Georges Palante: Nostalgia e Futurismo

Georges Palante esplora i due aspetti della sensibilità umana: nostalgia del passato e proiezione futurista verso il futuro.

nostalgie futuriste - effe

(effe) – Il Futurismo attirò attenzione fin dai suoi esordi anche fuori dagli ambienti più ristrettamente artistici in chi guardava oltre la lettera dei proclami più iperbolici, quella parte del “bluff futuriste, au fond de quoi il y a, malgré tout, un fond de sensibilité réelle et intéressante”. In tempi di guerra, il filosofo e sociologo Georges Palante pubblicò nella «Revue philosophique de la France et de l’étranger» (fondata e diretta da Ribot) l’originale saggio, colto e ingegnoso, Nostalgie et Futurisme (Nostalgia e Futurismo), che ora traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu.

Georges Palante — Tra i modi della nostra sensibilità, ce n’è uno che si definisce in base alla legge del Tempo e che si riferisce ai ritmi essenziali della nostra vita. Presenta due forme determinate dalla doppia direzione verso cui si orienta lo sguardo umano. In questo stile immaginifico, che è uno dei fascini della sua vivace psicologia, William James indica queste due prospettive: una rivolta indietro, l’altra in avanti; una a parte ante, l’altra a parte post. «Il momento presente, dice, è come una sorta di ponte a schiena d’asino gettato sul tempo e dalla cui sommità il nostro sguardo può scendere a piacimento verso il futuro o verso il passato» (1). Allo stesso modo, nel romanzo di Wells (2), l’Esploratore del Tempo, seduto sul sedile del suo fantastico apparecchio, può a piacimento andare avanti e indietro nel tempo. Secondo questa doppia prospettiva si instaura una doppia psicologia: una psicologia regressiva, o retrospettiva, o ricorrente, o nostalgica, o passatista; e una psicologia progressiva, anticipatrice, futurista. La prima si compone di tutti gli stati d’animo che, nel pensiero come nel sentimento, nel bene come nel male, nella gioia come nella tristezza, nell’amore come nell’odio, ci riportano indietro, sulla linea già percorsa, quelli che evocano le visioni di un tempo, gli esseri scomparsi, i sogni svaniti, le passioni sopite, la giornata trascorsa, l’alba abolita. La seconda comprende tutti gli stati d’animo che ci spingono in avanti, che proiettano la vita verso il futuro, che ci fanno salutare le albe nascenti, i giorni a venire sconosciuti: speranza, presentimento, impazienza del futuro, ardore di curiosità e audacia, slancio verso la vita, verso le promesse di felicità o di pericolo; anticipazione delle età prossime o lontane, delle prospettive future oscure o luminose, minacciose o consolatrici, dell’individuo, della razza, della specie; fretta di vivere, di afferrare l’istante che fugge; e anche bisogno di non ricordare più, rottura con il passato, gioia di astrarsi dal passato, gioia della rinuncia al passato, amore per il nuovo, per l’imprevisto, per l’inedito; apoteosi della velocità, del divenire, della mobilità, della metamorfosi; spensieratezza futurista, inno all’oblio liberatore.

A questa dualità psicologica corrispondono nelle anime delle alternanze di direzione; dei cambiamenti di senso e di segno. Tra i ritmi della vita, ce ne sono alcuni che ci riportano indietro; altri che ci spingono in avanti; e sebbene questi due ritmi a volte si intreccino e si sovrappongano in modi strani, ci sono momenti e anche anime in cui uno prevale decisamente. E si distingueranno così due tipi psicologici: un tipo nostalgico o ricorrente o passatista, e un tipo futurista. Quest’ultimo potrebbe essere simboleggiato dall’Esploratore del Tempo, di Wells (3), che, trasportato dalla sua corsa vertiginosa sulla linea del futuro, attraverso il battito d’ali dei giorni e delle notti, attraverso il solco fantastico delle orbite lunari, solari, stellari, divora gli anni, i lustri, i secoli, i millenni, i milioni di anni, come altri divorano i chilometri. Viaggiatore sovrumano, egli è al Tempo ciò che il Il battello ebbro di Rimbaud è allo Spazio, con la differenza che segue una direzione fissa…

Ho visto arcipelaghi siderali! E isole
Con cieli deliranti aperti al navigante;
— È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esili,
Milioni di uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Il tipo passatista, o rallentato, o stagnante, potrebbe essere simboleggiato da questo strano personaggio di Balzac: il marchese di Valentin, protagonista de La pelle di zigrino. Vittima del talismano contro cui ha venduto l’anima, e sapendo che il cerchio dei suoi giorni, rappresentato dalla pelle di zigrino, deve restringersi a ogni nuovo desiderio, il disgraziato risparmia il tempo, teme lo scorrere delle ore e cerca di renderle più vuote possibile. Nella sua fobia del desiderio mortale, si seppellisce nell’inerzia voluta, in una negazione di volontà e intelligenza, immagine disperata del sedentarismo psichico, della stagnazione mentale assoluta.

A queste due modalità – amore per il futuro, amore per il passato – bisogna aggiungerne una terza: il sentimento specifico del presente, e riconoscere un terzo tipo psicologico che si potrebbe chiamare, con un termine barbaro, il tipo presentista? Forse. Ci sono nature particolarmente sensibili all’immediato, facilmente ipnotizzabili da ciò che è appena accaduto. Ma questo senso del presente è qualcosa di singolarmente tenue. Il presente ci sfugge tra le dita. Il puro presente, se così si può dire, essendo solo l’istante, limite che separa il passato dal futuro, non può essere occupato da uno stato di coscienza, per quanto breve sia. È solo un punto matematico, un’astrazione.

Questo istante-limite è percepibile solo se integrato in un tempo organico molto più esteso di esso, di cui condivide la vita e il movimento. Diventa allora ciò che W. James chiama il «presente apparente» (4). Apparente, infatti. Perché questo presente non merita il suo nome. È ancora del passato ed è già del futuro; raccoglie il passato sul futuro; è una sintesi dei due; è «la parte immediata del passato che, inclinata verso il futuro, lavora per realizzarlo e per unirsi ad esso» (5). In fondo, vivere nel presente significa vivere nel passato o nel futuro o in entrambi allo stesso tempo. Ma, a seconda delle nature, si vive sempre più nell’uno che nell’altro. Ecco perché il sentimento del presente sarà diverso nelle nature passatiste e in quelle futuriste. In queste ultime, ossia negli uomini d’azione e di volontà, il sentimento del presente sarà un sentimento di tensione, a volte di angoscia, di fronte alle difficoltà del momento; nelle nature passatiste, nei sognatori, almeno nei momenti di sogno felice, sarà un sentimento di rilassamento; quel sentimento elementare della vita, «quel dolce sentimento dell’esistenza indipendente da qualsiasi altra sensazione» che J.-J. Rousseau ha celebrato nelle sue Fantasticherie di un passeggiatore solitario e che lo avvolgevano principalmente durante le sue passeggiate in campagna o, quando sdraiato nella sua barca, si lasciava trasportare dalla corrente, estasi momentanea, istante di rapimento che il Faust di Goethe invocò invano. In un’altra razza di contemplativi, (tanto le anime sono dissimili), il senso del presente assumerà un sapore di amarezza e come di insipidezza, che ben esprime un personaggio di M. Barrès: «Non ho quasi l’angoscia del risultato, dice. Quando si è istituito un forte disprezzo per il giudizio degli uomini e per il fine perseguito, importa poco, salvo che un giorno moriremo. Ho una visione così chiara del valore delle cose, una volta possedute, e dei mezzi per acquisirle, che l’unica misura del mio sentimento nei loro confronti sta nel fatto che sono sempre la mia compagnia e la mia occupazione del momento che giudico le più miserabili» (6).

Queste sfumature di sensibilità variano infinitamente tra gli individui. Per quanto delicate e sottili possano essere, hanno la loro importanza sentimentale e morale. Presuppongono o richiedono molteplici connessioni e combinazioni psicologiche; comportano ripercussioni e conseguenze che non sono trascurabili.

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Parliamo della nostalgia. Questa parola può avere due significati. Può indicare l’ossessione per il passato; designa anche l’ossessione per l’ignoto, l’indeterminato, l’indefinito, il mistero. Tra questi due significati, il primo sembra essere quello primitivo. La parola nostalgia deriva da una parola greca che significa “ritorno”. Etimologicamente, la nostalgia è il ritorno al passato, alle impressioni dell’infanzia, al paese, al focolare natale. È l’Heimkehr di Heine; è il genio malinconico che fa emergere davanti a noi

L’ombra dei giorni che non sono più.

Il nostalgico è colui che fa invadere il passato nel presente, colui che imbalsama i suoi ricordi, colui che vive con le ombre, che direbbe con Chateaubriand: «Tutti i miei giorni sono addii». La nostalgia è il senso del Passato; e quindi il senso dell’indimenticato e dell’indimenticabile, dell’ineffabile, dell’irrevocabile, dell’irreparabile, dell’irremissibile; dell’inespiabile, dell’indistruttibile, dell’inesorabile; poiché tutti questi attributi appartengono al passato. Ed è anche l’amore per le cose morte, l’amore per le rovine, la poesia dei cimiteri, l’ossessione per la morte.

