Edith Wharton: Il vizio di leggere

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(effe) – Con il crescere dell’alfabetizzazione, dell’industrializzazione della cultura e dei processi di democratizzazione della società, negli ultimi secoli sono nate nuove questioni delle quali ancora oggi si discute. A inizio Novecento la scrittrice nordamericana Edith Wharton pubblicò un saggio nel quale analizzava mutamenti ancora in corso, come il diffondersi delle pubblicazioni di consumo e della pratica della lettura senza qualità, lo status della letteratura sospeso tra arte e commercio librario, la critica letteraria che assumeva funzioni meno “critiche” e più pubblicitarie, le recensioni che diventavano esercizi convenzionali per “estrattori di trama”, e – indirettamente – altre questioni che variamente si sono ripresentate fino ai giorni nostri. Non tutti nascono per leggere, sosteneva Edith Wharton, e principale obbiettivo polemico del suo scritto era il “mechanical reader” (inconsapevole di esserlo), al qual contrapponeva il più creativo “born reader”, vera ancora di salvezza per la sopravvivenza degli scrittori (non meccanici) e della letteratura di valore non comune. Il saggio di Edith Wharton “The Vice of Reading” che ora traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu fu pubblicato nel 1903 in “The North American Review”.

Edith Wharton — Quella “diffusione della conoscenza” comunemente classificata insieme al riscaldamento a vapore e al suffragio universale nella categoria dei miglioramenti moderni, ha portato incidentalmente alla produzione di un nuovo vizio: il vizio di leggere.

Nessun vizio è così difficile da sradicare come quelli che sono comunemente considerati virtù. Tra questi, il vizio di leggere è il principale. Che leggere spazzatura sia un vizio è generalmente ammesso; ma di per sé leggere — l’abitudine di leggere — per quanto nuova, già si colloca tra virtù consolidate come parsimonia, sobrietà, alzarsi presto e fare esercizio regolarmente. C’è, infatti, qualcosa di particolarmente aggressivo nella virtuosità del lettore per senso del dovere. Da coloro che hanno seguito gli umili sentieri del precetto, egli è venerato come qualcuno che segue un consiglio di perfezione. “Vorrei aver continuato a leggere come hai fatto tu,” dichiara il novizio illetterato a questo adepto del supererogatorio; e il lettore, abituato all’incenso degli applausi acritici, non sembra innaturale considerare la sua occupazione come un notevole traguardo intellettuale.

La lettura intrapresa deliberatamente — che si può definire lettura volitiva — non è più lettura di quanto l’erudizione sia cultura. La vera lettura è un’azione riflessa; il lettore nato legge inconsciamente così come respira; e, per portare l’analogia un passo avanti, leggere non è più una virtù di quanto lo sia respirare. Nella misura in cui è considerata meritoria, diventa improduttiva. Che cos’è leggere, in ultima analisi, se non uno scambio di pensieri tra scrittore e lettore? Se il libro entra nella mente del lettore esattamente com’è uscito da quella dello scrittore — senza alcuna delle aggiunte e modifiche inevitabilmente prodotte dal contatto con un nuovo corpo di pensieri — è stato letto inutilmente. In tali casi, ovviamente, il lettore non è sempre da biasimare. Ci sono libri che sono sempre gli stessi — incapaci di modificarsi o di essere modificati — ma questi non contano come fattori nella letteratura. Il valore dei libri è proporzionato a ciò che si può definire la loro plasticità — la loro qualità di essere tutto per tutti, di essere diversamente modellati dall’impatto di nuove forme di pensiero. Dove, per una causa o per l’altra, manca questa reciproca adattabilità, non può esserci un vero scambio tra libro e lettore. In questo senso si può dire che non esiste uno standard astratto di valori nella letteratura: i più grandi libri mai scritti valgono per ogni lettore solo quanto riesce a trarne fuori da loro. I migliori libri sono quelli dai quali i migliori lettori sono stati in grado di estrarre la maggior quantità di pensiero della più alta qualità; ma generalmente è da questi libri che il lettore povero ricava meno.

