Thorstein Veblen: Sulla natura e gli usi del patriottismo, in tempi di pace e di guerra

Il patriottismo è una solidarietà basata sul prestigio, spesso conflittuale, che trascura il benessere collettivo e promuove rivalità nazionali.

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(effe) – Il sociologo ed economista statunitense Thorstein Veblen è celebre per “The Theory of the Leisure Class” (1899), la teoria della classe agiata, dove ha introdotto il concetto di “consumo vistoso” od ostentativo per descrivere l’acquisto di beni a fini di status sociale. Sollecitato dalla Grande guerra scrisse e pubblicò anche un libro dove indagava “i termini sui quali la pace su larga scala può essere sperabilmente instaurata e mantenuta”, sondando “quei fattori noti del comportamento umano che possono essere dimostrati dall’analisi dell’esperienza a controllare la condotta delle nazioni in congiunture di questo tipo” (An Inquiry into the Nature of Peace and the Terms of Its Perpetuation. New York: Macmillan, 1917). Il secondo capitolo del libro era dedicato alla natura e agli usi del patriottismo, “un’indagine sul ruolo dell’animo patriottico nella vita dei popoli moderni, in particolare per quanto riguarda le questioni di guerra e pace” (On The Nature and Uses of Patriotism), che qui traduco in italiano nel mio Taccuino blu.

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La natura del patriottismo è uno spirito di emulazione e deve apparire morale, se non altro per un popolo di parte. L’uomo comune è sufficientemente patriottico, ma è ostacolato da un senso di giustizia e onestà. Il patriottismo è in contrasto con la vita moderna. È un tratto ereditario? In Europa vi sono varietà di ceppi razziali. Il patriottismo è un tratto onnipresente e, sebbene possa essere dannoso, gli uomini vi aderiscono. L’evoluzione culturale degli europei ha portato a una crescita di un senso di solidarietà di gruppo. Gli interessi materiali del gruppo sono in declino man mano che crescono le divisioni di classe, finché il prestigio rimane praticamente l’unico interesse comunitario. Questo prestigio è basato su prodezze belliche, grandezza fisica e traffico pecuniario del paese. Gli interessi della classe dominante sono in contrasto con le fortune dell’uomo comune. Il valore dei superiori è un “valore di prestigio”. I benefici materiali che questa classe dirigente contribuisce sono: difesa contro l’aggressione e promozione del guadagno materiale della comunità. La difesa comune è un rimedio per i mali dovuti allo spirito patriottico. Tuttavia, la difesa comune è il solito schermo dietro cui si mettono in moto eventi per eventuali ostilità. Tutte le nazioni dell’Europa in guerra sono convinte di combattere una guerra difensiva, che di solito assume la forma di una difesa dell’Onore Nazionale. Il benessere materiale interessa al politico dinastico solo se conduce al successo politico. La politica dell’autosufficienza economica nazionale diventa rilevante. Il principale uso materiale del patriottismo è il suo utilizzo per un numero limitato di persone nella loro ricerca di guadagno privato, e ha l’effetto di dividere le nazioni lungo linee di rivalità.

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Thorstein Veblen – Il patriottismo può essere definito come un senso di solidarietà partigiana rispetto al prestigio. Quello che gli psicologi esperti, e forse anche gli esperti in Scienze Politiche, potrebbero ritenere necessario dire nel corso di un’analisi e definizione esaustiva di questa facoltà umana sarebbe presumibilmente qualcosa di più preciso e ampio. Non c’è intenzione di anticipare una definizione, ma solo di identificare e descrivere il concetto che sottende vagamente l’uso colloquiale di questo termine, nella misura in cui sembra necessario per un’indagine sul ruolo dell’animo patriottico nella vita dei popoli moderni, in particolare per quanto riguarda le questioni di guerra e pace.

In qualsiasi tentativo di spogliare questo concetto di tutti gli elementi estranei o accidentali, si scoprirà che un tale senso di interesse comune indiviso in un corpo collettivo di prestigio rimarrà sempre come un minimo irriducibile. Questo è il nucleo sostanziale attorno al quale molti e diversi interessi secondari si raggruppano, ma senza il quale questi altri interessi e aspirazioni aggreganti non costituiranno, congiuntamente o separatamente, un solido baluardo dello spirito patriottico.

È vero, viste sotto un’altra luce o valutate in un altro contesto o connessione, alcune di queste altre interessi, ideali, aspirazioni, beatitudini, possono essere giudicate più nobili, sagge, forse più urgenti del prestigio nazionale; ma nel forum del patriottismo tutte queste altre necessità della vita umana —la gloria di Dio e il bene dell’uomo— salgono solo al rango di sussidiarie, ausiliarie, comodità. È un patriota indifferente colui che lascia che “la vita, la libertà e la ricerca della felicità” offuschino la questione e ostacolino l’attività principale in questione.

Si racconta che una volta ci fossero molti spiriti audaci e intraprendenti uniti lungo la Costa Spagnola per scopi simili, proprio come oggi ci sono un numero ancora maggiore di spiriti altrettanto determinati intenti alla loro “vita, libertà e ricerca della felicità”, secondo la loro visione, nei mercati finanziari del mondo moderno; ma nonostante tutte le loro ammirevoli qualità e splendidi successi, la loro appassionata ricerca di questi piaceri non ha dato a questi Signori Avventurieri il diritto di rivendicare il rango di patrioti. Il poeta dice:

“Strike for your altars and your fires!
Strike for the green graves of your sires!
God and your native land!”
[NdT: Veblen cita versi di un poeta americano dell’Ottocento, Fitz-Greene Halleck, traducibili così: “Combatti per i tuoi altari e i tuoi focolari! / Combatti per le verdi tombe dei tuoi avi! / Dio e la tua terra natia!”]
Tuttavia, un esame attento della lista delle aspirazioni così enumerate nel volo del poeta, farà rapidamente emergere il fatto che qualsiasi di esse potrebbe venire meno senza pregiudicare il semplice richiamo al dovere patriottico. In ultima analisi, quando lo spirito patriottico si riduce alla sua essenza nuda, non è la riflessione sui meriti di queste cose buone e belle della Natura che gli dà il suo spunto e impone il sacrificio finale. In effetti, è qualcosa di infinitamente più futile e infinitamente più urgente, a patto che l’uomo sia pervaso del giusto grado di devozione patriottica; come, infatti, gli uomini comunemente sono. Non è fede, speranza o carità che rimangono come il minimo irriducibile di virtù nello schema delle cose del patriota; in particolare non quella carità che una volta è stata molto lodata come la più grande di queste. Può darsi che, vista alla luce della ragione, come direbbe il Dottor Katzenberger, la devozione patriottica sia la cosa più futile del mondo; ma, nel bene o nel male, la luce della ragione non ha nulla a che fare con la questione,—non più dei “Fiori che sbocciano in primavera.”

Lo spirito patriottico è uno spirito di emulazione, evidentemente, allo stesso tempo è un’emulazione attraversata da un senso di solidarietà. Appartiene più al concetto di sportività che a quello di operosità. Ora, qualsiasi impresa di sportività è orientata verso un successo invidiabile, che deve coinvolgere come suo scopo principale la sconfitta e l’umiliazione di qualche concorrente, qualunque altro possa essere il suo obiettivo. Il suo scopo è un guadagno differenziale, rispetto a un rivale; e lo spirito emulativo che rientra sotto la voce del patriottismo comunemente, se non invariabilmente, cerca questo vantaggio differenziale danneggiando il rivale piuttosto che aumentando il benessere interno.

In effetti, il benessere è del tutto fuori prospettiva, se non come base per un edificio di prestigio nazionale. È, almeno, una generalizzazione sicura che il sentimento patriottico non è mai noto per salire al culmine dell’abbandono entusiasta se non quando è rivolto a qualche opera di malevolenza concertata. Il patriottismo ha una natura contenziosa e trova la sua piena espressione solo in un’impresa bellica; il suo appello più alto e finale è per la morte, il danno, il disagio e la distruzione della parte avversa.

Non è che lo spirito del patriottismo non tolleri altri sentimenti riguardanti questioni di interesse pubblico, ma solo che non tollera quelli che contrastano con l’appello del prestigio nazionale. Come altri uomini, il patriota può essere mosso da molte e diverse altre considerazioni, oltre a quella del prestigio nazionale; e queste altre considerazioni possono essere delle più amichevoli e ragionevoli, oppure possono anche essere sciocche e dannose come qualsiasi altra compresa nella gamma delle debolezze umane. Può essere un umanitario dedito alla più gentile sollecitudine per il bene comune, o un devoto religioso circondato in tutti i suoi movimenti dal costante timore di Dio, o assorbito in attività artistiche, accademiche o scientifiche; oppure, ancora, può essere un dissipatore devoto alla dissacrazione profana, sia nei bassifondi sia a livelli più alti di gentilezza, o può essere impegnato in una rapace ricerca di guadagno, come un uomo d’affari entro la legge o come un criminale senza il suo beneficio, o può spendere i suoi migliori sforzi per far avanzare gli interessi della sua classe a scapito della nazione nel suo insieme. Tutto ciò è inteso come una questione ovvia e non è pertinente. Nella misura in cui è un completo patriota, questi altri interessi si allontaneranno da lui quando l’unico chiaro richiamo del dovere patriottico lo arruolerà nella causa del prestigio nazionale. Infatti, nulla impedisce a un cattivo cittadino di essere un buon patriota; né ne consegue che un buon cittadino —in altri aspetti— non possa essere un patriota molto indifferente.

Molte e varie altre preferenze e considerazioni possono coincidere con gli impulsi dello spirito patriottico e così possono unirsi e rafforzare la sua forza trainante; ed è usuale che gli uomini patriottici cerchino supporto per i loro impulsi patriottici in qualche scopo ragionato di questo tipo estraneo che si crede sia servito seguendo il richiamo del prestigio nazionale, può essere un presunto aumento e diffusione della cultura in generale, o la diffusione e l’accrescimento di una fede religiosa presumibilmente stimabile, o una prospettiva di liberazione dell’umanità dalla servitù a padroni odiosi e istituzioni obsolete; o, ancora, può essere l’aumento della pace e del benessere materiale tra gli uomini, entro i confini nazionali o imparzialmente in tutto il mondo civilizzato. Non ci sono, sostanzialmente, cose desiderabili in questo mondo che non siano così considerate da un notevole gruppo di patrioti per essere realizzate dal successo delle loro particolari aspirazioni patriottiche. Ciò su cui non giungeranno a un accordo è l’ascendenza nazionale particolare con cui si concepisce che il raggiungimento di questi fini ammirevoli sia legato.

