(effe) — Oggi piuttosto dimenticato, persino da Alain Laurent, Maurice Block (1816-1901) è stato un economista e statistico francese di origine tedesca, noto per i suoi contributi scientifici nel campo dell’economia politica e della statistica. Membro dell’Institut de France (sezione Académie des sciences morales et politiques), di orientamento liberale e sostanzialmente moderato, fu molto critico delle dottrine anarchiche, comuniste e socialiste in piena espansione alla sua epoca. A Maurice Block si deve anche un’opera di consultazione tra le prime del suo genere, dedicata alla “politica nella sua accezione più ampia” di “scienza del governo”, il Dictionnaire général de la politique uscito in prima edizione in 2 volumi nel 1863-1864, chiamando a collaborare “uomini di Stato, pubblicisti e scrittori di tutti i paesi” e di vario orientamento ideologico, come ricorderà nella prefazione alla seconda edizione aggiornata e rinnovata che uscì nel 1874 (e in ristampa nel 1884). Una voce del dizionario, redatta dallo stesso Block – rimasta immutata nella prima e seconda edizione del Dictionnaire – era dedicata all’Individualisme e iniziava con queste considerazioni: «È un problema che la nostra epoca è chiamata a formulare, se non a risolvere: quale sia la parte rispettiva da assegnare all’individuo, allo Stato, alla società. Questo problema è esistito senza dubbio fin dall’inizio della civiltà, ma solo in uno stato latente” (1864: p. 81).
Allora, come oggi, l’anti-individualismo era polemica ideologica corrente (sotterranea o manifesta); una trentina d’anni dopo Maurice Block rimaneggiò la voce per inserirla nel suo Petit dictionnaire politique et social (1896: pp. 396-397) destinato a un pubblico più largo, incluse un lemma dedicato a Égoïsme che mancava nel Dictionnaire général e riformulò l’esordio in maniera più chiara e netta: «L’individualismo non ha alcun rapporto con l’egoismo (v. questa parola). L’egoismo riguarda i rapporti tra gli individui, mentre l’individualismo si applica ai rapporti tra l’individuo e la collettività: è tutta un’altra cosa. Orbene, esiste una questione che la nostra epoca è chiamata a formulare, se non a risolvere: quale debba essere la rispettiva parte da attribuire all’individuo, allo Stato, alla società. Questo problema senza dubbio è esistito fin dall’inizio della civiltà, ma solo in uno stato latente. I tre interessi, messi a confronto, non hanno tardato a entrare in conflitto, ognuno di essi disponendo di una forza considerevole, corrispondente a uno degli aspetti della natura umana: l’egoismo per l’individuo, l’affetto per la società, l’ambizione per lo Stato. Insistiamo su questo punto: non si tratta dell’uomo nella sua interezza, ma di uno degli aspetti della natura umana (l’uomo non è solo egoista)» (1896: p.. 396).
Poco prima, in quegli anni Maurice Block stava lavorando a uno studio sintetico più articolato che nel 1894 apparve in due fascicoli del «Journal des économistes» — nei numeri di giugno (pp. 321-342) e agosto (pp. 161-184) — e poi come estratto: L’État et la societé. Le socialime et l’individualisme, Paris, Guillaumin et Cie., 1894. Lo studio fu presentato anche all’Institut e due capitoli furono pubblicati nei volumi delle Séances et travaux de l’Académie des sciences morales et politiques (L’État et la societé, T. 142, 1894, pp. 453-466; L’individualisme, T. 144, 1895, pp. 540-553). Tutte queste prime edizioni si possono consultare in Gallica. Dal «Journal des économistes» traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu. l’introduzione iniziale e il capitolo VI dedicato all’individualismo.
*—*
Maurice Block — Una certa anarchia sembra regnare nelle idee politiche e sociali dei nostri contemporanei. Molti hanno perso ogni fiducia nelle opinioni ricevute, senza riuscire a formarsene di nuove. Il dubbio ha invaso tutto, non si sa più come distinguere il vero dal falso, l’utile dal dannoso. Nonostante ciò, è comunque necessario agire; i fatti avanzano, ci circondano, esercitano la loro pressione, e il rinvio dell’azione diventa sempre meno possibile. Bisognerà decidere, prendere una posizione. E questo si applica all’individuo, all’«atomo sociale» così come allo Stato, il rappresentante onnipotente della collettività. Purtroppo, lo scetticismo è un cattivo consigliere, ispira volentieri azioni con due obiettivi, che si neutralizzano a vicenda, quando non fanno danno in entrambe le direzioni. Questo stato d’animo, già così diffuso, sembra rapidamente guadagnare nuovi strati e accentuarsi; è più pronunciato nella generazione attuale rispetto alla precedente e, secondo tutte le probabilità, questo male morale andrà peggiorando. Cerchiamo di reagire gettando un po’ di luce su una o due delle idee che sono state maggiormente imbrogliate.
