(effe) – Giornalista culturale, narratore, poeta e scrittore, o poligrafo se si preferisce, spesso ironico e provocatore Remy de Gourmont fu tra gli animatori della cultura francese e internazionale fin de siècle. Tra i suoi migliori e più influenti saggi resta “La dissociation des idées” (la dissociazione delle idee), che dopo essere apparso nella rivista «Mercure de France» fu poi raccolto in volume insieme ad altri scritti (La Culture des idées, 1900). “La novità di un libro non dipende sempre dalla sua data”; quando nel 1909 Remy de Gourmont pubblicò la seconda edizione del libro, all’inizio della Prefazione scriveva: «Ristampo questo libro senza alcuna modifica. Mi era sembrato utile rafforzare con alcune note nuove il capitolo sulla Dissociazione delle Idee, ma l’essenziale è detto, penso. È un metodo. Non ho la pretesa di dissociare tutte le idee che sembrano guidare gli uomini e di ricercare i veri motivi dei loro successi. Sarebbe un gioco interminabile. Avevo anche pensato di invertire l’ordine delle materie e di mettere in testa al volume questo stesso articolo, che forse ha un’importanza un po’ maggiore degli altri; ma si saprà trovarlo bene al suo posto». Dalla prima edizione (che si può trovare in Gallica) traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu La dissociazione delle idee.
Remy de Gourmont — Ci sono due modi di pensare: o accettare così come sono le idee e le associazioni di idee in uso, oppure dedicarsi, per conto proprio, a nuove associazioni e, cosa più rara, a originali dissociazioni di idee. L’intelligenza capace di tali sforzi è, in misura variabile, e a seconda dell’abbondanza e della varietà dei suoi altri doni, un’intelligenza creativa. Si tratta di immaginare nuovi rapporti tra vecchie idee e immagini, oppure di separare vecchie idee e immagini unite dalla tradizione, considerandole una per una, con la possibilità di riunirle e creare una miriade di nuove coppie che una nuova operazione disunirà ancora, fino alla formazione sempre ambigua e fragile di nuovi legami.
Nel campo dei fatti e dell’esperienza, queste operazioni sarebbero limitate dalla resistenza della materia e dall’intolleranza delle leggi fisiche; nel campo puramente intellettuale, sono soggette alla logica; ma poiché la logica è essa stessa un tessuto intellettuale, le sue compiacenze sono quasi infinite. Veramente l’associazione e la dissociazione delle idee (o delle immagini: l’idea è solo un’immagine consumata) evolvono secondo meandri che è impossibile determinare e di cui è difficile persino seguire la direzione generale. Non ci sono idee così lontane, immagini così eteroclite che l’agilità nell’associazione non possa unire almeno per un istante.
Victor Hugo, vedendo un cavo avvolto in stracci nel punto in cui tocca uno spigolo, vede allo stesso tempo le ginocchia delle attrici tragiche imbottite contro le cadute drammatiche del quinto atto1; e queste due cose così distanti, una corda fissata su una roccia e le ginocchia di un’attrice, si trovano, per il tempo della nostra lettura, evocate in un parallelo che ci affascina perché le ginocchia e la corda, uno sopra, l’altro sotto, nella piega, sono ugualmente “imbottiti2“, perché il gomito che fa un cavo gettato in quel modo somiglia abbastanza a una gamba piegata, perché la situazione di Giliatt è perfettamente tragica e infine perché, pur percependo la logica di questi accostamenti, ne percepiamo altrettanto bene la deliziosa assurdità.
Tali associazioni sono necessariamente tra le più fugaci, a meno che la lingua non le adotti e ne faccia uno di quei tropi di cui ama arricchirsi; non ci si dovrebbe sorprendere se questa piega di un cavo fosse chiamata il “ginocchio” del cavo. In ogni caso, le due immagini restano pronte a fivorziare; il divorzio regna permanentemente nel mondo delle idee, che è il mondo dell’amore libero. Le persone semplici a volte ne rimangono scandalizzate; chi, per la prima volta, a seconda che uno o l’altro dei termini sia il più antico, osò dire la “bocca” o la “gola” di un cannone fu probabilmente accusato di preziosità o di volgarità. Se è sconveniente parlare del ginocchio di una corda, non lo è affatto evocare il “gomito” di un tubo o la “pancia” di una bottiglia. Ma questi esempi sono dati solo come tipi elementari di un meccanismo di cui la pratica ci è più familiare della teoria. Lasceremo da parte tutte le immagini ancora vive per occuparci solo delle idee, cioè di quelle ombre tenaci e fugaci che si agitano eternamente spaventate nei cervelli degli uomini.
Ci sono associazioni di idee così durature che sembrano eterne, così strette che assomigliano a quelle stelle doppie che l’occhio nudo cerca invano di separare. Si chiamano volentieri “luoghi comuni”. Questa espressione, residuo di un vecchio termine di retorica, loci communes sermonis, ha assunto, soprattutto con lo sviluppo dell’individualismo intellettuale, un senso peggiorativo che era lontano dall’avere in origine, e ancora nel diciassettesimo secolo. Mentre si degradava, il significato di “luogo comune” si è ristretto fino a diventare una variante della banalità, del già visto, già sentito, e, per la folla degli spiriti imprecisi, il luogo comune è uno dei sinonimi di cliché.
Orbene, il cliché riguarda le parole e il luogo comune le idee; il cliché qualifica la forma o la lettera, l’altro il contenuto o lo spirito. Confonderli significa confondere il pensiero con l’espressione del pensiero. Il cliché è immediatamente percepibile; il luogo comune spesso si nasconde sotto una veste originale. Non ci sono molti esempi, in nessuna letteratura, di idee nuove espresse in una forma nuova; la mente più esigente deve spesso accontentarsi di uno o dell’altro di questi piaceri, troppo felice quando non è privata di entrambi; questo non è molto raro.
Il luogo comune è più e meno di una banalità: è una banalità, ma a volte ineluttabile; è una banalità, ma così universalmente accettata che allora prende il nome di verità. La maggior parte delle verità che corrono per il mondo (le verità sono grandi corridori) possono essere considerate come luoghi comuni, cioè associazioni di idee comuni a un gran numero di persone e che quasi nessuna di queste persone oserebbe rompere di proposito.
