effe — La costa ligure è un bordo di carta piegato dal vento, dove ogni piega è un confine e ogni confine un racconto di mare e di pietra. Come la vite che si aggrappa ostinata ai muri scoscesi, l’anima si arrampica sui margini dell’esistenza, trovando sostegno nel limite e forza nella sua fragilità. Eppure, tra le curve di questi scogli antichi, il mare non conosce barriere: si insinua, sfiora, cancella, riscrivendo ogni confine con l’inesorabile linguaggio dell’acqua.
In questo paesaggio sospeso tra cielo e mare, ogni elemento sembra raccontare una storia di equilibrio e tensione. Le rocce, incise come un alfabeto dal tempo e dalle onde, custodiscono segreti millenari, mentre le piante resilienti testimoniano la capacità di adattarsi e prosperare nonostante le difficoltà. È un luogo dove la natura insegna la necessità di accettare i propri limiti per poterli superare, trasformando ogni resistenza in un’opportunità di crescita e scoperta.
Qui il limite non è una prigione, ma un dialogo incessante fra terra e mare, tra il solido e il fluido, tra ciò che si può toccare e ciò che sempre si lascia sfuggire. Come i pescatori di Camogli che lanciano le reti oltre la linea dell’orizzonte, l’essere umano si misura con i confini della propria condizione, non per rinunciare, ma per scoprire gli spazi dell’impossibile.
Questa metafora nasce oggi dai sentieri che serpeggiano tra ulivi e ginestre, dal ritmo antico delle onde che battono contro il Promontorio di Portofino. È un gioco di limiti che si confondono e si riscrivono, come le parole di Eugenio Montale che nei suoi “Ossi di seppia” ha raccontato la terra ligure non come confine, ma come sorgente di tensioni e aperture, come quando il mare si ritrae e regala il suo fondo allo sguardo. In questo continuo ritirarsi e avanzare, il limite si fa vita, respiro e memoria.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
