Saggio | di Fabrizio Pinna. Venticinque anni sono un’unità di tempo singolare per la storia politica italiana. Sono abbastanza pochi perché molti dei protagonisti delle stagioni iniziali siano ancora oggi sulla scena, in posizioni mutate; e abbastanza numerosi perché in mezzo si siano consumate trasformazioni profonde, tanto del sistema dei partiti quanto del telaio istituzionale dello Stato. Ad Albenga, città di poco più di ventiquattromila abitanti, capitale storica della Riviera ligure di Ponente, l’effetto combinato di queste due trasformazioni ha prodotto una mappa politica e amministrativa che, nel 2026, è qualcosa di diverso da quella del 2000 non solo nei nomi e nelle bandiere, ma nelle stesse coordinate del gioco.
Questo breve saggio prova a ricostruire alcuni aspetti rilevanti di quel cambiamento intrecciando, com’è giusto, due piani che spesso vengono separati: la dimensione politica (chi governa, con quali coalizioni, su quali consensi) e la dimensione istituzionale (con quali poteri, dentro quale architettura di enti, con quali risorse). Solo tenendo insieme i due piani si capisce perché alcune scelte ricorrenti del Comune di Albenga abbiano avuto, in tempi diversi, esiti molto differenti, e perché il peso politico della città nello scacchiere savonese e ligure sia oscillato in modi che le sole percentuali elettorali non spiegano.
Sommario
Il punto di partenza: la mappa del 2000
Nel 2000 il Comune di Albenga è ancora retto dal sindaco Angelo Viveri, in carica dal 1993 con il PDS e riconfermato nel 1997 con una lista civica. È il punto terminale di una stagione lunga, iniziata negli anni Settanta, che ha fatto della famiglia Viveri il riferimento dominante della politica locale e che resta legata, nell’immaginario collettivo, al soprannome di “Re rosso”. Quella stagione si chiude in modo brusco il 31 gennaio 2001, quando il mandato cessa per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri. È, in piccolo, il segnale di un ciclo politico che si è esaurito anche a livello regionale e nazionale.
Sul piano istituzionale, il quadro è quello uscito dalle riforme degli anni Novanta. La legge 81 del 1993 ha introdotto l’elezione diretta del sindaco; la legge 142 del 1990 ha disciplinato l’autonomia degli enti locali; le leggi Bassanini del 1997 hanno avviato il decentramento amministrativo, trasferendo dallo Stato ai Comuni e alle Regioni una mole significativa di funzioni. Nel 2001 la riforma del Titolo V della Costituzione (legge costituzionale 3/2001) consacra questo movimento, attribuendo alle Regioni una potestà legislativa concorrente in molte materie e introducendo nella Carta il principio di sussidiarietà. Il Comune, in questo schema, dovrebbe essere il livello di governo più vicino al cittadino. La Provincia è ancora un ente con propri organi eletti direttamente, dotata di competenze rilevanti su strade, scuole superiori, ambiente, formazione professionale. La Regione è guidata da Sandro Biasotti del centrodestra, espressione di una stagione politica relativamente nuova per la Liguria.
Albenga, in questo schema, è uno dei comuni medi più importanti della provincia di Savona: non capoluogo, ma centro nevralgico del Ponente per popolazione, agricoltura, commercio, turismo, sanità, istruzione superiore. Ha un proprio ospedale, un proprio Tribunale (la cui chiusura sarà tra le ferite della stagione successiva), una rete di servizi che fa di essa il polo di riferimento per un comprensorio di oltre cinquanta comuni della piana e dell’entroterra. Il peso politico della città, però, è ancora soprattutto interno: nel 2000 nessun albenganese occupa cariche di primo piano in Provincia, in Regione o in Parlamento.
2001-2014: alternanze rapide e prima fragilità del sistema
Le elezioni del 13 maggio 2001 segnano la prima vittoria del centrodestra dell’era maggioritaria: Mauro Zunino è eletto sindaco con la lista di Forza Italia, in coincidenza con la vittoria nazionale di Berlusconi e con la vittoria regionale di Biasotti del 2000. È un risultato significativo non solo per il colore politico, ma perché certifica la fine della saldatura quasi monopolistica fra il “sistema Viveri” e l’amministrazione comunale. La stagione di Zunino, però, dura meno della legislatura: nel 2005, dopo che parte della stessa maggioranza ha sfiduciato il sindaco e dopo l’arrivo del commissario prefettizio Narcisa Livia Brassesco, si torna alle urne con un anno di anticipo. È la prima crisi di governabilità del nuovo sistema albenganese, e non sarà l’ultima.
