di Fabrizio Pinna. Per gran parte del Novecento le scienze sociali hanno dato per scontato lo spazio in cui la politica si svolge. Confini nazionali, Stato, popolo: tutto sembrava coincidere dentro un contenitore fisso, quello dello Stato-nazione, considerato la cornice «naturale» della vita collettiva. Il libro di Oscar Mazzoleni, sociologo e politologo dell’Università di Losanna, muove da una preliminare semplice osservazione: quella cornice non è affatto naturale, e soprattutto non è immobile. Il territorio — lo spazio in cui viviamo, che abitiamo, di cui rivendichiamo il possesso e il controllo — è tornato prepotentemente al centro della politica contemporanea, e le scienze sociali, secondo l’autore, non hanno ancora gli strumenti concettuali adeguati per coglierlo davvero.
Il volume, pubblicato ad accesso aperto da Palgrave Macmillan nel 2024 con il sostegno del Fondo nazionale svizzero per la ricerca, si presenta come una «introduzione critica»: un titolo modesto per un progetto ambizioso, che vuole rifondare il modo in cui guardiamo allo Stato, alla cittadinanza, al voto, al populismo e persino alla pandemia. Questa recensione ne ricostruisce l’argomento in forma accessibile, discutendone pregi e limiti per un lettore interessato alla politica ma non necessariamente specialista. I numeri di pagina tra parentesi qui rimandano all’ultima edizione a stampa Palgrave e le citazioni sono tradotte dal testo in inglese. (Su temi analoghi esiste una precedente pubblicazione di Mazzoleni in italiano: Territorio e democrazia : crisi e attualità di un legame, Milano, Mondadori Università, 2022).
Sommario
0. Breve premessa sull’autore
Oscar Mazzoleni dirige a Losanna l’Osservatorio di ricerca sulla politica regionale ed è autore, tra l’altro, di studi molto citati sui partiti regionalisti e populisti in Europa. A lui si deve una delle analisi meglio argomentate sui limiti della riduzione del populismo a “ideologia sottile” (Carlos de la Torre e Oscar Mazzoleni, “Do We Need a Minimum Definition of Populism? An Appraisal of Mudde’s Conceptualization”, Populism 2, 1 (2019): 79-95, doi: https://doi.org/10.1163/25888072-02011021), con successivo ampliamento dello spettro delle ricerche (Political Populism: Handbook of Concepts, Questions and Strategies of Research, a cura di Reinhard Heinisch, Christina Holtz-Bacha, Oscar Mazzoleni, Baden-Baden, Nomos, 2021, seconda ed.; Carlos de la Torre and Oscar Mazzoleni (Edited by), Populism and Key Concepts in Social and Political Theory, Leiden – Boston, Brill, 2023). Questo solido retroterra si sente: il libro nasce da anni di ricerca sul campo e da un continuo dialogo internazionale fra gli studiosi, e non a caso sceglie come propria bussola i temi — regionalismi, confini, sovranismi — su cui l’autore ha lavorato più a lungo (come attesta anche un libro recente, di poco precedente a questo, già centrato sul territorio: Mazzoleni et alii, National populism and borders: The politicization of cross-border mobilizations in Europe, Cheltenham ; Northampton MA, Elgar, 2023; ma vedi anche Sovereignism and Populism : Citizens, Voters and Parties in Western European Democracies, Edited by Linda Basile and Oscar Mazzoleni, London – New York, Routledge, 2022). Ne risulta un testo denso ma tenuto insieme da un’idea forte e ricorrente, che vale la pena seguire passo passo.
1. L’idea centrale: il territorio come ponte tra società e politica
La tesi di fondo si può riassumere in una frase dell’autore: il territorio è «un legame cruciale tra società e politica» (p. 2). Non uno sfondo passivo su cui la politica si deposita, ma un elemento attivo che la plasma e ne è a sua volta plasmato. Mazzoleni denuncia il fatto che gran parte della letteratura abbia trattato il territorio come uno spazio «reificato, fisso e immobile» (p. 1), un semplice contenitore. Cita a questo proposito uno studioso dell’opinione pubblica secondo cui gli studiosi «avevano in gran parte perso di vista il fatto che i luoghi in cui le persone vivono, e l’identificazione delle persone con quei luoghi, plasmano l’opinione pubblica e il comportamento politico» (p. 2).
