti hanno in parte ricomposto l’opposizione, consentendo di ricostruire immagini a partire dai dati elettronici.
La conclusione di Gingras è una delle più feconde del volume. La flessibilità interpretativa non è soltanto una debolezza da eliminare; talvolta l’ambiguità dei termini permette a una comunità di collaborare senza condividere in ogni dettaglio la stessa filosofia. Il consenso scientifico non presuppone necessariamente identità perfetta di significati. Le controversie rompono questa tregua semantica e costringono gli attori a esplicitare ciò che prima poteva restare indistinto.
Il saggio di Molly Kao affronta la sottodeterminazione: dati disponibili possono risultare compatibili con più ipotesi, mentre una decisione deve comunque essere presa. La scienza empirica non procede da osservazioni pure a una sola teoria inevitabile. Ogni test coinvolge assunzioni ausiliarie, strumenti, criteri statistici e scelte sulla gravità dei possibili errori. Rifiutare o conservare un’ipotesi significa valutare non soltanto quanto essa si accordi con i dati, ma anche quali conseguenze avrebbe un falso positivo o un falso negativo.
Da qui entra in scena il «rischio induttivo». Stabilire una soglia non è un gesto esclusivamente tecnico: se l’errore può esporre una popolazione al piombo nell’acqua o ritardare un trattamento, il peso attribuito ai diversi rischi incorpora valori. Kao distingue, con le dovute cautele, valori epistemici — precisione, coerenza, adeguatezza empirica — e valori non epistemici, come costi, priorità sociali o considerazioni morali. Il punto non è autorizzare interferenze arbitrarie nella ricerca, ma riconoscere che la neutralità assoluta è impossibile in molte decisioni metodologiche.
La risposta più convincente non consiste allora nel fingere l’assenza dei valori, bensì nel renderli criticabili. Seguendo Helen Longino, Kao propone di guardare alla struttura sociale della conoscenza: spazi pubblici di discussione, standard trasparenti, disponibilità alla critica e una comunità sufficientemente plurale da individuare presupposti invisibili a gruppi omogenei. La diversità non è qui un ornamento morale aggiunto alla scienza; può diventare una risorsa epistemica, perché prospettive differenti espongono errori sistematici e domande trascurate.
Mathieu Marion porta il lettore nel luogo apparentemente più resistente a questa problematizzazione: la prova matematica. La controversia sulla dimostrazione per assurdo oppone la matematica classica al costruttivismo intuizionista. Nel ragionamento classico, se l’ipotesi contraria ad A conduce a una contraddizione, si può concludere A. Per gli intuizionisti, invece, aver escluso la negazione non equivale sempre a possedere una costruzione positiva dell’oggetto affermato. Dietro una regola logica si fronteggiano due concezioni della realtà matematica: una più vicina al platonismo, per la quale gli enunciati sono veri o falsi indipendentemente dalla nostra capacità di provarli; l’altra, ispirata a Brouwer, per la quale la verità matematica è legata alla possibilità di costruire una prova.
Il capitolo è importante per due ragioni. Mostra che il dissenso su «ciò che fa prova» può attraversare una comunità altamente competente e non dipende necessariamente da ignoranza o irrazionalità. E chiarisce che la dimensione sociale del riconoscimento non implica che la validità sia creata dal voto della maggioranza. Classici e costruttivisti si ritengono entrambi vincolati da ragioni oggettive; divergono sui criteri e sull’ontologia che li giustifica. È una precisazione essenziale, perché protegge l’intero libro dall’equivoco relativista: le prove hanno una storia e una vita sociale, ma ciò non significa che siano vere perché una comunità le approva.
3. La ricerca sotto esame
La seconda parte passa dai fondamenti ai problemi contemporanei della ricerca. Il capitolo di Jade Maria Moisan e Vincent Larivière sulla riproducibilità è il più immediatamente riconoscibile. La «crisi» esplosa soprattutto dopo il 2010 ha mostrato che risultati celebri, in psicologia come in biomedicina, non sempre ricompaiono quando gli studi vengono ripetuti. Gli autori distinguono opportunamente concetti spesso confusi: ripetere un’analisi con gli stessi dati e metodi, replicare uno studio con nuovi dati, ottenere risultati robusti al variare delle procedure. La precisione terminologica conta, perché problemi diversi richiedono rimedi diversi.
