Alassio ha celebrato l’80° anniversario della Liberazione con un evento carico di significato, tenutosi nella centralissima Piazza della Libertà, a pochi passi dalla simbolica Piazza dei Partigiani. Le celebrazioni del 25 aprile, aperte dalla Santa Messa da campo officiata da Don Pier Francesco Corsi, hanno visto la partecipazione di autorità civili, militari e religiose, associazioni locali, cittadini e turisti.
Il sindaco di Alassio, Marco Melgrati, ha inaugurato la giornata con un intervento in cui ha sottolineato l’importanza di custodire e onorare i valori della libertà e della democrazia, frutto della lotta partigiana e dello sforzo bellico delle Forze Alleate. “Siamo abituati ad essere liberi e questo privilegio… non dobbiamo mai darlo per scontato”, ha dichiarato il sindaco, rivolgendosi in particolare ai giovani e ricordando il sacrificio delle generazioni precedenti. Ha inoltre espresso “un pensiero affettuoso, condiviso da tutti, a Papa Francesco”, riconoscendo il suo impegno per la pace e la condanna della guerra.
Tra gli interventi, si è distinta la presidente dell’A.N.P.I. Sezione Alassio-Laigueglia, Franca Oliva, e l’orazione del consigliere regionale e comunale Jan Casella, che ha richiamato i principi di pace, democrazia e libertà. Non è mancato un saluto da parte del consigliere regionale Rocco Invernizzi, impossibilitato a presenziare poiché impegnato nelle celebrazioni di Genova, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Un momento particolarmente significativo è stato lo svelamento di una statua a grandezza naturale del Presidente Sandro Pertini, realizzata dal Maestro Flavio Furlani. L’opera, che l’artista intende donare al Comune, potrebbe essere collocata in Piazza dei Partigiani, come auspicato dal sindaco Melgrati.
La giornata si è conclusa con la deposizione di corone di alloro presso le lapidi e i Monumenti ai Caduti, rendendo omaggio a chi ha sacrificato la propria vita per la libertà.
Nel discorso ufficiale, il sindaco Melgrati ha ripercorso i momenti salienti della storia italiana che portarono alla Liberazione, definendola “un cammino lungo, sanguinoso, a tratti eroico, molto spesso tragico”. Ha ricordato il contributo delle diverse componenti della Resistenza – dai militari ai civili, dagli operai agli oppositori politici – sottolineando come tali sforzi abbiano gettato le basi per la democrazia e i valori scolpiti nella Costituzione repubblicana.
Melgrati ha poi posto l’accento sulla necessità di mantenere viva la memoria storica e di promuovere il dialogo, richiamando le parole di Luciano Violante, pronunciate alla Camera nel 1996, che invitavano a “riflettere sui vinti di ieri” per costruire un senso di appartenenza comune. Ha concluso il suo intervento ribadendo che “l’amore per la democrazia e per la libertà è ancora l’unico vero antidoto contro qualsiasi totalitarismo” e ha salutato con un deciso “Viva l’Italia libera e liberata, viva la libertà, viva Alassio!”.
La celebrazione ha rappresentato un’occasione per riaffermare l’importanza del 25 aprile come giornata di unità e memoria, invitando tutti, giovani e meno giovani, a custodire i valori fondamentali della nostra Nazione.





Il testo integrale dell’orazione del sindaco di Alassio Marco Melgrati
«A tutti i presenti rivolgo il mio personale saluto, unito a quello del Comune di Alassio riunito oggi per celebrare l’80° Anniversario della Liberazione nazionale, momento in cui la fine del fascismo pose le basi della democrazia e il nostro Paese ritrovò la libertà.
Libertà!!! Ripeto le parole che ho già detto in questa occasione: siamo abituati ad essere liberi e questo privilegio, frutto della conquista della lotta partigiana di tutte le forze politiche di allora – dai monarchici ai popolari, dai socialisti ai repubblicani, dai liberali ai comunisti e ai militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale dopo l’8 settembre – e soprattutto dello sforzo bellico delle Forze Alleate, lo dobbiamo saper onorare, lo dobbiamo saper custodire e soprattutto non dobbiamo mai darlo per scontato. E nel dire questo mi rivolgo soprattutto ai nostri giovani, esprimendo eterna gratitudine ai nostri padri, ai nostri anziani, a tutti coloro i quali ci hanno insegnato i valori del rispetto e del senso di responsabilità.
È stato un cammino lungo, sanguinoso, a tratti eroico, molto spesso tragico, quello che dal 25 luglio 1943 ha portato al 25 aprile 1945, data simbolo dell’insurrezione popolare di un’Italia stremata, ma non vinta, che esprimeva il suo odio verso un regime che aveva svelato i propri tratti brutali e disumani. Un regime che, come tutti i regimi totalitari e autoritari di ieri e di oggi, aveva anteposto gli interessi del partito a quelli della Nazione.
In quel lasso di tempo tormentato maturò la rinascita morale dell’Italia, una rinascita ancorata ad ideali e aspirazioni, a lungo osteggiate da un regime illiberale e totalitario.
