di Fabrizio Pinna. Alcune delle recenti pubblicazioni sul valore del giornalismo che ho recensito in questa rubrica — rapporti di organismi internazionali, documenti di settore, position paper di società di consulenza — hanno in comune una caratteristica: chi le firma ha qualcosa da ottenere. Non è una colpa, ma è una condizione che va tenuta presente quando se ne leggono le cifre. Valuing News appartiene a un genere diverso: è un volume collettivo accademico. La differenza si vede subito nel modo in cui vengono trattati i fallimenti.
Sommario
1. Che cos’è, e perché il genere conta
Alcune delle recenti pubblicazioni sul valore del giornalismo che ho recensito in questa rubrica — rapporti di organismi internazionali, documenti di settore, position paper di società di consulenza — hanno in comune una caratteristica: chi le firma ha qualcosa da ottenere. Non è una colpa, ma è una condizione che va tenuta presente quando se ne leggono le cifre. Valuing News appartiene a un genere diverso: è un volume collettivo accademico, curato da tre studiosi del dipartimento di Media and Communication dell’Università di Sydney e pubblicato in una collana Palgrave dedicata alle società di piattaforma. I quindici autori sono ricercatori universitari e scrivono a proprio nome, non per conto di un soggetto che debba ottenere qualcosa dal dibattito che alimentano.
La differenza si vede subito nel modo in cui vengono trattati i fallimenti. Là dove i documenti di programma che ho esaminato riportano percentuali di successo autodichiarate dai beneficiari, qui il capitolo dedicato allo strumento regolatorio più celebrato dell’ultimo quinquennio — i codici di contrattazione fra piattaforme ed editori — si intitola sostanzialmente come un necrologio, e argomenta che quello strumento è passato «da strumento regolatorio molto atteso e lodato a monito per i governi che stiano considerando codici propri» (p. 179 ss.). È il tipo di conclusione che difficilmente si trova in un documento redatto per sostenere una richiesta.
Il volume è organizzato in quattro parti — il valore delle notizie fra cittadini e consumatori; le sfide regolatorie e gli interventi; editori e piattaforme; i futuri delle redazioni con l’intelligenza artificiale — e riunisce alcuni fra i nomi più noti del campo: Victor Pickard, che da anni argomenta per una de-mercificazione del giornalismo; Robert Picard, il decano dell’economia dei media; Philip Napoli sulle politiche mediali; Anya Schiffrin, che alla Columbia si occupa da tempo di come si misuri il valore dell’informazione.
2. La domanda che organizza il libro
La tesi di partenza è che il dibattito si sia svolto finora su due binari che non si incontrano. Da un lato le discussioni economiche sugli abbonamenti e sulla disponibilità a pagare, che «si sono evolute indipendentemente dalle questioni relative al valore sociale delle notizie nel soddisfare i bisogni informativi delle società democratiche»; dall’altro la letteratura normativa sul ruolo democratico del giornalismo, che ignora i vincoli economici. «Ciò che manca a entrambe le conversazioni», scrivono i curatori, «è la considerazione del rapporto fra il valore delle notizie come bene sociale nelle società democratiche e come prodotto venduto e comprato attraverso transazioni economiche, e di come i due possano interagire al meglio» (p. 4).
Da qui una distinzione utile e ricorrente: il valore delle notizie va colto su tre livelli — macro (il valore per la società), micro (il valore per il singolo consumatore) e un livello intermedio, meso, quello delle organizzazioni che producono e distribuiscono l’informazione (p. 3). Gran parte della confusione pubblica, suggerisce il libro, nasce dal saltare da un livello all’altro: si invoca il valore democratico per giustificare il sostegno a imprese che hanno un problema di ricavi, oppure si conclude dalla scarsa disponibilità a pagare che l’informazione non serva.
