Roma. Dopo tre giorni di piazze e di scontri in diverse città italiane, Save the Children chiede di non rispondere soltanto con la repressione. «Nessun episodio di violenza, come quelli accaduti nel weekend in alcune città italiane, può essere minimizzato o giustificato. Ma è fondamentale affrontare le cause profonde delle proteste in corso, ascoltando le istanze di migliaia di giovani, che sono scesi in piazza pacificamente per chiedere alle istituzioni e alla politica più investimenti nella scuola e meno diseguaglianze», dichiara Daniela Fatarella, direttrice generale dell’organizzazione. «È importante tuttavia evitare un approccio esclusivamente punitivo che rischia di alimentare stigmatizzazioni e di criminalizzare un’intera generazione».
La mobilitazione è cominciata venerdì 16 ottobre con lo sciopero della scuola e i cortei studenteschi, che hanno attraversato Bologna, Torino, Milano, Roma, Verona, Genova, Savona e altre città, contestando lo stato degli edifici scolastici, i finanziamenti all’istruzione, l’alternanza scuola-lavoro e il decreto-legge 170, che fissa dall’anno scolastico 2027/2028 il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi iniziali. Sabato 17 le piazze contro il carovita e la pressione fiscale, convocate dalla rete «Italia in Piazza», si sono trasformate in scontri a Milano, Torino, Bologna e Bergamo; domenica 18 i disordini sono proseguiti nel centro di Milano, con negozi assaltati.
È il bilancio di quelle giornate a dare la misura del problema che l’organizzazione solleva: secondo i dati delle forze dell’ordine, agli scontri di sabato sono seguiti 197 identificati, 28 arresti — dodici dei quali di minorenni — 43 denunce e 141 feriti fra le forze dell’ordine; dei 271 portati in questura a Milano dopo la domenica, 220 erano minorenni, e dei 32 arrestati 23 erano minorenni. Lunedì il governo ha convocato un vertice a Palazzo Chigi sull’ordine pubblico in cui sono state discusse nuove possibili misure repressive.
«Esiste oggi una frattura intergenerazionale, con una crescente sfiducia da parte dei giovani nella possibilità di cambiamento», sostiene Fatarella. «Per invertire la rotta è necessario un cambio di prospettiva che superi un approccio esclusivamente punitivo e una logica che si limita a rincorrere le emergenze». Per l’organizzazione servono «interventi efficaci e continuativi nel tempo»: reti fra scuola, famiglie, servizi sociali e terzo settore, spazi pubblici sicuri e aperti, misure di sostegno alla genitorialità, attività sportive, culturali e ricreative accessibili e gratuite, «in particolare per i minori in condizioni di maggior svantaggio».
Fatarella richiama poi il lavoro quotidiano dell’organizzazione nelle aree di maggior disagio, dal quale emergono «le profonde disuguaglianze sociali ed economiche che continuano ad ampliare la distanza tra le aspettative delle nuove generazioni e le opportunità che percepiscono di avere». E conclude: «Finché non riusciremo a sanare questa frattura intergenerazionale, rafforzando la coesione sociale, il dialogo tra generazioni e il senso di appartenenza alla comunità, rischieremo di alimentare ulteriormente la frustrazione, il disincanto e il senso di esclusione di molti ragazzi e ragazze».
