Politica | Nel suo intervento al Quirinale per il Giorno della Memoria, oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha legato il ricordo della Shoah a una riflessione esplicita sui rischi presenti per le democrazie europee e sulla responsabilità delle istituzioni nel contrasto a razzismo e antisemitismo. Il discorso, pronunciato al termine della cerimonia ufficiale, ha posto al centro non solo la ricostruzione dell’orrore dello sterminio, ma anche la persistenza delle sue cause ideologiche e sociali.
Il Capo dello Stato ha richiamato con forza l’attenzione sugli attacchi rivolti alla senatrice a vita Liliana Segre, definendoli «colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità». Mattarella ha chiarito che tali comportamenti, pur non sminuendone la gravità, sono un segnale di pericolo e «interpellano un’azione rigorosa da parte delle autorità di tutta l’Unione Europea», collocando il contrasto all’antisemitismo su un piano che supera i confini nazionali.
Nel ripercorrere la natura dello sterminio nazista, il Presidente ha insistito sul carattere sistematico della persecuzione, sottolineando che non si trattò di un’esplosione improvvisa di violenza, ma di «un vero e proprio sistema di morte costruito negli anni». Ha ricordato come ampi settori dello Stato tedesco dell’epoca — giuristi, medici, funzionari, militari e cittadini comuni — abbiano contribuito attivamente alla realizzazione del progetto genocida, richiamando la definizione dei «volenterosi carnefici» elaborata dallo storico Daniel Goldhagen.
Ampio spazio è stato dedicato al ruolo dell’ideologia. Mattarella ha individuato nella Shoah l’esito estremo di «una grande, rovinosa menzogna»: l’idea che possano esistere gerarchie di valore tra gli esseri umani. Una costruzione culturale che, diffusa attraverso propaganda e leggi discriminatorie, ha trasformato una minoranza in un nemico assoluto. In questo passaggio il Presidente ha citato le riflessioni di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, secondo cui gli ebrei furono indicati come «il principio negativo come tale» dai nazisti, in un mondo morale rovesciato.
Il discorso ha alternato analisi storica e richiami morali, soffermandosi sul coinvolgimento dell’Italia fascista nella persecuzione degli ebrei. Mattarella ha parlato senza attenuazioni delle responsabilità delle leggi razziali e delle complicità che portarono alla deportazione e alla morte di cittadini italiani, ricordando il tradimento operato da parti dello Stato e della società. Da qui l’avvertimento a non limitarsi a una commemorazione rituale, che rischierebbe di diventare «un’occasione mancata».
Nel suo intervento, il Presidente ha fatto riferimento anche a voci della testimonianza e della riflessione culturale ebraica ed europea. Ha evocato il «mondo capovolto» descritto da Primo Levi e la «notte senza stelle» raccontata da Elie Wiesel, immagini utilizzate per spiegare come l’oscuramento della ragione e della coscienza possa coinvolgere intere società, non solo regimi dittatoriali.
Il passaggio finale ha collegato la memoria della Shoah alle fondamenta della Repubblica italiana, che nel 2026 compie ottant’anni. Mattarella ha ricordato come la nascita dello Stato repubblicano e della Costituzione sia stata una risposta diretta alle ideologie del Novecento, fondata sul rifiuto della discriminazione e sulla tutela della dignità della persona. «Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale», ha affermato, ribadendo che il ricordo non è solo un dovere storico, ma un impegno civile attuale.
L’intervento si è chiuso con un richiamo alla responsabilità collettiva: custodire la democrazia significa impedire che indifferenza, paura e opportunismo aprano nuovamente la strada alla persecuzione. Un messaggio che, pur radicato nella memoria del passato, è stato esplicitamente proiettato sul presente politico e istituzionale.
(effe / Red. Corsara)