Il volume enuncia inoltre con notevole chiarezza l’elenco delle domande politiche effettivamente aperte: «chi debba pagare per le notizie, quale sia un livello appropriato di sussidio pubblico, se le piattaforme digitali abbiano particolari responsabilità sociali o economiche di pagare gli editori, e come proteggere i sistemi di sussidio dalla possibilità di decisioni politicizzate e di contenuti orientati a favorire particolari interessi politici» (p. 3). Quest’ultima è la domanda che nei documenti di settore che ho esaminato in questa rubrica non compariva, e che qui organizza un capitolo intero.
3. Perché le notizie sono un bene difficile
Prima di discutere chi debba pagare, il libro spiega perché il mercato non riesca a farlo. La spiegazione è economica e non morale, ed è la parte più illuminante per chi abbia seguito il dibattito italiano.
Le notizie sono anzitutto un experience good, un bene la cui qualità e il cui valore «sono difficili da accertare prima di averlo consumato» (p. 4, con riferimento a Shapiro e Varian). Chi non ha ancora letto un articolo non sa quanto valga; e siccome esiste un’enorme quantità di informazione gratuita, la disponibilità a pagare è particolarmente difficile da misurare e da suscitare. Non si tratta dunque di un difetto di marketing o di formato: è una proprietà del bene.
A ciò si aggiunge la struttura di costo. Schiffrin e Mateen osservano che il giornalismo funziona per «sussidiazione incrociata implicita, dove storie più costose e più rischiose vengono finanziate con pezzi più adatti alla pubblicità, come quelli su intrattenimento o moda» (p. 159). E che il cronista di attualità produce contenuti «di basso costo immediato di produzione» ma che «comportano lunghi investimenti nel mantenimento di una rete, di contatti e di fonti». Per questo, concludono, ha senso valutare «il pacchetto di informazione fornito da un canale giornalistico tradizionale, piuttosto che prezzare i singoli contenuti».
Ne discende la spiegazione più convincente del crollo dell’editoria: le piattaforme non hanno sottratto agli editori il giornalismo, hanno sottratto loro il sussidio. Pickard lo documenta per gli Stati Uniti: la pubblicità costituiva «il 70-80% dei ricavi» dei quotidiani americani, che godevano di posizioni monopolistiche o quasi nei propri mercati; «se volevi vendere mobili o vestiti… dovevi andare al tuo giornale locale», che praticava tariffe gonfiate. Poi «Craigslist da solo ha spazzato via gli annunci economici» e Meta e Google si sono presi gran parte del resto (p. 79). Il giornalismo di controllo del potere non è mai stato pagato dai suoi lettori: era pagato dagli annunci di lavoro e dalle inserzioni immobiliari.
4. Le due strade della politica pubblica
Il libro mappa con precisione le due famiglie di risposta pubblica al problema, che vengono spesso confuse nel dibattito italiano.
La prima è quella dei sussidi diretti, di lunga tradizione europea: «Svezia, Austria, Danimarca e Belgio hanno una lunga storia di sussidi alla stampa, e iniziative comparabili si sono sviluppate in Francia, Italia, Germania e Irlanda, fra le altre» (p. 2). La seconda è quella dei codici di contrattazione, adottata «in altri Paesi, in particolare Australia e Canada», con quadri legislativi che impongono «la distribuzione dei ricavi derivati dalla circolazione online delle notizie sulle piattaforme digitali agli editori» — il News Media Bargaining Code australiano e l’Online News Act canadese (p. 2).
Il libro registra subito l’obiezione di fondo: tali misure «sono controverse, poiché le società di piattaforma non accettano di avere un obbligo economico o morale di sussidiare gli editori, e contestano il valore economico attribuito a tali contenuti» (p. 2). Non è una posizione che vada accolta, ma è una posizione che va conosciuta, perché determina il comportamento della controparte in ogni negoziato.
5. I sussidi, contati davvero
Il capitolo di Timothy Koskie e Derek Wilding è uno dei contributi empirici più utili del volume: una tipologia di oltre quaranta schemi di sostegno in sette Paesi, ciascuno classificato per forma, importo (convertito in dollari australiani) e destinatari. È il tipo di ricognizione che manca, per esempio, nel position paper TEHA sull’editoria quotidiana italiana recensito in questa rubrica, dove il sistema pubblico di sostegno non è mai nominato e le raccomandazioni di policy sono rimandate all’annunciata presentazione del Rapporto Finale che avverrà il 3 dicembre 2026.
