di Alfredo Sgarlato – Come ormai da tradizione l’Albenga Jazz Festival, giunto alla quattordicesima edizione (più un numero zero) ha un’anteprima il 7 agosto nella Cattedrale di San Michele, organizzata in collaborazione con l’Associazione Valli in Musica. Il Maestro Gianni Gollo al flauto e il Maestro Roberto Grasso al grand’organo Serassi deliziano i presenti con composizioni dal repertorio barocco, da Bach a Benedetto Marcello. Il festival poi si sposta domenica 23 in Piazza San Domenico, col concerto della banda Giuseppe Verdi, arricchita dai solisti Claudio Capurro al sax e flauto, Cesare Mecca alla tromba e Edoardo Vruna al piano. Il repertorio è in gran parte preso dal jazz tradizionale, da “Sweet Georgia Brown” a “Tiger Rag”, fino allo swing di “Fly Me to the Moon” con un’incursione nella modernità con una composizione dell’imperiese Leo Lagorio. L’intesa tra i musicisti è ottima e i solisti, sia il navigato Capurro che il giovane Mecca, una rivelazione, eseguono solo di gran classe.

Al lunedì abbiamo la presentazione del bellissimo libro fotografico “My Miles” di Umberto Germinale, curata da Giannino Balbis e da chi scrive queste righe, le divertenti incursioni del Nola French, marching band adepta del suono di New Orleans e l’esibizione dei ballerini di lindy hop, ballo in auge negli anni ’30 che gode di rinnovato successo a cura della scuola Swing Patch. Quindi alla sera il pezzo forte sarebbe il concerto della Rapalline Jazz Band diretta da Riccardo Zegna con ospite speciale il grande Gabriele Mirabassi al clarinetto. Ma purtroppo un acquazzone interrompe il concerto dopo pochi brani: peccato, perché le esecuzioni di due composizioni di Zegna e una di Gianluigi Trovesi, dopo l’iniziale omaggio a Duke Ellington, erano state fenomenali. In particolare “Dualisme”, da quel disco straordinario che è “Piccolo Valzer”, in bilico tra jazz, neoclassica e Canterbury rock vanta una scrittura di grande qualità stilistica, e gli a solo di Mirabassi, un vero maestro del clarinetto, ma anche dei giovani membri della band, erano incantevoli. Speriamo che il concerto possa essere ripetuto presto.

La seconda giornata ha un notevole antipasto nel tardo pomeriggio, col trio composto da Claudio Bellato alla chitarra, Cheikk Salibou Fall alla Kora e Leo Saracino alla batteria. Musicisti locali, ma di caratura internazionale come la musica da loro eseguita, una fusione indefinibile quanto al genere, tra jazz, blues, desert rock e world music. A partire da temi propri o di grandi come Ralph Towner i tre improvvisano coralmente mostrando un’intesa eccezionale. Stupisce la velocità esecutiva di Fall sul suo strumento, mentre chi segue la scena musicale locale conosce bene la tecnica sopraffina di Bellato e Saracino, due solisti che non sfigurerebbero in contesti molto più acclarati. In un paio di brani abbiamo anche gustato le preziose ospitate di Stefano Mati al sax alto e Marco Borca al didgeridoo.

Concerto serale col quartetto di Jesse Davis, con Andrea Pozza al piano, Aldo Zunino al contrabbasso e Matteo Rebulla alla batteria. Davis, già collaboratore di Roy Hargrove, Cedar Walton e Joshua Redman datempo si esibisce in Italia con questo rodato quartetto. I quattro alternano composizioni del sassofonista, come l’intensa “You never know” o il blues “Choctaw Alley”, dedicata alla natia New Orleans, con standard scritti da giganti come Parker, Monk e Horace Silver. Davis è un sassofonista originale, tra i pochi altisti ad affrancarsi dal magistero di Charlie Parker, la bibbia dello strumento; suona lunghi solo potenti ma melodici, efficaci nei tempi veloci ancora più che nelle ballad. Non hanno bisogno di presentazione Pozza e Zunino, il primo pianista di grande lirismo, dallo stile raffinato (Dado Moroni lo definisce il Bill Evans italiano, a me ricorda anche Chick Corea), i cui solo sono sempre di grande delicatezza anche quando suona su tempi veloci; Zunino è un ottimo contrabbassista sia come macchina ritmica che nei solo. Matteo Rebulla, il più giovane del quartetto, è un ottimo batterista, geometrico, incisivo, mai prevaricante nell’economia del quartetto, e anche lui protagonista di pregevoli a solo. Il folto pubblico presente, dopo la delusione avuta la sera prima per colpa del diluvio, apprezza molto e chiama a gran voce i musicisti per un meritato bis, facendo sfiorare le due ore di durata, cosa rara al giorno d’oggi, difficile vedere concerti lunghi più di un’ora. Oggi, dopo una seconda giornata di altissimo livello e una prima che poteva esserlo se non fosse stato per il mal tempo, gran finale ancora con Nola French Quarter e The Essence.







*Foto di Renato Pecchini, foto del trio Bellato/Fall/Saracino di Alfredo Sgarlato