Le elezioni del 3 e 4 aprile 2005 vedono il ritorno del centrosinistra unito, con Antonello Tabbò sindaco e una coalizione che riproduce in scala locale l’architettura dell’Unione di Prodi: “Uniti nell’Ulivo” (DS, Margherita, SDI, IdV, UDEUR), una lista di centro indipendenti (“Albenga c’è”), e una lista della sinistra radicale (Rifondazione, PdCI, Verdi). È la struttura tipica delle coalizioni 2004-2008, fragile per natura ma capace di vincere se la destra è divisa o se l’amministrazione precedente ha logorato la propria base. Tabbò governa fino al 2010 attraversando passaggi importanti: la nascita del Partito Democratico nel 2007 (con la fusione DS-Margherita), la crisi finanziaria internazionale del 2008, l’ingresso nell’agenda locale di temi nuovi come l’immigrazione di lavoro nella piana agricola e la sicurezza urbana del centro storico.
Le elezioni del 28 e 29 marzo 2010 producono il risultato che, nella memoria politica recente, marca più nettamente questo periodo: Rosalia Guarnieri, detta Rosy, viene eletta sindaco con il centrodestra a guida Lega Nord. È la prima donna sindaco della storia della città e il primo sindaco leghista in assoluto, in una piazza che il Carroccio non aveva mai conquistato. La vittoria si inserisce nel momento di massima espansione della Lega di Bossi e di Maroni anche al di fuori del Nord industriale, e va letta in continuità con i risultati che il partito sta ottenendo nelle stesse settimane in altre città medie della Riviera. Lo stesso Bossi viene ad Albenga in campagna elettorale, accompagnato da Luca Zaia e Rosi Mauro, e poi, a congratularsi con la neoeletta sindaca, nell’agosto successivo. La giunta Guarnieri si caratterizza per uno stile politico identitario, con una particolare insistenza sui temi della sicurezza urbana e dell’immigrazione, ma cade prematuramente: l’11 novembre 2013 undici consiglieri su venti si dimettono, fra cui tre della stessa maggioranza. Con DPR del 15 gennaio 2014 il consiglio comunale viene sciolto e Albenga è retta dal viceprefetto Giuseppe Montella fino al voto del maggio successivo.
In poco più di un decennio, dunque, il Comune ha visto due crisi di governabilità (2004-2005 e 2013-2014) entrambe risolte con commissariamento prefettizio, e tre alternanze nette di colore politico. È un dato istituzionalmente significativo: l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco doveva produrre stabilità, e in molti comuni italiani lo ha fatto; ad Albenga, almeno in questa fase, la stabilità non si è radicata, e l’amministrazione locale ha funzionato a singhiozzo.
2014: la legge Delrio e la trasformazione silenziosa
Mentre Albenga è commissariata, in Parlamento si compie una riforma destinata a incidere profondamente sulla mappa amministrativa nella quale la città è inserita. La legge 7 aprile 2014 numero 56, nota come legge Delrio, ridisegna il sistema delle autonomie locali: istituisce le città metropolitane, trasforma le province in enti di secondo livello (con presidente e consiglio non più eletti dai cittadini ma da sindaci e consiglieri comunali del territorio), incentiva fusioni e unioni di comuni. La Provincia di Savona, da quel momento, smette di essere un ente di rappresentanza politica diretta e diventa una struttura tecnica governata da un’assemblea di amministratori comunali. La giunta provinciale viene abolita; i compensi dei consiglieri sono soppressi; l’indennità del presidente è ripristinata solo nel 2019.
Per Albenga questo passaggio ha conseguenze sottili ma rilevanti. Da un lato, la Provincia, già indebolita da anni di tagli, perde ulteriore rilevanza politica: il sindaco di Albenga e i consiglieri comunali albenganesi diventano elettori e potenzialmente eletti del consiglio provinciale, ma in un quadro che riduce la Provincia a funzioni di area vasta (strade, scuole superiori, ambiente) sempre più gestite con il fiato corto delle risorse. Dall’altro, viene meno un canale storico di rappresentanza politica del Ponente savonese: per decenni la Provincia era stata il luogo dove le istanze di Albenga, Loano, Alassio, Pietra, Finale Ligure trovavano un’arena di mediazione con quelle del capoluogo e della Val Bormida. Quel canale, nelle nuove forme, esiste ancora ma è più debole, dipendendo dalla disponibilità dei sindaci a investire tempo politico in un ente non remunerato e di limitata visibilità mediatica.