Il risultato più istruttivo riguarda l’ordine di grandezza. I sussidi diretti sono in genere modesti: il fondo australiano per l’assunzione di giovani cronisti vale 10 milioni in due anni; l’aiuto belga per il mantenimento della diversità della stampa scritta 4,6 milioni l’anno; il fondo fiammingo per il giornalismo 0,84 milioni in due anni (pp. 103 e 106). Ma accanto a essi operano misure indirette di tutt’altra dimensione, quasi sempre fiscali:
| Schema | Tipo | Valore annuo (dollari australiani) |
| Regno Unito, esenzione IVA sui giornali | Indiretto, fiscale | Oltre 2.903.295.000 |
| Norvegia, esenzione IVA | Indiretto, fiscale | 217.495.190 |
| Canada, credito d’imposta sul lavoro giornalistico | Indiretto, fiscale | 106.000.525 |
| Corea del Sud, pubblicità governativa | Diretto | 1.200.000.000 |
| Canada, credito d’imposta per abbonamenti digitali | Indiretto, fiscale | 37.379.000 |
Il confronto merita di essere sottolineato perché rovescia la percezione corrente. Il più grande sostegno pubblico all’editoria britannica non è un fondo per il giornalismo di qualità: è l’aliquota IVA azzerata sui giornali, che vale quasi tre miliardi l’anno (oltre un miliardo e 800 milioni, se calcoliamo in euro). In Corea del Sud la voce dominante è la pubblicità governativa, 1,2 miliardi l’anno: cioè lo Stato che compra spazi. La forma più consistente di sussidio pubblico all’informazione è quella che nessuno chiama sussidio, e che proprio per questo sfugge alla discussione sui suoi effetti.
Il capitolo affronta poi la questione decisiva, quella dell’indipendenza. Gli autori riconoscono che i sussidi «possono anche consolidare gli operatori già dominanti o provocare accuse di parzialità», e censiscono le soluzioni di disegno adottate per limitare il rischio: «organismi esterni indipendenti, verifiche casuali o criteri di ammissibilità ampi, per allontanare lo Stato dall’influenza editoriale» (p. 9 dell’introduzione, che ne riassume l’esito). È una risposta operativa alla domanda sull’indipendenza: si può finanziare senza dirigere, purché si accetti di rinunciare al controllo sul merito.
Resta il nodo più duro, che gli autori non nascondono: la qualità. «La maggior parte degli schemi elude la questione sostituendo criteri più diretti con approssimazioni come i codici etici o la formula dell’interesse pubblico», e la riluttanza «sembra derivare tanto dall’ambiguità definitoria quanto dai rischi politici di un’influenza statale sulle decisioni editoriali». Chi eroga denaro pubblico non vuole — giustamente — stabilire che cosa sia buon giornalismo; ma così finanzia l’attività senza poterne premiare il merito.
6. I codici di contrattazione: da modello a monito
Il capitolo di James Meese, Diana Bossio e Andrea Carson è il più rilevante per il lettore italiano, perché riguarda lo strumento che in Europa corrisponde al diritto connesso degli editori e all’equo compenso. Gli autori hanno studiato l’esperimento australiano dall’interno, e il loro verdetto è severo.
Il ragionamento su cui i codici poggiavano — australiano e canadese — «si basava su un fraintendimento fondamentale delle dinamiche di relazione fra piattaforme e produttori di notizie», oltre che su una convinzione errata circa il valore che il contenuto giornalistico avrebbe per le piattaforme. Il Canada ha corretto alcuni difetti procedurali: la designazione è formalizzata su criteri oggettivi (operatori con oltre un miliardo di ricavi e più di venti milioni di utenti canadesi mensili), c’è un’autorità terza a gestire il processo, e i contratti sono soggetti a «una revisione annuale che ne renderebbe pubblico il valore» (p. 179). Il codice canadese contiene anche obiettivi espliciti di diversità: l’esenzione è possibile solo se le piattaforme sostengono «una porzione significativa di imprese giornalistiche indigene, delle comunità di minoranza linguistica ufficiale e indipendenti».