Gli ideali, i bisogni e gli obiettivi che vengono portati nell’argomento patriottico per conferire un aspetto di razionalità all’aspirazione patriottica in un dato caso saranno ovviamente tali ideali, bisogni e obiettivi accettati e percepiti come autentici e legittimi tra le persone agli occhi delle quali l’impresa patriottica deve ottenere favore. Così si trova che, ad esempio, tra i seguaci dell’Islam, devoti e risoluti, lo statista patriottico (cioè il politico che intende sfruttare il fervore patriottico popolare) in ultima analisi farà appello alle rivendicazioni e agli insegnamenti della fede. In modo simile lo statista prussiano intenzionato a un’impresa dinastica evocherà il nome della dinastia e della cultura e dell’efficienza; oppure, se il peggio arriva, un’esplosione sarà coperta decentemente con un appello al pericolo mortale e all’autodifesa. Tra i popoli di lingua inglese si può guadagnare molto dimostrando che il cammino della gloria patriottica è al contempo la via della giustizia equa sotto il governo delle istituzioni libere; allo stesso tempo, in una comunità completamente commercializzata, come quelle di lingua inglese comunemente sono, i benefici materiali nel commercio contribuiranno a delineare uno sfondo di decenza per qualsiasi impresa che miri a migliorare il prestigio nazionale.

Tuttavia, qualsiasi promessa di guadagno, sia nei beni materiali sia immateriali della nazione, da sola non convincerà pienamente il comune cittadino moderno; o anche quei cittadini moderni che sono meglio dotati di spirito nazionale. In generale, e trascurando quella considerevole parte di cittadini moralmente difettosi che si può trovare in qualsiasi popolazione ibrida, sarà vero che nessuna impresa pianificata o linea di politica si raccomanderà pienamente al senso popolare di merito ed opportunità fino a quando non verrà data una svolta morale, in modo da allinearsi con i dettami di correttezza e onestà. Solo in questo modo potrà effettivamente fondersi con l’aspirazione patriottica. Per dare il massimo effetto pratico al fervore patriottico che anima una nazione moderna, e quindi utilizzarlo nel modo più efficace, è necessario dimostrare che nel caso sono coinvolte le richieste di equità. Qualsiasi rapido esame degli eventi storici moderni pertinenti a questo punto, tra i popoli civilizzati, evidenzierà il fatto che nessun movimento concertato e sostenuto dello spirito nazionale può avvenire senza coinvolgere le convinzioni morali della comunità. Il cittadino comune deve essere persuaso che la ragione è dalla sua parte. “Tre volte è armato chi sa che la sua causa è giusta.” Le basi di questa convinzione possono spesso essere piuttosto banali, ma nel caso la convinzione è un fattore necessario.

La sanzione morale richiesta può essere ottenuta su vari basi e, nel complesso, non è una questione estremamente difficile da organizzare. Nel caso più semplice e non infrequente, può dipendere da una questione di equità riguardo al commercio o agli investimenti tra i cittadini o sudditi delle diverse nazioni rivali; la “Porta Aperta” cinese offre un esempio tanto sordido quanto si desideri. Oppure può essere solo una richiesta invidiosa per una quota delle risorse materiali del mondo: “Un Posto al Sole,” come descrive una frase pittoresca; o “La Libertà dei Mari,” come un’altra domanda altrettanto vaga e altrettanto invidiosa per l’equità internazionale la definisce. Queste richieste sono avanzate con l’apparenza di chiedere qualcosa in termini di opportunità equa per il cittadino comune e pacifico; ma chiaramente non hanno alcuna influenza reale sul destino dell’uomo comune in tempo di pace, e hanno un significato per la nazione solo come unità combattente; a parte il loro valore di prestigio, queste cose valgono la pena di essere combattute solo come mezzi prospettici di combattimento. Un simile appello alle sensibilità morali può, ancora, essere fatto sotto forma di un invito all’autodifesa, secondo la regola del Vivi e lascia vivere; oppure può anche basarsi sull’obbligo più tenue di salvaguardare l’integrità nazionale di un vicino più debole, sotto un’interpretazione più ampia della stessa regola equa del Vivi e lascia vivere. Ma in un modo o nell’altro è necessario instaurare la convinzione che le spinte dell’ambizione patriottica abbiano la sanzione della necessità morale.

Non è che la linea della politica nazionale o dell’impresa patriottica intrapresa con il sostegno del sentimento popolare debba essere giusta ed equa come vista da una prospettiva imparziale dall’esterno, ma solo che deve sembrare giusta ed equa alla popolazione di parte le cui convinzioni morali sono necessarie per la sua prosecuzione; il che è tutt’altra cosa. Né è vero che qualsiasi impresa patriottica di questo tipo sia, in realtà, intrapresa semplicemente o principalmente su questi motivi morali che sono così affermati nella sua giustificazione, ma solo che è necessario affermare e far credere da parte della credenza popolare qualche motivo apparente di giustificazione o attenuazione.

Non è che l’uomo comune non sia sufficientemente patriottico, ma solo che è un patriota ostacolato da un senso di giustizia e onestà laborioso e inquieto, e che si deve fare i conti con questo pregiudizio morale quando si considera qualsiasi azione sostenuta e concertata che si basa sul sentimento dell’uomo comune per essere portata avanti. Ma il senso morale in questo caso può essere facilmente soddisfatto con un minimo di equità, nel caso in cui il pregiudizio patriottico del popolo sia ben pronunciato, o nel caso in cui sia rafforzato da un sufficiente richiamo all’interesse personale. In quei casi in cui il fervore nazionale raggiunge un livello eccitato, anche considerazioni molto attenuate di diritto e giustizia, che in condizioni ordinarie difficilmente resisterebbero a un esame come circostanze attenuanti, possono servire come giustificazione morale per qualsiasi corso d’azione stravagante a cui la brama di prestigio nazionale può incitare. Più alto è il livello di fervore patriottico, più tenue e più logora può essere la necessaria sanzione morale. Con un’eccitazione cumulativa, sono stati recentemente ottenuti risultati molto notevoli lungo questa linea.

Il patriottismo è evidentemente uno spirito di particolarismo, di estraneità e animosità tra gruppi di persone contrapposti; vive di confronti invidiosi e si manifesta in ostacoli e gelosie reciproche tra le nazioni. Spesso arriva a ostacolare l’interazione e a bloccare il commercio che servirebbe chiaramente al benessere materiale e culturale di entrambe le nazionalità; e non di rado, anzi normalmente, si traduce in danni competitivi per entrambe.

Tutto questo è valido nel mondo della civiltà moderna, mentre lo schema di vita moderno e civilizzato è, notoriamente, di carattere cosmopolita, sia nei suoi requisiti culturali sia nella sua struttura economica. La cultura moderna è disegnata su una scala troppo ampia, è di carattere troppo complesso e multiforme, richiede la cooperazione di troppe e varie linee di indagine, esperienza e intuizione per poter essere confinata entro frontiere nazionali, se non al costo di un insopportabile indebolimento e ritardo. La scienza e la conoscenza, che sono l’orgoglio peculiare della cristianità civilizzata, non sono solo internazionali, ma piuttosto omogeneamente cosmopolite; così che, in questo senso, non ci sono, di fatto, frontiere nazionali; con l’eccezione, naturalmente, che in una stagione di intossicazione patriottica, come quella indotta dall’attuale guerra, anche gli studiosi e gli scienziati saranno temporaneamente sopraffatti dal loro fervore patriottico. Infatti, nonostante i migliori sforzi dell’oscurantismo e della gelosia nazionale al contrario, rimane palesemente vero che la cultura moderna è la cultura della cristianità in generale, non la cultura di una nazione o l’altra in modo separato entro i confini della cristianità. È solo in quanto partecipano e contribuiscono al corso generale della civiltà occidentale nel suo complesso che i popoli di una qualsiasi di queste nazioni della cristianità possono rivendicare lo status di nazione colta; e anche qualsiasi variazione distintiva da questo corso generale della vita civilizzata, che possa dare un “colore locale” di ideali, gusti e convenzioni, dovrà, in termini di valore culturale, essere considerata come un dettaglio inutile, una specie di movimento perso, che non serve a un altro scopo se non a un temporaneo allontanamento.

Allo stesso modo, lo stato moderno delle arti industriali ha un carattere cosmopolita in termini di scala, specializzazione e uso necessario di risorse diversificate, di clima e materie prime. Nessuno dei paesi europei, ad esempio, è in grado di portare avanti la propria industria con metodi tecnologici moderni senza attingere costantemente a risorse al di fuori dei propri confini nazionali. L’isolamento in questo ambito industriale, l’esclusione dal mercato mondiale, significherebbe una perdita di efficienza intollerabile, più pronunciata quanto più il paese in questione ha adottato questo moderno stato delle arti industriali. L’esclusione dal corpo generale delle risorse esterne comprometterebbe seriamente uno o tutti questi paesi, privandoli effettivamente dei benefici di questa tecnologia; e l’esclusione parziale, tramite tariffe proibitive o protettive e simili, comporta inevitabilmente una riduzione parziale dell’efficienza di ciascuno, e quindi una diminuzione del benessere attuale tra tutti loro insieme.

In questo sistema culturale e tecnologico del mondo moderno, lo spirito patriottico si inserisce come polvere negli occhi e sabbia negli ingranaggi. Il suo contributo netto al risultato è oscuramento, sfiducia e rallentamento in ogni punto in cui tocca le sorti dell’umanità moderna. Eppure è sempre presente nei consigli degli statisti e negli affetti dell’uomo comune, e non smette mai di comandare il rispetto di tutti come attributo principale della virilità e test finale del cittadino desiderabile. Non è un’esagerazione dire che nessun’altra considerazione è ammessa in diminuzione delle pretese di lealtà patriottica, e che tale lealtà sarà permessa di coprire qualsiasi moltitudine di peccati. Quando l’antico filosofo descrisse l’Uomo come un “animale politico,” in effetti, affermava questo; e oggi l’antico detto è nuovo di zecca. Lo spirito patriottico è in contrasto con la vita moderna, ma in ogni caso di prova si trova che le pretese della vita cedono davanti a quelle del patriottismo; e qualsiasi voce che dissente da questo ordine delle cose è come una voce che grida nel deserto.

