(effe) – Dopo il capitolo dedicato a La stampa politica, dal libro “El régimen parlamentario en la práctica” (Il regime parlamentare nella pratica) di Gumersindo de Azcárate traduco ora qui in italiano, aggiungendo qualche nota, nel mio Taccuino blu quello dedicato a “El poder y los partidos”, ll potere e i partiti. (SOMMARIO: Ragion d’essere dei partiti. — Pretesa che nutrono tutti loro, in generale. — Formazione degli stessi; elementi che li costituiscono. — Dittatura dei capi. — Intolleranza di alcuni partiti verso altri. — Preoccupazione per il potere. — Governi di partito; Governi nazionali; possibilità di rendere compatibili questi due caratteri; tirannia dottrinale, politica, amministrativa e giudiziaria che generano i primi e le loro conseguenze, principalmente dal punto di vista del credito del regime parlamentare. — L’elemento neutrale in relazione ai partiti; regola di condotta pratica che questi devono seguire rispetto a quello).
Gumersindo de Azcárate — I partiti, lontano dall’essere un male, sono una necessità del regime parlamentare, in quanto fungono da organi per le idee, le tendenze, le correnti generali che informano il sentimento comune, l’opinione pubblica e la volontà sociale dei popoli. Possono questi determinare cambiamenti e modifiche nella loro vita giuridica e politica grazie all’azione spontanea e istintiva degli individui, senza altro legame organico se non quello che deriva dalla stessa natura della società, e come si manifesta nei fatti che costituiscono la consuetudine; ma i cambiamenti che sono opera della legge, come questa, devono necessariamente obbedire a un principio, il quale deve essere conosciuto in modo riflessivo, richiedono un processo che inizia con la propaganda delle idee fino a ottenere la loro accettazione da parte dell’intera società, e termina nell’intento che si formula nelle elezioni e si trasforma in legge in Parlamento. Per questo, è necessario che tutti coloro che professano la stessa idea, condividono la stessa aspirazione o partecipano dello stesso sentimento, si uniscano e si accordino per agire sulla società, affinché questa trasformi in regole pratiche di vita quelle che in teoria considerano espressione di giustizia e esigenza di convenienza generale i così uniti per costituire queste forze motrici dell’attività sociale che si chiamano partiti. La loro esistenza implica il riconoscimento che la sovranità risiede nella società stessa, poiché si legittimano considerandoli un mezzo necessario per l’esercizio di essa, e per questo motivo non avevano ragione d’essere nell’antico regime, con le cui camarillas non devono essere confusi.
Orbene: tralasciando altri errori che danno origine a partiti che, come quelli religiosi, locali, di classe, ecc., contraddicono il vero scopo di questi, quelli propriamente detti soffrono di vizi che sono frutto dell’incoerenza dei politici, del predominio dell’interesse di partito o dell’egoismo individuale, della brama di potere e di una funesta tendenza alla dittatura, triste eredità di tre secoli di assolutismo; risultando, come effetto di tutte queste cause, una palese contraddizione fra teoria e pratica, perché, in definitiva, ciò che accade è che, invece di servire il paese dei partiti e i partiti dei capi, questi si servono dei partiti e i partiti si servono del paese.
Non c’è parte alcuna che smetta di considerarsi eco dell’opinione pubblica, anche se sa che a volte lo è solo di una minoranza forse esigua; e poiché è necessario riconoscere che è indispensabile il favore della maggioranza per aspirare al potere, e poiché raggiungerlo è l’obiettivo, manca la necessaria pazienza per conquistare, passo dopo passo, quella e ottenere questo portando in mano l’unico titolo che può legittimarne il possesso in un popolo libero. Da qui la ripugnanza invincibile in tutti i partiti a confessare che, a volte, non hanno il sostegno del paese. Perché non considerare come un dovere imprescindibile il riconoscerlo, ogni volta che ciò accade, quando, agendo diversamente, non solo incappano nel brutto vizio di non dire la verità, ma si impongono alla società, trasformandosi da partiti in fazioni, poiché si impadroniscono del potere, non per volontà di essa, ma contro di essa? Proclamare ad alta voce che nel paese risiede il potere supremo, che lo scopo dei partiti è rendere possibile l’esercizio di quella sovranità, essendo organi delle tendenze generali che muovono la società, della quale devono essere, pertanto, servitori, e poi ricorrere a tutti i mezzi per impadronirsi del Governo e ottenerlo, non per impulso dell’opinione pubblica, ma attraverso l’astuzia e l’intrigo, e da lì, inoltre, fare tutto ciò che è necessario, senza fermarsi davanti all’illegalità, per simulare di avere il suo sostegno, significa distorcere i termini del problema, colpire alla radice il sistema parlamentare e sostituirlo, non con un altro che potrebbe sostenere migliori ragioni per essere accettato, ma con uno che consiste, in sintesi, in una costante e radicale mistificazione di quello che si prende in considerazione solo per spregiarlo e screditarlo.
