effe — C’è una particolare forma di talento che si manifesta soprattutto a dicembre: la capacità di fingere entusiasmo con convinzione.
A Natale diventiamo tutti attori consumati. Sorridiamo al momento giusto, annuiamo con trasporto, diciamo “che bello!” con una naturalezza che meriterebbe un premio.
Non è ipocrisia, o almeno non solo o non sempre. È soprattutto un gesto di manutenzione sociale. Un rituale, una piccola finzione collettiva che tiene in piedi la festa.
Ecco allora cinque cose che a Natale fingiamo di amare, e i buoni motivi per cui continuiamo a farlo.
1. Le tradizioni “che si è sempre fatto così”
L’orario preciso del pranzo.
Il posto a tavola immutabile dal 1998.
Il dolce che nessuno sceglie davvero, ma che “non può mancare”.
Fingiamo di amare le tradizioni perché ci sollevano dalla responsabilità di decidere altrimenti. Ci fanno sentire parte di qualcosa, anche quando non ne ricordiamo più il senso.
A Natale la consuetudine è una coperta: magari un po’ ruvida, ma rassicurante.
2. I parenti che vediamo solo a Natale
Conosciamo le loro storie a grandi linee, ripetute ogni anno come un riassunto obbligatorio.
“Lavora sempre tanto.”
“È rimasta uguale.”
“Non è cambiato per niente.”
Fingiamo di amarli perché il Natale ci chiede di voler bene senza aggiornamenti. È un affetto a bassa manutenzione, fatto di presenza simbolica più che di vera intimità.
E, in fondo, sapere che esistono ancora è già abbastanza.
3. I rituali stanchi (ma intoccabili)
Lo scambio dei regali in un ordine preciso.
Il brindisi con frase già sentita.
La foto di gruppo che verrà riguardata una sola volta.
Fingiamo di amare questi momenti perché sono il collante visibile della festa. Senza, il Natale sembrerebbe improvvisato, fragile, quasi nudo.
Anche i riti stanchi servono: non a emozionare, ma a dare una forma al tempo.
4. L’idea che “siamo tutti più buoni”
A Natale siamo più pazienti. O almeno lo sembriamo.
Evitiamo discussioni, smussiamo giudizi, rimandiamo conflitti a gennaio, come se fosse una data neutra, capace da sé di risolvere tutto.
Fingiamo di amare questa tregua morale perché ci concede una pausa dal cinismo quotidiano. È una sospensione temporanea del realismo.
Non dura, ma funziona. Un po’ come le lucine: inutili, eppure necessarie.
5. La felicità obbligatoria
Il sorriso pronto.
La frase giusta.
La sensazione che dovremmo stare bene, anche quando non succede.
Fingiamo di amare questa felicità perché è più semplice che spiegarne l’assenza.
E perché, diciamolo, a volte fingere di stare bene è il primo passo per stare almeno un po’ meglio.
In fondo, il Natale funziona così: non perché siamo sinceri al cento per cento, ma perché accettiamo una quota di finzione condivisa.
E forse non è una colpa. È un patto silenzioso.
Dura poco, è imperfetto, ma ci permette di attraversare le feste senza farle crollare.
Che, tutto sommato, è già molto.
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