L’uomo, nonostante la sua tendenza alla menzogna, ha un grande rispetto per ciò che chiama verità; è che la verità è il suo bastone da viaggio attraverso la vita, perché i luoghi comuni sono il pane della sua bisaccia e il vino della sua borraccia. Privati della verità dei luoghi comuni, gli uomini si troverebbero senza difesa, senza appoggio e senza nutrimento. Hanno così tanto bisogno di verità che adottano le nuove verità senza abbandonare le vecchie; il cervello dell’uomo civilizzato è un museo di verità contraddittorie. Non ne è turbato, perché è successivo. Ruminano le loro verità una dopo l’altra. Pensano come mangiano.
Vomiteremmo inorriditi se ci venissero presentati in un grande piatto, mescolati a brodo, vino, caffè, i vari alimenti, dalle carni alla frutta, che dovrebbero costituire il nostro pasto “successivo”; lo stesso orrore lo proveremmo se ci venisse mostrato l’amalgama ripugnante delle verità contraddittorie che sono alloggiate nella nostra mente. Alcune intelligenze analitiche hanno cercato invano di fare con calma l’inventario delle loro contraddizioni; ad ogni obiezione della ragione, il sentimento opponeva una scusa immediatamente valida, poiché i sentimenti, come ha indicato il signor Ribot, sono ciò che è più forte in noi, rappresentando la permanenza e la continuità.
L’inventario delle contraddizioni altrui non è meno difficile, se si tratta di un uomo in particolare; ci si scontra con l’ipocrisia che ha precisamente il ruolo sociale di essere il velo che nasconde il troppo vivo splendore delle variopinte convinzioni. Bisognerebbe quindi interrogare tutti gli uomini, cioè l’entità umana, o almeno gruppi di uomini abbastanza numerosi affinché il cinismo di alcuni compensi l’ipocrisia degli altri.
Nelle regioni animali inferiori e nel mondo vegetale, la gemmazione è uno dei modi di creazione della vita; si osserva anche la scissione nel mondo delle idee, ma il risultato, invece di essere una nuova vita, è una nuova astrazione. Tutte le grammatiche generali o i trattati elementari di logica insegnano come si formano le astrazioni; si è trascurato di insegnare come non si formano, cioè perché un luogo comune persiste a vivere senza discendenza.
È piuttosto delicato, ma potrebbe dare luogo a osservazioni interessanti; si potrebbe chiamare questo capitolo i luoghi comuni refrattari o l’impossibilità di certe dissociazioni di idee. Potrebbe essere utile esaminare prima come le idee si associano tra loro e con quale scopo. Il manuale di questa operazione è dei più semplici; il suo principio è l’analogia. Ci sono analogie molto lontane; ce ne sono di così vicine che sono alla portata di tutti. Un gran numero di luoghi comuni hanno un’origine storica: due idee si sono unite un giorno sotto l’influenza degli eventi e questa unione fu più o meno duratura.
L’Europa, avendo visto con i propri occhi l’agonia e la morte di Bisanzio, ha accoppiato queste due idee, Bisanzio—Decadenza, che sono diventate un luogo comune, un’incontestabile verità per tutti coloro che scrivono e leggono, e necessariamente, per tutti gli altri, per quelli che non possono verificare le verità che vengono loro proposte. Da Bisanzio, questa associazione di idee si è estesa all’intero Impero romano, che non è più, per gli storici saggi e rispettosi, che una serie di decadenze. Di recente si leggeva in un giornale autorevole: «Se la forma dispotica avesse avuto una virtù particolare, costitutiva di buoni eserciti, l’avvento dell’impero non sarebbe stato un’era di sviluppo nella potenza militare dei Romani? Fu invece il segnale del tracollo e del crollo3».
Questo luogo comune di origine cristiana è stato reso popolare nei tempi moderni, come si sa, da Montesquieu e da Gibbon; è stato magistralmente dissociato da Gaston Paris e non è altro che una sciocchezza. Ma poiché la sua genealogia è nota, essendo stato visto nascere e morire, può servire da esempio e far comprendere abbastanza bene cosa sia una grande verità storica.
Il fine segreto del luogo comune, nel formarsi, è in effetti esprimere una verità. Le idee isolate rappresentano solo fatti o astrazioni; per avere una verità servono due fattori, servono, questo è il modo di generazione più ordinario, un fatto e un’astrazione. Quasi tutta la verità, quasi ogni luogo comune si risolve in questi due elementi.
Concomitante al luogo comune, si potrebbe quasi sempre usare la parola “verità”, così definita una volta per tutte: un luogo comune non ancora dissociato, essendo la dissociazione analoga a quella che in chimica si chiama analisi. L’analisi chimica non contesta né l’esistenza né le qualità del corpo che dissocia in vari elementi, spesso ulteriormente dissociabili; si limita a liberare questi elementi e a offrirli alla sintesi che, variando le proporzioni, richiamando nuovi elementi, otterrà, se lo desidera, corpi completamente diversi. Con i resti di una verità, si può creare un’altra verità “identicamente contraria”, lavoro che non sarebbe se non un gioco, ma comunque eccellente come tutti gli esercizi che ammorbidiscono l’intelligenza e la indirizzano verso lo stato di nobile disprezzo al quale deve aspirare.
Ci sono tuttavia delle verità che non si pensa né ad analizzare né a negare; esse sono incontestabili, sia perché ci sono state fornite dall’esperienza secolare dell’umanità, sia perché fanno parte degli assiomi della scienza. Il predicatore che esclamava dal pulpito davanti a Luigi XIV: «Moriremo tutti, Signori!» proferiva una verità che il cipiglio del re non pretendeva seriamente di contestare. Eppure è una di quelle che probabilmente hanno avuto più difficoltà ad affermarsi, è una di quelle che non sono ancora universalmente accettate.