In questa nuova architettura, la figura politica savonese di maggior peso istituzionale è proprio un ponentino di nascita albenganese: Angelo Vaccarezza, classe 1965, sindaco di Loano dal 2001 al 2011 e presidente della Provincia di Savona dal 2009 al 2014. Vaccarezza accompagna il passaggio dal vecchio al nuovo regime provinciale, è vicepresidente vicario dell’Unione delle Province Italiane fra il 2012 e il 2014, e dopo aver lavorato a Bruxelles entra in Consiglio regionale con Toti nel 2015, dove resterà ininterrottamente fino ad oggi (è stato rieletto per la terza volta nel 2024). Negli stessi anni, l’altro politico ingauno di rilievo nazionale è Franco Vazio, deputato del PD eletto alla Camera nel 2013 e poi rieletto, che porta in Parlamento la voce del Ponente savonese di centrosinistra. Si tratta di due polarità che descrivono bene la geometria del decennio: a livello locale Albenga oscilla tra centrodestra e centrosinistra, ma a livello sovralocale tende a essere rappresentata, in modo durevole, da figure di entrambi gli schieramenti che hanno saputo radicarsi nelle istituzioni regionali e nazionali.
2014-2026: la lunga stagione del centrosinistra civico
Le elezioni del 25 maggio 2014 chiudono la parentesi del commissariamento e aprono una fase che, vista oggi, appare come la più stabile dei venticinque anni considerati. Giorgio Cangiano, candidato del Partito Democratico, vince sostenuto dal partito e da tre liste civiche (“Per Albenga”, “Talea d’Albenga”, “Voce alla Gente Più”). La struttura della coalizione è già quella che diventerà tipica: il PD non si presenta più da solo, ma si circonda di liste civiche che ampliano il perimetro e dimezzano il peso simbolico della sigla nazionale. Cangiano governa cinque anni, lasciando il posto nel 2019 a Riccardo Tomatis, eletto al ballottaggio con una coalizione (“Progetto Comune”, “Insieme per il Futuro”, “Con Albenga”) in cui il PD non figura nemmeno nel nome delle liste.
Il 2024 è in questo senso un anno chiave. Tomatis viene riconfermato al primo turno l’8 e 9 giugno con la coalizione “Insieme per il Futuro”, “Civica 24”, “Lista Civica Progetto Comune”. La logica è perfezionata: il sindaco è espresso dall’area del centrosinistra, ma il messaggio elettorale è essenzialmente civico, ancorato alle opere realizzate, alla continuità amministrativa, al radicamento personale. Sul versante del centrodestra, alle stesse elezioni, accade qualcosa di significativo: la Lega, che nel 2010 aveva conquistato il Comune, raccoglie meno del 6% e resta fuori dal consiglio comunale per la prima volta in oltre vent’anni. Forza Italia e Fratelli d’Italia si presentano in liste autonome a sostegno del candidato sindaco Nicola Podio, segnando la fine dell’unitarietà delle sigle del centrodestra cittadino. È, in piccolo, lo specchio della ricomposizione che è in corso a livello nazionale dopo le politiche del 2022, con Fratelli d’Italia diventato primo partito e la Lega in netto ridimensionamento.
La stabilità del modello civico tomatiano, però, va letta in controluce con i risultati delle elezioni di livello superiore. Alle regionali del 27 ottobre 2024, ad Albenga il candidato del centrodestra Marco Bucci ottiene il 52,21% delle preferenze, contro un’affluenza del 46,49%. Forza Italia raggiunge il 15,88% e Fratelli d’Italia il 12,62%. Il dato dice una cosa precisa: l’elettorato albenganese, alle amministrative, premia la coalizione civica di Tomatis; alle regionali e alle politiche, dove il voto è polarizzato sull’identità nazionale dei partiti, sceglie il centrodestra. È una divaricazione strutturale e non episodica, comune a molte città medie italiane, che sfida le categorie tradizionali di lettura del voto. Nelle medesime elezioni, peraltro, l’ex sindaco Cangiano è il candidato consigliere regionale più votato in città con 2.106 preferenze, schierato però nel centrosinistra: il personalismo locale attraversa entrambi gli schieramenti.