Essere un mediocre povero può quindi essere considerato una sfortuna; ma di certo non è una colpa. Perché dovremmo essere tutti lettori? Non ci si aspetta che siamo tutti musicisti; ma dobbiamo leggere; e così quelli che non possono leggere in modo creativo leggono meccanicamente — come se un uomo che non ha attitudine per il violino considerasse il suonare un organetto come un risultato equivalente! Deve essere chiaro fin dall’inizio che, in materia di lettura, i veri colpevoli non sono quelli che si limitano a riconosciuta spazzatura. C’è poco danno nel divoratore confessato di narrativa sciocca. Colui che si nutre del “romanzo del giorno” non ostacola seriamente lo sviluppo della letteratura. La mentalità che vede nelle divisioni naturali del melone un’indicazione che è destinato a essere mangiato in famiglia, potrebbe anche considerare certe opere — i libri a gettone o a pulsante, che non richiedono alcuno sforzo oltre al girare le pagine e usare gli occhi — come appositamente progettate per il consumo del lettore meccanico. La provvidenza produce una fornitura costante di autori la cui missione evidente è proteggere la letteratura dai danni dei non intelligenti; ed è solo quando si allontana dai suoi pascoli predestinati che il lettore meccanico diventa un pericolo per il corpo delle lettere.

L’idea che leggere sia una qualità morale ha sfortunatamente portato molte persone coscienziose a rinunciare al loro innocuo svago con la letteratura leggera per un’interazione più impegnativa. Queste sono le persone che “si impongono di leggere”. Il “programma” dei più ambiziosi include in realtà la grande decisione di tenersi aggiornati su tutto ciò che viene scritto! Il desiderio di tenersi aggiornati sembra essere il più forte incentivo per questa categoria di lettori: sembrano considerare la letteratura come un tram che può essere “preso” solo correndo; mentre molti lettori nati possono essere trovati a indugiare senza vergogna nei tempi delle carrozze a cavalli, senza nemmeno essere consapevoli dei nuovi mezzi di locomozione.

È quando il lettore meccanico, armato di questa alta concezione del suo dovere, invade il dominio delle lettere — discute, critica, condanna, o, peggio ancora, loda — che il vizio di leggere diventa una minaccia per la letteratura. Anche così, potrebbe sembrare di dubbio gusto risentirsi per un’intrusione motivata da intenzioni così rispettabili, se non fosse che l’incorreggibile autosufficienza del lettore meccanico lo rende un giusto bersaglio di attacco. L’uomo che suona l’organetto non sfida il confronto con Paderewski, ma il lettore meccanico non dubita mai della sua competenza intellettuale. Come la grazia dà fede, così lo zelo per l’auto-miglioramento si suppone conferisca cervelli.

Leggere non è una virtù; ma leggere bene è un’arte, e un’arte che solo il lettore nato può acquisire. Il dono di leggere non fa eccezione alla regola secondo la quale tutti i doni naturali devono essere coltivati con pratica e disciplina; ma se non esiste un’attitudine innata, l’allenamento sarà sprecato. È l’illusione del lettore meccanico pensare che le intenzioni possano prendere il posto dell’attitudine.

Questo è lontano dall’essere il caso, ci sono certi segni generici con cui il lettore nato rileva la sua copia fabbricata sotto qualsiasi travestimento essa possa assumere. Una di queste idiosincrasie è l’abitudine di considerare la lettura oggettivamente. Il lettore meccanico, poiché legge sempre coscientemente, sa esattamente quanto legge e lo dirà con l’orgoglio del meticoloso economo che ha calcolato al grammo il consumo giornaliero di cibo nella sua casa. Come l’economo tende ad andare al mercato ogni giorno a un’ora precisa, così il lettore meccanico ha spesso un orario fisso per accumulare le sue scorte intellettuali; e non di rado legge per un numero preciso di ore al giorno. L’affermazione in uno dei diari giovanili di Hamerton — “Ora comincerò un corso di lettura poetica, iniziando con 50 ore di Chaucer, e dato che gli ho dedicato 1 ora e mezza la scorsa notte mi rimangono esattamente 48 e mezza” — è un buon esempio di questo tipo di lettura. Ne consegue che chi legge a tempo spesso “non ha tempo per leggere”; una situazione sconosciuta al lettore nato, il cui leggere forma un continuo sottofondo a tutte le sue altre occupazioni.

