Giannino Balbis: Questa di Marilina è la storia vera… Una lettura del romanzo di Mary Caridi “La capofamiglia”

"una qualità di scrittura, in termini di limpidezza, correttezza, gradevolezza, non comune nel panorama della narrativa italiana contemporanea"

Nella foto: Giannino Balbis e Mary Caridi
Nella foto: Giannino Balbis e Mary Caridi

di Giannino Balbis. Da vecchio insegnante di letteratura voglio iniziare col riconoscere a Mary Caridi – autrice del romanzo La capofamiglia, ed. VersoAltrove, 2026 – una qualità di scrittura, in termini di limpidezza, correttezza, gradevolezza, non comune nel panorama della narrativa italiana contemporanea, che, se ai piani nobili è affetta da quelli che Filippo Pennacchio definisce “eccessi d’autore”, ai piani men che nobili pecca volentieri di ineleganza, cattivo gusto, sciatteria, con frequenti contorni di sgrammaticature e strafalcioni sintattici, sdoganati in nome di una illecitamente pretesa sperimentazione linguistica o residui affioranti da riscritture di redattori costretti al ruolo di ghostwriter. Lo stile della Caridi è sobriamente raffinato, con misurate fioriture letterarie, emotivo senza ombra di pateticità, affabilmente colloquiale, incisivo senza mai essere invasivo. Uno stile che punta all’essenzialità, totalmente al servizio dei contenuti, sinceramente personale. Tanto che non è facile scovarvi tracce di possibili modelli: se sul piano tematico verrebbe da pensare alla Morante dell’Isola di Arturo, alla Ginzburg di Lessico famigliare, alla Romano della Penombra che abbiamo attraversato o a qualche narratrice contemporanea di storie familiari (dalla Tamaro alla Auci, dalla Giannone alla Di Pietrantonio e alla Raimondi), sul piano linguistico-stilistico bisognerebbe risalire, accompagnati passo passo dall’autrice, l’intero corso dei suoi studi, delle sue letture, delle sue preferenze letterarie. L’essenzialità e la chiarezza della prosa, da un lato, e la strutturazione del racconto in rapidi quadri simili a scene, dall’altro, sembrano richiamare modelli giornalistici, teatrali e cinematografici: ma anche a questo proposito solo l’autrice può fornire le giuste indicazioni.

Ho citato non a caso narratrici di storie familiari. Il romanzo della Caridi, infatti, è classificabile, almeno in superficie, come un’autobiografia familiare. È la storia di Marilina, voce narrante e protagonista, e della sua famiglia, tra Val d’Ossola e Liguria, sullo sfondo del primo e del secondo Novecento. Ma è più di una semplice autobiografia. È un racconto a cerchi concentrici: i cerchi nell’acqua del passato prodotti dalle pietre di una memoria consapevole. Il cerchio più ampio – più sfumato e a tratti lasciato sottinteso – è costituito dalla storia italiana del Novecento, dalla grande guerra al fascismo, alla seconda guerra, al dopoguerra, con focus su quel trapasso a metà secolo – in apparenza di grande progresso, in realtà fortemente traumatico (come spiegano tante profetiche pagine di Pasolini) – dall’Italia contadina all’Italia del nuovo “benessere” borghese-industriale. In questo cerchio più ampio gli eventi si intrecciano inevitabilmente con i cambiamenti del costume, dell’idea di società, della concezione stessa della vita, facendo emergere, a tratti, temi legati alla politica, alla religione, a vecchie e nuove idee sul destino del mondo. In tal senso La capofamiglia è anche un abbozzo di romanzo storico: abbozzo, perché, come detto, lo sfondo storico è tenuto in secondo piano, presenza più silenziosa che dichiarata. Di proposito: perché l’autrice vuole attirare il lettore in questo spazio solo parzialmente abitato, offrendogli perciò la possibilità di occuparlo con il proprio giudizio, la propria libertà di interpretazione, alla luce delle proprie esperienze e del proprio pensiero.

Lo stesso vale, e a maggior ragione, per la storia personale della protagonista e della sua famiglia, che è storia esemplare di per sé ma anche, soprattutto, per il suo intrecciarsi con le vicende storiche. Ed è naturale che sia così. Nei periodi caratterizzati da forti sommovimenti politici, culturali, socio-economici, qual è stato l’intero Novecento italiano e, nella fattispecie, il secondo Novecento, è inevitabile che la famiglia – l’istituzione famiglia e l’idea stessa di famiglia – sia sull’epicentro del terremoto, chiamata a farsi carico in prima linea di tutte le crepe dei vecchi equilibri e dei nuovi orizzonti in costruzione.

Non fa eccezione la famiglia di Marilina: una famiglia destinata a frantumarsi, a causa di varie diserzioni, a cominciare dalla fuga del padre, e di contrastanti ideologie, divergenze di scelte e aspettative di vita. Una nonna matriarca cerca in ogni modo di tenerla insieme, ma neppure lei, alla fine, può contrastare il corso delle cose. La nonna – perno reale e ideale della famiglia – è la prima “capofamiglia” della storia di Marilina, prefigurazione di quella capofamiglia che alla fine, suo malgrado, dovrà diventare Marilina stessa. Il romanzo, dunque, è anche un romanzo di formazione: la piccola Marilina, bambina silenziosa al limite del mutismo, oggetto passivo dei racconti altrui, si avvia con fatica e risolutezza alla conquista della maturità, alla presa di coscienza delle cose che le accadono intorno e dei loro possibili significati, alla consapevole padronanza di sé, della propria memoria e, finalmente, alla conquista della facoltà di costruire in piena autonomia il proprio racconto. Capofamiglia prima di tutto nei confronti di sé stessa, dunque, sia nella dimensione della vita reale sia nella dimensione del sogno e dell’immaginazione, perché La capofamiglia è anche un romanzo psicologico (l’autrice, non a caso, lo ha definito una “autobiografia dell’anima”), un viaggio in interiore animo – per parafrasare Agostino – dove la memoria è il carburante di uno sguardo costantemente rivolto in avanti, verso il futuro.

Così, giunti alla fine del romanzo, si scopre che nella sua trama non c’è un finale, nel senso tradizionale di questo termine. Il romanzo resta aperto, in un’atmosfera sospesa fra speranza e apprensione, in un’attesa di continuazione che è proprietà dell’autrice, ovviamente, ma anche, di nuovo, spazio offerto alle incursioni dei lettori e alla loro libera facoltà di tirare somme e trarre conclusioni.

Giannino Balbis

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