Le idee che vorremmo contribuire a chiarire si riferiscono allo Stato e alla società, al socialismo e all’individualismo. Questi termini, che così spesso colpiscono i nostri occhi e le nostre orecchie, hanno per molte persone un significato piuttosto vago, che ciascuno interpreta liberamente a proprio piacimento, secondo le proprie simpatie o antipatie, a volte secondo i propri interessi. La stessa parola significa quindi cose diverse a seconda delle opinioni di chi la utilizza; ci si parla senza comprendersi, come si potrebbe trovare un accordo? Per riuscire a mettersi d’accordo sulle cose, bisognerebbe iniziare definendo il significato delle parole che le rappresentano, risalendo alle loro origini. Si vedrebbe allora che la loro spiegazione non contiene alcuna arbitrarietà, si comprenderebbe persino quanto sia importante attribuire alle parole, così come alle cose, il loro vero significato. Purtroppo, non è facile convincere le menti, e ancor meno le passioni: sarà sempre difficile trovare un accordo su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. È che i sentimenti, le abitudini, gli interessi esercitano un’influenza considerevole sui ragionamenti e sui giudizi degli uomini. Tuttavia, non bisogna mai disperare dello spirito umano e bisogna anche sapersi accontentare di risultati parziali. Ci proponiamo quindi, nelle pagine che seguono, non di risolvere le gravi questioni a cui abbiamo fatto riferimento, né tantomeno di esporle a fondo o di esaurirle, ma di abbozzare, risalendo alle vere origini, la fluttuazione delle opinioni, di valutare le idee espresse da una parte e dall’altra, e di offrire così a ciascuno il mezzo per precisare ciò che vi è di vago nelle nozioni legate ai termini che potenti partiti inscrivono sulle loro bandiere1.
VI. L’INDIVIDUALISMO
La parola individualismo è di moda, si usa molto, ma si può credere che non le si attribuisca sempre un significato ben preciso. Molto spesso, tuttavia, il lettore sente che l’autore considera l’individualismo in modo negativo, gli attribuisce una certo sfavore, ma senza spiegarsi chiaramente. Nella conversazione basta una certa intonazione per far passare una sorta di ombra su un’idea o su una persona, il pubblico ne rimane impressionato, e tuttavia non è stato detto nulla di veramente comprensibile. Lo stesso vale per l’individualismo. È la forma della parola che produce l’ombra. Il lettore o l’uditorio pensa all’individuo, all’io che è ritenuto odioso (l’io degli altri), forse chiaramente all’egoismo, e in questo modo non è lontano dal disapprovare l’individualismo, senza cercare di rendersi conto di quale atto e di quale sentimento si tratti.
Per riabilitare la parola basta quasi definirla. Abbiamo già detto che due dottrine prevalgono nella filosofia del diritto sull’origine e la natura dello Stato: secondo una, esso è una creazione spontanea della società o della natura, e in questo caso lo Stato è il fine e non un mezzo; questo è, nel linguaggio della scuola, il «principio sociale». Secondo l’altra, lo Stato è una creazione più o meno voluta o riflessiva degli uomini, degli individui, stabilita nel loro interesse; questo è il «principio individualista». Secondo questa definizione, l’individualismo non ha alcun legame con gli atti della vita privata; è una semplice opinione filosofica, che non si può definire né buona né cattiva. Inoltre, secondo un eminente studioso tedesco (il professor Dietzel), non è possibile, in questo campo, dimostrare un’opinione piuttosto che il suo contrario; vale a dire, si crede che lo Stato sia una creazione spontanea della società, oppure si crede che sia un’organizzazione istituita dagli individui, senza però saperne nulla di certo. Forse è spingersi troppo oltre. Si troveranno certamente nella storia più fatti a favore dell’opinione individualista che di quella opposta. Inoltre, questa opinione si basa sulla natura umana: ognuno di noi è consapevole della propria individualità distinta, mentre il concetto di uno Stato-organismo, in cui gli uomini sono semplici atomi, è un’idea puramente a priori. Si è persino riconosciuto che essa può essere sostenuta solo considerando gli Stati una creazione diretta della divinità.
In realtà, gli Stati hanno avuto origini diverse, ma le differenze iniziali non hanno impedito loro di svilupparsi nella direzione che è sembrata più utile agli abitanti. Così, uno Stato di origine individualista ha potuto finire per attribuire molti poteri al centro, mentre uno Stato fondato sulla violenza, in cui ogni abitante è stato a lungo un atomo senza consistenza, può trasformarsi e restituire agli atomi la loro dignità umana, la loro qualità di cittadini, e farne membri del sovrano. Nella pratica, e finché le due opinioni restano confinate nella serena regione della speculazione filosofica, la questione è priva di rilevanza; il legislatore non formula teorie e promulga solo le leggi richieste dai bisogni della cosa pubblica o dalle necessità della vita privata. Nei limiti dei suoi lumi, tiene conto di tutto e dà a ciascuno la sua parte. Quando le passioni, o grandi interessi, intervengono, l’autorità centrale subisce inevitabilmente la loro influenza, e ne possono derivare cambiamenti profondi nel regime, sia a favore del potere, sia a favore della libertà individuale, a seconda dell’oggetto di queste passioni e di questi interessi, e a seconda delle dottrine che li esprimono.