Il libro ha tre obiettivi dichiarati: mostrare i limiti delle prospettive «a-territoriali» dominanti; fornire una cassetta degli attrezzi concettuale per un approccio orientato al territorio; e applicare questo approccio a una serie di temi caldi, dallo Stato alla cittadinanza, dal voto al populismo alla pandemia. È un’operazione dichiaratamente interdisciplinare: l’autore chiede alla sociologia politica di dialogare con la geografia, la storia, le relazioni internazionali, convinto che nessuna disciplina, da sola, colga la complessità dello spazio.
2. Contro il «pensiero a-territoriale»: quattro grandi narrazioni
La prima metà del libro è pars destruens: smonta quattro «narrazioni» scientifiche che, secondo l’autore, hanno reso il territorio invisibile. La più potente è il nazionalismo metodologico: l’abitudine a dare per scontati i confini nazionali come spazi «naturalmente» delimitati dallo Stato-nazione, tanto da confondere in un’unica entità nazione, Stato e società. Riprendendo il sociologo Ulrich Beck, Mazzoleni ne riassume l’assunto implicito: «lo Stato-nazione territoriale è al tempo stesso creatore e garante dei diritti civili individuali, e i cittadini si organizzano con l’aiuto dei partiti politici nazionali per influenzare e legittimare le azioni dello Stato» (p. 9).
La seconda narrazione è quella della società di massa, secondo cui burocratizzazione, secolarizzazione e consumismo avrebbero prodotto un individuo atomizzato e sradicato, sciolto da ogni legame con i luoghi. La terza è il globalismo, cioè l’ideologia del libero mercato mondiale, che ha immaginato un pianeta «piatto» e senza confini: l’autore ricorda i best-seller che negli anni Novanta e Duemila celebravano un «mondo di flussi e confini assenti» destinato a rimpiazzare il vecchio «ordine territoriale del mondo» (p. 11). La quarta è la teoria della democrazia del pubblico, che enfatizza leader, candidati e singoli temi a scapito delle appartenenze ideologiche e delle radici locali.
A queste narrazioni Mazzoleni oppone le «anomalie» che negli ultimi decenni hanno riportato il territorio sotto i riflettori: il ritorno dei nazionalismi e delle guerre — dalla ex Jugoslavia all’aggressione russa dell’Ucraina (e, aggiornando all’oggi, si potrebbe aggiungere la guerra in Iran e Libano) —, la costruzione di nuovi muri (il geografo Michel Foucher ricorda che il mondo conta circa 250.000 chilometri di barriere tra Stati, p. 16), le politiche di sicurezza dopo l’11 settembre e, non da ultimo, la sfida ambientale. Proprio l’ambiente mostra bene perché il territorio conti: come scrive il filosofo Avery Kolers, in un passo che l’autore riporta per esteso,
«Primo, viviamo sulla terra – noi, le nostre case, i nostri beni prendono spazio. … Secondo, la terra è composta di risorse di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, prosperare ed esprimerci … Terzo, la terra e le sue proprietà – la sua posizione, la sua composizione materiale, chi o cosa vi abita – sono essenziali per una vasta gamma di sistemi del mondo … Tutto il valore del territorio si fonda su queste tre basi» (p. 18).
Anche la storia recente delle idee, nota l’autore, ha dovuto correggere il tiro. Il celebre, quanto puerile e fantasioso, annuncio della «fine della storia» di Francis Fukuyama, che nel 1992 dava per vinta e universale la democrazia liberale, è stato smentito dallo stesso Fukuyama, che anni dopo ha dedicato un libro all’«identità» — cioè proprio a quelle appartenenze collettive e territoriali che le narrazioni a-territoriali avevano dichiarato irrilevanti (p. 14). La conclusione della pars destruens è netta: evitare le radici territoriali e considerare i confini come «episodi del passato» non permette «una piena comprensione delle sfide emergenti nelle democrazie liberali» (p. 20).
