Saggio. 2000-2026: Come è cambiata la mappa politica e amministrativa di Savona negli ultimi 25 anni

Sull'evoluzione politica, sociale e istituzionale di Savona; dal 2000 al 2026 la città ha vissuto un predominio del centrosinistra e una progressiva perdita di funzioni istituzionali.

Savona piazza Sisto

Saggio | di Fabrizio Pinna. Questo breve saggio prova a ricostruire, come già il precedente sull’Albenga del medesimo venticinquennio, alcuni aspetti della trasformazione politica e istituzionale di una città ligure dal 2000 al 2026. Ma il caso di Savona è di natura diversa, e va affrontato con strumenti diversi. Savona è capoluogo di provincia, non comune medio della Riviera; è città di porto e di antica tradizione industriale, non città agricola e turistica; è stata, per oltre un secolo, una delle roccaforti più solide del socialismo riformista, del comunismo italiano e poi della sinistra repubblicana, fino al punto che ancora oggi conta nella sua storia post-bellica soltanto due sindaci di centrodestra. Le coordinate politiche di Savona, dunque, non si sovrappongono a quelle albenganesi: dove Albenga ha conosciuto, dal 2001 in poi, una sequenza di alternanze abbastanza rapide e di crisi di governabilità, Savona ha attraversato il venticinquennio con un’egemonia prolungata del centrosinistra, interrotta da una sola parentesi quinquennale (2016-2021) e ripresa nel 2021 con la vittoria di Marco Russo.

Ciò che rende il caso savonese politicamente interessante non è quindi la volatilità del consenso, ma il rapporto fra una continuità politica relativamente solida e una discontinuità strutturale altrettanto profonda. La città di oggi non è la città del 2000 non perché abbia cambiato bandiera, ma perché ha perso una parte sostanziale del proprio tessuto industriale, demografico, portuale, e perché si trova oggi inserita in un’architettura istituzionale che la spoglia progressivamente di funzioni storicamente sue. È questa dialettica fra continuità politica e mutamento strutturale che il saggio prova a leggere. I temi che attraversano la stagione — il progetto urbanistico del waterfront, la vicenda della centrale a carbone di Vado Ligure, il piano di riequilibrio finanziario del Comune, la candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2027 — non sono cronaca minuta ma snodi attraverso i quali la città ha rimesso in discussione, ogni volta, il proprio modello di sviluppo e la propria identità.

L’eredità del Novecento e la mappa del 2000

Per capire Savona del 2000 bisogna ricordare cos’era Savona del 1980. Una città di poco più di ottantamila abitanti, con un porto attivo nel ciclo dell’acciaio, una grande presenza industriale (Italsider a Vado, Italiana Coke, OMSAV, Funivie, Esso, una pluralità di piccole e medie imprese metalmeccaniche e chimiche), un tessuto sindacale e cooperativo fra i più forti della Liguria, una tradizione amministrativa rossa risalente al primo Novecento e consolidata dopo la Liberazione. Nel ventennio 1980-2000 questa città conosce una contrazione drammatica: l’Italsider riduce drasticamente le proprie produzioni e poi cessa l’attività siderurgica, gli stabilimenti minori chiudono o ridimensionano, la popolazione comincia un declino che non si è ancora arrestato (oggi è scesa intorno ai sessantamila abitanti). Quando, nel 1998, Carlo Ruggeri viene eletto sindaco, eredita una città che ha già perso la propria identità industriale di un tempo e che sta cercando, con difficoltà, di reinventarsi come città di servizi, di porto crocieristico, di residenza.

Ruggeri, riconfermato nel 2002 con una coalizione di centrosinistra costruita intorno ai DS, alla Margherita e a una rete di liste civiche, governerà fino al 2006. È in questi otto anni che vengono prese alcune scelte destinate a segnare il volto della città per i decenni successivi. La principale è il progetto di trasformazione della Darsena, affidato all’architetto catalano Ricardo Bofill in collaborazione con un gruppo di imprenditori privati (Orsero, Dellepiane, Campostano) e con l’Ente Porto allora presieduto da Rino Canavese. L’idea — riprendere il modello del waterfront barcellonese di Bofill e adattarlo a Savona, con la costruzione della Torre, del Crescent, del Palacrociere e di una serie di interventi connessi — è una scommessa simbolica oltre che urbanistica: trasformare l’identità della città, da industriale-portuale a mediterranea-residenziale, riannodando un rapporto fra il centro storico e il mare che le infrastrutture portuali avevano interrotto.