La nostalgia è tutto questo; ma è anche qualcos’altro. E qui si percepiscono alcuni dei fili misteriosi che legano le cose e le anime. Dire che la nostalgia è un ritorno al passato, significa dire che è un ritorno a qualcosa di conosciuto, a volte fin troppo conosciuto. Il passato di ognuno ha un contenuto proprio e unico; è composto da certe avventure, certe esperienze, certe ore diaboliche o divine. La passione per il passato, dunque, non è affatto la passione per l’ignoto. Come passare dalla nostalgia come ossessione del passato alla nostalgia come ossessione dell’ignoto, dell’indeterminato, dell’indefinito? Forse è perché i confini del nostro io sono incerti e questo io si perde in qualcosa di più vasto di se stesso. È perché il passato evocato dalla nostra memoria si dissolve in un passato più remoto; quest’ultimo in un altro ancora più lontano e nebuloso, e, passo dopo passo, nell’inesplorato, nel primitivo, nell’anonimo e impersonale, in quell’inconscio che si trova alla fonte di tutta la vita, che ricorda tutto e in cui si prepara tutto ciò che vivrà. La memoria dell’individuo si unisce alla memoria atavica, alla memoria immemorabile della razza o della specie. E così, man mano che risaliamo verso le fonti sconosciute, il passato si circonderà di un alone, si sfumerà di mistero ed ecco che attraverso transizioni impercettibili, il nostro Desiderio cambierà oggetto e la parola cambierà senso. L’ignoto ci ossessiona più del noto, nonostante l’aforisma: Ignoti nulla cupido e d’altronde per noi il noto non sprofonda forse, a un certo punto, nell’ignoto?

La nostalgia, ora, non è più l’aspirazione al passato, la passione di approfondire le reminiscenze; è l’aspirazione all’ignoto, all’impreciso, all’indeterminato. È la Sehnsucht, il desiderio infinito di qualcosa di vago e lontano: è una noia vaga, un languore fluttuante che avvolge i nostri sensi e la nostra spirito; è il veternus degli antichi, l’acedia del medioevo, è la libido sentiendi, la delectatio morosa; il daemon meridianus; è «un indescrivibile desiderio pieno d’amore e di tristezza» (Carlyle); è «la disperazione senza causa che si porta nel profondo del cuore» (Chateaubriand): è la fuga dal presente, l’alibi delle anime insoddisfatte; è il male dell’ignoto, il male del secolo. L’oggetto di un tale desiderio disperato è molteplice, polimorfo, fluido e sfuggente. È l’Età dell’oro o il Paradiso terrestre; è l’Androgino di Platone; il loto sacro degli antichi Egizi; è il Nirvana indù; è la Terra Santa delle Crociate; è il Graal dei Cavalieri del Santo Sepolcro; è lo stato di natura di Rousseau; è il fiorellino blu di Novalis; è il “Fantasma d’amore” di Chateaubriand.

Allo stesso tempo che è un ritorno al passato e all’ignoto del nostro destino, la nostalgia è anche uno sforzo per risalire alla nostra essenza intima, alla nostra natura primitiva, alla nostra emotività profonda a posterioribus ad anteriora; ab exterioribus ad interiora. E forse è anche uno sforzo per realizzare l’ignoto che portiamo dentro di noi. È, sotto la parvenza di rimpianto, un desiderio vago, una tristezza sconfinata verso uno stato di felicità che si colloca nel passato, ma che è la promessa inquieta di un domani migliore, di uno stato più elevato del nostro essere. Alle due formule precedenti, si potrebbe aggiungere questa, anche se suggerisce un idealismo di dubbio valore: ab inferioribus ad superiora. Insensibilmente la nostalgia ha conquistato cerchi sempre più ampi della nostra natura e del nostro destino; ora la avvolge completamente, almeno per coloro che ha segnato con il suo marchio.

Aspirazione al passato; aspirazione verso l’ignoto, il primitivo e l’essenziale; all’estensione e alla pienezza del nostro essere, la nostalgia è tutto questo. Di questi vari sensi, è soprattutto il primo che prenderemo in considerazione qui, contrapponendo la nostalgia al futurismo. È vero che questo senso è ancora molto ampio e che il dominio della nostalgia così intesa è immenso. Non è niente di meno che tutta quella psicologia ricorrente, retrospettiva, di cui abbiamo parlato in precedenza.

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Gli stati nostalgici sono stati appassionati. Talvolta un’ossessione ce li impone; talvolta una segreta compiacenza dell’anima ce li rende cari e ci fa assaporare la loro dolcezza, anche se amara. L’elenco di questi stati sarebbe lungo. Il Sogno, il Fantasticare ci introducono innanzitutto in questo mondo silenzioso della nostalgia. In particolare, quei sogni che si potrebbero definire ricorrenti e che ci riportano a una fase precedente della nostra esistenza. Ognuno di noi, se ha qualche abitudine all’analisi mentale, potrebbe riconoscere tali retrospezioni.

Raymond Meunier, in un affascinante libretto intitolato I Sognatori, parla dei suoi sogni familiari che classifica in due categorie: sogni di cattedrali e sogni di giardini; sogni di natura essenzialmente affettiva, avvolti in un’atmosfera di sentimenti speciali, che sono, nel primo caso, sentimenti di felicità solenne, rispetto, ammirazione ed entusiasmo, nel secondo, un sentimento contenuto di incanto e dolce ammirazione per questi luoghi amabili, con un sentimento di speranza e gioia. Per me, se interrogo la mia vita onirica, vi ritrovo anche sogni di giardini (il giardino con i viali di un verde intenso dove giocavo nella mia prima infanzia), e anche sogni di foreste (una foresta delle Ardenne, la prima che vidi da bambino, in una mattina primaverile, tutta scintillante di rugiada e immersa in una luce verde, dove mi sentivo deliziosamente separato dal resto del mondo e perso per sempre). Altri sogni familiari evocano in me le vecchie mura di una piccola città del Nord, con i suoi spalti e bastioni immersi nella nebbia autunnale e attraversati da malinconiche fanfare di trombe, il tutto impregnato di una tristezza indicibile e insopportabile. È un ricordo dei pomeriggi del giovedì, quando ci portavano dal collegio a giocare sui bastioni dove c’era una scuola di tromba; ore per me di una cupa noia. È su questi paesaggi d’infanzia che più tardi, nelle varie età della vita, la mia immaginazione inquieta ha versato le visioni gioiose o angoscianti, i sogni felici o gli incubi che le passioni del momento e le vicissitudini dell’ora facevano nascere in essa. R. Meunier ritiene che queste retrospezioni siano rivelatrici della nostra profonda emotività. Lo credo volentieri, e in questo amore per le foreste e nell’orrore delle monotone ricreazioni del giovedì ritrovo un indizio della mia innata selvaticità e del mio allontanamento dai piaceri comuni. Queste retrospezioni oniriche, se si prolungassero le prospettive su tutto il corso del passato, sarebbero ancora più istruttive. Ci informerebbero su questa malinconica legge di decadenza che porta allo svilimento dei nostri sogni e al progressivo torpore delle nostre forze d’illusione:

«Per umiliare gli uomini, basterebbe distrarli dal giorno e portare alla loro memoria il corteo notturno dei loro sogni. Più tragicamente, infatti, delle rughe che solcano il viso, questi sogni rivelano quanto siamo stati devastati. Il bambino, nei suoi sogni, vedeva aprirsi palazzi e brillare armature; udiva il fogliame delle foreste magiche tremare di canti misteriosi; e sapeva che, dietro l’angolo della strada, sarebbe stato l’eroe di prodigiose imprese. Meglio dei suoi giochi e delle parole che pronunciava durante la veglia, le avventure che attraversava nel sonno testimoniavano la molteplicità delle sue potenze e la ricchezza del suo desiderio. Allo stesso modo, furono i fantasmi delle sue notti agitate ad avvertire l’adolescente del suo languore e della sua febbre. Ombre, lente o improvvise, passavano, all’orizzonte più turbato, tra i fiori d’acqua e l’incerta voce dei salici. Da allora, per la maggior parte di noi, i rovi hanno chiuso i sentieri da cui, non appena dormivamo, emergevano forme inaspettate. I sogni si sono gradualmente spogliati di fantasia, hanno smorzato il loro splendore, spento i loro colori, appesantito i loro gesti. Gli eventi che continuano a dispiegarsi non testimoniano più alcuna inquietudine creativa, né si ergono verso la sorpresa di gioie o torture sconosciute. Ormai sono solo la rivincita delle brame ostacolate e la smorfia dei ricordi. Ognuno di loro porta il marchio del mestiere o del vizio a cui si è assoggettata la ribellione innata di un essere. Secondo ritmi invariabili, l’abitudine e la noia vi ripetono la loro follia, attraverso tenebre dove non corre più alcuna tempesta e dove pendono i brandelli di un poema devastato» (7). Così la nostalgia onirica ci fa assistere alla nostra lenta morte e, in ognuno di noi, alla lenta morte dell’universo.

Altre retrospezioni oniriche, condotte secondo i metodi della psicoanalisi, rivelerebbero nei sogni la realizzazione di desideri insoddisfatti nello stato di veglia. Consentirebbero allo psicoanalista di sondare l’inconscio dell’età della pubertà e della prima infanzia e di riportare alla luce esemplari di questa singolare fauna e flora affettiva, dalle forme equivoche ed enigmatiche, che brulica o vegeta nelle acque torbide del nostro passato sessuale; di questi “complessi affettivi”, di questi “affetti” che attesterebbero, secondo gli adepti della scuola di Freud, il primato della Libido e dell’Erotismo nella nostra natura turbata e l’influenza della Venere ancestrale, oscura e temibile, persino sull’anima candida del bambino nella culla.