Il risultato pratico, però, è modesto e fragile. Google ha ottenuto in Canada un’esenzione a fronte di cento milioni di dollari; Meta ha semplicemente abbandonato le notizie in alcuni mercati e ha chiuso il proprio programma di verifica dei fatti negli Stati Uniti, «allineandosi a un ambiente politico ostile al giornalismo professionale» (p. 185). Gli autori riconoscono onestamente il beneficio ottenuto — «in casi come l’Australia, sotto la minaccia del codice sono stati trasferiti alle organizzazioni giornalistiche più fondi di quanti ne fossero stati trasferiti prima della sua introduzione» — ma concludono che «la longevità di questo approccio è in discussione, e per buone ragioni»: il quadro presuppone «una relazione duratura fra piattaforme e media, e così facendo non tiene conto in modo efficace del significativo dinamismo del settore tecnologico».
L’Australia, di conseguenza, sta trasformando il proprio strumento «da meccanismo di contrattazione specifico sui contenuti giornalistici fra imprese editoriali e due sole piattaforme, Meta e Google, a un prelievo generale sulle piattaforme, indipendente dal contenuto» (p. 13 dell’introduzione). È un’ammissione implicita: se la contrattazione non funziona, resta l’imposta.
7. Perché non potevano funzionare
La spiegazione strutturale la fornisce Tim Dwyer, e vale la pena riportarla perché ha conseguenze dirette sul dibattito europeo. I codici di contrattazione sono stati concepiti per un obiettivo di politica dei media — una stampa libera, plurale ed economicamente sostenibile — ma «come strumento regolatorio affondano le radici nella politica della concorrenza anziché nel discorso della politica dei media».
L’esito è prevedibile: il diritto antitrust sa proteggere il consumatore e il funzionamento del mercato, non il pluralismo. Come osserva Dwyer, «qualunque forma di responsabilizzazione delle piattaforme può essere presentata come positiva per i consumatori, ma solo nella misura in cui queste regolazioni sostengano una qualche forma di contenuto giornalistico generalista, anziché anteporre esplicitamente il pluralismo dei media o il giornalismo per la cittadinanza». Lo stesso vale, aggiunge il libro, per il Digital Markets Act e il Digital Services Act europei: sono strumenti di concorrenza applicati a un problema di democrazia.
È un rilievo che complica un’aspettativa ricorrente nel dibattito europeo. Ottenere che le piattaforme paghino gli editori è un obiettivo di redistribuzione fra imprese; non garantisce che il denaro vada al giornalismo che si intendeva proteggere, né che raggiunga le testate piccole anziché i grandi gruppi. Il codice canadese ha dovuto scriverlo esplicitamente — indigeni, minoranze linguistiche, editori indipendenti — proprio perché lo strumento, da solo, non lo produce.
8. Quanto vale una notizia per un’intelligenza artificiale
Il capitolo di Anya Schiffrin e Haaris Mateen mostra che cosa sia un trattamento rigoroso del problema della quantificazione. Invece di consegnare al lettore una cifra a effetto — come il rapporto fra un dollaro speso e cento risparmiati che campeggia nella rassegna The Value of Journalism, commissionata nel 2026 da UNESCO, DW Akademie e IFPIM — gli autori espongono i metodi disponibili per stimare il valore dei contenuti giornalistici per i sistemi di IA generativa, e i limiti di ciascuno.
- Il metodo dei costi. Si chiede alle società tecnologiche di pagare una quota del costo di produzione. «I costi di produzione sono già disponibili presso gli editori, il che rende questo approccio più facile da attuare» (p. 162). Ma è dichiaratamente «un limite inferiore del valore che viene estratto», perché il surplus «è creato dalla presenza congiunta di contenuti giornalistici e piattaforme: nessuna delle due parti può essere sostituita».
