Adolfo Levi: I rapporti tra la filosofia e la scienza nel pensiero contemporaneo

Le filosofie contemporanee discutono il rapporto tra filosofia e scienza, valorizzando critica e interpretazione della realtà.

rapporti filosofia e scienza – effe

effe — Tempo fa, nel 2021, ho pubblicato qui nel mio Taccuino blu un profilo e un testo teoretico di uno dei rari filosofi scettici “radicali” italiani, Adolfo Levi, che fu anche un dotto storico e lucido interprete critico di varie tradizioni filosofiche, oltre che docente universitario. Pubblico ora due ulteriori suoi scritti. Il primo, qui di seguito, dal titolo “I rapporti tra la filosofia e la scienza nel pensiero contemporaneo” è il suo intervento al IX Congresso internazionale di filosofia (Congrès Descartes) che si tenne a Parigi l’1-6 agosto 1937, poi pubblicato negli atti congressuali (pp. 151-158) e in opuscolo come estratto (Parigi, Hemann et Cie Éditeures, 1937). In anni tragici per l’Europa e per l’Italia, l’anno successivo Adolfo Levi perse la sua cattedra all’Università di Pavia a causa della promulgazione delle vergognose leggi razziste e antisemite del fascismo. Anche il dibattito filosofico non era particolarmente brillante all’epoca in Italia, dominato dal verbalismo retorico idealista che sui rapporti tra filosofia e scienza aveva ben poco di perspicace da dire; in questo senso, il suo intervento era una voce fuori dal coro.

I rapporti tra la filosofia e la scienza nel pensiero contemporaneo

SOMMAIRE. – L’auteur, après avoir brièvement examiné et discuté le néo-réalisme américain, qui subordonne la philosophie à la science, le logicisme de l’école de Marburg, et l’idéalisme critique de Brunschvicg qui la réduisent à une gnoséologie de la pensée scientifique, et l’idéalisme historiciste de Croce et de Gentile, qui dévalue la science, conclut que la philosophie peut enseigner à la science si elle a la possibilité de saisir la réalité objective, mais qu’elle doit apprendre d’elle à critiquer les principes ou propositions acceptés sans examen suffisant.

[N.d.T.: SOMMARIO. – L’autore, dopo aver brevemente esaminato e discusso il neo-realismo americano, che subordina la filosofia alla scienza, il logicismo della scuola di Marburgo, e l’idealismo critico di Brunschvicg che lo riducono a una gnoseologia del pensiero scientifico, e l’idealismo storicista di Croce e Gentile, che svaluta la scienza, conclude che la filosofia può insegnare alla scienza se ha la possibilità di cogliere la realtà oggettiva, ma deve imparare da essa a criticare i principi o le proposizioni accettate senza un esame sufficiente.]

di ADOLFO LEVI — Non potendo considerare, in tutta la sua ampiezza, il problema dei rapporti tra la filosofia e la scienza nel pensiero contemporaneo, problema che ha acquistato importanza nuova per i recenti sviluppi del pensiero scientifico e soprattutto per quelle che si sono chiamate le rivoluzioni della fisica (suscitate dalla teoria della relatività, dalla teoria dei quanti, dagli studi di microfisica e dalle discussioni sul valore del principio di causalità e del determinismo in generale), mi limito a tener conto delle opinioni più significative, perché più recise, rispetto a quell’argomento, che sono difese dal neo-realismo americano, dal neo-kantismo logistico della scuola di Marburg e dall’idealismo critico del Brunschvicg, e dall’idealismo italiano del Croce e del Gentile.

Infine, dopo alcune osservazioni critiche sulle concezioni ricordate, cercherò di esporre la soluzione da me preferita del problema in questione. Debbo scusarmi anticipatamente della brevità schematica con cui, per mancanza di spazio, sarò costretto sia a criticare opinioni altrui, sia a presentare le mie, che dovranno apparire piuttosto accennate che giustificate.

Per rendersi conto delle tesi propugnate dal neo-realismo americano, che in questo argomento si avvicina al positivismo classico della scuola comtiana, occorre ricordare che esso si forma e si svolge in opposizione a quello che è stato chiamato l’idealismo assolutistico della scuola di Oxford, ossia a una filosofia che voleva fondare sulla ricerca gnoseologica una concezione metafisica sintetica, che vede la vera realtà in un Assoluto di natura spirituale. I rappresentanti di quella filosofia potevano intendere l’assoluto come pensiero o come esperienza, come un’unità o come una pluralità di spiriti, ma si accordavano nell’intenderlo come coscienza.