Dopo il Sogno e la Fantasticheria che occupano il primo posto nel pallido corteo delle sentimentalità nostalgiche, ecco arrivare i “Ricordi”, nel senso comune della parola, nel senso in cui lo intendono gli scrittori che raccontano se stessi in Confessioni o Memorie. Ricordi d’infanzia e adolescenza, ricordi delle anime morte, degli amori defunti, evocazione dei cari fantasmi, degli spettri di cui ciascuno di noi trascina dietro di sé il malinconico corteo; ricordi della nostra propria anima, delle nostre crisi interiori, delle nostre morti e delle nostre resurrezioni. Non è che tutti coloro che scrivono la loro autobiografia siano mossi dalla sensibilità nostalgica. Nei Memorie di uomini d’azione, di guerra, d’affari o di piacere, artisti, condottieri, partigiani, cospiratori, intriganti, uomini di corte, come un Montluc, un Benvenuto Cellini, un Saint-Simon, un Retz, un Casanova, un Napoleone, l’autobiografia è al servizio della vanità, o di un desiderio di apologia, o di un desiderio di istruire la posterità; negli analisti, come un Montaigne, un Benjamin Constant, un Amiel, un Maine de Biran, è al servizio dell’Istinto di Conoscenza sotto forma di curiosità psicologica, del desiderio di vedere chiaro in se stessi, di cercare nella confessione delle proprie impressioni più intime il segreto del proprio essere. Ma ci sono altre opere in cui l’autobiografia è messa al servizio esclusivo dell’umore nostalgico: le Mémoires d’Outre-Tombe, i Souvenirs di Renan sono immersi in un’atmosfera di nostalgia. Queste opere respirano la gioia del ricordo per il ricordo, la gioia del sogno per il sogno, come c’è il sentimento per il sentimento, l’arte per l’arte, l’amore per l’amore. È un gioco del sentimento, una varietà di dilettantismo sentimentale.

In generale, si potrebbe classificare sotto la voce “nostalgia” tutti gli stati introspettivi: esame di coscienza, riflessione su di sé, meditazione su se stessi. Chi dice introspezione dice anche retrospezione. Tuttavia, come abbiamo appena detto, l’umore nostalgico non è un elemento integrante di ogni introspezione. Lo stato dello psicologo che si osserva per precisare qualche sfumatura di sentimento o di pensiero non si definisce attraverso la dispersione onirica che caratterizza la nostalgia, ma attraverso la tensione mentale che si concentra su un punto per illuminarlo, mettendo in ombra tutti i ricordi inutili allo scopo prefisso.

Si potrebbe entrare più nel dettaglio ed elencare un certo numero di stati che si associano alla ricorrenza psicologica. Questa sfumatura retrospettiva e reattiva nel senso in cui Nietzsche usa questo termine, è già sufficientemente evidenziata dalla sillaba ri con cui iniziano i nomi che designano la maggior parte di essi: rimpianto, rimorso, pentimento, risentimento, rivolta, ecc., a cui si possono aggiungere alcune sfumature di sentimento come la gelosia retrospettiva, l’irresolutezza retrospettiva, ecc.

Questi stati rientrano nella nostalgia solo quando assumono una sfumatura affettiva e appassionata: ossessione, assillo, gusto morboso per il passato, gusto per l’angoscia e il dolore che è una delle caratteristiche della nostra natura inquieta e turbata. In questo senso, si può parlare di mania del rimpianto, mania del rimorso, mania dello scrupolo, umore rancoroso, ruminazione di pensieri di risentimento, che rimangono comunque platonici e del tutto interiori. Chateaubriand descrive questo tratto di carattere come suo. «A questo proposito, sono nato singolarmente: nel primo momento di un’offesa, la sento a malapena; ma si incide nella mia memoria; il suo ricordo, invece di diminuire, aumenta col tempo; dorme nel mio cuore per mesi, anni interi, poi si risveglia alla minima circostanza con una forza nuova, e la mia ferita diventa più viva che il primo giorno. Ma se non perdono i miei nemici, non faccio loro alcun male; sono rancoroso e non sono affatto vendicativo. Ho il potere di vendicarmi, ma perdo la voglia…» (8). Questo passaggio di Casanova può servire da controparte e controprova: «Ho avuto nemici detestabili che mi hanno perseguitato e che non ho sterminato perché non era in mio potere farlo. Non li avrei mai perdonati se non avessi dimenticato il male che mi hanno fatto. L’uomo che dimentica un’offesa non la perdona; dimentica; perché il perdono nasce da un sentimento eroico, da un cuore nobile, da uno spirito generoso; mentre l’oblio deriva da una debolezza di memoria o da una dolce noncuranza, amica di un’anima pacifica e spesso da un bisogno di calma e tranquillità; poiché l’odio, a lungo andare, uccide l’infelice che si compiace di nutrirlo» (9). Secondo Nietzsche, dimenticare le offese, l’assenza di risentimento sarebbe la caratteristica delle nature forti. «Anche quando il risentimento si impossessa dell’uomo nobile, si conclude e si esaurisce con una reazione istantanea: per questo non avvelena; inoltre, in moltissimi casi, il risentimento non esplode affatto; mentre nei deboli e negli impotenti sarebbe inevitabile. Non riuscire a prendere sul serio a lungo un nemico, le sue disgrazie e persino le sue malefatte è una caratteristica delle nature forti che si trovano nella pienezza del loro sviluppo, e che possiedono un’abbondanza di forza plastica, rigeneratrice e curativa che arriva fino a dimenticare. Un buon esempio nel mondo moderno è Mirabeau, che non aveva memoria delle offese, delle infamie che gli venivano inflitte e non poteva perdonare, proprio perché dimenticava» (10).

Queste diverse testimonianze tendono alla stessa conclusione: il rancore deriverebbe dalla tenacia della memoria affettiva e dalle sue diramazioni provocate dall’offesa, che si amplificano e si sviluppano nel tempo. È per questo che il sentimentale è quasi sempre un rancoroso (esempio: Chateaubriand (11)). Le due disposizioni – l’umore sentimentale e l’umore rancoroso – sono condizionate dalla stessa qualità affettiva: una memoria affettiva tenace, memoria stagnante, ruminante e rimuginante dei ricordi.

Di contro, l’uomo d’azione o di piacere ha generalmente una sensibilità superficiale, una memoria affettiva poco tenace, il che non esclude comunque un’ottima memoria generale, una di quelle miracolose memorie fisiologiche di cui parla W. James e che predestinano al successo tutte le grandi figure che sono apparse sulla scena del mondo.

Se si volesse approfondire questa psicologia del rancore e dell’odio, si potrebbe osservare che, a seconda dei casi e soprattutto delle nature, due tipi di ricordi generano l’odio. A volte è il ricordo del male che si è subito; altre volte è quello del male che si è inflitto agli altri. Si teme e quindi si odia colui che si è offeso. È la frase di J.-J. Rousseau riguardo ai suoi nemici: «Mi odiano a causa del male che mi hanno fatto». Questa particolare forma di odio, che caratterizza evidentemente le anime più basse, non è la meno frequente. «La nostra bella pratica di oggi, dice Montaigne, non consiste forse nel perseguitare a morte sia colui che abbiamo offeso sia colui che ci ha offeso?» (12). Ma poiché questo tipo di odio è rivolto all’avvenire ed è principalmente fatto di previsione e timore di rappresaglie, esso rientra meno direttamente rispetto all’altro nella psicologia ricorrente o retrospettiva che stiamo delineando. Al rancore si potrebbe avvicinare la rivolta. Secondo Nietzsche, il Rivoltoso appartiene al tipo reattivo, al tipo che il filosofo chiama l’Uomo del risentimento. La rivolta è un’attitudine reattiva; una reazione contro il passato, una non accettazione del passato, un sentimento di “insopportazione”, come dice Chateaubriand. L’affronto, l’ingiustizia subita rimane in gola, non può passare. Non si può inghiottire, secondo un’espressione grossolana. La rivolta è quindi un principio di arresto nel corso dei sentimenti e dei pensieri; ma è anche un principio di rinnovamento, il punto di partenza di un cambiamento radicale dell’essere. Un bambino docile, a seguito di un’ingiustizia subita, impara la rivolta, la resistenza, la lotta.

Negli stati d’animo nostalgici rientrerebbe anche la gelosia retrospettiva. E anche ciò che si potrebbe chiamare irresolutezza retrospettiva e retroattiva; fenomeno molto particolare a cui sono soggette alcune nature. Consiste nel tornare indefinitamente dopo il fatto sulle decisioni prese, anche eseguite, e quindi irrevocabili. Nelle persone soggette a questo impedimento sentimentale, la memoria affettiva rappresenta molto vividamente, dopo il fatto, i motivi per agire in modo opposto a quello in cui si è effettivamente agito. Una delle condizioni per una buona coscienza, ovvero, per una buona salute morale, è l’eliminazione rapida e il più completa possibile delle immagini diventate inutili. Altrimenti, questi residui, questi scarti del passato rimangono come un peso morto e tornano inopportunamente a confondere i nostri pensieri. La persistenza intempestiva e l’ingombro dei ricordi affettivi sono un ostacolo al normale funzionamento della volontà come delle altre facoltà. Nel nostalgico, nel sentimentale, la disassimilazione psicologica non avviene normalmente. Le immagini eliminate durante la deliberazione non sono scomparse completamente dalla coscienza; restano lì e continuano ad agire in modo inappropriato; da qui i ritorni della volontà indietro, i rimpianti, il pentimento, gli sforzi disperati per recuperare l’atto, l’incapacità di accettare l’irrevocabile, di passare la spugna sul passato; turbamenti che agitano e tormentano le anime deboli e che Dante avrebbe potuto descrivere come uno dei supplizi del suo Inferno. Questo tratto è molto evidente nel carattere di Adolphe e anche nel Journal intime di Benjamin Constant, un esempio notevole di nostalgico sentimentale.

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Dall’esame di questi alcuni stati nostalgici o retrospettivi possiamo provare a trarre una definizione generale della nostalgia. Proponiamo la seguente: La nostalgia è una forma esaltata e appassionata della memoria affettiva. In uno dei suoi Racconti Crudeli intitolato Sentimentalismo, Villiers de l’Isle-Adam definisce questa qualità speciale delle facoltà affettive che distingue, secondo lui, le nature superiori, coloro che chiama gli aristocratici del sentimento, ai quali un osservatore superficiale sarebbe tentato di rimproverare la loro apparente freddezza e la rarità dei gesti come un segno di insensibilità.