Il capitolo non attribuisce tutto alla frode. Le cause più profonde sono ordinarie e istituzionali: pressione a pubblicare, preferenza delle riviste per risultati positivi e sorprendenti, uso flessibile delle statistiche, campioni insufficienti, scarsa disponibilità di dati e codici, incentivi di carriera legati alla novità più che alla solidità. Il sistema può produrre una letteratura distorta anche quando la maggioranza dei ricercatori agisce in buona fede. È uno degli esempi più netti del nesso tra politica della scienza e qualità epistemica: se premi, finanziamenti e reputazione selezionano certi comportamenti, modificare la metodologia senza modificare gli incentivi ha efficacia limitata.
Le soluzioni discusse — preregistrazione, condivisione di dati e protocolli, valorizzazione dei risultati negativi, finanziamento delle repliche e formazione metodologica — non promettono infallibilità. Mirano a riallineare il prestigio professionale con l’affidabilità. La formula più riuscita del capitolo contrappone senza separarle innovazione e replica: la prima apre molte strade possibili, la seconda aiuta a riconoscere quelle più probabili. Una scienza vitale ha bisogno di entrambe. Per questo gli autori evitano sia il catastrofismo, che trasforma ogni mancata replica nella prova del fallimento della scienza, sia l’autoassoluzione, che riduce la crisi alla normale autocorrezione.
Il saggio di Lucie Delias, Claudine Bonneau, Guillaume Latzko-Toth e Florence Millerand affronta le tracce digitali. Un clic, un «mi piace», una localizzazione, una cronologia di ricerca o una rete di contatti sembrano dati già pronti, prodotti spontaneamente dalla vita online. Il capitolo smonta questa naturalità. Le piattaforme decidono che cosa registrare, con quali categorie e attraverso quali interfacce; le API rendono accessibili alcune informazioni e non altre; le pratiche degli utenti rispondono all’architettura tecnica. La traccia non è uno specchio trasparente del comportamento, ma l’esito di una mediazione.
La critica è particolarmente attuale nell’epoca dei grandi modelli e della retorica dei big data. Una massa enorme di correlazioni non elimina la teoria. Per trasformare tracce in prove occorre ricostruire il contesto di produzione, interrogare i vuoti, normalizzare le misure e triangolare con altre fonti. Gli autori presentano due strategie promettenti: la «risocializzazione», che collega i segnali digitali a interviste e questionari, e la «densificazione», che arricchisce piccoli insiemi di tracce con più strati di informazione qualitativa. Ne emerge un principio generale: la quantità aumenta la potenza di osservazione, non sostituisce il lavoro interpretativo.
Anche il capitolo di Kevin Kaiser, Francis Lareau, Christophe Malaterre e Davide Pulizzotto, dedicato all’analisi computazionale dei corpus, rifiuta l’alternativa tra lettura umanistica e algoritmo. Distingue analisi di concetti, temi e argomenti, mostrando che ciascuna richiede passaggi differenti: definire ciò che si cerca, costruire il corpus, addestrare o scegliere strumenti, interpretare le occorrenze e controllare le classificazioni. Il computer permette di esplorare quantità di testi inaccessibili alla lettura individuale e di rilevare distribuzioni, variazioni e connessioni altrimenti invisibili.
Gli autori attribuiscono a queste procedure cinque proprietà probanti: scomponibilità del processo algoritmico, riproducibilità, robustezza rispetto a varianti metodologiche, dimensione quantitativa, sistematicità ed estensione del corpus. Ma il punto critico sta nelle condizioni: un algoritmo trasparente applicato a un corpus mal costruito produce con grande precisione una risposta debole; una visualizzazione suggestiva può nascondere le scelte compiute nella codifica; una categoria computabile non coincide automaticamente con un concetto storico o filosofico. Il capitolo è a tratti più fiducioso di quello sulle tracce digitali, ma entrambi convergono sulla documentazione rigorosa e sulla complementarità dei metodi.