Queste dottrine, si sa, esalteranno o il «principio sociale» o il «principio individuale». Quando idee esaltate ispirano le azioni degli uomini, non agiscono solo come una forza potente, ma tendono anche a esaurire il loro principio. È questa la tendenza di ogni passione. Si è considerata questa circostanza favorevole, poiché, si è detto, siccome gli opposti si toccano, quando si porta un principio fino alle sue estreme conseguenze, si cade nell’altro, che inizialmente sembra offrire sollievo, ma non tarda a sviluppare un’altra serie di mali. Tuttavia, sperano gli ottimisti che hanno una buona opinione della natura umana, quando si conosceranno bene le esagerazioni di entrambi i sistemi, si troverà forse un’organizzazione intermedia che unisca la maggiore quantità di bene al minore contributo di male.
Quando l’uomo ha la possibilità di scegliere, appare evidente che opta per il sistema individualista, poiché tiene alla libertà e all’indipendenza. Il sistema opposto, nella misura in cui non è il prodotto della violenza – conquista o usurpazione2 – si è instaurato in modo inconsapevole, in un’epoca in cui le società nascenti non erano ancora in grado di valutare la portata dei loro atti politici.
Si comprende che il principio sociale si preoccupa soprattutto dell’insieme, o meglio di ciò che rappresenta l’insieme, dell’autorità centrale, del governo. Sotto questo regime, il governo è il padrone, gli individui sono subordinati. Il principio sociale spiega o giustifica la teocrazia, il dispotismo, tratta l’individuo come una res nullius. L’autorità dà ordini, l’individuo deve solo obbedire. Non solo viene sacrificato all’interesse generale – cosa che può accadere anche sotto un altro regime – ma in tal caso avviene con il suo consenso; invece, sotto il regime sociale può essere persino sacrificato a interessi particolari più o meno influenti. Sotto i despoti, può essere alla mercé di un capriccio. Si sa fino a quali eccessi potessero arrivare i capricci di un Nerone o di un Caligola. Il principio sociale, che ammette la schiavitù, non concede alcun diritto all’individuo, nega totalmente i diritti naturali: i «diritti dell’uomo e del cittadino» sono un’espressione dell’individualismo, né il principio sociale né il socialismo pratico possono riconoscerli; per essi esistono solo diritti sociali, la società comanda ed esegue, vuole e può.
Se il principio individuale si trova in germe in tutti gli uomini, si sviluppa più vigorosamente negli spiriti più dotati, più istruiti e più riflessivi. Questi spiriti possono essere stati educati e formati in un ambiente favorevole al regime autoritario, l’abitudine può trattenerli lì per un certo tempo, ma se non sono legati da un interesse ristretto, si libereranno prima o poi da questi vincoli e aspireranno all’indipendenza.
Il gran numero, le masse, arriveranno allo stesso punto attraverso le sofferenze che il dispotismo farà loro subire. Gli spiriti d’élite hanno condannato la schiavitù prima che l’oppresso si decidesse alla rivolta e già da tempo questa istituzione barbara sollevava la coscienza pubblica, quando giunse alla sua fine, e solo ai giorni nostri. Non è dunque il cristianesimo3 ad aver abolito la schiavitù, sebbene l’abbia condannata in teoria: gli Stati cristiani avevano schiavi fino al 1889 e l’imperatore del Brasile, l’eminente principe che emancipò gli ultimi, sembra, si dice, aver perso il trono a causa di questa misura di tardiva riparazione. I primi a emancipare gli schiavi in massa nell’Europa moderna furono gli autori dei Diritti dell’uomo ispirati dalla Rivoluzione del 1789, e non si potrebbe sostenere che questi uomini fossero pii cristiani.
È difficile contestare che l’individualismo sia l’amore per la libertà, lo spirito di indipendenza, il senso della dignità. Non ci si sente un atomo (!!), una parte insignificante di qualcosa, ma qualcuno, un’individualità morale e responsabile e, sotto questo aspetto, l’uguale di qualsiasi altro uomo. L’uguaglianza politica è un’istituzione tanto più nobile in quanto l’uguaglianza fisica non esiste; non c’è nemmeno uguaglianza sociale, può esistere in teoria, ma è impossibile in pratica, poiché le qualità degli uomini differiscono l’uno dall’altro e sono quasi sempre, come abbiamo osservato attentamente, le qualità individuali a determinare il posto di ciascuno nella società (ognuno viene trattato secondo il proprio merito); sono le loro qualità che fanno salire alcuni e i loro difetti che fanno scendere altri.