Le occasioni mancate: il M5S e l’erosione della sinistra alternativa
La ricostruzione fin qui condotta ha seguito i due binari principali del bipolarismo locale, il centrodestra e il centrosinistra, e le loro alternanze. Una mappa politica seria, però, deve registrare anche ciò che dalla mappa è progressivamente uscito. Negli ultimi venticinque anni due aree politiche, in tempi diversi, hanno tentato di rompere il bipolarismo proponendosi come terza forza alternativa: il Movimento 5 Stelle, nato a livello nazionale nel 2009, e la galassia della sinistra alternativa al PD, ossia Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, i Verdi, e poi nel tempo Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Italiana, Alleanza Verdi-Sinistra. Ad Albenga entrambe queste aree hanno avuto un percorso che si può descrivere senza forzature come parabolico: un’ascesa, un picco di visibilità, un declino, e infine, in tempi recenti, una sostanziale invisibilità nel quadro istituzionale comunale.
Il caso del M5S è il più studiato perché segue tempi e modi del fenomeno nazionale. Nato come movimento di protesta contro “la casta” e portatore di una proposta di democrazia diretta veicolata dalla rete, il Movimento 5 Stelle conosce ad Albenga una prima presenza alle comunali del 2014. In quella tornata, il candidato pentastellato (Ivano Corallo) si presenta in una piazza politicamente disorientata dopo il commissariamento del 2013-2014, con un’amministrazione leghista appena caduta e una campagna elettorale segnata dall’ipotesi che il M5S potesse essere protagonista di un ballottaggio. L’ipotesi non si concretizza: vince al primo turno Cangiano, ma il Movimento entra in consiglio comunale come opposizione, in linea con quanto stava avvenendo in molte città italiane di analoghe dimensioni dopo l’exploit politico del 2013.
Il quinquennio successivo è quello in cui il M5S, su scala nazionale, raggiunge il vertice della propria parabola: vince le elezioni politiche del 2018 con il 32% dei voti e governa il paese prima con la Lega (Conte I) e poi con il PD (Conte II). Ad Albenga, però, questa fase nazionale non si traduce in un consolidamento locale. Alle comunali del 26 maggio 2019 il candidato sindaco pentastellato Fausto Icardo raccoglie un magro 5,98%, finendo nettamente staccato dai due candidati principali (Tomatis al ballottaggio, Calleri del centrodestra) e perfino superato dal candidato civico Diego Distilo. Il Movimento entra a fatica in consiglio come piccolo gruppo di opposizione, in una posizione di marginalità che sarebbe stata impensabile pochi mesi prima. La distanza fra il dato nazionale e il dato locale è già evidente: ciò che funzionava nelle elezioni politiche, dove il M5S poteva raccogliere voti di protesta nei piccoli comuni del Mezzogiorno e nelle grandi città del Nord, non si traduceva in radicamento amministrativo nei comuni medi della Riviera, dove il voto si organizza intorno a reti personali, professionali e familiari che il Movimento, per propria origine antipartitica e antinotabilare, non sapeva costruire.
La conferma più netta arriva nel 2024. Alle comunali dell’8 e 9 giugno il M5S non si presenta nemmeno come lista autonoma con un proprio candidato sindaco: scompare dalla competizione per il governo della città. Alle europee dello stesso giorno, in città, ottiene il 7,91%, in calo rispetto agli anni di Conte premier; alle regionali del 27 ottobre 2024 sostiene il candidato del centrosinistra Andrea Orlando, perdendo qualsiasi visibilità autonoma a livello locale. Nel giro di dieci anni, dunque, il Movimento è passato dall’aspirare al ballottaggio a non avere una propria candidatura comunale: una traiettoria che parla di un’ipotesi di terza forza che, ad Albenga, non si è mai veramente radicata, e che oggi sembra essersi conclusa. Le ragioni sono diverse, e in parte coincidono con quelle nazionali: trasformazione del Movimento da forza antisistema a partito di governo (con conseguente perdita di identità protestataria), mancanza di una classe dirigente locale formata, difficoltà a misurarsi con i temi amministrativi concreti che ad Albenga decidono il voto (urbanistica, agricoltura, sanità, sicurezza), incapacità di costruire alleanze stabili con le altre forze del centrosinistra senza esserne assorbiti.