- Il metodo del danno. Si stima la pubblicità perduta a causa dell’IA generativa. Più intuitivo, ma esposto a tutte le difficoltà di attribuzione causale.
- L’esperimento controfattuale. È la proposta metodologicamente più ambiziosa: confrontare aree in cui l’IA generativa è stata introdotta con aree comparabili in cui non lo è stata, usando le seconde come gruppo di controllo per «sottrarre per differenza l’effetto dell’IA generativa» sul traffico (p. 165). Sommando la variazione di valore per la piattaforma e per l’editore si ottiene l’effetto sul prodotto congiunto, che secondo i principi standard della contrattazione alla Nash andrebbe «diviso equamente fra le due parti».
Gli autori sono espliciti sui due ostacoli che rendono l’esercizio arduo. Il primo è tecnico: per misurare il valore delle notizie «in generale» occorrerebbe confrontare un mondo con notizie e uno senza notizie da qualunque fonte, mentre l’esistenza di sostituti «contamina i risultati». Il secondo è politico: servono protocolli di condivisione dei dati concordati, «per garantire l’integrità del processo e che non vengano imposte sanzioni unilaterali dalla parte con maggiore potere di mercato». E qui il capitolo cita un episodio istruttivo: alla fine del 2024 Google ha tagliato i risultati giornalistici dei fornitori europei dai propri prodotti «senza alcuna consultazione né accordo di condivisione dati, nonostante l’affermazione della piattaforma di averlo fatto per comprendere l’importanza delle notizie per la propria piattaforma» (p. 165).
La conclusione degli autori è netta e va contro la retorica corrente: «esistono metodi per quantificare il valore delle notizie», ma «la sfida più difficile sono gli squilibri strutturali di mercato che impediscono una remunerazione equa». Il problema, cioè, non è di misura: è di potere.
9. I contratti che già esistono
Merja Myllylahti fornisce le cifre di ciò che il mercato ha nel frattempo prodotto da sé, ed è forse la pagina che più dovrebbe far riflettere chi confida nella via contrattuale. Dal 2023 i maggiori gruppi editoriali hanno firmato accordi di licenza con le società di IA. Il più citato è quello fra News Corp e OpenAI:
«Per 50 milioni di dollari l’anno, News Corp concede a OpenAI un vasto tesoro di dati e informazioni originali e protetti da copyright, creati dalle sue redazioni, che sostengono il costo di produrre quei contenuti» (p. 256).
Cinquanta milioni l’anno per l’accesso corrente e d’archivio a Wall Street Journal, New York Post, The Times, Sunday Times, The Australian e altre testate. Gli altri schemi sono ancora meno trasparenti: Perplexity paga «per articolo citato» dal proprio motore di risposta, Prorata promette una divisione a metà dei ricavi, ma «il modo in cui questo schema di condivisione funziona in pratica dipende da molteplici fattori non divulgati» (p. 256).
Il giudizio complessivo del volume su questi accordi è che siano «limitati nella portata, sproporzionatamente favorevoli ai grandi editori e con una remunerazione ridotta rispetto ai costi sostanziali della produzione giornalistica» (p. 15 dell’introduzione). E Meese e colleghi aggiungono l’osservazione più inquietante: l’industria «affronta un futuro incerto, in cui la sua stessa proprietà intellettuale alimenta gli strumenti che potrebbero renderla obsoleta» (p. 185).
10. La proposta radicale: togliere il giornalismo dal mercato
Il capitolo di Victor Pickard è il più politico del volume e il più utile per rompere l’assunto che attraversa tutta la letteratura di settore, secondo cui l’obiettivo sia rendere sostenibile un’impresa. Pickard sostiene l’opposto: che i modelli capitalistici di produzione delle notizie «hanno costantemente mancato la promessa democratica, trattando le notizie come una merce anziché come un bene pubblico».
