È iniziato con le relazioni l’esame della proposta di delibera 29 della Giunta dal titolo “Autonomia differenziata ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – Proposta al Consiglio Regionale di approvazione degli schemi di intesa definitivi tra il Governo della Repubblica italiana e la Regione Liguria nelle materie “protezione civile”, “professioni” e “previdenza complementare e integrativa”, nonché nella materia “tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica”.
Il provvedimento recepisce i contenuti di due schemi di intesa tra lo Stato e la Regione Liguria in materia di autonomia differenziata, redatti ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e della legge 86/2024 (legge Calderoli). Le intese sull’autonomia differenziata vengono condotte dal Governo centrale con quattro regioni: Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte.
Nella relazione di maggioranza Alessandro Bozzano, presidente della I Commissione regionale Affari generali, istituzionali e bilancio, ha illustrato alcune delle nuove competenze. In materia di tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica «La Regione potrà individuare in autonomia tariffe di rimborso e remunerazione differenti rispetto a quelle nazionali, da porre a carico del proprio bilancio, nel rispetto dei principi di definizione del sistema tariffario; gestire in autonomia le risorse trasferite dallo Stato per gli investimenti sul patrimonio edilizio e tecnologico delle aziende del sistema sanitario regionale; istituire e gestire fondi sanitari integrativi; destinare alle aziende e agli enti del servizio sanitario regionale risorse finanziarie finalizzate all’assunzione di personale sanitario; allocare su altri ambiti della spesa sanitaria le risorse nazionali vincolate rispetto alle quali eventualmente risultino economie da efficientamento in relazione alla singola finalità».
Per quanto riguarda la protezione civile, Bozzano ha spiegato che «Per gli eventi calamitosi di rilievo regionale, il Presidente della Giunta, previa autorizzazione statale, potrà emanare ordinanze in deroga alle leggi statali, anche con procedura d’urgenza. Nelle emergenze di rilievo nazionale limitate al territorio ligure, la figura del Commissario delegato coinciderà, di norma, con il Presidente della Regione». Secondo il consigliere, il provvedimento introduce «importanti semplificazioni per il reclutamento tempestivo del personale di protezione civile, la formazione autonoma degli operatori, l’istituzione di apposite sezioni contrattuali».
In materia di professioni, lo schema di intesa riconosce alla Regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare le professioni di rilievo regionale, legate al territorio e non già regolamentate dallo Stato «ad esempio operatori turistici, ambientali, marittimi locali, ad esclusione delle professioni ordinistiche, intellettuali, delle professioni sanitarie e relative attività tipiche». Bozzano ha quindi sottolineato che Ia I Commissione ha condotto un’ampia fase di consultazione, ascoltando i rappresentanti delle principali categorie professionali e produttive e le sigle sindacali regionali.
Enrico Ioculano (Pd) ha presentato la relazione di minoranza del gruppo. «Manca uno studio serio – ha esordito – sull’impatto che questa scelta avrà sulla Liguria. E c’è un elemento che rende questa assenza ancora più evidente: gli schemi di intesa sottoposti alle quattro Regioni risultano sostanzialmente identici, nonostante Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria presentino condizioni epidemiologiche, demografiche, organizzative, finanziarie e assistenziali profondamente differenti». Secondo il consigliere, «se l’obiettivo fosse davvero adattare le competenze alle specificità regionali, ci si aspetterebbe un’istruttoria capace innanzitutto di individuarle e di dimostrare per quali ragioni una determinata funzione debba essere esercitata meglio a livello regionale, ma qui sembra avvenire il contrario: prima si individuano le funzioni da trasferire e poi, eventualmente, si valuteranno gli effetti».
Il consigliere ha, quindi, analizzato i singoli aspetti del provvedimento: «L’autonomia sulla tutela della salute, che è la materia con le implicazioni più dirette sulla vita quotidiana dei cittadini, introduce una differenziazione basata sulla capacità economica e finanziaria della Regione, quando dovrebbe essere incentrata sulle necessità territoriali. La sanità lombarda – ha precisato il consigliere – è oggi una delle poche in Italia con i conti in equilibrio mentre la sanità ligure ha chiuso il 2025 con un buco certificato dalla Corte dei conti di 125,7 milioni di euro, coperto solo con variazioni di bilancio d’urgenza e riduzioni di spesa su altri settori e, dunque, attribuire alle Regioni la stessa facoltà di finanziare con risorse proprie prestazioni aggiuntive, incentivi e previdenza integrativa per il personale non significa dare a tutte lo stesso vantaggio». Secondo Ioculano c’è «il rischio di una competizione tariffaria tra sistemi sanitari regionali, con un vantaggio evidente per chi parte da una forte mobilità attiva e da una maggiore capacità finanziaria e se una Regione decide di remunerare determinate prestazioni a una tariffa superiore a quella nazionale, non è chiaro chi debba sostenere il maggiore costo quando quella prestazione viene erogata a un cittadino proveniente da un’altra Regione».
