(effe) — Negli stessi anni in cui in Italia Gaetano Mosca (insieme a molti altri) si ingegnava a scrivere tutto il peggio possibile sui regimi parlamentari, in Spagna Gumersindo de Azcárate (y Menéndez, 1840-1917) – di animo meno conservatore e più progressista – promuoveva una visione che non si limitasse alla parte destruens e alle denunce di corruttela e carenze di moralità pubblica, ma individuasse per la rappresentanza moderna fondamenta più solide e coerenti negli assetti istituzionali e statuali, che poi ancora ai giorni nostri caratterizzano in gran parte le democrazie costituzionali liberali. Azcárate, giurista e docente, in quanto politico attivo e deputato di idee repubblicane e liberali fu espulso dall’Università e fu tra i fondatori della Institución Libre de Enseñanza, poi smantellata dalla dittatura franchista. Come deputato ottenne nel 1908 l’approvazione di una legge antiusura (nota appunto anche come “Ley Azcárate”) che, con qualche modifica, è ancora oggi in vigore in Spagna. In occasione di un Homenaje a Azcárate nel 1931 fu ripubblicato uno dei suoi primi libri più significativi, “El régimen parlamentario en la práctica” (Il regime parlamentare nella pratica), con una prefazione di Adolfo Posada. Nel libro un capitolo, il terzo che ora traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu, è dedicato al ruolo dei giornalisti e alla stampa politica che, scriveva Azcárate, per svolgere la sua funzione deve mantenersi “disinteressata, colta, imparziale e indipendente“.
Gumersindo de Azcárate — La stampa non è certamente il quarto potere dello Stato, poiché per sua natura e scopo non può essere confusa con i tre ufficiali a cui viene accostata. Tuttavia, è comprensibile che si dica questo, considerando che essa, oltre alla missione che svolge in tutte le sfere dell’attività, ha un ruolo speciale nel diritto e nella politica. In questa, come in quella economica, scientifica o religiosa, la stampa è uno strumento di comunicazione e di propaganda, e quindi un potente ausilio della cultura, e in tutte può essere — e spesso è — organo delle scuole e delle sette che lottano in seno alla società; ma, oltre a ciò, riveste, nell’ordine politico, un carattere peculiare, per la circostanza di essere organo dei partiti, i quali, a differenza delle scuole, si occupano delle idee, dei principi, non per scoprirli e contemplarli, ma pensando alla loro realizzazione; li muove il sentimento, non a indagare la verità, ma ad agire, e hanno interesse che questa si impadronisca, non del pensiero dei popoli, ma della loro volontà.
Orbene: così come i partiti costituiscono, come abbiamo visto, una condizione essenziale del regime parlamentare, in quanto sono gli organi delle tendenze generali che determinano in seno alla società la lotta tra le idee, i sentimenti e gli interessi, e anche spesso le passioni e i pregiudizi, i giornali sono, a loro volta, un mezzo indispensabile per la vita dei partiti, principalmente in due concetti: primo, in quanto formano e dirigono l’opinione pubblica, e secondo, in quanto la mostrano e riflettono.
Per adempiere a questa doppia missione, la stampa deve, innanzitutto, essere disinteressata, o, in altre parole, mettere al di sopra di tutto il rispetto per la verità; la verità razionale, quando si sforza e lavora per far sì che un’idea penetri nella coscienza sociale e se ne impossessi; la verità dei fatti, quando intende riflettere nelle sue colonne, come in uno specchio, le varie correnti dell’opinione pubblica. Deve essere colta, non solo per svolgere il suo compito nel primo di questi aspetti, ma anche per realizzarlo nel secondo, come ne ha bisogno lo storico per poter penetrare nel profondo dei fatti e comprendere le loro cause e le molteplici relazioni. Deve essere imparziale, sia nell’esporre i propri principi sia nel giudicare quelli degli avversari, e deve raccogliere le molteplici manifestazioni della coscienza sociale. Deve, infine, essere indipendente, non solo dai governi, ma anche dai partiti e dai loro capi, poiché di questi, come di quelli, deve essere un ausiliario razionale e non uno strumento cieco, e anche di fronte alla stessa società, i cui pregiudizi ed errori ha il dovere di combattere e dissolvere.