Il lettore meccanico è schiavo del suo segnalibro: se perde il segno, si trova nella fastidiosa necessità di ricominciare dall’inizio; e si racconta la storia di un simile lettore che un parente frivolo ha tenuto per un anno su “Fuoco e Spada nel Sudan” con la crudele strategia di spostare il segnalibro ogni notte. Il lettore nato è il suo stesso segnalibro. Ricorda istintivamente a che punto dell’argomentazione ha posato il libro, e le pagine si aprono da sole nel punto che sta cercando. Va detto che il lettore meccanico è sempre scrupoloso nell’esecuzione del suo compito: una delle sue regole è non saltare mai una parola, e può sempre rispondere affermativamente e con trionfo alla famosa domanda del Dr. Johnson “Leggi i libri fino in fondo?”. Questo principio inflessibile si basa senza dubbio sul fatto che il lettore meccanico è incapace di discernere intuitivamente se un libro vale la pena di essere letto o meno. In effetti, fino a quando non ha letto l’ultima riga di un libro, non è in grado di formarsi un’opinione su di esso; né può fornire ragioni adeguate per la sua opinione una volta formata. Vedendo tutti i libri dall’esterno, e non avendo alcun punto di contatto con la mente dell’autore, non fa concessioni per temperamento o ambiente; per quel processo di trasposizione e selezione che rende il libro più impersonale il prodotto di condizioni uniche.

È ovvio che il lettore meccanico, prendendo ogni libro separatamente come un’entità sospesa nel vuoto, debba perdere tutti i percorsi secondari e i collegamenti trasversali del suo argomento. È come un turista che si sposta da un’attrazione all’altra senza guardare nulla che non sia indicato nella guida. Dei piaceri del vagabondaggio intellettuale, dell’inseguimento improvvisato di un’allusione sfuggente, suggerita talvolta dal giro di una frase o dalla sola tonalità di una parola, è serenamente inconsapevole. Per lui la cosa è il libro: l’idea di usarlo come la nota principale di armonie non premeditate, come il passaggio verso qualche paesaggio scelto dello spirito, è al di là della sua comprensione.

Il lettore meccanico considera suo dovere leggere ogni libro di cui si parla; un dovere reso meno gravoso dal fatto che può giudicare in anticipo, dalle dimensioni materiali di ogni libro, quanto spazio occuperà nella sua testa: non c’è bisogno di prevedere espansioni. Per il lettore meccanico, i libri una volta letti non sono come piante che mettono radici e intrecciano rami, ma come fossili etichettati e riposti nei cassetti dello studiolo di un geologo; o piuttosto, come prigionieri condannati a una solitudine perpetua. In una mente del genere i libri non parlano mai tra loro.

Il percorso del lettore meccanico è guidato dalla vox populi. Si dirige direttamente verso il libro di cui si parla, e la sua percezione dell’importanza è proporzionata al numero di edizioni esaurite prima della pubblicazione, poiché non ha modo di distinguere tra le diverse classi di libri di cui si parla, né tra le voci che ne parlano.

Fa parte del complessivo dovere del lettore meccanico esprimere un’opinione su ogni libro che legge, e a volte è costretto a strane soluzioni per svolgere coscienziosamente questo compito. È nella sua natura diffidare e respingere ogni libro che non comprende. “Non posso leggere e quindi desidero che tutti i libri siano bruciati.” Nel profondo del suo cuore, il lettore meccanico a volte potrebbe riecheggiare questo desiderio di Invidia del Dottor Faust; ma, essendo anche parte del suo dovere essere “appassionato di lettura,” è costretto a reprimere il suo impulso bibliocida e seguire la procedura di giudizio, quando il linciaggio sarebbe stato molto più semplice.

È naturale che il lettore che considera la lettura un obbligo morale confonda i giudizi morali con quelli intellettuali. Ecco un libro di cui tutti parlano; il numero delle sue edizioni è una prova quasi incontrovertibile del suo valore; ma per il lettore meccanico è criptico, e si rifugia nella disapprovazione. Ammette naturalmente l’ingegnosità; ma uno dei personaggi è “non piacevole”; ergo, il libro non è piacevole; è sorpreso che tu ti sia curato di leggerlo. Il lettore meccanico, dopo alcuni esperimenti di questo tipo, apprende la potenza della disapprovazione come arma critica, e presto diventa la sua principale difesa contro l’irritante richiesta di ammirare ciò che non può comprendere. A volte la sua disapprovazione è temperata da concessioni filosofiche alla lassezza umana: come nel caso della signora che non poteva approvare i romanzi di Balzac, ma era naturalmente disposta ad ammettere che “erano scritti nel più bel francese.” Un esempio notevole di questa disapprovazione temperata è fornito dal verdetto di Mrs. Barbauld su The Ancient Mariner: lo “giudicò improbabile.”