Sul piano istituzionale, la Savona del 2000 si muove dentro un quadro relativamente stabile. La legge 81 del 1993 ha introdotto l’elezione diretta del sindaco; le leggi Bassanini hanno decentrato funzioni dallo Stato; nel 2001 la riforma del Titolo V rafforza le competenze regionali. La Provincia di Savona è ancora un ente elettivo, con piene competenze su strade, scuole superiori, ambiente, formazione professionale; il Comune capoluogo intrattiene con la Provincia un rapporto di asse politico privilegiato, perché tradizionalmente il sindaco di Savona e il presidente della Provincia sono espressione delle stesse aree politiche e dialogano costantemente. La Regione, dal 2000 al 2005 guidata da Sandro Biasotti del centrodestra, costituisce invece per Savona un interlocutore di colore politico diverso da quello che governa la città — una situazione che si ripeterà più volte nel venticinquennio e che ha costretto i sindaci savonesi a costruire una doppia diplomazia istituzionale, dentro e fuori il proprio orientamento.

2006-2016: il decennio Berruti, la querelle del Crescent, la stagione lunga del centrosinistra

Nel 2006 Federico Berruti, trentanovenne, succede a Ruggeri come sindaco di centrosinistra. Sarà riconfermato nel 2011 e governerà la città per dieci anni consecutivi, fino al 2016. È, dei sindaci savonesi del venticinquennio, quello che lascia l’impronta amministrativa più duratura, perché eredita il progetto Bofill in fase realizzativa, ne porta a termine i pezzi principali (la Torre fra il 2004 e il 2007, il Palacrociere, il Crescent), avvia la revisione del PUC, gestisce il rapporto con un’opposizione che — sull’urbanistica — diventa fra le più aspre della politica savonese contemporanea.

La controversia sul Crescent è il filo rosso della stagione. L’edificio semicircolare costruito sul lungomare di ponente, residenziale e commerciale, viene presentato dai suoi promotori come il completamento simbolico del progetto Bofill e come il volano della rinascita economica della città; viene contestato da una pluralità di soggetti — Italia Nostra, Rifondazione Comunista, SEL, ambientalisti, comitati di quartiere, una parte del mondo cattolico legato a parrocchie del centro storico — come operazione di speculazione immobiliare in una città in calo demografico, che non ha bisogno di nuovi volumi residenziali ma di servizi e di lavoro. I ricorsi al TAR vengono respinti; il PUC viene approvato nel 2009 con riduzioni di volumi che, secondo gli stessi protagonisti dell’epoca, hanno tagliato del 75% le previsioni nella zona della Torre e del 50% in quella del Crescent. Nel secondo mandato Berruti la revisione del PUC viene di nuovo discussa, con la sinistra interna alla maggioranza (Rifondazione e SEL) che chiede ulteriori riduzioni e l’amministrazione che difende l’impianto esistente. È una battaglia che attraversa partiti e generazioni, e che dice molto del fatto che, a Savona, l’urbanistica è ancora un tema politico nel senso più pieno del termine: non amministrazione tecnica, ma scelta sul tipo di città che si vuole.

Negli stessi anni del secondo mandato Berruti, un altro grande dossier savonese trova il proprio momento di svolta: la centrale termoelettrica di Vado Ligure, gestita dalla società Tirreno Power, che dal 2003 aveva sostituito la vecchia centrale ENEL. Le emissioni dei gruppi a carbone, in funzione fino al 2014, sono al centro di una mobilitazione cittadina partita nel 2007 con la nascita anche dell’associazione Uniti per la Salute, alla quale si affianca dal 2010 una presa di posizione pubblica dell’allora presidente dell’Ordine dei Medici della provincia, Ugo Trucco. La Procura di Savona, guidata dal procuratore Francantonio Granero, apre un’inchiesta che porterà, l’11 marzo 2014, al sequestro dei due gruppi a carbone della centrale per disastro ambientale. Nel 2016 Tirreno Power, sotto la pressione dell’azionista francese Engie, decide di non rimettere mai più in servizio i gruppi sequestrati e di chiudere definitivamente la fase del carbone. Il processo penale andrà avanti per anni e si concluderà solo nell’ottobre 2023 con l’assoluzione di tutti i ventisei imputati, sentenza che susciterà reazioni opposte fra l’azienda e i comitati cittadini ma che non rimette in discussione, sul piano industriale, la chiusura ormai compiuta della centrale a carbone.