Non è la prima volta che le razze ariane uniscono queste due idee, l’idea di morte e l’idea di necessità; molte popolazioni nere non vi sono ancora arrivate. Per il nero, non esiste una morte naturale, una morte necessaria. Ad ogni decesso si consulta lo stregone per sapere chi è l’autore di questo crimine segreto e magico. Siamo ancora un po’ in questo stato d’animo e ogni morte prematura di un uomo celebre fa subito nascere voci di avvelenamento, di omicidio misterioso.
Tutti ricordano le leggende nate alla morte di Gambetta, di Félix Faure; si uniscono naturalmente a quelle che commossero la fine del diciassettesimo secolo, a quelle che oscurarono, molto più di eventi senza dubbio rari, il sedicesimo secolo italiano. Stendhal, nei suoi aneddoti romani, abusa di questa superstizione del veleno che doveva ancora, ai nostri giorni, fare più di una vittima giudiziaria.
L’uomo associa le idee non secondo la logica, né secondo l’esattezza verificabile, ma secondo il suo piacere e il suo interesse. È per questo che la maggior parte delle verità sono solo pregiudizi; quelle che sono più incontestabili sono anche quelle che egli si sforza sempre di combattere subdolamente con l’astuzia del silenzio. La stessa inerzia è opposta al lavoro di dissociazione che si vede operare lentamente su alcune verità.
Lo stato di dissociazione dei luoghi comuni della morale sembra essere in correlazione assai stretta con il grado di civiltà intellettuale. Si tratta, ancora una volta, di una sorta di lotta, non degli individui, ma dei popoli costituiti in nazioni contro evidenze che, aumentando l’intensità della vita individuale, diminuiscono, l’esperienza permette di dire, proprio per questo, l’intensità della vita e della forza collettive.
Non c’è dubbio che un uomo possa trarre dall’immoralità stessa, dalla non conformità ai pregiudizi decalogati, un grande beneficio personale, un grande vantaggio per il suo sviluppo integrale, ma una collettività di individui troppo forti, troppo indipendenti l’uno dall’altro, non costituisce che un popolo mediocre. Si vede allora l’istinto sociale entrare in antagonismo con l’istinto individuale e delle società professare come società una morale che ciascuno dei suoi membri intelligenti, seguito da una gran parte del gregge, giudica vana, superata o tirannica.
Si potrebbe trovare un’illustrazione piuttosto curiosa di questi principi esaminando lo stato attuale della morale sessuale. Questa morale, peculiare ai popoli cristiani, è fondata sull’associazione molto stretta di due idee, l’idea di piacere carnale e l’idea di generazione.
Chiunque, uomo o popolo, non separa queste due idee non ha liberato nella propria mente gli elementi di questa verità; che al di fuori dell’atto propriamente generatore compiuto sotto la protezione delle leggi religiose o civili (le seconde sono solo una parodia delle prime, nelle nostre civiltà essenzialmente cristiane), le relazioni sessuali sono peccati, errori, colpe, mancanze; chiunque adotti nella propria coscienza questa regola, sancita dai codici, appartiene evidentemente a una civiltà ancora rudimentale.
La civiltà più alta è quella in cui l’individuo è più libero, più svincolato da obblighi; questa affermazione sarebbe discutibile solo se la si considerasse come un incitamento al libertinaggio o una svalutazione dell’ascetismo. Morale o immorale, qui non ha alcuna importanza; se è corretta, dovrebbe essere evidente nei fatti a prima vista. Niente di più facile. Una tabella statistica della natalità europea mostrerà ai ragionatori più ostinati che esiste un legame molto stretto, un rapporto di causa ed effetto, tra l’intellettualità dei popoli e la loro fecondità. Lo stesso vale per gli individui e per i gruppi sociali.
È per debolezza intellettuale che le famiglie operaie si lasciano sopraffare dalla progenie. Nei sobborghi si vedono sfortunati che, avendo generato dodici figli, si stupiscono dell’inclemenza della vita; queste persone, che non hanno nemmeno la scusa delle credenze religiose, non hanno ancora saputo dissociare l’idea di piacere carnale dall’idea di generazione. Per loro, il primo determina l’altro, e le azioni obbediscono a una mentalità infantile e quasi animale. L’uomo che ha raggiunto un livello veramente umano limita a suo piacimento la sua fecondità; è uno dei suoi privilegi, ma uno di quelli che raggiunge solo per morirne.
Felice, infatti, per l’individuo che libera, questa particolare dissociazione lo è molto meno per i popoli. Tuttavia, favorirà lo sviluppo ulteriore della civiltà mantenendo sulla terra i vuoti necessari all’evoluzione degli uomini.
Non è se non molto tardi che i Greci arrivarono a separare l’idea di donna dall’idea di generazione; tuttavia, avevano dissociato molto anticamente l’idea di generazione dall’idea di piacere carnale. Quando smisero di considerare la donna come unicamente generatrice, fu l’inizio del regno delle cortigiane. I Greci sembrano, inoltre, aver sempre avuto una morale sessuale piuttosto vaga, il che non ha impedito loro di avere un certo rilievo nella storia.
Il Cristianesimo non poteva, senza negare se stesso, incoraggiare la dissociazione dell’idea di piacere carnale dall’idea di generazione, ma provocò invece con successo, e fu una delle grandi conquiste dell’umanità, la dissociazione dell’idea di amore dall’idea di piacere carnale. Gli Egiziani erano così lontani dal poter comprendere una tale dissociazione che l’amore tra fratello e sorella sarebbe sembrato loro nullo se non fosse culminato in una congiunzione sessuale. Nelle classi basse delle grandi città, si è volentieri Egiziani su questo punto. Le diverse forme di incesto che a volte giungono alla nostra conoscenza testimoniano che uno stato d’animo analogo non è assolutamente incompatibile con una certa cultura intellettuale.
La forma particolarmente cristiana dell’amore casto, svincolato da ogni idea di piacere fisico, è l’amore divino, come si manifesta nell’esaltazione mistica dei contemplativi; è veramente l’amore puro, poiché non corrisponde a nulla di definibile, è l’intelligenza che adora se stessa nell’idea infinita che ha di sé. Ciò che può mescolarsi di sensualismo è dovuto alla stessa disposizione del corpo umano e alla legge di dipendenza degli organi; quindi non si deve tenerne conto in uno studio che non è fisiologico.