A chiunque sia incline a moralizzare sulle singolari discrepanze della vita umana, questo stato di cose sarà fonte di molte profonde speculazioni. L’animo patriottico sembra essere un tratto duraturo della natura umana, un’antica eredità che è rimasta intatta da tempo immemorabile, sotto la regola mendeliana della stabilità dei tipi razziali. È arcaico, non suscettibile di eliminazione o soppressione duratura e apparentemente non mitigabile apprezzabilmente dalla riflessione, dall’istruzione, dall’esperienza o dall’allevamento selettivo.

Nel corso della storia, e presumibilmente attraverso un periodo incalcolabile del passato non registrato, l’omicidio patriottico ha costantemente eliminato da ogni generazione successiva di uomini i più patriottici tra loro; con il risultato netto che il livello di ardore patriottico oggi non sembra essere più basso di quanto non lo sia mai stato. Allo stesso tempo, con l’avanzare della popolazione, della cultura e delle arti industriali, il patriottismo è diventato sempre più dannoso; e appare ovunque e potente come sempre, ed è tenuto in alta considerazione.

La continua prevalenza di questo animus arcaico tra i popoli moderni, così come il fatto che esso sia universalmente considerato tra le virtù più alte, deve essere considerata come prova che si tratta, nei suoi elementi, di un tratto ereditario, di natura di una propensione impulsiva innata, piuttosto che un prodotto dell’abitudine. In sostanza, non è qualcosa che può essere appreso e disimparato. Da una generazione all’altra, la fedeltà può spostarsi da una nazionalità all’altra, ma il fatto di una fedeltà irriflessiva in generale rimane. E tutto ciò indica anche che nessun cambiamento sensibile ha avuto luogo nel patrimonio ereditario della razza, almeno sotto questo aspetto, durante il periodo conosciuto dai documenti o da deduzioni sicure, diciamo, dall’inizio del Neolitico in Europa; e questo nonostante il fatto che ci sia stata tutta questa opportunità per cambiamenti radicali nella popolazione europea attraverso incroci, infiltrazioni e spostamenti dei vari ceppi razziali che compongono questa popolazione. Pertanto, con una leggera riflessione, l’inferenza si è suggerita e ha guadagnato accettazione che questo tratto della natura umana deve presumibilmente essere stato utile ai popoli dei tempi antichi, su quei livelli di selvaggio o del barbarismo inferiore su cui gli antenati della popolazione europea hanno dimostrato la loro sopravvivenza e idoneità a popolare quella parte della terra. Tale, infatti, è la visione comune; così comune da passare per scontata e quindi abitualmente sfuggire all’esame critico.

Tuttavia, non è necessario che seguiti, come una riflessione più paziente dimostrerà. Tutti i popoli europei mostrano lo stesso animo sotto questo aspetto; indipendentemente dalla loro storia passata e dalle differenze di esperienze passate che potrebbero aver plasmato il loro temperamento. Qualsiasi differenza nel livello di orgoglio patriottico e animosità tra le varie nazionalità o località non è affatto ampia, anche nei casi in cui la composizione razziale della popolazione è considerata molto diversa, come, ad esempio, tra i popoli sulla costa del Baltico e quelli sul Mediterraneo. In realtà, in questa questione dell’animo patriottico sembra esserci una divergenza più ampia, a livello temperamentale, tra individui all’interno di una qualsiasi di queste comunità piuttosto che tra la maggioranza comune in una comunità e la corrispondente maggioranza comune in un’altra. Ma anche tale divergenza di temperamento individuale rispetto al patriottismo, per quanto si possa incontrare, è sorprendentemente piccola in vista della possibilità di variazione individuale che questa popolazione europea sembrerebbe offrire.

Questi popoli d’Europa, tutti e ciascuno, sono ibridi composti dagli stessi elementi razziali, ma mescolati in proporzioni variabili. Su qualsiasi parallelo di latitudine —considerato in senso climatico piuttosto che geometrico— la composizione razziale della popolazione dell’Europa occidentale sarà molto simile, praticamente identica nell’effetto, sebbene sempre di un aspetto ibrido; mentre su qualsiasi parallelo di longitudine —anche in senso climatico— la composizione razziale varierà progressivamente, ma sempre entro i limiti dello stesso schema generale di ibridazione, —la variazione è una variazione nella proporzione in cui i diversi elementi razziali sono presenti in ogni caso specifico. Ma in nessun caso una differenza notevole nella composizione razziale coincide con una frontiera linguistica o nazionale. Ma per quanto riguarda lo spirito patriottico, questi popoli europei sono uno buono quanto l’altro, sia che il confronto venga tracciato su paralleli di latitudine o di longitudine. E gli abitanti di ciascun territorio nazionale, o di ciascuna località specifica, sembrano anche essere sorprendentemente uniformi per quanto riguarda il loro spirito patriottico.

L’ereditarietà in una comunità di ibridi sembrerà superficialmente andare in modo piuttosto casuale. Non ci sarà, ovviamente, alcuna differenza tracciabile tra classi sociali o economiche, dal punto di vista dell’ereditarietà, come è visibilmente il caso nella cristianità. Ma la variazione, di un tipo apparentemente casuale, sarà grande e onnipresente tra gli individui di tale popolazione. Infatti, è facile verificare che la variazione individuale all’interno di un tale ceppo ibrido supererà di gran lunga le differenze estreme che possono esistere tra i diversi tipi razziali che hanno contribuito a produrre il ceppo ibrido. Questo è il caso dei popoli europei. Gli abitanti variano notevolmente tra loro, sia nei tratti fisici che mentali, come ci si aspetterebbe; e ci si dovrebbe quindi aspettare che la variazione tra gli individui in termini di animosità patriottica sia altrettanto ampia, superando di gran lunga la differenza, se presente, sotto questo aspetto tra i vari elementi razziali della popolazione europea. Ci sembra essere qualche differenza apprezzabile in questo aspetto tra gli individui; tuttavia, la divergenza individuale dalla norma o dalla media appare sempre di tipo sporadico: non segue le linee di classe, sia per quanto riguarda l’occupazione, lo status o la proprietà, né si trasmette in modo coerente da genitore a figlio. In definitiva, l’argomento ritorna al punto sicuro che queste variazioni in termini di animosità patriottica sono sporadiche e irrilevanti, e non intaccano la proposizione generale che, in media, gli abitanti dell’Europa e delle colonie europee sono sufficientemente patriottici, e che la dotazione media sotto questo aspetto è coerente e uniforme attraverso tutte le differenze di tempo, luogo e circostanza. In effetti, sarebbe estremamente rischioso affermare che ci sia una differenza sensibile nella normale intensità del sentimento patriottico tra due campioni ampiamente diversi di queste popolazioni ibride, nonostante il fatto che la diversità nei tratti fisici visibili possa essere abbastanza pronunciata.

In breve, la conclusione sembra sicura, in generale, che sotto questo aspetto i vari ceppi razziali che hanno contribuito a formare le attuali popolazioni della cristianità siano stati dotati in modo altrettanto ricco l’uno rispetto all’altro. Il patriottismo appare essere un tratto onnipresente, almeno tra le razze e i popoli della cristianità. Da ciò dovrebbe derivare che, poiché non c’è stato, e non c’è mai stato, alcun vantaggio differenziale che favorisca un ceppo razziale o un tipo di ibrido rispetto a un altro, in questa questione di animus patriottico, non dovrebbe esserci alcun motivo di sopravvivenza selettiva o eliminazione selettiva a questo riguardo tra queste diverse razze e popoli. Così, la prevalenza indisturbata e intatta di questo tratto tra la popolazione europea, in passato o recentemente, non dimostra nulla riguardo alla sua utilità o dannosità netta sotto qualsiasi delle diverse condizioni di cultura e tecnologia a cui questi europei sono stati sottoposti, in passato e di recente; tranne che, in ogni caso, non si è dimostrato così dannoso sotto le condizioni finora prevalenti da determinare l’estinzione di questi europei, l’uno con l’altro.

Lo stato d’animo patriottico è stato descritto sopra come se fosse un tratto ereditario, qualcosa di simile a un carattere unitario mendeliano. Certamente, questa non è una descrizione adeguata della questione; tuttavia, l’argomento attuale non richiede un’analisi più approfondita. Tuttavia, per chiarire ed evitare fastidi, si può notare che questo spirito patriottico è di natura più simile a uno “stato d’animo” piuttosto che a un carattere unitario mendeliano; che coinvolge una concatenazione di diversi impulsi propensi (presumibilmente ereditari); e che sia la concatenazione sia il modo e l’ampiezza della risposta sono un prodotto dell’abitudine, in gran parte di natura convenzionalizzata. Quello che è stato detto sopra, quindi, non va oltre l’affermare che le attitudini sottostanti necessarie a questo stato d’animo patriottico sono ereditabili e che l’abitudine e la consuetudine su questo punto si manifestano con sufficiente uniformità da portare a un risultato abbastanza uniforme. Si può aggiungere che in questa concatenazione sembra essere compresa, di solito, quell’attaccamento sentimentale all’habitat e alla consuetudine chiamato amore per la casa, o nella sua espressione accentuata, nostalgia di casa; così anche un compiacimento invidioso di sé, unito a un’inclinazione gregaria che dà al confronto invidioso un contenuto di gruppo; e inoltre, comunemente se non invariabilmente, un’inclinazione all’abnegazione, all’umiliazione, alla sottomissione, o come meglio si può definire, che inclina il portatore ad accettare e servire irrazionalmente e senza domande un ideale prescrittivo dato dalla consuetudine o dall’autorità consueta.

La conclusione provvisoria sarebbe quindi che, in condizioni moderne, l’animo patriottico è completamente un tratto svantaggioso nell’eredità spirituale di questi popoli, per quanto riguarda inequivocabilmente le condizioni materiali di vita e, presumibilmente, per quanto riguarda gli interessi culturali più in generale; mentre non vi è alcuna base certa per un’opinione discriminante riguardo alla sua possibile utilità o inutilità in un periodo remoto del passato. C’è, naturalmente, sempre spazio per la stima conservatrice che, poiché il possesso di questo tratto spirituale non ha finora portato all’estinzione della razza, così anche nel futuro calcolabile potrebbe continuare a non provocare risultati più gravi di un certo grado di danno, senza nemmeno fermare o ritardare notevolmente l’aumento della popolazione.