Come si formano spesso i programmi dei partiti? In modo contraddittorio rispetto alla loro natura e al loro scopo, perché non sono il prodotto organico dell’attività di tutti gli elementi che li costituiscono. In ogni parte politica ci sono le masse e i capi: le prime sentono i principi; questi ultimi li conoscono; tutti li vogliono. E, per questo motivo, il programma che funge da bandiera per ciascuno deve essere il risultato di un lavoro di depurazione svolto da coloro che guidano lo stesso, basato sul senso che risiede nel profondo della coscienza di tutti gli affiliati. Quando manca uno di questi requisiti e i capi abdicano, l’istinto e il sentimento sono privi della guida e del freno della riflessione, e coloro che dovevano essere i direttori dei partiti diventano i loro ciechi strumenti. Quando manca l’altro, si costituiscono in dittatori e fabbricano, dall’oggi al domani, programmi che impongono ai loro seguaci e che, spesso, si modificano, non per virtù di quelle rettifiche dolci e naturali che avvengono nell’opinione, ma per accordo dei notabili, che sorprendono i loro correligionari con cambiamenti repentini e inaspettati. I politici devono essere sia guide sia organi dei partiti. Se dimenticano il primo aspetto, abdicando alla loro funzione, lasciano i partiti orfani di direzione e autorità; se dimenticano il secondo, imponendo arbitrariamente il loro criterio, si crea una mistificazione, poiché ciò che apparentemente è un’eco di una parte dell’opinione pubblica, in realtà non lo è, se non di uno o vari individui.
Nella maggior parte dei paesi, quest’ultimo vizio è il più comune. A volte a causa di suggerimenti di presunzione e superbia; altre volte, per la tendenza alla dittatura, sostenuta dal carattere e dal temperamento, o dalla sfiducia nell’energia dell’azione sociale, accade che, di solito, i capi, invece di accontentarsi di essere leader, come desiderava Olózaga1, pretendono di essere — e a volte sono — padroni e signori dei partiti, dei quali si servono, invece di esserne servitori. Ed ecco una delle principali cause della frammentazione assurda di quelli per costituire gruppi e gruppetti, il cui unico scopo è procurare, a coloro che li capitanano, un seguito di seguaci, che sono, per loro, come erano i clienti per i patroni tra i germani, in pace decorum et in bello praesidium2.
Perché i partiti sono esclusivi e intransigenti gli uni con gli altri, al punto da escludere dalla legalità i più distanti e concedere ai più affini il diritto di governare, solo in teoria e per un periodo indefinito, resistendo poi con tutti i mezzi quando si avvicina il momento di metterlo in pratica? Perché se la forza dei principi porta al riconoscimento della legittimità di tutti e della loro capacità di governare i destini del paese, l’avidità del potere cerca poi di chiudere l’accesso allo stesso a chiunque possa contenderlo, ignorando il valore che tutti hanno e il rispetto che tutti meritano, in quanto ognuno di loro è organo delle aspirazioni di una parte del tutto sociale, la cui rappresentanza viene consapevolmente mutilata con tali esclusioni e intolleranze.
Perché si ricorre a tutti i mezzi per arrivare alla sfera del governo e per rimanervi, al punto da considerare come il primo dovere del capo del partito ottenerlo il più presto possibile e per la via più breve, anche se non è la migliore né quella dovuta? Perché le bande politiche sono considerate come armi da guerra per assaltare la roccaforte del potere, come se fosse un fine e non un mezzo, e da qui il contrasto tra l’attività e l’energia impiegate per raggiungerlo, con l’apatia, l’indifferenza e la freddezza con cui poi si attua e si realizza il programma iscritto nella bandiera sventolata all’opposizione.