Ciò che è stato chiamato maldestramente amore platonico è anche una creazione cristiana. È, in sostanza, un’amicizia appassionata, tanto intensa e gelosa quanto l’amore fisico, ma svincolata dall’idea di piacere carnale, così come quest’ultima era svicolata dall’idea di generazione. Questo stato ideale degli affetti umani è il primo passo verso l’ascetismo, e si potrebbe definire l’ascetismo come lo stato mentale in cui tutte le idee sono dissociate.
Con il declino dell’influenza cristiana, la prima fase dell’ascetismo è diventata un rifugio sempre meno frequentato e l’ascetismo, divenuto ugualmente raro, è spesso raggiunto attraverso un altro percorso. Ai nostri giorni, l’idea di amore si è unita molto strettamente all’idea di piacere fisico e i moralisti si impegnano a riformare la sua associazione primitiva con l’idea di generazione. È una regressione piuttosto curiosa.
Si potrebbe tentare una psicologia storica dell’umanità cercando a quale grado di dissociazione si trovassero, nel corso dei secoli, un certo numero di quelle verità che le persone benpensanti concordano nel definire fondamentali. Questo metodo dovrebbe essere la base, e questa ricerca il vero scopo della storia. Poiché tutto nell’uomo si riduce all’intelligenza, tutto nella storia deve ridursi alla psicologia. Sarebbe la giustificazione dei fatti, di avere una spiegazione che non fosse diplomatica o strategica.
Qual è l’associazione di idee, o la verità non ancora dissociata che favorì il compimento della missione che Giovanna d’Arco credette di avere dal cielo? Bisogna, per rispondere, trovare idee che avrebbero potuto unirsi sia nei cervelli francesi sia nei cervelli inglesi, oppure una verità allora incontestabilmente accettata da tutta la cristianità. Giovanna d’Arco era considerata sia dai suoi amici sia dai suoi nemici come in possesso di un potere soprannaturale. Per gli inglesi, è una strega molto potente; l’opinione è unanime e le testimonianze abbondano. Ma per i suoi sostenitori? Senza dubbio una strega anche, o piuttosto una maga. La magia non era necessariamente diabolica. Esseri soprannaturali fluttuavano nelle immaginazioni che non erano né angeli né demoni, ma Potenze che l’intelligenza umana poteva sottomettere. Il mago era il buon stregone: altrimenti, si sarebbe accusato di magia un uomo di scienza e santità come Alberto Magno?
Il soldato che la seguiva e il soldato che combatteva Giovanna d’Arco, strega o maga, si facevano di lei, molto probabilmente, un’idea identica nella sua temibile oscurità. Ma se gli inglesi gridavano il nome di strega, i francesi tacevano il nome di maga, forse per la stessa causa che protesse così a lungo, attraverso avventure così meravigliose, l’usurpatore Ta-Kiang, come raccontato nel mirabile Drago imperiale di Judith Gautier.
Quale idea, in quale epoca, ogni classe della società si faceva del soldato? Non ci sarebbe nella risposta a questa domanda un intero corso di storia? Avvicinandosi alla nostra epoca ci si chiederebbe in quale momento si unirono, nella mente comune, l’idea di onore e l’idea di militare? È una sopravvivenza della concezione aristocratica dell’esercito? L’associazione si è formata a seguito degli eventi di trent’anni fa, quando il popolo decise di esaltare il soldato per incoraggiare se stesso?
Bisogna comprendere questa idea di onore; essa contiene molte altre idee, come il coraggio, il disinteresse, la disciplina, il sacrificio, l’eroismo, la probità, la lealtà, la franchezza, il buonumore, la schiettezza, la semplicità, ecc. In questa parola si troverebbe infine il riassunto delle qualità di cui la razza francese si ritiene l’espressione. Determinare la sua origine significherebbe, allo stesso tempo, determinare l’epoca in cui il francese iniziò a considerarsi un compendio di tutte le virtù forti. Il militare è rimasto in Francia, nonostante recenti obiezioni, il modello stesso dell’uomo d’onore. Le due idee sono unite molto energicamente; formano una verità che attualmente è contestata solo da spiriti di mediocre autorità o di dubbia sincerità. La dissociazione è quindi molto poco avanzata, se si considera l’intera nazione. Tuttavia, è stata, almeno per un minuto, durante il minuto psicologico, completamente realizzata in alcuni cervelli. C’è stato lì, dal solo punto di vista intellettuale, uno sforzo considerevole di astrazione che non si può fare a meno di ammirare quando si osserva freddamente il funzionamento della macchina cerebrale.
Senza dubbio il risultato raggiunto non fu il prodotto di un ragionamento normale; fu in un accesso di febbre che avvenne la dissociazione; essa fu inconscia e momentanea, ma avvenne, ed è importante per l’osservatore. L’idea di onore con tutti i suoi sottintesi si separò dall’idea di militare, che è l’idea di fatto, l’idea femminile pronta a ricevere tutti i qualificativi, e si scoprì che, sebbene ci fosse tra di loro un certo rapporto logico, questo rapporto non era necessario.
Questo è il punto decisivo. Una verità è morta quando si è constatato che i legami tra i suoi elementi sono rapporti di abitudine e non di necessità; e poiché la morte di una verità è un grande beneficio per gli uomini, questa dissociazione sarebbe stata molto importante se fosse stata definitiva, se fosse rimasta stabile. Purtroppo, dopo questo sforzo verso l’idea pura, le vecchie abitudini mentali ripresero il loro dominio. L’antico elemento qualificante fu subito sostituito da un elemento appena nuovo, meno logico del precedente e ancora meno necessario.
Si scoprì che l’operazione era fallita. L’associazione di idee si ricreava, identica alla precedente, sebbene uno degli elementi fosse stato capovolto come un vecchio guanto: all’onore era stato sostituito il disonore, con tutte le idee accessorie del vecchio elemento diventate allora codardia, furberia, indisciplina, falsità, doppiezza, malvagità, ecc. Questa nuova associazione di idee può avere un valore distruttivo; non offre alcun interesse intellettuale.