«Sentiamo – fa dire a uno dei suoi personaggi – sentiamo le sensazioni ordinarie con la stessa intensità di chiunque altro. Sì, il fatto naturale, istintivo di una sensazione, lo proviamo fisicamente, proprio come gli altri! Ma è solo inizialmente che lo sentiamo in questo modo umano! È la quasi impossibilità di esprimere questi prolungamenti immediati in noi che ci fa sembrare paralizzati, quasi sempre, in molte circostanze. Nel momento in cui gli altri uomini sono già giunti all’oblio, per mancanza di sufficiente vitalità, esse crescono nel nostro essere come i rumori delle onde quando ci si avvicina al mare. Sono le percezioni di questi prolungamenti occulti, di queste infinite e meravigliose vibrazioni, che, sole, determinano la superiorità della nostra razza)» (13).

Liberata dalla sua pretesa aristocratica e dal suo pathos romantico, questa osservazione di Villiers esprime il fatto molto semplice che gli individui differiscono molto per quanto riguarda la memoria affettiva. Portata al massimo della sua potenza, questa memoria può, nelle anime romantiche, conferire a certe sensazioni privilegiate un carattere di eternità.

«Eternare un’ora sola d’amore — la più bella — quella per esempio in cui la reciproca confessione si perde sotto il lampo del primo bacio, oh! fermarla al suo passaggio, fissarla e definirvisi, incarnarvi il proprio spirito e il suo ultimo voto! Non sarebbe forse questo il sogno di tutti gli esseri umani? È solo per cercare di riconquistare quest’ora ideale che si continua ad amare ancora, nonostante le differenze e le diminuzioni portate dalle ore seguenti; oh! rivivere solo quella! Le altre ore servono solo a monetizzare quest’ora d’oro… Una sola donna racchiude tutte le donne, per chi ama quella. E quando ci capita una di queste ore assolute, siamo fatti in modo tale che non ne vogliamo altre e passiamo la nostra vita a cercare inutilmente di rievocarla ancora, come se si potesse strappare la sua preda al Passato!» (14).

Tale sarebbe la nostalgia assoluta in amore. Ma l’Assoluto, l’Eterno non appartengono a questo mondo. L’uomo di un amore unico e di un’unica sensazione in cui avrebbe sintetizzato tutto l’amore, è una finzione poetica. In realtà, la nostalgia in amore è meno esclusiva. Come l’amore stesso, è volentieri poligama. Il nostalgico in amore è il sentimentale stanco che evoca l’immagine lontana delle amanti dei suoi vent’anni, sussurrando a ogni figura femminile evocata il verso della Tristezza di Olympio:

Sei tu che dormi nell’ombra, o sacro ricordo!

È Don Giovanni invecchiato che riflette malinconicamente sui mille e tre. È anche — ed è la sfumatura un po’ ridicola — l’uomo delle vecchie amanti, il custode ostinato dei vecchi ricordi d’amore, colui che non sa separarsi dai ritratti, dalle vecchie lettere, dai fiori appassiti tra le pagine ingiallite.

Il fenomeno opposto alla nostalgia amorosa è l’oblio sentimentale, la mancanza di memoria affettiva, fenomeno studiato da Michel Corday nel suo curioso romanzo: La Memoria del cuore. L’infedeltà di un’amante amata e che ama è spiegata come un’infedeltà della memoria affettiva che non implica tuttavia l’abolizione dell’amore stesso. « Dimenticare nell’assenza – dice l’amante tradito che crede di capire e vuole perdonare – dimenticare nell’assenza, è necessariamente smettere di amare? Non avendo la memoria degli occhi, non posso evocare i tratti di un amico lontano; significa forse che il suo volto non mi sia più caro? Lo ritroverei con meno gioia? Riprendiamo piena coscienza dei ricordi aboliti non appena si richiamano a noi in qualche modo… Si rimedia alla mancanza di memoria. E il rimedio, qui, sarà la mia presenza, la mia continua presenza…» Resta da vedere se il rimedio sarà efficace!

Innumerevoli sono le modalità, fallimenti, eclissi, come anche esagerazioni e deviazioni di questa memoria affettiva nella quale abbiamo appena visto il principio della disposizione nostalgica. La memoria del cuore può venire meno, come nel caso studiato da M. M. Corday. Può svanire parzialmente e cercare di far rivivere l’immagine scomparsa. In Acqua di Giovinezza, il vecchio bardo Léolin, tipico bretone sentimentale, si rivolge all’incantatore Prospero e gli chiede di assaggiare la sua acqua di fuoco, nella speranza di ritrovare l’immagine perduta della sorella morta. «Ho avuto delle visioni che vorrei rivedere. È vero che sei abbastanza potente da farci rivedere una persona che abbiamo amato?». E beve l’acqua che dovrebbe fargli ritrovare i suoi sogni. La memoria del cuore può portare, esagerando, a una vera e propria stagnazione sentimentale; può essere disorganizzata nel senso che, invece di subordinare i ricordi sentimentali al ritmo generale che guida la nostra vita e dare loro il posto che spetta loro nell’insieme della nostra vita morale, in ragione all’importanza delle relazioni o degli eventi che li hanno generati, viola questa legge di ordine e di economia delle risorse sentimentali, attribuendo a certi ricordi d’amore o di odio, a certe ore divine o diaboliche, punti culminanti della nostra esistenza sentimentale, un valore straordinario e sproporzionato. Non vede più altro che loro, si concentra su di loro, si dissolve e si perde in uno sterile rimuginare sentimentale e si esaurisce infine nel nulla dell’idea fissa.

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Dalle osservazioni precedenti si potrebbe trarre anche una classificazione generale dei tipi di nostalgia. Si potrebbe, in base all’oggetto del desiderio nostalgico, distinguere una nostalgia mistica, una nostalgia sentimentale o poetica, una nostalgia erudita, filologica o pedante, passione professorale per il passato, mania di antiquario o collezionista, ossessione per la polvere delle biblioteche, ritorno al paganesimo e alla mitologia, mania ellenizzante rimproverata da Marinetti a Nietzsche, «quel passatista che cammina sulle vette dei monti tessali, i piedi purtroppo intralciati da lunghi testi greci» (15).

Si potrebbe anche, in base alle sfumature di sensibilità che soddisfa, distinguere una nostalgia amorevole e una nostalgia odiosa, una nostalgia sognante e pigra e una nostalgia orgogliosa. (Nostalgia orgogliosa del conte de Gobineau, ossessionato dal ricordo dei Westfoldings norvegesi da cui si crede discendente, esclamando durante un’escursione sulle coste scandinave, di fronte a rovine di aspetto ciclopico: «Lì era il burg di Ottar; è da questo luogo che traggo la mia origine!»). Qui la memoria dell’individuo si fonde nell’inconscio dell’anima atavica. Ci sarebbe così, accanto alla nostalgia individuale, una nostalgia etnica, orgoglio di razza o di popolo che cerca i suoi titoli nel passato; come la nostalgia del medioevo e della vecchia Germania che si ritrova al fondo del Germanismo teorico (16). E questo orgoglio nostalgico si espande naturalmente in rivendicazioni nostalgiche; come la pretesa del germanismo a inglobare tutti i popoli di lingua e presunta origine tedesca.

E si potrebbe distinguere ancora una nostalgia spontanea, quella dei cuori teneri e delle anime ingenue, e una nostalgia appresa, bovaristica, imitata da modelli letterari; come Chateaubriand innamorato, leggendo le Memorie di Bassompierre, di una cortigiana del XVI secolo, contemporanea di Enrico IV, e rivivendo poeticamente l’avventura d’amore del vecchio maresciallo; come Frédéric Moreau innamorato di Madame Arnoux perché gli ricorda le eroine romantiche; come il Jean Servien di Anatole France, che, con la mente piena di immagini di castellane medievali o di eroine del teatro classico, rimane disattento alle avance di una piccola operaia parigina.

Sarebbe infine opportuno distinguere una nostalgia o ricorrenza normale, che risponde alle esigenze della vita di adattamento e rispetta l’economia generale delle nostre facoltà affettive; una nostalgia morbosa e una nostalgia sovra-normale, quella che si rivela nelle opere dei grandi pensatori, dei grandi poeti che hanno ritrovato ed espresso i grandi ritmi della vita universale…

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Si potrebbe dire una parola sulle illusioni nostalgiche. La nostalgia, avendo per principio una forma esaltata e appassionata di memoria affettiva, le illusioni nostalgiche sono in gran parte dovute a paramnesie che influenzano questa memoria speciale. C’è innanzitutto una causa generale d’illusione che non è altro che il ritiro nel passato, il fantasma della distanza e del ricordo.

«Alla distanza in cui mi trovo ora dalla loro apparizione – dice Chateaubriand – mi sembra che, disceso negli inferi nella mia giovinezza, ho un ricordo confuso delle larve che intravidi vagare sul bordo del Cocito; esse completano i sogni vari della mia vita e vengono a farsi iscrivere sulle mie tavolette d’oltretomba» (17). Nel corso di una vita, i ricordi si sovrappongono e confondono le sfumature affettive che hanno colorato le diverse età della vita. «Queste Memorie – dice ancora Chateaubriand – sono stati composte in date diverse e in paesi diversi. Da ciò i prologhi obbligati che dipingono i luoghi che avevo sotto gli occhi, i sentimenti che mi occupavano al momento in cui si riannoda il filo della mia narrazione. Le forme mutevoli della mia vita sono così entrate l’una nell’altra; mi è capitato che, nei miei momenti di prosperità, ho dovuto parlare dei miei tempi di miseria; nei miei giorni di tribolazione, rievocare i miei giorni di felicità. La mia giovinezza che entra nella mia vecchiaia, la gravità dei miei anni di esperienza che rattrista i miei anni leggeri, i raggi del mio sole, dalla sua aurora al suo tramonto, che si incrociano e si confondono, hanno prodotto nei miei racconti una sorta di confusione, o, se si vuole, una sorta di unità indefinibile: la mia culla ha qualcosa della mia tomba, la mia tomba ha qualcosa della mia culla; le mie sofferenze diventano piaceri, i miei piaceri dolori, e non so più, finendo queste Memorie, se sono di una testa bruna o canuta» (18).