Tutto questo, naturalmente, è inteso a valere solo fino a un certo punto. Non deve essere preso come un’intenzione di dire la minima parola in deroga a quelle alte qualità che ispirano il cittadino patriottico. Nella sua incidenza economica, biologica e culturale, il patriottismo appare come un tratto sfavorevole della natura umana; il che, naturalmente, non ha nulla da dire riguardo alla sua eccellenza morale, al suo valore estetico o alla sua indispensabilità per una vita degna. Senza dubbio, in tutti questi aspetti merita tutta la stima e gli elogi che gli spettano. Infatti, il suo ben noto valore morale ed estetico, così come la riprovazione che cala su eventuali mancanze in questo senso, significano, ai fini del presente argomento, nient’altro che il fatto che l’animo patriottico incontra l’approvazione incondizionata degli uomini perché tutti, e ciascuno in particolare, ne sono contagiati. È prova della presenza ubiquitaria, intima e inestirpabile di questa qualità nella natura umana; tanto più dal momento che continua instancabilmente a essere tenuta in alta considerazione nonostante il fatto che un minimo di riflessione dovrebbe rendere chiara la sua inservibilità alla più modesta comprensione. Nessuna lode più alta di eccellenza morale, e nessun test più profondo di lealtà, può essere chiesto di questa attuale incondizionata approvazione di una virtù che porta invariabilmente a danni e disagi. L’impulso virtuoso deve essere radicato e indefettibile che spinge gli uomini incontinentemente a fare il bene affinché ne derivi il male. “Anche se mi ucciderà, avrò fiducia in Lui.”

Alla luce —ed è una luce fioca e incerta— delle prove archeologiche, supportata da prove circostanziali provenienti da istanze parallele o analoghe offerte da comunità esistenti su un livello di cultura comparabile, si può osare con una certa sicurezza una ricostruzione del modo di vivere tra i primi europei, dei primi tempi neolitici e successivi. E così si può formare una concezione del ruolo giocato da questo animus patriottico tra quegli inizi, quando, se non la razza, almeno le sue istituzioni erano giovani; e quando il temperamento nativo di questi popoli fu messo alla prova e ritenuto idoneo a sopravvivere attraverso le lunghe e lente ere della pietra e del bronzo. In questo contesto, sembra sicuro presumere che dai primi tempi neolitici non vi sia stato alcun cambiamento sensibile nella composizione razziale dei popoli europei; e quindi nessun cambiamento sensibile nella loro costituzione spirituale e mentale. Così che, per quanto riguarda gli elementi spirituali che compongono questo animus patriottico, gli europei di oggi saranno sostanzialmente identici agli europei di quel tempo antico. Lo stesso vale per quegli altri tratti di temperamento che entrano in questione qui, essendo inclusi tra le caratteristiche stabili che ancora condizionano la vita di questi popoli sotto le mutate circostanze dell’età moderna.

La differenza tra l’Europa preistorica e lo stato attuale di questi popoli si riduce, analizzando, a una differenza nello stato delle arti industriali, insieme a tali cambiamenti istituzionali che si sono verificati nel corso dell’evoluzione di questo progresso nelle arti industriali. Le abitudini e le esigenze di vita tra questi popoli sono cambiate notevolmente; mentre per temperamento e capacità i popoli che ora vivono sotto il dominio di questo stato modificato delle arti industriali sono gli stessi di prima. È importante notare, quindi, che il fatto di essere riusciti a superare le lunghe ere della preistoria grazie a questo patrimonio mentale e spirituale non può essere preso come argomento per affermare che questi popoli siano adatti ad affrontare le esigenze di questa età successiva e profondamente alterata; né si può presumere che, poiché questi popoli hanno elaborato questa moderna cultura e tecnologia, essa debba essere necessariamente adatta al loro uso e favorevole al loro successo biologico. Il semplice esempio della comunità urbana moderna, con le sue infinite esigenze in termini di sanità, polizia, istruzione obbligatoria, carità, — tutte queste e molte altre discrepanze nella vita moderna dovrebbero invitare alla cautela chiunque sia incline a sostenere con leggerezza che, poiché gli uomini moderni hanno creato queste condizioni, queste devono essere le condizioni di vita più adatte per l’umanità moderna.

All’inizio, cioè all’inizio europeo, gli uomini vivevano in piccoli gruppi uniti. Il controllo era stretto all’interno del gruppo e la necessità di subordinare i guadagni e le preferenze individuali al bene comune era imposta al gruppo dalle esigenze della situazione, pena l’estinzione comune. La situazione e le usanze dei villaggi eschimesi esistenti possono servire a illustrare e rafforzare l’argomento in questo senso. La solidarietà di sentimenti necessaria a sostenere la solidarietà di azione richiesta sarebbe una condizione fondamentale di sopravvivenza in qualsiasi stirpe razziale esposta alle condizioni che circondavano questi primi europei. Questo senso di solidarietà necessario non toccherebbe semplicemente o più imperativamente il prestigio comune del gruppo, ma piuttosto gli interessi materiali comuni; e imporrebbe uno spirito di mutuo supporto e dipendenza, che sarebbe piuttosto aiutato che ostacolato da un atteggiamento di prestigio comune, finché nessun interesse divergente dei membri all’interno del gruppo fosse in grado di sfruttare questo stato di sentimento comune a proprio vantaggio particolare.

Questo stato di cose durerà per un tempo relativamente lungo; abbastanza a lungo da mettere alla prova l’idoneità di queste persone per quel modo di vivere, più a lungo, senza dubbio, dell’intervallo trascorso dall’inizio della storia. Interessi speciali, ad esempio, interessi personali e familiari, saranno stati presenti e attivi in questi giorni iniziali; ma finché il gruppo nel suo insieme era abbastanza piccolo da consentire un contatto di vicinato stretto in tutta la sua estensione e durante la routine quotidiana di lavoro, allo stesso tempo che era troppo piccolo e debole per permettere qualsiasi dissipazione apprezzabile delle sue energie comuni nella ricerca di guadagni egoistici che andassero contro al compito principale della sussistenza comune, tanto a lungo il senso di una sussistenza comune e di una fortuna condivisa continuerebbe a tenere efficacemente sotto controllo qualsiasi ambizione particolaristica. Se fosse andata diversamente, la storia del gruppo in questione sarebbe finita, e un altro tipo di uomini, più adatto, avrebbe preso il posto lasciato vacante dalla sua estinzione.

Con un sensibile progresso nelle arti industriali, la scala delle operazioni crescerebbe e il gruppo diventerebbe più numeroso ed esteso. Il margine tra produzione e sussistenza si amplierebbe, offrendo maggiore spazio per ambizioni individuali e guadagni personali. E mentre questo processo di crescita e aumento dell’efficienza produttiva prosegue, il controllo esercitato dalla sorveglianza dei vicini, attraverso il sentimento del bene comune contro le ambizioni egoistiche di individui e sottogruppi, si allenterebbe gradualmente; fino a cadere in disuso, venendo richiamato in azione solo di fronte a straordinarie esigenze che riguardano le sorti comuni del gruppo nel suo insieme o per la convinzione che l’interesse collettivo del gruppo fosse messo in pericolo dalla molestia di uno o più membri da parte di estranei. Almeno la reputazione del gruppo si sentirebbe danneggiata nella sconfitta o nel disprezzo subito da uno dei suoi membri per mano di un estraneo; e, sotto la spinta dell’antico senso di solidarietà di gruppo, qualsiasi difficoltà materiale o guadagno materiale che potesse toccare i membri individuali nei loro rapporti con l’estraneo sarebbe facilmente considerato come un danno o un guadagno materiale che va a beneficio del gruppo nel suo insieme, nella percezione di uomini il cui senso di interesse comunitario è infiammato da una disposizione gelosa a salvaguardare il loro prestigio comune.

Con il continuo progresso nelle arti industriali, le circostanze che condizionano la vita subiranno un cambiamento progressivo, di tale natura che l’interesse comune del gruppo nel suo insieme, sotto l’aspetto materiale, sarà sempre meno legato alla fortuna materiale di un particolare membro o membri. Col tempo e il cambiamento, non ci sarà, di fatto, in tempi ordinari, alcuna comunità generale e inclusiva di interesse materiale che unisce i membri in una sorte comune e nel lavoro per un sostentamento comune. Man mano che i diritti di proprietà iniziano ad avere effetto, così che la proprietà e la ricerca di un sostentamento secondo le regole della proprietà governano le relazioni economiche degli uomini, queste preoccupazioni materiali cesseranno di essere un interesse congiunto indiviso e assumeranno la forma di interesse separato. Non appena e nella misura in cui questa istituzione della proprietà prende piede, gli interessi materiali degli uomini cessano di seguire linee di solidarietà di gruppo. Solo, o quasi solo, nel caso eccezionale di difesa contro un’incursione predatoria dall’esterno, i membri del gruppo hanno un interesse comune di tipo materiale. Man mano che lo stato delle arti avanza, l’organizzazione industriale si sviluppa su una scala più ampia e una specializzazione più estesa, con una crescente divergenza tra interessi individuali e fortune individuali; e l’interazione su distanze maggiori diventa più facile e rende praticabile un raggruppamento più ampio, che consente una mobilitazione di forze più ampia, pronta ed efficace con cui difendere o affermare eventuali rivendicazioni comuni. Ma allo stesso tempo, ne consegue, o almeno sembra essere seguito uniformemente nel caso europeo, che l’accumulo di proprietà e i diritti di proprietà siano progressivamente passati al primo posto tra gli interessi materiali di questi popoli; mentre qualcosa di simile a una comunità di usufrutto è impercettibilmente caduta in secondo piano, e alla fine è andata praticamente in disuso, tranne che come eventuale risorsa in extremis per la difesa comune. I diritti di proprietà hanno sostituito la comunità di usufrutto; e distinzioni invidiose tra persone, sottogruppi e classi hanno sostituito la comunità di prestigio nella routine quotidiana di lavoro di questi popoli; e le distinzioni tra persone o classi contrastanti si basano sempre più, direttamente o indirettamente, su confronti invidiosi in termini di posizione pecuniaria piuttosto che sull’affiliazione personale con il gruppo nel suo insieme.