Quando la stampa soddisfa queste condizioni, è un mezzo efficacissimo di lumi e di cultura, una leva potente per muovere l’opinione pubblica, uno specchio fedele delle idee e delle aspirazioni che agitano le società; e allora, governanti e governati, i cittadini in generale e i politici in particolare, i popoli, insomma, traggono grande beneficio dall’azione di questo elemento essenziale della vita politica moderna; ma, nel caso contrario, questa azione è scarsa o nulla, quando non malsana e deleteria.
Ostacola la prima di queste condizioni l’interesse, sia quello bastardo e criminale che agisce nell’ombra, sia quello individuale, che, pur essendo legittimo nella sua origine, si smarrisce poi, non subordinandosi, come dovrebbe, al comune e generale; sia quello di partito, che è forse il più pericoloso, proprio perché non è toccato dall’egoismo personale.
Chiamiamo interesse bastardo e criminale quello che porta i giornali a diventare un mezzo per esaltare le nullità o un ariete per distruggere reputazioni ben consolidate, servendo l’adulazione o la vendetta e, peggio ancora, che li spinge a vendersi, per dirlo chiaramente, ai privati, alle aziende o ai governi.
La prima cosa è difficile da correggere, quando ha messo radici, perché la passione del partito e la debolezza, nate da sentimenti personali mal diretti, hanno una parte non trascurabile in questo smarrimento, le cui conseguenze vengono ignorate o guardate con indulgenza dai politici di professione, senza accorgersi che in questo modo la stampa si riduce e si abbassa al livello di cassa di risonanza per incensamenti e ingiurie, rendendosi incapace di adempiere la sua elevata missione nella stessa misura in cui perde ciò di cui ha più bisogno in questo caso: l’autorità. La seconda è così nauseante che si nasconde nell’oscurità, e quando non lo fa, si copre con i travestimenti più ingegnosi. Così, ad esempio, che un giornale scambi il suo ruolo di critico di un’Azienda o Compagnia per quello di suo servitore in cambio di qualche migliaio di pesetas per comprare il suo silenzio, è una cosa grave; ma che faccia lo stesso ricevendo il pagamento sotto forma di abbonamenti o pubblicità, tanto inutili quanto costosi, sembra già più tollerabile, e anzi diventa una pratica comune. Ed è ancora possibile che qualcuno trovi una spiegazione soddisfacente al fatto che una buona parte dei fondi segreti che le Corti concedono al Governo per il servizio di polizia finisca segretamente nelle mani del proprietario di un giornale ministeriale, e chissà se di opposizione, affinché sostenga con risoluzione ed entusiasmo il partito al potere o lo attacchi in modo discreto e conveniente. Alla fin fine, se il Ministro dell’Interno crea deputati, e a volte ne porta qualcuno dal campo avversario per animare il gioco, perché non dovrebbe essere lecito formare l’opinione pubblica alimentando i forni in cui si crea e si produce?
L’interesse individuale, che è di per sé un movente legittimo, produce effetti dannosi, in questo come in tutto ciò che è umano, quando, invece di subordinarsi alla ragione e al dovere, si sovrappone ad essi. Così, per esempio, nulla è più naturale dell’aspirazione, da parte dello scrittore pubblico, di trovare nel giornale un mezzo dignitoso di sussistenza, e allo stesso tempo un mezzo altrettanto dignitoso di farsi strada e progredire nel cammino intrapreso, mentre serve, allo stesso tempo, la sua idea e il suo interesse. Ma come è possibile tollerare o guardare con calma che un giornalista, attento solo alla paga o alla speranza di ottenere prima un impiego, passi da un giornale all’altro con la tranquillità con cui un compositore passa da una tipografia all’altra o un sarto da un laboratorio all’altro, per difendere ed esaltare esattamente ciò che il giorno prima stava attaccando e criticando? Questo possono farlo il sarto e il compositore tipografico, perché si cuce e si compone allo stesso modo qui e là; ma si concepisce qualcosa di più ripugnante della violenza morale che implica sostenere che il falso è vero o che il vero è falso, che il buono è cattivo o che il cattivo è buono, a seconda che convenga l’uno o l’altro dal punto di vista del profitto che si ottiene o del vantaggio che si spera? Il giornalismo è un sacerdozio e non un mestiere, e per questo, la devozione alle idee e all’interesse della patria è la prima cosa, l’onore e la gloria la seconda, e i vantaggi personali l’ultima.