Ancora più drastico è il bilancio della galassia della sinistra alternativa al PD. Nel 2005, alle elezioni che portano Tabbò in Comune, esiste ancora ad Albenga una lista autonoma chiamata “Solidarietà e Partecipazione”, che raggruppa Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e il Ponente Social Forum, contribuisce alla vittoria della coalizione di centrosinistra ed entra in maggioranza. È l’ultimo momento in cui la sinistra alternativa ha, ad Albenga, una propria fisionomia organizzata, riconoscibile, capace di pesare sulle scelte amministrative e di avere consiglieri propri in aula. Già il quinquennio Tabbò mostra le difficoltà di tenuta: nel 2008, sul piano nazionale, La Sinistra Arcobaleno non supera lo sbarramento alle politiche; Rifondazione, scossa dal trauma del governo Prodi II, conosce una serie di scissioni e di ridefinizioni identitarie che indeboliscono anche il radicamento territoriale. Ad Albenga, per gli anni successivi, la sinistra alternativa non si presenta più come tale alle comunali: i suoi militanti residui o si ritirano dalla politica attiva, o confluiscono in liste civiche di area centrosinistra, o votano PD per non disperdere il voto contro il centrodestra.
Le elezioni del 2014 e del 2019 confermano questa tendenza. Le coalizioni a sostegno di Cangiano prima, di Tomatis poi, sono composte dal PD e da liste civiche genericamente progressiste, ma non vi compare più alcuna sigla esplicitamente di sinistra alternativa o ambientalista. Le tracce di queste culture sopravvivono dentro le liste civiche, in figure singole che provengono da percorsi diversi, ma non hanno più una forma autonoma di rappresentanza. Alle elezioni di livello superiore, quando esiste una soglia di sbarramento, la sinistra alternativa esprime risultati più visibili: alle europee del 2024 ad Albenga Alleanza Verdi-Sinistra raggiunge il 5,41%, un dato non trascurabile ma che resta nettamente al di sotto della soglia che, su scala comunale, garantirebbe una rappresentanza autonoma. Il consiglio comunale eletto nel 2024 è composto, sui banchi della maggioranza, dalle tre liste civiche del sindaco Tomatis e, sui banchi dell’opposizione, dalle liste del centrodestra: nessuna sigla di sinistra alternativa, nessuna rappresentanza pentastellata, nessuna voce ambientalista organizzata. È un dato che merita di essere sottolineato senza compiacimento, perché racconta un impoverimento del pluralismo politico locale.
Il significato di queste due parabole va oltre la cronaca elettorale. Esse mostrano come, in venticinque anni, la mappa politica albenganese si sia progressivamente ristretta, riducendosi a un confronto bipolare fra una coalizione di centrosinistra civico e una coalizione di centrodestra, all’interno della quale a sua volta si gioca una competizione fra Forza Italia, Fratelli d’Italia e (un tempo) Lega. Le forze che, in vari momenti, avevano provato a inserirsi come terzi attori — il Movimento 5 Stelle dal 2014 al 2019, la sinistra alternativa fino al 2010, occasionalmente alcune liste civiche fortemente alternative — non sono riuscite a costruire un radicamento durevole. Il risultato è una semplificazione del campo politico che è in parte un guadagno di chiarezza (l’elettore sa per chi vota), e in parte una perdita di rappresentanza (chi non si riconosce nei due poli o si astiene, come fa più della metà dell’elettorato albenganese alle regionali, o vota senza convinzione un candidato del polo meno sgradito). È, anche questo, un esempio della tensione fra efficienza e partecipazione che attraversa tutta la trasformazione della politica italiana negli ultimi decenni.
La trasformazione amministrativa: meno ente, più rete
In questo sintetico sguardo d’insieme ci siamo soffermati su passaggi strutturali, lasciando in secondo piano la cronaca politica minuta. Ci sono inoltre aspetti rilevanti che meriterebbero una ricostruzione propria e che non trovano qui spazio adeguato: si possono comunque almeno ricordare in particolare la lunga storia dell’ospedale (vecchio e nuovo) di Albenga e delle mobilitazioni cittadine in sua difesa, il rapporto fra Comune e mondo agricolo della piana, la vicenda del Tribunale soppresso, l’evoluzione del dibattito sul polo scolastico, il porto turistico e dell’area produttiva di Bastia, la valorizzazione delle risorse del territorio, le mutevoli geometrie fra centro città quartieri e frazioni, l’urbanizzazione e il consumo di suolo, fino ai problemi infrastrutturali ancora attuali come lo spostamento a monte della ferrovia. E così via.