Le qualità hanno un’influenza così grande che, anche in una repubblica, i figli, fratelli e cugini di un uomo distinto ne traggono vantaggio; il suo splendore li mette in evidenza. Sfortunatamente, le qualità apparenti e quelle reali hanno (almeno momentaneamente) la stessa influenza. L’uguaglianza politica assicura alle qualità il loro libero sviluppo, non può supplirvi, ma le protegge e impedisce così molti mali; è vero che non basta per rendere tutti felici. Il socialismo non potrà farlo nemmeno, sebbene se ne vanti stupidamente4, dato che il suo obiettivo dichiarato è soprattutto impedire che esistano «oziosi», tutti devono lavorare con le proprie mani – il lavoro meno produttivo in sé5 – e non si potrà fare altro che condividere i prodotti che sarà possibile ottenere in questo modo. Il socialismo completamente realizzato fornirebbe, se ci fosse una condivisione equa, a ciascuno dei suoi aderenti mezza ostrica ogni due anni e un quarto di pernice ogni vent’anni, e le altre rarità in proporzione; se non ci fosse condivisione equa e ognuno scegliesse i propri consumi, gli articoli di lusso non troverebbero acquirenti, a meno che un buongustaio non dica un giorno: mi asterrò dal pane per tre giorni per comprare un ananas (il regime sociale o politico non può aumentare né il numero delle ostriche, né quello delle pernici o degli ananas).
Ai principi sociale e individuale corrispondono, nella storia naturale, la specie e l’individuo. Si è posto come assioma questa proposizione: la natura disdegna di occuparsi dell’individuo, si interessa soltanto della specie. È vero questo? Forse; ci sembra tuttavia che si sia ingiusti verso la natura. La natura ha fatto per le sue creature ciò che un buon padre di famiglia fa per i suoi figli. Il padre dà loro una professione e gli strumenti necessari e, quando hanno raggiunto l’età opportuna, generalmente dice loro, o qualcosa di simile: ecco, siete pronti per la vita; andate, lottate, createvi una posizione; a parte circostanze eccezionali, il vostro successo dipenderà dalle vostre qualità. La natura agisce allo stesso modo, arma le sue creature per la lotta, che altro potrebbe fare di più? Se una creatura non vuole o non può fare uso delle sue armi, o ne fa un uso maldestro, viene sconfitta. Le creature sono troppo numerose perché la natura possa aiutare ciascuna di esse; i padri possono forse proteggere efficacemente tutti i loro figli? Periscono dunque molti degli uni e degli altri. Non ne consegue affatto che la natura faccia di più per la specie che per gli individui, poiché si è constatata la scomparsa di numerose specie, così come la sparizione di ogni traccia vivente di molte antiche nazioni. E si può forse conservare la specie lasciando perire gli individui?
Supponiamo però che la natura sia realmente la matrigna che si dice, che guardi con indifferenza alla morte delle sue creature; non sarebbe forse questa una ragione per gli uomini non solo di unirsi in società, il che è peraltro nella loro inclinazione, ma anche di formare Stati con la missione esplicita di proteggere gli individui?
Lo Stato avrebbe così uno scopo individualista, ma non potrebbe raggiungerlo senza che la società ne tragga beneficio. Che cosa si vuole di più? Se tutti gli individui sono felici, la società – il popolo, lo Stato – sarà felice. Alcuni studiosi hanno creduto di fare una scoperta meravigliosa: la proprietà generale, l’interesse generale, la prosperità generale, sono più delle proprietà, degli interessi, della prosperità di tutti gli individui. C’è inoltre, dicono, qualcosa di specifico dello Stato, o qualcosa che è comune alla nazione. Nessuno lo ha mai ignorato. E poi, aggiungono, la collettività presa come unità non può forse avere interessi di cui i singoli individui non siano coscienti? Se questa è un’obiezione contro l’individualismo, è davvero sottile. Qual è la differenza tra l’insieme e il tutto? Lo Stato è entrambe le cose; in questa doppia veste dichiara guerra a un altro paese e vi invia il suo esercito. L’esercito è solo una parte della popolazione, ma l’altra parte, quella che non è arruolata sotto le bandiere, le donne, i bambini, gli anziani, gli infermi, non è forse anch’essa colpita dalla guerra? Eppure si percepisce in modo diverso la perdita di un figlio o di un fratello rispetto a quella di un semplice compatriota che non si conosceva.