Il significato politico complessivo della vicenda Tirreno Power va oltre il caso giudiziario. Essa dimostra una capacità di mobilitazione cittadina ancora consistente nella Savona degli anni Dieci — capacità che si era già vista nella battaglia sul Crescent, e che si ripeterà negli anni successivi sulla difesa dell’ospedale San Paolo. La presenza, a Savona, di una rete associativa fitta (sindacati, comitati, parrocchie, gruppi ambientalisti, esperti tecnici disponibili a mettersi a disposizione del territorio) è un’eredità diretta del Novecento operaio e cattolico-sociale, e costituisce ancora oggi una delle specificità che distinguono la città da altri capoluoghi medi italiani.

2016-2021: l’eccezione Caprioglio e il piano di riequilibrio finanziario

Le elezioni del 5 giugno 2016 producono il risultato politicamente più sorprendente del venticinquennio savonese. Ilaria Caprioglio, avvocata varazzina, ex modella, di formazione cattolico-liberale, viene eletta sindaco al ballottaggio alla guida di una coalizione di centrodestra composta dalla Lega Nord (nove seggi), dalla lista “Vince Savona” (sette seggi: una federazione di Forza Italia, Fratelli d’Italia-AN e Nuovo Centrodestra) e dalla lista civica “Caprioglio Sindaco” (quattro seggi). È la prima donna sindaco di Savona e — dato storicamente eccezionale — soltanto il secondo sindaco di centrodestra dell’intera storia repubblicana della città. Il dato merita di essere sottolineato perché Albenga, nello stesso periodo, aveva già avuto due sindaci di centrodestra (Zunino nel 2001 e Guarnieri nel 2010): il ritardo di Savona nel dare spazio al centrodestra dice quanto la tradizione di sinistra abbia tenuto a lungo come asse identitario cittadino, e quanto la rottura del 2016 sia stata, in profondità, un segnale di trasformazione del corpo elettorale.

Le ragioni della vittoria di Caprioglio sono molteplici, e non si esauriscono nel contesto nazionale (il 2016 è anche l’anno del referendum costituzionale di dicembre che porterà alla caduta del governo Renzi, ma in quel momento il PD è ancora forza largamente maggioritaria a livello locale). Pesano fattori più specifici: l’usura di un centrosinistra al governo della città da diciotto anni consecutivi (Ruggeri più Berruti), la fatica del PD nel costruire una candidatura di sintesi dopo Berruti, una percezione diffusa — confermata dai mesi successivi — di problemi di bilancio del Comune non resi pubblici durante la campagna. La candidatura di Caprioglio si presenta come civica, fortemente personalizzata, lontana dagli stereotipi della destra identitaria; lo stile della sua amministrazione confermerà questa caratterizzazione.

Il primo grande atto della giunta Caprioglio, infatti, è di natura strettamente finanziaria. Il 2 agosto 2016 la giunta annuncia il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, il cosiddetto “predissesto”, introdotto dal decreto-legge 174 del 2012 come alternativa al dissesto vero e proprio. Il disequilibrio di bilancio dichiarato è di circa 4,7 milioni di euro; le cause indicate dall’assessore al Bilancio Silvano Montaldo sono l’esposizione su contratti derivati in essere e una gestione dei residui attivi giudicata troppo ottimistica dall’amministrazione precedente, oltre alle osservazioni della Corte dei Conti. Il piano di rientro è progettato su dieci anni e impone tagli a tutte le voci di spesa non essenziali. La scelta — coraggiosa sul piano amministrativo, politicamente esposta perché obbliga a ammettere subito una situazione critica ereditata — verrà giudicata in retrospettiva come l’asse portante dei cinque anni di governo Caprioglio.