Ad ogni modo, al di là delle specificità di molte singole questioni, sul piano strettamente amministrativo gli ultimi venticinque anni hanno modificato in profondità il modo in cui il Comune di Albenga svolge le proprie funzioni. Tre tendenze meritano di essere segnalate.
La prima è l’esternalizzazione e la gestione associata. Le riforme nazionali, dalle Bassanini in avanti, hanno spinto i comuni medio-piccoli a gestire molti servizi non più direttamente, ma attraverso convenzioni con altri enti, società partecipate, soggetti terzi. Albenga ha sperimentato in modo particolarmente visibile questa logica con la convenzione per la gestione associata della polizia municipale insieme a Loano e Finale Ligure, sciolta nel settembre 2021 dal Consiglio comunale dopo alcuni anni di funzionamento controverso. La motivazione ufficiale fu la diversità delle caratteristiche territoriali, politiche e amministrative dei tre comuni: una formula che, al di là del dato tecnico, dice molto del fatto che la gestione associata, pensata come strumento di efficienza, in molti casi ha cozzato contro le specificità dei singoli enti e contro la volontà politica di tenere il controllo diretto su funzioni a forte visibilità pubblica come la sicurezza locale. Sul piano dei servizi sociali, invece, l’integrazione di area vasta ha tenuto: l’Ambito Territoriale Sociale di cui Albenga è comune capofila gestisce in forma coordinata interventi che, da soli, i comuni più piccoli del comprensorio non sarebbero in grado di sostenere.
La seconda tendenza è la digitalizzazione e la trasparenza. Le riforme nazionali hanno imposto agli enti locali una progressiva trasformazione dei rapporti con i cittadini: PEC, SPID, PagoPA, fascicolo del cittadino, albo pretorio online, pubblicazione obbligatoria di compensi e atti amministrativi. Il Comune di Albenga, come quasi tutti i comuni italiani, ha attraversato questa transizione con tempi e modi non sempre lineari. Si tratta di una rivoluzione silenziosa, che non occupa le cronache politiche ma che ha modificato profondamente l’esperienza concreta del cittadino-utente, riducendo gli spazi di contatto fisico con gli uffici e ampliando quelli telematici. La pandemia del 2020-2022 ha fortemente accelerato questo processo, costringendo amministrazioni e cittadini ad adeguarsi rapidamente.
La terza tendenza riguarda i vincoli finanziari. Per oltre un decennio, dal Patto di Stabilità Interno alle regole post-crisi del 2011-2012, i comuni italiani sono stati strangolati da limiti stringenti sulla spesa, sull’indebitamento, sulle assunzioni. Albenga, come tutti gli enti medi italiani, ha vissuto questo periodo riducendo personale, posticipando opere, gestendo emergenze ricorrenti (l’alluvione del 2016, la pandemia, il caro-energia del 2022) con risorse ordinarie sempre meno sufficienti. La stagione del PNRR, dal 2021 in avanti, ha temporaneamente invertito la rotta, mettendo a disposizione fondi straordinari per opere e servizi, ma con un onere di programmazione e rendicontazione che ha messo sotto pressione gli uffici tecnici e amministrativi del Comune. Il giudizio politico su come queste risorse siano state utilizzate fa parte del dibattito locale corrente e meriterebbe un’analisi specifica, che esula dai limiti di questo breve saggio.
La trasformazione politica: dai partiti ai sindaci
Se la mappa amministrativa è cambiata in modo silenzioso, quella politica si è trasformata in modo più visibile. Tre processi vanno considerati congiuntamente.