Orbene: questi e altri vizi e difetti dei partiti accusano una manifesta disarmonia tra la teoria e la pratica e un’incoerenza non meno evidente da parte dei politici che li guidano o li comandano; perché, in somma, ciò che accade è che, in principio, si afferma la sovranità dell’intero sociale come base dell’organizzazione dello Stato e si presenta il regime parlamentare come l’unico compatibile con essa e i partiti come mezzi necessari per il suo esercizio, e poi risulta che, invece di condurre tutto ciò, come ci si aspetterebbe, alla costituzione di governi nazionali, genera, al contrario, il grave male dei governi di partito.
Il problema che implicano questi termini, abbiamo detto in un’altra occasione, non lo è per coloro che negano la necessità di ciò che è espresso da uno di essi o da entrambi, perché se la società potesse fare a meno di governo o di partiti, certamente non ci sarebbe questione. Non è necessario sforzarsi per dimostrare il fondamento razionale di quello, perché gli stessi che non lo ammettono, sostituiscono un’organizzazione con un’altra, anche se danno alla loro il nome di anarchia. Più grave è la resistenza che altri oppongono a riconoscere la necessità dei partiti. Tuttavia, sono, come detto, una condizione essenziale della vita politica, tanto che è un sogno pensare di eliminarli. Quando i popoli erano soggetti alla volontà retta o capricciosa, assoluta o temperata, di un monarca, non avevano motivo di esistere, come non lo hanno nemmeno dove impera il cesarismo; ma se è una verità incontestabile che ogni paese colto ha il diritto di governarsi da sé, di essere padrone del proprio destino, e, di conseguenza, l’organizzazione dello Stato deve basarsi sul principio del self-government; l’opinione pubblica, il sentimento comune, la volontà nazionale si determinano e si concretizzano in correnti, tendenze, aspirazioni generali, i cui organi in seno alla società sono i partiti, senza i quali non si comprende il regime rappresentativo, e tanto meno il sistema parlamentare.
Però da ciò non si deduce necessariamente che i governi debbano essere governi di partito. È vero che ciascuno di essi rappresenta una delle tendenze che lotta nella società riguardo al modo di concepire il diritto, l’organizzazione dello Stato o gli interessi generali di quest’ultimo; lo spirito di cui è organo deve informare la vita che gli spetta dirigere quando è chiamato alle sfere del potere ufficiale. Però è suo dovere considerare tutte le aspirazioni sociali, subordinandole sì, alla propria, ma senza soffocarle, e riconoscere sempre che il giudice supremo in un paese libero è l’opinione pubblica; per cui non è lecito contraddire la ragion d’essere dei partiti, imponendosi sugli altri, né contraddire il fine dello Stato, utilizzando a proprio vantaggio i mezzi messi a disposizione per il bene della giustizia e degli interessi generali. Un partito all’opposizione rappresenta la parte, cioè il principio, la tendenza o l’aspirazione che il potere ignora o dimentica; al governo rappresenta il tutto e, per questo motivo, deve governare con il partito, ma per il paese, come diceva Depretis3. Quando non lo fa, cessa di essere un governo nazionale per diventare un governo di partito, dando origine a una vera tirannia nella sfera delle dottrine, nella politica, nell’amministrazione e nella giustizia.
Si genera una tirannia dottrinale, poiché il partito dominante, timoroso che altri possano far penetrare i loro principi nella coscienza pubblica, cade nella tentazione di elevare i propri a dogmi, impedendo la diffusione degli opposti, arrivando così a proclamare l’assurda teoria dei partiti illegali. E allora, dice Bluntschli4, «se hanno a loro favore la forza e le circostanze, si impongono effettivamente ai loro rivali, che fanno tacere; ma tacere non è morire, e il silenzio apparente nasconde una grande effervescenza interna, che non tarda a scatenarsi e a far crollare quel partito fazioso e le sue illusioni».