Si dice che la natura si preoccupi soprattutto, e persino unicamente, di conservare la specie, e come procede in questo? Attraverso la selezione, cioè favorendo gli individui migliori. La conservazione della specie significa quindi progresso della specie; ogni generazione deve contribuire al progresso, anche se in minima parte.
Si è inoltre osservato nelle società umane – si potrebbero citare molti autori a sostegno6 – che i progressi sono generalmente dovuti a individui più dotati degli altri, ma sempre a individui. Il progresso è raro quando, per qualsiasi causa o potere, tutte le menti vengono mantenute allo stesso livello dalle leggi, dai costumi o da una qualsiasi forza. Questo significa rinchiudere gli individui in barriere invalicabili. La specie vi è confinata allo stesso tempo, poiché il destino della specie è stato affidato, e giustamente, nelle mani dell’individuo. In fondo, la specie non è che un’astrazione, nella realtà esistono solo gli individui. Sono gli individui ad avere bisogni da soddisfare, ad avere fame e sete, a sentire freddo, a soffrire e a lottare. In queste lotte, lo Stato, che per molti aspetti è un’astrazione, non può sostituirsi a loro. Può solo proteggere gli uomini, rimuovere gli ostacoli e, in certi casi, mettere la forza collettiva al servizio di ciò che è nell’interesse di tutti. Lo Stato è dunque un mezzo per rendere più facile all’umanità la lotta per la vita. Già l’intelligenza individuale che: 1° ha permesso all’uomo di accumulare le osservazioni e gli studi delle generazioni precedenti fissandoli attraverso il linguaggio e 2° lo ha reso capace di creare degli strumenti, degli agenti potenti, anche dei capitali, lo ha particolarmente armato per questa lotta; l’unione in una società politico-economica fa il resto. La Terra attualmente nutre circa un miliardo e mezzo – 1.500 milioni – di individui della specie homo, ma se gli uomini non avessero saputo creare strumenti e unirsi per la loro sicurezza e per una maggiore efficacia del lavoro, forse non ce ne sarebbero più di 20 o 30 milioni sull’intero insieme dei continenti del nostro globo terrestre.
C’è un punto su cui è importante insistere qui, ed è che l’individualismo non ha un rapporto necessario con le teorie sul maggiore o minore intervento governativo negli affari, o, come si dice, con il «laissez-faire». L’individualista avrà, senza alcun dubbio, una tendenza marcata a limitare l’intervento governativo allo stretto necessario, e avrà per questo, ci sembra, eccellenti ragioni; ma se si guarda ciò che si cela dietro le parole «stretto necessario» si troveranno spesso un’enormità di cose. I casi di intervento, la maggior parte degli economisti ha avuto occasione di proclamarlo, dipendono dalle circostanze, è una questione che appartiene al campo della pratica7. Per quanto riguarda la formula del «laissez faire, laissez passer» («lasciate fare, lasciate passare»), è stata completamente e semplicemente stravolta dal suo significato originario, che si applicava unicamente a regolamentazioni assurde dei secoli precedenti, regolamentazioni eliminate dalla Rivoluzione e che nessuno, nemmeno il più fervente sostenitore delle corporazioni di arti e mestieri, vorrebbe ripristinare. Il “lasciar fare” è diventato uno strumento di polemica, spesso usato molto maldestramente, persino in malafede; e in questo caso si aggiunge volentieri la parola assoluto (laissez faire assoluto) che la formula non prevede. Così, il legislatore con tendenze individualiste può benissimo dotare di ampie attribuzioni il governo che organizza, se lo ritiene utile per i cittadini. Su questo punto, non si lascerà guidare da teorie, ma dai bisogni molto reali delle popolazioni e, in una certa misura, bisogna ben dirlo, anche dall’amor proprio nazionale.
È il momento di ricordare che i sostenitori del socialismo confondono spesso, più o meno volontariamente, le parole e i concetti di «comune» e «sociale». Ogni aggregazione di uomini, ogni associazione, famiglia, tribù, corporazione, comune, nazione, Stato può possedere in comune beni materiali, terre, edifici, biblioteche, musei, così come beni morali, diritti, senza che l’aggettivo sociale sia applicabile a questi beni e a questi diritti. La maggior parte di questi oggetti o istituzioni, del resto, è stata installata o creata da individualisti. Per loro, una strada, ad esempio, è una cosa comune, appartiene alla collettività, è a sue spese che è stata (il più delle volte) tracciata e che viene mantenuta; ognuno ha il diritto di usarla per lo scopo per cui è stata fatta, cioè come strada. Se ci sono state strade a pedaggio, le turnpikroads, è semplicemente perché (come in Inghilterra) l’amministrazione era nulla o mal organizzata, e (sul continente) perché i bilanci erano poveri8. Per questo motivo si sono costruiti anche ponti a pedaggio. Del resto, a volte si poteva considerare questi ponti come poco necessari e dire: se ci tenete tanto, costruiteli a vostre spese. Al giorno d’oggi, un candidato direbbe agli elettori: Eleggetemi, otterrò il ponte a spese del Tesoro.
