George Orwell: Confessioni di un recensore di libri

George Orwell descrive la vita disordinata e frustrante di un recensore di libri, evidenziando le difficoltà e le pressioni del mestiere.

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(effe) — Lo studioso britannico Peter Davison (1926-2022) – che ha curato una monumentale edizione di tutte le opere di Orwell in 20 volumi (The Complete Works of George Orwell, 1998) – computò che in vent’anni Orwell ha recensito oltre 700 libri, opere teatrali e film. Ironico e divertente, “Confessions of a Book Reviewer” (Confessioni di un recensore di libri) che traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu fu inizialmente pubblicato nel Tribune (3 maggio 1946), in The New Republic (5 agosto 1946) e poi nella raccolta Shooting an Elephant, and Other Essays (London, Secker and Warburg, 1950).

George Orwell — In una stanza ammobiliata, fredda ma soffocante, ingombra di mozziconi di sigaretta e tazze di tè mezze vuote, un uomo in vestaglia tarmata siede a un tavolo traballante, cercando di fare spazio per la macchina da scrivere tra le pile di carte polverose che lo circondano. Non può buttare via le carte perché il cestino è già stracolmo e, per giunta, fra le lettere senza risposta e le bollette non pagate è possibile che ci sia un assegno da due ghinee che è quasi certo di aver dimenticato di versare in banca. Ci sono anche lettere con indirizzi che dovrebbero finire nella sua rubrica. Ha perso la rubrica, e l’idea di cercarla – o di cercare qualsiasi cosa – lo affligge con acuti impulsi suicidi.

È un uomo di trentacinque anni, ma ne dimostra cinquanta. È calvo, ha le vene varicose e porta gli occhiali, o li porterebbe se l’unico paio che possiede non fosse perennemente perso. Se per lui tutto è normale, soffrirà di malnutrizione; ma se di recente ha avuto un colpo di fortuna, soffrirà dei postumi di una sbornia. Al momento sono le undici e mezza del mattino e, secondo il suo programma, avrebbe dovuto mettersi al lavoro due ore fa; ma anche se avesse fatto un serio tentativo di iniziare, sarebbe stato frustrato dallo squillare quasi ininterrotto del telefono, dalle urla del bambino, dal frastuono di un trapano elettrico in strada e dai pesanti stivali dei creditori che rimbombavano su e giù per le scale. L’interruzione più recente è stata l’arrivo della seconda posta, che gli ha portato due volantini e una richiesta di pagamento dell’imposta sul reddito stampata in rosso.

Inutile dire che questa persona è uno scrittore. Potrebbe essere un poeta, un romanziere o uno sceneggiatore di film o di programmi radiofonici, poiché tutti i letterati si somigliano molto, ma diciamo che è un recensore di libri. Seminascosto in mezzo alla pila di carte c’è un pacco voluminoso contenente cinque volumi che il suo caporedattore gli ha inviato con una nota in cui suggeriva che “dovrebbero andare bene insieme”. Sono arrivati quattro giorni fa, ma per quarantotto ore una paralisi morale ha impedito al recensore di aprire il pacco. Ieri, in un momento di risolutezza, ne ha strappato lo spago e ha trovato i cinque volumi: Palestina al bivio, L’allevamento scientifico dei bovini da latte, Una breve storia della democrazia europea (quest’ultimo di 680 pagine, e pesa quattro libbre), Costumi tribali nell’Africa Orientale portoghese e un romanzo, È più bello sdraiarsi, probabilmente incluso per errore. La sua recensione – 800 parole, diciamo – va consegnata entro mezzogiorno di domani.

Tre di questi libri trattano argomenti di cui è così ignorante che dovrà leggere almeno cinquanta pagine se vuole evitare qualche svarione che lo smaschererebbe non solo agli occhi dell’autore (che naturalmente conosce bene le abitudini dei recensori), ma persino del lettore comune. Entro le quattro del pomeriggio avrà tolto i libri dalla carta da imballaggio, ma sarà ancora in preda a una nervosa incapacità di aprirli.

La prospettiva di doverli leggere, e persino l’odore della carta, lo colpisce come l’idea di mangiare un budino di riso freddo aromatizzato con olio di ricino. Eppure, curiosamente, il suo pezzo arriva in redazione in tempo. In qualche modo ci arriva sempre in tempo. Verso le nove di sera la sua mente si farà relativamente lucida e, fino alle ore piccole, resterà seduto in una stanza che diventa sempre più fredda, mentre il fumo di sigaretta si fa sempre più denso, sfogliando con perizia un libro dopo l’altro e posando ciascuno con un commento conclusivo: “Dio, che robaccia!”. Al mattino, con gli occhi cisposi, scontroso e non rasato, fisserà per un’ora o due un foglio bianco finché il dito minaccioso dell’orologio non lo spaventerà, spingendolo all’azione. Poi, di scatto, ingranerà. Tutte le vecchie frasi stantie – “un libro che nessuno dovrebbe perdersi”, “qualcosa di memorabile in ogni pagina”, “di particolare valore sono i capitoli che trattano di, ecc. ecc.” – scatteranno ai loro posti come limatura di ferro che obbedisce alla calamita, e la recensione risulterà esattamente della lunghezza giusta, con appena tre minuti di margine. Nel frattempo, per posta sarà arrivato un altro plico di libri mal assortiti e poco invitanti. E così via. Eppure con quali grandi speranze questa creatura oppressa e logorata dai nervi ha iniziato la sua carriera, solo pochi anni fa.