Ora, la gnoseologia su cui poggiava quella metafisica si fondava a sua volta sulla teoria delle relazioni interne che ritiene che i termini posseggano una determinata natura grazie alla relazione in cui sono posti. Infatti la gnoseologia dell’idealismo derivava da quella teoria la priorità della conoscenza sugli oggetti coi quali è in relazione e perciò li faceva dipendere dalla mente del soggetto.

Contro l’idealismo, il neo-realismo sostiene che le relazioni sono esterne ai loro termini, che restano inalterati se posti fuori di esse: se si applica questo principio alle relazioni fra un soggetto e un oggetto in cui consiste la conoscenza, si deve concludere che il secondo è indipendente dal primo. Però i neo-realisti non presentano questa tesi come evidente per sé, ma cercano di provarla induttivamente.

Che la coscienza sia presente insieme con gli oggetti di cui siamo consci è una tautologia; ma da ciò non è chiarito se i secondi dipendano o no dalla prima: per risolvere la questione occorre vedere come si comportano. Ora, non appare che gli oggetti e gli accadimenti del mondo fisico, anche quando sono presenti alla coscienza, si comportino come se dipendessero costantemente o causalmente dal pensiero, mentre invece risulta l’opposto.

E la stessa cosa si può ripetere per gli universali, le essenze logiche e le loro relazioni: 2 + 3 = 5, per la natura stessa del 2, del 3 e del 5, non per l’azione della mente che li pensa. Da ciò segue che gli oggetti, anche quelli intelligibili, sono indipendenti dal soggetto e che quando entrano con esso in quella relazione che costituisce la conoscenza non subiscono alcuna alterazione. Sono nella coscienza le cose, non le loro immagini.

Infatti, secondo la teoria del monismo neutro che il neo-realismo accoglie dal James, le stesse cose, secondo le relazioni che formano, appartengono al mondo fisico o stanno nella coscienza. Anche l’illusione, l’allucinazione, l’errore, il falso sono realtà oggettive, non creazioni del soggetto; essi, sebbene non esistano come le cose reali, sussistono.

Quindi, per studiare la realtà, occorre valersi del procedimento della scienza, ossia accettarla com’è, e analizzarla, valendosi di una logica matematica che non si arresta finché non ha ridotto le cose complesse offerte dalla realtà a essenze logiche semplici, indipendenti dalle relazioni che possono collegarle, che sono altri elementi logici, semplici come i loro termini. La metafisica deve quindi fondarsi sulla logica matematica e sulle scienze della natura di cui deve accettare, oltre al procedimento analitico, anche i risultati, non la teoria della conoscenza, che ha importanza secondaria. La coscienza, alla quale l’idealismo dà tanta importanza, è una relazione che si forma tra essenze oggettive e il sistema nervoso (costituito poi da altre essenze oggettive), è una cross section, una delimitazione che questo compie nella sfera di esse, illuminandone alcune.

Mentre il neo-realismo svaluta la teoria della conoscenza e prescrive alla filosofia l’obbligo di accettare i risultati delle scienze, la scuola di Marburg (col Cohen e col Natorp) respinge più completamente del Kant la metafisica perché elimina la cosa in sé, riduce la ricerca filosofica nel suo aspetto teoretico, alla gnoseologia, e le assegna l’ufficio di determinare le condizioni logiche della conoscenza scientifica della realtà, che trova il suo ideale nella fisica matematica.

L’essere esiste soltanto nel pensiero che, inteso non come processo soggettivo, ma come attività razionale, come logos, produce il proprio contenuto col giudizio dell’origine (Ursprung) e poi lo sottopone a un processo progressivo di razionalizzazione. Di elementi razionali è già intessuto quello che si chiama il dato, che è l’x dell’equazione della conoscenza che mira, con un processo infinito, a derivarlo dai propri fattori fondamentali, le leggi prime del conoscere (le categorie), risolvendolo in un tessuto di relazioni funzionali intelligibili, cioè di leggi. La cosa in sé sarebbe l’oggetto pienamente conosciuto, determinato sotto tutti gli aspetti, perché collocato nel posto che gli spetta nel sistema integrale delle sue relazioni.