Questa seconda parte è forse la più compatta del libro. I tre saggi mostrano la prova come infrastruttura: non soltanto un argomento finale, ma un insieme di protocolli, archivi, standard di descrizione, incentivi, software e pratiche di condivisione. È un correttivo salutare all’immagine teatrale della scoperta scientifica come lampo individuale. La credibilità nasce spesso da attività meno visibili: conservare i dati, descrivere una procedura, rendere un codice eseguibile, pubblicare un fallimento, consentire a un estraneo di ripercorrere il cammino.
4. Quando la prova entra nello spazio pubblico
La terza parte, la più ampia, segue le prove fuori dai luoghi tradizionali della ricerca. Nel capitolo sull’expertise giudiziaria Julien Larregue contesta la separazione troppo netta tra fatto e diritto. L’esperto non introduce semplicemente una verità scientifica in un processo che poi il giudice applicherà. La domanda rivolta all’esperto, la forma del rapporto, le regole di ammissibilità e le strategie di magistrati e avvocati contribuiscono a produrre il significato giudiziario del dato.
La prova è perciò il risultato di una configurazione. L’ADN, o DNA, è potuto diventare prova solo dopo l’invenzione di tecniche di identificazione, la loro stabilizzazione e l’inserimento nelle procedure. Altre forme, come le ordalie medievali, hanno cessato di esserlo. Persino la distinzione giuridica tra indizio e prova rinvia a un percorso istituzionale: nel diritto francese la prova piena si consolida con una decisione definitiva. Larregue invita quindi a studiare chi sia autorizzato a provare, con quali modalità e con quale credibilità sociale. Classe, genere, origine e posizione professionale possono influire sull’ascolto di un sapere senza comparire nelle formule del diritto.
Il capitolo suggerisce molte piste e, proprio per questo, appare meno concluso di altri. La sua apertura è comunque produttiva. Sposta l’attenzione dall’accuratezza astratta dell’expertise alla sua amministrazione concreta: come un’informazione entra nel fascicolo, chi la traduce, quali elementi diventano visibili e quali restano esclusi in nome della coerenza del sistema. Il tribunale appare così come un laboratorio privilegiato delle politiche della prova, perché rende esplicite soglie, ruoli e conseguenze.
Julien Prud’homme esamina poi l’evidence-based in medicina e in educazione. La medicina basata sulle prove ha costruito gerarchie nelle quali revisioni sistematiche e studi randomizzati occupano i livelli più alti. Il progetto rispondeva a variazioni ingiustificate delle pratiche cliniche e alla difficoltà dei professionisti di orientarsi in una letteratura crescente. Linee guida, banche dati e sintesi hanno reso conoscenze affidabili più accessibili e hanno contrastato abitudini prive di efficacia.
La standardizzazione suscita tuttavia timori: ridurre il medico a esecutore, ignorare la singolarità del paziente, privilegiare ciò che è facilmente misurabile, offrire nuovi mercati a industrie e consulenti. Prud’homme prende sul serio queste obiezioni, ma rifiuta la caricatura della «medicina da ricettario». L’autonomia professionale non consiste nell’ignorare il sapere generale; consiste anche nel mediare tra quel sapere e il caso. Le linee guida sono oggetti negoziati, interpretati e adattati, non ordini che si applicano da soli.
Il trasferimento del modello all’educazione rende più evidente il problema del contesto. Un programma efficace in condizioni sperimentali non produce necessariamente lo stesso risultato in ogni scuola. Le versioni più mature dell’approccio riservano quindi maggiore spazio agli studi qualitativi e all’analisi dell’implementazione. L’idea, evocata nel capitolo, di una seconda piramide delle prove con i metodi qualitativi al vertice per valutare l’attuazione locale è provocatoria ma istruttiva: non esiste una gerarchia dei metodi valida indipendentemente dalla domanda. Gli esperimenti possono stimare se un intervento funzioni in generale; casi e osservazioni possono spiegare perché funzioni qui e fallisca altrove.
La posizione di Prud’homme è empirica prima che ideologica. Le pratiche fondate su prove possono produrre benefici che sarebbe irresponsabile ignorare e conseguenze inattese che sarebbe ingenuo negare. Occorre studiare entrambe, osservando come cambino l’autorità e il lavoro quotidiano. È forse il capitolo che meglio realizza il programma complessivo: tenere insieme valutazione normativa e ricostruzione sociologica senza trasformare la critica in sospetto automatico.
