Faguet: L’arte di leggere

Émile Faguet esplora l'arte di leggere, distinguendo tra lettura critica e per piacere, sottolineando l'importanza della saggezza.

leggere le letture - effe

(effe) — Da buon lettore anche per professione, lo scrittore e critico francese Émile Faguet dedicò uno dei suoi ultimi libri pubblicati all’Art de lire, l’arte di leggere. Tolti i casi in cui si legge distrattamente e passivamente, dunque per puro passatempo in senso letterale, oppure per studio o, ancora, per particolari esigenze tecniche di lavoro come il suo, diceva Faguet, si può anche “leggere solo per godere delle vostre letture” e in questa direzione si muoveva il suo libro, proponendo di “imparare a leggere come si impara a suonare il violino, cioè per sapere come suonarlo e per trarne il massimo piacere”. Oltre alla Prefazione, traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu le sue conclusioni sull’Art de lire riassunte nell’Epilogo che chiude il libro.

Prefazione

Émile Faguet —Si legge molto poco, diceva Voltaire, e, tra coloro che desiderano istruirsi, la maggior parte legge molto male. Allo stesso modo, un epigrammista sconosciuto, almeno a me, diceva all’inizio, credo, del XIX secolo:

Il destino degli uomini è questo:
Molti chiamati, pochi eletti;
Il destino dei libri, eccolo:
Molti sfogliati, pochi letti.

Saper leggere, lo si sente, è dunque un’arte e c’è un’arte del leggere. È a questo che pensava Sainte-Beuve quando diceva: “Il critico è solo un uomo che sa leggere e che insegna a leggere agli altri.”

Ma in cosa consiste quest’arte? Credo che siamo tutti in difficoltà.

Un’arte si definisce in base allo scopo che si propone, quindi dobbiamo chiederci perché leggiamo. È per istruirci? È per giudicare le opere? È per goderne? Se è per istruirci, dobbiamo leggere molto lentamente, annotando con la penna tutto ciò che il libro ci insegna, tutto ciò che contiene di sconosciuto per noi — e poi, dobbiamo rileggere, molto lentamente, tutto ciò che abbiamo scritto. È un lavoro molto serio, molto impegnativo e in cui non c’è alcun piacere, se non quello di sentirsi più istruiti di momento in momento.

Si tratta di giudicare le opere, ovvero leggere come critico? Allo stesso modo, sarà necessario leggere molto lentamente, prendendo appunti e annotando su schede. Schede relative all’invenzione, alle idee nuove; schede relative alla disposizione, al piano, al modo in cui l’autore conduce le sue idee o il suo racconto, o mescola le idee nel suo racconto; schede sullo stile, sulla lingua; infine, schede di discussione, cioè sulle idee dell’autore confrontate con le vostre, sul suo gusto confrontato con il vostro, sulle sue idee e il suo gusto confrontati con quelli della nostra generazione o con quelli della generazione a cui apparteneva, ecc. Da tutte queste schede, costruite l’idea generale che vi fate dell’autore e le idee particolari che avete su di lui, e non vi resta che collegare logicamente o verosimilmente queste idee particolari a questa idea generale, per creare, se non un buon articolo, almeno un articolo coerente.

Avrete solo insegnato al vostro lettore a leggere criticamente, e non a leggere per il piacere della lettura, e poco ci manca che la frase di Sainte-Beuve sia sbagliata: il critico non sa leggere per il proprio piacere e non insegna agli altri a leggere per il loro. Insegna al lettore a leggere in modo critico. Ora, leggere in modo critico non è un piacere o almeno è un piacere molto particolare, mescolato a molta aridità. Sarcey mi diceva, verso – è vero – la fine della sua vita: «Quanto sono stanco di leggere i libri per sapere cosa ne dirò! Non è più leggere, questo; non è più lasciarsi andare; è reagire; è leggere più dentro di sé che nell’autore». Aveva un po’ ragione. A cosa serve, dunque, il critico? A far leggere l’autore da un certo punto di vista. Il suo articolo è una sorta di introduzione all’autore di cui si tratta, introduzione che, del resto, può essere molto utile. A seconda che il lettore abbia già letto o meno l’autore, il critico lo invita a leggere con una certa disposizione generale o a rileggere (o ripensare) secondo un nuovo orientamento. Nel primo caso, gli dice: «pensa a questo»; nel secondo: «hai pensato a questo?». Per parlare come Bonald, che vedeva tutto in triadi e in ogni triade un mediatore, la lettura si compone di tre personaggi: l’autore, il lettore; e il critico è il mediatore.