Lo stile della giunta è caratterizzato da un approccio amministrativo-tecnico più che identitario. Caprioglio conferma in segreteria generale Lucia Bacciu, già nominata nel secondo mandato Berruti e considerata da parte del centrodestra interno “troppo di sinistra”: la scelta è motivata con la competenza e la professionalità della dirigente, e dice molto della cultura di governo della sindaca. Sul versante delle politiche pubbliche, l’amministrazione si concentra su sicurezza urbana, decoro, manutenzione ordinaria, evitando le rotture identitarie tipiche di altre amministrazioni leghiste della stessa stagione (per esempio quella di Rosy Guarnieri ad Albenga, conclusasi nel 2013 con lo scioglimento del consiglio). La pandemia di Covid-19 nei mesi 2020-2021 stringe ulteriormente i margini di manovra, costringendo a una gestione emergenziale. Nel 2021 Caprioglio decide di non ricandidarsi per un secondo mandato — scelta che lascia il centrodestra senza una figura di riferimento e che peserà nelle elezioni successive.

2021-2026: il ritorno del centrosinistra con Marco Russo

Il 3 e 4 ottobre 2021 Savona torna alle urne. Si presentano cinque candidati, ma la sfida vera è fra due nomi: Marco Russo, avvocato savonese, figlio dell’ex senatore e vicesindaco Giovanni Russo, già presidente provinciale delle ACLI dal 1996 al 2004 e capogruppo in Provincia dal 2009 al 2014; e Angelo Schirru, candidato del centrodestra. Russo si presenta con il “Patto per Savona”, un progetto civico-politico costruito a partire da fine 2020 e che ha già al proprio interno la coalizione che lo sosterrà: Partito Democratico (sotto la denominazione “Articolo Uno-Partito Democratico”), Sinistra Italiana, Azione, Italia Viva, +Europa e una rete di liste civiche (“Sinistra per Savona”, “Riformiamo Savona”). Russo ottiene il 47,79% al primo turno e viene eletto al ballottaggio del 18 ottobre con il 62,2% dei voti.

La coalizione di Russo è particolarmente interessante perché anticipa, su scala locale, un assetto che a livello nazionale apparirà solo più tardi. Nell’autunno 2021 il governo nazionale è quello Draghi, sostenuto da quasi tutti i partiti tranne FdI; il PD di Letta non ha ancora aperto la stagione del “campo largo” con il M5S; Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi sono soggetti politicamente collocati in un’area di centro distinta dal PD; il M5S non è coinvolto nell’alleanza savonese. Russo costruisce un’alleanza che tiene insieme riformisti, progressisti, sinistra moderata e centristi, sotto la propria leadership personale di formazione cattolico-sociale (ACLI, volontariato, avvocatura). È un modello che ricorda quello dell’Unione di Prodi del 2006 ma costruito su basi pragmatiche, e che ha funzionato perché ha intercettato, oltre allo zoccolo storico del centrosinistra savonese, anche una parte di elettorato moderato che nel 2016 si era spostato su Caprioglio.

L’atto simbolico più rilevante della prima fase del mandato Russo è la chiusura anticipata del piano di riequilibrio finanziario, annunciata nel settembre 2022 con quattro anni di anticipo rispetto alla scadenza prevista. La notizia è gestita in modo bipartisan: Russo ringrazia esplicitamente l’amministrazione precedente per il lavoro svolto; Caprioglio commenta come “un’ottima notizia” e ricorda i sacrifici della propria stagione. È un passaggio che, a Savona, vale più di tanti comunicati politici: dice che le due ultime amministrazioni, di colori opposti, hanno saputo costruire una continuità amministrativa sulla questione più delicata della finanza locale. Ed è anche un segnale del modo in cui Russo intende governare: dialogante, attento alle istituzioni, capace di rivendicare la propria collocazione politica senza per questo trasformare ogni dossier in battaglia identitaria.

