effe — L’antropomorfismo è un concetto e procedimento mentale che affonda le sue radici nella sterminata antichità umana e che continua a esercitare un’influenza profonda nelle scienze umane, nella filosofia, nella religione, nella letteratura, nelle arti visive e persino nelle scienze naturali. Il termine deriva, meno arcaicamente, dal greco ἄνθρωπος (ánthrōpos), che significa “uomo” o “essere umano”, e μορφή (morphḗ), “forma” o “figura”. Letteralmente, quindi, antropomorfismo equivale ad “avere forma umana” o “dotare di forma umana”. In senso più ampio, indica la tendenza a proiettare o attribuire caratteristiche, forme, comportamenti, emozioni e intenzioni tipicamente umane a entità non umane, siano esse divinità, animali, oggetti, fenomeni naturali o concetti astratti. In modi certo attenuati e non ingenui è un qualcosa che in fondo possiamo riscontrare un po’ tutti anche nella quotidianità della nostra epoca.
L’antropomorfismo a grandi linee può essere definito come un processo cognitivo e culturale mediante il quale l’essere umano attribuisce proprietà umane a ciò che non è umano. Questa attribuzione può essere di natura fisica, psicologica o comportamentale. Sul piano fisico, si può trattare dell’immaginare divinità con sembianze umane, oppure di rappresentare animali o oggetti con caratteristiche antropiche. Sul piano psicologico, si tratta di attribuire emozioni, desideri, intenzioni o pensieri tipici degli uomini a entità prive di coscienza o con coscienza differente. Sul piano comportamentale, riguarda l’interpretazione di azioni o fenomeni naturali come se fossero il risultato di decisioni umane o volontà intenzionali.
L’antropomorfismo, dunque, è un fenomeno complesso che si colloca all’incrocio tra percezione, interpretazione e immaginazione umana. Esso riflette la profonda esigenza degli esseri umani di comprendere e dare un senso al mondo esterno attraverso qualcosa di più familiare, in questo caso se stessi e i propri simili. Tali procedimenti analogici (spesso inconsapevoli, inconsci, soprattutto nelle epoche più arcaiche, ma non solo) funzionano come elementari modelli interpretativi che consentono di ridurre l’ignoto a qualcosa di noto, rendendolo almeno apparentemente comprensibile e in parte prevedibile, quindi gestibile con facilità maggiore cognitivamente ed emotivamente.
Le origini dell’antropomorfismo risalgono almeno all’età preistorica, come dimostrano le prime rappresentazioni “artistiche” che rappresentano animali e figure umane in contesti rituali e simbolici. Con lo sviluppo delle prime civiltà, l’antropomorfismo si manifesta in modo sistematico e articolato nelle religioni politeiste dell’antico Egitto, della Mesopotamia, della Grecia e di Roma, dove gli dei e le dee sono spesso raffigurati con sembianze umane, dotati di passioni, virtù e vizi. Questa antropomorfizzazione divina rispondeva a una funzione essenziale: permettere agli uomini di relazionarsi con il divino in termini comprensibili e accessibili, facilitando il culto e la narrazione mitologica, lontana origine delle nostre più fumettistiche e meno trascendenti saghe dei supereroi.
Nella filosofia antica, il problema dell’antropomorfismo viene affrontato con maggiore consapevolezza. Pensatori come Platone e Aristotele criticano l’idea di attribuire caratteristiche umane a divinità ritenute perfette e immutabili, sostenendo la necessità di concepire il divino in termini più astratti e universali. Tuttavia, anche in questi contesti culturali, l’antropomorfismo rimane una presenza costante, segno della difficoltà o, almeno in parte, impossibilità umana di pensare con vera coerenza forme di vita radicalmente altre dalla nostra natura anche quando vengono supposte o credute come tali. Un’alternativa per provare a superare questo limite soprattutto nell’arcaica diade umanità/divinità è stato quello inaugurato dalle filosofie e teologie negative di origine neoplatonica, riprese anche da cristiani e islamici e proseguite dai mistici, vie sperimentate con esiti da sempre discussi e discutibili.
Nel Medioevo, l’antropomorfismo si manifesta soprattutto nella rappresentazione iconografica della teologia cristiana (non negativa, va da sé), dove Dio è spesso raffigurato come un uomo anziano con barba bianca, un’immagine che, pur simbolica, conserva forti connotazioni evidentemente antropomorfiche. Parimenti, del resto, nelle narrazioni bibliche del vecchio testamento, si leggono spesso espressioni che attribuiscono a Dio emozioni e azioni tipicamente umane, non diversamente dalle tradizioni arcaiche politeiste, occidentali od orientali che siano. La primitiva visione biblica dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio si è sempre facilmente prestata a giochi di specchi e specularità.
