(effe) — “Ogni onda ha il suo rumore, il suo canto, e il suo modo di morire sulla riva”, “Ma la verità è che il mare ha i suoi silenzi”. Traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu “El silencio del mar” (Il silenzio del mare) di Rafael Altamira.
Rafael Altamira – Non è necessario essere poeti — neanche nel minimo grado privo della facoltà creatrice, che è stata chiamata «poesia interiore», ovvero la pura capacità di sentire la poesia delle cose — per saper ammirare la Natura. Quell’ammirazione è, come il gusto per la musica, comune a quasi tutti gli uomini, sia istruiti sia no, anche se per ragione naturale cresce man mano che la cultura amplia nello spirito la possibilità di visione e comprensione. Tuttavia, è indubbio che la maggior parte delle persone gode a guardare il mare e trascorre lunghe ore a contemplare il suo movimento, apparentemente sempre uguale ma ogni volta nuovo; e allo stesso modo apprezzano un paesaggio montano, un tramonto splendido o qualsiasi altra manifestazione della vita variopinta della Natura. A queste persone mi rivolgo per condividere alcune delle mie impressioni di villeggiante, sicuro che mi comprenderanno e che cercheranno di ripeterle per conto proprio.
Una delle caratteristiche del mare è il movimento incessante, e al movimento si accompagna il rumore. Più o meno, con colpi forti che somigliano a cannonate, quando la mareggiata lo sbatte contro le rocce, o con un mormorio dolce se le onde, in un giorno di calma, vanno a morire sulla dolce pendenza di una spiaggia sabbiosa, il mare risuona sempre. Cioè, questo è quello che credevo fino ad ora, sulla base di un’esperienza che corrisponde a quella di quasi tutti. Ma la verità è che il mare ha i suoi silenzi.
Non mi riferisco ora a quei silenzi relativi, specie di riposi nel movimento delle acque che i marinai conoscono bene e sfruttano per superare l’ingresso delle baie, e che, per contrasto con il fragore precedente, sono un sollievo per l’udito. Quei silenzi li conoscono sicuramente molti dei miei lettori. Anche su una spiaggia, il mare non risuona sempre allo stesso modo. Ogni onda ha il suo rumore, il suo canto, e il suo modo di morire sulla riva. A volte, dopo alcune molto rumorose, ne arrivano altre che producono solo un mormorio simile a quello dei ruscelli nei declivi delle valli. Lo stesso accade sulla costa frastagliata. Di tanto in tanto, lo scoppio sugli scogli o sulla linea di rocce che limitano l’avanzamento sembra cessare, sostituito da un sordo fruscio, per poi ritornare il rumore imponente, con risonanze metalliche in molti momenti. Quando arrivano queste calme, c’è senza dubbio un relativo silenzio; cioè, un piano che le nostre orecchie sanno distinguere bene dal fragore precedente.
Però ho parlato di silenzi assoluti, silenzi analoghi ai solenni silenzi delle cime montuose dove non ci sono alberi, né cascate, né canti di contadini. Dico analoghi e non uguali, perché in montagna ci sono molti momenti di completa calma, senza neanche un rumore di vento, e l’uomo è già abituato a quella maestosa quiete della terra. Ma, per contrasto con il suo abituale vociare, la quiete e il silenzio del mare sono immensamente più travolgenti, più grandiosi, schiaccianti.
I silenzi completi sono, certamente, molto rari nel mare, e nessuna sensazione è paragonabile, come dicevo, alla sensazione di abbandono e di morte che producono. Per sentirli, bisogna aspettare le grandi maree, e durante la bassa marea che portano con sé, allontanarsi un po’ dalle spiagge frequentate, affinché nessun rumore d’Umanità disturbi l’osservazione. È necessario anche che il giorno sia senza vento e senza mareggiata.