Negli anni successivi, l’amministrazione Russo si confronta con un’agenda densa: il completamento del Crescent 2 — ultimo tassello del progetto Bofill, realizzato dall’imprenditore Paolo Campostano — la sentenza assolutoria del processo Tirreno Power dell’ottobre 2023, la corsa di Savona alla candidatura come Capitale Italiana della Cultura 2027 con il dossier “Nuove rotte per la cultura”, che porterà la città fra le dieci finaliste ma non al titolo (assegnato a Pordenone nel marzo 2025), il rapporto con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale (che dal 2016 ha unificato la governance dei porti di Genova, Savona e Vado), la riorganizzazione del sistema sanitario con il presidio del San Paolo, la trasformazione del porto commerciale con la piattaforma container Maersk a Vado Gateway. Sono temi che, ciascuno a modo suo, ridefiniscono il rapporto fra il Comune di Savona e i livelli istituzionali superiori. La Regione, dal 2024 guidata da Marco Bucci del centrodestra dopo le dimissioni di Giovanni Toti, è interlocutore politico di segno opposto: alle europee del 9 giugno 2024 a Savona città il Partito Democratico era stato primo partito con il 30,79% contro il 22,23% di Fratelli d’Italia, mentre alle regionali dell’ottobre 2024 il dato regionale ha premiato il centrodestra. La capacità di Russo di costruire interlocuzioni con Bucci su dossier specifici — porto, sanità, infrastrutture — senza per questo confondere i ruoli politici, è una delle competenze amministrative che caratterizzano la sua sindacatura.

Il capoluogo dimagrito: la Provincia, il porto, la sanità

Una dimensione che il caso savonese rende particolarmente visibile, e che nel saggio precedente su Albenga era stata appena sfiorata, è la perdita di sovranità del capoluogo. Negli ultimi venticinque anni Savona ha visto progressivamente erodersi le competenze dirette di una serie di enti che, storicamente, costituivano il proprio sistema di potere locale. Tre passaggi vanno richiamati.

Il primo è la riforma delle Province introdotta dalla legge Delrio del 7 aprile 2014. La Provincia di Savona, di cui Savona è naturalmente capoluogo, cessa di essere ente con organi eletti direttamente dai cittadini e diventa ente di secondo grado, governato da un consiglio di sindaci e consiglieri comunali del territorio. Le competenze vengono ridotte alle funzioni di area vasta (strade, scuole superiori, ambiente, ATO idrico e rifiuti), le risorse drasticamente tagliate, gli organi semplificati. Per il sindaco di Savona, storicamente in dialogo privilegiato con il presidente provinciale, questo passaggio comporta una perdita di centralità: la Provincia è oggi guidata da Pierangelo Olivieri (FI), avvocato, sindaco di Calizzano, presidente provinciale dal 2018 (rieletto nel 2023 e poi confermato a capo del Consiglio delle Autonomie Locali della Liguria nel 2025), espressione di un piccolo Comune dell’entroterra savonese. La sua riconferma nel gennaio 2023 con il 67% dei voti, sostenuta dall’allora maggioranza regionale Toti più dal Partito Democratico contro la candidatura della Lega-FdI di Giancarlo Canepa (sindaco di Borghetto Santo Spirito), è uno degli episodi politicamente più rivelatori del periodo: dice che, dentro la Provincia depotenziata, le geometrie politiche sono molto più fluide rispetto al gioco dei colori nazionali, e che la rappresentanza dei piccoli comuni dell’entroterra ha trovato in Olivieri una figura capace di tenere insieme aree politicamente diverse.

Il secondo passaggio è la riorganizzazione della governance portuale. Storicamente, Savona aveva un proprio Ente Porto, fortemente intrecciato con la politica cittadina, e i presidenti del Porto (come Rino Canavese ai tempi di Ruggeri) erano figure di primo piano della scena pubblica savonese. Con il decreto legislativo 169 del 2016, di riforma delle autorità portuali, il porto di Savona-Vado è confluito nell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che comprende anche Genova: una governance unificata che ha senso dal punto di vista logistico (i porti operano in concorrenza-cooperazione su scala mediterranea) ma che riduce la specificità decisionale di Savona, inserendola in un perimetro più ampio e dipendente da Genova. Il completamento della piattaforma Maersk a Vado Gateway, l’evoluzione del traffico crocieristico, le scelte sulle aree industriali post-Tirreno Power sono oggi decisioni che si prendono in una sede in cui Savona è un attore fra altri, non più il padrone di casa.