Per il nostalgico, i ricordi dipendono dai sentimenti. All’inizio del settimo libro delle Confessioni, J.-J. Rousseau ci dice che per raccontare la sua vita, si affida più alla memoria dei sentimenti che a quella degli eventi. «Non ho – disse – che una guida fedele su cui possa contare; è la catena dei sentimenti che hanno segnato la successione del mio essere e attraverso di essi quella degli eventi che ne sono stati la causa o l’effetto. Posso fare omissioni nei fatti, trasposizioni, errori di date; ma non posso sbagliarmi su ciò che ho sentito né su ciò che questi sentimenti mi hanno spinto a fare: ed è proprio di questo che principalmente si tratta». Ma nulla è più deludente del sentimento. Secondo l’osservazione del signor H. Höffding (19), l’esperienza dimostra che è molto più facile ricordare gli eventi che gli stati d’animo passati. Per gli eventi, ci sono punti di riferimento, metodi di verifica, possibili confronti con i ricordi di altre persone; per i sentimenti, non ce ne sono. Inoltre, i sentimenti del presente influenzano quelli del passato e colorano a nostra insaputa la nostra vita passata. Esercitano una selezione inconscia. Rousseau ci dice che nei suoi ricordi ha una tendenza a dimenticare le preoccupazioni per concentrarsi sul gioioso e sul sorridente, tendenza che fa derivare dalla naturale inclinazione che ci porta a preferire il piacevole allo sgradevole. «Mentre la sua immaginazione – dice Höffding – offuscata dall’angoscia e dal sospetto, gli mostrava il futuro nei toni più cupi, gli mostrava il passato pieno di fascino, ad eccezione delle macchie scure causate dai suoi errori. Se non odia i suoi nemici, è dovuto a questa inclinazione; anche se li sospetta e ne ha paura, non ricorda il male che gli hanno fatto» (20). Un’illusione sentimentale dello stesso tipo è quella che lo porta ad allungare i momenti di felicità. «Si può dimostrare senza alcun dubbio che Rousseau abbia attribuito all’epoca felice durante la quale visse alle Charmettes con Madame de Warens una durata più lunga di quanto potesse essere. Con l’aiuto di documenti certi, è possibile mostrare che Rousseau ha fatto iniziare l’idillio delle Charmettes due anni troppo presto, oppure che l’idillio stava per finire quando iniziò il soggiorno in quella piccola casa di campagna» (21).

Un’altra causa di illusione è il lavoro immaginativo, la cristallizzazione nel senso dell’amore, a volte dell’odio; il bisogno di poetizzare il passato, l’abbellimento dei ricordi d’amore. « Piccola bambina – dice M. Barrès, parlando di Bérénice – piccola bambina che immagina di essersi tanto divertita con colui che è morto!» E ci sono anche le sentimentalità turbate che mescolano al rimpianto il rinnovarsi del desiderio. Un’illusione nostalgica notevole fra tutte è l’illusione della preesistenza o del falso riconoscimento. Tale è quella di Gobineau, che crede di rivedere i luoghi scandinavi che vede per la prima volta. È noto che alcuni psicologi spiegano questa illusione con l’aggiunta alla sensazione attuale di una certa sfumatura affettiva che in generale corrisponde alla reminiscenza. A seguito di circostanze fisiologiche o mentali, questo sentimento di déjà vu, normalmente provocato dalla reminiscenza, può verificarsi indipendentemente da qualsiasi vera reminiscenza e dare l’illusione, produrre l’allucinazione della reminiscenza, poiché è normalmente legato alla vera reminiscenza. Una delle circostanze che favoriscono questa illusione è uno stato di esaltazione della sensibilità, di iperestesia sentimentale che caratterizza frequentemente il temperamento nostalgico, sia nella sfumatura sognante sia in quella orgogliosa. In definitiva, si vede che le illusioni nostalgiche sono di natura essenzialmente affettiva.

La nostalgia non dà luogo solamente a stati d’animo individuali, isolati, passeggeri, sporadici, ma anche a sentimenti permanenti che trovano espressione impersonale nella letteratura e nella filosofia. Questi sentimenti passatisti sono come leitmotiv eterni della sensibilità letteraria e filosofica.

Al primo rango figura il senso del passato, il senso storico, il senso tradizionalista, il sentimento della continuità delle generazioni, il senso “della Terra e dei Morti”; in politica, sentimento conservatore, reazionario, controrivoluzionario: orgoglio del passato, sentimento nobiliare; tutti i sentimenti che guardano indietro, verso il passato, che esprimono una venerazione per il passato. C’è anche il sentimento deterministico e i suoi derivati: il sentimento del peso del passato, delle catene gettate sul presente dal passato; impressione di paralisi causata dalla sensazione deterministica dell’universo; sentimento di fatalità naturale in cui si soddisfa non so quale istinto di quiete e servitù: sentimento di schiavo felice. Sentimento scientista, l’esplicazione scientifica essendo una spiegazione ricorrente, fondata sul rapporto di posteriorità e conseguenza che lega il presente al passato; una riduzione dell’ignoto al noto, un’identificazione del futuro con il passato; e quindi, sentimento dell’identità fondamentale delle cose, delle ripetizioni, delle reiterazioni, della monotonia dell’universo scientifico: l’universalismo dell’identico, espressione estetica del meccanismo universale; sentimento di fatalismo scientifico; rassegnazione al tutto fatto, all’acquisito, al definitivo, all’immutabile, all’irrevocabile, all’irremissibile; e anche sentimento di rilassamento che risulta da questa accettazione, da questa non-resistenza agli effetti necessari di ciò che è stato una volta. Sentimento della lentezza della vita universale; più di questo, sentimento dell’immobilità che ricopre l’illusione della mobilità, misoneismo, paura del cambiamento:

Odio il movimento che sposta le linee.

Sentimento dell’Assoluto, dell’Eterno, della perfezione dove la vita trova riposo.

Esistono letterature passatiste e filosofie passatiste. Al primo posto tra queste la letteratura romantica, con i suoi chiari di luna nostalgici, i suoi cipressi malinconici, la sua poesia dei cimiteri e delle rovine: con il nevermore di Edgar Poe, con i leitmotiv dell’amore e della morte. Poi la scuola simbolista, ritrovo degli ultimi amanti della luna, amanti della bellezza che si china teneramente sulle tombe; la scuola simbolista, con la sua passione per le cose eterne, il suo desiderio dell’opera immortale e imperitura, con il suo senso di un universo da cui è esclusa l’improvvisazione e dove trionfa il nil novum sub sole (22).

Ed ecco le filosofie passatiste: Filosofie dell’eterno riinizio: la filosofia indù, che ci intrappola nei cerchi dell’Illusione; la filosofia stoica, con la sua concezione del grande ciclo, del grande anno; la filosofia di Nietzsche, nonostante le sue diatribe contro lo spirito storico; filosofia dell’Eterno Ritorno, con cui si concilia difficilmente l’idea futurista del Superuomo; Filosofia dell’Immobilità: la filosofia eleatica, apoteosi della monotona Identità; il Platonismo, con la sua adorazione delle Idee pure, immobili e immutabili, con la sua reminiscenza di un cielo nostalgico e il suo mito passatista dell’Androgino primitivo; il meccanicismo cartesiano, con il suo amore per la monotonia geometrica; lo spinozismo con il suo gusto per l’eternità; la filosofia di Schopenhauer, con la sua idea dell’immutabilità dell’umanità e della storia, e il suo corollario: la negazione del Progresso. E ci sono anche razze nostalgiche e popoli nostalgici: la razza ebraica che ripete malinconicamente il Super flumina Babylonis e sogna l’eterna Sion; la sentimentale Bretagna, ossessionata dalle sue leggende; la Polonia che non dimentica la sua grandezza passata; e infine la Germania, la razza nostalgica per eccellenza, nostalgica nell’orgoglio come nel sogno, nell’odio come nell’amore. Più nostalgica nell’odio. «Un giorno – racconta Heine – a Gottinga, un giovane della Vecchia Germania voleva vendicare nel sangue dei francesi il supplizio di Konradin di Hohenstaufen che avete decapitato a Napoli. Voi certamente lo avete dimenticato da tempo; ma noi non dimentichiamo nulla, noi» (23); la Germania, che verifica una correlazione psicologica che abbiamo spiegato sopra: il più sentimentale dei popoli, il popolo nostalgico per eccellenza, quello che si vanta tra tutti della fedeltà dei ricordi (la «fedeltà tedesca», che non va confusa con la fedeltà ai contratti), il popolo inventore del leitmotiv, espressione estetica della nostalgia, è anche il popolo rancoroso per eccellenza.

Ci sono anche ore nostalgiche, età nostalgiche, climi e stagioni nostalgiche. Le sere, gli autunni consigliano la nostalgia. L’infanzia, l’adolescenza, rivolte al futuro, disdegnano l’esperienza, le lezioni del passato. L’uomo giunto al mezzogiorno della vita inizia a volgere lo sguardo al suo passato; il vecchio ritorna ai ricordi della sua infanzia, è laudator temporis acti.