Ma, ancora una volta, il critico è un uomo che sa leggere solo in modo critico e che impara a leggere solo criticamente, che insegna solo la lettura critica, di cui, del resto, non intendo dire nulla di male. Ma volete leggere solo per godere delle vostre letture? Volete imparare a leggere come si impara a suonare il violino, cioè per sapere come suonarlo e per trarne il massimo piacere? È un obiettivo completamente diverso; è un punto di vista completamente diverso, ed è a quest’arte soltanto che è dedicato il piccolo libro che inizio.

Émile Faguet — L’arte di leggere è l’arte di pensare con un po’ di aiuto. Di conseguenza, ha le stesse regole generali dell’arte di pensare. Bisogna pensare lentamente; bisogna leggere lentamente; bisogna pensare con cautela senza correre troppo con i propri pensieri e ponendosi continuamente delle obiezioni; bisogna leggere con cautela e fare costantemente obiezioni all’autore; tuttavia bisogna prima abbandonarsi al flusso del proprio pensiero e solo dopo un certo tempo tornare a discuterlo, altrimenti non si penserebbe affatto; bisogna dare fiducia provvisoria al suo autore e sollevare obiezioni solo dopo essersi assicurati di averlo compreso bene; ma a quel punto, sollevare tutte quelle che ci vengono in mente ed esaminare attentamente se non ha risposto e cosa potrebbe rispondere. E così via; perché leggere significa pensare con un altro, pensare il pensiero di un altro, e pensare il pensiero, conforme o contrario al proprio, che ci suggerisce.

Forse sono felici coloro che non hanno bisogno di libri per pensare, e del tutto infelici ovviamente quelli che leggendo pensano esattamente ciò che pensa l’autore; non so nemmeno quale piacere possano avere e non riesco a definirlo. Ma per quelli che si trovano tra i due estremi, e questo è il caso, penso, della maggior parte di noi, il libro, questo piccolo mobile dell’intelligenza, questo piccolo strumento per attivare la nostra mente, questo motore dello spirito che viene in soccorso della nostra pigrizia e più spesso della nostra insufficienza, e che ci dà il piacere delizioso di credere che pensiamo, anche se forse non pensiamo affatto, il libro è un amico prezioso e caro. Non nascondiamoci il fatto che ha i suoi difetti. Si è detto che non inganna; ho dimostrato che inganna spesso, poiché, a causa nostra, in verità, non appare affatto lo stesso dopo un certo tempo e ci delude.

Si dice che non è importuno, ozioso, loquace, poiché è un chiacchierone che si può mettere alla porta, senza scortesia, non appena ci annoia. È un grave errore; perché un libro può irritarci con il suo chiacchiericcio, e allo stesso tempo impedirci di chiuderlo, perché è interessante e tra due chiacchiere ci si può aspettare qualcosa di molto fine che sarebbe un peccato aver perso. Spesso un libro è tale che si vorrebbe che qualcuno, che fosse te stesso, perché ci si può fidare solo di sé, avesse evidenziato i passaggi interessanti e segnalato in particolare le pagine di incontestabile inutilità.

Si dice che anche dal libro peggiore si può trarre qualcosa di buono e che, di conseguenza, un libro è sempre un amico e un benefattore. A questo proposito, si è potuto citare, applicandola ai libri, questa frase di Montaigne: «Esaminerà la portata di ciascuno: un bovaro, un muratore, un passante, bisogna mettere tutto a frutto e prendere in prestito da ciascuno secondo la sua merce; perché tutto è utile in casa; la stessa stupidità e la debolezza degli altri saranno istruzione: confrontando le grazie e i modi di ciascuno si svilupperà il desiderio delle buone qualità e il disprezzo delle cattive.»