Con l’avanzare delle arti industriali si instaura una differenziazione di nuovo tipo che cresce progressivamente più marcata ed efficace, dando luogo a una riorganizzazione su linee che ignorano quelle frontiere che dividono una comunità dall’altra per scopi di emulazione patriottica. Per quanto riguarda principalmente e tipicamente qui la questione, questa riorganizzazione avviene su due principi distinti ma in qualche modo correlati di contrasto: quello della ricchezza e della povertà, e quello di padrone e servo, o autorità e obbedienza. Gli interessi materiali della popolazione in questo modo vengono divisi tra il gruppo di coloro che possiedono e comandano, da un lato, e di coloro che lavorano e obbediscono, dall’altro.

Nessuna delle due categorie di persone a confronto ha un interesse materiale diretto nel mantenimento della comunità patriottica; o almeno non un interesse tale da indurle ragionevolmente a spendere il loro tempo e le loro risorse a sostegno dell’organizzazione politica (patriottica) in cui vivono. Solo nella misura in cui uno o un altro di questi interessi spera in una quota più che proporzionata di qualsiasi guadagno futuro dall’impresa comune, il gruppo o la classe in questione può essere ragionevolmente considerato disposto a sostenere la propria parte nell’impresa comune. E solo quando e nella misura in cui il loro particolare interesse materiale o personale è rafforzato dalla presunzione patriottica, possono essere considerati disposti a impegnarsi a favore dell’impresa patriottica, senza la certezza di una quota più che proporzionata nei guadagni che potrebbero derivare da tale impresa comune; ed è solo nel suo aspetto patriottico che la comunità politica continua a essere un’impresa comune. Vale a dire, in termini più generali, attraverso lo sviluppo dei diritti di proprietà e di tali rivendicazioni prescrittive di privilegio e prerogativa, è avvenuto che altri interessi comunitari sono venuti meno, finché il prestigio collettivo rimane di fatto l’unico interesse comunitario che può mantenere il sentimento del gruppo in un legame di solidarietà.

A uno o all’altro di questi diversi gruppi o classi interessati all’interno della comunità l’organizzazione politica può portare un beneficio; ma solo a uno o all’altro, non a ciascuno e tutti, congiuntamente o collettivamente. Poiché in nessun caso il beneficio derivato da tale impresa congiunta da parte della comunità nel suo complesso sarà pari al costo congiunto; in quanto tutte le imprese congiunte di questo tipo che mirano a un vantaggio materiale operano con uno o un altro metodo di inibizione e si realizzano, se proprio, abbassando l’efficienza complessiva dei diversi paesi coinvolti, con l’obiettivo di un guadagno differenziale di uno a scapito di un altro. Così, ad esempio, un dazio protettivo è chiaramente una cospirazione per limitare il commercio, con l’intento di avvantaggiare i cospiratori ostacolando i loro concorrenti. Il costo complessivo per la comunità nel suo complesso di tale impresa di ritardo è sempre maggiore dei guadagni che porta a coloro che possono beneficiarne.

Nel parlare degli usi a cui può essere destinata la devozione patriottica dell’uomo comune, non si intende sminuirne il valore intrinseco come tratto gentile e generoso della natura umana. Senza dubbio, è meglio e principalmente apprezzata come qualità spirituale che abbellisce e nobilita chi la possiede, conferendogli la piena statura dell’umanità, indipendentemente da considerazioni ulteriori. Pertanto, si deve concedere senza discussione che questo animo patriottico è uno stato d’animo altamente meritorio e che ha un valore estetico difficilmente sopravvalutabile anche con la massima licenza poetica. Tuttavia, la questione della sua utilità per la comunità moderna, al di là di questo aspetto decorativo, e in particolare la sua utilità per i bisogni attuali dell’uomo comune in una tale comunità moderna, non viene affrontata da tale ammissione; né questo riconoscimento della sua generosa natura spirituale offre alcun aiuto per rispondere a un’ulteriore domanda su come e con quale effetto questo animo possa essere sfruttato da chiunque sia in posizione di utilizzare le forze che esso libera.

Tra le nazioni cristiane c’è ancora, nel complesso, una decisa predilezione per quella antica e autentica linea di reputazione nazionale che deriva dalla prodezza bellica. Questa reputazione per la prodezza bellica è ciò che viene in mente per primo tra i popoli civilizzati quando si parla di grandezza nazionale. E tra coloro che hanno meglio conservato questo ideale bellico di valore, l’ambizione patriottica tende a convergere sul prestigio del loro sovrano; in modo che assuma la forma concreta di lealtà personale verso un padrone e così si combini o si fonda con un’abitudine mentale servile.

Ma si dice che la pace abbia vittorie non meno rinomate della guerra; e le persone pacifiche di temperamento patriottico hanno imparato a fare del loro meglio con la loro modesta situazione e hanno trovato compiacimento in queste vittorie dell’ordine pacifico. Si può quindi affermare in generale che tutte le nazioni guardano con compiacenza alla propria Cultura peculiare —il complesso organizzato di abitudini di pensiero e di comportamento con cui è regolata la loro routine di vita— come essendo in qualche modo più degne delle corrispondenti abitudini dei loro vicini. Il caso della Cultura tedesca è recentemente emerso in questo modo. Ma sebbene possa essere che nessun’altra nazione sia stata così ingenua da fare una professione di fede concertata al riguardo, affermando che il proprio modo di vivere è del tutto encomiabile e l’unico tipo di civiltà degno di sopravvivere; tuttavia non sarà un’esagerazione sostenere che, nella loro mente segreta, anche queste altre nazioni sono benedette con la stessa consapevolezza di valore unico. La virtù cosciente di questo tipo è una buona e sufficiente base per l’inflazione patriottica, in un certo grado. Comunemente non va oltre un atteggiamento difensivo, tuttavia. Di tanto in tanto, come nell’animosità tedesca di epoca recente su questo tema, questi fenomeni di uso e costume nazionale possono arrivare a comandare un tale grado di ammirazione popolare da incitare a una campagna aggressiva o di proselitismo.

In tutto questo non c’è nulla di egoistico o avido. L’uomo comune che si presta all’aggressivo miglioramento della Cultura nazionale e del suo prestigio non ha nulla da guadagnare di materiale dall’aumento della fama che ne deriva per il suo sovrano, la sua lingua, l’arte o la scienza dei suoi compatrioti, la sua dieta o il suo Dio. Non ci sono motivi sordidi in tutto questo. Questi beni spirituali di autocompiacimento devono essere considerati motivi di patriottismo nobile senza secondi fini. Queste aspirazioni ed entusiasmi potrebbero forse essere considerati donchisciotteschi da uomini il cui orizzonte è limitato dall’interesse personale; ma costituiscono quella sostanza delle cose sperate che gonfia quelle animosità patriottiche impetuose che suscitano ammirazione universale.

Gli uomini trovano una distinzione invidiosa in questioni di grandezza fisica come l’area del loro paese, il numero della sua popolazione, la dimensione delle sue città, l’estensione delle sue risorse naturali, la sua ricchezza aggregata e la ricchezza pro capite, la sua marina mercantile e il suo commercio estero. Come base per una compiacenza invidiosa, questi fenomeni di grandezza fisica e traffico pecuniario non sono né migliori né peggiori di beni immateriali come la maestà del sovrano o le perfezioni della lingua. Sono questioni che interessano l’uomo comune solo per caso di domicilio, e il suo unico legame con queste cose è un interesse comune immaginario nella loro imponenza. A queste cose non ha contribuito sostanzialmente nulla, e da esse non deriva altro merito o vantaggio se non un’inflazione patriottica. Si compiace di queste cose in modo invidioso, e non c’è una buona ragione per cui non dovrebbe farlo; così come non c’è nemmeno una buona ragione per cui dovrebbe, a parte il fatto che l’uomo comune è fatto in modo tale che, misteriosamente, si compiace di queste cose che non lo riguardano.

Tra i vari gruppi o classi di persone all’interno dei confini politici, i cui interessi particolari vanno sistematicamente in contrasto con quelli della comunità nel suo insieme in condizioni moderne, la classe dei padroni, governanti, autorità, —o qualunque termine possa sembrare più adatto a designare quella categoria di persone la cui occupazione caratteristica è dare ordini e comandare deferenza,— tra i vari ordini e condizioni di uomini, questi sono, in termini di motivazione e interesse sostanziale, più evidentemente in contrasto con tutti gli altri, o con le fortune dell’uomo comune. La classe includerà autorità civili e militari e qualsiasi nobiltà di tipo prescrittivo e privilegiato. L’interesse sostanziale di queste classi nel benessere comune è dello stesso tipo dell’interesse che un parassita ha nel benessere del suo ospite; un interesse sufficientemente sostanziale, senza dubbio, ma in questa relazione non c’è niente di simile a un interesse comune. Qualsiasi guadagno da parte della comunità nel suo insieme servirà materialmente i bisogni di questo gruppo di personaggi, solo nella misura in cui possa offrire loro un volume maggiore o un ambito più ampio per ciò che in fraseologia colloquiale moderna è stato chiamato “corruzione” (graft). Questi personaggi non devono essere, naturalmente, menzionati con disprezzo o con la minima inflessione di scortesia. Sono tutti uomini onorevoli. Infatti, offrono il modello convenzionale di dignità umana e realizzazione meritoria, e la “Fonte dell’Onore” si trova tra loro. Il punto dell’argomento è solo che i loro interessi materiali o di altro tipo sono di natura tale da essere promossi dalla ricchezza materiale della comunità, e in particolare dall’aumento del corpo politico; ma solo con la condizione che questa ricchezza materiale e questo incremento di potere devono accumularsi senza alcun costo corrispondente per questa classe. Allo stesso tempo, poiché questa classe di superiori è in qualche misura un organo specializzato di prestigio, così che il loro valore, e quindi la loro tenuta, sia agli occhi della comunità che ai loro propri occhi, è principalmente un “valore di prestigio” e una tenuta per prestigio; e poiché il prestigio che investe le loro persone è un’ombra proiettata dal presunto valore della comunità nel suo insieme, ne consegue che il loro interesse particolare nel prestigio congiunto è particolarmente vigile e insistente. Ma ne consegue anche che questi personaggi non possono di loro sostanza o di loro iniziativa contribuire a questo prestigio collettivo nella stessa misura in cui è necessario per loro attingere ad esso a supporto del loro valore di prestigio. Sarebbe, in altre parole, un’assurdità palese chiamare qualcuna delle attuali classi dirigenti, dinastie, nobiltà, corpo militare e diplomatico, in una qualsiasi delle nazioni d’Europa, ad esempio, a preservare la loro attuale dignità e comandare la deferenza che attualmente è loro accordata, ricorrendo alle loro proprie forze e spendendo la loro propria sostanza, senza l’usufrutto della comunità di cui sono organo di dignità. Il valore di prestigio attuale di cui godono è oltre le loro capacità non assistite di creare o mantenere, senza l’usufrutto della comunità. Un’impresa del genere non rientra nei presupposti del caso.