Sembro esagerare? Chiedo a qualunque recensore abituale – chiunque recensisca, diciamo, un minimo di cento libri all’anno – se possa onestamente negare che le sue abitudini e il suo carattere siano come li ho descritti. Ogni scrittore, in fondo, è un po’ quel tipo di persona, ma la recensione prolungata e indiscriminata di libri è un lavoro eccezionalmente ingrato, irritante ed estenuante. Non comporta soltanto lodare spazzatura – anche se questo lo comporta, come mostrerò tra un momento – ma inventare di continuo reazioni verso libri per i quali non si prova alcun sentimento spontaneo. Il recensore, per quanto possa essere ormai disincantato, è professionalmente interessato ai libri e, tra le migliaia che escono ogni anno, ce ne sono probabilmente cinquanta o cento di cui gli piacerebbe scrivere. Se è un asso del mestiere, riuscirà forse ad accaparrarsene dieci o venti: più probabilmente ne ottiene due o tre. Il resto del suo lavoro, per quanto coscienzioso egli sia nel lodare o stroncare, è in sostanza una farsa. Sta gettando il suo spirito immortale nello scarico, mezza pinta alla volta.

La grande maggioranza delle recensioni offre un resoconto inadeguato o fuorviante del libro di cui si occupa. Dalla guerra in poi gli editori hanno avuto meno modo di mettere sotto pressione i caporedattori letterari e di strappare un inno di lode per ogni libro che pubblicano; d’altra parte, il livello delle recensioni si è abbassato per mancanza di spazio e altri inconvenienti. Visti i risultati, c’è chi suggerisce che la soluzione stia nel togliere le recensioni dalle mani degli scribacchini. I libri su argomenti specialistici dovrebbero essere affidati a esperti, mentre buona parte delle recensioni, specie quelle di romanzi, potrebbe benissimo essere affidata a dilettanti. Quasi ogni libro è capace di suscitare un sentimento appassionato – fosse anche solo un’appassionata avversione – in questo o quel lettore, le cui idee in proposito varrebbero di sicuro più di quelle di un professionista annoiato. Ma, purtroppo, come ogni caporedattore sa, una cosa del genere è difficilissima da organizzare. In pratica il caporedattore finisce sempre per ripiegare sulla sua squadra di scribacchini: i suoi “fissi”, come li chiama.

Nulla di tutto ciò è rimediabile finché si dà per scontato che ogni libro meriti una recensione. È quasi impossibile menzionare libri in blocco senza lodare smodatamente la gran parte di essi. Finché non si ha una qualche dimestichezza professionale con i libri, non ci si rende conto di quanto sia scadente la maggior parte di essi. In ben più di nove casi su dieci, l’unica critica oggettivamente veritiera sarebbe “Questo libro è privo di valore”, mentre la verità sulla reazione del recensore sarebbe probabilmente “Questo libro non mi interessa in alcun modo, e non ne scriverei se non fossi pagato per farlo”. Ma il pubblico non pagherà per leggere cose del genere. E perché dovrebbe? Vuole una qualche guida ai libri che gli vengono proposti, vuole una qualche valutazione. Ma non appena si tirano in ballo i valori, ogni criterio crolla. Perché se si dice – e quasi ogni recensore lo dice almeno una volta a settimana – che Re Lear è un buon dramma e I quattro giusti è un buon thriller, che senso ha la parola “buono”?

La pratica migliore, mi è sempre parso, sarebbe semplicemente ignorare la gran parte dei libri e dedicare recensioni molto lunghe – mille parole sono il minimo indispensabile – ai pochi che paiono contare davvero. Brevi note di una riga o due sulle uscite imminenti possono essere utili, ma la consueta recensione di media lunghezza, sulle 600 parole, è destinata a risultare priva di valore anche quando il recensore desidera sinceramente scriverla. Normalmente non vuole scriverla, e lo sfornare di trafiletti settimana dopo settimana lo riduce ben presto alla figura schiacciata in vestaglia che ho descritto all’inizio di questo articolo. Tuttavia, ciascuno a questo mondo ha qualcun altro da poter guardare dall’alto in basso e, devo dire, per esperienza di entrambi i mestieri, che il recensore di libri sta meglio del critico cinematografico, il quale non può nemmeno lavorare da casa, ma deve presenziare a proiezioni riservate agli addetti ai lavori alle undici del mattino e, salvo una o due notevoli eccezioni, ci si aspetta che venda il proprio onore per un bicchiere di sherry scadente.

*”Confessions of a Book Reviewer” / Confessioni di un recensore di libri, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025/2026. Riferimento bibliografico: “Confessions of a Book Reviewer”, in «Tribune» (3 May 1946) e in «The New Republic» (5 August 1946, p. 144). Online in inglese si può leggere nel sito della Fondazione Orwell: https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/confessions-of-a-book-reviewer/

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025/2026

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