Il primo è la dissoluzione del partito come comunità. Nel 2000 a Albenga il PDS-DS, il PPI, la Margherita, Forza Italia, Alleanza Nazionale, la Lega Nord avevano ancora sezioni, militanti, percorsi di formazione politica. Nel 2026 la quasi totalità di queste strutture si è dissolta o ha ridotto al minimo la propria attività permanente. I luoghi della politica si sono spostati: dai circoli alle pagine social, dalle assemblee militanti agli eventi mediatici, dalle scuole di partito ai talk-show. Ad Albenga questo processo si vede bene nella biografia del personale politico contemporaneo: i protagonisti della politica cittadina del 2026 sono in larga parte professionisti (medici, architetti, avvocati, imprenditori turistici, dipendenti pubblici di rango) entrati in politica attraverso candidature dirette e percorsi personali, non più attraverso una vera e propria disciplinata militanza di partito.
Il secondo processo è la centralità delle liste civiche. Nel 2000 una lista civica era ancora un’eccezione; nel 2026 è la norma. Tutti i sindaci dell’ultimo quindicennio, di qualunque colore, sono stati eletti con coalizioni in cui le liste civiche hanno avuto peso uguale o superiore a quelle di partito. Le ragioni di questo spostamento sono molteplici: il logoramento delle marche di partito, l’esigenza di intercettare elettorati misti, la possibilità di candidare figure non riconducibili a tessere e correnti, la maggiore flessibilità nella costruzione dei programmi. Il prezzo è una minore stabilità del sistema politico: le liste civiche nascono e muoiono in fretta, spesso si sciolgono o si frammentano a metà legislatura, rendono più difficile la costruzione di una classe dirigente di lungo periodo.
Il terzo processo è la divaricazione tra livelli di voto. Come si è visto, l’elettorato albenganese vota in modi diversi alle amministrative, alle regionali e alle politiche. Questa divaricazione non è una novità assoluta, ma è certamente più marcata nel 2026 di quanto fosse nel 2000. Essa modifica il rapporto fra i livelli di governo: un sindaco di centrosinistra civico deve dialogare con una Regione di centrodestra e con un governo di centrodestra, e viceversa accadrà a parti rovesciate. La capacità di costruire relazioni istituzionali al di là del colore politico diventa, in questo quadro, una competenza amministrativa decisiva, che premia i sindaci pragmatici e pesa contro quelli più ideologicamente schierati. È una delle ragioni per cui il modello tomatiano, asciutto sui temi nazionali e concentrato sull’agenda locale, ha mostrato una tenuta che non era affatto scontata alla vigilia.
Conclusioni?
Tirare le fila di venticinque anni di mappa politica e amministrativa significa tenere insieme due immagini apparentemente contraddittorie. Da un lato, Albenga del 2026 è una città dove il quadro istituzionale è formalmente più ricco: enti di area vasta riformati, gestioni associate possibili, strumenti digitali pervasivi, fondi europei e nazionali che fluiscono attraverso il PNRR. Dall’altro, è una città dove la rappresentanza politica è più fragile: i partiti sono guscio sottile, le liste civiche durano una stagione, l’astensionismo strutturale supera il 50% in alcune consultazioni, e la divaricazione fra voto locale e voto nazionale segnala una difficoltà di lettura politica unitaria del corpo elettorale.
Le due immagini non sono in contraddizione: descrivono lo stesso fenomeno, ovvero il passaggio da un sistema politico-amministrativo basato sui partiti e sulla rappresentanza a un sistema basato sulle reti e sulla governance. Nel primo, il Comune era espressione di una comunità politica organizzata; nel secondo, è un nodo in una rete di soggetti pubblici e privati, dove il sindaco fa da connettore. Nel primo, le decisioni passavano attraverso assemblee, congressi, dibattiti pubblici; nel secondo, attraverso conferenze di servizi, accordi di programma, tavoli tecnici. Nel primo, la politica era, anche, ideologia; nel secondo, è soprattutto amministrazione.
Sarebbe semplicistico giudicare in blocco questa trasformazione. Vi sono guadagni evidenti in termini di efficienza amministrativa, di trasparenza, di accesso ai servizi. Vi sono perdite altrettanto evidenti in termini di partecipazione, di formazione politica, di rappresentanza dei conflitti. La mappa di Albenga del 2026 è quella di una città che ha imparato a governarsi senza i partiti del Novecento, ma che non ha ancora trovato gli strumenti per costruire, al loro posto, forme stabili di partecipazione democratica altrettanto estesa. È, in piccolo, il problema di tutta l’Italia delle città medie. Albenga, in questo senso, non è un’eccezione: è un osservatorio.