François Claveau e Jérémie Dion chiedono perché ci fidiamo di ciò che leggiamo su Internet. La domanda non riguarda soltanto la verità dei singoli contenuti, ma le configurazioni che avvicinano ciò che convince a ciò che merita di essere creduto. La prima utopia della rete confidava nella democratizzazione della produzione e nella libera circolazione della conoscenza. L’esperienza ha fatto emergere tre problemi: produttori inaffidabili, attenzione limitata degli utenti e volume ingestibile delle informazioni.
Wikipédia rappresenta una risposta basata sulla produzione decentralizzata ma regolata: tracciabilità delle modifiche, discussione, citazione delle fonti, divisione del lavoro e correzione pubblica. I motori di ricerca rispondono invece mediante gerarchie algoritmiche e segnali di autorità. Entrambe le configurazioni trasformano la fiducia in un problema di architettura. Non chiedono a ogni utente di verificare tutto personalmente, cosa impossibile, ma organizzano scorciatoie cognitive e controlli distribuiti.
Il limite è economico e politico. Gli algoritmi che ordinano i contenuti perseguono anche l’attenzione e i ricavi pubblicitari; novità ed emozione possono favorire il falso. La lotta alla disinformazione, d’altra parte, concentra potere in poche piattaforme capaci di sospendere account o modificare invisibilmente la visibilità. Il capitolo evita sia la nostalgia per un passato mediatico puro, mai esistito, sia la celebrazione dell’autoregolazione tecnologica. La qualità epistemica della rete dipende da scelte di progettazione che devono essere valutate insieme ai loro effetti sul pluralismo.
Éric Montpetit e Antoine Lemor analizzano la decisione politica durante la pandemia COVID-19 e prendono di mira la formula «seguire la scienza». La conoscenza scientifica delimita problemi e soluzioni, ma raramente determina da sola una scelta. Decidere significa stabilire quale livello di prova sia sufficiente, confrontare rischi eterogenei, agire entro tempi stretti e considerare fattibilità e consenso. Anche quando i dati sono solidi, non dicono automaticamente quale costo sociale sia accettabile.
Gli autori discutono il ragionamento motivato, l’identità politica, l’atteggiamento verso il rischio e il ruolo dell’esperienza. Il giudizio umano non è un residuo irrazionale che una tecnocrazia perfetta potrebbe eliminare; è la facoltà necessaria per colmare la distanza tra conoscenza e azione. La pandemia lo ha mostrato con particolare nettezza: modelli incerti dovevano orientare decisioni urgenti, mentre i valori attribuiti alla salute, alla libertà, alla scuola o all’economia non erano commensurabili mediante un’unica formula.
Il capitolo raggiunge una conclusione politicamente rilevante. Presentare una decisione come semplice comando della scienza può essere una strategia per difenderla, ma nasconde responsabilità e alternative. Riconoscere la componente politica non squalifica la scelta; la rende discutibile democraticamente. Anche gli scienziati, quando intervengono pubblicamente, devono giudicare quando una prova è sufficiente. La differenza tra esperto e decisore resta, ma non coincide con quella tra ragione pura e arbitrio.
Aude Bandini affronta i saperi esperienziali nella salute. L’esperienza della malattia non è automaticamente conoscenza: soffrire di una condizione non rende infallibili né consente di generalizzare dal proprio caso. Ma alcune esperienze, elaborate individualmente e collettivamente, producono informazioni che la medicina può non possedere: effetti vissuti di una terapia, ostacoli quotidiani, bisogni trascurati, errori nelle categorie diagnostiche. Associazioni di pazienti, gruppi di mutuo aiuto e movimenti come quelli delle persone con HIV hanno trasformato questi saperi in capacità di intervento sulla ricerca e sulle politiche.
La questione riguarda l’ingiustizia epistemica: a chi viene riconosciuta la capacità di sapere e testimoniare? L’autorità medica è sostenuta da formazione, licenze e controlli istituzionali, garanzie che non vanno liquidate. Tuttavia può incorporare stereotipi o considerare normale ciò che per il paziente è intollerabile. Dare voce ai saperi esperienziali non significa sostituire l’esperto con il vissuto, ma correggere mappe incomplete e condividere la definizione dei problemi.