Dall’aneddoto emerge che le idee che ci sembrano più chiare, più evidenti, più tangibili per così dire, non hanno tuttavia abbastanza forza per imporsi da sole alle menti comuni. Per assimilare l’idea di esercito, un cervello di oggi deve circondarla di elementi che hanno solo una correlazione accidentale o di opinione con l’idea principale. Non si può chiedere senza dubbio a un umile politico di farsi dell’esercito l’idea semplice che ne aveva Napoleone: una spada. Le idee molto semplici sono alla portata solo degli spiriti molto complessi. Sembra tuttavia che non sarebbe assurdo considerare l’esercito come la forza esteriorizzata di una nazione; e allora chiedere a questa forza solo le qualità che si chiedono alla forza stessa. Forse è ancora troppo semplice?
Quale momento migliore di quello di oggi per studiare il meccanismo dell’associazione e della dissociazione delle idee! Si parla spesso di idee; si è scritto sull’evoluzione delle idee. Nessuna parola è più mal definita né più vaga. Ci sono scrittori ingenui che discorrono sull’Idea, semplicemente; ci sono società cooperative che improvvisamente si mettono in marcia verso l’Idea; ci sono persone che si dedicano all’Idea, che soffrono per l’Idea, che sognano l’Idea, che vivono con gli occhi puntati sull’Idea. Di cosa si tratta in questa sorta di divagazioni, è qualcosa che non sono mai riuscito a capire.
Così utilizzata da sola, la parola è forse una deformazione della parola Ideale; forse anche il qualificativo è sottinteso? È un frammento erratico della filosofia di Hegel che il lento avanzare del grande ghiacciaio sociale ha depositato lungo il suo percorso in qualche testa, dove risuona come un ciottolo? Non si sa. Utilizzato in una forma relativa, il termine non è molto più chiaro nelle frasi comuni; si dimentica troppo il significato primitivo della parola e che l’idea è solo un’immagine giunta allo stato astratto, allo stato di nozione; ma anche che una nozione, per avere diritto al nome di idea, deve essere pura da ogni compromesso con il contingente.
Una nozione allo stato di idea è diventata incontestabile; è una cifra, è un segno; è una delle lettere dell’alfabeto del pensiero. Non ci sono idee vere e idee false. L’idea è necessariamente vera; un’idea discutibile è un’idea amalgamata a nozioni concrete, cioè una verità. Il lavoro di dissociazione tende precisamente a svincolare la verità da tutta la sua parte fragile per ottenere l’idea pura, unica, e di conseguenza inattaccabile.
Ma se non usassimo mai le parole secondo il loro significato unico e assoluto, le connessioni nel discorso sarebbero difficili; bisogna lasciargli un po’ di quella vaghezza e flessibilità di cui l’uso le ha dotate e, in particolare, non insistere troppo sull’abisso che separa l’astratto dal concreto. C’è uno stato intermedio tra il ghiaccio e l’acqua fluida, è quando l’acqua inizia a formarsi in aghi, quando si incrina e cede ancora sotto la mano che vi si immerge: forse non bisogna chiedere nemmeno alle parole del manuale filosofico di rinunciare a ogni pretesa di ambiguità?
Questa idea di esercito, che suscitò gravi polemiche e che fu svincolata solo per oscurarsi di nuovo, è una di quelle che riguardano il concreto e di cui non si può parlare senza riferimenti precisi alla realtà; l’idea di giustizia, al contrario, può essere considerata in sé, in abstracto. Nell’indagine condotta da Ribot sulle idee generali, quasi tutti i pazienti, sentendo pronunciare la parola Giustizia, videro nella loro mente la leggendaria dama con le sue bilance.
In questa rappresentazione tradizionale di un’idea astratta c’è una nozione dell’origine stessa di questa idea. L’idea di giustizia non è altro, infatti, che l’idea di equilibrio. La giustizia è il punto morto della serie degli atti, il punto ideale in cui le forze contrarie si neutralizzano per produrre l’inerzia. La vita che fosse passata per questo punto morto della giustizia assoluta non potrebbe più vivere, poiché l’idea di vita, identica all’idea di lotta di forze, è necessariamente l’idea di giustizia.
Il regno della giustizia potrebbe essere solo il regno del silenzio e della pietrificazione: le bocche tacciono, organi inutili dei cervelli stupefatti, e i gesti incompiuti degli arti non scrivono più nulla, nell’aria fredda. Le teologie posero la giustizia al di là del mondo, nell’eternità. È solo lì che può essere concepita e che può, senza pericolo per la vita, esercitare una volta per tutte la sua tirannia che conosce un solo tipo di sentenze, la sentenza di morte.
L’idea di giustizia rientra quindi nella serie delle idee incontestabili e indimostrabili; non se ne può fare nulla allo stato puro; è necessario associarla a qualche elemento di fatto o astenersi dall’usare una parola che corrisponde solo a un’entità inconcepibile. A dire il vero, l’idea di giustizia potrebbe essere dissociata qui per la prima volta. Sotto questo nome, gli uomini allegano talvolta l’idea di punizione, che è loro molto familiare, talvolta l’idea di non-punizione, idea neutra, ombra della prima.
Si tratta di punire il colpevole e di non preoccupare l’innocente, il che implicherebbe immediatamente, per essere percepibile, una definizione di colpevolezza e una definizione di innocenza. Questo è difficile, poiché queste parole del lessico morale hanno ormai un significato sfuggente e relativo. E perché, ci si potrebbe chiedere, è necessario che un colpevole sia punito? Al contrario, sembra che l’innocente, che si suppone essere una persona sana e normale, sia più capace di sopportare la punizione rispetto al colpevole, che è un malato e un debole. Perché non si dovrebbe punire, invece del ladro, che ha delle scuse, l’imbecille che si è fatto derubare?