Si genera una tirannia politica, perché i governi di partito, intolleranti verso gli avversari e attenti solo a mantenersi al potere, contaminano la fonte principale da cui questo emana, falsificando le elezioni per avere nei corpi co-legislativi una maggioranza fittizia e artificiale di rappresentanti, che, essendolo in apparenza e legalmente del paese, lo sono, in realtà, di chi comanda, con il quale il regime di governo si basa su una falsità e un’ipocrisia.
Si genera una tirannia amministrativa, poiché la centralizzazione, conferendo allo Stato funzioni che spettano all’individuo, alla società e alle organizzazioni locali, e dando ai servizi che gli sono propri un’organizzazione unitaria e burocratica, mette nelle mani del potere un’infinità di mezzi di cui i poco scrupolosi dispongono arbitrariamente per premiare i loro amici e punire gli avversari, incoraggiando e dando vita a mali gravi come il burocratismo, l’impiegomania e il caciquismo5.
E infine, sorge la tirannia giudiziaria, che è forse la peggiore di tutte. Dai giudici di pace, nominati su raccomandazione dei deputati, fino ai magistrati di rango più elevato, la cui sorte dipende più o meno dall’arbitrio ministeriale, tutti mancano dell’indipendenza necessaria per l’esercizio del loro augusto ministero. Litiganti e imputati, invece di riposare tranquilli nel diritto che li assiste, si affannano a cercare raccomandazioni per i giudici, le quali si richiedono a coloro che comandano, proprio perché sono quelli che possono premiarli o ostacolarli. Se, inoltre, esiste un Pubblico Ministero che, a seconda del partito al potere, richiede la punizione di certi reati o li lascia impuniti; se esiste il requisito della previa autorizzazione per processare i funzionari pubblici, il che equivale a consegnare i cittadini legati mani e piedi all’arbitrarietà ministeriale; e se esiste una giurisdizione contenzioso-amministrativa in cui il governo è giudice e parte nelle questioni in cui con le sue azioni danneggia i diritti dei privati, non è nemmeno necessario indicare le conseguenze di un tale stato di cose.
I mali che producono i governi di partito sono molti e molto gravi. Con essi diventa sconosciuto il fine dello Stato, che consiste nella realizzazione della giustizia, e non nella conquista del potere per una parte politica; si sviluppano la corruzione elettorale, quella amministrativa e quella parlamentare, producendo di riflesso la corruzione sociale, perché non si può impunemente dare lezione di immoralità nelle sfere alte del governo; si scredita il regime parlamentare, autorizzando i suoi nemici, che sono ancora molti, a presentarlo agli occhi dei popoli come una farsa e una menzogna; e lo scetticismo e il ritiro si diffondono, determinando una profonda separazione tra il paese e i politici di professione, di cui approfittano i più audaci e meno scrupolosi di questi ultimi.
Hanno rimedio questi mali? Certamente sì. Convincetevi tutti che, come dice Minghetti6, l’efficacia e la durata del regime parlamentare dipendono dall’allontanamento dell’influenza dei partiti dalla giustizia e dall’amministrazione; riconoscete che la moralità degli uomini politici non si soddisfa solo gestendo con purezza i fondi pubblici, ma richiede, in primo luogo, il rispetto della Legge e quella sincerità che è incompatibile con il dualismo corrente tra la politica professata e quella praticata; si faccia il necessario affinché la potente leva della sanzione sociale raggiunga tutta la sua efficacia, fungendo da stimolo per i buoni e da freno per i cattivi; governino gli uomini di Stato, rendendo una questione di coscienza il fatto che i partiti non si trasformino in fazioni, che i popoli siano, non dominati, ma serviti da loro; in una parola, si decidano una volta per tutte a realizzare con sincerità l’esperimento che Janet7 riteneva mancante in Francia e che giudicava decisivo: quello del governo del paese da parte di se stesso, e allora sarà possibile che un governo sia, come in Inghilterra, di partito e nazionale allo stesso tempo.