Questo processo infinito è un compito d’attuare, cioè ha la natura di un’esigenza etica che s’impone allo spirito. Il logos, come precede l’oggetto, precede anche il soggetto, perché ogni essere determinato è tale entro il pensiero e per il pensiero.

Come il logicismo della scuola di Marburg, così l’idealismo critico del Brunschvicg riduce la metafisica a una gnoseologia intesa come una teoria della conoscenza scientifica, e afferma che non si può parlare né della precedenza dell’io sul non io, né di quella opposta, perché l’io e il non io sono risultati intimamente connessi di un identico processo dell’intelligenza; ma si distingue dal logicismo perché abbandona la concezione che esistano leggi fondamentali del pensiero che ne predeterminano gli sviluppi e perciò rinuncia alla pretesa che la filosofia possa stabilire i criteri fondamentali che debbono dirigere l’opera concreta della ricerca scientifica.

La filosofia non è altro che l’attività intellettuale che acquista consapevolezza di sé e dell’opera propria; perciò non consiste, come la scienza, nella conoscenza di oggetti che le si contrappongono, ma in quella della conoscenza stessa. Perciò è una conoscenza integrale, perché è la conoscenza che l’io ottiene di sé stesso. Ma l’io di cui si tratta non ha la struttura psicologica dell’individualità empirica, biologicamente e socialmente condizionata (l’io del soggettivismo, la coscienza), bensì del pensiero con le sue norme impersonali, dello spirito quale principio di unità razionale immanente ai singoli soggetti, identico al Dio che in essi risiede.

Però, per giungere a questa consapevolezza di sé, occorre seguire il processo storico con cui il pensiero, elevandosi dall’homo faber all’homo sapiens, costruisce la scienza, trasformandola, da quello strumento utilitario che è inizialmente, in un’interpretazione della esperienza che la risolve progressivamente in un tessuto di relazioni intelligibili di struttura matematica. L’esperienza, che non è né eliminabile, né deducibile dal pensiero, perché è un urto (choc) che questo subisce, gli impone sforzi sempre rinnovati d’interpretazione razionale, che lo costringono a infrangere gli antichi schemi, a costruire procedimenti nuovi.

Soltanto con questo processo vivente di elaborazione razionale che sempre si rinnova il pensiero può sostituire all’universo delle percezioni quello intelligibile della scienza, che è il vero, perché la ragione, che è la sorgente dell’intelligibilità, è per ciò appunto sorgente di verità, e questa è la stessa vita dello spirito, che continuamente si sviluppa. Nella teoria della relatività, e, in generale, nelle recenti ricerche della fisica, il Brunschvicg ha trovato la prova decisiva della propria concezione dell’attività intellettuale e dell’ufficio della filosofia.

Fanno centro della ricerca filosofica la gnoseologia e intendono la filosofia come filosofia dello spirito anche il Croce e il Gentile; ma si distinguono totalmente dal Brunschvicg per la completa svalutazione che compiono del sapere scientifico.

I due filosofi di cui ora si deve parlare (nei quali non bisogna vedere dei semplici continuatori dell’hegelismo, sia per la vigorosa impronta personale delle loro dottrine, sia perché in essi all’influsso di Hegel se ne sono uniti altri: in ambedue, quello del Vico; nel Croce l’azione della filosofia herbartiana e dell’estetica del De Sanctis, nel Gentile, dell’eticismo del Fichte) non debbono essere avvicinati eccessivamente, perché i loro atteggiamenti sono, sotto molti rispetti, non soltanto diversi, ma opposti.

Però, soprattutto per i rapporti che li uniscono al Vico e all’Hegel, interpretati nel senso dell’immanentismo, essi si accordano nel respingere recisamente ogni trascendenza (cioè ogni oggetto esteriore al pensiero), nell’affermare che l’unica realtà è lo spirito, che è essenzialmente storia, in quanto si sviluppa con un processo extratemporale ed eterno.

Da ciò derivano il loro storicismo, la loro predilezione per le discipline storiche (e, in generale, per quelle che hanno per oggetto il mondo umano) e la loro svalutazione della matematica e delle scienze naturali.

