Sul tipo e la funzione dei partiti in democrazia

I partiti politici, fondamentali nelle democrazie, evolvono adattandosi alle sfide sociali, economiche e tecnologiche, mediando cittadini e istituzioni.

il futuro che ci abita – effe

(effe) – Nelle scienze politiche “partito” e “movimento” rappresentano due concetti distinti, seppure interconnessi. Un partito politico è un’organizzazione strutturata e istituzionalizzata, il cui obiettivo principale è quello di ottenere e mantenere il potere attraverso la partecipazione elettorale. I partiti hanno una gerarchia definita, un programma politico (in teoria) chiaro e una base ideologica più o meno stabile. Operano all’interno di un sistema politico formale e cercano di influenzare o controllare le istituzioni statali per attuare le proprie politiche. Un movimento politico, invece, è generalmente meno strutturato e più orientato alla mobilitazione sociale intorno a specifiche cause, valori o obiettivi. I movimenti politici nascono spesso in risposta a problemi sociali, economici o culturali e si concentrano sulla sensibilizzazione e sulla pressione verso il cambiamento, piuttosto che sull’accesso diretto al potere politico. Possono essere transitori e meno centralizzati rispetto ai partiti, e il loro successo non dipende necessariamente dalla partecipazione elettorale. A grandi linee, mentre i partiti politici sono strumenti per la competizione elettorale e la gestione del potere nelle istituzioni, i movimenti politici puntano a influenzare l’opinione pubblica (e/o gli stessi partiti) e a promuovere cambiamenti sociali o politici, spesso senza aspirare direttamente al controllo delle istituzioni. Tuttavia, ci sono casi anche recenti in cui alcuni movimenti si sono trasformati in partiti politici, come il Movimento 5 Stelle in Italia, nato inizialmente come una forma di attivismo civile, o anni prima i Verdi, che in molti paesi sono passati da movimenti ambientalisti a formazioni politiche organizzate.

Nonostante le polemiche ricorrenti, i partiti politici rappresentano una componente essenziale e ineliminabile delle democrazie moderne e contemporanee, costituendo il principale intermediario tra i cittadini e le istituzioni statuali. Essi svolgono una serie di funzioni fondamentali, tra cui l’aggregazione degli interessi, la formazione della volontà politica (1), la selezione della classe dirigente e la strutturazione del consenso. Per comprendere appieno la loro natura e il loro ruolo, è utile analizzare le diverse tipologie di partiti e i principali contributi teorici offerti dagli studiosi di scienze politiche.

A metà Novecento uno dei primi tentativi più ambiziosi di classificazione dei partiti politici risale a Maurice Duverger, che nel suo celebre lavoro “I partiti politici” (1951) ha distinto i partiti in base alla loro origine e struttura interna. Duverger identifica due tipologie principali: i partiti di massa e i partiti di quadro. I partiti di massa, come quelli socialisti o comunisti, si caratterizzano per un ampio radicamento sociale e per il coinvolgimento attivo degli iscritti, spesso appartenenti a classi o gruppi sociali specifici. I partiti di quadro, invece, sono organizzazioni più ristrette, dominate da élite politiche e orientate principalmente alla competizione elettorale. Questa distinzione, sebbene oggi in parte superata, rimane utile per comprendere le origini storiche e le diverse strategie organizzative dei partiti.

Successivamente, Otto Kirchheimer ha introdotto il concetto di “partito pigliatutto” (catch-all party) nel suo studio “The Transformation of the Western European Party Systems” (1966). Secondo Kirchheimer, i partiti politici, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, hanno progressivamente abbandonato le loro identità ideologiche più rigide per adottare strategie più inclusive, cercando di attrarre un elettorato il più ampio possibile. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente nei partiti socialdemocratici e conservatori, che hanno ridefinito la loro base elettorale per adattarsi ai cambiamenti sociali ed economici delle società industrializzate.

Un altro contributo molto significativo è quello di Giovanni Sartori, che nel suo lavoro “Parties and Party Systems: A Framework for Analysis” (1976) ha elaborato una tipologia dei sistemi partitici basata sul numero e sulla forza dei partiti. Sartori distingue tra sistemi monopartitici, bipartitici, multipartitici moderati e multipartitici polarizzati, evidenziando come la configurazione del sistema possa influenzare la stabilità politica e il funzionamento delle istituzioni democratiche. Inoltre, Sartori ha sottolineato l’importanza del ruolo ideologico dei partiti, distinguendo tra partiti programmatici, che si basano su un’identità ideologica chiara, e partiti clientelari, che invece si concentrano sulla distribuzione di benefici materiali ai propri sostenitori.