La sua dimostrazione procede per citazioni di addetti ai lavori, ed è efficace. Il presidente della CBS Les Moonves, sulla campagna di Trump del 2016: «potrebbe non essere un bene per l’America, ma è dannatamente buono per la CBS». Il conduttore di MSNBC Chris Hayes, sulla crisi climatica: «quasi senza eccezioni, ogni singola volta che l’abbiamo trattata è stata una palese ammazza-ascolti. Quindi gli incentivi non sono buoni» (p. 77). Pickard ne trae la nozione di censura di mercato: non un divieto, ma un filtro sistematico prodotto dagli incentivi pubblicitari.
Sul piano dei fatti, il capitolo riporta che «più di un quinto della popolazione statunitense — circa 70 milioni di americani — vive oggi in un’area con scarso o nessun accesso all’informazione locale» (p. 79), e che gli effetti civici documentati dalla ricerca sono consistenti: dove il giornalismo locale collassa, i cittadini sono «meno informati politicamente, meno propensi a votare e meno impegnati civicamente», mentre crescono «corruzione, sprechi, polarizzazione ed estremismo» (p. 81). Da qui la tesi normativa: «il governo ha il dovere positivo di garantire una stampa che valga la pena di proteggere».
Il dato che più colpisce, e che dovrebbe entrare in ogni discussione italiana sui sussidi, è comparativo: gli Stati Uniti destinano ai media pubblici «circa lo 0,002% del PIL», il che li rende «un’anomalia globale», «letteralmente fuori scala per quanto poco finanziano il servizio pubblico» (p. 85). Pickard smonta poi con qualche compiacimento il mito del «miliardario benevolo» — Bezos comprò il Washington Post per 250 milioni, «praticamente spiccioli» — e indica come alternativa concreta il settore non profit: le esperienze di City Bureau, ProPublica e Outlier Media, e l’iniziativa Press Forward, che ha immesso «più di 500 milioni di dollari in cinque anni» nel giornalismo locale americano (p. 83).
11. La filantropia e i suoi limiti
Philip Napoli e Sofia Bliss-Carrascosa dedicano alla via filantropica un capitolo che ne riconosce le promesse e ne espone i limiti con equilibrio. Il quadro statunitense è mutato: accanto alle fondazioni storiche come Ford compaiono nuovi soggetti — «Google e OpenAI» — e iniziative cooperative come Press Forward.
I problemi individuati sono tre e sono seri. Il primo è la sostenibilità: molti modelli filantropici «assumono un ruolo di transizione, aspettandosi che le organizzazioni giornalistiche raggiungano l’indipendenza finanziaria nonostante i persistenti fallimenti strutturali di mercato». Cioè finanziano un ponte verso una sponda che, secondo l’analisi dello stesso volume, non esiste. Il secondo è distributivo: i fondi vanno prevalentemente a «testate grandi e affermate», mentre le iniziative minori sono considerate meno «sicure». Il terzo è il più delicato: i finanziatori «sono in alcuni casi in condizione di influenzare direttamente o indirettamente la direzione editoriale in modi non storicamente disponibili agli inserzionisti», e i fondi provenienti da imprese tecnologiche «possono comportare condizioni che rischiano di aggravare il loro già significativo impatto sui mercati dell’informazione».
Quest’ultimo punto merita di essere tenuto a mente quando si incontra una ricerca sull’informazione finanziata da una piattaforma. Un caso rilevante è il Digital News Report del Reuters Institute, la più ampia indagine campionaria disponibile sui consumi informativi, il cui sponsor principale è la Google News Initiative: circostanza che l’istituto dichiara apertamente in prefazione, e che non incide sulla qualità dichiarata del metodo, ma che va conosciuta.
12. Che cosa funziona: gli abbonamenti, e a quali condizioni
Sora Park, Caroline Fisher e Robert Picard passano in rassegna i modelli di ricavo esistenti, e la loro conclusione è misurata: «pur fornendo un certo grado di certezza di reddito ad alcuni editori, gli abbonamenti non sono sufficienti da soli a coprire i costi di produzione del giornalismo» (p. 52).