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Diciamo una parola sulle cause della nostalgia.

Tra le cause fisiologiche, bisogna menzionare l’ereditarietà che ha introdotto nella razza i semi di misteriose nostalgie; poi il temperamento. È probabile che il temperamento linfatico o melanconico sia più incline alla nostalgia rispetto al temperamento sanguigno o nervoso. Tutti i tratti fisici che condizionano il tipo lento favoriscono la disposizione nostalgica. È da notare, inoltre, che questa idea di lentezza fisio-psicologica non implica necessariamente un’idea di inferiorità vitale. Razze lente possono essere razze forti. Tuttavia, la lentezza può manifestare forme patologiche. In questo contesto, si possono citare tutti gli stati che corrispondono a un rallentamento morboso dei ritmi vitali: ritmo circolatorio, respiratorio, nervoso, motorio, e gli effetti di questi stati: debolezza ideo-motoria, atonia psichica, stagnazione mentale. E ci sono anche nella vita dell’individuo cause di natura più temporanea: crisi fisiologiche che sono come delle svolte nel cammino della vita: la “crisi di mezz’età” in entrambi i sessi, una sorta di ritorno del flusso della vita, delle passioni, dei ricordi; forse alcune affezioni mentali come la psicosi maniaco-depressiva che stabilizzano in modo patologico i ritmi della vita. Forse la teoria dell’Eterno Ritorno di Nietzsche non è altro che una trasposizione ideologica della follia circolare che minacciava il filosofo fin dai momenti turbolenti e agitati di Silvaplana.

A queste cause fisiologiche si devono aggiungere cause psicologiche, sia permanenti sia accidentali. In generale, la lentezza fisiologica (che, ancora una volta, non è necessariamente morbosa, ma spesso presenta forme morbose) può determinare un rallentamento delle funzioni psichiche, un rallentamento morboso delle funzioni di associazione, immaginazione, ideazione; indebolimento del potere ideo-motorio, tratto caratteristico del tipo stagnante definito da R. Meunier: «l’essere che rimane e diminuisce sul posto» (24). Altri tratti psichici condizionano il tipo nostalgico: la predominanza della memoria affettiva; la disposizione sognante; una diminuzione della funzione selettiva che ferma al limite della coscienza il flusso delle immagini del passato che tende a irrompere, l’invasione della coscienza da parte di immagini inutili alla vita di adattamento: di conseguenza un’inadeguatezza relativa alla vita pratica.

Accanto a queste cause generali, cause individuali, accidentali o circostanziali favoriscono la ricorrenza psichica che costituisce l’essenza della nostalgia. Può essere un grande dolore (il dolore della madre che ha perso il figlio, che si immerge nei suoi ricordi e non vuole esserne distratta) oppure una delusione sentimentale, un tradimento, un’ingiustizia subita: tutti principi di stagnazione psichica, di immobilizzazione sentimentale. Alcune influenze, come l’età, la stagione, l’ora, tendono a farci guardare indietro; in particolare, il turbamento sentimentale che un romanziere ha chiamato il “Demone del Mezzogiorno”. Il ritorno ai luoghi in cui abbiamo vissuto evoca naturalmente immagini che fanno rivivere nell’uomo maturo, il bambino o l’adolescente e, sotto le nuove scritture del palinsesto, fanno riapparire il vecchio testo occultato. In tutti questi casi, la molla psicologica che agisce è l’associazione per identità di fondo emotivo che presiede a tutte le nostre complicazioni sentimentali.

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Per giudicare il ruolo dell’umore nostalgico e la sua influenza sulla felicità e il successo nella vita, occorre fare riferimento a una distinzione già indicata: quella di una ricorrenza psichica normale, di una nostalgia morbosa e di una nostalgia sovra-normale. La ricorrenza normale si manifesta attraverso sentimenti come il senso storico, il sentimento di solidarietà tra passato e presente; essa afferma e assicura la continuità psichica necessaria alla vita.

Ma la nostalgia diventa facilmente morbosa e si confonde con la stagnazione psichica. Il nostalgico, infatti, appartiene al tipo stagnante definito in precedenza. Il nostalgico è lento, o perlomeno rallentato, un attardato, un ritardatario. Vittima del suo destino, arriva sempre troppo tardi. Per lui l’occasione è sempre sfuggente. D’altra parte, il nostalgico appartiene al tipo passivo, contemplativo. Assorbito nel suo sogno, è inadatto alla vita di adattamento. In uno dei suoi romanzi (25), Romain Rolland simboleggia le due disposizioni: nostalgica e futurista nell’animo di due bambini, il fratello e la sorella, che, dopo una catastrofe che ha portato via il loro padre e rovinato la loro famiglia, si allontanano dalla loro città natale. Il fratello, sognatore malinconico, pensa solo a ciò che lascia. «Antoinette pensava molto di più a quello che avrebbero trovato; se ne rimproverava; avrebbe voluto immergersi nei suoi ricordi… Aveva ragione a pensare al futuro; aveva una visione più precisa delle cose rispetto a sua madre e suo fratello…». Infatti, il fratello, sognatore nostalgico, sarà il debole, l’essere disarmato, incapace di cavarsela da solo; all’altro spetterà il ruolo energico, il ruolo di difesa e protezione. Il nostalgico è un sentimentale che si impantana nelle paludi del passato, che si addormenta sotto la mancinella dei ricordi; oppure, seduto sul bordo del fiume, osserva le amicizie e gli amori passati allontanarsi lungo la corrente come foglie morte e sparire alla svolta della riva. Più di uno forse ha nel suo passato una visione di orrore e disgusto, un Affrontenburg come quello descritto da Heine e la cui ombra si allunga sul resto dei suoi giorni. Intrappolato nel suo incubo, incapace di altri sogni, si muove lentamente verso la morte del desiderio, verso il nirvana psichico; è uno stagnante affettivo, uno squilibrato del cuore.

A forza di vivere con spettri e fantasmi, il nostalgico finisce per condividere la loro inconsistenza evanescente; scivola attraverso la vita come un’ombra. Il nostalgico è un pessimo combattente; è la preda di chi sa colpirlo nel suo lato debole, quello sentimentale. Spesso è oggetto di un tipo particolare di sfruttamento che potremmo chiamare sfruttamento sentimentale. Donna o amante lo ingannerà all’occasione, contando sulla sua debolezza nostalgica e sul beneficio del proverbio: «Si ritorna sempre ai vecchi amori». Un calcolo che non è infallibile, del resto, proprio a causa della formula psichica del nostalgico. Infatti, la sua memoria affettiva è tenace per i brutti ricordi come per gli altri. Nell’azione, il nostalgico è un sognatore senza volontà, vittima di quel difetto psichico che abbiamo chiamato irresolutezza retrospettiva. Guai a chi parla al condizionale: «se avessi fatto questo, se avessi fatto quello…». Colui che è destinato al successo, il futuro padrone dell’ora, è colui che parla all’imperativo. In generale, i sentimenti nostalgici sono sterili, astenici. La nostalgia è madre della tristezza e della delusione. «È sovranamente maldestro – dice un romanziere – voler rivivere le ore trascorse, poiché sulle cose spente soffia un vento freddo, pieno di tristezza…» (26). La nostalgia esclude la freschezza d’animo, esclude il candore, «questa qualità di un’anima che non fa alcun ritorno su se stess» (27). La retrospezione è volentieri malsana. «L’uomo sano, si è detto, non sa nemmeno di avere un’anima». Le stelle, sul grande palcoscenico del successo, non sono mai nostalgiche. Le anime nostalgiche non possono essere intelligenze in linea con i tempi; sono intelligenze attardate, quelle di cui Chateaubriand, — un nostalgico, se mai ce ne fu uno — denuncia il difetto incurabile, «la mania del passato». Nostalgia! Forma di vita decadente e umiliata, condanni coloro che hai sedotto all’insuccesso e a una lenta morte! Fata malinconica, guai a colui che hai toccato con la tua bacchetta maligna! Più di uno ti ha maledetta senza smettere di amarti e seguirti, e si comprende l’anatema che su di te hanno scagliato i Futuristi.

Qui si porrebbe un problema: La nostalgia è curabile? Il nostalgico può smettere di esserlo? Esiste per lui un Lete salvifico? Questo rientra nel problema generale della mutabilità del carattere. Un tale problema era degno di mettere alla prova l’ingegnosità di un fine osservatore della natura morale. A. Gide lo ha trattato in un curioso romanzo: L’immoralista. È la storia di un uomo che, in seguito a una crisi fisiologica, una grave malattia, si rinnova, cambia natura. Un nuovo essere emerge in lui: strano, temibile… L’autore, comunque, non propone un esempio da seguire: descrive semplicemente un’evoluzione psicologica. Per quanto riguarda i rimedi da proporre contro l’umore nostalgico, sono pochi e, come tutti i rimedi psichici, piuttosto inefficaci. Ne troveremmo alcuni nell’arsenale futurista di cui faremo l’inventario. Citiamo questo precetto di igiene sentimentale: Non rimpiangere mai nulla. E anche questo motto caro all’eroe di un altro romanzo di Gide (28): «Passare oltre…» Merita di essere meditato.

Nel campo psichiatrico, si potrebbe menzionare il metodo catartico o pulizia psichica, utilizzato dagli adepti della scuola di Freud (29). Questo metodo si applica, come è noto, ai disturbi causati da una particolare ricorrenza psichica, da una sorta di ritenzione in seno allo psichismo subconscio di emozioni incomplete, cioè che non hanno potuto esprimersi liberamente, distendersi in parole e azioni al momento degli eventi impressionanti. Da qui la formula psicoanalitica: Gli isterici soffrono di reminiscenze. Il metodo consiste nell’ottenere dal paziente, attraverso domande ben condotte, il racconto di quegli eventi dimenticati. L’emozione che allora invade il paziente produrrebbe, secondo gli adepti della scuola di Freud, una sorta di evacuazione benefica della sua energia affettiva “repressa”. Ci sarebbe una sorta di espulsione delle tossine del ricordo. È possibile paragonare questo metodo — efficace, a quanto pare, in una certa misura — alla confessione cattolica considerata come cura psichica, come trattamento depurativo delle coscienze, e che, vista da questo punto di vista, farebbe grande onore all’istinto psichiatrico dei suoi inventori, veri precursori degli psicoanalisti.