Il terzo passaggio è la sanità. Il presidio ospedaliero San Paolo, cuore del sistema sanitario savonese, è gestito dall’ASL 2 Savonese, ente regionale; le scelte strategiche sulla rete ospedaliera (potenziamenti, ridimensionamenti, riorganizzazioni dei reparti, integrazioni con il San Giuseppe di Cairo Montenotte) si prendono a livello regionale, con il Comune nel ruolo di interlocutore politico ma senza poteri decisionali diretti. Negli ultimi anni, sotto la giunta regionale Bucci, la riorganizzazione della rete ligure ha riacceso a Savona mobilitazioni cittadine e prese di posizione di forze politiche, sindacati, associazioni professionali. È una dinamica che attraversa tutto il Ponente ligure, ma a Savona ha un peso particolare perché il San Paolo per molti aspetti è anche il presidio di riferimento per Albenga, Loano, Pietra Ligure e l’intero comprensorio.

Il risultato complessivo di questi tre passaggi è che il Comune capoluogo, nel 2026, ha meno poteri diretti su materie strategiche di quanti ne avesse nel 2000. È un dimagrimento istituzionale che non riguarda solo Savona — è la cifra dell’evoluzione amministrativa italiana negli ultimi due decenni — ma che a Savona si fa sentire in modo particolare, perché incide su una città che storicamente fondava il proprio peso politico proprio sulla densità delle proprie funzioni di capoluogo. Il sindaco di Savona del 2026 è, paradossalmente, una figura politica meno “potente” del sindaco di Savona del 2000, pur essendo stato eletto direttamente dai cittadini con un consenso più ampio.

Partiti, società civile, terze forze

Sul piano politico-partitico, il quadro savonese del venticinquennio merita una lettura specifica. Il calo della militanza di partito è un fenomeno generale e investe Savona come tutto il resto del Paese; tuttavia, qui ha alcune caratteristiche particolari. La prima è la persistenza, fino a tempi recenti, di una rete associativa fitta e politicizzata: sezioni del PD ancora attive in diversi quartieri, ACLI radicate (lo stesso percorso di Russo lo testimonia), CGIL e CISL con una presenza pubblica significativa, comitati cittadini permanenti su singoli temi (urbanistica, ambiente, sanità). Savona, in questo senso, ha mantenuto più a lungo di altre città medie liguri una dimensione di società civile politicizzata, capace di esprimere posizioni autonome rispetto ai partiti e di influenzare l’agenda amministrativa.

La seconda caratteristica è la difficoltà del centrodestra a costruire una propria classe dirigente stabile. La parentesi Caprioglio è stata, appunto, una parentesi: la sindaca non si è ricandidata nel 2021, e la coalizione che l’aveva sostenuta non ha saputo costruire una continuità di leadership, presentandosi al voto con un candidato come Schirru che non aveva la stessa visibilità personale. Negli anni successivi, il centrodestra savonese resta diviso fra Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, senza una figura aggregante riconosciuta. È una fragilità strutturale che spiega in parte perché Russo abbia potuto vincere con il 62% al ballottaggio del 2021, e perché la sua amministrazione abbia goduto di una relativa tranquillità interna ed esterna nei primi anni di mandato.

La terza caratteristica riguarda le terze forze, e qui il discorso converge in parte con quanto già osservato per Albenga, pur con accenti diversi. Il Movimento 5 Stelle ha avuto a Savona una presenza costante ma mai dirompente: nelle politiche del 2018 ha raccolto consensi significativi, nelle europee del 2024 si è fermato in città al 10,99%, alle regionali dello stesso anno ha sostenuto il candidato del centrosinistra Andrea Orlando rinunciando a una linea autonoma. La sinistra alternativa al PD — Rifondazione Comunista, SEL e poi Sinistra Italiana, Verdi e Alleanza Verdi-Sinistra — è stata protagonista di battaglie pubbliche fortissime (Crescent, Tirreno Power, sanità) ma sul piano elettorale comunale è confluita nella coalizione di Russo, dove Sinistra Italiana è componente esplicita. A differenza di Albenga, dove la sinistra alternativa è in pratica scomparsa dal consiglio comunale, a Savona conserva una presenza dentro la maggioranza; ma il prezzo è quello di una minore visibilità identitaria, di un assorbimento dentro le logiche di coalizione. È una dinamica che, in entrambe le città, restituisce un quadro di sostanziale bipolarismo con marginalità delle terze forze, ma che a Savona presenta tratti meno radicali.