In un caso analogo si trova lo spirito d’impresa, perché se è altrettanto legittimo quando si limita a fare in modo che il giornale, dopo essere stato portavoce di queste o quelle idee o aspirazioni, in una parola, mezzo per il fine politico, sia anche una fonte di risorse per il suo proprietario, smette di esserlo quando si invertono i termini in modo che si subordina e sacrifica questo a quello, cioè la funzione all’affare. Così, che un editore si assicuri che il suo giornale abbia le migliori condizioni tipografiche, che lo renda interessante e piacevole attraverso le notizie, il servizio telegrafico, il feuilleton, ecc., che cerchi di aumentare la sua circolazione per dare valore alla pagina degli annunci; che apra le sue colonne a tutti coloro che vogliano esporre una lamentela o proporre una riforma. Tutti questi sono mezzi leciti e onesti per elevare un’impresa e, lungi dall’essere in contraddizione con lo scopo proprio e primario del giornale, lo servono e lo sostengono. Però succede tutto il contrario quando finge una circolazione che non ha per sfruttare gli inserzionisti, falsifica corrispondenze datate all’estero e scritte a Madrid, procura al giornale un’attrattiva malsana con ogni mezzo, senza badare se siano buoni o cattivi, sfrutta l’interesse cieco di una classe diventandone patrono e difensore, non perché sia giusto, ma perché spera che così aumenterà il numero degli abbonati, ecc.
Per quanto riguarda la cultura, è chiaro che non si può chiedere al giornale ciò che si chiede a una rivista o a un libro; tuttavia, è impossibile ignorare che il quotidiano politico non può senza di essa adempiere alla doppia missione alla quale è chiamato a compiere. Si tratta di diffondere questi o quei principi, queste o quelle idee; come può farlo il giornalista che è estraneo alla scienza che studia quelle idee e quei principi? Si tratta di esporre, criticare o utilizzare determinati fatti della vita politica, passati o presenti, sicché come può farlo lo scrittore se ignora la sua storia, cioè la scienza che studia quei fatti? In ogni questione concreta che la stampa periodica chiarisce è implicito un secondo principio, che si relaziona con altri più fondamentali, e non è possibile, per questo, affrontarla correttamente se si ignorano questi. E, allo stesso modo, per valutare adeguatamente un fatto, per penetrare nel suo fondo e intuire tutte le sue conseguenze, è necessario possedere in un certo grado le doti proprie dello storico.
Questo significa che il giornalista deve essere uno scienziato, un saggio? No, certamente. In primo luogo, è, se non impossibile, molto difficile rendere compatibili le condizioni richieste dal coltivare la scienza: pace, tranquillità, lontananza dal trambusto della vita, con quelle che comporta la funzione dello scrittore pubblico: lotta, movimento, azione. In secondo luogo, non è necessario, perché la missione del giornale politico non consiste nel formare la scienza né nel discutere le dottrine e i sistemi nella sfera della teoria e della speculazione, tanto che, quando a volte ci prova, generalmente perde tempo. Ciò di cui ha bisogno il giornalista è conoscere le correnti generali del pensiero, le tendenze che pulsano nel profondo delle aspirazioni dei diversi partiti, e principalmente del proprio, per non correre il grave rischio di distorcere il senso dei suoi correligionari o di interpretare infedelmente quello degli avversari; ciò di cui ha bisogno è la cultura necessaria per scoprire in ogni questione particolare e in ogni fatto concreto la relazione intima che esiste tra quella e altre più fondamentali, tra questo e tutta una situazione, periodo o epoca della vita di un popolo.
A questo rispetto, la stampa politica si trova nella stessa situazione del Parlamento. Non c’è nessuno che non critichi quelle discussioni che lo trasformano, come diciamo tutti, in un’Accademia o Ateneo, il che implica una distinzione, che nessuno dimentica di fare, tra il ruolo che spetta alla scienza dei dibattiti parlamentari e quello che spetta agli accademici. In effetti: la scienza è, in questi, fine, e in quelli, mezzo; in un caso si elabora, mentre nell’altro si applica. Così, una polemica sul concetto di diritto o di Stato, un esame delle posizioni sostenute dalle diverse scuole, uno studio minuzioso e paziente delle fonti che possono servire per affermare o negare un fatto, sono certamente cose improprie del Parlamento. Però, allo stesso tempo, non è possibile chiarire una questione concreta sulle tendenze generali di una situazione, sui problemi costituzionali e persino sul rispetto delle leggi, senza che emerga la necessità di evidenziare i principi, espliciti e impliciti, che figurano nel programma di ciascun partito e le disposizioni legali emanate sotto la loro ispirazione, non per argomentarli o dimostrarli, ma per mostrarli e opporli gli uni agli altri, affinché le Camere e il paese scelgano quelli che ritengono più giusti e convenienti.