L’obbligo di esprimere un’opinione su ogni libro di cui si parla ha portato all’abitudine riprovevole ma naturale di prendere in prestito opinioni. Chiunque frequenta un gruppo di lettori meccanici si abitua presto al loro uso socialistico di certe formule e al rapido processo di erosione e distorsione subito dalle opinioni molto prese in prestito. Ci sono state persone abbastanza senza cuore da trovare piacere nel cogliere di sorpresa il lettore meccanico con la richiesta di un’opinione; e si deve ammettere che il risultato a volte giustifica la teoria che non ci siano sport così divertenti come quelli conditi con crudeltà. In tali estremi, gli espedienti adottati dai lettori meccanici spesso fanno onore alla loro inventiva; come quando una signora, improvvisamente interrogata su cosa pensasse di “Quo Vadis”, rispose che non aveva niente da ridire sul libro tranne che “non succedeva nulla”.

Finora l’argomento ha trattato solo quello che si può chiamare il lettore meccanico medio: una designazione che abbraccia l’immensa maggioranza dei consumatori di libri. Tuttavia, esiste un altro tipo di lettore meccanico più sorprendente: colui che, stanco del passatempo filisteo di “comprendere l’ovvio”, si avventura audacemente “tra l’amarezza delle cose occulte”. Il trascendentalismo deve gran parte della sua perenne popolarità a una reverenza per l’inintelligibile, e i suoi seguaci sono in gran parte reclutati dalla classe di lettori che considerano una grande impresa intellettuale leggere un libro quanto comprenderlo. Ma questi devoti dell’esoterico sono troppo pochi di numero per essere dannosi. È il lettore meccanico medio che realmente mette a rischio l’integrità delle lettere; ciò può sembrare un’accusa curiosa da rivolgere a quella vorace maggioranza. Come possono coloro che creano la domanda per la centomillesima copia essere accusati di malevolenza verso le lettere?

In quell’acuto studio dei caratteri, “Manovre”, Miss Edgeworth dice di uno dei suoi personaggi: “La sua mente non era mai stata travolta da un torrente di inutile apprendimento. Che il flusso della letteratura l’avesse attraversata era evidente solo dalla sua fertilità.”. Non ci potrebbe essere una descrizione più felice di coloro che leggono intuitivamente; e la sua antitesi ritrae altrettanto bene il lettore meccanico. La sua mente è devastata da quel torrente di inutile apprendimento che le sue richieste hanno contribuito a far crescere. È probabile che, se nessuno leggesse tranne coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri se non coloro che sanno come scrivere; ma è il minore dei mali del lettore meccanico aver incoraggiato l’autore meccanico. I due sono fatti l’uno per l’altro e possono nutrirsi a vicenda impunemente.

La nocività del lettore meccanico è quadrupla. In primo luogo, favorendo la domanda di scrittura mediocre, facilita la carriera dell’autore mediocre. Il crimine di attirare il talento creativo nelle fila della produzione meccanica è infatti il reato più grave del lettore meccanico.

In secondo luogo, con la sua passione per le rese “popolari” di argomenti astrusi e difficili, confondendo la rielaborazione frettolosa di truismi scientifici con le concezioni maturate lentamente dal pensatore originale, ritarda la vera cultura e riduce la quantità possibile di lavoro realmente duraturo.