3. Che cos’è il territorio: una cassetta degli attrezzi concettuale
Il cuore teorico del libro (capitolo 3) è anche la sua parte più originale e utile. Mazzoleni parte da una constatazione: il territorio è un concetto sfuggente, che gli studiosi tendono a non definire. Cita il geografo Stuart Elden:
«I teorici hanno in gran parte trascurato di definire il termine, dandolo per ovvio e non degno di ulteriore indagine. … Il suo significato è assunto come evidente e auto-evidente» (p. 23).
Contro questa pigrizia, l’autore propone due significati complementari del territorio: da un lato lo spazio «dal basso» della vita quotidiana, delle pratiche e delle rappresentazioni di individui e gruppi; dall’altro lo spazio «dall’alto», giurisdizionale, definito e controllato dalle istituzioni, prima fra tutte lo Stato. Fra i due, il territorio «può essere concepito come un concetto che agisce da mediatore tra società e politica» (p. 24).
Attorno al concetto di territorio, Mazzoleni dispone una costellazione di nozioni collegate, che costituiscono la sua griglia d’analisi:
- Spazio. Contro l’idea geometrica e astratta dello spazio (quello cartesiano, omogeneo e neutro), l’autore recupera una visione relazionale: il territorio «è al tempo stesso causa ed effetto dell’azione politica» (p. 26). Come sintetizza citando altri geografi, «dove le cose accadono è cruciale per sapere come e perché accadono» (p. 26).
- Strategie e appropriazioni. Il territorio è un prodotto: qualcuno lo costruisce e lo interpreta. La strategia territoriale è «il tentativo di un individuo o di un gruppo di influenzare o controllare persone, fenomeni e relazioni delimitando e affermando il controllo su un’area geografica» (Sack, p. 29). Il sociologo Henri Lefebvre è citato per smascherare l’illusione delle élite, che credono di amministrare uno spazio naturale mentre «in realtà stanno stabilendo un ordine – il proprio» (p. 30).
- Luoghi. Riprendendo il geografo Yi-Fu Tuan, l’autore distingue lo spazio dal luogo: «lo spazio è ovunque, ma il luogo è da qualche parte» (p. 30). Il luogo è lo spazio diventato familiare, carico di attaccamento.
- Confini. Lungi dallo sparire con la globalizzazione, i confini si trasformano. Non sono solo linee di separazione ma anche «spazi di contatto», capaci di generare un «effetto filtro» (p. 33): dividono e insieme mettono in comunicazione.
- Scale e reti. La politica si gioca simultaneamente su più livelli — locale, regionale, nazionale, sovranazionale — in un «gioco multi-scalare» dove le gerarchie sono difficili da stabilire. E il territorio stesso può essere letto come una fitta rete di luoghi e nodi, compresi quelli digitali.
Due nozioni collegate meritano un cenno perché tornano in tutto il libro. La prima è quella di territorializzazione, con i suoi opposti di de-territorializzazione e ri-territorializzazione: il ciclo attraverso cui un territorio viene costruito, disfatto e ricostruito — dalle strategie dello Stato che consolida la propria autorità alle mobilitazioni di gruppi che se ne contendono il controllo. La seconda è il rapporto con il digitale. Internet sembra negare ogni rilevanza al territorio, e viene spesso descritto come il più potente strumento di de-territorializzazione del mondo contemporaneo; eppure, osserva l’autore riprendendo Saskia Sassen, le reti globali restano ancorate a nodi fisici — le «città globali» dove si concentrano produzione e controllo — e la stessa esperienza della pandemia ha confermato «i limiti di ogni determinismo tecnologico» (p. 37). Il virtuale, insomma, non abolisce lo spazio: lo riorganizza.
Ne emerge una definizione dinamica: il territorio è «creato e ri-creato» (p. 37), causa ed effetto dell’azione politica, «a monte e a valle» di essa. È questa plasticità concettuale che, nei capitoli successivi, l’autore mette alla prova su temi concreti.
4. Oltre lo Stato territoriale
Il quarto capitolo affronta l’istituzione territoriale per eccellenza: lo Stato. Mazzoleni ricorda che «uno Stato senza territorio non è possibile» (p. 45), ma insiste sul fatto che lo Stato-nazione non è un dato naturale, bensì il prodotto di una lunga costruzione storica. Con la Pace di Vestfalia (1648) si afferma il principio dell’autorità territoriale esclusiva; da allora, come sintetizza citando la sociologa Saskia Sassen, «lo Stato territoriale nazionale è diventato il locus ultimo dell’autorità» (pp. 44-45), al posto della divinità del monarca o dei corpi religiosi.