Per il Croce, la filosofia è «il momento metodologico della storiografia», ossia «la dilucidazione dei concetti dell’interpretazione storica», di quelli cioè che permettono di comprendere la vita concreta dello spirito. Questi, che sono i concetti filosofici, sono insieme universali e concreti, mentre le scienze si valgono di pseudoconcetti che o posseggono universalità, ma non concretezza, o questa ma non quella: esempi dei primi sono offerti dalla matematica, dei secondi, dalle scienze empiriche.

Collegandosi al pragmatismo, il Croce ritiene che l’ufficio delle scienze non sia teoretico, ma pratico-utilitario: gli pseudo-concetti delle discipline empiriche servono a classificare e a descrivere, quelli della matematica, a misurare; né gli uni né gli altri permettono di conoscere la realtà.

Anche il Gentile è convinto che la realtà risiede nello spirito, inteso quale Io trascendentale, quale Pensiero o Atto Puro, cioè non come sostanza, ma come processo che costituisce l’oggetto in quanto costituisce il soggetto, perché questo è tale in quanto costituisce il soggetto dell’atto per cui pone l’oggetto.

È un’unità immoltiplicabile che si realizza nella molteplicità con uno svolgimento dialettico che è una storia non temporale, ma ideale ed eterna; e la filosofia è l’autocoscienza del pensiero nella sua concretezza.

La natura, come assoluta molteplicità rappresentata nello spazio e nel tempo, non è il pensiero concreto, pensante, ma quello astratto, pensato, fissato nella sua astrattezza.

La scienza, che è la scienza di quel logo astratto e perciò particolare, offre della realtà un concetto al quale manca «l’universalità e l’infinità propria dell’essere in cui il pensiero si possa specchiare realizzandosi come autocoscienza.

Nella scienza come tale c’è sempre un difetto, una certa unilateralità e astrattezza, che è, in fondo, l’astrattezza essenziale del logo astratto», che è privo «di quella individualità (o universalità concreta) che è del pensiero in quanto pensa tutto quello che pensa», «di quell’individualità effettiva e concreta, in cui consiste l’autoscienza cioè la filosofia».

Quindi dipendenza della filosofia dalla scienza, di cui deve accettare il procedimento e i risultati, secondo il neo-realismo; riduzione della filosofia a gnoseologia del pensiero scientifico, a parere della scuola di Marburg e del Brunschvicg; indifferenza della filosofia per la scienza, svalutata nella sua essenza, nelle concezioni del Croce e del Gentile.

Ora, il neo-realismo americano pretende giustificare la sua tesi sull’affermazione che la gnoseologia non può fondare la filosofia; ma questa concezione (assai diffusa nelle forme contemporanee del realismo) è accettata da pensatori che non subordinano, almeno nello stesso modo, la filosofia alla scienza. Così il Whitehead ritiene che la filosofia per chiarire il suo dato, che è il mondo attuale, deve rintracciare i primi principî metafisici con un processo di generalizzazione filosofica che parte dall’esame di qualche sfera particolare degli interessi umani (la fisica, o la fisiologia… o l’estetica, o la coscienza morale, per esempio).

L’Alexander, sebbene sostenga che il metodo della filosofia è empirico come quello delle scienze speciali, dichiara che gli oggetti della prima differiscono da quelli delle seconde perché hanno la massima universalità, in quanto sono la natura dell’esistenza e le categorie, cioè i caratteri più universali di questa. Si ha quindi ragione di dubitare che la connessione che il neo-realismo pone tra la subordinazione della filosofia alla scienza e la svalutazione della gnoseologia non sia accettabile.

E si deve aggiungere che un dubbio simile s’impone anche rispetto al valore della pretesa di molte forme del realismo contemporaneo di derivare la metafisica dall’esame della realtà, quando si pensa che per il neo-realismo essa consiste in una pluralità indefinita di essenze logiche, per il Whitehead, essa ha struttura organica, per l’Alexander, è uno spazio-tempo indissolubilmente congiunti, cioè un sistema di movimenti dal quale emergono tutte le cose.

Ma si può accettare la tesi che la gnoseologia non deve costituire il fondamento della filosofia? La risposta dev’essere negativa se si pensa che per parlare della realtà occorre conoscerla, che si debbono giustificare razionalmente le proprie affermazioni e se si considera che lo stesso neo-realismo, per giungere a quella tesi, ha dovuto esaminare lungamente il problema della conoscenza di cui altre filosofie realistiche hanno presupposto una soluzione insufficientemente (per non dire punto) giustificata.

