Buonasera amiche e amici! Qualche ora fa, mentre sistemavo gli ultimi appunti nel mio studio, ho ricevuto una richiesta improvvisa da uno dei lettori più affezionati di questa nostra rubrica, che ha voluto lanciarmi una sfida contro il tempo: volare subito a Londra e chiedere di concederci per stasera un’intervista alla prima donna americana che all’uscita del British Museum avessi visto procedere sicura con passo aggraziato e leggero. La sua sfida mi è sembrata così assurda e così bella che non ho potuto rifiutarla, anche se ero convinta che avrei dovuto pagare il pegno della sconfitta e stasera doverla riconoscere davanti a tutti voi, cari lettori. E invece eccomi ed eccoci ora qua, ritornate in tempo!
Zefira: Buonasera, signora Duncan, e ancora grazie per avere accettato la mia intervista, è un piacere immenso averla con noi in questa occasione unica! Come si sente nel sapere di essere riconosciuta oggi da molti come la madre della danza moderna?
Isadora Duncan: Buonasera, Zefira! Oh, è un titolo che porto con piacere, anche se, a dire il vero, io non volevo essere una madre della danza moderna. Volevo solo ballare come respirare, liberamente, senza catene di regole rigide. Per me la danza è vita, è l’espressione più pura dell’anima.
Zefira: E infatti ha rivoluzionato tutto! Lei ha abbandonato le scarpette da punta per danzare scalza e si ispirava all’antichità greca, vero?
Isadora Duncan: Sì, proprio così. Credo che la bellezza e l’armonia del corpo umano fossero già perfetti nell’arte greca. Ballare scalza, in abiti semplici e fluttuanti, è stato il mio modo di tornare a quella purezza originaria. La danza classica, con le sue pose rigide della mia epoca, non mi sembrava in grado di esprimere la vera emozione.
Zefira: Molti la consideravano una ribelle, anche nella vita privata. Ha svelato molto di sé — inclusi alcuni pregiudizi, se mi permette, un po’ sgradevoli — nella sua autobiografia che per paradosso “commerciale” uscì postuma con il titolo My Life pochi mesi dopo la sua tragica morte. Lei ha avuto una vita piuttosto movimentata, tra amori, tragedie e viaggi in tante parti del mondo. Come ha influenzato tutto questo la sua arte?
Isadora Duncan: Pregiudizi dice? È possibile, sono in parte figlia inconsapevole dei miei tempi, e lo dico ripensando ora anche alla mia fascinazione per Wagner e Nietzsche, per limitarmi a loro. La mia vita è stata un tumulto, sì, ma credo che l’arte viva di emozione vera. Ho perso i miei figli in modo tragico, e quel dolore si è trasformato in un fuoco che mi ha spinta a creare sempre di più, a cercare la bellezza anche nella sofferenza. Così anche per i miei più grandi e tormentati amori spesso, insieme, sublimi miseri e poetici. Ma vorrei non parlare oltre di queste cose con lei stasera. Posso però dirle che ogni mio passo di danza è un pezzo di anima, un racconto di gioia e dolore.
Zefira: Lei ha scritto anche molto sul significato della danza e sull’educazione artistica. Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai giovani danzatori di oggi?
Isadora Duncan: Certamente quello di non avere paura di seguire il proprio cuore. La danza non è una questione di tecnica fredda o di conformismo, ma di libertà. Bisogna sentire il corpo come uno strumento sacro, e lasciare che la musica e l’emozione guidino ogni movimento. Non si tratta di imitare, ma di creare.
Zefira: Negli ultimi anni la sua carriera ha incontrato molte difficoltà e il declino sembra averla toccata profondamente. Come ha vissuto quel periodo?
Isadora Duncan: Quegli anni sono stati duri, è vero. La fama può essere effimera e i tempi cambiano. Ho sentito il peso della solitudine e della fatica, ma non ho mai smesso di credere nel potere della danza. Anche nel declino, la danza era la mia ancora, la mia voce.
Zefira: La sua morte è stata tragica e improvvisa, un evento che ha colpito profondamente il mondo della danza. Vorrebbe condividere con noi qualche riflessione su quel momento?
Isadora Duncan: La vita è fragile e imprevedibile, come il movimento di una danza. La mia fine è stata un destino se si vuole crudele, ma io credo che ogni fine sia anche un inizio. Spero che la mia energia e la mia passione continuino a vivere nei cuori di chi ama la danza, oltre ogni limite.
Zefira: Prima di salutarla, ci racconta un aneddoto divertente legato a uno dei suoi spettacoli?
Isadora Duncan: Ah, certo! Una volta, durante una rappresentazione a Parigi, un vento improvviso ha sollevato il mio lungo abito, rivelando… niente, perché ero scalza e senza mutande! Il pubblico ha riso, io ho riso, e ho continuato a danzare con ancora più energia. La danza è anche sapersi prendere con ironia e poco sul serio a volte.
Zefira: Un’ultima domanda: se potesse inventare una nuova forma di danza oggi, come sarebbe?
Isadora Duncan: Sarebbe una danza che unisce tutti, senza barriere di età, sesso o cultura. Una danza che nasce dal cuore pulsante della Terra, libera, selvaggia, eppure dolce come il respiro del vento. Una danza che parla direttamente all’anima.
Zefira: Grazie mille, signora Duncan, per questa chiacchierata così intensa, piena di leggerezza, grazia e passione. È stato un vero piacere.
Isadora Duncan: Grazie a lei, Zefira. Che la danza continui a illuminare il mondo anche nei suoi momenti più bui!