Ma questa costruzione oggi è sotto pressione da più direzioni: verso l’alto, con l’integrazione sovranazionale (l’Unione europea, per esempio); verso il basso, con la devoluzione regionale e i nuovi poteri urbani; e trasversalmente, con la mobilità dei capitali e le rivendicazioni di regionalismi, nazionalismi e sovranismi. Lo Stato, argomenta Mazzoleni, non scompare ma si «ri-scala» (rescaling): resta centrale, pur non essendo più l’unico livello legittimo dell’azione democratica. È un equilibrio prezioso, che evita sia la tesi della «fine dei territori» sia quella di un ritorno puro e semplice allo Stato sovrano ottocentesco.
Il capitolo è anche l’occasione per una rassegna delle spinte che «ri-scalano» lo Stato. Dal basso premono i regionalismi e i movimenti indipendentisti: Mazzoleni ricorda la Catalogna e la Scozia, che «rivendicano la sovranità in nome di una nazione con scarso o nullo riconoscimento» (con esiti opposti — l’apertura del Parlamento scozzese, lo scontro istituzionale catalano del 2017), ma anche la Lega Nord, «uno dei partiti regionalisti più longevi dell’Occidente» (p. 15). Dall’alto e di lato agiscono l’integrazione europea e i nuovi «poteri urbani» delle grandi città. Lo Stato territoriale, ne conclude l’autore, non è né eterno né in via di estinzione: è un costrutto storico in continua ridefinizione, la cui «persistenza» va spiegata anziché data per scontata.
5. Una cittadinanza che cambia
Il capitolo sulla cittadinanza è tra i più stimolanti perché tocca una domanda che attraversa tutte le democrazie: chi appartiene alla comunità politica di un territorio? L’autore distingue con nettezza tre nozioni che il senso comune tende a sovrapporre: la popolazione (chi risiede di fatto in un territorio), il popolo (l’entità cui si riconosce il potere legittimo di decidere) e la cittadinanza. La popolazione, osserva, «non coincide interamente con il popolo» (p. 67): per esempio minori, stranieri privi di nazionalità, minoranze linguistiche vivono nel territorio ma non godono di identici diritti politici.
È qui che la sfida migratoria diventa dirompente. Che cosa succede, si chiede l’autore, «quando i confini della cittadinanza perdono chiarezza e stabilità» (p. 66)? Si apre una tensione, oggi al centro del dibattito pubblico, tra il riconoscimento dei diritti umani e la difesa del legame tra nazionalità e cittadinanza; tra i diritti di chi «vive stabilmente in un territorio, lavora e paga le tasse allo Stato» e la volontà di salvaguardare le prerogative della comunità nazionale (p. 77). Sono domande, riconosce Mazzoleni, «aperte e controverse in molti Stati territoriali» (p. 77) — e un approccio orientato al territorio serve appunto a metterle a fuoco anziché rimuoverle.
Dietro queste domande, avverte l’autore, si gioca una «politica di inclusione ed esclusione». Decidere chi accede a un territorio e chi ne è tenuto fuori — attraverso i filtri della nazionalità, dei permessi, dei diritti — è un atto eminentemente politico, non una semplice questione amministrativa. Il territorio torna così a essere ciò che il libro ripete a ogni capitolo: uno spazio di appartenenza conteso, in cui la linea che separa «noi» da «loro» viene continuamente tracciata e ri-tracciata. Non a caso, la stessa questione si ripresenterà, in forma più aspra, nel capitolo sul populismo.
6. Il voto territoriale
Nel capitolo sul voto, l’autore mostra come le divisioni territoriali — tra centri e periferie, tra città e campagna — stiano acquistando un nuovo significato, anche là dove non esistono partiti regionalisti. L’esempio francese è illuminante. Nelle presidenziali del 2017 il sostegno a Macron era intorno al 20% nei piccoli comuni ma saliva al 35% a Parigi, mentre il voto a Marine Le Pen sfiorava il 27% nei piccoli centri e crollava al 5% nella capitale (p. 84). Dietro le percentuali, sostiene Mazzoleni, non c’è solo la geografia socio-economica ma un vissuto: gruppi di cittadini condividono «sentimenti di esclusione, perdita e tradimento, che in certe condizioni possono trasformarsi in voto anti-establishment» (p. 92).