Orbene: quando la stampa possiede quella cultura, offre l’immenso servizio di diffonderla attraverso il tessuto sociale, contribuendo così in modo potente all’educazione politica dei popoli. Al contrario, se ne è priva, non solo si trova impossibilitata a compiere la sua missione in quel punto cruciale, ma rischia di perturbare gravemente la coscienza pubblica in generale e quella del suo partito in particolare. Una delle conseguenze deplorevoli di questa mancanza, che a volte si nota nella stampa, è la tendenza a sostituire l’interesse che il giornale dovrebbe suscitare con arte, abilità, cultura, perspicacia e buon gusto, con quello malsano e momentaneo dato dal sensazionalismo (noticierismo), dalle personalità, dai pettegolezzi e dallo scandalo.
Più frequente, e forse più grave, delle due mancanze notate, è quella dell’imparzialità. Ciò che il celebre Cormenin criticava, dopo averlo evidenziato mettendo a confronto il giudizio che due giornali davano del discorso di un padre della patria, e il cui risultato era che, secondo uno, era un oratore straordinario, e secondo l’altro, una vera disgrazia, si ripete continuamente in occasione di cose più importanti che valutare il valore letterario di un discorso parlamentare.
La stampa non è imparziale con gli individui quando esalta alcuni per la sola ragione di essere affiliati a una parte, e sminuisce e denigra altri per il semplice fatto di appartenere a un’altra. Non è imparziale con i partiti quando ignora le ragioni della parte avversa e i servizi che questa potrebbe aver reso al paese, finendo per negarle ogni merito e titolo alla considerazione della gente, mentre, al contrario, non trova nella storia del proprio né errori, né macchie, né carenze, e naturalmente risulta sempre essere l’unico che gode di assoluta simpatia pubblica.
Non è imparziale con i governi, quando presume, come la cosa più semplice e naturale, che sia dovere dei giornali ministeriali considerare buono, ottimo, tutto ciò che quelli fanno, e obbligo di quelli di opposizione dimostrare che la stessa cosa è cattiva, pessima. Non è imparziale con le classi sociali, con i popoli, quando lusinga gli istinti e le tendenze di questi e di quelli, senza considerare se meritano lode o biasimo, ma solo tenendo conto di ciò che più giova ai fini di partito o d’impresa.
Quando accade questo, la stampa diventa incapace di guidare l’opinione pubblica e ancor meno di esserne un fedele riflesso. Primo, perché il lettore, invece di affidarsi fiduciosamente all’esame delle dottrine, valutazioni e consigli del giornale, considerando solo le ragioni su cui si basano o si giustificano, sospetta che tutto ciò sia opera di pregiudizi o sofismi, oppure, non sospettandolo, accoglie ingenuamente, come risultato di sforzi generosi, puri e disinteressati, ciò che forse è frutto della malizia, della passione e dell’interesse di partito. In secondo luogo, perché il giornalista che espone ciò che accade nella vita politica di un popolo è un cronista, e se a questo si richiede autorità, che non è possibile senza competenza e imparzialità, è chiaro che quando il pubblico non crede che lo scrittore possieda quest’ultima, finisce sempre per porsi queste domande: sarà vero?, saranno andate così le cose?
Provano l’esattezza di queste osservazioni: da un lato, il fatto costante che tutti tengono conto del colore politico di un giornale per aggiungere o sottrarre valore ai suoi giudizi; tanto che la censura severa e aspra, se proviene dalla controparte, importa poco, mentre la più lieve e velata, se proviene dall’amico, è grave; dall’altro, si considera raro e straordinario che un quotidiano politico riconosca qualcosa di buono nell’opera degli avversari, e ancor più che osi mostrare la più leggera nuvola nel proprio campo, al punto che quell’ombra di lode e quest’ombra di censura sono considerate come pallide manifestazioni di giudizi molto più risoluti e decisi, che la parzialità e l’abitudine non permettono di scrivere nero su bianco.
Infine, si evidenzia la necessità che l’Arena sia indipendente, nel fatto universale che non esiste giornale che non affermi continuamente di esserlo in modo assoluto e completo. Tuttavia, è facile osservare le diverse situazioni in cui spesso non lo è.