I casi di successo sono pochi e istruttivi. Il New York Times ha superato gli undici milioni di abbonati; Le Monde ne aveva 660.000 a fine 2024, l’88% dei quali digitali, e nel 2025 circa tre quarti dei ricavi provengono dagli abbonamenti; El País è a 300.000. La strategia di Le Monde viene ricostruita con un dettaglio che vale più di molte raccomandazioni: non ha abbassato il prezzo di copertina, ha investito in contenuti distintivi rivolti a segmenti specifici — per i giovani, per esempio, temi legati alle relazioni personali — e nel 2021 «metà dei nuovi abbonati aveva meno di trent’anni», con un’età media degli abbonati che continua a scendere (p. 52).
Il caso del Guardian mostra una via diversa, quella dell’adesione volontaria: passato da 12.000 sostenitori paganti nel 2017 a un milione nel 2021, con una struttura proprietaria — lo Scott Trust — che garantisce indipendenza editoriale e un modello che chiede contributi liberi senza chiudere l’accesso (p. 56). È l’unica esperienza su scala che concilia gratuità dell’accesso e ricavi dal pubblico, e non è replicabile senza una fondazione alle spalle.
13. Il Sud globale, e il divario dell’intelligenza artificiale
Un merito del volume è di non limitarsi all’Occidente ricco. La distorsione geografica delle ricerche disponibili è del resto riconosciuta dagli stessi documenti internazionali: la rassegna The Value of Journalism ammette che la letteratura sia schiacciata su Stati Uniti ed Europa, e il rapporto OCSE Facts not Fakes riporta uno studio USAID secondo cui l’80% delle ricerche individuate proveniva dal Nord globale.
Mathias-Felipe de-Lima-Santos descrive redazioni del Sud globale che non sono «destinatarie passive» degli effetti dell’IA ma se ne appropriano: la traduzione di notizie nelle lingue locali tanzaniane, una piattaforma brasiliana di verifica dei fatti, le esperienze di CLIP, Rappler e Pulse Africa, usate «per aumentare l’efficienza editoriale, ampliare la portata verso nuovi pubblici e sostenere i modelli di business».
Il rovescio è però esplicito, ed è formulato in termini che il dibattito europeo raramente usa: il «divario dell’IA» e il «colonialismo digitale». Gli strumenti sono sviluppati altrove, secondo priorità altrui, e adottarli comporta una dipendenza infrastrutturale che si aggiunge a quella già esistente verso le piattaforme di distribuzione. La posta, scrive l’autore, è «ridefinire i termini del dispiegamento tecnologico all’interno dei propri ecosistemi epistemici locali».
14. Pregi
Il volume ha quattro meriti, che risaltano soprattutto nel confronto con i documenti prodotti dal settore per sostenere le proprie richieste.
- Pone la domanda giusta. Non «quanto vale il giornalismo» — domanda a cui si risponde sempre «molto» — ma chi debba pagarlo, con quali strumenti e con quali garanzie di indipendenza.
- Riporta i fallimenti. I codici di contrattazione hanno reso poco, la filantropia non è sostenibile, gli accordi con l’IA sono squilibrati, gli abbonamenti non bastano. Sono conclusioni che un documento redatto a sostegno di una richiesta di finanziamento avrebbe faticato a formulare.
- Fornisce dati comparativi. La tipologia di oltre quaranta schemi di sussidio è uno strumento di lavoro, non un argomento: consente di vedere che cosa altri Paesi facciano, quanto spendano e con quali accorgimenti.
- Distingue i livelli. La separazione fra valore macro, meso e micro è una piccola conquista concettuale che permette di smontare gran parte della confusione retorica sul tema.
15. Limiti
Tre riserve, di peso crescente.
La prima è il baricentro anglofono. Nonostante il capitolo sul Sud globale, il volume ruota attorno ad Australia, Canada, Stati Uniti e Regno Unito: sono i Paesi dei codici di contrattazione e del dibattito sul servizio pubblico anglosassone. L’Europa continentale, che ha la tradizione più lunga di sussidio diretto alla stampa, compare per elenchi — «Francia, Italia, Germania e Irlanda, fra le altre» — e l’Italia non è mai oggetto di analisi. Chi cerchi qui il quadro del proprio Paese non lo troverà.