Il punto più acuto è metodologico: non esiste «un unico modo in cui gli spazi territoriali influenzano il comportamento di voto» (p. 92). Serve un’analisi attenta alle dimensioni emotive e comunitarie dell’appartenenza, e alle strategie con cui gli attori politici «territorializzano» il malcontento, trasformando disuguaglianze e risentimenti in fratture politiche.
7. Il populismo territoriale
Il capitolo sul populismo — tema su cui Mazzoleni è uno specialista riconosciuto — è forse il più riuscito. L’autore parte da una constatazione onesta: sul populismo regna il disaccordo, al punto che alcuni approcci arrivano a postulare «un’opposizione ontologica tra populismo e spazio territoriale» (p. 99). Contro questa idea, egli sostiene la tesi opposta e provocatoria: «il territorio è inerente al populismo» (p. 99).
Invece di rincorrere l’illusione di una definizione unica, Mazzoleni propone — sulla scia di Max Weber e secondo una prassi utilizzata in molti suoi studi — un tipo ideale (o idealtipo) che chiama «populismo territoriale». La sua caratteristica è una visione difensiva del popolo: il popolo coincide con uno spazio territoriale circoscritto di cui è il «naturale detentore della sovranità», e le sue vittime non sono solo le persone ma anche il loro territorio, «dimenticato, abbandonato, discriminato», un «luogo di risentimento» (p. 103). Il confine, in questa logica, diventa centrale: citando Margaret Canovan, l’autore ricorda che i populisti «desiderano sfidare i confini politici esistenti e ridisegnare la linea delle battaglie in un luogo nuovo» (p. 104). E riprendendo Paul Taggart, sottolinea la natura «camaleontica» del populismo, capace di adattarsi all’ambiente (p. 104).
Gli esempi sono concreti e riconoscibili: i muri di Orbán al confine ungherese, eretti «in nome della difesa dei valori cristiani» (p. 105); la Brexit come riconquista della sovranità sui confini; e la difesa sovranista dell’Amazzonia da parte di Bolsonaro, che davanti all’ONU dichiarava: «è un errore dire che l’Amazzonia è un patrimonio dell’umanità … Hanno messo in discussione ciò che per noi è più sacro: la nostra sovranità!» (p. 106). L’autore mostra anche come i partiti adattino il messaggio alla scala locale: il Rassemblement National insiste sull’immigrazione nel Sud della Francia e sullo Stato sociale nel Nord deindustrializzato (pp. 106-107); l’AfD tedesca cavalca i risentimenti dell’Est. Il populismo, insomma, non è solo una reazione all’incertezza dei confini permeabili: «prospera nell’incertezza» (p. 104).
8. La pandemia come crisi territoriale globale
Il capitolo più sorprendente rilegge la pandemia di COVID-19 come una gigantesca «crisi territoriale». Lockdown, chiusura dei confini, distanziamento: la pandemia è stata, letteralmente, una ridefinizione forzata degli spazi. Ha svuotato i centri urbani, ristretto la mobilità, riportato «il muro» e l’esclusione dello straniero come risposta difensiva. Al tempo stesso ha accelerato la digitalizzazione, mostrando la stretta interdipendenza tra dimensione fisica e dimensione virtuale.
La pandemia, inoltre, ha reso visibili profonde disuguaglianze socio-territoriali. Mentre il 2020 «ha visto il più forte aumento della ricchezza dei miliardari del pianeta», la crisi ha colpito in modo diseguale territori e gruppi sociali: negli Stati Uniti le comunità afro-americane e povere delle aree rurali e suburbane, con meno servizi sanitari, sono state tra le più duramente toccate (p. 118). Un’analisi di 206 regioni in 23 Paesi europei ha mostrato che l’eccesso di mortalità della prima ondata si concentrava in poche regioni: le più grandi e connesse, con alti livelli di inquinamento e sistemi sanitari relativamente poco attrezzati (p. 118). Il territorio, ancora una volta, non era uno sfondo neutro ma un fattore che decideva chi si ammalava e chi moriva.