Sociale differisce da comune in quanto il primo è considerato organico e l’altro no. La cosa sociale è un organo, la cosa comune è un oggetto, una proprietà. Senza dubbio c’è del misticismo nella parola «sociale», forse anche il suo frequente utilizzo attuale è solo una questione di moda. Rodbertus sembra usare indifferentemente sociale o comune. In presenza delle idee correnti, e delle idee nebulose che esse generano, è necessario distinguere. L’evidenza che una nazione debba avere elementi comuni è chiara, ma per trasformarli in aspetti sociali bisogna basarsi su una teoria specifica, e se questa teoria è vaga, priva di supporto e di prove, non può che produrre una nube inconsistente.
L’individualismo, abbiamo detto, è naturale per l’uomo, è il risultato di tutto il suo essere, corpo e anima9. Il corpo ha bisogni che non sarebbero soddisfatti dagli alimenti o dagli indumenti dati a un altro, l’anima ha il sentimento dell’io a un alto grado, a un grado troppo alto persino, lo constatiamo con rammarico. Questo tratto dell’uomo lo si è ritrovato ovunque, così come il fenomeno della proprietà privata. Le forme di proprietà possono variare a seconda dei tempi e dei luoghi, ma il principio è sempre stato rispettato. Il selvaggio si è appropriato delle armi, degli strumenti, degli ornamenti, le uniche cose che avevano valore per lui; il pastore vi ha aggiunto il bestiame, il coltivatore, man mano che l’agricoltura si è sviluppata, la terra. La proprietà si è consolidata con la civiltà, con la libertà, costituisce il sigillo dell’individualismo. Gli utopisti antichi e moderni sono i suoi avversari naturali e, cosa curiosa, tutti hanno attaccato contemporaneamente la libertà individuale, la famiglia, la proprietà e spesso la religione, ovvero le «colonne della società». E sono i loro successori o continuatori che vengono chiamati socialisti!
Ci si potrebbe chiedere da dove provenga il fatto che, in alcune regioni, si riversi sfavore su un sentimento così naturale per l’uomo. Cosa gli si rimprovera? Prima di tutto, di avere affinità con l’amore di sé o con l’egoismo, termine che, nell’oratore eloquente, non manca mai dell’aggettivo «sfrenato». La differenza tra le due espressioni si riassume in questo: il proprio movente l’uomo lo chiama amore di sé, mentre disprezza come egoismo il movente altrui. È la conseguenza della vecchia osservazione che c’è un peso per l’io e un altro per il non-io, da cui il detto della pagliuzza che si vede nell’occhio del prossimo e della trave che non si vede nel proprio. Esiste questa affinità tra individualismo e interesse personale? Tutto è in tutto, si tratta solo di forzare un po’ il significato per trovare ciò che si vuole; in realtà, l’individualismo correttamente compreso non mira tanto agli interessi materiali quanto agli interessi morali, all’indipendenza, alla dignità umana, alla libertà; non si vuole essere un semplice elemento vegetativo, un atomo, ma una persona. E questa persona può traboccare di altruismo, di carità, di dedizione, di patriottismo, pur rimanendo un uomo libero. Il liberalismo, che è il rispetto per i diritti e i sentimenti altrui, non è altro, come si è riconosciuto, che una sfumatura dell’individualismo.
Si dirà che l’individualista può avere tutte le virtù, ma il sistema ha le sue conseguenze naturali: l’individualismo, che presuppone la libertà dei contratti, favorisce il forte a scapito del debole.
Che singolare errore! Innanzitutto, la stragrande maggioranza dei contratti si stipula tra eguali, o tra persone che si credono tali, il che produce lo stesso effetto. Ma si stipulano anche molti contratti tra ineguali; avete forse un’opinione così negativa dell’umanità da affermare che in questo caso il forte sfrutterà sempre il debole? D’altra parte, forte e debole sono termini relativi. A è forte rispetto a B e debole rispetto a C. Poi lo stesso uomo è alternativamente forte e debole. Pensate che un qualsiasi regime possa eliminare le disuguaglianze naturali tra gli uomini o possa prevenire gli inconvenienti che ne derivano? Un tale regime, se potesse esistere, dovrebbe condurre gli uomini al limite, riducendoli a semplici automi. La disuguaglianza, con le lotte che comporta, sarebbe mille volte più salutare per la salute dell’anima. In realtà, quando si parla di forti e deboli, si pensa solo ai datori di lavoro e agli operai; ma tra queste due parti i rapporti sono cambiati, ora sono generalmente gli operai sindacalizzati a essere i più forti, tranne quando chiedono concessioni irragionevoli; in tal caso, la forza delle cose, questa potenza irresistibile, viene in aiuto dei datori di lavoro. La legge diventa sempre più parziale verso l’operaio, ma quando il legislatore vuole favorire l’operaio a spese del datore di lavoro, di solito si sbaglia, è a spese del consumatore che lo favorisce, e l’operaio è anch’egli un consumatore.