Nulla esprime la desolazione come una grande bassa marea sulla costa robusta. Rimangono all’asciutto ampie distese, scarpate della scogliera dove si infrange l’alta marea, che formano ammassi confusi di rocce interrotti di tanto in tanto da brevi spiagge di ciottoli grandi e piccoli, o di sabbia che oggi è qui, domani là. Nelle fosse, rimane l’acqua: piccole pozze più o meno profonde dietro il cui cristallo brillano le alghe multicolori e le attinie dai filamenti verdi, azzurri o bruni, che ricordano i crisantemi. Se la pozza è profonda, l’acqua assume una colorazione intensamente verde; ma rimane immobile, senza increspature (a meno che non ci sia vento), senza un palpito di vita.
I frutti di mare che non sono fuggiti con la marea, si nascondono per rafforzare l’impressione di un mondo inanimato; e dove non è rimasta acqua, le alghe abbattute, le attinie come appassite, le pietre lisce per il secolare sfregamento delle onde, evocano una tristezza indefinibile, richiamano l’immagine di un pianeta morto come dicono gli astronomi che vedremmo sulla Luna.
Nei giorni scorsi ho avuto occasione di sperimentare queste impressioni nel modo più intenso possibile. La bassa marea era enorme, la più grande di questa estate (14 piedi). Ha rivelato un’estesa fascia di costa, e non solo quella, battuta dalle onde, spoglia di vegetazione terrestre e marina, ma anche quella che, normalmente coperta da alcuni piedi d’acqua, permette una ricca vegetazione di variatissime forme, che a volte sembrano grandi palme, di un colore caffè intenso; altre, fruste di lunghezza smisurata, giallastre, lucide e scivolose; altre ancora, grandi macchie verdastre o rosse, di un rosso sangue. Tutte sembravano falciate, flosce sulle rocce che il sole andava asciugando rapidamente.
La giornata era tranquilla, senza un soffio di vento, e poiché la linea dei frangenti si era ritirata molto, non risuonava l’urto delle onde neppure sulle punte più sporgenti. Ricordai un’insenatura che di solito era impossibile attraversare a piedi asciutti, per quanto la sua curva orientale si spingesse avanti, e pensai che quel giorno sarebbe stata accessibile saltando sulle rocce. Andai lì, e al limite di quella precedente, mi fermò lo spettacolo di uno stretto formato da due alte rocce, che anche con l’alta marea emergono dalla superficie come isolotti. Il suo confine terrestre era costituito da una fascia di alghe spesse e robuste, simili a palme. Oltre, tra le pareti nerastre dello stretto, si stendeva una distesa d’acqua verde smeraldo, limpidissima e poco profonda. Il suolo era di sabbia e tutto era immobile, come se fosse di cristallo policromo.
E mentre contemplavo quel bellissimo quadro, sentii il silenzio assoluto di cui vi ho parlato prima. Lo sentii e lo ascoltai. A voce molto bassa, lo feci notare al mio compagno di escursione, ed entrambi ci mettemmo ad ascoltare, con il cuore un po’ stretto per la funerea solennità del paesaggio, la cui calma non era interrotta né dal rumore delle onde né dal gracchiare di un uccello costiero. Mai come allora compresi cosa sarebbero stati certi paesaggi geologici, anteriori all’apparizione delle specie animali, né sperimentai, in pieno giorno, l’emozione opprimente di una notte di solitudine e di silenzio.
Uno sciabordio che all’improvviso risuonò vicino a noi (un granchio in fuga, un polpo a caccia, un pesciolino inseguito, uno di quei piccoli episodi della bassa marea), ci fece sussultare come se fosse stato un rumore formidabile. Poi tornò il silenzio, che rese ancora più greve l’ombra di un gabbiano che passò, muto e veloce, sopra di noi, proiettando la sua sagoma sull’acqua trasparente come un’apparizione spettrale.
L’innalzamento della marea interruppe la nostra contemplazione. Ritornarono i suoni caratteristici dell’acqua e si spezzò l’incanto triste di quel silenzio delle cose, che non so se in qualche luogo che ignoro e in qualche lingua sconosciuta, abbia già trovato il grande e raffinato poeta di cui ha bisogno per essere cantata.
*“El silencio del mar” / Il silenzio del mare, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Rafael Altamira, El silencio del mar, in Id., Arte y Realidad, Barcellona, Ed. Cervantes, 1921, pp. 237-241.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