Occorre sempre, quindi, partire dalla gnoseologia; e per sostenere che essa stessa conduce a rilevare la sua scarsa importanza, bisogna dire col neo-realismo che la conoscenza non modifica mai i propri oggetti e che perciò l’illusione, l’errore, il falso hanno realtà oggettiva. Ma ben pochi, anche tra i realisti, hanno avuto questo coraggio, che, del resto, non si vede quale vantaggio arrecherebbe allo studio, sia della conoscenza che della realtà.

Ora, se si deve partire dalla gnoseologia, occorre riconoscere che condizione fondamentale ed ineliminabile di essa è l’io penso, inteso però non come una forma kantiana o come un logos o pensiero impersonale o come uno Spirito o Io trascendentale, ma come una realtà personale. Infatti, le altre interpretazioni dell’io pensante offrono non il soggetto vero, ma oggetti, e risultano da interpretazioni astratte di ciò che si presenta insieme come il primo presupposto della intelligibilità della stessa conoscenza e come l’unica esperienza veramente immediata che si possa avere.

Ma da esso occorre partire, sia per determinare le condizioni e gli uffici della conoscenza, sia per vedere se sia possibile una concezione della realtà e, se sì, come si debba intendere la natura di questa; è chiaro quindi che la filosofia non può ridursi a una gnoseologia del pensiero scientifico.

Del resto, sia la scuola di Marburg che il Brunschvicg effettivamente hanno dovuto affrontare il problema generale della conoscenza per giustificare la loro interpretazione della filosofia e, pur negando la metafisica, ne hanno costituito una, parlando, il primo di un logos precedente il soggetto e l’oggetto che produce il proprio contenuto, il secondo, del pensiero immanente nei singoli soggetti, che s’identifica a Dio.

Però, se la filosofia non si può ridurre a una gnoseologia della scienza, anzi ha l’ufficio, perciò stesso che riconosce le condizioni generali della conoscenza e dell’interpretazione della realtà, di determinare se la scienza possa cogliere la natura di questa o se (come io ritengo) abbia soltanto l’ufficio d’interpretare razionalmente i diversi aspetti dell’esperienza, ciò non significa che possa disinteressarsi del pensiero scientifico.

Prima di tutto, per stabilirne l’ufficio deve studiarlo nel suo movimento continuo e vivente, perché molte critiche che si potevano rivolgere al realismo della scienza della metà dell’800 attualmente appaiono prive di significato.

Inoltre, può e deve imparare da quello sforzo continuo che la scienza compie per perfezionare i propri procedimenti, spezzando continuamente gli schemi in cui si era rinchiusa (sforzo sul quale tanto giustamente e vigorosamente ha insistito il Brunschvicg), a rendersi conto del valore e del significato di principî e di proposizioni che essa ha accettato dalla coscienza comune e dalla tradizione senza un sufficiente esame.

Basterà citare un esempio. Per quanto il principio di causa fosse stato criticato da D. Hume, si riteneva necessario conservarlo, perché si era convinti che senza di esso sarebbe stata impossibile la scienza; e molti vi scorgevano una legge necessaria del pensiero. Le teorie indeterministiche della fisica contemporanea, qualunque sia il loro valore intrinseco, hanno importanza fondamentale per la filosofia, poiché il fatto che, sia pure per breve tempo, si è creduto possibile costruire una fisica rigorosamente matematica senza presupporre un determinismo necessario nei fenomeni, conduce a pensare che il principio di causalità non ha il carattere che gli si attribuiva di esigenza assoluta del pensiero.

Da ciò risulta che la ricerca scientifica, conduca o no a un’interpretazione oggettiva della realtà, ha per la filosofia importanza grandissima, se non altro, perché getta luce sul funzionamento delle forme superiori del pensiero ben più della conoscenza comune. La filosofia non deve fondarsi sui risultati puri e semplici della scienza, né deve pretendere di predeterminarne i procedimenti; ma la seconda deve apprendere dalla prima quale sia il proprio ufficio e se possa accordare valore oggettivo alle proprie costruzioni e la prima deve imparare dalla seconda a rendersi conto della vera natura di proposizioni che aveva ammesso, cioè a criticare sé stessa.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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