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Sarebbe ora opportuno fare sul futurismo uno studio parallelo a quello che abbiamo consacrato alla nostalgia. Sarebbe necessario annotare stati futuristi, sentimenti futuristi, le loro cause, la loro evoluzione, distinguere i vari modi di questa forma di sensibilità e segnalarne gli effetti. Ci limiteremo su questi punti a qualche indicazione.

Gli stati futuristi — ne abbiamo elencati un certo numero all’inizio di questo studio — sono tutti quelli che ci spingono in avanti, che ci proiettano verso l’avvenire. Questi stati possono essere caratterizzati dai seguenti tratti: ritmo vitale accelerato, tensione nervosa accresciuta, rapidità accresciuta delle funzioni cerebrali: associazione, immaginazione, ideazione; potere ideo-motorio intensificato, risveglio degli istinti di difesa, aggressione, conquista, voluttà, preda, curiosità, conoscenza; sentimenti dinamici: senso di attesa: sentimento di slancio che si prepara; acutezza dello sguardo che osserva: sensazione di leggerezza e vitalità; sensazione del vento fresco della vita che gonfia di nuovo le nostre vele. Poco fa era la nostalgia delle partenze; ora, è la gioia delle partenze; una gioia a cui si mescola un pizzico di angoscia, ma dove trionfa comunque la sfida all’avvenire, il gesto spensierato che fa un affronto al destino. Questa psicologia dinamista, questa psicologia di vita ascendente si manifesta nelle violente e paradossali attitudini che raccomandano Marinetti e i suoi discepoli: odio per il passato e per coloro che vivono sfruttando il passato (professori, ecc.); disprezzo per la Donna, essere nostalgico e conservatore; disprezzo per l’amore che ci trattiene accanto alla donna e spezza le nostre energie; frenesia distruttiva delle reliquie del passato; minacce indirizzate alle biblioteche e ai musei; invocazione al Terremoto “unico alleato dei futuristi”: bluff futurista, in fondo al quale c’è, nonostante tutto, un fondo di sensibilità reale e interessante.

Esiste un tipo futurista opposto al tipo nostalgico, caratterizzato da un dinamismo vitale sempre sotto pressione; memoria affettiva breve e superficiale; invece, memoria fisiologica vivace e pronta, quella che W. James chiama “memoria saltellante”; bisogno di movimento e spostamento in contrasto con il sedentarismo del nostalgico; sensazione di disincanto del presente a causa del futuro; disprezzo per le gioie tranquille; avversione per tutto ciò che lega, tarda e rallenta. Il tipo nostalgico apparteneva al tipo lento e ruminante; il tipo futurista appartiene al tipo vivace; il nostalgico apparteneva al tipo sentimentale; il futurista appartiene al tipo attivo ed energico. Un personaggio del romanzo di Gide, L’Immoralista, esprime bene lo stato d’animo futurista: «Rimpianti, rimorsi, pentimenti, sono gioie del passato, viste da dietro. Non mi piace guardare indietro e abbandono lontano il mio passato come l’uccello, per volare, lascia la sua ombra… Ogni gioia ci attende sempre; ma vuole sempre trovare il letto vuoto, essere l’unica, e che ci si avvicini a lei come un vedovo… Ogni gioia è simile a quella manna del deserto che si corrompe da un giorno all’altro; è simile all’acqua della fonte Amelete che, racconta Platone, non poteva essere conservata in nessun vaso. Che ogni istante porti via tutto ciò che ha portato…» (30).

Beninteso, la distinzione tra questi due tipi – nostalgico e futurista – non è assoluta. Può accadere che lo stesso individuo sia nostalgico o futurista (esempio: Chateaubriand, Nietzsche), a seconda delle variazioni della sua sensibilità, a seconda dell’ampiezza delle oscillazioni della follia circolare che forse cova nel cervello di ognuno di noi… Chi dirà la legge secondo cui le retrospettività e le futurizioni si mescolano e si bilanciano nelle anime?

Si potrebbe andare più lontano e distinguere sfumature nella sensibilità futurista a seconda che soddisfi uno o l’altro dei tre grandi istinti che stimolano la vita: istinto di potenza, istinto di voluttà, istinto di conoscenza. Ci sarà così nel futurismo una sfumatura battagliera, ambiziosa e conquistatrice (spirito d’avventura, audacia, aggressività); una sfumatura voluttuosa: ricerca appassionata delle “promesse di felicità” (Stendhal); ideale di Don Giovanni; una sfumatura curiosa: sete di conoscenza, passione per il sapere. E si potrebbe forse anche, riguardo all’avvenire, distinguere una sfumatura inquieta o timorosa e una sfumatura intrepida: ideale di Nietzsche: vivere pericolosamente.

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Il Futurismo, come la Nostalgia, non si esprime solo attraverso stati d’animo individuali, ma anche attraverso sentimenti e idee che trovano la loro espressione impersonale nelle letterature e nelle filosofie. Ecco alcuni di questi sentimenti: sentimento dell’avvenire, con le sfumature che abbiamo appena indicato; sentimento della discontinuità del tempo; spirito non-storico (Nietzsche); rottura con il passato, volontà di indipendenza rispetto al passato; elogio dell’incoerenza (Emerson); la fedeltà verso se stessi considerata come servitù e pedanteria; sentimento rivoluzionario che deve essere distinto dalla Rivolta. Questo ultimo sentimento è, come abbiamo spiegato, un sentimento d’ordine reattivo (Nietzsche); una reazione contro il passato; un rifiuto del passato; ma non si traduce necessariamente in un’azione esterna che se ne liberi; né in una fede nella possibilità di liberazione, nemmeno in una velleità di liberazione. La Rivolta può rimanere allo stato di protesta silenziosa, di sentimento interiore, di risentimento concentrato. Al contrario, il sentimento rivoluzionario è una volontà positiva di rovesciamento dell’ordine stabilito. La Rivolta è girata verso il passato; la Rivoluzione verso l’avvenire. Il tedesco, popolo nostalgico, non ha il temperamento rivoluzionario. Heine si chiede, da qualche parte (31) non senza apprensione, cosa sarà la Rivoluzione in Germania, se sarà secca o umida. Questione oziosa. In Germania non c’è stata una rivoluzione né secca né umida. Il tedesco, popolo feudale, popolo passatista, non è un popolo che fa rivoluzioni. L’idea cara allo spirito tedesco è l’idea di Evoluzione, Entwickelung, non quella di Rivoluzione. Forse è opportuno aggiungere che il tedesco, nostalgico riguardo al passato della propria razza, è volentieri futurista, cioè distruttore, quando si tratta delle reliquie del passato delle altre razze (32).

Altri sentimenti futuristi: per avversione al determinismo inerte e paralizzante, sentimento e volontà di libertà; affermazione di un libero arbitrio, di un’iniziativa creatrice. Che questa astrazione sia fondata o meno sulla ragione, l’uomo che sta per agire e che quindi è proiettato in avanti, rivolto in avanti e non verso indietro, trascura di considerare la serie ricorrente, la serie degli antecedenti dell’atto che sta per compiere, il determinismo che l’ha generato e finge di compiere questo atto in uno stato di isolamento, di indipendenza, di inizio assoluto: sentimento indeterminista, sentimento della contingenza e dell’ambiguità dei futuri; sentimento della pluralità delle possibilità nell’avvenire e non più nel passato (in opposizione allo stato nostalgico e morboso che abbiamo chiamato irresoluzione retrospettiva). In odio all’Identità, sentimento della diversità irriducibile degli esseri; senso dell’individualità, dell’unicità; amore per il temporaneo, per l’effimero.

Ama ciò che non vedremo mai due volte.

In odio alla rigidità logica e all’intellettualismo, apoteosi della mobilità, sentimento del movimento universale, dei ritmi che si intrecciano e si sciolgono (niente si chiude, parola di Secrétan); la fenomenalità, gioco di categorie aberranti, “danza di bayadère che viene e va” (Alphonse Chide).

Poiché la stessa idea, presa da due angolazioni diverse, non è più la stessa idea, l’idea di Scienza, il sentimento scientista che, per certi aspetti, rientrava nella sensibilità passatista, può anche, in un altro senso, rientrare nel punto di vista futurista. L’idea teorica della scienza come spiegazione ricorrente era un’idea passatista; l’idea della scienza come potenza pratica e dinamica di rinnovamento del globo sarà un’idea futurista. (Apoteosi della Meccanica, dell’Elettricità, in Marinetti); fede nel Progresso sconosciuto; fede nella ricchezza infinita, nelle risorse inesauribili della natura e della vita.

C’è una letteratura futurista: letteratura estemporanea; annotazione rapida di azioni veloci; letteratura d’azione, opposta alla letteratura descrittiva, al romanzo di analisi che allunga faticosamente il suo brodo psicologico, proibizione delle narrazioni all’imperfetto; disprezzo delle estetiche dominanti. Stendhal scrive per la generazione che lo leggerà tra cinquant’anni. Ricerca futurista del nuovo, dell’originalità a tutti i costi. Questa originalità non è sempre ben compresa. Marinetti sembra credere che la novità dei temi – l’automobile, l’aeroplano, le lune elettriche, ecc., –costituisca una vera originalità. Errore; l’originalità non risiede nella scelta di temi nuovi (per quanto tempo?) ma nel modo di trattarli.