Conclusioni: il capoluogo come osservatorio

Se Albenga, come si suggeriva nel precedente saggio, è osservatorio di un’Italia delle città medie che ha imparato a governarsi senza i partiti del Novecento ma non ha ancora trovato forme stabili di partecipazione, Savona è osservatorio di un fenomeno parallelo ma distinto: il dimagrimento istituzionale dei capoluoghi di provincia. Negli ultimi venticinque anni Savona ha perso, una dopo l’altra, parti significative della propria sovranità decisionale — la Provincia elettiva, l’autonomia portuale, la gestione diretta della sanità — senza che questa erosione fosse compensata da un rafforzamento della rappresentanza politica diretta. Il sindaco del 2026, eletto direttamente con maggioranze ampie, governa una città che decide oggi meno cose di quante ne decidesse il sindaco del 2000, eletto in una stagione di transizione del sistema dei partiti.

Questa erosione si è accompagnata, sul piano sociale, a un declino demografico continuo (da oltre ottantamila a sessantamila abitanti nell’arco di quarant’anni) e a una progressiva ridefinizione del tessuto economico: meno industria, meno porto commerciale tradizionale, più terziario, più turismo crocieristico, più residenza. Le grandi scelte urbanistiche del periodo — il progetto Bofill come asse simbolico — hanno provato a costruire un’identità nuova per la città, e hanno suscitato controversie che ancora oggi non si sono spente. Le grandi crisi industriali e ambientali — Tirreno Power come caso emblematico, ma si può pensare anche al caso più recente del rigassificatore — hanno mostrato che la città conserva una capacità di mobilitazione collettiva che molte realtà medie italiane hanno perso, e che resta una delle sue caratteristiche specifiche.

Sul piano strettamente politico, il venticinquennio si chiude con un quadro di sostanziale continuità del centrosinistra al governo della città, interrotto soltanto dalla parentesi Caprioglio del 2016-2021. È una continuità che va letta con cautela: i partiti che la esprimono nel 2026 sono profondamente diversi da quelli del 2000, le coalizioni sono diventate sempre più larghe e civiche, il rapporto fra leadership personale e identità di partito si è capovolto, l’astensionismo strutturale è cresciuto come ovunque. Ma resta vero che, dietro la trasformazione delle sigle e dei linguaggi, Savona ha mantenuto una capacità di esprimere maggioranze relativamente stabili attorno a figure di sintesi (Ruggeri, Berruti, Russo) che combinano formazione cattolico-sociale o riformista, profilo professionale, radicamento associativo. È un modello che non ha equivalenti perfetti ad Albenga, per esempio, dove la volatilità è stata molto maggiore, e che racconta una specificità savonese degna di essere riconosciuta.

Il futuro della città si gioca, oggi, su processi di lungo periodo. Il dossier “Nuove rotte per la cultura”, presentato per la candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2027 — titolo poi andato a Pordenone nella proclamazione del ministro Alessandro Giuli del 12 marzo 2025 — resta comunque una delle bussole che il Comune di Savona ha scelto di darsi per orientare la propria progettualità culturale ed economica nei prossimi anni: la candidatura, pur non vincente, ha costretto città, istituzioni e operatori a immaginarsi in modo unitario, e quel lavoro non è andato perduto. Si richiamano così alcuni aspetti rilevanti rimasti qui sullo sfondo, come il rapporto tra la città, il suo Campus Universitario, gli spazi e le istituzioni culturali di lunga tradizione, così come i mutamenti del tessuto commerciale cittadino o gli assetti viari. Vanno poi richiamati la riconversione dei siti ex-industriali di Vado e dell’area portuale; il rapporto con la Regione Bucci e con un governo nazionale di centrodestra; la capacità di mantenere una base demografica ed economica sufficiente a giustificare il ruolo di capoluogo. Sono sfide, queste ed altre, che vanno oltre il colore politico del sindaco pro tempore, e che chiameranno in causa, ancora una volta, quella combinazione di società civile organizzata, mediazione politica e capacità amministrativa che è stata, nel Novecento, il marchio distintivo di Savona, e che resta — pur trasformata — il suo principale capitale politico residuo.

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