Attualità | di Mary Caridi. Il celebre refrain di Lucio Battisti torna in mente guardando a quanto accaduto a Più libri più liberi e alla vicenda del cosiddetto “patentino antifascista”. Viene da chiedersi se una parte del mondo culturale non stia tentando di arginare oggi un fenomeno che si è ormai consolidato da anni nella società e nelle istituzioni.
Al governo del Paese la destra è arrivata da tempo, e non da ieri. Giorgia Meloni rivendica una storia che affonda le radici nel Movimento Sociale Italiano, un’area che faticherebbe a definirsi antifascista nel senso tradizionale del termine.
In questo contesto, chiedere un codice etico o un “patentino” per accedere a un Salone del libro ha il sapore amaro di un cartello appeso alla stalla quando i buoi sono scappati da un pezzo.
Dopotutto, basta guardarsi intorno per capire che il vento è cambiato . L’ascesa politica e mediatica del generale Roberto Vannacci, che rivendica pubblicamente l’uso di termini come “camerata” e richiami alla Decima Mas, dimostra come certi tabù linguistici e culturali siano stati progressivamente sdoganati e normalizzati nel dibattito pubblico.
Un festival culturale ha tutto il diritto di darsi un’identità forte, persino militante; basterebbe semplicemente dichiararlo con franchezza. L’intento di preservare una fiera editoriale dalle infiltrazioni dell’estrema destra è comprensibile, ma la risposta non può essere una linea Maginot di moduli da firmare. La cultura progressista non si difende per via burocratica.
Ricorrere oggi allo stratagemma del bollino di garanzia ideologica appare come una mossa tardiva, burocratica e puramente difensiva.
Un argine di carta eretto a babbo morto, mentre la marea ha già sommerso lo scoglio.