Bandini mette bene in luce l’ambivalenza dell’istituzionalizzazione. L’ingresso dei pazienti nei comitati e nei processi decisionali realizza una forma di democrazia sanitaria; nello stesso tempo rischia di addomesticare conoscenze nate in opposizione alle strutture dominanti. Chi viene scelto come rappresentante? Quali esperienze sono traducibili nel linguaggio amministrativo? L’inclusione può redistribuire il potere oppure limitarsi a legittimare decisioni già prese. Il capitolo non risolve la tensione, ma mostra perché non possa essere affrontata con una semplice celebrazione della partecipazione.
Il volume si chiude con Gilles Beauchamp e Maëlle Turbide, che esaminano credenze religiose e giustificazione pubblica. Il percorso dalle prove classiche dell’esistenza di Dio alle epistemologie contemporanee serve a mostrare come cambino gli standard della giustificazione. Argomenti ontologici, cosmologici e teleologici hanno perduto per molti la forza che possedevano in quadri metafisici condivisi; l’evidenzialismo moderno chiede che la credenza sia proporzionata a elementi accessibili, mentre altri filosofi sostengono che alcune credenze religiose possano essere «propriamente basilari».
Il dissenso religioso conduce al problema democratico: le ragioni religiose possono giustificare leggi coercitive? Un modello esige ragioni pubbliche condivisibili da cittadini con dottrine diverse; un altro, ispirato alla convergenza, ammette che persone differenti sostengano la stessa norma per motivi differenti, purché tali motivi siano intelligibili. La proposta valorizza il pluralismo senza rinunciare del tutto a un controllo reciproco.
È una conclusione coerente, benché il passaggio dalla prova scientifica alla giustificazione religiosa allarghi molto il campo semantico. L’umiltà epistemica evocata dagli autori non richiede di considerare equivalenti tutte le credenze. Chiede di riconoscere i limiti della propria prospettiva e di distinguere l’inaccettabilità di una ragione dalla sua semplice estraneità. In società pluraliste, la comprensione dell’altro è una condizione della convivenza, anche quando il disaccordo rimane.
5. La tesi che emerge dall’insieme
Il libro non offre una teoria unificata della prova, ma lascia emergere una struttura comune. Si potrebbe descriverla attraverso cinque passaggi. Esiste anzitutto una traccia: un segnale fisico, un testo, un sintomo, una testimonianza. La traccia viene trasformata in dato mediante strumenti e categorie. Il dato entra poi in un’inferenza che lo collega a una tesi. L’inferenza viene valutata da una comunità secondo standard storicamente determinati. Infine, una decisione stabilisce che la prova disponibile sia sufficiente per pubblicare, curare, condannare, regolamentare o agire.
Ogni passaggio può fallire e ogni passaggio distribuisce autorità. La piattaforma può non registrare un comportamento; il ricercatore può classificare male una variabile; l’algoritmo può essere opaco; il comitato può premiare soltanto risultati positivi; il giudice può ammettere una perizia e respingerne un’altra; il decisore può presentare come necessaria una scelta che incorpora valori. Il pregio di Faire preuve è rendere visibili questi passaggi senza concludere che, poiché sono mediati, siano arbitrari.
Ne risulta una concezione dell’oggettività meno ingenua e più robusta. Oggettivo non è ciò che nasce senza soggetti, istituzioni o convenzioni. È ciò che riesce a sopportare controlli, obiezioni, confronti tra metodi e revisioni pubbliche. Trasparenza, pluralismo, replicabilità e contestabilità non eliminano la dimensione sociale della conoscenza; ne fanno una condizione di affidabilità. La prova più forte non è quella priva di storia, ma quella la cui storia di produzione può essere ricostruita e criticata.
Un secondo filo comune riguarda la sufficienza. La maggior parte dei conflitti pubblici non oppone una prova assoluta alla sua assenza, ma soglie diverse. Quanti dati bastano per autorizzare un farmaco? Quanto rischio giustifica una restrizione? Quale combinazione di indizi consente una condanna? Quando una correlazione digitale diventa spiegazione? La domanda «è vero?» si intreccia con «quanto dobbiamo essere sicuri prima di agire?». Quest’ultima è inevitabilmente normativa e politica, perché errori diversi colpiscono persone diverse e hanno costi diversi.