In questo contesto, quindi, la prima preoccupazione di cui queste figure si occupano necessariamente è l’acquisizione e il mantenimento di un adeguato usufrutto delle risorse materiali e della buona volontà di una popolazione sufficientemente ampia e laboriosa. La necessaria buona volontà in questi contesti viene chiamata lealtà, e il suo mantenimento da parte della linea di figure che commerciano su prestigio si basa su un’associazione di idee indotta, per cui l’onore nazionale viene confuso nella percezione popolare con il prestigio di queste figure che ne hanno la custodia. Ma i potenti e gli enti, civili e militari, su cui si basa questo valore di prestigio inevitabilmente verranno confrontati in modo invidioso con altri della loro categoria; e, come accade invariabilmente in questioni di confronto invidioso, i bisogni emulativi di tutti i concorrenti per il prestigio sono “indefinitamente estensibili,” come dice la frase degli economisti. Ognuno di loro ha incontinentemente bisogno di un ulteriore incremento di prestigio, e quindi anche di un ulteriore incremento delle risorse materiali in uomini e risorse necessarie come mezzi per affermare e aumentare l’onore nazionale.

È vero, l’idea che il loro valore di prestigio sia in qualche misura condizionato dalle circostanze materiali e dall’immaginazione popolare della nazione sottostante è sgradevole per molti di questi vicari dell’onore nazionale. Essi tenderanno piuttosto alla convinzione che questo valore di prestigio sia un attributo distintivo, di un ordine unico, intrinseco alle loro stesse persone. Ma, chiaramente, qualsiasi tale linea staccata di magnati, notabili, re e mandarini, che basi la loro notorietà su nulla di più sostanziale di un’intelligenza leggermente inferiore alla norma e un’abitudine corporea moderatamente scrofolosa, non potrebbe continuare a lungo a comandare quella deferenza ansiosa che è considerata loro dovuta. Un tale quadro di maestà sarebbe tristemente fuori contesto. C’è poca convinzione e nessuna grande dignità da trarre dall’affermazione non supportata:

“Siamo qui perché,
Siamo qui perché,
Siamo qui perché
Siamo qui,”
anche quando il doggerel riceve debitamente il beneficio retorico di un “Mandato per Grazia di Dio.” Le figure che detengono questa dignità richiedono il sostegno di una popolazione determinata e patriottica per sostenere il loro valore di prestigio, e generalmente non hanno grandi difficoltà a procurarselo. E il loro valore di prestigio è, in effetti, proporzionato al volume di risorse materiali e alla credulità patriottica su cui possono contare per la sua affermazione. È vero, la loro richiesta di sostegno sentimentale e pecuniario necessario è rafforzata da ampie rivendicazioni di utilità per il bene comune, e queste rivendicazioni sono piuttosto facilmente, anzi con entusiasmo, concesse e messe in pratica; sebbene il presunto beneficio per il bene comune sarà difficilmente visibile se non alla luce della gloria irradiata dalla fiaccola ardente del patriottismo.

Nella misura in cui è di natura materiale, il beneficio che le autorità costituite si impegnano a contribuire al bene comune, o in altre parole a conferire all’uomo comune, si suddivide in due ambiti: difesa contro le aggressioni esterne e promozione del guadagno materiale della comunità. Si presume che le autorità costituite credano più o meno implicitamente nelle proprie dichiarazioni quando affermano di servire le esigenze dell’uomo comune in questi aspetti. La difesa comune è una questione sufficientemente grave e, senza dubbio, richiede il massimo impegno e sforzo del cittadino; tuttavia, non dovrebbe occupare molta attenzione in questo punto dell’argomentazione, per quanto riguarda il servizio reso all’uomo comune dalle autorità costituite, considerate complessivamente. Qualsiasi istituzione governativa interna è utile in questo contesto solo contro un’altra istituzione governativa altrove. Quindi, a un minimo esame, si risolve in una questione di impresa patriottica competitiva, tra le aspirazioni patriottiche di diverse nazionalità guidate da diverse istituzioni governative; e il servizio così reso dalle autorità costituite nell’insieme assume il carattere di un rimedio per i mali da loro stessi creati. È invariabilmente una difesa contro le aggressioni concertate di altri patrioti. Considerata nel suo insieme, la difesa comune di una data nazione diventa un dettaglio della lotta competitiva tra nazionalità rivali animate da uno spirito comune di impresa patriottica e guidate da autorità costituite per questo scopo competitivo.

Salvo su una base ampia di devozione patriottica e salvo sotto la direzione di un ambizioso establishment governativo, non si ha alcuna seria aggressione internazionale. La difesa comune, quindi, deve essere considerata come un rimedio per i mali derivanti dall’operare dello spirito patriottico che anima l’umanità, come applicato sotto un’autorità discrezionale; e in qualsiasi bilancio da stabilire tra l’utilità e la disutilità di questo spirito patriottico e del suo servizio nelle mani delle autorità costituite, dovrà essere annullato come, nel migliore dei casi, una mitigazione di alcuni dei disordini portati dalla presenza di governi nazionali che si basano su una lealtà patriottica diffusa.

Ma questa comune difesa non è affatto un concetto vuoto in nessuna spiegazione tentata dell’impresa nazionale moderna. È il motivo banale e conclusivo degli statisti dinastici e dei signori della guerra ambiziosi, ed è il solito schermo dietro cui si preparano gli eventi per eventuali ostilità. La preparazione alla difesa comune sembra inevitabilmente sfociare in ostilità. Con più o meno buona fede, gli statisti e i guerrieri difendono la causa della difesa comune, e con alacrità patriottica l’uomo comune si presta all’impresa mirata sotto quella copertura. In proporzione a quanto cresce e diventa formidabile l’equipaggiamento risultante per la difesa, la gamma di elementi che una nazione patriotticamente orientata è pronta a includere tra le rivendicazioni da difendere cresce incontrollabilmente, fino a quando, con la sovrapposizione delle rivendicazioni difensive tra nazionalità rivali, la distinzione tra difesa e aggressione scompare, tranne che nell’immaginazione partigiana dei patrioti rivali.

Naturalmente, qui non si richiedono riflessioni sulla campagna americana di “Preparazione” in corso. A parte il grado di isteria, sembra non differire sostanzialmente dall’analogo corso di auto-intossicazione tra le nazionalità europee, culminato nell’attuale situazione europea. Dovrebbe servire in modo conclusivo per qualsiasi osservatore equilibrato ricordare che tutte le nazioni civilizzate dell’Europa in guerra sono, ciascuna e singolarmente, convinte di combattere una guerra difensiva.

L’aspirazione di tutti i cittadini di buon senso si presume essere “Pace con Onore”. Così che, prima e ultima tra quegli interessi nazionali che devono essere difesi, e al servizio dei quali la sostanza e gli affetti dell’uomo comune sono arruolati sotto l’egida della potenza nazionale, viene il prestigio nazionale, come questione di corso. E le autorità costituite sono senza dubbio sincere e disinteressate nei loro sforzi per promuovere e difendere l’onore nazionale, in particolare quelle autorità costituite che detengono il loro posto di autorità su basi di fedeltà; poiché il prestigio nazionale in tal caso si fonde con il prestigio del sovrano della nazione nella stessa misura in cui la sovranità nazionale ricade sulla persona del suo sovrano. Nel difendere o promuovere il prestigio nazionale, un tale signore dinastico o autocratico, insieme agli altri elementi privilegiati che lo assistono e dipendono da lui, si occupa del proprio interesse; il suo stesso mandato è un mandato di prestigio, e la sicurezza del suo mandato risiede nel mantenimento continuo di quella fantasia popolare che investe la sua persona di questo prestigio nazionale e quindi lo costituisce, insieme al suo seguito di notabili e personaggi, il suo custode.

Tuttavia, è costantemente affermato dagli statisti —potentati, notabili, re e mandarini— che questo scudo della potenza nazionale nelle loro mani copre anche molti interessi di natura più sostanziale e tangibile. Questi altri interessi più tangibili della comunità hanno anche un valore diretto e personale per la dinastia e la sua gerarchia di subalterni privilegiati, in quanto è solo attraverso l’uso delle forze materiali della nazione che il prestigio dinastico può essere avanzato e mantenuto. L’interesse di tali autorità costituite per il benessere materiale della nazione è quindi grave e insistente; ma è evidentemente un interesse di tipo speciale e soggetto a limitazioni severe e peculiari. Il bene comune, sotto l’aspetto materiale, interessa lo statista dinastico solo come mezzo per fini dinastici; cioè solo nella misura in cui può essere sfruttato per il raggiungimento degli obiettivi dinastici. Questi obiettivi sono “Il Regno, il Potere e la Gloria,” come la formula sacra esprime lo stesso concetto in un’altra prospettiva.

Vale a dire, il benessere materiale della nazione è un mezzo per lo sviluppo del potere dinastico; a condizione che questo benessere materiale non si espanda in modi che rendano la comunità uno strumento ingombrante nelle mani dei politici dinastici. Il benessere nazionale ha senso solo nella misura in cui contribuisce al successo politico, che è sempre una questione di successo bellico in ultima istanza. La limitazione che questa considerazione impone alla politica economica del governo è tale da rendere la nazione un benessere comune economico autosufficiente o auto-equilibrato. Deve essere un auto-equilibrato benessere comune almeno in misura tale da rendersi autosufficiente in caso di necessità, in tutte quelle questioni che influenzano direttamente l’efficienza bellica.

Naturalmente, nessuna comunità può diventare completamente autosufficiente sotto le condizioni moderne, utilizzando lo stato attuale delle arti industriali, se non ricorrendo a misure drastiche di repressione che ridurrebbero la sua efficienza totale a un grado del tutto intollerabile. Questo vale anche per quelle nazioni che, come la Russia o gli Stati Uniti, possiedono territori estremamente estesi e risorse molto ampie e varie; ma si applica con forza molto accentuata alle unità territoriali più piccole e meno fornite. I popoli che vivono in condizioni moderne e utilizzano lo stato attuale delle arti industriali necessariamente attingono da tutte le parti del globo abitabile per materiali e prodotti che possono procurarsi al miglior vantaggio dall’esterno del loro campo speciale, fintanto che hanno accesso a queste fonti di approvvigionamento esterne; e qualsiasi limitazione arbitraria su questa libertà di traffico rende le condizioni di vita più difficili e riduce di conseguenza l’efficienza aggregata della comunità. L’autosufficienza nazionale può essere raggiunta solo con un certo grado di isolamento economico; e tale politica di isolamento economico comporta un certo grado di impoverimento e riduzione dell’efficienza, ma lascerà anche la nazione più pronta per imprese bellicose su una scala che la sua ridotta efficienza potrà affrontare.

