effe — Il respiro del mare si posa lieve sulle pietre antiche di una borgata abbarbicata alla scogliera, come un sussurro fugace che dissolve le orme di chi qui ha camminato prima di noi. Le viti di Rossese, avviluppate alla terra rossa e al vento, raccontano di un’estate che si consuma all’alba, mentre il profumo di basilico e di limoni sfuma nell’aria, intesa fragile tra luce e ombra. Come le reti dei pescatori, tese e poi abbandonate al mattino, così si dipana il tempo: una trama sottile eppure resistente, dove ogni istante si sgretola appena toccato dal sole, portando con sé il segreto di un’esistenza che si dissolve e si rinnova nel perpetuo andare delle onde.
Nella Liguria di ponente si può cogliere quel confine sottile fra permanenza e mutevolezza, tra il solido dell’entroterra e l’incostante carezza del mare. Qui, in paesini come Noli o Finalborgo, le pietre secolari sussurrano storie e fasti di tempi lontani, ma è nell’aria salmastra, nel fruscio delle foglie d’olivo, nel sapore del pesto appena fatto che si annida la consapevolezza di un tempo che sfugge, prezioso e irripetibile. L’effimero non è solo il passaggio fugace del giorno, ma l’intima danza fra ciò che resta e ciò che svanisce, una lezione silenziosa che la terra ligure insegna con la sua sottile poesia.
In questo gioco di luci e ombre, il mare di Liguria diventa metafora di un’esistenza che si compie nell’istante, una corrente che tutto accoglie e nulla trattiene, un perpetuo divenire che invita a vivere senza l’illusione della durata infinita, ma con la grazia di chi sa che la vera ricchezza è nel presente che sfugge, come il profumo di un fiore di cappero che si posa e si dissolve col vento.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