Un terzo filo è la divisione del lavoro cognitivo. Nessuno può verificare personalmente tutti gli articoli, i codici, le fonti e le perizie dai quali dipende. La conoscenza moderna richiede fiducia, ma non una fiducia cieca: fiducia organizzata da credenziali, procedure, archivi, revisioni e possibilità di contestazione. Il capitolo su Internet rende esplicito ciò che vale anche per tribunali, ospedali e laboratori. Il problema non è scegliere tra autonomia individuale e autorità, bensì costruire autorità affidabili e meccanismi capaci di correggerle.
6. Punti di forza e limiti
La qualità maggiore dell’opera è l’equilibrio tra filosofia e sociologia. Molti libri sulla post-verità difendono la scienza come se fosse un blocco unitario minacciato dall’esterno; molte critiche sociali, al contrario, sono lette come se dissolvessero la verità nei rapporti di forza. Qui le due prospettive si controllano reciprocamente. La filosofia ricorda che le ragioni possono essere valutate e che non ogni consenso produce validità; la storia e la sociologia mostrano che i criteri di valutazione vivono in pratiche concrete e possono favorire interessi o escludere voci.
Un altro punto di forza è la scelta dei casi. La progressione dalla matematica alla politica sanitaria evita di assumere una disciplina come modello di tutte le altre. Il lettore vede cambiare la forma della prova: necessità logica, probabilità sperimentale, robustezza statistica, plausibilità interpretativa, ammissibilità giudiziaria, giustificazione pubblica. Questa comparazione impedisce di importare criteri da un campo all’altro senza esame. Pretendere da una testimonianza di malattia ciò che si pretende da uno studio randomizzato è assurdo quanto usare una testimonianza individuale per stimare l’efficacia media di un farmaco.
L’accessibilità è generalmente buona. Gli autori spiegano concetti difficili attraverso esempi e ogni capitolo contiene rinvii agli altri, favorendo una lettura reticolare. Il testo di Marion richiede più attenzione per la notazione logica; quello sull’analisi dei corpus entra talvolta in dettagli tecnici. Ma lo sforzo è ricompensato e il libro non sacrifica la precisione alla divulgazione.
La forma collettiva comporta anche limiti. Alcuni capitoli propongono una tesi forte, altri funzionano soprattutto come ricognizioni. La nozione di prova si allarga fino a comprendere evidenza empirica, dimostrazione, indizio, testimonianza e ragione pubblica. L’introduzione giustifica questa polisemia, ma una conclusione generale avrebbe potuto tornare sulle differenze emerse e distinguere più nettamente prova, evidenza, giustificazione e fiducia. L’assenza di un capitolo conclusivo lascia al lettore il compito — stimolante, ma impegnativo — di ricomporre l’insieme.
La selezione dei casi è ricca ma non esaustiva. Restano relativamente ai margini il giornalismo, la produzione amministrativa degli indicatori, l’intelligenza artificiale generativa e il ruolo delle immagini. Il volume è del 2025 e alcuni di questi temi avrebbero potuto prolungare naturalmente i capitoli sulle tracce digitali e su Internet. In particolare, sistemi che producono risposte plausibili senza rendere accessibile la catena delle fonti pongono in forma estrema la distanza tra ciò che convince e ciò che dovrebbe essere creduto.
Si nota inoltre una forte impronta franco-canadese e occidentale, perfettamente legittima ma non sempre tematizzata. Il capitolo finale riconosce esplicitamente il perimetro occidentale della filosofia della religione; altrove il confronto con regimi probatori non occidentali avrebbe potuto ampliare la riflessione. Anche la dimensione del conflitto economico è diseguale: molto presente nel placebo, nelle piattaforme e nell’evidence-based, meno in altri saggi.
Questi limiti non compromettono l’opera. Indicano piuttosto quanto sia vasto il programma inaugurato. Un libro di 256 pagine non può offrire una sociologia generale di tutte le procedure con cui una società stabilisce il vero. Può però fornire strumenti per porre meglio le domande, e Faire preuve lo fa con notevole efficacia.
7. Perché leggerlo oggi
La lezione pubblica del volume è che difendere la verità non significa sottrarla alla discussione. Al contrario, una prova acquista forza quando possiamo chiedere da dove venga, con quali strumenti sia stata prodotta, quali alternative siano state considerate, quale margine d’errore rimanga e chi sopporti le conseguenze di un errore. Queste domande non indeboliscono l’autorità competente; distinguono l’autorità responsabile dall’autoritarismo epistemico.