Pertanto, il massimo che può essere raggiunto in questa direzione dagli statisti dinastici è un compromesso astuto, che incorpora un grado di isolamento e inibizione tale da rendere il paese ragionevolmente autosufficiente in caso di necessità, senza ridurre l’efficienza nazionale al punto da compromettere le sue forze produttive oltre ciò che sarà compensato dalla maggiore prontezza bellica così ottenuta. Il punto a cui una tale politica di isolamento e autosufficienza sarà necessariamente diretta è quel grado di inibizione che offrirà i modi e i mezzi più facili ed efficaci per l’impresa bellica, il massimo prodotto di efficacia bellica ottenibile moltiplicando l’efficienza netta della nazione per la sua prontezza a scendere in campo.

In qualsiasi considerazione di questo problema tattico entra un certo fattore secondario, in quanto il temperamento patriottico della nazione è sempre più o meno influenzato da una tale politica economica. Maggiore è il grado di isolamento effettivo e discriminazione incorporato nella politica nazionale, maggiore sarà comunemente il suo effetto sul sentimento popolare in termini di animosità nazionale e autosufficienza spirituale; il che può essere un asset di grande valore per scopi di impresa bellica.

Chiaramente, qualsiasi statista dinastico che si impegnasse a promuovere il benessere comune indipendentemente dalla sua utilità per l’impresa bellica, finirebbe per sconfessare il proprio scopo. In pratica, si avvicinerebbe a vivere secondo le sue abituali dichiarazioni riguardo alla pace internazionale, invece di limitarsi a dichiararle, come le esigenze della sua impresa nazionale ora gli richiedono convenzionalmente di fare. In effetti, sarebbe privo di ruolo.

Esistono due grandi strumenti amministrativi disponibili per questo lavoro di repressione e autosufficienza nazionale nelle mani dello statista imperialista: la tariffa protettiva e la sovvenzione commerciale. I due non possono essere distinti in modo coerente in tutti i punti e ciascuno si sviluppa in un’ampia gamma di dettagli variegati; tuttavia, i principi coinvolti sono, dopotutto, abbastanza chiari e coerenti. La prima è di natura simile a una cospirazione per la restrizione del commercio tramite repressione; la seconda, una cospirazione dall’effetto simile tramite il monopolio sovvenzionato; entrambe agiscono per frenare l’attività industriale in determinati ambiti aumentando artificialmente il costo di produzione per determinati individui o classi di produttori, e entrambe impongono un costo più che proporzionato alla comunità in cui hanno effetto. Incidentalmente, entrambi questi metodi di inibizione portano un grado, anche se minore, di difficoltà al resto del mondo industriale.

Tutto ciò è ovvio per tutti gli studenti di economia e dovrebbe essere chiaro a tutte le persone intelligenti; tuttavia, la sua negazione prolissa da parte di interessati, così come la facile credulità con cui i cittadini patriottici si lasciano convincere dalle sofisticherie offerte a difesa di queste misure di inibizione, ha reso utile qui ricordare questi principi comuni della scienza economica.

Il fondamento di questa facile credulità non è tanto un’infermità dell’intelletto quanto un’esuberanza di sentimento, sebbene si possa ragionevolmente credere che le sue manifestazioni più pronunciate —come, ad esempio, l’alto protezionismo tariffario— possano essere ottenute solo grazie a una formidabile cooperazione tra i due. L’animo patriottico è un sentimento invidioso di prestigio collettivo; e non necessita di argomentazioni o documentazioni per sostenere l’affermazione che il suo pregiudizio conferirà un colore di merito ed espediente a qualsiasi misura proposta che possa, anche speciosamente, promettere un aumento del potere o del prestigio nazionale. Così, quando gli statisti propongono una politica di inibizione e isolamento mitigato con il pretesto che tale politica rafforzerà economicamente la nazione rendendola economicamente autosufficiente, oltre che pronta per qualsiasi avventura bellica, il cittadino patriottico vede le misure proposte attraverso la rosea foschia delle aspirazioni nazionali e si lascia convincere dalla volontà di credere che tutto ciò che conduce a una formidabile fronte nazionale di battaglia contribuirà anche al bene comune. Contemporaneamente tutte queste cospirazioni nazionali per limitare il commercio sono sostenute, con più o meno ragione, di infliggere più o meno danno alle nazionalità rivali con le quali le relazioni economiche sono ridotte; e poiché il patriottismo è un sentimento invidioso, il cittadino patriottico trova conforto nella promessa di danno a questi altri, ed è tanto più incline a trovare ogni sorta di merito nelle proposte che mirano a tale esito invidioso. In qualsiasi comunità impregnata di uno spirito patriottico vigile, il fatto che una qualsiasi circostanza, avvenimento o transazione possa essere sfruttata come mezzo di distinzione invidiosa o discriminazione invidiosa contro l’umanità al di là del confine nazionale, farà sempre molto per ottenerne l’accettazione come articolo di sostanziale profitto per la comunità in generale, anche se il minimo esame imparziale lo troverebbe di nessuna utilità accertabile in qualsiasi altro ambito se non quello del danno invidioso. E qualunque cosa possa essere interpretata come un incremento del potere o del valore della nazione, in confronto alle nazionalità rivali, sarà sempre considerata con sicurezza come un elemento di credito collettivo, e verrà usata per alimentare la vanità collettiva come una distinzione invidiosa; e la credulità patriottica la troverà meritoria anche sotto altri aspetti.

Così, ad esempio, è ormai inconcepibile che una tale assurdità come una tariffa protettiva possa ottenere il sostegno di una comunità mediamente intelligente, se non grazie a qualche sofisma di stampo nazionalista. Analogamente, i vari stabilimenti reali d’Europa forniscono un esempio estremo ma proprio per questo ancor più convincente dello stesso errore logico. Questi stabilimenti e personaggi sono grandi e autentici depositari del prestigio nazionale e sono quindi, senza riflettere, presunti dalle loro aggregazioni di sudditi di essere anche di qualche utilità sostanziale in altri ambiti; ma sarebbe una dimostrazione altamente divertente di credulità se un estraneo cadesse in quella sorprendente idea sbagliata. Ma lo stesso è manifestamente vero per il giro d’affari commerciale e il commercio di esportazione tra i popoli moderni; sebbene su questo punto l’infatuazione sia così radicata e dogmatica che persino un esterno è tenuto ad accettare il sofisma senza riflessione, a rischio di essere considerato inaffidabile o insicuro. Anche questioni come le dimensioni del territorio nazionale, il numero della popolazione e la grandezza delle risorse nazionali sono ancora e forse sono sempre state motivo di esaltazione patriottica e sono fatuamente credute di avere un grande significato per le fortune materiali dell’uomo comune; sebbene dovrebbe essere evidente, con una piccola riflessione, che in condizioni moderne di proprietà, queste cose, tutte quante, non hanno alcuna conseguenza per l’uomo comune se non come articoli di prestigio per stimolare il suo orgoglio civico. L’unico scenario in cui questi e simili beni nazionali possono acquisire un significato come beni collettivi o congiunti si verificherebbe nel caso di un’avventura bellica portata a tali estremi da annullare sommariamente i diritti acquisiti di proprietà e convertirli a usi bellici. Finché i diritti di proprietà permangono, l’uomo comune, che non possiede queste cose, non trae profitto dalla loro inclusione nel dominio nazionale; anzi, sostiene alcuni costi per garantire la loro sicura detenzione da parte dei legittimi proprietari.

Nel perseguire la loro ricerca del Regno, del Potere e della Gloria, attraverso l’uso delle risorse nazionali e con il consenso dello spirito nazionale, le autorità costituite assumono anche la tutela di vari interessi materiali che si presume tocchino il bene comune; come la sicurezza della persona e della proprietà nei rapporti con gli stranieri, sia in patria che all’estero; la sicurezza degli investimenti e del commercio, e la rivendicazione dei loro cittadini davanti alla legge in terre straniere; e, principalmente e ovunque, la promozione e l’espansione del commercio nazionale verso l’estero, in particolare del commercio di esportazione, a condizioni vantaggiose per i commercianti della nazione.

L’ultimo di questi vantaggi è quello su cui tende a concentrarsi l’argomento di tutti coloro che sostengono un’espansione del potere nazionale, come questione di vitale beneficio materiale per l’uomo comune. Gli altri elementi indicati sopra, è chiaro con una minima riflessione, sono questioni di scarsa se non nessuna conseguenza materiale per lui. L’uomo comune —cioè novantanove e una frazione su cento degli uomini comuni della nazione— non ha rapporti con stranieri in terre lontane, come capitalista, commerciante, missionario o viaggiatore, e non ha bisogno di sicurezza personale o patrimoniale in circostanze che sollevino anche il più remoto quesito sul prestigio o sulla potenza nazionale; né cerca o aspira a commerciare con terre straniere a qualsiasi condizione, equa o meno, o a investire capitali tra stranieri sotto dominio straniero, o a sfruttare concessioni o accettare ordini, per accettazione o consegna; né, in effetti, viene comunemente a contatto con l’estero nemmeno nel grado implicato dall’acquisto di titoli stranieri. Praticamente, l’unica occasione in cui entra in contatto con il mondo oltreconfine è quando, e se, va via da casa come emigrante, cessando così di godere della tutela delle autorità costituite della nazione. Ma l’uomo comune, di fatto, è una persona che rimane a casa, che entra in contatto con terre straniere e stranieri al di fuori delle frontiere nazionali solo in modo indiretto, se proprio, nell’acquisto occasionale di prodotti stranieri o nella vendita di beni che possono trovare la loro strada all’estero dopo che lui ne ha perso la vista. L’eccezione a questa regola generale si troverebbe nel caso di quelle nazioni di dimensioni ridotte che sono troppo piccole per contenere il traffico in cui è impegnata la loro popolazione comune, e che non hanno né potenza nazionale né prestigio nazionale su cui fare affidamento in un ipotetico caso di necessità, —e i cui cittadini, individualmente, sembrano essere altrettanto fortunati nelle loro relazioni lavorative all’estero, senza uno sfondo di potenza e prestigio, quanto i cittadini delle grandi potenze che sono più abbondantemente provvisti in questi aspetti.