È ciò che farebbe la giustizia se, invece di essere un concetto teologico, fosse ancora, come lo era a Sparta, un’imitazione della natura. Nulla esiste se non in virtù dello squilibrio, dell’ingiustizia; ogni esistenza è un furto compiuto su altre esistenze; nessuna vita fiorisce se non su un cimitero. Se volesse essere l’ausiliaria e non più la negatrice delle leggi naturali, l’umanità avrebbe cura di proteggere i forti contro la coalizione dei deboli e di dare come sgabello il popolo agli aristocratici.
Sembra al contrario che ciò che si intende oggi per giustizia sia, insieme alla punizione dei colpevoli, l’eliminazione dei potenti, e insieme alla non punizione degli innocenti, l’esaltazione degli umili. L’origine di questa idea complessa, ibrida e ipocrita, deve quindi essere ricercata nel vangelo, nel “guai ai ricchi” dei demagoghi ebrei. Così intesa, l’idea di giustizia appare contaminata sia dall’odio sia dall’invidia; non contiene più nulla del suo significato originario e non si può analizzarla senza rischiare di essere ingannati dal senso comune delle parole.
Tuttavia, si prestiamo attenzione, possiamo scoprire che la causa principale della svalutazione di questo termine utile è derivata da una confusione tra l’idea di diritto e l’idea di punizione; il giorno in cui la parola giustizia ha voluto dire a volte giustizia penale e a volte giustizia civile, il popolo ha confuso queste due nozioni pratiche e gli educatori del popolo, incapaci di un serio sforzo di dissociazione, hanno aggravato un malinteso che, tra l’altro, serviva ai loro interessi.
L’idea reale di giustizia appare dunque infine come completamente inesistente nel termine stesso che figura nel vocabolario dell’umanità; questa parola si risolve nell’analisi in elementi ancora molto complessi in cui si distingue l’idea di diritto e l’idea di punizione. Ma c’è così tanta illogicità in questo singolare accoppiamento che si dubiterebbe della correttezza dell’operazione, se i fatti sociali non ne fornissero la prova.
Qui potremmo esaminare questa questione: esistono davvero parole astratte per il popolo, per l’uomo medio? È poco probabile. Sembra persino che, a seconda del grado di cultura intellettuale, la stessa parola raggiunga solo diversi livelli di astrazione. L’idea pura è più o meno contaminata dalla preoccupazione per gli interessi personali, di casta o di gruppo, e la parola giustizia assume così, per esempio, una varietà di significati particolari e limitati sotto i quali scompare, schiacciato, il suo senso supremo.
Non appena un’idea viene dissociata, se la si mette in circolazione così nuda, essa si aggrappa durante il suo viaggio nel mondo a ogni sorta di vegetazioni parassite. A volte, l’organismo originale scompare, completamente divorato dalle colonie egoiste che vi si sviluppano. Un esempio molto divertente di queste deviazioni di idee è stato recentemente fornito dalla corporazione dei pittori edili alla cerimonia chiamata “trionfo della repubblica”. Quegli operai portarono uno striscione dove le loro rivendicazioni di giustizia sociale si riassumevano in questo grido: «Abbasso il ripolin!» Bisogna sapere che il ripolin è una vernice già pronta che chiunque può stendere su un legno; si comprenderà allora tutta la sincerità di questo desiderio e la sua ingenuità. Il ripolin rappresenta qui l’ingiustizia e l’oppressione; è il nemico, è il diavolo. Tutti abbiamo il nostro ripolin e lo usiamo per colorare le idee astratte che, altrimenti, non ci sarebbero di alcuna utilità personale.
È sotto uno di questi travestimenti che l’idea di libertà ci viene presentata dai politici. Non percepiamo più, sentendo questa parola, che l’idea di libertà politica, e sembra che tutte le libertà di cui un uomo civilizzato possa godere siano contenute in questa espressione ambigua. Del resto, l’idea pura di libertà è come l’idea pura di giustizia; non può servirci a nulla nella vita quotidiana.
L’uomo non è libero, né la natura, così come non sono giusti né l’uomo né la natura. Il ragionamento non ha alcuna presa su tali idee; esprimerle significa affermarle, ma esse distorcerebbero necessariamente tutte le tesi in cui si vorrebbe farle entrare.
Ridotta al suo senso sociale, l’idea di libertà è ancora mal dissociata; non esiste un’idea generale di libertà ed è difficile che se ne formi una, poiché la libertà di un individuo si esercita a spese della libertà altrui. Un tempo, la libertà si chiamava privilegio; in fin dei conti, potrebbe essere il suo vero nome; ancora oggi, una delle nostre libertà relative, la libertà di stampa, è un insieme di privilegi; privilegi anche la libertà di parola concessa agli avvocati; privilegi, la libertà sindacale, e domani, la libertà di associazione così come ci viene proposta.
L’idea di libertà potrebbe essere solo una deformazione enfatica dell’idea di privilegio. I Latini, che fecero grande uso della parola libertà, la intendevano come il privilegio del cittadino romano.
Si nota che spesso c’è una grande differenza tra il significato comune di una parola e il suo reale significato nelle oscure coscienze verbali, sia perché più idee associate sono espresse da una sola parola, sia perché l’idea originale è scomparsa sotto l’influsso di un’idea secondaria. Si può quindi scrivere, soprattutto quando si tratta di generalità, una serie di frasi con un significato aperto e uno nascosto.
Le parole, che sono segni, sono quasi sempre anche cifre; il linguaggio convenzionale inconscio è molto usato, e ci sono persino materie dove è l’unico in uso. Ma cifra implica decifrazione. È difficile comprendere la scrittura più sincera e l’autore stesso della scrittura spesso fallisce, perché il significato delle parole varia non solo da una persona all’altra, ma anche nei momenti di una persona rispetto ad altri momenti della stessa persona.
Il linguaggio è quindi una grande causa di inganno. Si evolve nell’astrazione, mentre la vita si sviluppa nella realtà più concreta; tra la parola e le cose che essa designa c’è la distanza tra un paesaggio e la sua descrizione. Inoltre, dobbiamo considerare che i paesaggi che descriviamo ci sono noti, per lo più, solo attraverso discorsi, riflessi di discorsi precedenti. Tuttavia, ci comprendiamo. È un miracolo che non ho intenzione di analizzare ora. Sarà più opportuno, per completare questo schizzo, che è solo un metodo, tentare l’esame delle idee moderne di arte e bellezza.