La seconda è la disomogeneità, inevitabile in un volume collettivo ma qui accentuata dalla varietà di metodo: si passa da capitoli empirici con tipologie e tabelle a capitoli di impianto saggistico. Il contributo di Pickard, in particolare, è il più coinvolgente e il meno dimostrativo: la sua tesi normativa è enunciata con forza e sostenuta da citazioni ben scelte, ma le obiezioni prevedibili — il rischio di cattura politica di un sistema pubblico, l’esperienza dei Paesi in cui il finanziamento statale ha prodotto media governativi — non vengono discusse. Sono discusse, per fortuna, nel capitolo di Koskie e Wilding, che nello stesso volume fornisce il contrappeso.
La terza è la più seria e riguarda il rapporto fra diagnosi e proposta. Il libro demolisce con efficacia ogni strumento esistente, ma ciò che offre in positivo è più esile della critica. La conclusione a cui converge — che il giornalismo di interesse pubblico richieda un finanziamento pubblico stabile, disegnato in modo da non consentire ingerenza editoriale — è ragionevole e, alla luce dei dati raccolti, difficilmente evitabile; ma resta enunciata come principio più che sviluppata come architettura. Quali entrate, prelevate da chi, distribuite con quale criterio verificabile: su questo il volume indica direzioni e casi, non un modello.
16. Giudizio, e che cosa dice al dibattito italiano
È un volume di rara utilità sul finanziamento del giornalismo, e lo è per una ragione strutturale prima che intellettuale: nessuno dei suoi autori deve convincere un donatore. Ne risulta un quadro meno consolante e più affidabile di quello che offrono i documenti prodotti dal settore per il settore, e una serie di conclusioni che è difficile ignorare una volta lette.
Al lettore italiano il volume offre soprattutto due elementi di confronto. Il primo è la constatazione, documentata su sette Paesi, che il sostegno pubblico all’informazione esiste già ovunque, è più grande di quanto si creda ed è in larga parte fiscale e invisibile. Discutere di «nuova agenda industriale» senza mettere sul tavolo quanto lo Stato già spenda, e in quali forme, significa discutere a metà. Il secondo è il verdetto sui codici di contrattazione: chi in Europa confidi nel diritto connesso e nell’equo compenso come soluzione al trasferimento di valore verso le piattaforme farebbe bene a leggere i tre capitoli che il volume vi dedica, perché descrivono un’esperienza compiuta e in larga misura deludente, e ne spiegano la ragione — uno strumento di diritto della concorrenza non produce pluralismo, se non glielo si impone per iscritto.
Resta, alla fine della lettura, un’impressione che il libro non formula ma che i suoi materiali autorizzano. Tutte le vie esaminate — abbonamenti, adesioni, filantropia, contrattazione con le piattaforme, licenze all’intelligenza artificiale — producono risorse insufficienti o instabili, e nessuna riguarda il giornalismo che più si vorrebbe proteggere: quello locale, di controllo, poco letto e costoso. La sola via che nel volume risulti dimensionalmente adeguata è quella fiscale, ed è anche la sola che nessuno chiama con il proprio nome. Che il dato più rilevante del libro sia un’aliquota IVA da tre miliardi l’anno, e non una teoria del valore, è forse la sua lezione più istruttiva.
Nota
Nota. Terry Flew, Agata Stepnik, Timothy Koskie (a cura di), Valuing News. Digital Platforms and Journalism Futures, Palgrave Macmillan, collana «Platform Societies», Singapore, gennaio 2026, 315 pagine. Dodici capitoli di quindici autori. I riferimenti di pagina nella recensione rimandano alla numerazione stampata del volume; dove il rimando è all’introduzione dei curatori è indicato espressamente. Le citazioni sono tradotte dall’inglese. Gli importi dei sussidi sono riportati nella valuta usata dal volume, il dollaro australiano. I richiami ad altre pubblicazioni recensite si riferiscono alla serie «Idee e letture» del Taccuino blu, www.albengacorsara.it/taccuino-blu/, e non implicano alcuna rassegna sistematica della letteratura sull’argomento.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2026