Sui valori e sui principi di pace, libertà, giustizia e solidarietà sarebbe sorto un ordinamento nuovo, che avrebbe ripudiato la guerra, dato vita ad una democrazia al posto di una dittatura, opposto la giustizia all’arbitrio, inneggiato alla libertà al posto dell’imposizione.
Dal coraggio di lottare per questo coacervo di ambizioni, desideri e sogni, uomini di fedi religiose diverse, opinioni politiche differenti, provenienti da ogni ceto sociale, colti od illetterati, davano vita a molte forme di Resistenza: quella dei militari, fucilati a Cefalonia, internati nei campi di concentramento per non aver aderito alla Repubblica di Salò, o confluiti numerosi nelle fila delle costituende formazioni partigiane, apportandovi un contributo di esperienza fondamentale. O quella di valorosi militari dei reparti italiani di co-belligeranza che, affiancando gli alleati, hanno fornito il proprio apporto alla fine della guerra in Italia.
Quella della popolazione civile, impegnata a sostenere le operazioni degli alleati e dei partigiani, a diffondere la stampa clandestina, a nascondere fuggiaschi, renitenti alla leva, ebrei ed oppositori politici.
Quella degli operai delle fabbriche del nord Italia, che diedero vita a scioperi impensabili sotto una dittatura, pagando un altissimo tributo.
Quella degli oppositori perseguitati dal regime, sovente incarcerati, mandati al confino o costretti a fuggire all’estero, uomini e donne i cui ideali, valori, convincimenti ed aspirazioni sarebbero confluiti – dopo lunga lotta ed un confronto pluralista tra tutte quelle forze in campo scese al fianco della Resistenza – in quella mirabile sintesi che è la nostra Carta Costituzionale.
Così come è doveroso ricordare che, mentre quel giorno milioni di italiani tornarono ad assaporare la libertà, per centinaia di migliaia di nostri connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia iniziò invece una seconda ondata di eccidi e il dramma dell’esodo dalle loro terre. La situazione critica del confine orientale fu elemento divisivo anche nella guerra partigiana. Anche questa, è storia.
Ma il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva negato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana.
Il 25 Aprile è festa nazionale. Qualcosa che esorbita dal perimetro della celebrazione, della commemorazione, della resa di doveroso omaggio allo sforzo di un popolo che, ritrovata la propria identità culturale illuminista e risorgimentale, chiudeva con l’esperienza devastante del totalitarismo.
Una giornata che non prevede esclusi, ma che tutti abbraccia e ricomprende in una storia comune di popolo.
Una giornata scritta nel cuore della nostra Nazione, che non è di altri, che non si è esaurita ottant’anni fa, ma che, a distanza di decenni, chiama tutti noi a far nostro e a rendere compiuto quel sogno di futuro e per esso lottare.
Ciononostante, sempre più aspro appare oggi lo scontro politico ed esistenziale. E da qualche parte viene rinfocolato quell’odio che contrappose gli italiani in una guerra civile: intolleranza verso il pensiero altrui, atti vandalici, minacce, aggressioni (individuali, di gruppo e anche contro le Forze dell’Ordine), sono ancora numerose da parte degli estremisti di ogni colore. Con buona parte della politica che non sempre ha il coraggio di condannare in modo bipartisan questi atti illiberali e violenti.
Sembra così lontano e dimenticato il discorso che Luciano Violante, storico esponente della sinistra italiana, tenne nell’aula di Montecitorio il 9 maggio 1996, nel giorno del suo insediamento alla presidenza della Camera:
“Mi chiedo – disse Violante – se l’Italia di oggi non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri. Non perché avessero ragione, o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le due parti. Bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e della libertà. Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la Liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema, comunemente condiviso, ci potranno essere tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni”.
Parole mature, straordinariamente importanti quando vengono da un Presidente della Camera che aveva iniziato la propria carriera nel partito comunista, pronunciate nella solennità del primo giorno di investitura. Parole che nessun rigurgito ideologico, nessun nostalgismo di simboli che hanno mietuto milioni di vittime nel mondo, potranno mai cancellare.
Un auspicio, quello dell’ex presidente della Camera Luciano Violante, che non solo condivido ma che voglio, oggi, rinnovare, proprio perché a distanza di 80 anni l’amore per la democrazia e per la libertà è ancora l’unico vero antidoto contro qualsiasi totalitarismo. In Italia come in Europa.
Una consapevolezza che ha portato il Parlamento europeo a condannare inequivocabilmente e definitivamente tutti i regimi del ‘900, senza eccezioni, con una risoluzione del settembre 2019 nella quale da uomo delle Istituzioni, mi riconosco totalmente.
Per concludere desidero rivolgere un pensiero affettuoso, condiviso da tutti, a Papa Francesco. Un Papa che ha fatto della pace e della condanna della guerra, una missione, la Sua ragione di vita.
Viva l’Italia libera e liberata, viva la libertà, viva Alassio!!!
Viva il 25 Aprile!»