Con l’avvento della modernità, l’antropomorfismo viene messo in discussione in vari ambiti con maggior rigore intellettuale. Nel campo delle scienze, ad esempio, si cerca di evitare l’antropomorfismo nell’interpretazione del comportamento animale e dei fenomeni naturali, per non cadere nell’errore di attribuire agli animali intenzioni umane o di spiegare i fenomeni naturali in termini antropocentrici e autoreferenziali. Tuttavia, anche qui l’antropomorfismo si rivela difficile da eliminare del tutto, poiché la mente e il linguaggio umani tendono naturalmente a utilizzare e cristallizzare schemi antropocentrici, spesso moltiplicando analogie arbitrarie e fittizie.
Nel XX e XXI secolo, l’antropomorfismo è stato oggetto di studi interdisciplinari più approfonditi, che ne hanno evidenziato sia la funzione cognitiva sia le implicazioni culturali e sociali. In psicologia, ad esempio, l’antropomorfismo è considerato un meccanismo di attribuzione mentale che permette agli individui di interagire con agenti non umani, come robot, intelligenze artificiali o animali domestici, facilitando la comunicazione e il legame emotivo. In antropologia e studi culturali, si analizzano le diverse forme di antropomorfismo nelle società tradizionali e contemporanee, mettendo in luce come esso contribuisce alla costruzione di mondi simbolici e di significati condivisi.
Criticamente, l’antropomorfismo può essere visto sia come una risorsa sia come un limite. Da un lato, esso consente di umanizzare e quindi di rendere accessibili entità complesse o estranee, favorendo empatia e comprensione. Dall’altro, può generare fraintendimenti, proiezioni errate e distorsioni della realtà, soprattutto quando viene applicato in modo acritico in ambiti scientifici o filosofici. In ambito etico, l’antropomorfismo può influenzare il modo in cui consideriamo gli animali e l’ambiente, promuovendo rispetto e cura, oppure giustificando comportamenti antropocentrici e dominanti.
Un breve discorso a sé merita un aspetto meno problematico e più creativo dell’antropomorfismo. Già l’arte e la letteratura antica abbondano infatti di esempi di antropomorfismo visto sotto questo aspetto. Un classico esempio sono le celebri favole di Esopo, scritte nel VI secolo a.C., dove animali come la volpe e la tartaruga parlano e agiscono come esseri umani. Questo uso consapevole dell’antropomorfismo non solo rende le storie spesso più affascinanti e divertenti, ma aiuta anche a trasmettere insegnamenti morali in modo semplice e coinvolgente. È una tradizione proseguita nei secoli fino ai giorni nostri.
Nel XIX secolo, l’antropomorfismo ha assunto una nuova dimensione vitale con l’avvento della letteratura per l’infanzia. Autori come Lewis Carroll con “Alice nel Paese delle Meraviglie” e Beatrix Potter con “Le Avventure di Peter Coniglio” hanno creato mondi fantastici dove gli animali non solo parlano, ma vivono avventure complesse che riflettono le esperienze umane. Queste storie non solo intrattengono, ma aiutano i giovani lettori a esplorare e comprendere emozioni e situazioni della vita reale.
Nel XX secolo, il cinema e l’animazione hanno ulteriormente amplificato l’uso dell’antropomorfismo. I film Disney, da “Bambi” a “Il Re Leone”, hanno presentato animali con emozioni e voci umane, permettendo al pubblico di empatizzare e imparare attraverso queste storie. L’antropomorfismo è diventato uno strumento potente per esplorare temi complessi come l’amore, la perdita e la crescita personale.
Stesse considerazione valgono per i mondi di fantasia popolati da robot e macchine, a volte nella finzione più umani degli umani, sia nel bene sia nel male, come illustrano “Blade Runner”, “Terminator” o “Matrix”, per limitarsi a tre celebri film distopici tra la moltitudine di esempi possibili. Oggi, in questo senso l’antropomorfismo continua a essere una parte fondamentale e vitale della nostra cultura. Nella letteratura contemporanea, nei film e persino nei videogiochi, l’attribuzione di qualità umane a esseri non umani ci aiuta a riflettere su noi stessi e sul nostro posto nel mondo. Ci spinge a considerare il modo in cui interagiamo con il nostro ambiente e con gli altri esseri viventi, promuovendo empatia e comprensione.
*Antropomorfismo | “Dizionario di filosofia per giovani menti curiose” di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