Rispetto alla gestione regionale del personale sanitario, il consigliere ha aggiunto: «Una Regione con maggiore capacità di spesa può costruire un pacchetto per medici, infermieri e operatori fatto di incentivi, fondi integrativi e previdenza complementare mentre un’altra Regione con i conti in affanno non può permetterselo nelle stesse dimensioni e, così, il vantaggio finanziario di una Regione diventa uno svantaggio per quella vicina». Sulla materia delle professioni, altra materia interessata dal provvedimento, Ioculano ha rilevato: «La creazione di professioni definite “di rilievo regionale” rischia di introdurre ulteriori elementi di frammentazione in un mercato del lavoro che dovrebbe invece mantenere carattere nazionale, con il pericolo di produrre barriere burocratiche, differenze normative e ostacoli alla mobilità dei lavoratori». Rispetto alla previdenza complementare, secondo il consigliere«la costituzione di nuovi fondi su base territoriale rischia di frammentare le platee degli aderenti e differenziare le condizioni previdenziali dei lavoratori a seconda della Regione nella quale lavorano. Alle differenze salariali territoriali che già conosciamo rischiamo così di aggiungere vere e proprie “gabbie previdenziali”».
Critiche sono state espresse anche sulla proposta di gestione regionale della protezione civile: «In un Paese fragile come l’Italia la risposta alle emergenze ha bisogno della capacità di intervento immediato dei territori, ma anche di una visione sovraregionale e di un principio stringente di solidarietà nazionale. Gli schemi di intesa – ha precisato – ampliano, invece, la possibilità per il Presidente della Regione, negli eventi qualificati di rilevanza regionale, di adottare ordinanze anche in deroga alla normativa statale. Il problema non è impedire alle Regioni di intervenire rapidamente, ma di evitare che, proprio nel momento dell’emergenza, prevalga una logica nella quale ciascun territorio guarda prioritariamente a se stesso».
Ioculano ha concluso: «I sistemi fondati su larghe autonomie territoriali possono muoversi secondo due logiche: una concorrenziale, nella quale i territori competono anche sulla base delle risorse di cui dispongono, e una solidaristica, nella quale l’autonomia serve a rispondere meglio alle specificità territoriali, ma all’interno di meccanismi capaci di garantire uguaglianza nei diritti fondamentali e la nostra Costituzione orienta, chiaramente, l’autonomia verso questa seconda logica».
Annunciando la contrarietà del Movimento 5 Stelle, Stefano Giordano ha motivato la scelta puntando sul principio di sussidiarietà: «La questione non è se una competenza debba stare a Roma o a Genova, ma quale livello di governo possa esercitarla meglio, garantendo servizi efficienti e diritti fondamentali uguali per tutti. L’autonomia non è un valore assoluto, ma uno strumento; deve quindi essere costruita funzione per funzione, non attraverso pacchetti quasi identici. Il rischio più serio è che la differenziazione diventi soprattutto economica. La stessa facoltà produce effetti diversi a seconda delle risorse disponibili. È evidente nel caso delle tariffe sanitarie: eventuali maggiori costi ricadono sul bilancio regionale.» Giordano ha osservato: «Analizzando le intese proposte emerge innanzitutto un limite: il welfare resta sullo sfondo. In sanità si interviene soprattutto su tariffe, investimenti, fondi integrativi, personale e utilizzo delle risorse. Sono leve importanti, ma le persone hanno bisogno prima di tutto di servizi integrati, continuità delle cure e assistenza territoriale».
Anche la protezione civile, secondo Giordano, mostra dei limiti: «Incendi, alluvioni e terremoti non rispettano i confini regionali. Negli eventi più gravi restano indispensabili il coordinamento nazionale, il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e una catena di comando unitaria.»
Giordano ha criticato anche il tema dell’invarianza finanziaria: «Nuove competenze richiedono personale, formazione, sistemi informativi, controlli e strutture amministrative. Occorre quindi sapere quali risorse accompagnino le funzioni trasferite, quali attività restino allo Stato e quali costi ricadano sulla Regione».
AncheSelena Candia (Avs) ha annunciato il voto contrario del gruppo.
La consigliera ha affrontato in primo luogo il tema della tutela della salute: «Chiedere margini aggiuntivi di autonomia gestionale su tariffe, investimenti, fondi integrativi e personale, mentre il sistema sanitario regionale è in disavanzo strutturale, significa correre un rischio finanziario ulteriore proprio nel momento in cui i conti già non tornano» e, a questo proposito, Candia ha ricordato che la Corte dei Conti, nella relazione sul Rendiconto 2025, ha certificato che il disavanzo è salito a 125,7 milioni di euro. «Restano – ha detto – due rischi di fondo: il primo riguarda i fondi sanitari integrativi, che la Regione potrà istituire e gestire e che aprono a una dinamica di doppio binario tra pubblico e integrativo in cui chi può permettersi una copertura aggiuntiva accede a prestazioni più rapide o più ampie, mentre il sistema pubblico, di fatto, arretra; il secondo rischio è una competizione interregionale sul fronte delle tariffe e su quello del personale, perché la possibilità di fissare tariffe superiori a quelle nazionali implica una spinta al rialzo dei prezzi dei servizi e può innescare una competizione interregionale non fondata sull’efficienza, bensì sulla capacità di attrarre risorse pubbliche attraverso la mobilità sanitaria. Inoltre – ha aggiunto – in un contesto di carenza di medici e infermieri, l’uso della leva assunzionale e dei fondi integrativi come strumento di attrattività rischia di depauperare i servizi sanitari di altre Regioni o di innescare una pericolosa concorrenza, in cui i territori più fragili sarebbero svantaggiati».
