Cultura | Considerata una delle più carismatiche critiche d’arte, Francesca Alinovi interruppe prematuramente un percorso di ricerca che l’aveva spinta verso territori artistici fino ad allora inesplorati a causa di una morte violenta, avvenuta a Bologna il 12 giugno 1983, per mano del pittore Francesco Ciancabilla, con cui aveva avuto una tormentata relazione. Ma oltre la cronaca resta soprattutto l’eredità di una studiosa visionaria che contribuì ad aprire nuovi orizzonti nell’arte contemporanea grazie a uno sguardo audace e rivoluzionario, capace di cogliere il valore di linguaggi emergenti e di scoprire talenti ancora sconosciuti.
Come osserva Elena Cirioni in un articolo pubblicato su Enciclopedia Italiana, il quadrimestrale di approfondimento culturale edito da Treccani, dopo gli studi universitari e la laurea con una tesi dedicata al pittore Carlo Corsi, Alinovi si avvicinò all’arte contemporanea e, sotto la guida del critico Renato Barilli, intraprese un percorso di ricerca che la portò a esplorare forme espressive ancora poco considerate dalla critica tradizionale.
Abbandonata l’immagine della riservata studentessa di provincia, Alinovi — pantaloni neri a sigaretta, décolleté rosse e capelli nero-blu cotonati ispirati alla cantante Siouxsie Sioux — fece del proprio stile un’opera d’arte e divenne una delle protagoniste della vivace scena culturale della Bologna degli anni Settanta.
A quel periodo risale l’organizzazione, insieme a Renato Barilli e Roberto Daolio, della Settimana Internazionale della Performance, che portò in Italia alcune delle esperienze più radicali delle neoavanguardie internazionali, da Hermann Nitsch a Marina Abramović e Ulay, contribuendo a ridefinire il rapporto tra arte, artista e pubblico.
Ma fu a New York che la ricerca di Alinovi trovò il suo terreno più fertile. Nella galleria Fashion Moda e tra le strade del South Bronx, in edifici abbandonati e quartieri segnati dal degrado urbano, individuò il potenziale creativo di writers e graffitari destinati a diventare pionieri della street art e protagonisti della scena internazionale.
Quei giovani, che chiamava “kids”, costituivano ai suoi occhi una “banda armata delle lettere”, impegnata in una guerra del linguaggio capace di ridefinire i codici della comunicazione occidentale. Fu questa intuizione a orientare il suo lavoro di ricerca e di critica verso il riconoscimento e la legittimazione di quelle nuove forme espressive che il sistema dell’arte tradizionale guardava ancora con diffidenza.
(C.S.)