Il libro aiuta anche a capire perché l’espressione «fate le vostre ricerche» sia insieme seducente e insufficiente. Nessun cittadino può rifare un trial clinico, controllare ogni riga di codice o verificare un’identificazione genetica. L’autonomia non consiste nella finzione di poter sapere tutto da soli, ma nella capacità di orientarsi tra istituzioni, riconoscere procedure affidabili e individuare conflitti d’interesse. È una competenza civica oltre che intellettuale.
Infine, Faire preuve restituisce dignità al giudizio. Nei dibattiti contemporanei il giudizio è spesso presentato come il punto in cui finisce la scienza e comincia l’arbitrio. I saggi mostrano invece che giudicare è necessario proprio perché le prove sono finite, fallibili e orientate a domande specifiche. Il buon giudizio non sostituisce i dati: li interpreta, dichiara le proprie soglie, confronta conseguenze e rimane aperto alla revisione. È ciò che accomuna, pur con responsabilità differenti, il ricercatore, il medico, il giudice, il giornalista e il decisore pubblico.
Il sottotitolo domanda come le nostre società distinguano il vero dal falso. La risposta più onesta del libro è che non lo fanno mediante un unico strumento. Costruiscono istituzioni e pratiche differenti, ciascuna dotata di possibilità e vulnerabilità. La distinzione non è mai definitiva, ma non per questo è impossibile. Dipende dalla qualità delle procedure, dalla pluralità di chi può contestarle e dalla disponibilità a correggere gli errori.
Questo è anche il messaggio più convincente dell’opera: una prova non parla mai da sola, ma non è condannata al silenzio. Parla attraverso metodi espliciti, comunità competenti, infrastrutture trasparenti e confronti nei quali le ragioni possono essere controllate. In un’epoca che alterna fede ingenua nei «dati» e sospetto generalizzato verso ogni autorità, è una posizione esigente e necessaria.
Riferimenti bibliografici
Julien Prud’homme e Molly Kao (a cura di), Faire preuve. Comment nos sociétés distinguent le vrai du faux, Montréal, Presses de l’Université de Montréal, 2025, 256 pp., ISBN 978-2-7606-5206-4, edizione digitale ISBN 978-2-7606-5508-9, DOI 10.4000/14ugt.
Il volume integrale ad accesso libero: https://books.openedition.org/pum/47211 (DOI 10.4000/14ugt). I singoli capitoli: M. Kao, J. Prud’homme, Introduction. Ce que « prouver » veut dire — https://books.openedition.org/pum/47146 ; Y. Gingras, Sociologie historique des preuves en science — https://books.openedition.org/pum/47151 ; M. Kao, La sous-détermination, les biais et les valeurs — https://books.openedition.org/pum/47156 ; M. Marion, La controverse autour de la preuve par l’absurde en mathématiques — https://books.openedition.org/pum/47161 ; J. M. Moisan, V. Larivière, La reproductibilité en science — https://books.openedition.org/pum/47166 ; L. Delias, C. Bonneau, G. Latzko-Toth et al., Des traces numériques en sciences humaines et sociales — https://books.openedition.org/pum/47171 ; K. Kaiser, F. Lareau, C. Malaterre et al., L’analyse de corpus : démontrer par le texte — https://books.openedition.org/pum/47176 ; J. Larregue, Faire la sociologie de l’expertise judiciaire — https://books.openedition.org/pum/47181 ; J. Prud’homme, Qu’est-ce qu’une donnée « probante » ? Les débats sur l’evidence-based en médecine et en éducation — https://books.openedition.org/pum/47186 ; F. Claveau, J. Dion, « Je l’ai lu sur Internet » : Pourquoi se fier aux contenus en ligne — https://books.openedition.org/pum/47191 ; É. Montpetit, A. Lemor, Science, jugement humain et décisions de politiques publiques en temps de COVID-19 — https://books.openedition.org/pum/47196 ; A. Bandini, Les savoirs expérientiels dans le domaine de la santé : l’autorité médicale en question — https://books.openedition.org/pum/47201
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