Dopo avere rilevato che il progetto è in controtendenza rispetto agli orientamenti internazionali, in cui lo Stato «torna a presidiare direttamente le materie strategiche» ha aggiunto: «Senza uno sforzo comune al posto di tanti sforzi separati, non si costruisce la capacità di competere in un mondo organizzato per blocchi, eppure chi ha fatto della sovranità nazionale una propria bandiera politica oggi sostiene un provvedimento che la sovranità del Paese la smonta materia per materia». Secondo Candia, dunque, «c’è il rischio concreto che l’autonomia differenziata non riduca i divari tra territori, ma li renda permanenti». La consigliera ha esaminato i diversi aspetti del provvedimento della Giunta ponendo un problema di fondo: «Non si chiede solo di approvare due schemi di intesa, ma anche di autorizzare il Presidente della Giunta a modificarli in seguito, senza tornare in Consiglio regionale, perché sarà sufficiente una semplice comunicazione».
Candia, inoltre, ha paventato il rischio di maggiori oneri, ricordando l’osservazione del Cal (Consulta autonomie locali) secondo il quale dai nuovi spazi di autonomia possono derivare maggiori spese per la Regione, che dovranno essere coperte da aumenti delle aliquote dei tributi regionali. Riguardo alla protezione civile Candia ha rimarcato: «Non è un potenziamento della capacità di risposta, ma una concentrazione di potere nelle mani del Presidente della Giunta, che potrà emanare ordinanze in deroga alle leggi statali senza aspettare l’autorizzazione del Consiglio dei Ministri e, inoltre, si apre alla creazione di sezioni contrattuali specifiche per il personale ligure all’interno del comparto Funzioni Locali con il rischio concreto di avere quattro Regioni con quattro percorsi diversi di trattamento economico, progressione di carriera, condizioni di lavoro, rischiando di innescare un’innaturale competizione tra enti». Rispetto al tema delle professioni la consigliera ritiene troppo vaga la definizione di “professioni di rilievo regionale” quelle sui cui la Regione eserciterà un potere decisionale.Relativamente alla previdenza complementare e integrativa, Candia ha sottolineato: «Per la prima volta si regionalizza una materia da sempre gestita dalla contrattazione nazionale, mentre la previdenza complementare è forte proprio perché è strettamente connessa alla contrattazione collettiva nazionale. Costruire fondi su base regionale – ha spiegato – produce una frammentazione delle platee degli aderenti, indebolisce il sistema con effetti negativi sia sulle prospettive previdenziali degli iscritti, sia sulla capacità dei fondi di operare in modo efficiente».
Giovanni Battista Pastorino (Andrea Orlando Presidente) ha detto: «Il provvedimento in oggetto rappresenta una vera e propria difficoltà per la nostra regione, e questo lo si comprende per lo stesso metodo usato affinché un numero limitato di regioni possa aderire alla cosìddetta “autonomia regionale differenziata”. È chiaro che si tratta di una questione politica. È evidente che non c’è un disegno organico da parte dell’attuale Governo rispetto alle autonomie regionali.Con questa intesa si frantuma l’unità amministrativa e politica di un Paese, non si fa l’autonomia differenziata. Non lo dico da un punto di vista politico, ma ancora prima da un punto di vista del diritto. Siamo passati da una discussione sulle macroregioni a una dimensione ancora più piccola.
L’Italia è un paese relativamente piccolo, circa 303mila km quadrati, con una tradizione regionale relativamente recente, venti regioni di cui cinque a statuto speciale, che godono di ampia autonomia, quindici a statuto ordinario e una istituzione dei consigli e dei governi regionali che supera di poco i cinquant’anni. Una storia recente ben diversa dalla situazione per esempio dei land tedeschi o di forme di autonomia accentuata presenti nella penisola iberica.
Se si fosse voluto affrontare in modo serio il rapporto tra poteri dello Stato, sarebbe stato necessario partire da questo, perché oggi appare anacronistico un sistema diviso a livelli diversi autonomia, alcuni con veri e propri parlamenti e altri con intese, come quella proposta, che senza particolare inventiva sono modelli uniformi per tutte le regioni. Il primo quesito che viene da porsi è quello del metodo, come di fa a costruire un modello in cui si parla di autonomia differenziata imponendo un modello standard, a fronte invece di profonde diversità economiche, sociali e demografiche che si possono evidenziare, per esempio, tra la Lombardia e la Liguria?».
(NdR: Com. St. Regione Liguria)
(Aggiornamento Leggi: Consiglio regionale: dibattito sulla proposta di autonomia differenziata in Liguria (2). Approvata a maggioranza)