La concorrenza è un altro motivo di critica mosso contro l’individualismo. Sono soprattutto i socialisti a evidenziarlo. Gli si può rispondere che il loro modo di argomentare non è leale; quando attaccano la competizione citano alcuni casi di concorrenza estrema, forse disonesta, e chiedono di giudicare l’istituzione in base agli abusi che possono derivarne. Bisogna combattere l’abuso e mantenere l’uso correggendolo, perché tutti ne traggono beneficio, i piccoli ancora più dei grandi. È la concorrenza che provoca il progresso. Del resto, la concorrenza naturale (onesta, moderata) avviene spesso senza premeditazione; chi potrebbe impedirla, e quale regime bisognerebbe introdurre per fermare lo slancio dello spirito umano?
Non è probabile che l’individualismo scompaia mai dalla terra, nonostante gli sforzi di una propaganda ostile e sfrenata, poiché i sentimenti che lo fanno nascere sono profondamente radicati nel cuore umano; sono più naturali, più spontanei dei sentimenti che caratterizzano il socialismo. Non c’è bisogno di predicare l’individualismo, ma è necessario agitarsi e, senza sosta, promettere mari e monti, suscitare passioni, per propagare il socialismo. Non è la dedizione e il sacrificio che si diffondono così, perché è all’invidia e all’odio che si fa appello; è una guerra di classe che si cerca di suscitare; sono rivoluzioni, sconvolgimenti che si sognano, lo si proclama molto forte! — alcuni arrivano persino a cosa? a «la propaganda con i fatti» — e per arrivare a cosa? A ottenere più piaceri al prezzo di meno lavoro, obiettivo che è lecito porsi, ma che tuttavia non ha nulla di veramente nobile né di elevato, e, cosa ancor più grave, che non si raggiungerà mai attraverso la strada intrapresa.
Se così tante persone, infatti, hanno solo lo stretto necessario, è perché la produttività della terra è limitata così come la sua estensione. Nessun ragionamento, nessun sofisma, nessuna declamazione potrà prevalere contro questo fatto: su un metro quadrato si può raccogliere solo una determinata quantità di alimenti. Si è contestata la legge del rendimento decrescente10 ma sono stati condotti esperimenti davanti ai nostri occhi nei dintorni di Parigi11: il grano eccessivamente concimato è allettato e il rendimento ne è risultato ridotto. Del resto, il buon senso dirà che se un metro quadro può produrre, diciamo, 100 spighe di grano, non può produrne 10.000, 100.000, un milione, e nessuno spererà di far pesare le spighe del proprio campo cento o mille chilogrammi ciascuna. Poiché si nega l’evidenza, era necessario dimostrarla mostrando che la rana non può gonfiarsi fino a diventare grande quanto un bue.
Abbiamo così risposto in anticipo all’argomento moderno, ormai divenuto un cliché: la scienza provvederà, si inventerà un mezzo. Con questo argomento si promettono meraviglie al popolo credulone, e la credulità è una qualità talmente naturale nell’uomo – ahimè! anche istruito – che romanzi ambientati nel paese di Utopia, come Looking Backward e Freiland, hanno trovato migliaia di acquirenti e, cosa ancora più eloquente, migliaia di credenti. Ma l’uomo non può tutto, non può mettere due litri d’acqua in una bottiglia da un litro. Ebbene, su questa terra di produttività limitata, i progressi dovuti alla scienza bastano a malapena per farla produrre abbastanza da soddisfare i bisogni della popolazione in crescita che la abita. Perché l’uomo viva gli serve solo il necessario, mentre il superfluo… è superfluo, e molti uomini non vorrebbero prendersi la briga di guadagnarlo. Ciò e stato spesso constatato. Vi sono tuttavia anche uomini che non risparmiano alcuno sforzo per procurarsi il benessere e, secondo la nostra esperienza personale, abbiamo verificato il fatto sui nostri compagni d’infanzia o di giovinezza e tra le nostre relazioni successive, quasi mai invano12. Alcuni dei più dotati sono riusciti a raggiungere la ricchezza, e l’umanità non ha motivo di lamentarsene, poiché si sono arricchiti offrendo servizi. Supponiamo che non avessero accumulato queste ricchezze, che avessero consumato i loro redditi man mano e che non avessero guadagnato nulla né potuto risparmiare, l’umanità sarebbe stata più ricca? A chi dunque hanno arrecato danno accumulando risparmi?