L’abitudine di confondere giudizi morali e intellettuali è la terza causa della sua dannosità per la letteratura. L’inadeguatezza de “l’arte per l’arte” come credo letterario è stata da tempo riconosciuta. Non è richiedendo che lo scrittore immaginativo sia toccato “da affascinanti questioni” che il lettore meccanico interferisce con la produzione di capolavori, ma con la sua stessa incapacità di discernere le “affascinanti questioni” di qualsiasi libro, per quanto grande, che presenti qualche ostacolo alla sua visione. Per coloro che considerano la letteratura una critica della vita, nulla è più sconcertante di questa incapacità di distinguere tra la tendenza generale di un libro — il suo valore tecnico e immaginativo nel suo insieme — e le sue caratteristiche meramente episodiche. Che il lettore meccanico confonda l’amorale con l’immorale è forse naturale; può essere perdonato per una classificazione errata di libri come “La Certosa di Parma” o la “Vita di Benvenuto Cellini”; la sua dannosità per la letteratura risiede nella sua persistente ignoranza del fatto che qualsiasi seria rappresentazione della vita deve essere giudicata non dagli episodi che presenta, ma dal senso dell’autore della loro rilevanza. Il libro dannoso è il libro triviale: dipende dallo scrittore, e non dal soggetto, se la contemplazione della vita risulta in un Faust o in un Faublas. Per misurare l’assenza di questa percezione nel lettore medio, bisogna rivolgersi ai comuni libri “impropri” della narrativa inglese e americana corrente. In queste opere, apprezzate con riserva e con la giustificazione che sono “spiacevoli, ma così potenti”, si vede il riflesso dell’immagine che le grandi rappresentazioni della vita lasciano nelle menti del lettore meccanico e del suo romanziere. C’è la combinazione di accadimenti “dolorosi”; ma il resto, essendo non percepito, viene tralasciato.

Infine, il lettore meccanico, con la sua richiesta di letteratura predigerita e la sua incapacità di distinguere tra i mezzi e il fine, ha deviato le tendenze della critica, o meglio, ha prodotto una creatura a sua immagine — il critico meccanico. Il corrispondente londinese di un giornale di New York ha recentemente citato “un noto recensore inglese” che affermava che la gente non aveva più tempo per leggere analisi critiche dei libri — ciò che volevano era un riassunto dei contenuti. È naturalmente una questione aperta (e fuori dalla portata di questo argomento) quanto la letteratura benefici dalla critica; ma parlare come se l’analisi di un libro fosse un tipo di critica e la catalogazione dei suoi contenuti un’altra, è una palese assurdità. Il lettore nato può o non può desiderare di ascoltare ciò che i critici hanno da dire su un libro; ma se si preoccupa di qualche critica, vuole l’unico tipo degno di questo nome — un’analisi del soggetto e dello stile. Chi non ha tempo per tale critica certamente non ne dedicherà alla sintesi del contenuto di un libro: un inventario dei suoi eventi, che termina con il convenzionale “Ma non rovineremo il piacere del lettore rivelando, ecc.” È il lettore meccanico che richiede tali inventari e li chiama critiche; ed è perché il lettore meccanico è in maggioranza che l’estrattore di trama meccanico sta rapidamente sostituendo il critico. Che la vera critica sia utile alla letteratura o meno, è chiaro che questo pseudo-recensire è dannoso, poiché mette libri di qualità molto diversa sullo stesso morto piano di mediocrità, ignorandone il vero proposito e rilevanza. È impossibile dare un’idea del valore di un qualsiasi libro, tranne forse un romanzo giallo, attraverso il riassunto dei suoi contenuti; e persino quelle qualità che differenziano un buon romanzo giallo da uno mediocre risiedono più nel modo in cui viene trattato il soggetto e nella scelta dei mezzi usati per produrre un determinato effetto piuttosto che nella combinazione degli accadimenti. Tutte le forme d’arte si basano sul principio di selezione, e dove quel principio non è considerato nel complesso di una qualsiasi produzione intellettuale, non può esserci una critica genuina.

È così che il lettore meccanico lavora sistematicamente contro il meglio in letteratura. Ovviamente, è allo scrittore che arreca maggior danno. La strada ampia che porta alla sua approvazione è così facile da percorrere e così affollata di prosperi compagni di viaggio che molti giovani pellegrini vi sono stati attratti dal semplice desiderio di compagnia; e forse non è fino alla fine del viaggio, quando raggiunge il Palazzo delle Banalità e si siede a un banchetto di lodi indiscriminate, con gli scribacchini che ha più disprezzato che si servono liberamente dal piatto preparato in suo onore, che i suoi pensieri si volgono con nostalgia a quell’altra via — il sentiero stretto che porta “Ai pochi felici.”

*”The Vice of Reading” / Il vizio di leggere, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Wharton, Edith. “The Vice of Reading.” The North American Review, vol. 177, no. 563, 1903, pp. 513–21.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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