Si potrebbe dire che in tutto ciò che affermiamo si parte dal presupposto, evidentemente errato, che un paese sia diviso in partiti, in modo tale che non ci sia cittadino che non sia affiliato a uno di essi, quando invece in quasi tutti troviamo quell’elemento neutrale di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente8, e la cui esistenza rende impossibile per qualsiasi fazione affermare con autorità di avere dalla sua parte il voto della maggioranza.
Sul quale osserveremo due cose: la prima è che, mentre questo elemento è passivo, deve essere escluso dall’azione sociale, in quanto la sua attitudine implica, o la rinuncia a influire nella gestione degli affari pubblici, o la sottomissione tacita al senso del partito che predomina tra coloro che prendono parte attiva in essa; la seconda è che, come già detto, questo elemento, soprattutto nelle circostanze critiche, esce da questa passività per schierarsi dalla parte di uno dei contendenti, i quali hanno il dovere di fare tutto il possibile per attrarlo. In altro modo, una volta costituiti i partiti in un paese, risulterebbe, se la coerenza è una virtù in politica, che non cambierebbero né la forza di ciascuno né la relazione tra di loro, se non per virtù delle alterazioni prodotte nella loro costituzione dall’avvento alla vita politica delle nuove generazioni. Come mai, tuttavia, in Inghilterra, ad esempio, il paese si schiera successivamente dalla parte dei liberali e dei conservatori? Non perché cambi il personale dei membri attivi di ciascuno di questi partiti, ma perché, a seconda delle circostanze, quell’elemento neutrale si schiera con l’uno o con l’altro, e così chi raggiunge il potere e vi si mantiene può dire con piena certezza che governa per volontà del popolo inglese.
C’è un’altra ragione per cui i partiti dovrebbero considerare attentamente il valore e il peso di questo elemento neutrale come fattore della politica; ed è che, se si può fare a meno del suo intervento attivo e diretto quando si tratta di questioni per le quali ogni partito ha un criterio diverso, è necessario quando, al contrario, si affrontano problemi in cui non esiste tale differenza di punti di vista, sia perché si riferiscono a mali, vizi e ingiustizie che tutti condannano e di cui tutti chiedono e desiderano il rimedio, sia perché riguardano questioni che non sono state oggetto di studio e attenzione da parte dei politici. Ad esempio, il fenomeno dell’impiegomania è un problema per il quale si può e si deve richiedere la collaborazione di tutti, poiché nessuno può negarne la natura problematica e la sua soluzione non dipende dalle dottrine sostenute da ciascuna parte; una legge sulle acque si trova in una situazione simile, anche se per motivi diversi, poiché è una questione di diritto civile, che non è stata affrontata dai partiti.
A nostro giudizio, questa differenza è così esatta che se ne deduce una regola di condotta pratica che i governi di oggi farebbero bene a osservare, poiché da quanto detto emerge che il loro lavoro ha due parti: una da realizzare sotto l’azione diretta dell’intero paese, e un’altra da attuare sotto l’impulso predominante del partito che occupa il potere. E tanto è necessario soddisfare questo doppio bisogno, che il governo che lo ignora corre il grave rischio che gli accadano una di queste due cose: o perdere il diritto di essere considerato come governo nazionale, alienandosi le simpatie di quell’importante elemento neutrale, o essere sleale alla sua rappresentanza, perdendo naturalmente, per questo, il sostegno del partito dal quale è emerso e le cui soluzioni è obbligato a trasformare in leggi dal potere. Per questo, ogni governo, per dovere e allo stesso tempo per istinto di conservazione, deve soddisfare queste due esigenze, soprattutto nell’esercitare l’iniziativa legislativa, che quasi tutte le Costituzioni conferiscono al Potere esecutivo, in modo che si susseguano i progetti di legge richiesti dalla generalità del paese e quelli richiesti dalla parzialità politica la cui rappresentanza è presente nelle sfere ufficiali.
Arcoleo9 ha detto: «Il problema più grave per la società moderna è questo: come rendere un governo allo stesso tempo giusto e di partito; perché senza la prima, il diritto resta senza tutela; senza la seconda, il regime parlamentare resta senza garanzia.» Ebbene: affinché questo problema raggiunga la soluzione desiderata, è necessario, innanzitutto, che i partiti politici si liberino di quei vizi che li corrompono e snaturano, portando al fatto che, sotto le apparenze e le forme esterne di un’organizzazione libera, si nasconda il governo personale, a volte; un’oligarchia mascherata, altre, e talvolta la demagogia con veste governativa.