Non è del tutto vero, o non ne sono del tutto sicuro. È più facile essere influenzati da un libro sciocco che renderlo intelligente o farlo servire alla propria intelligenza attraverso il modo in cui lo si legge. Il libro sciocco si impone, essendo spesso apprezzato da una moltitudine di persone il cui numero impressiona, e non si sa discuterlo con la piena libertà di spirito che Montaigne suppone, che è l’unica condizione a cui potrebbe diventare utile. Quindi il libro non è sempre un benefattore; non è, qualunque esso sia, ancora un benefattore.

È anche molto vero che la lettura diventa una passione e che, come ogni passione, ha dei singolari eccessi. A un certo grado di intensità, impedisce qualsiasi azione, si oppone a qualsiasi impiego energico della vita. Il libro è un moli che impedisce agli uomini di diventare bestie nelle mani delle Circe; ma è anche un loto, che sembra un cibo così delizioso che bisogna usare violenza per strapparci dal paese dove cresce, per farci rientrare nelle nostre navi e costringerci a remare.

Non c’è alcun dubbio a riguardo. Bisogna armarsi di saggezza anche contro le passioni più innocenti, perché non esistono passioni innocenti, e anche parlando della lettura bisogna dire:

Il saggio che la segue, pronto a moderarsi,
Sa bere dalla sua coppa e non ubriacarsi

Ognuno sente che c’è un’arte nel leggere e, se la lettura non presentasse alcun pericolo, non ci sarebbe bisogno di un’arte per dedicarvisi.

In compenso, la lettura, con alcune precauzioni, è uno dei mezzi di felicità più sicuri. Conduce alla felicità perché porta alla saggezza e conduce alla saggezza perché ne proviene ed è il suo luogo naturale, dove ama portare i suoi amici. Avevo il mio vecchio del Galése; almeno l’ho avuto, perché mi ha preceduto all’appuntamento universale. Era avvocato in provincia. Arrivato alla cinquantina, vendette il suo studio e si ritirò, ma non lungo un corso d’acqua per coltivare fiori; si ritirò nella Biblioteca nazionale. Vi trascorreva sei o otto ore al giorno, a seconda delle stagioni. Era stato attratto a Parigi per due ragioni: perché, diceva, è l’unica città dove la vita intellettuale e artistica è a buon mercato; e perché è l’unica città dove ti permettono di non appartenere a un partito politico; e quindi, Parigi è la città dei poveri e delle persone tranquille.

Mi congratulai con lui, raccomandandogli di non farsi amici, poiché la Biblioteca nazionale è piena di amabili chiacchieroni che sembrano non amare la lettura degli altri e si alternano per impedirti di consultare il libro che hai appena aperto. Mi rispose che aveva il suo metodo, e che, non appena uno di quelli per cui la sala di lettura è una sala di conversazione si appoggiava alla sua seggiola, si addormentava immediatamente, il che, in una sala di lettura, come in un corso pubblico, è nei costumi, non può offendere nessuno e non richiede scuse.

Poiché non era un grande umanista, aveva adottato il seguente metodo per arrivare senza grande sforzo a leggere gli autori dei tempi più antichi della lingua francese. Aveva iniziato leggendo gli autori contemporanei, quelli che scrivono nella lingua odierna, poi, risalendo gradualmente, era passato agli autori del XIX secolo, poi a quelli del XVIII secolo e così via, abituandosi alla lingua arcaica attraverso transizioni lente e facendosi, del resto, sebbene procedendo a ritroso, un’idea molto chiara della successione della nostra civiltà. Non dubito che prima di morire, avrebbe letto molto fluentemente la Cantilena di sant’Eulalia.

Era davvero un vecchio del Galése a modo suo, altrettanto assiduo anche se meno laborioso e altrettanto saggio. Invece di cogliere fiori, coglieva con delicatezza le idee più belle, i racconti più belli, i dialoghi più belli che fossero germogliati nella mente umana. In latino legere significa leggere e significa cogliere. Questa lingua latina è affascinante.

*”L’Art de lire. Avant-propos / Épilogue” / L’Arte leggere (Prefazione ed Epilogo),  trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Émile Faguet, L’Art de lire, Paris, Hachette et Cie, 1912 (Avant-propos; Chapitre XI. Épilogue).

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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