In primo luogo, non è raro che manchi quell’indipendenza agli stessi redattori, il cui libero sentire è limitato da quello del direttore, il quale a volte ordina loro di scrivere un articolo nello stesso modo in cui un falegname chiede a un operaio di costruire un pezzo di un mobile. Durante la guerra d’Africa, un giornalista — e di grande talento, peraltro — si lamentava amaramente di dover entusiasmarsi per venti scudi al mese esaltando quella campagna, che a lui sembrava pessima, ma che al direttore del giornale sembrava ottima. In cambio, oggi si è trovato un altro mezzo per risolvere il conflitto, che consiste nell’avere redattori con tendenze così diverse, che c’è sempre qualcuno che può, senza violenza, scrivere nel senso che conviene. E poiché non è possibile né che lo scrittore diventi una macchina, né che un giornale sia opera di una moltitudine di criteri, è chiaro che la soluzione del problema deve essere cercata altrove, cercando di armonizzare la libera indipendenza dello scrittore, la cui individualità e personalità sono incancellabili, con il significato proprio di un giornale, che è come un’entità distinta da coloro che vi scrivono. Questa armonia può forse essere raggiunta distinguendo nel quotidiano tre parti: la prima, quella della politica pratica, della lotta quotidiana, che deve essere affidata a redattori costanti completamente identificati nel senso e nel percorso del giornale e che condividano con il direttore la responsabilità di quanto scritto in questo ambito; la seconda, che ha lo scopo di chiarire sotto la forma propria di un quotidiano questioni dottrinali o tecniche, su materie politiche, giuridiche, economiche o sociali, e che dovrebbe essere affidata a collaboratori che rispondano di ciò che scrivono e non oltre; e la terza, che comprenderebbe gli articoli scientifici, letterari, critici, ecc., i quali potrebbero essere scritti da chiunque, senza che sia necessario alcun legame con il giornale, e dovrebbero sempre essere firmati dai loro autori. In caso contrario, si verifica una di queste due cose: o lo scrittore diventa solidale con tutto ciò che appare nel giornale, anche se non ha avuto alcuna partecipazione nella maggior parte di esso, oppure deve avere sempre le dimissioni in tasca per presentarle al direttore non appena nota qualcosa nel quotidiano con cui non è d’accordo.
Segue un altro tipo di dipendenza, che è quella in cui si trovano alcuni giornali rispetto a determinate personalità, delle quali si dichiarano organi autorizzati. Quando questi ispiratori sono i capi dei partiti, è comprensibile che tutti loro desiderino avere a disposizione questo potente mezzo per guidarli e influenzare l’opinione pubblica, e, tuttavia, anche in questo caso il giornale può perdere da un lato ciò che guadagna dall’altro, se si trasforma in strumento del personaggio in questione, in modo tale da abdicare alla sua missione propria, che consiste nell’essere eco di un’intera parte, di un senso politico; perché allora non peserà sulla coscienza sociale se non in quanto rappresenta, solo, l’opinione di un individuo, che ha certamente importanza, ma non l’eccessiva che raggiunge in certi paesi, grazie alla loro mancanza di educazione politica e alla loro tradizionale tendenza alla dittatura. Quando gli ispiratori sono certi politici di minore importanza, che usano il giornale come un piedistallo su cui si pongono per sembrare più alti, inutile dire che, in tal caso, il fine della stampa risulta viziato e distorto, la quale può talvolta essere eco dell’idea di un individuo, ma non dovrebbe mai esserlo dell’interesse personale di nessuno.
E, di certo, questo smodato desiderio di avere un giornale è causa di alcuni dei mali sopra menzionati, perché porta alla luce più giornali del necessario, i quali ben presto affrontano difficoltà per sopravvivere, e da qui la tentazione di ricorrere a tutti i mezzi per prolungare un’esistenza non sostenuta dal favore del pubblico e il numero eccessivo di scrittori che si dedicano al giornalismo, e che, una volta entrati in questo mestiere, in genere meschinamente retribuito, non possono o non sanno cercarne un altro, e così cadono nella debolezza di lasciare il giornale che muore e entrare in quello che nasce, anche se quest’ultimo non difende esattamente gli stessi interessi e le stesse idee che difendeva il primo.