Ignoro le loro origini, ma sono successive alle lingue classiche che non hanno parole fisse e precise per dirle, sebbene gli antichi fossero in grado, meglio di noi, di godere della realtà che contengono. Sono intrecciate; l’idea di arte dipende dall’idea di bellezza; ma quest’ultima idea non è altro che l’idea di armonia e l’idea di armonia si riduce all’idea di logica.
Il bello è ciò che è al suo posto. Da qui i sentimenti di piacere che ci dà la bellezza. O meglio, la bellezza è una logica che viene percepita come piacere. Se si ammette questo, si capirà subito perché l’idea di bellezza, nelle società femministe, si sia quasi sempre limitata all’idea di bellezza femminile.
La bellezza è una donna. C’è un interessante tema di analisi, ma la questione è piuttosto complicata. Bisognerebbe dimostrare innanzitutto che la donna non è più bella dell’uomo; che, situata nella natura sullo stesso piano, costruita sullo stesso modello, fatta della stessa carne, apparirebbe, a un’intelligenza sensibile esterna all’umanità, esattamente la femmina dell’uomo, esattamente ciò che, per gli uomini, una puledra è per un puledro.
E anche, osservando più da vicino, il marziano che volesse istruirsi sull’estetica delle forme terrestri osserverebbe che, se esiste una differenza di bellezza tra un uomo e una donna della stessa razza, casta ed età, questa differenza è quasi sempre a favore dell’uomo; e che se né l’uomo né la donna sono completamente belli, i difetti della razza umana sono più accentuati nella donna, dove il doppio rigonfiamento del ventre e dei glutei, attrazione sessuale senza dubbio, distorce sgraziatamente la doppia linea del profilo; la curva del seno è quasi piegata sotto l’influenza della schiena che tende a incurvarsi. Le nudità di Cranach confessano ingenuamente queste eterne imperfezioni della donna.
Un altro difetto a cui gli artisti rimediano istintivamente quando hanno buon gusto è la brevità delle gambe, così accentuata nelle fotografie di donne nude. Questa fredda anatomia delle bellezze femminili è stata spesso discussa; quindi, è inutile insistere, tanto più che la verifica è purtroppo troppo facile. Ma se la bellezza della donna resiste così male alla critica, come mai rimane, nonostante tutto, incontestabile, diventando per noi la base stessa e il fermento dell’idea di bellezza?
È un’illusione sessuale. L’idea di bellezza non è un’idea pura; è intimamente unita all’idea di piacere carnale. Stendhal ha percepito oscuramente questo ragionamento quando ha definito la bellezza «una promessa di felicità». La bellezza è una donna, e per le donne stesse, che hanno spinto la docilità verso l’uomo fino ad adottare questo aforisma, che possono comprendere solo nella perversione sensuale estrema.
Si sa però che le donne hanno un tipo particolare di bellezza; gli uomini l’hanno naturalmente appassito con il nome di «bellimbusto». Se le donne fossero sincere, avrebbero anch’esse da tempo coniato un nome dispregiativo per il tipo di bellezza femminile dal quale l’uomo si lascia più volentieri sedurre.
Questa identificazione della donna con la bellezza è arrivata oggi al punto che ci viene proposta innocentemente “l’apoteosi della donna”; ciò significa la glorificazione della bellezza con tutte le promesse stendhaliane racchiuse in questa parola divenuta erotica. La bellezza è una donna e la donna è la bellezza; i caricaturisti accentuano il sentimento generale accoppiando sempre a una donna, che cercano di rendere bella, un uomo la cui bruttezza è spinta fino alla volgarità più bassa, mentre le donne belle sono così rare nella vita, mentre oltre i trent’anni la donna è quasi sempre inferiore in bellezza plastica, età per età, rispetto al suo marito o al suo amante. È vero che questa inferiorità non è più facile da dimostrare che da percepire, e che il ragionamento rimane inefficace, a pagina conclusa, sia per chi legge sia per chi scrive; e questo è davvero una fortuna.
L’idea di bellezza non è mai stata dissociata se non dagli esteti; la gente comune adotta la definizione di Stendhal. In altre parole, questa idea non esiste ed è stata completamente divorata dall’idea di felicità, e della felicità sessuale, della felicità donata da una donna. È per questo motivo che il culto della bellezza è sospetto ai moralisti che hanno analizzato il valore di alcune parole astratte. Lo traducono come culto della lussuria, e avrebbero ragione se quest’ultimo termine non contenesse un insulto piuttosto sciocco per una delle tendenze più naturali dell’uomo. È inevitabilmente accaduto che, opponendosi alle eccessive apoteosi della donna, abbiano toccato i diritti dell’arte. L’arte essendo l’espressione della bellezza e la bellezza potendo essere compresa solo sotto le forme materiali della vera idea che contiene, l’arte è diventata quasi esclusivamente femminista.
La bellezza è la donna; e anche l’arte è la donna. Ma questo è meno assoluto. La nozione di arte è assai netta, per gli artisti e per l’élite; l’idea di arte è molto ben svicolata. Esiste un’arte pura che si preoccupa solo di realizzare se stessa. Non dovrebbe essere fornita alcuna definizione; questo potrebbe avvenire solo unendo l’idea di arte a idee estranee che tenderebbero a offuscarla e contaminarla.
Prima di questa recente dissociazione, di cui conosciamo l’origine, l’idea di arte era legata a varie idee normalmente estranee ad essa, come l’idea di moralità, di utilità e di insegnamento. L’arte era l’immagine edificante inserita nei catechismi di religione o filosofia; questa fu la concezione degli ultimi due secoli. Ci eravamo liberati di questo collare; ora si vorrebbe rimettercelo al collo.
L’idea di arte si è nuovamente macchiata con l’idea di utilità; l’arte è chiamata sociale dai predicatori moderni. È anche definita democratica, epiteti ben scelti, se fosse in virtù del loro significato negativo della funzione principale. Accettare l’arte perché può moralizzare gli individui o le masse, è come accettare le rose perché se ne ricava un rimedio utile agli occhi; è confondere due serie di nozioni che l’esercizio regolare dell’intelligenza colloca su piani diversi. Le arti plastiche hanno un linguaggio; ma non è traducibile in parole e frasi.