Il dato politicamente più rilevante è il ritorno in scena dello Stato nazionale. Contro le narrazioni sul declino degli Stati, «molte risposte alla pandemia sono state decise e attuate alla scala dello Stato nazionale» (p. 118), e la crisi «ha ulteriormente rafforzato il potere degli esecutivi nazionali sulle istituzioni parlamentari» (p. 119). Ma non si è trattato di un ritorno alla sovranità «mitologica» dello Stato: i governi hanno dovuto piegarsi alle scelte delle multinazionali farmaceutiche e cercare soluzioni sovranazionali, mentre i poteri regionali e locali si rivelavano decisivi nell’attuazione delle misure. La pandemia, inoltre, è diventata terreno di politicizzazione: nuove fratture tra chi dava priorità alla salute e chi all’economia, tra chi si fidava della scienza e chi no, con la destra populista in prima fila a cavalcare le proteste. Mazzoleni conclude con un’immagine forte: la pandemia «può benissimo essere la prima vera crisi globale nella storia del pianeta» (p. 123).
9. Tre modi di pensare il territorio: stabile, contingente, politicizzato
Nel capitolo conclusivo l’autore tira le fila proponendo — di nuovo alla maniera di Weber — tre «tipi ideali» del territorio, da intendere come complementari e non alternativi. È la sintesi più utile per il lettore che voglia portarsi a casa uno strumento pratico.
- Il territorio come spazio stabile. È la spazialità politica più importante dell’età moderna: il territorio integrato nelle istituzioni e nelle regole giuridiche che lo definiscono. Il suo esempio più riuscito è lo Stato-nazione, «trionfo di un modello omogeneo» di territorialità (p. 130), rafforzato dal «nazionalismo banale» della vita quotidiana.
- Il territorio come spazio contingente e in trasformazione. Il territorio è continuamente prodotto e riprodotto, «frammentato, ricomposto e moltiplicato» (p. 131) da processi di de-territorializzazione e ri-territorializzazione: confini meno netti, scale sempre più locali e insieme sovranazionali.
- Il territorio come spazio politicizzato. La persistenza e la trasformazione del territorio non sono naturali: sono «spesso segnate dal conflitto» (p. 131). Proprio quando lo si dava per disperso nei flussi immateriali, «il territorio è diventato uno spazio conteso» (p. 132), arena di lotta tra decisione democratica circoscritta e poteri economici globali.
Attraverso questi tre tipi ideali, il territorio si rivela ciò che l’autore aveva promesso: «una porzione di spazio circoscritto» (Elden, p. 127) che è al tempo stesso condizione e prodotto della politica democratica.
10. I pregi
Il primo merito del libro è la tempestività: in un’epoca di muri, guerre di confine, sovranismi e crisi ambientali, riportare il territorio al centro dell’analisi è una mossa non solo intellettualmente feconda ma quasi necessaria. Il secondo è la chiarezza dell’impianto concettuale: la «costellazione» di nozioni (spazio, luogo, confine, scala, rete, strategia, appropriazione) è uno strumento agile, che il lettore può riutilizzare per leggere fenomeni diversi. Il terzo è l’ampiezza dello sguardo: far dialogare sociologia, geografia, storia e relazioni internazionali è raro e prezioso, e permette di collegare temi che di solito restano separati — lo Stato e la pandemia, il voto e i confini, la cittadinanza e il populismo.
Un ulteriore pregio è la capacità di dare un nome a intuizioni diffuse. Molti lettori percepiscono confusamente che «i luoghi contano» — che il voto delle campagne differisce da quello delle metropoli, che i confini sono tornati a dividere, che la sovranità è di nuovo una parola d’ordine. Mazzoleni offre il vocabolario per pensare con precisione queste percezioni: strategia, appropriazione, scala, territorializzazione, effetto filtro. È un servizio che va oltre l’accademia, perché fornisce al lettore comune categorie con cui interpretare autonomamente l’attualità, invece di subirla.