Inoltre, è possibile che il giornale dipenda in modo inappropriato dalla fazione di cui sostiene la causa. Alla base di questa questione c’è il difficilissimo problema della disciplina di partito; difficilissimo perché, come abbiamo detto altrove, è evitare uno di questi due ostacoli: o la cieca sottomissione che spesso i partiti impongono ai loro adepti, trasformandoli in automi, con detrimento della loro dignità, o lo spirito ribelle e turbolento che rende impossibile ogni unione e coesione, e quindi ogni azione comune ed energica. In mezzo alla difficoltà di stabilire principi per risolvere questo punto, si può affermare che in nessun caso l’individuo deve sacrificare alla collettività l’integrità della propria coscienza, accettando di riconoscere come giusto ciò che è ingiusto, come conveniente ciò che è dannoso, e che nelle questioni di condotta può essere più flessibile, anche se spesso il massimo che in esse ha diritto di esigere il partito dai suoi adepti è il silenzio e l’astensione. Questo punto è ancora più delicato quando si tratta della stampa: da un lato, perché un giornale deve esprimere quotidianamente la propria opinione su tutto ciò che accade, e ancor più se riguarda il suo partito, non si può pretendere, se questo prende una decisione che non è conforme al principio o alla linea di condotta sostenuta da esso, che cambi e inizi il giorno successivo a contraddire e smentire tutto ciò che affermava fino al giorno precedente; e dall’altro, perché la discordanza di un quotidiano politico ha una gravità e una rilevanza molto diverse rispetto a quella di un individuo, per cui è molto importante in questo caso non esagerare l’indipendenza fino a sfociare nell’indisciplina.
A volte, l’indipendenza del giornale soffre, non perché si sottometta incondizionatamente alle autorità legittime della sua parte, ma perché sacrifica la propria tendenza e il proprio punto di vista ai pregiudizi e alle passioni che predominano nel partito, sia perché non ritiene possibile portarlo su un’altra strada, sia perché trova più comodo e vantaggioso seguire la corrente piuttosto che opporvisi. E qui non ci sono più distinzioni, perché un tale modo di procedere è incompatibile con la dignità dello scrittore, risulta sconosciuta la missione della stampa in un punto importante, quale è quello di dirigere l’opinione pubblica, e limitata quest’ultima a essere riflesso di essa, quando entrambe le cose possono e devono essere affrontate dal giornale. Altrimenti, non è possibile aspettarsi altre rettifiche salutari, nel senso generale delle masse dei partiti, se non quelle che richiede il caso o che sono prodotto di movimenti puramente istintivi.
Resta da notare la peggiore delle soggezioni a cui può essere sottoposta la stampa: quella del Governo. A questo punto le cose sono arrivate a un tale estremo che sembra quasi impossibile che un giornale possa essere allo stesso tempo ministeriale e indipendente, il che è vero quando si comprende che, per meritare il primo titolo, è necessario esaltare e difendere tutto ciò che si fa nelle sfere del potere, senza riserve né eccezioni. Però se si stima, al contrario, che essendo un quotidiano l’organo delle idee dei suoi redattori e delle aspirazioni del suo partito, solamente in quanto gli atti del Governo conformano con esse, può approvarli e farli propri; e se a questo si aggiunge che al potere stesso, se gli convengono e giovano le lodi che provengono da scrittori indipendenti, non gli servono a nulla quelle fatte per routine e come per obbligo e mestiere, si giungerà alla conclusione che alla dignità del giornalista, al vero e razionale interesse dei governi e al supremo della patria, importa molto che la stampa ministeriale non perda, per esserlo, questa condizione di indipendenza che è così essenziale per adempiere la sua elevata missione nella sfera della politica.
Riassumendo: la stampa, quando serve le idee, i principi e gli interessi generali del paese, quando è mossa dal sentimento di giustizia e di patria, quando ha chiara coscienza della sua missione e la ferma risoluzione di compierla; quando, in una parola, è disinteressata, colta, imparziale e indipendente, può contribuire potentemente alla difficile opera di governare lo Stato, essendo riflesso e guida fedele e discreta dell’opinione pubblica.
Quando mancano alcune o tutte queste circostanze, il sacerdozio del giornalismo diventa un mestiere quasi meccanico; l’influenza della stampa sulla coscienza sociale è nulla, se non malsana; la sua voce, priva di autorità, si perde nel vuoto; i popoli, invece di aspettarsi dalla sua azione tutti i benefici che può offrire, la vedono e la considerano spesso come un ostacolo e un impedimento, e i nemici della civiltà moderna, uno dei cui frutti più preziosi è il potere della stampa, si compiacciono nel presentarla come una sorta di vaso di Pandora da cui emergono solo danni e mali per la società.
*”La prensa politica” / La stampa politica, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Gumersindo de Azcárate, El régimen parlamentario en la práctica (1885), Madrid 1931, pp. 55-72 [Cap. III].
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