Nel contesto delle democrazie contemporanee, si è assistito all’emergere di nuove tipologie di partiti, spesso definiti come “partiti personali” o “partiti movimento”. Questi partiti, come evidenziato nel libro pubblicato postumo di Peter Mair “Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy” (2013), si caratterizzano per una leadership fortemente personalizzata e per una struttura organizzativa debole. Essi sfruttano le tecnologie digitali per mobilitare il consenso, spesso bypassando le tradizionali strutture di partecipazione politica. Un esempio emblematico è rappresentato dai partiti populisti, che si presentano come espressione diretta della volontà popolare contro le élite tradizionali.

Infine, è importante considerare il ruolo dei partiti nella formazione delle democrazie moderne. Robert Michels, nel suo classico studio “La sociologia del partito politico” (1911), ha formulato la “legge ferrea dell’oligarchia”, secondo cui tutti i partiti, indipendentemente dalla loro ideologia, tendono a sviluppare strutture oligarchiche nel corso del tempo. Questo fenomeno rappresenta una sfida per la democrazia interna dei partiti e per la loro capacità di rappresentare autenticamente gli interessi dei cittadini.

I partiti politici continuano a svolgere un ruolo cruciale nelle democrazie moderne, ma la loro natura e le loro funzioni stanno cambiando in risposta alle trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche. La loro capacità (o incapacità) di adattarsi a queste sfide determinerà in gran parte il futuro della rappresentanza politica e della partecipazione democratica. Gli studi di Duverger, Kirchheimer, Sartori, Mair e Michels offrono ancora oggi strumenti preziosi per comprendere queste dinamiche e per riflettere più a fondo sul ruolo dei partiti in un contesto in continua evoluzione (2).

NOTE

(1) Si può definire la “volontà politica” come la determinazione e l’impegno da parte di leader, istituzioni o organizzazioni politiche, partiti compresi, a perseguire obiettivi specifici, affrontare problemi o attuare cambiamenti attraverso decisioni e azioni concrete. Essa rappresenta la capacità (e il potere) di tradurre ideali, promesse o programmi in iniziative reali, spesso superando ostacoli come resistenze sociali, vincoli economici o pressioni esterne. La volontà politica si può considerare un elemento essenziale, anche se non sufficiente, per realizzare riforme e promuovere il progresso, o ciò che si ritiene tale, in ambiti come la giustizia sociale, l’economia, l’ambiente e i diritti umani. Che nella soluzione di problemi tutto si riduca alla presenza o mancanza di “volontà politica” è ovviamente un mito comodo per la propaganda, perché presume una inesistente onnipotenza della politica o dei politici.

(2) Riferimenti bibliografici, prime edizioni: Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna: studi sulle tendenze oligarchiche degli aggregati politici, Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 1912 (traduzione it. dall’originale tedesco 1911 di Alfredo Polledro, riveduta e ampliata dall’autore); Maurice Duverger, Les partis politiques, Parigi, A. Colin, 1951 (traduzione it. di Mariejose Cambieri Tosi: I partiti politici, Milano, Edizioni di Comunita, 1951 e 1980, quinta ed.); Otto Kirchheimer, “The Transformation of the Western European Party System”, in Joseph Lapalombara and Myron Weiner (eds.), Political Parties and Political Development, Princeton, Princeton University Press, 1966, pp. 177-200; Giovanni Sartori, Parties and Party Systems: A Framework for Analysis, Cambridge, Cambridge University Press, 1976; Peter Mair, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, London: Verso, 2013 (traduzione it. di Giovanni Ludovico Carlino: Governare il vuoto: la fine della democrazia dei partiti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024). Per uno sguardo generale: Richard Gunther, José Ramón-Montero and Juan J. Linz (Eds.), Political Parties: Old Concepts and New Challenges, New York, Oxford University Press, 2002; Francesco Raniolo, I partiti politici, Roma-Bari, Laterza 2013; Piero Ignazi, Party and democracy : the uneven road to party legitimacy, New York, Oxford University Press 2017 (in it.: Partito e democrazia: l’incerto percorso della legittimazione dei partiti, Bologna, Il mulino, 2019).

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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