Ci sono filosofie futuriste; altrettanto antiche, a dire il vero, altrettanto arcaiche quanto le filosofie passatiste. Vanno da Eraclito a Bergson e Chide. Sono le filosofie dinamiste e mobiliste.

E ci sono razze futuriste. Il tedesco, come abbiamo detto, è nostalgico. L’italiano, il francese sono popoli futuristi. Meridionalismo di Stendhal e di Bizet; meridionalismo di cui Nietzsche si appassionerà in reazione contro la pesantezza tedesca, la complicazione e la nebulosità wagneriana.

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Per giudicare il ruolo e il valore delle disposizioni futuriste nell’insieme dell’evoluzione umana, si potrebbe, come abbiamo fatto per la nostalgia, distinguere un Futurismo normale, un Futurismo morboso e un Futurismo sovra-normale. Le disposizioni futuriste rappresentano uno degli elementi di una psicologia sana. Viviamo avanzando, non retrocedendo. L’ordine vitale è ovunque: Avanti! Ma l’Evoluzione vitale risulta da un compromesso perpetuo tra questi due termini: il passato e l’avvenire, il movimento e l’arresto. Il Futurismo anormale o morboso è la rottura dell’equilibrio tra questi due elementi; è la frenesia del movimento vitale che accelera oltre i limiti della prudenza o della salute. In una conferenza spirituale indirizzata agli studenti e intitolata: Il Vangelo del Rilassamento (33), William James mette in guardia i suoi compatrioti dall’eccesso di ardore, vivacità, rapidità nei gesti, da questo modo di essere trepidante, ansioso, affannato, da questa espressione stravolta del viso che deriva da una vita troppo intensa, da un sovraccarico nervoso, da una sovratensione muscolare, in cui vede uno dei tratti caratteristici del temperamento americano. «Gli americani che restano in Europa abbastanza a lungo da abituarsi allo spirito che vi regna, e che è così poco eccitabile rispetto al nostro, fanno tutti la stessa osservazione tornando a casa: i volti dei loro concittadini sembrano avere un’espressione stravolta, che sia per l’ansia inquieta o per la volontà intensa che li anima…». E W. James conclude con questo consiglio: «Dovreste abbassare il tono; perché i vostri volti sono troppo espressivi e vivete troppo intensamente i momenti banali della vita.». Un altro esempio di futurismo eccessivo sarebbe il Futurismo, soprattutto letterario, è vero, di Marinetti e dei suoi amici. Quanto al Futurismo sovra-normale, sarebbe quello di quei visionari dell’Avvenire che, come Wells, descrivono in anticipo, nell’infinito del Tempo, mondi misteriosi o che, come lo stesso James, auspicano la Novità indefettibile, il rinnovamento perpetuo della vita, «brulicare inesauribile di fatti nuovi»…

La Nostalgia e il Futurismo rientrano nei grandi ritmi sconosciuti che trascinano la vita psicologica e la vita universale. La legge di ricorrenza è una delle più generali che esistano; domina tutta la psicologia zoologica dove spiega le leggi del condizionamento e la genesi degli Istinti (34); è sottostante a tutta la psicologia umana. La legge del Futurismo ci spinge in avanti secondo curve sconosciute, che sia il cerchio monotono dell’Eterno Ritorno o la spirale all’infinito, o le scale che Piranesi fa ruotare e sprofondare disperatamente negli infiniti dell’ombra. Altrettanto, tutti i nostri simbolismi non esprimono se non la nostra ignoranza, il nostro fermarci sgomenti davanti all’abisso. Lo sguardo umano può abbracciare solo una porzione infima dei ritmi informulabili secondo cui la Fenice-Universo si distrugge e si ripara, si abolisce e si rinnova attraverso le molteplici nascite e morti delle unità effimere.

*”Nostalgie et Futurisme” / Nostalgia e Futurismo, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Georges Palante, Nostalgie et Futurisme, in «Revue philosophique de la France et de l’étranger», aprile 1916, pp. 327-358.

NOTE (di Georges Palante)

  1. W. James, Précis de Psychologie, p. 366.
  2. Wells, La machine à explorer le temps.
  3. Non è privo di interesse notare che il germe di questa curiosa metapsichica del Tempo si trova forse, in Carlyle, nell’apologo del Cappello di Fortunato. «Fortunato aveva un Cappello incantato che, quando lo indossava e desiderava essere in un luogo, immediatamente lo portava lì. In questo modo, Fortunato aveva trionfato sullo Spazio, annientato lo Spazio; per lui, nessun Luogo esisteva più, ma tutto era Qui». Carlyle immagina un Cappello di Fortunatus che, invece di eliminare lo Spazio, eliminerebbe il Tempo e permetterebbe al suo proprietario di trasportarsi a piacimento in qualsiasi epoca. «Anche se dovessi spendere i miei ultimi soldi, comprerei entrambi i cappelli, ma soprattutto l’ultimo. Indossare il cappello e, al semplice desiderio di essere in un luogo, esserci immediatamente! Poi indossare l’altro cappello e, al semplice desiderio di essere in un certo momento, esserci immediatamente! Sarebbe certamente il più bello: si lancerà la volontà della Creazione-di-Fuoco del Mondo fino alla sua Consunzione-di-Fuoco; qui, storicamente presente nel I secolo, conversare faccia a faccia con Paolo e Seneca; là, profeticamente presente nel XXXI secolo, conversare faccia a faccia con gli altri Paolo e gli altri Seneca, che sono ancora nascosti nella profondità di questi Tempi avanzati!». «Pensate dunque che ciò sarebbe impossibile, inimmaginabile? Il Passato è annientato, o è solo passato; il Futuro non esiste, o è solo futuro! Queste mistiche facoltà che possediamo, la Memoria e la Speranza, già rispondono: già attraverso queste vie mistiche, tu, cieco figlio della terra, evochi contemporaneamente il Passato e il Futuro e comunichi con loro, sebbene ancora oscuramente, e attraverso segni muti. Il sipario cala su Ieri, si alza su Domani; ma Ieri e Domani entrambi allo stesso tempo sono.» (Carlyle, Sartor resartus, p. 299 : édition du Mercure de France).
  4. W. James, Précis de Psychologie, La Perception du Temps, p. 365.
  5. H. Bergson, Matière et Mémoire, p. 163.
  6. M. Barrés, Le Jardin de Bérénice.
  7. J. Baruzi, La Volonté de Métamorphose, ch. I.
  8. Mémoires d’Outre-Tombe, t. I, p. 77.
  9. J. Casanova, Mémoires, Préface.
  10. Nietzsche, Généalogie de la Morale.
  11. Va notato che Chateaubriand è uno dei primi scrittori, forse il primo, ad aver segnalato l’esistenza della memoria affettiva. «Questa memoria delle parole che non mi è rimasta completamente, ha lasciato il posto in me a un altro tipo di memoria più singolare di cui forse avrò occasione di parlare… Senza la memoria, cosa saremmo? Dimenticheremmo le nostre amicizie, i nostri amori, i nostri piaceri, i nostri affari; il genio non potrebbe riunire le sue idee; il cuore più affettuoso perderebbe la sua tenerezza se non la ricordasse più…» (Mémoires d’Outre-Tombe, t. I, p. 72.)
  12. Montaigne, Essais, t. IV, ch. XXVII, Couardise, mère de la cruauté.
  13. Villiers de l’Isle-Adam, Contes cruels, p. 160.
  14. Villiers de l’Isle-Adam, L’Ève Future, p. 225.
  15. F. T. Marinetti, Le Futurisme, p. 94.
  16. Cf. R. Lote, Du christianisme au germanisme, p. 282.
  17. Chateaubriand, Mémoires d’Outre-Tombe, t. I, p. 805.
  18. Chateaubriand, Mémoires, préface.
  19. Harald Höffding, J.-J. Rousseau et sa philosophie, p. 18.
  20. Harald Höffding, loc. cit., p. 19.
  21. Harald Höffding, J.-J. Rousseau et sa philosophie, p. 20.
  22. Cf. Villiers de l’Isle-Adam, L’Ève Future, p. 228.
  23. Henri Heine, De l’Allemagne, I.
  24. R. Meunier, Les Stagnants (Journal des Débats, no du 15 février 1913).
  25. Romain Rolland, Antoinette.
  26. R. Kypling, La Lumière qui s’éteint.
  27. Stendhal, De l’Amour.
  28. A. Gide, Les Caves du Vatican.
  29. Cfr. Kostyleff, Le Mécanisme cérébral de la Pensée (Alcan, 1914) in particolare i capitoli consacrati alla Psicanalisi. — E. Régis et À. Hesnard : La Psycho-analyse (Alcan, 1914). A. Gide, l’Immoraliste, p. 174.
  30. A. Gide, l’Immoraliste, p. 174.
  31. H. Heine, Kahldorf.
  32. Ecco la risposta data da Guglielmo II a un nobile polacco che gli chiedeva di custodire bene i tesori secolari della Polonia. «Bisogna pensare al futuro e non al passato, replicò l’imperatore; lo sviluppo futuro della Germania, la sua integrità e la sua grandezza occupano nella mia mente il primo posto: questo è il mio grande tesoro; i tesori polacchi sono solo vecchi utensili; non bisogna troppo lamentarne la perdita. Polacchi, camminate con me e la Germania vi farà un bell’abito tutto nuovo, molto più completo e molto più comodo delle vostre vecchie reliquie.» (Journaux du 8 novembre 1915).
  33. William James, Aux Étudiants, causeries tradotte da H. Marty.
  34. Cf. Hachet-Souplet : La Genèse des Instincts, il capitolo sulla legge di ricorrenza delle associazioni.

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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