Va inoltre apprezzata la scelta dell’accesso aperto, che rende il volume liberamente disponibile, e l’equilibrio con cui l’autore evita gli estremi: non nega le trasformazioni della globalizzazione, ma rifiuta la tesi che ne decreta l’irrilevanza del territorio. La lettura del populismo attraverso il concetto di «tipo ideale», infine, è un modello di rigore metodologico applicato a un tema spesso trattato in modo confuso o polemico.
11. I limiti e le domande aperte
La franchezza impone di segnalare anche i limiti. Il primo è il prezzo dell’ambizione: abbracciando tanti temi in poche pagine, il libro procede talvolta per rassegna, e alcuni capitoli — quello sullo Stato, quello sulla cittadinanza — aprono più domande di quante ne chiudano. È la natura di un’«introduzione critica», ma il lettore in cerca di risposte definitive potrebbe restare con l’impressione di una mappa più che di un territorio esplorato fino in fondo.
Il secondo limite è riconosciuto dallo stesso autore: alcune crisi territoriali cruciali — «la guerra in Ucraina e le sfide ambientali globali» (p. 132) — non sono trattate in profondità, così come restano ai margini i movimenti sociali e le forme di azione «non convenzionali». È un’ammissione onesta, ma pesa in un libro che fa proprio della sfida ambientale uno degli argomenti più forti a favore del territorio.
Terzo, il carattere prevalentemente teorico. Il volume è ricco di concetti e di rimandi a un’imponente letteratura (geografi, sociologi, filosofi), ma è relativamente povero di analisi empiriche estese: gli esempi — la Francia, l’Ungheria, il Brasile — sono illustrazioni più che dimostrazioni sistematiche. Chi cerca prove quantitative o analitiche rimarrà deluso (ma potrà trovarle in altri volumi curati dall’autore); chi cerca una bussola concettuale, invece, sarà soddisfatto. Va infine detto, per onestà verso il lettore generale, che alcuni passaggi — ad esempio la discussione sullo spazio relazionale, con riferimenti a Lefebvre, Deleuze e Guattari — richiedono particolare attenzione: l’introduzione, le narrazioni, le argomentazioni d’insieme e il capitolo finale restano però pienamente accessibili anche senza attraversare l’apparato più astratto.
12. Perché conta, e a chi parla
Al di là del pubblico accademico, il libro offre a chiunque voglia capire la politica di oggi una chiave in parte inedita e controintuitiva: molti fenomeni che sembrano «post-territoriali» — la globalizzazione, internet, la finanza mondiale — non hanno affatto cancellato il territorio, ma lo hanno reso più conteso. I muri che tornano, i sovranismi, il voto delle periferie contro i centri, la rivendicazione della sovranità sui vaccini o sull’Amazzonia: tutto ciò diventa comprensibile se si smette di pensare allo spazio come a un contenitore neutro e lo si guarda, con Mazzoleni, come una posta in gioco politica.
È anche un invito a un modo più attento di leggere l’attualità. Dietro la geografia del voto, dietro la retorica dei confini, dietro la gestione di una pandemia, ci sono sempre attori che «territorializzano» lo spazio — lo delimitano, se ne appropriano, lo caricano di significato — in competizione fra loro. Riconoscere queste strategie aiuta il cittadino a non subire passivamente le narrazioni, ma a interrogarle.
In definitiva, Territory and Democratic Politics è un libro breve ma dalla posta alta: non pretende di offrire una teoria conclusa, ma di cambiare lo sguardo. Come promette il titolo, è un’introduzione — e in quanto tale lascia molte porte aperte — ma è anche, e soprattutto, critica: ci obbliga a mettere in discussione un’abitudine mentale così radicata da essere invisibile, quella di dare per scontato lo spazio in cui la democrazia vive. È il segno di un lavoro che, pur nella sua misura, riesce a spostare il punto di osservazione — e a farci vedere la politica, di nuovo, a partire dalla terra su cui poggia.
Scheda del volume — Oscar Mazzoleni, Territory and Democratic Politics. A Critical Introduction, Cham, Palgrave Macmillan (collana «Palgrave Studies in European Political Sociology»), 2024. Pubblicazione ad accesso aperto (CC BY 4.0), con il sostegno del Fondo nazionale svizzero per la ricerca. ISBN 978-3-031-35671-1. https://doi.org/10.1007/978-3-031-35672-8 .