L’opera d’arte tiene discorsi che si rivolgono al senso estetico e a lui solo; ciò che può dire in più di percettibile per le nostre altre facoltà non vale la pena di essere ascoltato. Tuttavia, è questa parte caduca che interessa i sostenitori dell’arte sociale. Sono la maggioranza e poiché siamo governati dalla legge dei numeri, il loro trionfo sembra assicurato. L’idea di arte potrebbe essere stata dissociata solo per un piccolo numero di anni e per un piccolo numero di intelligenze.
Ci sono dunque un grandissimo numero di idee che gli uomini non utilizzano mai allo stato puro, sia perché non sono ancora state dissociate, sia perché tale dissociazione non è riuscita a mantenersi in uno stato di stabilità; ci sono anche un grandissimo numero di idee che esistono allo stato dissociato, o che si possono provvisoriamente considerare tali, ma che hanno un’affinità particolare con altre idee con le quali si incontrano più spesso; ce ne sono altre ancora che sembrano refrattarie a certe associazioni, anche se i fatti a cui corrispondono nella realtà sono estremamente frequenti. Ecco alcuni esempi di queste affinità e repulsioni presi dal campo così interessante dei luoghi comuni o delle verità.
Gli stendardi furono inizialmente segni religiosi, come l’orifiamma di Saint-Denis, e la loro utilità simbolica è rimasta almeno altrettanto importante quanto la loro utilità reale. Ma come, al di fuori della guerra, sono diventati simboli dell’idea di patria? È più facile spiegarlo attraverso i fatti piuttosto che con la logica astratta. Oggi, in quasi tutti i paesi civilizzati, l’idea di patria e l’idea di bandiera sono invincibilmente associate; le due parole sono persino usate una per l’altra. Ma questo riguarda tanto la simbolica quanto l’associazione delle idee. Insistendo si arriverebbe al linguaggio dei colori, controparte del linguaggio dei fiori, ma ancora più instabile e arbitrario. Se è curioso che il blu della bandiera francese sia il colore devoto della Santa Vergine e dei bambini di Maria, non lo è meno che la pia porpora della veste di San Dionigi sia diventata un simbolo rivoluzionario. Simili agli atomi di Epicuro, le idee si attaccano come possono, a caso, attraverso incontri, urti e incidenti.
Alcune associazioni, sebbene molto recenti, hanno acquisito rapidamente un’autorità singolare; così quelle di istruzione e intelligenza, di istruzione e moralità. Ebbene, l’istruzione può al massimo testimoniare per una delle forme particolari della memoria o per una conoscenza letterale dei luoghi comuni del Decalogo. L’assurdità di questi legami forzati appare molto chiaramente riguardo alle donne; sembra proprio che ci sia un tipo di istruzione, quella che viene loro impartita al momento, che, invece di stimolare la loro intelligenza, la intorpidisce. Da quando vengono istruite seriamente, non hanno più alcuna influenza né nella politica né nelle lettere: si confrontino a questo proposito i nostri ultimi trent’anni con gli ultimi trent’anni dell’antico regime. Queste due associazioni di idee sono comunque diventate dei veri e propri luoghi comuni, di quelle verità che è tanto inutile esporre quanto combattere. Si uniscono a tutte quelle che popolano i libri e i lobi degenerati degli uomini; alle vecchie e venerabili verità come: virtù-ricompensa, vizio-punizione, Dio-bontà, crimine-rimorso, dovere-felicità, autorità-rispetto, sventura-punizione, futuro-progresso, e migliaia di altre, alcune delle quali, sebbene assurde, sono utili all’umanità.
Si potrebbe anche stilare un lungo catalogo delle idee che gli uomini si rifiutano di associare, mentre si compiacciono dei più sconcertanti stupri. Abbiamo fornito sopra la spiegazione di questo atteggiamento ostinato; il motivo è che la loro principale occupazione è la ricerca della felicità, e si preoccupano molto di più di ragionare secondo il loro interesse piuttosto che secondo la logica. Da ciò l’universale repulsione a collegare l’idea di nulla all’idea di morte. Anche se la prima idea è chiaramente contenuta nella seconda, l’umanità si ostina a considerarle separatamente; si oppone con tutte le sue forze alla loro unione, infila tra di esse instancabilmente un cuneo immaginario dove risuonano i colpi di martello della speranza. È il più bell’esempio di illogicità che possiamo darci e la migliore prova che, nelle cose gravi come nelle più piccole, è il sentimento che prevale sempre sulla ragione.
È una grande acquisizione sapere questo? Forse.
Novembre 1899.
*“La dissociation des idées” / La dissociazione delle idee, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Remy de Gourmont, La Culture des idées, Paris, Mecure de France, 1900, pp. 71-110.
NOTE
- Les Travailleurs de la mer; IIe partie, livre Ier, II. [N.d.T.: il passo menzionato da Gourmont si legge a p. 187 della prima edizione (1866): «Era notte sul mare. La cima della Douvre conservava un po’ di luce. Gilliatt approfittò di quel residuo di chiarore per avvolgere la corda annodata. Vi applicò, nel punto in cui si piegava sulla roccia, una fasciatura di diversi strati di tela, saldamente legata a ciascun strato. Era qualcosa di simile alle protezioni che le attrici mettono sulle ginocchia per le agonie e le suppliche del quinto atto. Terminata la fasciatura, Gilliatt, accovacciato, si rialzò. Da qualche istante, mentre sistemava quegli stracci sulla corda annodata, percepiva confusamente nell’aria un fremito singolare. Sembrava, nel silenzio della sera, il rumore che farebbe il battito d’ali di un’enorme pipistrello. Gilliatt alzò gli occhi. Un grande cerchio nero ruotava sopra la sua testa nel cielo profondo e bianco del crepuscolo.»] ↩︎
- fourrés, termine tecnico. ↩︎
- Le Temps, 31 octobre 1899. ↩︎
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