*“El poder y los partidos”, ll potere e i partiti, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Gumersindo de Azcárate, El régimen parlamentario en la práctica (1885), Madrid 1931, pp. 40-54 [Cap. II].
NOTE
- [N. d. T.: Salustiano Olózaga (1905-1873), politico e scrittore spagnolo] ↩︎
- [N. d. T.: il riferimento, variato, è a un passo della Germania di Tacito (De origine et situ Germanorum, § 13): «Haec dignitas, hae vires, magno semper et electorum iuvenum globo circumdari, in pace decus, in bello praesidium.» (Questa dignità, queste forze, sempre circondate da un grande gruppo di giovani scelti, sono un onore in pace, una protezione in guerra)] ↩︎
- [N. d. T.: Lo statista italiano Agostino Depretis (1813-1887)] ↩︎
- [N. d. T.: Johann Caspar Bluntschli (1808-1881), giurista e politico svizzero, all’epoca punto di riferimento anche per gli studiosi italiani. Nel 1880 in Spagna era uscita la traduzione di “Derecho publico universal” e nel terzo tomo dedicato alla Política (tradotto da A. García Moreno) il tredicesimo capitolo analizzava le teorie e tipologie de “Los partidos políticos” (pp. 309-386)] ↩︎
- [N.d.T.: grosso modo, clientelismo. Il caciquismo è un sistema politico e sociale caratterizzato dal dominio di un capo locale, il “cacique” (cacicco), che esercita un grande controllo su una comunità o regione, spesso attraverso pratiche appunto clientelari. Ha origine nell’America Latina durante il periodo coloniale, quando i conquistadores spagnoli adottarono il termine per descrivere i capi indigeni che collaboravano con il governo coloniale. Successivamente, il termine è stato utilizzato per descrivere fenomeni simili di potere locale in Spagna e in altri paesi dell’America Latina, dove i caciques influenzano la politica e l’economia a livello regionale o nazionale.] ↩︎
- I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione, p. 326. [N. d. T.: Bologna, Zanichelli, 1881. Azcárate richiama le conclusioni finali; Marco Minghetti (1819-1886) scriveva (p. 326) che «la ragione e la esperienza dimostrano che il governo parlamentare è un governo di partito e come tale ha la tendenza a favoreggiare gli amici e ad opprimere gli avversari e quindi s’ingerisce indebitamente nella giustizia e nell’amministrazione e ne perturba l’andamento e ne guasta gli effetti salutari», e terminava così il suo libro: «Ma ciò che mi pare indubitabile si è questa conclusione: che la durata e la efficacia del sistema parlamentare dipenderanno molto dal suo collegamento con ordini tali i quali salvino la giustizia e l’amministrazione dalla ingerenza dei partiti politici».
Per la loro natura ibrida di associazioni private e nuclei di potere statuale all’epoca i partiti erano ancora una cosa quasi tutta “interna” al Parlamento; in Italia il primo partito cosiddetto “di massa” è considerato il Partito socialista che fu fondato a Genova nel 1892, anni dopo la morte di Minghetti.] ↩︎ - [N.d.T.: Il filosofo francese Paul Janet (1823-1899). che fu anche membro dell’Académie des sciences morales et politiques] ↩︎
- [N. d. T.: A parte la questione aperta della “classe operaia, il proletariato, il quarto stato, chiamatelo come volete” (p. 258), nel capitolo iniziale Azcárate notava che «Fuori dai partiti, rimane un numero infinito di persone che costituiscono quello che uno scrittore sfortunato chiamava il ventre della nazione, il quale, se con la forza d’inerzia a volte ostacola l’azione di questi, altre volte si schiera risolutamente dalla loro parte, ed è chi decide della loro sorte. A questo elemento neutro non importano molto i principi propriamente politici, tra le altre ragioni, perché manca di fede in essi, e non ha né calore per sostenerli né per resistervi» (p. 35)] ↩︎
- [N. d. T.: Il giurista e politico italiano Giorgio Arcoleo (1848-1914)] ↩︎
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