E cosa accadrebbe se si dividesse tra tutta la gente del paese il patrimonio di tutti i ricchi e delle persone agiate, quale sarebbe la parte di ciascuno? Vedete questo lago? Ha, su un chilometro quadrato, cento metri di profondità, ci si potrebbero costruire sette o otto case a due piani una sopra l’altra; le torri della cattedrale di Parigi sono alte solo 80 metri. Ebbene, se spargeste l’acqua del lago su una superficie di 100 chilometri quadrati, la sua profondità sarebbe di appena 1 metro, e, se la spargeste su 10.000 chilometri quadrati, la profondità sarebbe di appena un centimetro. Ora, la Francia ha quasi 53 milioni di chilometri quadrati: se si spargesse l’acqua del lago su questo territorio, il suolo non sarebbe nemmeno inumidito, poiché riceverebbe solo la 5.300ª parte di un centimetro, una quantità visibile solo al microscopio.
Aggiungiamo che, per vedere la vera verità, non bisogna essere eccitati né dalle passioni, né dai demagoghi, poiché l’eccitazione rende confusa la vista dell’intelligenza. L’individualismo, quando è ragionato, è una protezione contro questo male, l’uomo di spirito indipendente non si perde nella folla, non si lascia trascinare. Tiene a riflettere da solo, e a decidere secondo le sue riflessioni, e con tali abitudini si sfugge a molti mali. Tutto sommato, la felicità di un uomo deriva dalle sue qualità e, soprattutto, dalle sue qualità morali, che sono altrettanto virtù. Quando si hanno pochi bisogni, è più facile soddisfarli, si hanno meno preoccupazioni e si vive più serenamente. Una questione di temperamento, si potrebbe dire. Tuttavia, le qualità morali hanno un’importanza maggiore; sotto la loro influenza, il bene è desiderato, talvolta conquistato, sempre preservato. Nessuna organizzazione politica, nessuna costituzione può sostituire le virtù civiche degli individui che costituiscono le autorità; nessun meccanismo economico, per quanto sia regolamentato, protetto, sorvegliato, può sostituire, nella vita privata e nelle sue transazioni, le qualità degli individui. Questa è forse una verità banale, ma è certamente una verità eterna.
*Maurice Block, Stato e società, l’individualismo, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Block, Maurice. “L’État et la société. Le socialisme et l’individualisme.” Journal des économistes, t. XVIII, n° 3, juin 1894, pp. 321-342; t. XIX, n° 2, août 1894, pp. 161-184. (trad. it: pp. 321-322 e pp. 172-184).
NOTE (di Maurice Block)
- Tra le opere che abbiamo consultato, citiamo quelle di Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Fichte, Bruntschli, Ahrens, Gierke e altri autori moderni, ma soprattutto Rodbertus, Karl Marx, Engels, Lassalle, Schäffle, Bebel, Maton e altri socialisti contemporanei, senza contare numerose riviste specializzate inglesi, americane, tedesche, italiane, ecc.. ↩︎
- Si potrebbe aggiungere anche delle superstizioni, forse anche di una propaganda. Con un’abile e perseverante agitazione si diffondono le idee desiderate, le superstizioni più facilmente delle verità. ↩︎
- Tra i primi cristiani molti, senza dubbio, liberarono gli schiavi, loro fratelli davanti a Dio, ma il fervore religioso durò solo quanto dura un entusiasmo. Sotto l’influenza di alcune dottrine filosofiche, molti pagani concessero ugualmente la libertà ai loro schiavi. I liberti erano estremamente numerosi nel II e III secolo. ↩︎
- È molto facile giustificare qui l’uso di stupidamente; basta qualche citazione di autori socialisti. ↩︎
- Il lavoro intellettuale lo è di gran lunga di più, è l’intelligenza che ha scoperto la chimica, la fisica, la meccanica e tutte le loro applicazioni. ↩︎
- Compresi autori socialisti. ↩︎
- La formula usata è che il governo deve occuparsi di tutto ciò che supera le forze dei singoli. È un compito immenso poiché richiede un grande bilancio, che non basta nemmeno, come dimostrano i debiti pubblici. ↩︎
- Si poteva anche considerare il pedaggio come un’imposta speciale (Gebühren). ↩︎
- Il desiderio di diventare ricchi non è mai stato qualificato come individualismo. ↩︎
- Cioè, se con una certa quantità di aratura, letame e semenza un campo produce X ettolitri, il doppio del lavoro, del letame e delle semenze non darà il doppio di X ettolitri, ma meno, diciamo 2 X meno una frazione; se si triplicassero le spese, il rendimento forse non raggiungerebbe nemmeno 2 X. ↩︎
- Da Moll, allora affittuario a Vaujours. ↩︎
- Abbiamo scritto «quasi» per eccesso di prudenza, crediamo di poter dire: mai invano. Naturalmente parliamo solo di coloro che non sono morti in giovane età. ↩︎
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
