Maternità, la Liguria resta a metà classifica: servizi sopra la media, ma lavoro e nascite arretrano

Nel rapporto 2026 “Le Equilibriste” di Save the Children, la regione è all’11° posto nell’Indice delle madri. Il dato più netto riguarda il lavoro: per la prima volta la condizione lavorativa delle madri peggiora in tutte le regioni italiane.

Una mano femminile tiene i piedini di un piccolo bambino

Attualità | di Fabrizio Pinna. La maternità, in Italia, continua a somigliare più a una prova di resistenza che a una scelta sostenuta dal contesto sociale. Non basta desiderare un figlio: bisogna poterlo conciliare con un lavoro stabile, un reddito adeguato, servizi accessibili, tempi di cura meno sbilanciati sulle donne. È dentro questa frattura che si colloca l’XI edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” di Save the Children, pubblicato in vista della Festa della Mamma. Il dossier mette al centro il rapporto tra maternità e lavoro, la denatalità, le disuguaglianze territoriali e generazionali, ma anche le politiche e i servizi che possono rendere meno fragile la scelta di diventare genitori. (Save the Children Italia)

La Liguria ne esce con una posizione intermedia: 11ª nell’Indice delle Madri, con un valore di 102,151. Non è tra i territori più difficili per le madri, ma nemmeno tra quelli più favorevoli. Al vertice della classifica nazionale si colloca l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta; in fondo resta la Sicilia, preceduta da Puglia e Basilicata. L’indice, realizzato da Save the Children in collaborazione con ISTAT, confronta le regioni attraverso sette ambiti — demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza — e 14 indicatori del sistema statistico nazionale.

La posizione ligure va letta senza semplificazioni. Il quadro non dice che la regione sia ferma su tutti i fronti: nei servizi si colloca al 9° posto, nella dimensione della violenza — che misura la presenza di centri antiviolenza e case rifugio per 100 mila donne — guadagna due posizioni e sale al 10° posto. Ma altri indicatori segnalano un arretramento: nella demografia la Liguria perde due posizioni e scende al 12° posto; nella salute arretra al 13°; nel lavoro passa dal 4° al 5° posto, dentro un peggioramento che riguarda per la prima volta tutte le regioni italiane.

Il nodo principale è proprio il lavoro. Il rapporto registra a livello nazionale un peggioramento netto della dimensione lavorativa: l’indice italiano scende a 88,3 punti, quasi dieci in meno rispetto all’anno precedente. A pesare sono l’aumento della precarietà, con la quota di donne occupate in lavori a termine da almeno cinque anni salita dal 17,4% al 19,1%, e la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate. Anche in Liguria, pur restando in posizione relativamente alta rispetto ad altre regioni, il dominio lavoro arretra: il dato regionale è 93,735, con una discesa dal quarto al quinto posto.

È qui che il rapporto assume il suo significato più politico e sociale: la maternità non pesa allo stesso modo su uomini e donne. Tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione maschile cresce con la presenza di figli: lavora il 78,1% degli uomini senza figli, ma la quota sale al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore. Per le donne accade il contrario: lavora il 68,7% di quelle senza figli, ma il dato scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne e al 58,2% per le madri con almeno un figlio in età prescolare.

Il rapporto parla di child penalty, cioè della penalizzazione che la maternità produce su partecipazione al lavoro, salari e carriere. In Italia questa penalizzazione viene stimata al 33%. Guardando alle retribuzioni, nel settore privato la perdita per le madri può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio; nel settore pubblico è più contenuta, intorno al 5%, ma resta comunque significativa. Non si tratta quindi solo di accesso al lavoro: il problema riguarda la qualità dell’occupazione, la continuità delle carriere e la possibilità di non pagare la maternità con una riduzione stabile delle opportunità.

Sul piano demografico, il quadro nazionale è ormai strutturale. Secondo ISTAT, nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto al 2024, con una flessione del 3,9%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, mentre l’età media al parto è salita a 32,7 anni. Il dato conferma una tendenza lunga: si fanno meno figli e li si fa più tardi, dentro un contesto in cui la stabilità economica e lavorativa arriva spesso dopo l’età in cui molte persone avrebbero immaginato di diventare genitori. (Istat)

La Liguria si inserisce in questo scenario con una fragilità specifica. Dai dati provvisori ISTAT sugli indicatori demografici 2025 emerge che al 1° gennaio 2026 la regione conta circa 1.509.900 residenti e si conferma tra le più longeve d’Italia, con un’età media di 49,6 anni. Il numero medio di figli per donna scende a 1,11, rispetto all’1,17 dell’anno precedente, e le nascite calano del 4,3%. La provincia di Savona, con circa 267.100 abitanti, resta la seconda provincia ligure per popolazione dopo Genova.

Questo dato demografico aiuta a leggere meglio l’11° posto ligure nell’Indice delle Madri. Una regione anziana, con poche nascite e un’età media alta, non può considerare la maternità solo come questione privata. Ogni rinuncia, ogni rinvio, ogni uscita dal lavoro dopo la nascita di un figlio produce effetti che vanno oltre la singola famiglia: riguarda la tenuta del welfare, l’organizzazione dei servizi, il mercato del lavoro e la vitalità stessa delle comunità locali.

Il rapporto mostra anche un altro punto critico: le madri giovani sono sempre meno e più esposte. In Italia, nel 2025, le donne tra i 20 e i 29 anni con figli sono circa 300 mila, pari al 2,9% del totale delle mamme; solo il 6,6% dei giovani nella stessa fascia d’età è genitore. Nel settore privato, il 25% delle madri under 35 lascia il lavoro nell’anno della nascita del primo figlio. Tra i 20-29enni il divario è netto: lavora l’87,2% dei padri, contro il 33,4% delle madri.

Non è soltanto una questione di asili nido o di contributi economici, anche se entrambi restano decisivi. Il rapporto indica la necessità di politiche integrate: occupazione stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, sostegni economici, autonomia abitativa per i giovani, organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari. Save the Children richiama anche la riforma dei congedi, con congedi paritari come diritto individuale, e il rafforzamento del sistema educativo 0-6 anni.

Per la Liguria, il punto è trasformare una posizione intermedia in una capacità reale di trattenere e sostenere le madri, soprattutto quelle più giovani. I servizi collocano la regione sopra la media, ma non bastano se il lavoro diventa più instabile, se la maternità continua a rallentare le carriere femminili e se la denatalità resta un dato strutturale. L’Indice delle Madri non misura la retorica sulla famiglia: misura le condizioni concrete in cui una donna può scegliere di avere un figlio senza essere costretta a pagare quella scelta con reddito, autonomia e prospettive.

Annuncio affiliato