Con eccezioni del tutto trascurabili, queste questioni toccano i bisogni o le sensibilità dell’uomo comune solo attraverso il canale dell’onore nazionale, che può essere ferito dalle difficoltà subite dai suoi compatrioti all’estero, o che può, d’altra parte, essere riparato o esaltato dai meritori successi degli stessi compatrioti; della cui esistenza di solito non avrà altra o più sostanziale evidenza, e nel cui traffico non ha altra parte se non questa sofferenza vicaria di vaga e remota indignità o vanagloria per effetto della circostanza del tutto fortuita che essi sono (in modo imperscrutabile) suoi compatrioti. Questi beni immateriali di prestigio vicario, naturalmente, non devono essere sottovalutati, né si deve trascurare o minimizzare il fatto che essi entrano nella somma totale del “reddito psichico” del comune cittadino, per quanto possano ammontare; ma evidentemente la loro considerazione ci riporta alla categoria immateriale del valore del prestigio, da cui l’argomento appena ora stava speranzosamente allontanandosi con l’intento di considerare l’interesse materiale dell’uomo comune in quell’impresa nazionale attorno a cui ruotano le aspirazioni patriottiche.

Queste cose, quindi, sono questioni in cui l’uomo comune ha interesse solo in quanto hanno un valore di prestigio. Ma non ci sono dubbi sul fatto che tocchino le sue sensibilità e lo spingano all’azione, e persino a compiere atti di coraggio e sacrificio personale. L’indignazione o il maltrattamento dei suoi compatrioti in terre straniere, anche quando ben meritati, come spesso accade, sono risentiti con una veemenza che è di grande merito per l’uomo comune, e di grande guadagno anche per quei politici patriottici che trovano in tali lamentele i materiali grezzi più sicuri e affidabili per la produzione di difficoltà internazionali. Che egli risponda così al richiamo di queste, materialmente parlando irrilevanti, vicissitudini di bene o male che toccano le fortune dei suoi compatrioti, come da lui conosciute per sentito dire, testimonia, ovviamente, l’alta qualità della sua virilità; ma è ben lontano dal sostenere che questi impulsi del suo spirito patriottico abbiano un valore come tratti che contribuiscono al suo sostentamento o alla sua utilità economica nella comunità in cui vive. È tutto a suo merito, e contribuisce a costituirlo un cittadino desiderabile, nel senso che è correttamente sensibile agli stimoli dell’emulazione patriottica; ma è comunque da ammettere, sebbene con riluttanza, che questo tratto di indignazione o vanagloria impulsiva e vicaria non è né materialmente redditizio per sé né un vantaggio di alcun valore economico per la comunità in cui vive. Al contrario, in effetti. È anche vero che l’uomo comune non trae alcun vantaggio materiale dal successo nazionale in questa direzione, sebbene comunemente creda che tutto ciò in qualche modo vada a suo favore. Sembrerebbe che un’inclinazione radicata di interesse comunitario, offuscata e spinta da un orgoglio patriottico gelosamente sensibile, pieghi la sua fede acriticamente per adattarsi alla sua inclinazione. La sua persuasione è un’opera di preconcetto piuttosto che di percezione.

Ma il beneficio materiale più sostanziale e incondizionato che si ritiene attualmente derivabile da una grande espansione della potenza nazionale e da un’ampia estensione del dominio nazionale è un aumento del volume del commercio estero della nazione, in particolare del commercio di esportazione. “Il commercio segue la bandiera.” E si presume che questo commercio più ampio e questo profitto aumentato vadano a beneficio congiunto dei cittadini. Tale è la professione di fede dei sagaci statisti e tale è anche la credenza inconsapevole dell’uomo comune.

Rimane una questione aperta se un aumento del prestigio e della potenza nazionale accresca il commercio della nazione, sia in importazioni sia in esportazioni. Non ci sono prove disponibili che abbia un effetto di questo tipo. Ciò che non è in discussione è il fatto evidente che tale espansione del commercio non conferisce alcun beneficio all’uomo comune, che non è coinvolto nel settore delle importazioni o esportazioni. In particolare, non gli offre alcun vantaggio proporzionato ai costi coinvolti in qualsiasi tentativo di aumentare il volume del commercio attraverso l’incremento del potere della nazione e l’estensione del suo dominio. I profitti del commercio non vanno all’uomo comune, ma ai commercianti il cui capitale è investito; ed è del tutto irrilevante per il cittadino comune se i commercianti che traggono profitto dal commercio della nazione siano suoi compatrioti o meno.

L’argomento pacifista sull’inutilità economica delle ambizioni nazionali di solito si ferma a questo punto; avendo dimostrato in modo del tutto inequivocabile che l’ambizione nazionale e tutte le sue opere appartengono di diritto a quella categoria della litania che parla di Fuoco, Inondazione e Pestilenza. Ma un’inclinazione ereditaria della natura umana non può essere eliminata con un argomento che mostra le sue inutilità. Così è con l’animo patriottico; è un fattore da considerare, piuttosto che da esorcizzare.

Come è stato osservato sopra, nel corso del tempo e del cambiamento, il progresso delle arti industriali e delle istituzioni di proprietà ha preso una direzione tale che il sistema lavorativo dell’industria e del commercio non segue più linee nazionali e, infatti, non tiene più conto delle frontiere nazionali, se non nella misura in cui le politiche e le legislazioni nazionali, in modo arbitrario e parziale, impongono queste frontiere sul funzionamento del commercio e dell’industria. L’effetto di tale regolamentazione per fini politici è, con eccezioni del tutto trascurabili, dannoso per l’efficiente funzionamento del sistema industriale in condizioni moderne; ed è quindi dannoso per gli interessi materiali del cittadino comune. Ma il caso non è lo stesso per quanto riguarda gli interessi dei commercianti. Il commercio è un affare competitivo, ed è vantaggioso per i commercianti impegnati in un determinato settore estendere i propri mercati ed escludere i commercianti concorrenti. La competizione può essere l’anima del commercio, ma il monopolio è necessariamente l’obiettivo di ogni commerciante. E l’organizzazione nazionale è di servizio ai suoi commercianti nella misura in cui li protegge, in tutto o in parte, dalla concorrenza di commercianti di altre nazionalità, o nella misura in cui favorisce le loro attività con sovvenzioni o privilegi simili contro i loro concorrenti, sia a livello nazionale sia internazionale. Il guadagno che arriva ai commercianti della nazione da qualsiasi vantaggio preferenziale a loro offerto dalle regolamentazioni nazionali, o da qualsiasi discriminazione contro i commercianti di nazionalità straniera, va ai commercianti come guadagno privato. Non è di alcun beneficio per nessuno dei loro compatrioti; poiché non esiste una comunità di usufrutto che tocchi questi guadagni dei commercianti. Per quanto riguarda il suo vantaggio materiale, è una questione irrilevante per il cittadino comune se tratta con commercianti della sua stessa nazionalità o con stranieri; entrambi cercheranno di comprare a buon mercato e vendere a caro prezzo, e gli faranno pagare “quanto il traffico può sopportare”. Né importa a lui se i guadagni di questo commercio vanno a stranieri o ai suoi compatrioti; in entrambi i casi ugualmente passano immediatamente oltre la sua portata, e sono ugualmente rimossi da qualsiasi tocco di interesse comune da parte sua. Essendo proprietà privata, secondo la legge e il costume moderno, non ne ha alcun uso, che ci sia o meno una frontiera nazionale tra il suo domicilio e quello del proprietario.

Questi sono fatti che ogni uomo di mente sana conosce e su cui agisce senza dubbio o esitazione nelle sue faccende quotidiane. Difficilmente troverebbe divertente una proposta così inutile come quella che il suo vicino dovrebbe condividere i profitti aziendali con lui per nessun motivo migliore del fatto che è un compatriota. Ma quando la questione viene presentata come una proposta di politica nazionale e arricchita con un invito alla lealtà patriottica, il cittadino comune sarà comunemente trovato abbastanza credulone da accettare la sofistica senza alcuna riduzione. Il suo senso arcaico di solidarietà di gruppo lo porterà ancora, a proprie spese, a favorire i suoi compatrioti commercianti attraverso l’imposizione di onerose regolamentazioni commerciali a loro vantaggio privato, e a frapporre ostacoli al commercio con stranieri. Tutta questa ingegnosa politica di auto-sconfitta è notevolmente facilitata dalla presunzione patriottica dei cittadini, che si persuadono a vedere in essa un aumento del potere e del prestigio della propria nazione e uno svantaggio per le nazionalità rivali. È, infatti, più che dubbio che una tale politica di auto-sconfitta, come è incarnata nelle attuali discriminazioni commerciali internazionali, potrebbe essere insinuata nella legislazione di qualsiasi nazione civilizzata se l’intelligenza popolare non fosse così offuscata dall’animosità patriottica da considerare un danno prospettico ai loro vicini stranieri come un guadagno per se stessi.

Pertanto, l’uso principale del patriottismo nelle popolazioni moderne sembra essere destinato a una classe limitata di persone impegnate nel commercio estero o in attività che competono con l’industria straniera. Serve ai loro interessi privati favorendo restrizioni al commercio internazionale che non sarebbero tollerate all’interno del territorio nazionale. In tal modo ha anche l’effetto secondario e più sinistro di dividere le nazioni su linee di rivalità e di creare pretese e ambizioni inconciliabili, prive di valore materiale ma con un effetto di vasta portata nel provocare ulteriori divisioni internazionali e potenziali rotture della pace.

Come tutto questo si inserisca nei piani degli statisti militanti, e reagisca ulteriormente sulla libertà e le fortune personali dell’uomo comune, è un argomento ampio e complesso, sebbene non oscuro; ed è già stato trattato sopra, forse in modo sufficientemente esaustivo.

*”On The Nature and Uses Of Patriotism” / Sulla natura e gli usi del patriottismo (in tempi di pace e di guerra), trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: (cap. II in) Thorstein Veblen, An Inquiry into the Nature of Peace and the Terms of Its Perpetuation, New York: Macmillan, 1917.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2024

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